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domenica 15 giugno 2025

La strategia dell’Unione europea per la preparazione alle crisi e alle guerre - Alessandra Valastro e Roberto Passini

 

Una strategia della paura che non convince più

1. Dalle crisi alle minacce. Il governo del terrore e la minaccia delle parole

«Siamo in un mondo che cambia», afferma l’Ue (nell’immaginario orwelliano l’Europa), nella Comunicazione congiunta proposta il 26 marzo scorso. Ma il cambiamento è individuato nell’aumento di «rischi e minacce interconnessi», ovvero in un «panorama della sicurezza sempre più complesso e volatile». La risposta dell’Ue? «Un approccio coordinato alla preparazione» che garantisca «una cultura della resilienza in tutta la società». E per chi non avesse capito bene: «essere pronti a tutti gli scenari peggiori».

Et voilà, la strategia del terrore è servita.

Dopo le preoccupazioni suscitate dalle sollecitazioni al riarmo, che molti sembrano aver sottovalutato perché abbagliati dalla religione di un capo europeo difensore della pace, ma che altrettanti hanno rifiutato perché basato su molteplici menzogne, l’Ue sembra avere alzato il tiro con una “Strategia” ben più ampia che ritesse le fila da lontano, auto-attribuendosi poteri inediti di elevata rilevanza come la difesa e la “preparazione alla guerra”, nella disponibilità esclusiva dei singoli Stati.

La tecnica: agganciare le vicende che da sempre colpiscono l’immaginario dell’umano, insinuandosi nei timori e nelle paure che le contraddistinguono. Lo strumento: l’uso e abuso delle parole atte a riattualizzare e mantenere ben vive quelle paure; l’eliminazione dal lessico pubblico delle parole che invece quelle paure vogliono sfatare, non per ignorarle ma per agire con sano realismo sulle ragioni che le determinano.

Crisi resilienza sono, ahimè, i termini che la fanno da padrone, confermando una narrazione che già da anni ne fa i propri cavalli di battaglia per politiche di austerità, di privatizzazioni e di esaltazione della concorrenza anche tra ordinamenti giuridici; e stabilizza una volta per tutte il ritorno alla paura e allo spaesamento quale vera e propria tecnica di governo

. Due termini, crisi resilienza, che sono stati violentati nei loro significati originari, svuotati dei loro contenuti più preziosi e vitali, trasformati nei vettori fondamentali delle politiche liberalcapitaliste dell’ultimo trentennio (Gats, Wto, Fiscal Compact, Six Pack, Two pack, ecc.). Guardare in cosa si è tradotta la resilienza nel Pnrr italiano ne è la conferma più amara, purtroppo prevedibile fin dai primi passi della ideazione europea (avulsa da un’analisi seria delle condizioni economico-sociali degli ultimi vent’anni), e poi nella costruzione del Piano.

Ma nella Comunicazione europea del 26 marzo vi sono due termini nuovi che compaiono per la prima volta, e che è facile presumere siano destinati a diventare i nuovi protagonisti del lessico europeo: preparazione minacce.

La comparsa del concetto di preparazione coincide, guarda caso, con la scomparsa del termine che si era invece affermato nei decenni addietro come paradigma più idoneo dei processi di costruzione delle politiche: prevenzione. Preparazione alle crisi vs prevenzione delle crisi. Lo stridore è lampante.

Ma al concetto di crisi, a quanto pare ormai così tanto abusato da non spaventare più nessuno, si pensa bene di affiancare quello di rischio e, soprattutto, di minaccia. Qui lo stridore si fa sinistro. E per convincere che le minacce sono reali si accostano fenomeni che nessuna testa minimamente pensante avrebbe mai voluto vedere affiancate con tanta sfacciata disinvoltura. Infine, a svelare una volta per tutte il vero significato che in molti avevano subodorato e temuto di fronte ai primi usi politici del termine resilienza, l’Ue dice la parola-verità: adattamento.

Le persone devono imparare ad adattarsi.

Fino al colpo finale e grottesco di questa politica della rassegnazione: il Kit di sopravvivenza. Da tenere possibilmente sotto il cuscino. Qualunque sia il tipo di crisi e di minaccia. Che si tratti di un terremoto o di un attacco armato. Che si tratti di una calamità naturale imprevedibile o di una scelleratezza umana che si poteva e doveva evitare. Che la minaccia sia la natura o l’uomo, non fa più differenza, tutto è posto sullo stesso piano. Tutto è legittimato nella sua possibilità di accadere. L’essere umano è ricondotto a una delle molteplici forze “esterne” strutturalmente e stabilmente portatrici di rischi e minacce. Del resto, parlare con finta ingenuità di “crisi provocate dall’uomo” nasconde il vero protagonista di queste crisi: non l’essere umano genericamente inteso bensì il potere, un certo tipo di potere. Perché esseri umani sono tanto quelli che fondano la propria legittimazione sul potere del terrore quanto quelli che quel potere soffrono sulla propria pelle.

In questa Strategia dal linguaggio spaventoso, la prima vera minaccia sono le parole. Ma lo sa molto bene chi ha scritto il documento.

 

2. I tipi di crisi a cui dovremmo prepararci

Le catastrofi naturali compaiono non a caso al primo posto: innegabili, spaventose da sempre, antiche quanto la storia dell’uomo. Inondazioni, incendi, terremoti ed eventi meteorologici estremi esacerbati dai cambiamenti climatici: alzi la mano chi non le teme. Sottile e insinuante il richiamo non detto alla comunità di destino che ci vede tutti legati dall’esposizione all’incerto del vivere. Peccato che non tutte quelle calamità siano realmente “colpa” della natura matrigna e che, anche quando naturali lo sono, le politiche umane ne hanno aggravato i danni in modo esponenziale: quante esondazioni sono causate da una cementificazione dei suoli e un indebolimento degli argini dei fiumi? Quante tragedie sono causate da politiche scellerate di governo del territorio? Quali fratture biografiche ha generato la politica di ricostruzione nel cratere aquilano? Si potrebbe continuare.

Le catastrofi provocate dall’uomo compaiono al secondo posto e si limitano a incidenti industriali, fallimenti tecnologici e pandemie. Innegabili anche queste, sebbene ognuna ne nasconda altre connesse e non dette. Quanti esseri umani sono stati vittime reali della pandemia e quanti dei vaccini? Ma dei secondi non si può dire: fanno parte dei tanti danni invisibili che chissà mai se si potranno provare e contare, e che la paura indotta dalla narrazione convenzionale ha confinato nell’ombra, insieme ai contratti miliardari coperti col segreto di Stato, dalla Ue e da alcuni Stati membri.

Dopo le catastrofi, dunque, le minacce e le crisi. Le catastrofi accadono e passano, pur lasciando la scia dei loro effetti nefasti; le minacce e le crisi disegnano sfondi incombenti duraturi.

Le minacce ibride sono «attacchi informatici, campagne di disinformazione e manipolazione delle informazioni e ingerenze straniere e sabotaggio delle infrastrutture critiche». Di là dall’incomprensibilità del termine “ibrido”, che sembra ingaggiato sol per rendere più inquietante la minaccia, basti una domanda per tutte: chi stabilisce cos’è informazione e cosa disinformazione? È informazione corretta la narrazione dominante? E dove comincia la manipolazione? Quando le voci dissonanti e le fonti di informazione alternativa cominciano a diffondersi, la narrazione dominante alza il tiro e grida al pericolo. È una storia già vista, purtroppo. E non è una bella storia. Tanto più perché aggravata ora dall’ipocrisia della difesa della democrazia.

Infine lo spettro più grande, la guerra. Anzi, con linguaggio apparentemente neutro e raffinato, le crisi geopolitiche, perché parlare di guerra suona a quanto pare da rozzi. «Conflitti armati, compresa la possibilità di aggressione armata contro gli Stati membri».

Qui, però, le ambiguità sfociano nella menzogna. Ma non è, la guerra (o conflitto armato, che dir si voglia), una catastrofe provocata dall’uomo? Non è la guerra sempre una scelta? Una scelta sempre folle che nulla ha a che vedere con la risoluzione di un conflitto bensì con una lotta di potere quale che ne sia il fattore scatenante (questioni economiche e finanziarie, controllo di risorse naturali, questioni religiose, territorio, ecc.). A quanto pare no, il conflitto armato che genera crisi è soltanto quello che i “buoni” subiscono da parte dei “cattivi”: ne è conferma la frase sibillina che allude alla possibilità di aggressione armata contro gli Stati membri dell’Ue. E le armi finanziate e inviate dagli Stati europei (Italia compresa) in Ucraina? E la partecipazione diretta o indiretta a tutte le guerre dell’ultimo venticinquennio dell’Occidente collettivo (a guida Usa), il cui elenco sarebbe lungo, che limitiamo qui all’Afghanistan, l’Iraq, il Kosovo, la Serbia, la Siria e la Libia?

Quanto grande può essere la politica fraudolenta della guerra di difesa? Quanto grande può essere la minaccia falsa di un’aggressione per una politica di riarmo europeo, tanto più se costruita col dissanguamento delle politiche sociali e pubbliche? La guerra è un pericolo in sé: ma parlando esplicitamente di “guerra illegale” a proposito della “aggressione della Russia contro l’Ucraina”, l’Ue implicitamente ammette l’idea di una guerra legale. La sua, evidentemente. Una guerra tanto legale che invita appunto i cittadini a “prepararsi” per affrontarla al meglio; kit di sopravvivenza compreso. Nel fare ciò, ovviamente, omette le cause risalenti negli anni della guerra in Ucraina tra Occidente e Russia.

È stupefacente constatare il triplo salto mortale compiuto dall’istituzione Ue, non dotata a oggi di una politica estera né di una politica fiscale comune, nel preparare una guerra nel continente europeo. Si tratta di una innovazione al di fuori di qualsiasi legittimità democratica, che non può non far pensare a una almeno parziale eterodirezione atlantica statunitense, nella sua componente oggi in contrasto con l’attuale inquilino della Casa Bianca: quella stessa componente, i neoconservatori, che ha in gran parte preparato e realizzato le guerre sopra citate.

 

3. I settori chiave della strategia

Previsione e anticipazione. Se è innegabile l’opportunità di «rafforzare la capacità di individuare e analizzare i rischi e le minacce emergenti», di «migliorare il funzionamento dei sistemi di allarme rapido e la capacità di esaminare all’orizzonte i rischi», come si può ragionevolmente affermare che tali raffinate capacità possano gestirsi con le stesse strategie e gli stessi strumenti rispetto a vicende tanto diverse come calamità naturali e guerre? Come può non dirsi che “anticipare” il rischio di un conflitto armato deve servire soltanto per evitarlo, ricorrendo a strumenti diplomatici di risoluzione del conflitto anziché alla “cooperazione civile-militare”, cioè al coordinamento tra autorità civili e militari?

Cosa ha a che fare con la resilienza la garanzia delle funzioni vitali della società, ossia della continuità dei servizi e delle infrastrutture essenziali, tra cui l’assistenza sanitaria, i trasporti, l’acqua potabile, le telecomunicazioni, ecc.? Perché le politiche sociali e le garanzie dei diritti fondamentali si sono trasformate in politiche di emergenza, legate per di più a una lettura della resilienza in chiave di mera sopravvivenza?

E perché l’industria sembra invece uscire rinforzata dalle situazioni di crisi, tanto che una delle sette azioni strategiche consiste nel promuovere la collaborazione tra il governo e l’industria per migliorare la preparazione? E perché, allorché si parla della “collaborazione pubblico-privato”, quest’ultimo si intende riferito alla sola industria? Dov’è finito il profluvio di parole e di documenti dedicati dall’Ue alla collaborazione fra le istituzioni e i cittadini europei, e l’enorme patrimonio di innovazione indotto dalla cooperazione e dalla sussidiarietà orizzontale in vari paesi membri, fra cui l’Italia? Quali sono le industrie utili? Date le premesse, quelle produttrici di armi e di vaccini sono al primo posto (per i secondi lo si dice espressamente, per le prime prevale il pudore ma il riferimento continuo alla necessità di rafforzare la preparazione militare parla da solo).

Il fatto è che, ancora una volta, ma ora in termini assai più brutali, si conferma la regola dei poteri dominanti: nei momenti di crisi e di emergenza non c’è spazio per la società civile, per i saperi delle persone, per i modelli alternativi di governo dell’esistenza, per il dissenso, ma neppure per la “democrazia del suffragio”. E infatti la società compare nell’azione strategica legata alla nuova parola chiave: preparazione della popolazione e resilienza della società. I cittadini e le comunità devono essere “responsabilizzati” affinché si preparino e rispondano alle crisi. Cittadini responsabili e ubbidienti. Preparati per rispondere in modo consono. Ordinati e composti. La protesta è uno spreco di energie, che occorre impegnare invece nel comporre il proprio kit di sopravvivenza. Un kit fra l’altro uguale a quello di tutti gli altri, come l’allegato si premura di suggerire, indicandone i contenuti consigliati. Non sia mai che le invidie suscitate dai contenuti più attraenti del kit del vicino di casa scatenino altri conflitti. Del resto le guerre fra poveri son sempre esistite. Insomma, la propaganda più bieca e bellicista si tinge di grottesco.

E se la collaborazione della ben più utile industria non dovesse bastare, l’ultima strategia prevede la resilienza attraverso partenariati esterni strategici: la Nato.

Questo grande quanto orribile “ombrello” strategico non può che condurre all’ultima azione, che tutte le comprende e che tutte le giustifica: il coordinamento della risposta alle crisi e un processo decisionale efficace. Anche qui la stabilizzazione senza più veli di una tecnica di governo che, richiamando espressamente la «necessità di migliorare la capacità dell’Ue di gestire e rispondere alle emergenze», rivendica a sé una sovranità che non le appartiene e una legittimazione che tradisce tutte le conquiste del costituzionalismo del secondo dopoguerra. E così, tradendo il significato più autentico del termine emergenza (dal latino e-mergere, sbucare fuori all’improvviso), questa diviene situazione di normalità: condizione strutturale di sfondo che contorce e rinnega gli assi portanti del governo democratico, restituendo le istanze di emancipazione collettiva e di dignità dell’esistenza al tempo buio della sopravvivenza. I significati più autentici generativi del latino e-mergere e del greco krisis sono spenti e messi fuori.

Del resto, non si può negare che le catastrofi e le minacce rendano tutti uguali; sebbene si tratti di un’eguaglianza al ribasso. L’eguaglianza sostanziale, piedistallo delle istanze di giustizia sociale che le costituzioni del secondo dopoguerra avevano abbracciato con slancio e lungimiranza contro il lassez-faire del liberalismo ottocentesco, torna a ripiegarsi sulla più addomesticabile eguaglianza formale. Tutti devono essere uguali di fronte alle crisi: i già svantaggiati per condizioni economiche e sociali non devono subire più danni degli altri. Ma che bello, che grande consolazione; peccato che sia troppo amara da mandare giù. «La diseguaglianza è un fattore di rischio per la preparazione», e dunque per l’addomesticamento: perché «la preparazione è una responsabilità collettiva» e tutti devono avere un ruolo, «fin dalla più tenera età».

La lotta alla diseguaglianza viene finalizzata alla migliore riuscita della strategia della preparazione. «Le donne e i gruppi in situazione di vulnerabilità, come i bambini, gli anziani e le persone con disabilità, le persone che conoscono forme di discriminazione, povertà e/o esclusione sociale, subiscono in modo sproporzionato gli effetti delle crisi, i quali sono spesso aggravati da diseguaglianze e svantaggi precedenti». Così, i diritti sociali, già da tempo degradati al rango di meri bisogni, vengono ora svenduti come argomento di una propaganda di bassa lega che spaccia per community building (concetto assai serio e con ben altri obiettivi) un approccio assai più che paternalista. Nessuno deve restare indietro negli sforzi di preparazione: ma nella cultura della preparazione inclusiva, a essere realmente incluse sono soltanto le paure. La self-resilience e la psychological resilience sono destinate a lasciare le persone sole, ancora più sole e impaurite di fronte a un fosco orizzonte di minacce permanenti.

Non solo. L’ulteriore diseguaglianza generata dalla disinformazione e manipolazione delle informazioni (c.d. Fimi), viene affrontata con una nuova forma di informazione/istruzione organica sulla preparazione, con tanto di catalogo di metodi e di Linee-guida agli Stati membri per migliorare l’allenamento alla preparazione. Funzionale alla formazione di questa nuova “cultura” della preparazione non può non essere un sistema accessibile e inclusivo di comunicazione delle crisi, sia prima (risk communication) che durante (crisis communication); e per rendere diffusivo ed efficace questo sistema dovranno avere un ruolo fondamentale scuole, insegnanti, giovani lavoratori e formatori, i quali dovranno farsi promotori di letteratura sul tema delle crisi e del rischio, e di insegnamenti sulla cittadinanza democratica: «cominciare dalla prima infanzia a supportare l’acquisizione di nozioni di base sulla preparazione, come chiave per una cittadinanza attiva e informata. Gli insegnanti avranno accesso alle risorse e alle opportunità di sviluppo professionale della Piattaforma europea di Scuola ed educazione».

Ancora, si prevede la creazione di nuovi organismi non ben identificati (Eecc – Emergency Respone Coordination Centre; Eogs – Earth Observation Governmental Service), che inseguono l’accentramento di compiti di controllo più che di governo, di omologazione più che di dibattito democratico sulle condizioni di vita delle persone: un decisionismo tecno-finanziario ben poco incline alle dinamiche democratiche, e anzi perfettamente in linea con le traiettorie dell’autoritarismo liberale di cui è figlia questa Comunicazione Ue.

E infine il tema dei costi: «una preparazione robusta non può essere gratuita, ma implica dei costi». E da dove prendere le risorse? Solidarietà e sussidiarietà vengono menzionate a sproposito e in termini addirittura offensivi rispetto alla storia e al sangue versato di chi ha combattuto per ricostruire le società distrutte nel secondo dopoguerra sui pilastri di una democrazia sociale che guardava al socialismo. Il riferimento alla necessità di affiancare i corpi militari alle autorità civili va in senso diametralmente opposto ai percorsi di sussidiarietà orizzontale, solidarietà e partecipazione politica, economica sociale che si stanno affermando in modo diffuso nei territori e che dicono No alle politiche fondate su competizione e guerra proprie dell’autoritarismo liberale.

 

4. No alla guerra e alla strategia della paura

Il Kit di sopravvivenza (alla guerra) rappresenta la coda simbolica e grottesca di un documento politico che rappresenta in realtà un approccio complessivo, una “filosofia” antidemocratica e autoritaria arrivata alla sua ultima stazione: la guerra.

Se mai vi fosse ancora il dubbio sulla natura antidemocratica e autoritaria della Ue, questo documento ne è la prova lampante. Dopo decenni di soffocamento delle politiche nazionali figlie del compromesso democratico sociale sorto sulle ceneri di quell’immane flagello che è stata la Seconda guerra mondiale, dopo decenni di lavoro ai fianchi degli Stati nazionali fino a far perdere loro le sembianze di Stato sociale di diritto e restituirli a un liberalismo ottocentesco in versione tecnocratica e autoritaria, questa Comunicazione della Ue si rivolge ora direttamente alla società europea, invitandola esplicitamente ad abbassare la testa e prepararsi alla guerra.

Il linguaggio usato può fare invidia alla migliore narrativa distopica di Orwell e Huxley.

Questo documento disvela una volta per tutte il vero significato attribuito alla resilienza: sopportare. Guerra compresa. È il più sbalorditivo salto quantico da parte di questa tecnostruttura che, dalla sua fondazione sino a oggi, non è stata in grado di costruire un ordinamento democratico e sociale neppure lontanamente comparabile con quelli nati dopo la Seconda guerra mondiale; anzi, ha progressivamente affossato questi ultimi.

Adesso, per un disperato tentativo di darsi una nuova legittimazione, i capi politici della Ue e degli Stati membri, sconfitti politicamente e sul campo di guerra ucraino, sembrano giocare il tutto per tutto fino a gettare l’umanità nel baratro di una guerra nucleare. Questa follia sta prendendo forma mentre gli Stati Uniti, con la discutibile quanto radicale azione del presidente Trump degli ultimi due mesi, rinforzata all’inizio di aprile con il Liberation day, stanno rivoluzionando gli equilibri politici ed economici mondiali; e in cui l’Europa, malamente rappresentata dall’Unione europea, viene messa fuori gioco dagli scenari mondiali dominati ancor più da Cina, Russia e Usa.

Gli Stati europei e la Ue, invece di ripensare anch’essi il loro ruolo e nuove politiche dopo decenni di azioni fallimentari, si rinchiudono ancora di più nel loro “piccolo mondo antico” ordoliberale, oramai superato dagli eventi mondiali. Accelerano, dentro e fuori ciascun paese, in direzione di una stretta autoritaria verso il dissenso e l’agibilità democratica: vedi il Decreto sicurezza del governo Meloni, approvato in questi giorni dal Parlamento italiano forzando oltre ogni decenza procedure e leggi, per prima la Costituzione. E accelerano verso il riarmo di ogni paese europeo: un riarmo che in realtà riguarderà essenzialmente la Germania, grazie all’enorme capacità fiscale, acquisita da questo paese negli ultimi vent’anni di surplus commerciale vero l’estero, accumulato grazie all’euro e sulle spalle degli altri paesi europei, tra cui l’Italia. Questa nuova e ancor più cieca subalternità dei paesi europei si fonda essenzialmente sul riarmo tedesco. Riarmo, il cui sforzo andrà a sommarsi all’accresciuto costo dell’energia e alla già alta spesa in armamenti, senza che si riesca a cogliere neppure l’unica cosa buona che il nuovo inquilino della Casa Bianca sta cercando di realizzare, ossia la fine della guerra in Ucraina. Più realisti del re questi riarmisti, e allo stesso tempo legati ottusamente, a filo doppio, a un mondo che non esiste più perché frantumato dagli Usa: come i giapponesi nelle isole del Pacifico che vent’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale credevano di continuare la guerra.

Non basterà lo “zainetto della resilienza” a salvarci da tutto questo. E di certo non sarà in grado di salvare nessuno: né chi le guerre non le vuole, né chi le guerre le avrà volute.

Su una cosa però, bisogna dare ragione al documento dell’Ue sulla “preparazione” alle minacce: l’orizzonte che abbiamo di fronte è davvero intriso di minacce e fa paura. Tutto sta nel capire chi è il disegnatore di quell’orizzonte, chi è l’autore delle menzogne su cui si fonda, di chi sono le responsabilità delle minacce e del modo di maneggiarle.

La vera strategia, l’unica possibile, è quella che le persone, una per una e tutte insieme, di là dalle divisioni che fanno comodo al nuovo autoritarismo liberale, dovranno mettere in campo collettivamente per opporsi.

Ma per fortuna il senno popolare è tutt’altro che perso. Le migliaia di persone che ogni giorno si impegnano nella costruzione di forme alternative di governo del paese, fondate sui valori democratici di solidarietà e giustizia sociale, e le altrettante migliaia che stanno scendendo in piazza in questi giorni in tutta Italia, a spese proprie e di ogni età, lo dimostrano.

Mentre diminuisce l’affluenza alle urne, a causa di un sistema elettorale che ha progressivamente drogato il sistema della rappresentanza e della sfiducia crescente nella qualità della politica, cresce il numero di persone che decidono di percorrere diversamente i sentieri della sovranità popolare: una rete fittissima di nuove forme di partecipazione, che, mentre dicono No alle politiche dominanti della competizione e della guerra, concretamente mettono in atto i valori che rivendicano. Perché dire No a qualcosa è sempre, contemporaneamente, dire un Sì a qualcos’altro, come diceva Albert Camus ne L’uomo in rivolta.

I pezzi di comunità territoriali che vanno ricostruendosi imbracciando i valori democratici della Carta del ’48 non sono più isole sparse di resistenza ma stanno divenendo il tessuto di una trama di rilievo nazionale, omogenea e convergente nel messaggio che manda. Movimenti territoriali, patti di collaborazione, comunità educanti, cura condivisa dei beni comuni, imprese di comunità, e tanto altro ancora, sono oggi gli strumenti di un modo diverso di fare politica, e di costruire politiche ragionevoli, solidaristiche, vicine ai bisogni reali.

Le migliaia di persone che stanno tornando a popolare le piazze colorandole di bandiere, di striscioni, di cori, di bambini sulle spalle, di vecchi e di giovani, restituiscono vitalità ai principi stanchi della partecipazione e della solidarietà, e soprattutto a quella dimensione collettiva che è da sempre sgradita ai poteri dominanti.

A quanto pare, la strategia della paura non funziona. O non più.

Le persone ci sono, stanche, ma ci sono. Dalle piazze ai quartieri, dal Nord al Sud. E sono pronte a riesumare il calore e l’entusiasmo dei momenti di lotta.

È tempo che siano altri a cominciare ad aver paura.

da qui

mercoledì 12 gennaio 2022

Confessioni tardive: “Abbiamo indotto una psicosi di massa” – Alberto Capece

 

La psicosi di massa non ha una collocazione precisa nelle scienze psicologiche e tuttavia essa è una delle più tangibili forze che plasmano le società e il potere. Quest’ultimo, almeno in occidente, ha sviluppato tutta una serie di studi sul controllo della popolazione che fanno riferimento appunto alla capacità di orientale o disorientare grandi numeri di persone grazie ai mezzi di comunicazione di massa utilizzati come un’arma. E adesso la scrittrice e giornalista Laura Dodsworth, è riuscita a stanare i ricercatori  che  nel Regno Unito lavorano come consulenti del governo e che  hanno ammesso di utilizzare metodi “non etici” e “totalitari” per instillare paura nella popolazione al fine di controllare il comportamento durante la pandemia. Il London Telegraph ha  riportato  i commenti fatti dai membri dello Scientific Pandemic Influenza Group on Behavior , un sottocomitato del Scientific Advisory Group for Emergencies (Sage), il principale gruppo consultivo scientifico del governo, proprio su questo uso della psicologia di massa. Il rapporto cita un briefing del marzo 2020, quando è stato decretato il primo blocco in Gran Bretagna , in cui si affermava che il governo avrebbe dovuto aumentare drasticamente “il livello percepito di minaccia personale” che il virus rappresenta perché “un numero sostanziale di persone non si sente ancora sufficientemente minacciato personalmente” .


Uno di questi ricercatori a fianco del governo ha ammesso che “a marzo del 2020 il governo era molto preoccupato per l’obbedienza ( della popolazione) e pensava che le persone non avrebbero voluto essere segregate e distanziate.. Ci sono state discussioni sulla necessità della paura per incoraggiare la conformità alle nuove regole e sono state prese decisioni su come aumentare la paura. Il modo in cui abbiamo usato la paura è distopico”. Lo stesso ricercatore ha inoltre confessato che “L’uso della paura è stato sicuramente eticamente discutibile. È stato come uno strano esperimento. Alla fine, si è ritorto contro perché la gente si è spaventata troppo”. Un altro scienziato del gruppo ha affermato: “Si potrebbe chiamare la psicologia ‘controllo mentale’. Questo è quello che facciamo… chiaramente cerchiamo di farlo in modo positivo, ma è stato usato in modo nefasto in passato”. Certo che costui deve essere proprio un bell’ingenuo a pensare che il potere usai la capacità di orientamento della popolazione a fin di bene, ma ognuno si crea gli alibi che può. Un suo collega sembra avere le idee più chiare: “Dobbiamo stare molto attenti all’autoritarismo che si sta insinuando perché c’è chi usa la pandemia per prendere il potere e portare a stravolgimenti che altrimenti non ci sarebbero”. Ancora un altro scienziato del sottocomitato ha dichiarato di essere “rimasto sbigottito dall’uso di armi della psicologia comportamentale” e ha avvertito che “gli psicologi non sembravano notare il confine tra altruismo sanitario e manipolazione”. ” Hanno troppo potere e ciò li intossica”, frase che può valere benissimo sia per gli psicologi che hanno curato le mosse per portare all’isteria di massa, sia per i gruppi che hanno costruito la pandemia.

Ma la Gran Bretagna non è stato certo l’unico Paese dove si è appositamente creata una psicosi per terrorizzare : è venuto alla luce che l’esercito canadese ha lanciato un programma di operazioni psicologiche contro i propri cittadini nei primi giorni della pandemia per amplificare i messaggi del governo e “sventare la disobbedienza civile”. “I leader militari canadesi hanno visto la pandemia come un’opportunità unica per testare le tecniche di propaganda su un pubblico ignaro”, ha riferito l’  Ottawa Citizen . La cosa meravigliosa che da qualche gioprno, cioè da quando queste rivelazioni hanno cominciato a girare, Google sta manipolando il suo motore di ricerca per eliminare i risultati relativi a “psicosi di massa” per dare spazio solo alle voci che la negano. Cosa questa che dimostra come siano molti i soggetti che hanno contribuito a creare l’isteria di massa.Ora tutti questi soggetti tentano in qualche modo di scaricare le responsabilità, anzi di dire che hanno manipolato le popolazioni a fin di bene. Ora si può anche pensare che vi siano ricercatori così tonti da credere a questa auto giustificazione, ma questo vale comunque solo per il primo periodo della pandemia: dopo l’estate del 2020 era chiaro a chiunque fosse dentro questi meccanismi e poteva disporre di dati non manipolati e soprattutto non comunicati in modo ingannevole, che si stava enfatizzando fino all’impossibile una semplice sindrome influenzale. Da quel momento sono diventati complici o sono rimasti essi stesi vittime dell’isteria di massa che hanno  provocato.

da qui



martedì 4 gennaio 2022

A cosa serve il panico? - Sergio Porta


La sola idea che si valutasse l’obbligo di tampone per poter accedere agli eventi natalizi anche per le persone vaccinate ha sorpreso molti, inclusi alcuni scienziati al di sopra di ogni sospetto. Strenui sostenitori dell’ecumenismo vaccinale forzato esteso anche ai bambini, essi ora parlano di professionisti del panico, politici paurosi e calcolatori e media catastrofisti che vivono solo di brutte notizie. Non si può – dicono – mandare messaggi sbagliati al popolo.

A cosa serve il panico? E a me non rimane, alla fine dell’anno di grazia 2021, che stupirmi dello stupore. Mi chiedo se davvero si possa pensare che persone di questo livello non sappiano il valore che il panico ha per mantenere il potere e cosa ci sia dietro questa strategia. Ogni cosa che essi dicono dalla posizione che occupano ha un valore principalmente politico così come la loro posizione sui vaccini.

Il potere insegue la vaccinazione di massa dei bambini sani anche per ragioni simboliche e politiche: occorre indirizzare la narrazione pandemica a formare la massa su ritualità fondamentalmente identitarie [1].Imporre restrizioni e chiusure draconiane sarebbe impensabile senza questo passaggio, di cui sono parte integrante l’individuazione del nemico da avviare alla discriminazione – l’untore no-vax, e la proposta salvifica – comunità dei mascherati e vaccino. E a chiunque pensi si stia indulgendo in capziosi intellettualismi, basti la lettura della recente testimonianza di Elena Stancanelli su Repubbica [2], dove la potenza di questo meccanismo si rappresenta in forma cristallina, perfino parodistica nella sua perfetta, lucidissima cecità: evocare i tamponi, chiude Stancanelli, “sminuisce, simbolicamente, il vaccino, che è stato il nostro rito di passaggio, che ci ha dato accesso a questa nuova comunità, che si è attrezzata per contrastare il Covid. Deve rimanere la nostra unica password per la serenità.” Ora in molti si chiedono quali motivi sanitari ci siano che supportino questa escalation apparentemente senza fine. Sappiamo bene che questo virus ha rappresentato un’emergenza sanitaria in determinati specifici momenti e a discapito di specifici gruppi di persone, che sappiamo caratterizzare molto chiaramente per età e fragilità.

Molti si interrogano su quali siano le ragioni mediche per arroccarsi su un messaggio massimalista riguardo ai vaccini, che cioè la vaccinazione vada imposta con la forza a tutta la popolazione. E perché farlo con modalità talmente aggressive da ledere gravemente la tenuta sociale e istituzionale del paese?A me pare evidente che una gestione saggia e disinteressata avrebbe consigliato al contrario una proposta di “protezione focalizzata”, nell’ottica della prevenzione personalizzata. Ci si chiede quindi se questa proposta sia stata osteggiata con decisione perché avrebbe determinato da un lato la radicale riduzione del business vaccinale: i vaccini sarebbero stati destinati prevalentemente a una parte della popolazione e avremmo avuto una radicale riduzione del business della migrazione digitale. Infatti senza lockdown e didattica a distanza la spinta verso la digitalizzazione sarebbe stata praticamente inavvertibile.Infine – cosa che più direttamente conta per le élites – la protezione focalizzata avrebbe reso impossibile la regolazione “a rubinetto” della circolazione del denaro nell’economia reale attraverso la combinazione paura/lockdown/green pass e la conseguente compressione dei consumi: una strategia, questa, cruciale per il grande capitale, l’unica possibile per continuare politiche di colossale espansione monetaria ed evitare al contempo la tempesta inflattiva [3].

Per tutte queste ragioni, nessuna delle quali medica e tutte invece strettamente inerenti l’esercizio del potere, la protezione focalizzata (inclusa la protezione vaccinale focalizzata), così come i trattamenti medici a domicilio e il rafforzamento del sistema sanitario nazionale sia nella sua parte territoriale che in quella ospedaliera, non avrebbero mai potuto essere prese in considerazione dal potere, il quale infatti su questi fronti è stato sempre silente se non apertamente ostile. Il punto è questo: nel momento in cui questi scienziati da subito, pubblicamente e in modo estremo, hanno chiuso la porta in faccia alla protezione focalizzata per sedersi comodi sulla sella della “cavalleria dei vaccini”, anche se lo hanno fatto per convinzione scientifica, di fatto hanno contribuito in modo decisivo a sdoganare un’intera agenda politica che è concentrata essenzialmente sull’escalation della paura e sul mantenimento di uno stato di emergenza permanente. Sul sistema del panico di cui ora a gran voce si lamentano.

È possibile che sfuggano loro questi collegamenti tra il sistema sanitario, il sistema economico/finanziario, il sistema di potere e il sistema simbolico e della psicologia della massa? Eppure ascoltammo da loro riflessioni sagge sulla natura propriamente sindemica del problema pandemico, una natura che obbligherebbe le politiche pubbliche ad alzare lo sguardo dalla questione puramente medica e a navigare con saggezza tra i vari scogli seguendo la rotta per l’uscita dalla pandemia. Vorrei dire loro, però, che sullo scoglio del terrore e del massimalismo tecno-scientista ci siamo andati a sfasciare già da tempo.Le conseguenze di questo naufragio saranno inimmaginabili. E io credo fermamente che molti di essi non si rendano conto nel modo più assoluto di dove saremo tra 5-10 anni lungo questa strada.

[1] https://youtu.be/TRCDPy5C2ws

[2] https://www.repubblica.it/…/covid_vaccini_nervi…/…

[3] https://www.lafionda.org/…/paradigma-covid-collasso…/https://www.lafionda.org/…/il-covid-lungo-dei…/;

da qui

martedì 29 giugno 2021

Il terrore nel cuore della notte - Jonathan Cook

I video sono ovunque su Youtube. Soldati israeliani mascherati assaltano la casa di una famiglia palestinese nel cuore della notte. I genitori, vestiti con indumenti da notte, sono improvvisamente circondati da uomini pesantemente armati con il passamontagna.

I bambini piccoli sono costretti a svegliarsi. Con un misto di confusione e paura, sono costretti a rispondere alle domande poste loro in un arabo stentato da questi sconosciuti senza volto e armati. Vengono allineati in una stanza mentre i soldati li fotografano con in mano la carta d’identità. E poi, proprio come sono arrivati, gli uomini mascherati scompaiono nella notte.

Non ci sono domande oltre all’identificazione delle persone in casa. Nessuno viene “arrestato”. Non c’è uno scopo ovvio; solo il senso di sicurezza di una famiglia distrutto per sempre.

Per la maggior parte delle persone che guardano questi video sconvolgenti, tali scene sembrano un incubo orwelliano. E di sicuro Israele ha dato a questa procedura un nome orwelliano: “Intel Mapping” (“Mappatura delle Informazioni”).

La scorsa settimana, su pressione dei tribunali, l’esercito israeliano ha annunciato di aver posto fine alla pratica della “mappatura”, a meno che, e questa sarà una scappatoia facilmente sfruttabile, non vi siano “circostanze eccezionali”.

Dato che le famiglie le cui case, intimità e dignità vengono violate non sono sospettate di alcun reato, è difficile immaginare quali “circostanze eccezionali” potrebbero mai giustificare queste incursioni umilianti e terrificanti.

Intrusi mascherati

Nell’annunciare la sua decisione, l’esercito israeliano ha affermato che nell’era digitale c’erano altri strumenti che poteva usare per ottenere informazioni sui palestinesi, oltre a invadere casualmente le loro case con le armi spianate nel cuore della notte. Un comunicato ha aggiunto che si tratta di un gesto umanitario volto a “mitigare lo sconvolgimento della vita quotidiana dei cittadini”.

Tranne, naturalmente, che i palestinesi non sono “cittadini” israeliani; sono soggetti senza diritti che vivono sotto una belligerante occupazione militare. E non si tratta di “disagi”, i palestinesi non stanno affrontando un ritardo imprevisto del treno, ma una forma di punizione collettiva, e quindi un crimine di guerra.

Come osserva un rapporto di tre organizzazioni israeliane per i diritti umani pubblicato lo scorso novembre, “è altamente dubbio che qualsiasi caso di mappatura possa essere considerata legale ai sensi del diritto internazionale”. Tuttavia, queste invasioni domestiche sono all’ordine del giorno. Sono parte integrante della politica dell’esercito israeliano di sorveglianza, controllo e persecuzione dei palestinesi.

Secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite, l’esercito israeliano ha effettuato circa 6.400 “operazioni di ricerca o di arresto” solo nel 2017 e nel 2018, ciascuna operazione potenzialmente comprendente più di una casa. Una ricerca di Yesh Din, un gruppo israeliano per i diritti umani, mostra che la stragrande maggioranza di tali operazioni inizia tra mezzanotte e le cinque del mattino.

In un quarto dei casi i soldati sfondano la porta per entrare e in un terzo dei casi un familiare viene aggredito fisicamente. Due terzi delle famiglie hanno subito queste invasioni più di una volta.

Le operazioni di “Intel Mapping” sono state particolarmente difficili da giustificare per l’esercito su qualsiasi tipo di motivo di sicurezza. Ciò ha portato all’inizio di quest’anno a un esame non gradito da parte della Corte Suprema israeliana, che ha dato tempo all’esercito fino ad agosto per divulgare la formulazione del suo protocollo di “mappatura”La cancellazione della pratica da parte dell’esercito la scorsa settimana significa che la logica per traumatizzare migliaia di famiglie palestinesi per molti anni continuerà a essere un segreto.

Crimini di guerra abituali

La realtà è che la “mappatura” non ha mai riguardato la costruzione di un’immagine più accurata della società palestinese. Ha molti altri scopi, molto più sinistri.

In termini pratici, viene utilizzato per addestrare giovani soldati israeliani, familiarizzandoli con le tecniche di invasione delle case palestinesi e di intimidazione dei palestinesi, il tutto in un ambiente sicuro per i soldati. L’esercito sa che i genitori palestinesi si occuperanno principalmente di proteggere i propri figli dalla terrificante presenza di intrusi armati in quello che dovrebbe essere lo spazio più sicuro della famiglia.

In una testimonianza di Breaking the Silence, un’organizzazione di ex soldati israeliani che rivelano il loro passato nell’esercito, un soldato ha osservato: “Raramente c’è una motivazione operativa per questo. Spesso, la motivazione è pratica, il che significa che per la prima volta abbiamo uno strumento di violazione per forzare porte aperte; nessuno ha un programma, quindi decidiamo di irrompere in una casa in qualsiasi momento.”

Ma ci sono altri scopi, anche più oscuri, dietro queste incursioni casuali di “mappatura”. Fanno parte del processo graduale attraverso il quale l’esercito forma i suoi giovani soldati ad una vita di costanti crimini di guerra. Abbatte il loro senso della moralità e ogni residuo di compassione dopo anni di esposizione nel sistema scolastico israeliano al razzismo anti-palestinese.

Terrorizzare i palestinesi, anche i bambini, diventa rapidamente parte della monotona routine dei “doveri” militari.

Guerra psicologica

Ma soprattutto, le irruzioni nelle abitazioni traumatizzano i palestinesi con modalità studiate per consolidare l’occupazione e renderla permanente. Sono una forma di guerra psicologica, una campagna di terrore, contro le famiglie e le comunità in cui vivono. Rafforzano il messaggio che l’esercito israeliano è ovunque, controllando i più piccoli dettagli della vita dei palestinesi.

I soldati prendono a cuore queste indicazioni. Uno ha detto di aver capito che lo scopo di nascondere il volto “era quello di essere più intimidatorio, più spaventoso, e quindi forse trovare meno resistenza”.

L’attività di “mappatura” è progettata per far credere ai palestinesi che qualsiasi tipo di opposizione all’occupazione è inutile o controproducente. Le invasioni domestiche lasciano cicatrici permanenti, poiché le donne spesso descrivono di sentirsi violate e di perdere un senso di orgoglio nella loro casa, mentre gli uomini soffrono del trauma associato all’incapacità di proteggere mogli e figli. I bambini soffrono di ansia e disturbi del sonno e fanno fatica a scuola.

C’è un ulteriore obiettivo in queste operazioni di “mappatura” quando gli insediamenti ebraici sono stati costruiti vicino alle famiglie palestinesi prese di mira. Le invasioni domestiche avvengono regolarmente per queste famiglie, servendo come forma di pressione per incoraggiarle ad abbandonare le loro case in modo che i coloni possano occuparle.

Un sondaggio delle Nazioni Unite del 2019 su un’area di Hebron ambita dai coloni ha rilevato che in un periodo di tre anni, il 75% delle case palestinesi nel quartiere era stato “mappato”. Un residente la cui casa è stata perquisita più di 20 volte ha detto ai ricercatori di Yesh Din: “Penso che le irruzioni dei soldati siano solo un deterrente, per cacciarci di casa”.

Spiare i palestinesi

Persino alcuni ex soldati capiscono che le motivazioni della raccolta di informazioni per queste invasioni sono fasulle. Molti hanno detto ai gruppi per i diritti umani che le informazioni presumibilmente ottenute da queste operazioni non sono mai state utilizzate in seguito. Nessuno è stato in grado di indicare una banca dati in cui venivano archiviate le informazioni.

Anche se le operazioni di mappatura riguardavano principalmente la raccolta di informazioni, l’esercito ha mezzi molto più efficaci per spiare e controllare la popolazione palestinese nei territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

Il lavoro dell’Unità 8200, una delle tante squadre dell’esercito per raccolta di informazioni, include l’ascolto delle comunicazioni palestinesi per trovare segreti che possono essere usati per ricattare ed estorcere ai palestinesi la collaborazione con le autorità di occupazione.

Una cosiddetta unità informatica nel Ministero della Giustizia israeliano ha il compito di spiare Internet e le comunicazioni sui social media dei palestinesi. E Israele ha infinite altre fonti di informazione sui palestinesi: collaboratori, il registro della popolazione palestinese che controlla, documenti di identità biometrici, tecnologia di riconoscimento facciale, interrogatori ai posti di blocco, uso di droni e sequestro di palestinesi per interrogatori.

Complicità dei tribunali

Ancora più importante, l’esercito sa che può continuare come prima con queste invasioni domestiche usando altri pretesti. Comprenderà le operazioni di “mappatura” all’interno di tipologie ancora più violente di incursioni notturne, come la ricerca di armi, gli interrogatori di bambini sul lancio di pietre o gli arresti.

Purtroppo, i tribunali israeliani hanno sempre mostrato la volontà di colludere con l’esercito proprio in questo tipo di inganni salva-faccia e ciniche manipolazioni del linguaggio. Non c’è motivo di credere che il sistema giuridico israeliano farà qualcosa di concreto per garantire che le invasioni domestiche, sia per “mappatura” che per qualsiasi altro scopo, abbiano fine.

I resoconti dei tribunali israeliani sono stati costantemente pessimi nel proteggere i palestinesi dagli abusi dell’esercito israeliano. Anche quando i tribunali si pronunciano tardivamente contro i protocolli militari che violano palesemente il diritto internazionale, l’esercito trova invariabilmente il modo di indebolire la sentenza, di solito con la complicità del tribunale. Per anni, l’esercito ha continuato a usare i palestinesi come scudi umani, trascinando avanti procedimenti legali riqualificando la pratica come una cosiddetta “procedura di vicinato” o “preavviso”.

Non è difficile immaginare che “l’intel mapping” possa ricevere un simile rifacimento linguistico usando un nuovo gergo. E c’è un motivo in più per essere scettici: Più di 20 anni fa, l’Alta Corte israeliana ha vietato la tortura dei detenuti palestinesi, eppure, è continuata quasi senza sosta perché la Corte ha creato una scappatoia per i casi definiti come “bombe ad orologeria”, quando cioè gli interrogatori presumibilmente devono affrontare una corsa contro il tempo, a causa di un pericolo imminente, per estorcere informazioni “necessarie” per salvare vite umane.

La realtà è che quando Israele tratta la sua occupazione come permanente, allora preservare l’infrastruttura dell’occupazione, per sorveglianza, controllo, intimidazione e umiliazione, diventa una necessità assoluta. Quando l’occupante cerca inoltre di cacciare i palestinesi per sostituirli con la propria popolazione di coloni, il marciume è ancora più profondo. Uomini, donne e bambini palestinesi sono ridotti a nient’altro che pedine da spazzare via da una scacchiera.

Per questo motivo, le invasioni domestiche, il terrore delle famiglie nel cuore della notte da parte di soldati mascherati, continueranno, qualunque sia l’eufemismo usato per giustificarli.

*****

Jonathan Cook è un giornalista britannico che vive a Nazareth dal 2001, in passato ha vinto il Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo.

La versione originale di Middle East Eye

Traduzione in italiano di Beniamino Rocchetto per Invictapalestina.org

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sabato 14 novembre 2020

Vivere con il terrore della polizia. Una testimonianza dalla Nigeria - Chukwuemeka Attilio Obiarinze

In questo articolo Chukwuemeka Attilio Obiarinze testimonia la paura che i cittadini nigeriani vivono davanti alla polizia, e in particolare alla SARS (Special Anti-Robbery Squad), un braccio armato speciale molto violento accusato di crimini e torture. Durante il mese di ottobre ha fatto notizia anche in Occidente End SARS, un movimento sociale decentralizzato che ha organizzato una serie di proteste di massa contro la brutalità della polizia in Nigeria. Partendo dalla violenza delle forze armate, Obiarinze indaga sulla sfiducia dei cittadini verso le istituzioni e quindi verso i propri leader.

“It’s a shame for leaders. Because there will be no future for Africa until they respect the dignity of their little children.” Majek Fashek in “I come from the ghetto”

Verso metà mattinata arriviamo all’Ufficio Immigrazione a Ikeja, dove mamma e zia Hannah hanno fissato un appuntamento per il rinnovo del passaporto. C’è tantissima gente in coda e l’ufficiale preposta alla mansione non sembra essere disposta a sbrigare le pratiche celermente senza una piccola jara. Di sicuro ne avranno per un bel po’ lì…

Nell’attesa, per non squagliare al caldo dentro quella stanzetta angusta, mio cugino Kelvin e io decidiamo di rifugiarci dentro un centro commerciale poco distante. Si chiama ShopRite, è un’importante catena sudafricana di supermercati al cui interno di certo non mancano bibite fresche, aria condizionata e, di conseguenza, bellissime ragazze da contemplare. Stupende donne africane, nere, di ogni tonalità, rilucenti di una bellezza che non ho mai potuto configurare a pieno in Europa. Con sorpresa scorgo qua e là anche qualche signora caucasica e libanese. Mi rivolgo a Kelvin: “Omo mehn, guarda quella lì con quel culo illegale! ‘Sto posto dovrebbero chiamarlo LustRite…!”

Lui scoppia a ridere, di pancia, come se quelle risa fossero rimaste trattenute a lungo per qualche motivo. Saliamo al secondo piano con l’intenzione di sederci in un lounge bar, bere un drink e magari attirare l’attenzione di qualche lady fortunata quando, dal nulla, appaiono due energumeni con gli occhiali da sole e le camicie scure. Li vediamo camminare verso di noi con un senso di superiorità e una confidenza tipici di chi va in giro armato, ci passano a fianco, molto lentamente, scrutandoci dalla testa ai piedi con fare intimidatorio e distruggendo l’atmosfera di giubilo: sarà per il nostro bighellonare spensierato? Sarà per i vestiti alla moda europea? Sarà per gli occhiali a goccia cool o per il Huawei relativamente nuovo? Sarà perché non siamo messi così male insomma?! Chiedo a Kelvin cosa vogliano da noi questi due tizi, lui non mi risponde. È visibilmente preoccupato, consiglia di dimenticarci dei cocktail e delle signorine e di andarcene da lì non appena fuori dalla loro vista.

Usciamo dal centro commerciale. Il sole è già alto, sembra un occhio di fuoco antico offuscato in una patina grigiastra incapace di contenerne il furore. L’afa esalata dall’asfalto rovente e i gas di scarico dei camion in transito rendono l’aria a dir poco mefitica. Pur essendo abituato a Lagos e le sue temperature, Kelvin sostiene che questo calore sia del tutto anomalo: “Bro, non ha mai fatto così caldo in aprile, è reale il cambiamento climatico”. È la prima volta che quelle due parole così astratte mi fanno seriamente preoccupare. Seguo il mio Virgilio per le trafficatissime vie di Ikeja anche se ormai ci avanza poco tempo per i tour; dopo una breve visita al New Afrika Shrine dove Femi Kuti suole esibirsi i giovedì sera, raggiungiamo le nostre madri che finalmente hanno terminato i loro impegni all’Ufficio Immigrazione e quindi, sgranocchiando dolci pannocchie grigliate, ci dirigiamo tutti insieme al parcheggio dove Babà, il nostro autista Uber, ci attende pazientemente in macchina. Sulla strada verso casa passiamo di fronte a una caserma militare e di colpo, come un tuono nella notte, zia Hannah emette un sospiro profondo commentando: “Grazie a Dio che a Magboro non c’è una stazione di polizia”. Silenzio. Se questa frase fosse stata pronunciata da altre persone di mia conoscenza non mi avrebbe fatto né caldo né freddo, ma per il fatto che lo dica zia Hannah, una donna di mezz’età, madre, credente e lavoratrice onesta, è davvero scioccante.

 

La polizia a Lagos (e a Como)

Di cosa ha bisogno in primis una nazione o una società per esistere e prosperare? Sicurezza, no? All’improvviso, lì schiacciato fra mia madre e Kelvin nel sedile posteriore, mi tornano in mente immagini di Como dove il decoro – puramente estetico e non morale – è un dogma e dove a un ragazzino tocca imboscarsi furtivamente anche solo per fumarsi una canna. Lì, la stazione di polizia è sinonimo di controllo, ordine, prevenzione, ora più che mai. Girando per Como a volte si ha l’impressione di stare sotto un vero e proprio stato poliziesco. Come il sottotenente Drogo nel Deserto dei Tartari, molti cittadini sentono la necessità e il dovere di difendere la loro “fortezza” dall’arrivo minaccioso dell’esercito nemico, in questo caso composto da migranti ed emarginati sociali in generale. Nei fatti, il rischio di un’invasione non sussiste; grazie agli sforzi dei vari governi succedutisi finora, gli arrivi di migranti in Italia sono drasticamente calati e tantissimi ora sono ancora detenuti in schiavitù nelle carceri libiche, sottoposti a ogni genere di crudeltà lontano dagli occhi dell’ONU. In sincronia con i provvedimenti DASPO di Minniti e, in seguito, con quelli di Salvini quando era ministro dell’Interno, il braccio della legge a Como ha cominciato a scagliarsi in maniera quasi esclusiva contro mendicanti, rifugiati, nomadi, artisti di strada e chiunque possa essere percepito come pericoloso o semplicemente “fastidioso” dall’opinione pubblica. Tutti ricordano la crisi umanitaria che fece scalpore nel 2016 quando centinaia di profughi abissini rimasero accampati per mesi in stazione S. Giovanni nella speranza di poter attraversare la frontiera con la Svizzera. Una città turistica come Como non poteva certo presentare ai visitatori uno scenario da campo-profughi nel cuore cittadino! Così disposero Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Polizia Locale a pattugliare l’area in concerto e intensificarono le costosissime deportazioni di migranti verso i centri di accoglienza del sud Italia. Il risultato di tali misure era che i migranti prendevano il treno o il bus dalla Puglia o dalla Calabria e facevano ritorno alla stazione della città di confine, allo stremo ma ancora decisi a raggiungere i parenti in nord Europa. E così giornalisti, politici, movimenti d’azione cattolici, centri sociali, squadre neofasciste, volontari, associazioni private, artisti, tutti presero parte all’inaspettato scontro di civiltà. Ma poi, di che civiltà stiamo parlando? Qual è il motore della civiltà, la compassione o la paura? Il clima di tensione sbollì solo quando in previsione dell’inverno il consiglio comunale decise di creare fra l’oratorio di S. Rocco, il cimitero monumentale e la ferrovia un complesso di prefabbricati gestito dalla Croce Rossa Italiana, dove i rifugiati venivano ospitati, ben nascosti dallo sguardo dei turisti chiaramente. Ma oggi la Croce Rossa non c’è più.

Riflettendo su queste cose lungo il tragitto, noto che l’amministrazione comunale e la Polizia di Como almeno sembrano avere a cuore l’incolumità dei cittadini che proclamano di difendere. Se non altro ascoltano le loro paure, infondate o meno. Al di là dell’ignoranza, l’ipocrisia, la xenofobia e i doppi fini politici, ciò è ragionevole perché ogni governo in teoria dovrebbe interessarsi alla sicurezza dei propri contribuenti. Un italiano X, generalmente, sa di avere una certa protezione e di poter rivendicare i propri diritti in quanto cittadino italiano, ovvero, membro di uno Stato con struttura e leadership abbastanza forti e credibili da riuscire a tutelarlo, in Italia o all’estero che sia. Il cittadino di una giovane nazione decolonizzata, come la Nigeria, chi ha alle spalle per essere difeso all’estero se pure “a casa sua” viene è trattato da subumano dai suoi stessi leader? Come può confidare nella giustizia e nelle istituzioni quando il governo genera appositamente i blackout e manda i soldati a sparare indiscriminatamente su gente innocente che non la pensa uguale? Purtroppo, nel vocabolario di un nigeriano popolare – e non solo – stazione di Polizia significa frode, estorsione, tortura e, non di rado, morte. Sia chiaro, con questo non sto dicendo che tutti i poliziotti nigeriani siano corrotti, anzi. Polizia ed esercito nigeriani sono intervenuti nelle zone di conflitto di altri paesi africani portando un sostegno notevole e sono ammirati in tutto il Continente per la preparazione e l’efficacia dimostrate. Ahimè, però, in casa propria ognuno toglie le scarpe e l’odore che ne esce difficilmente sa di rose: i salari ridicoli, la frustrazione clinica, la provenienza da contesti sociali miserabili, la corruzione legittimata, la mancanza di punibilità per i reati commessi sono alcuni dei fattori che portano un numero considerevole di soggetti a sfruttare un distintivo per fini personali, spesso commettendo abusi e infamità, mentre il sistema giudiziario attuale non è disegnato per assistere chi è più indifeso. La SARS è un esempio di questo cancro congenito nella società nigeriana. Acronimo di Special Anti-Robbery Squad, la SARS è un corpo di polizia speciale creato nel 1992 e che negli anni si è macchiato di ogni sorta di crimine efferato proprio come i delinquenti che insegue.

Nella Lagos dove risiede la mia famiglia, quando salgo in auto con Kelvin, i miei zii mi sconsigliano di sedermi sul sedile anteriore con lui dato che, vedendo due ragazzi vestiti bene, la Polizia potrebbe pensare – o voler pensare – che siamo rapinatori o yahoo boys ed inizierebbero a darci un sacco di wahala, come sarebbe potuto accadere benissimo a ShopRite con quei due grossi agenti in borghese. L’eccesso di violenza della Polizia contro i cittadini in Nigeria può essere paragonato a quello dei cops contro le comunità afroamericane e ispaniche nei ghetti statunitensi. Tuttavia, se in quest’ultimo caso esiste la componente razziale e dalla narrazione ormai romanzata del razzismo negli Stati Uniti (senza il quale non sarebbero gli Stati Uniti) nascono movimenti di protesta e hashtagismi globalizzati come Black Lives Matter, sul quale ora come ora un po’ tutti ci speculano, nel primo caso invece si tratta di quotidiana brutalità comunemente accettata da parte di un africano su un altro africano, brutalità della quale la maggior parte dei media internazionali non parlerà. Mio cugino un giorno mi raccontò di quando per leggerezza diede il suo cellulare ad un amico, un ragazzo affiliato agli omonile. Questo fece una chiamata col suo cellulare e la SARS intercettò la conversazione. In perfetto stile militare, la polizia speciale fece un assalto nell’abitazione dei miei zii sparando all’impazzata nel quartiere, per poi sfondare la porta e mettere in scompiglio tutte le cose. Mio cugino era a casa da solo, fu arrestato e sbattuto in una cella di sicurezza dove rimase per quattro giorni senza avvocati di ufficio né la minima possibilità di difendersi davanti ad un giudice finché la famiglia pagò per il suo “riscatto”. Innocente, avrebbe potuto essere trasferito a Kiri Kiri, il carcere di Lagos, e restarci dentro per settimane, mesi, chi lo sa, un anno o più. Tutto dipende come al solito dal potere d’acquisto di un individuo per la propria libertà. Un altro esempio di abuso d’ufficio in famiglia coinvolge mio padre. Anni fa, sulla via per andare a cambiare cento dollari da un aboki, venne fermato da due poliziotti che lo minacciarono di consegnargli i soldi, altrimenti lo avrebbero ucciso, sparso un po’ di banconote sul suo cadavere e inscenato il tentativo di fuga di un ladro. Mio padre, sapendo che avrebbero potuto farlo realmente, gli diede tutto ciò che possedeva, ma nella paura riuscì a leggere i nomi degli agenti sul distintivo che portavano al petto. Il giorno stesso si presentò con mia madre al comando di Polizia del quartiere per spiegare l’accaduto al generale della stazione e l’indomani riuscì a farsi ridare una parte della somma sottratta. Anche stavolta la storia ebbe un esito felice ma pure qui fu la pecunia a far scampare mio padre al pericolo immediato.

 

La violenza e l’eredità coloniale 

Dietro l’affermazione di zia Hannah dunque non vi è un pensiero pseudo-anarchico o criminoso, ma una rassegnazione generalizzata ed insanabile verso lo Stato ed i suoi emissari. Fortunatamente, fino ad ora non ci è capitato nulla di tragico tranne qualche piccola mazzetta qua e là, ma anche solo l’aggressività verbale degli ufficiali che abbiamo incontrato mi fa ridere amaramente del decantato senso di fratellanza pan-africano di cui molti europei parlano: “Siete tutti brotha and sistah fra di voi eh?” Non gliene faccio una colpa, non sanno niente sull’Africa perché al sistema-mondo conviene di più mantenere l’oscurantismo sull’Africa, salvo per Lucy, i safari, il Re Leone e, meno male, di recente la musica afro-beats. Non sanno che la democrazia storica occidentale è un esperimento fallito in molti Paesi ex-coloniali, dal momento che non è mai stata scelta ma imposta con la Bibbia ed i moschetti. Non sanno che le repressioni sanguinarie attuate oggi dai governi africani o sudamericani contro chi manifesta pacificamente fanno parte di un’agenda neo-coloniale mirata alla perpetuazione delle diseguaglianze e dell’oppressione.

Da secoli ormai è in atto un processo di disumanizzazione dell’uomo africano di cui l’Occidente non è l’unico responsabile. Pensandoci bene, a Badagry i primi a vendere africani come schiavi ai mercanti europei furono gli africani stessi, i sovrani locali oba. Una delle famiglie reali più influenti nell’odioso traffico furono i Mobee; se uno decidesse di visitare Badagry non potrebbe evitare di fare un salto al Mobee Royal Family’s Slave Relics Museum, dove le reliquie della schiavitù sono ancora custodite. Ma cos’era di preciso lo schiavismo? Avete presente i braccialetti e le collane di conchiglie bianche che per decenni i venditori ambulanti senegalesi hanno provato a rifilarci e che solo negli ultimi anni sono diventate di moda in Italia grazie a Chiara Ferragni? Ecco, quelle conchiglie chiamate cyprea moneta o cauri erano l’euro degli imperi africani pre-coloniali. Ma quando nel 1440 l’anglo-portoghese Prince Henry giunse a Badagry con la sua flotta, a differenza della Ferragni egli non riconobbe il valore monetario dei cauri, così venne stabilito di utilizzare il baratto per le transazioni commerciali con i re. Da allora cinquecentomila uomini, donne e infanti, in maggioranza Yoruba, furono catturati come prigionieri di guerra nell’entroterra, fatti arrivare a Badagry e scambiati per altri beni “di valore”, quaranta africani per un ombrello, dieci per una bottiglia di gin, cento per un cannone grande usato per combattere guerre fratricide contro altri africani. Una volta ceduti agli europei nelle aste di Vlekete market, gli schiavi venivano marchiati sulla pelle con il nome del proprietario come bestiame. I cosiddetti house slaves venivano evirati di pene e testicoli. Nei tre mesi antecedenti l’imbarco essi venivano ammassati in quaranta in celle strette e prive di sufficiente aereazione, le donne violentate davanti ai mariti, ai figli, e lasciate a partorire doloranti nel letame, le ossa spezzate per chi aveva le braccia troppo grosse per indossare le catene, le labbra bucate e serrate con lucchetti metallici perché nessuno potesse nutrirsi delle canne da zucchero raccolte col proprio sudore, i bambini incatenati per tutto il giorno così da evitare distrazioni alle madri, i cani addestrati all’inseguimento e all’uccisione dei fuggitivi, le impiccagioni e le flagellazioni punitive diarie. Quando il numero di schiavi raggiungeva il livello massimo di capacità di una nave, essi venivano traghettati sull’isola di Gberefu di fronte a Badagry Town.

Lì, venivano costretti a bere l’acqua dal pozzo di attenuazione dello spirito degli schiavi. Tutt’ora non si sa se l’acqua fosse corretta o jazzed, cioè stregata con il juju, sta di fatto che bevendo da quel liquido gli schiavi venivano rintontiti prima di essere condotti al punto di non ritorno, dove finalmente venivano fatti salire a bordo, sofferenti e annichiliti. Camminando oggi per l’isola è difficile credere che in un tale paradiso naturale si possa essere consumata una barbarie del genere. Chi non reggeva le umiliazioni e le atrocità si lasciava morire per poi essere seppellito in mezzo agli alberi di cocco o gettato nell’Atlantico in acque infestate di pescecani. Così milioni e milioni di vite umane, in catene pesantissime e incandescenti, venivano vendute praticamente a gratis per quattrocento anni in cui il resto del mondo si sviluppò impassibile e rapido, gettando le basi del capitalismo contemporaneo attraverso il sistema produttivo della piantagione estesa. Solo centosessant’anni fa nei bar dello Stato Pontificio, di Liverpool o Amsterdam, sniffando tabacco e mescolando lo zucchero nel caffè, ancora si rifletteva se i negri avessero un’anima o meno mentre persone che nella loro vita non avevano mai visto l’oceano venivano immagazzinate in seicento, in mille, nelle pance asfissianti e nauseabonde delle navi negriere e spedite verso una destinazione ignota in schiavitù perpetua.

La storia diventa ancora più raccapricciante se si pensa che all’epoca esisteva una tratta più antica di quella europea, quella araba; si stima che nello stesso lasso temporale della tratta transatlantica essi portarono quasi tredici milioni di africani dall’Africa orientale nei califfati asiatici attraverso il Sahara, il Mar Rosso e il Pacifico. Basta fare una piccola ricerca in internet sugli Zanj di Turchia e Iraq o sui Sidi in Pakistan e in India per capire le dimensioni globali della Maafa. Questi schiavi, spesso giovanissimi, avevano principalmente una funzione sociodemografica: le femmine venivano vendute come concubine, o meglio, come schiave sessuali mentre i maschi utilizzati come soldati o servi eunuchi. Solo con l’influsso dei portoghesi e dei britannici nel Pacifico gli schiavi vennero impiegati maggiormente nel lavoro forzato, nelle immense piantagioni di riso e di tè. A parte casi eccezionali in cui qualche africano riuscì a ricoprire ruoli di comando nei ranghi militari e religiosi, le condizioni di vita della maggior parte degli schiavi negli imperi islamici erano incredibilmente orribili, trattati come bestie e finendo spesso nelle mani di psicopatici, seviziatori e pedofili. Pur non essendo riconosciuti come le popolazioni negre del continente americano o europeo, al giorno d’oggi esistono milioni di afro-discendenti in Asia che reclamano maggiore uguaglianza e rappresentanza politica.

 

Leader che amano i cittadini 

Anche negli eventi più macabri la storia ha il suo senso dell’umorismo, basti pensare a Ifaremi, conosciuto anche come sir Williams Seriki Abass, preso schiavo all’età di sei anni in un villaggio dell’odierno stato federale di Ogun e che, una volta liberato, divenne anch’egli trafficante di esseri umani. Schiavo domestico di uno studioso musulmano del Benin di nome Abass, Ifaremi fu rivenduto ad uno schiavista brasiliano di nome Williams, che lo portò in Brasile e gli insegnò a leggere e a scrivere nelle lingue dei bianchi: portoghese, spagnolo, inglese ed olandese. Un giorno il signor Williams pose ad Ifaremi una domanda cruciale: “vuoi tornare in Africa come uomo libero e collaborare nel business degli schiavi con me o vuoi continuare ad essere il mio schiavo?”. Ifaremi scelse la prima opzione. Al ritorno in madrepatria, egli divenne il proprietario del Brazilian Barracoon, la struttura dove milleseicento schiavi venivano imprigionati prima di essere caricati sulle navi. Dato il suo forte interesse per la religione islamica, la comunità musulmana di Badagry gli diede la carica onorifica di seriki. Da qui Williams Seriki Abass. Egli ebbe centoventotto mogli e centoquarantaquattro figli. Oggi i bambini, discendenti di Ifaremi, giocano in quell’edificio fatiscente che è casa loro, corrono sorridendo come se i segni della morte e dell’avidità demoniaca dell’uomo non li turbasse, troppo impegnati a gioire della vita. Un foglio appeso al muro giallo ocra scrostato recita: “Noi discendenti ci pentiamo e siamo davvero dispiaciuti per il ruolo e la collusione di Williams Seriki Abass nella tratta di schiavi transatlantica, o per forza o per scelta. Ci dispiace tanto”.

Tutto questo è per dire cosa? Che nei miei libri di scuola la schiavitù era giusto tre o quattro paragrafetti in un tomo di trecento pagine? Che dovrei smettere di fumare sigarette della British-American Tobacco? Che girando per Napoli, fra un caffè sospeso e una pizza al portafoglio, potrei ricordarmi delle migliaia di africani passati in uno dei più grandi porti schiavistici nel Mediterraneo del ‘600? Forse, ma non è solo per dire questo. L’Africa risorgerà quando i leader africani cominceranno ad amare gli africani, mettendoli al primo posto di tutto, insegnando agli africani ad amare sé stessi e ad avere fiducia nelle istituzioni. Thomas Sankara, Patrick Lumumba, Steve Biko, Ken Saro Wiwa, Fela Kuti e tanti altri provarono a cambiare una mentalità disumanizzante. Tutti furono assassinati, ma ci provarono. Non è giusto incolpare i discendenti dei Mobee o di sir William Seriki Abass che con passione tentano di mantenere viva la memoria di questo luogo di dolore. È vero, in qualche modo con il turismo lucrano su questa memoria ma ho potuto leggere nei loro occhi il peso dell’eredità lasciata dai loro antenati. Quello che voglio dire è che finché gli agenti di polizia estorcono soldi ai cittadini onesti, finché i militari scaricano i caricatori addosso a giovani disarmati che reclamano solo il diritto di vivere, finché i dipendenti dello Stato intascano tangenti per fare il loro dovere, finché l’estrazione del petrolio arricchisce schifosamente solo governatori e compagnie petrolifere straniere distruggendo ecosistemi, finché il presidente si assenta per mesi per farsi curare all’estero anziché negli ospedali del Paese, finché gli alti funzionari africani tacciono di fronte ai loro figli seviziati in Libia o annegati nel Mediterraneo, non ci potrà mai essere perdono sincero per i nostri re.

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