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mercoledì 18 novembre 2020

L'Africa nera vista da Nigrizia

 

Inossidabile resilienza - Raymon Dessi

 

Docente, giurista e avvocato. Ma prima di tutto rivale numero uno dell’ottantasettenne presidente Paul Biya, al potere da trentotto anni. Da settembre Maurice Kamto è di fatto recluso nella sua abitazione da un cordone di polizia che gli impedisce di uscire

 

«Maurice Kamto ha la schiena dritta. Ѐ uno che sa incassare i colpi. Fosse stato qualcun’altro al suo posto, già tempo fa avrebbe piantato baracca e burattini». Il commento sulla resilienza politica del sessantaseienne leader dell’opposizione camerunese è del suo collega Yondo Black, ex-presidente dell’ordine degli avocati del Camerun. La sua affermazione, pronunciata a metà ottobre, evidenzia, in un certo senso, la vocazione suicidaria che deve abitare chi s’impegna ad interpretare il ruolo dell’opposizione nella scacchiera politica camerunese.

Le parole di Yondo Black nei confronti di Maurice Kamto non sono solo un commento di un osservatore esterno. Lui stesso è stato incarcerato, agli inizi degli anni ‘90, per aver osato organizzare una manifestazione politica pacifica, ma contro la quale il governo di allora – e di adesso – aveva posto un veto. Nel 2018, trent’anni dopo, il leader dell’opposizione si è trovato incarcerato per aver organizzato una manifestazione di protesta contro la rielezione dello stesso presidente di allora, Paul Biya.

Alle stesse elezioni aveva partecipato Kamto che si era auto-proclamato vincitore anche sulla base di dati numerici risultanti dallo spoglio. Anche se numerosi osservatori erano d’accordo sul fatto che avesse vinto il leader dell’opposizione, la Commissione elettorale e la Corte costituzionale avevano riconfermando l’inossidabile Paul Biya alla guida del paese.

La memoria collettiva del paese è tutt’oggi scossa dallo svolgimento caotico, in diretta televisiva, del contenzioso elettorale presso la Corte costituzionale, quando le discussioni fra fazioni opposte di giuristi avevano contribuito ad accentuare la gravità delle violazioni denunciate dai leader dell’opposizione, e in particolare da Kamto. Alla fine la Corte costituzionale aveva trovato cavilli giuridici, a volte palesemente pretestuosi, per dichiarare irricevibile ogni ricorso.

Gli altri leader delle opposizioni, impotenti di fronte al castello fortificato del partito governativo e degli organismi giudiziari infeudati, hanno deciso di “piantare baracca e burattini”. Non così Kamto che ha invece rilanciato con un “piano di resistenza nazionale”, sorta di programma di contestazione permanente dell’usurpazione del potere. Programma che richiede il sollevamento delle masse di cittadini camerunesi.

Il primo appuntamento era fissato per gennaio 2019 con una manifestazione pubblica contro il golpe elettorale. I leader dell’opposizione occupavano la testa dei cortei, ma la manifestazione fu subito repressa nel sangue dalle forze dell’ordine. Alcuni gruppi di attivisti camerunesi della diaspora, sparsi in Occidente, s’indignarono e lanciarono una serie di spedizioni punitive contro le ambasciate del paese.

L’operazione andò in porto con il saccheggio, in particolare, della rappresentanza diplomatica parigina. Dai muri dell’ambasciata camerunese gli assalitori staccarono le fotografie del presidente, che sostituirono con quelle di Kamto, cantando l’inno nazionale. Riprese con gli immancabili smartphone, le immagini della scena furono diffuse sul web, in segno di incitamento per i giovani rimasti nel paese, chiamati ad seguire l’esempio.

Non importa che Kamto avesse preventivamente chiesto manifestazioni pacifiche e che non si potesse dimostrare che fosse stato lui a dare indicazioni per l’occupazione delle sedi diplomatiche. Il governo lo arrestò insieme ad alcuni suoi collaboratori in un domicilio privato a Douala e lo trasferì nella temibile e sovraffollata “Rebibbia camerunese”, detta nkodengui, la prigione centrale della capitale Yaoundé, a oltre 200 km dal luogo dell’arresto. Fu liberato quasi nove mesi dopo, come atto di clemenza del presidente Biya.

Maurice Kamto non è un uomo che si lascia intimidire, anche perché conosce profondamente la mentalità del governo, avendone fatto parte per un breve periodo come ministro delegato alla giustizia dal 2004 al 2011, quando dovette dimettersi per motivi personali. La sua competenza in materia giuridica è riconosciuta alle istituzioni internazionali, in particolare a Ginevra, dove ha presieduto un famoso directorium degli esperti giuristi, lavorando su questioni di diritti umani nel mondo.

Del resto, si era meritato il rispetto del paese già negli anni ‘90, quando guidò il collegio dei difensori del Camerun presso la corte internazionale di giustizia, dove il paese era in causa con la Nigeria su una disputa frontaliera. Al centro della contesa, la penisola di Bakassi, avamposto del territorio camerunese all’interno del golfo di Guinea, un fazzoletto di terra galleggiante su petrolio e gas naturale. Kamto vinse il processo, protrattosi dal 1994 al 2002, e la Nigeria dovette ritirarsi dall’isola, restituendola al Camerun.

In decenni di insegnamento nelle università del Camerun il professore ha formato intere generazioni di giuristi, molti dei quali oggi fanno parte degli organi dirigenziali del suo Movimento per la rinascita del Camerun. Le sue mosse da oppositore politico hanno spesso colto il governo di sorpresa, evidenziando i limiti dell’esecutivo nell’amministrare le questioni pubbliche nel paese.

Il suo ingresso nel mondo della politica, nel 2013, ha animato il fronte dell’opposizione e la democrazia camerunese ha dovuto esibire il proprio malconcio stato di salute. Il gioco politico nel Camerun francofono ha preso le sembianze di una battaglia al massacro, dove il governo cerca elementi giustificativi per neutralizzare un oppositore radicalizzato e tenace.

L’ultimo episodio è stato la marcia del 22 settembre, indetta da Kamto nell’ambito del suo piano di resistenza nazionale. Una marcia pacifica, organizzata in tutte le città del paese per chiedere le dimissioni del presidente, sempre più dipinto come un usurpatore.

L’annuncio della protesta, con circa un mese di preavviso, ha fatto scattare un’ampia strategia militare e mediatica, finalizzata a non fare uscire nessuno di casa. Centinaia di manifestanti sono stati arrestati e rinchiusi in luoghi non adibiti alla detenzione temporanea. Le immagini dei reclusi che circolavano su internet li mostravano accalcati in cortili, anche di ville private recintate, esposti alle intemperie e sofferenti.

Alla marcia del 22 settembre Maurice Kamto non ha potuto partecipare. Dal giorno prima la polizia lo ha bloccato nel suo domicilio, impedendogli di uscire. Un vero e proprio sequestro di persona. Da uomo di diritto, Kamto ha sporto denuncia. Una denuncia presentata agli stessi tribunali che nel frattempo avevano disposto l’arresto e la carcerazione dei suoi stretti collaboratori, accusati come lui di essere portatori di un progetto eversivo.

Maurice Kamto “sa incassare i colpi”, dice Yondo Black che riconosce però che, allo stesso tempo, il popolo camerunese guarda questa via crucis personale del professore come uno spettatore passivo, vedendo spegnersi le proprie già tenue aspirazioni di emancipazione.

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A Kinshasa si discute, nel Kivu si muore - Raffaello Zordan

 

Mentre il presidente Tshisekedi ha avviato una serie di consultazioni a largo raggio per tentare di scrollarsi di dosso la tutela di Kabila, nel nordest si susseguono i raid di gruppi armati. La testimonianza del comboniano Gaspare Di Vincenzo

 

Uno dei punti qualificanti del programma di Félix Tshisekedi, eletto due anni fa presidente della Repubblica democratica del Congo, era di portare la stabilità del nordest del paese, in particolare nelle province del Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri. Province ricche di risorse minerarie e terreno di disputa di numerose milizia armate, alcune delle quali al soldo di Rwanda e Uganda.

Padre Gaspare Di Vincenzo, comboniano che lavora a Butembo (Nord Kivu), dice a Nigrizia: «Qui la situazione continua a essere disastrata. Ci sono attacchi continui e massacri che colpiscono la popolazione. L’ultimo è stato venerdì 30 ottobre: ci sono stati 19 morti alla porte della cittadina di Butembo. Il gruppo armato che ha colpito proveniva dalla valle del Graben, al confine con l’Uganda».

Questo sta accadendo perché il mandato di Tshisekedi è fortemente condizionato dalla coalizione dell’ex presidente Joseph Kabila, che ha la maggioranza sia alla camera sia al senato e che non ha certo tra le priorità quella di stabilizzare l’area del nordest.

Kabila infatti si è sempre guardato dall’interferire con le mire del regime rwandese di Kagame sulla Rd Congo. Ma è stato Tshisekedi a sceglierselo come alleato alla vigilia delle elezioni del 2018, che poi si sono svolte all’insegna del disprezzo degli elettori e della falsificazione dei risultati delle urne.

Continua padre Di Vincenzo: «Oltre a uccidere, il gruppo armato ha incendiato il villaggio, saccheggiato tutto il possibile e rapito una parte degli abitanti, tra questi gli infermieri di un piccolo dispensario. Anche la chiesa è stata profanata».

Dovrebbero fischiare gli orecchi a Tshisekedi che, dopo essersi accorto di essere prigioniero di Kabila, sta dedicando questa settimana a un ciclo di consultazioni a tutto campo: lo scopo è di capire se fuori dall’area governativa può trovare interlocutori ed escogitare una via d’uscita politica. Un assetto che gli consenta di avviare le riforme. La strada maestra sarebbe quella di indire nuove elezioni legislative, sciogliendo le camere. Ma non sembra praticabile.

In ogni caso, il presidente ha incontrato i responsabili uscenti della Commissione elettorale indipendente, che porta la responsabilità maggiore delle elezioni-truffa del 2018 e che deve essere rinnovata per intero. Poi ha visto i rappresentanti delle confessioni religiose, le organizzazioni sindacali e vari esponenti della società civile.

Ha in programma anche un confronto con il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovi di Kinshasa, e con la Conferenza episcopale congolese, che ha criticato aspramente il processo elettorale e il voto del 2018.

«Tra gli uccisi nel raid di venerdì scorso – sottolinea padre Gaspare – c’è anche il catechista Richard Kisusi della parrocchia di Maboya sulla strada che va verso l’Uganda. È stato legato, insieme ad altre persone, davanti alla chiesa e poi ucciso. Aveva finito, giusto il 24 ottobre, il corso di formazione annuale al centro catechistico di Butembo. E aveva ricevuto insieme a 65 catechisti l’attestato di partecipazione e l’accreditamento a poter esercitare la funzione di animatore catechista nella parrocchia di Maboya. Era un ragazzo molto intelligente, gioioso, amava la musica. Io stesso gli ho insegnato liturgia e missiologia: spiccava tra i suoi compagni. Lo affidiamo alla misericordia del Signore insieme con tutte le persone uccise. E ci auguriamo che la comunità internazionale e lo stato congolese possano intervenire e mettere fine a questi massacri attuati per occupare terre e sfruttare le risorse minerarie della regione».

Vista dalla capitale Kinshasa e vista dal Nord Kivu, la Repubblica democratica del Congo non sembra le stessa nazione.

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Prigioni segrete e torture (in Ciad) - Pyrrhus Banadji Boguel (Commissione nazionale dei diritti dell’uomo)

 

 

L’Agenzia nazionale di sicurezza (Ans), che risponde direttamente al presidente, gestisce prigioni parallele dove infligge sevizie ai detenuti. Lo afferma un rapporto della Convenzione ciadiana di difesa dei diritti dell’uomo. Due ex prigionieri raccontano che cosa succede in quelle celle.

 

La Convenzione ciadiana di difesa dei diritti dell’uomo (Ctddh) ha di recente reso pubblico un rapporto in cui afferma che ci sono prigioni segrete, gestite dall’Agenzia nazionale di sicurezza, (Ans) che sono vere e proprie anticamere della morte.

Il ministro della giustizia non ha negato l’esistenza di queste prigioni, ma ha detto che i detenuti sono «trattati bene». Affermazione che ha provocato la reazione di persone che sono stati ospiti delle prigioni dei servizi di sicurezza. Due di loro hanno accetto testimoniare apertamente.

Una delle prigioni segrete è sulla via Farcha, nella capitale N’Djamena, di fronte al ministero dei lavori pubblici. Nelly Versinis Dingamnayal, presidente del Collettivo contro il carovita, vi è stato rinchiuso la prima volta nell’aprile 2017 per aver organizzato uno sciopero dei commercianti. Daniel Ngadjadoum, esponente del partito Federazione per la repubblica, era finito il quella prigione nel febbraio 2017 per aver tenuto un convegno sul governo del presidente Idriss Déby, al potere da trent’anni.

Le loro versioni concordano. Entrambi assicurano che sono stati condotti in questo centro di detenzione con gli occhi bendati. Una volta sul posto sono stati «gettati» in una piccola cella sovraffollata. Dingamnayal ha detto ai microfoni di Radio France Internationale: «Ero ammanettato e la prigione era lugubre, scura».

Le sevizie, programmate tra le 23 e le 4 del mattino, sono iniziate fin dal primo giorno. Racconta Ngadjadoum: «Peperoncino negli occhi, bastonate, cavi elettrici… mi hanno infilato un tubo nel ventre e versato acqua del rubinetto a forte pressione, poi mi hanno tolto il tubo e incominciato a calpestare il mio ventre…».

Una variante dei supplizi era cospargere un sacchetto di plastica di peperoncino in polvere e infilare il sacchetto sulla testa della vittima, testimonia Dingamnayal. E durante la detenzione veniva dato un solo pasto al giorno.

Sia Dingamnayal che Ngadjadoum sono figure pubbliche e quindi i media locali, seguiti da quelli internazionali, si sono interessati al loro caso e lo hanno rilanciato. All’epoca, dei medici hanno potuto verificare la gravità delle torture subite dai due, che hanno sporto denuncia. Ma finora, assicurano, non si è mosso nulla.

 

I limiti del mandato

L’Agenzia nazionale di sicurezza è stata creata nel 1993 con il decreto 302 e in seguito ristrutturata con un altro decreto nel gennaio del 2017. Secondo l’articolo 2 di quest’ultimo decreto, l’Ans è un servizio speciale che ha la missione di contribuire alla protezione delle persone e dei beni oltre che alla sicurezza delle istituzioni della repubblica.

L’Ans esercita le sua funzione nel quadro della legge e degli impegni internazionali che il Ciad ha sottoscritto. Contribuisce inoltre, in collaborazione con altri servizi dello stato, al mantenimento dell’ordine, della sicurezza e della tranquillità pubblica. L’Agenzia risponde direttamente alla presidenza della repubblica.

Tra le sue attribuzioni quelle di ricercare, raccogliere e utilizzare le informazioni che hanno a che vedere con la sicurezza dello stato; di rilevare, prevenire e anticipare ogni azione sovversiva e destabilizzante, diretta contro gli interessi vitali dello stato.

L’articolo 7 del decreto specifica che la missione dell’Ans deve attuarsi nel rispetto dei diritti dell’uomo. E l’articolo 8 dice che l’Ans ha il potere di procedere all’arresto e alla detenzione di persone sospettate di rappresentare una minaccia, reale e potenziale: il tutto nel rispetto delle leggi della repubblica.

Quando l’Ans detiene persone in maniera arbitraria e illegale, e infligge trattamenti inumani e degradanti, oltrepassa i limiti del suo mandato. Per questo la Commissione nazionale dei diritti dell’uomo ha chiesto ufficialmente di poter visitare le prigioni dell’Ans. Finora non ha ricevuto risposta.

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Etiopia, la crisi si aggrava - Bruna Sironi

 

Il conflitto interno, allargatosi nei giorni scorsi all’Eritrea, rischia di fare da detonatore per l’intera regione, dal Sudan alla Somalia

 

In meno di due settimane la crisi etiopica è diventata una crisi regionale che coinvolge l’Eritrea e il Sudan, mette in gioco la sicurezza della Somalia e, in modo indiretto, anche quella del Kenya e forse di Gibuti.

Un’escalation che con ogni probabilità non era nelle intenzioni del primo ministro Abiy Ahmed, quando, lo scorso 4 novembre, ha ordinato all’esercito federale di riportare l’ordine nel Tigray, ma che molti osservatori paventavano.

Il braccio di ferro tra Addis Abeba e Macallé (capitale del Tigray) era diventato così grave che non si poteva pensare che si sarebbe risolto con un’operazione chirurgica, alla fine della quale la regione “ribelle” si sarebbe adeguata alle disposizioni del governo federale.  Infatti, in pochi giorni si è superato di molto il punto in cui la controversia poteva essere rapidamente composta grazie a pressioni internazionali e mediazioni regionali.

E’ impossibile, ad esempio, prescindere dalle atrocità commesse in questi pochissimi giorni di conflitto, che hanno già spinto più di 20mila persone a cercare rifugio oltre confine, in Sudan, dove, secondo agenzie dell’Onu competenti, si prospetta l’ennesima crisi umanitaria della regione.

Alcuni episodi sono diventati di dominio pubblico nonostante l’isolamento del Tigray – causato dalla chiusura dello spazio aereo, delle linee telefoniche e della rete internet – come i bombardamenti di basi militari che avrebbero fatto invece molte vittime civili, o il massacro di decine, forse centinaia, di persone nella cittadina di Mai-Kadra, al confine con la regione Amhara.

Crimine denunciato da Amnesty International, che ne attribuisce la responsabilità a milizie fedeli al Tplf, il Fronte popolare di liberazione del Tigray, pur sottolineando che è stato impossibile finora confermarne i dettagli in modo indipendente.

I profughi nei campi sudanesi ne danno una versione differente. Secondo interviste a testimoni oculari raccolte dalla Reuters, l’attacco ai civili, comprese donne e bambini, sarebbe stato fatto da milizie amhara allineate con l’esercito di Addis Abeba.

Nella crisi etiopica si combatte infatti anche una guerra a colpi di notizie false e di mistificazioni, in cui è quasi impossibile districarsi. Il ginepraio più fitto riguarda probabilmente il coinvolgimento dell’Eritrea, dato per scontato dal governo del Tigray fin dal primo giorno della crisi, ma sempre negato dagli accusati.

La scorsa settimana un sedicente giornalista del canale arabo della televisione governativa eritrea aveva fatto circolare sui social media la notizia che l’esercito di Asmara si era ormai attestato a Badme, la cittadina simbolo della guerra di confine del 1998/2000, assegnata all’Eritrea dal tribunale dell’Aja, ma che i tigrini non avevano mai voluto restituire, neppure dopo la pace siglata tra i due paesi nel 2018.

Il post, che aveva scatenato l’entusiasmo social dei nazionalisti eritrei, non è mai stato né confermato né smentito dagli interessati e, in mancanza di  fonti attendibili, non è stato ripreso da nessun mezzo di informazione indipendente. Una provocazione? L’indizio dell’obiettivo di un eventuale intervento eritreo? Tutte le ipotesi sono possibili, compresa quella che in realtà si trattasse di uno specchietto per le allodole a copertura di sviluppi futuri.

Sta di fatto che la narrazione del coinvolgimento eritreo ha determinato la regionalizzazione conclamata del conflitto. Sabato 14 novembre, verso sera, Asmara è stata colpita da almeno tre missili partiti dal Tigray. Obiettivi: l’aeroporto internazionale e il ministero dell’Informazione, che, particolare non irrilevante, si trova in città.

Nulla si sa ufficialmente di danni e vittime. Le autorità eritree minimizzano, ma testimoni in loco parlano di diversi feriti. L’attacco è stato rivendicato dal presidente tigrino Debretsion Gebremicael – destituito con l’intera giunta regionale e colpito da un mandato di cattura – con un discorso ufficiale alla televisione della regione. Se davvero l’Eritrea si era finora tenuta al di fuori dalla crisi etiopica, ora avrà un ottimo argomento per intervenire con tutto il suo apparato militare.

Più tardi la stessa tivù ha presentato un gruppo di presunti prigionieri di guerra eritrei. Ma è impossibile distinguere un giovane eritreo da un giovane tigrino, che non differiscono in nulla fisicamente e parlano la stessa lingua. Nel comunicato con cui il primo ministro Abiy Ahmed ufficializzava l’intervento dell’esercito federale nella regione si accusava il Tplf di aver fatto confezionare divise eritree proprio allo scopo di mistificare la realtà.

Probabilmente l’unica cosa certa tra tante notizie controverese e impossibili da verificare è che ormai neppure Abyi Ahmed crede che la crisi nel Tigray possa essere risolta velocemente, sostituendo il governo regionale e portando in tribunale i responsabili della “ribellione”, come, con ogni probabilità, si proponeva di fare.

Ed è anche possibile che si trovi in difficoltà sul piano militare perché potrebbe aver perso il pieno controllo degli uomini del contingente del nord, di stanza a Macallé, il nerbo del suo esercito. Le autorità tigrine, infatti, hanno dichiarato che molti militari del contingente hanno disertato unendosi alle loro milizie – Addis Abeba ha fermamente smentito -, mentre quelle sudanesi hanno fatto sapere che tra i profughi civili che hanno passato il confine ci sono anche un certo numero di militari, a cui è stato chiesto di consegnare le armi.

Sta di fatto che Abiy ha deciso di richiamare il contingente etiopico che dal 2006 era di stanza in Somalia, dove contribuiva alla stabilizzazione del paese e alla lotta al terrorismo. Il governo di Mogadiscio si trova perciò ora più esposto in un momento critico, il periodo pre elettorale – le elezioni sono previste a febbraio – mentre assiste ad un intensificarsi degli attacchi del gruppo al-Shabaab. Se in Somalia diventa impossibile controllare il territorio, anche per il Kenya diventa più difficile evitare gli sconfinamenti dei terroristi nel paese.

La crisi etiopica rischia, insomma, di innescare una vera e propria cascata di cause concatenate di destabilizzazione in tutta la regione, che è già tra le più problematiche del continente.

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I redditizi affari di al-Shabaab - Bruna Sironi

 

Tasse, estorsioni, traffici illeciti. Il movimento terrorista somalo si è trasformato negli anni in una vera e propria organizzazione di stampo mafioso, in grado di guadagnare cifre astronomiche che reinveste in immobili e altre attività regolari. Soldi che vengono movimentati anche tramite il sistema bancario nazionale

 

Da anni il Consiglio di sicurezza dell’Onu segue con particolare attenzione la Somalia, avvalendosi di gruppi di esperti in grado di analizzare l’evolversi della situazione in relazione alle risoluzioni dell’Onu che riguardano il paese in settori chiave quali la sicurezza, il commercio delle armi, il controllo del territorio, la minaccia terroristica. Grande attenzione è riservata all’evoluzione del gruppo al-Shabaab, il primo e più importante alleato di al-Qaeda nell’Africa Orientale.

Negli ultimi rapporti presentati dagli esperti al Consiglio di sicurezza è emerso un crescente rafforzamento economico del gruppo. In pochi anni – dal 2006, quando è nato dalle milizie giovanili dell’Unione delle corti islamiche sconfitte dal governo federale di transizione, e per suo conto dall’esercito etiopico sostenuto dalla comunità internazionale – al-Shabaab ha organizzato una specie di “stato parallelo” capace di imporre tasse e balzelli non solo nel vasto territorio controllato, ma fin nei gangli economici del paese, quali il porto e i mercati di Mogadiscio, di Kisimayo e di Baidoa.

Il gruppo è stato anche in grado di differenziare le sue fonti di finanziamento. Fino ad un paio d’anni fa, la maggiore, o la più conosciuta, era costituita dai balzelli sul commercio del carbone di legna, raccolti durante il trasporto al porto di Kisimayo, da dove la merce partiva soprattutto verso la Penisola Arabica e gli Emirati del Golfo.

Fonti credibili stimano che il traffico del carbone abbia fruttato almeno 7 milioni di dollari all’anno al gruppo terroristico. La fonte di finanziamento era così importante che nel 2012 l’Onu bandì il suo commercio, che però continuò illegalmente, e continua anche adesso, seppur con maggiori difficoltà, grazie alla connivenza di molti nel paese e tra il personale del contingente della missione di pace Amisom che pure ne traevano, e ne traggono, un notevole vantaggio economico.

Secondo rapporti diffusi recentemente dalla commissione di esperti Onu e dall’istituto Hiraal, un centro di ricerca specializzato in analisi sulla sicurezza in Somalia e nei paesi del Corno d’Africa in generale, ora al-Shabaab è in grado di raccogliere almeno 15 milioni di dollari al mese, una cifra pari al gettito fiscale del governo ufficiale. Almeno la metà dei fondi provengono dalla capitale, Mogadiscio.

I proventi sono raccolti con la minaccia, e se necessario con la violenza, imponendo quello che noi in Italia chiameremmo “il pizzo” a tutti coloro che hanno attività economiche, non solo nelle zone rurali controllate ma anche nelle zone urbane e nella stessa capitale.

Il gruppo è stato in grado di infiltrarsi nelle istituzioni del paese, come ad esempio gli uffici doganali del porto di Mogadiscio, da cui passa la maggior parte dei beni importati ed esportati dal paese, in modo da avere le informazioni necessarie per imporre i propri balzelli in modo proporzionale al giro d’affari.

Per i riscossori del gruppo, un container da 40 piedi “varrebbe” 160 dollari, uno da 20, 100 dollari. Lo affermano diversi commercianti, testimoni in inchieste giornalistiche credibili, i quali aggiungono che al-Shabaab avrebbe accesso alle informazioni ufficiali degli agenti portuali e saprebbe sempre con precisione a chi rivolgersi per la riscossione. Lo stesso avviene praticamente in tutti i settori economici.

Secondo gli ultimi rapporti, tutte o quasi le maggiori compagnie del paese pagano mensilmente una tangente ad al-Shabaab e annualmente versano una sorta di zaqat, il contributo dovuto da ogni buon musulmano per il sostegno degli indigenti, pari al 2,5% del proprio giro di affari. Nelle zone controllate dal gruppo, perfino i comandanti di contingenti militari pagherebbero, pur di salvaguardare la sicurezza propria e quella dei propri uomini.

Ma questa dinamica, da molti osservatori definita come mafiosa, era già conosciuta. Nell’ultimo periodo è stata probabilmente resa più efficace e capillare, grazie alla crescente influenza del gruppo anche nelle zone controllate dal governo

La novità degli ultimi rapporti riguarda piuttosto l’investimento delle risorse nel settore edilizio ed immobiliare e nel commercio, compreso quello che alimenta i maggiori mercati della capitale e del paese, facendo transitare ingenti somme, si direbbe in modo regolare, attraverso il sistema bancario ufficiale somalo, nonostante una legge varata nel 2016 abbia l’obiettivo proprio di impedire le operazioni finanziarie di gruppi terroristici.

I ricercatori hanno seguito in particolare le operazioni di due conti correnti aperti presso la Salaam Somali Bank. Su uno, quest’anno, in un periodo di due mesi e mezzo, sono transitati 1,7 milioni di dollari che potrebbero essere frutto della raccolta della zakat. Sull’altro, che potrebbe essere stato aperto per le tangenti raccolte al porto di Mogadiscio, sono stati depositati 1,1 milioni di dollari da metà febbraio alla fine di giugno di quest’anno.

Complessivamente sono state effettuate 128 operazioni nelle quali sono stati mossi più di 10mila dollari, l’ammontare massimo, oltre il quale avrebbero dovuto scattare i controlli dell’autorità competente, il Financial reporting centre. La responsabile del centro, Amina Ali, cui l’agenzia Reuters ha chiesto se i conti erano stati chiusi, si è limitata a dire, in modo evasivo, che “tutti i passi necessari sono stati fatti”.

Hussein Sheikh Ali, ex consigliere dei servizi di intelligence somali e fondatore dell’istituto Hiraal, al-Shabaab si è dimostrata molto efficiente nel raccogliere soldi. Ed è ormai risaputo che ne raccoglie molti più di quanti gliene servano per gestire la propria organizzazione.

Secondo i rapporti citati, l’anno scorso avrebbe speso circa 21 milioni di dollari per sostenere circa 5mila miliziani e per l’organizzazione di operazioni terroristiche nel paese e nella regione. Circa un quarto della somma sarebbe andata ai suoi propri servizi di spionaggio, l’Amniyat intelligence.

Dell’ingente surplus, una parte sarebbe ben investita, e un’altra, afferma Hussein Sheikh Ali «… crediamo che potrebbero mandarla ad al-Qaeda».

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sabato 6 luglio 2019

STIAMO FACENDO IL CALLO AL RAZZISMO - Marco Aime


Sono davvero fortunati gli africani ad avere al loro fianco un personaggio come Fabio Carini, l’organizzatore della Mezza maratona di Trieste del 5 maggio. Fortunati ad avere uno che lotta per il loro bene, che per proteggere quelli di loro che sono bravi nella corsa dallo sfruttamento, aveva pensato di escluderli dalla corsa. Per il loro bene!
Come dire che l’apartheid sudafricano era un modello per preservare la genuinità dei neri dalla corruzione del capitalismo bianco. Sembra impossibile eppure è tutto vero.
Diventa persino difficile parlare di un gesto così miserabile, che non meriterebbe nemmeno tre righe, ma non si può tacere, non si può accettare che dopo averlo annunciato e messo per iscritto, i responsabili se la cavino con un “ma era una provocazione, no?”. Si stava scherzando, un colpetto per togliersi la polvere dalla spalla e via. Tutto finito, uno scherzo, no?
No! Se si voleva denunciare lo sfruttamento di certi atleti, si potevano denunciare quei manager scorretti che lucrano sulla pelle dei fondisti africani. Il problema è che certi atteggiamenti, per il tono, il linguaggio e i contenuti, non sarebbero stati tollerati qualche stagione fa. Invece oggi spostiamo sempre più in là il limite del tollerabile.
Ricordate nel 2009 quando l’allora semplice deputato, ma capogruppo del Carroccio in Consiglio comunale a Milano, Matteo Salvini propose di instituire vagoni della metropolitana milanese separati per gli extracomunitari (allora si chiamavano così) perché così ci sarebbe stata più sicurezza per gli italiani?
Uno scenario da Alabama degli anni Cinquanta, quando Rosa Parks, divenuta un simbolo di chi si batte per i diritti civili, si rifiutò di cedere il posto sull’autobus a un bianco… Dieci anni or sono, la trovata di Salvini suscitò alcune reazioni, anche da parte di esponenti del Popolo della libertà, il partito nato dall’Unione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale.
Se oggi qualcuno riproponesse una idea simile, la reazione, se ci sarà, sarà minore. La prima volta la frase suscita anche un po’ di indignazione, ma la seconda volta passa inosservata. Ci sembra normale, ci abbiamo fatto il callo e l’asticella della tolleranza si è alzata ancora una volta.
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martedì 4 giugno 2019

Nell’anniversario del massacro di Piazza Tienanmen, 30 anni dopo

a Khartoum, nel Sudan, massacrano i manifestanti 




I MILITARI GETTANO LA MASCHERA - Bruna Sironi

Alla vigilia della festa per la fine del mese di Ramadan, la più sentita, intima e familiare nel mondo islamico, il Consiglio militare transitorio (Tmc), sudanese ha gettato la maschera. Dopo giorni di incidenti e velate minacce, ieri ha disperso in un bagno di sangue i manifestanti che da circa due mesi presidiavano la zona attorno al quartier generale dell’esercito, a Khartoum.
A fine giornata il bilancio era tremendo: almeno 35 morti e 650 feriti - tra cui uno dei leader della protesta, Madani Abbas Madan - secondo i dati riportati da Radio France International. Un bilancio ancora provvisorio. Molti feriti sono in gravissime condizioni, dice il comunicato del comitato di coordinamento dei medici legato all’opposizione, mentre circolano voci che molti corpi potrebbero essere stati gettati direttamente nel Nilo che scorre a ridosso della zona dell’attacco.
Nulla si sa ancora sul numero degli arrestati ma, secondo testimoni oculari, ieri sera erano in atto perquisizioni a tappeto. Poi le comunicazioni via internet sono state interrotte e per ora circolano liberamente solo le notizie ufficiali. Se l’interruzione sarà di lunga durata, come è probabile, le informazioni dell’opposizione e di fonti indipendenti d’ora in poi potranno essere diffuse solo con il contagocce.
Ieri sera alle 9.34, Hiba Morgan, una dei corrispondenti di Al Jazeera dalla capitale sudanese, ha commentato via Twitter “Si sentono ancora spari in diverse zone di Khartoum… I servizi mobili di trasmissione dati sono stati chiusi… qualsiasi cosa accada questa notte, quelli che stanno documentando non potranno condividerlo con il mondo”. Sarà così più facile per la giunta militare manipolare la realtà di fronte all’opinione pubblica internazionale, ripetendo l’operazione già riuscita al passato regime sul conflitto in Darfur: regione isolata, regione pacificata.

Spari sulla folla
L’opera di manipolazione è già cominciata. Nei giorni scorsi gli incidenti al presidio erano stati attribuiti a provocatori, ma i testimoni affermavano concordemente di essere stati attaccati da miliziani delle Rapid support forces (Rsf) del vicepresidente Hemmeti. Ieri, il portavoce ufficiale della giunta militare ha dichiarato che non era stato attaccato il presidio in sé, bensì una zona in cui si registravano attività illecite e continui episodi di micro criminalità.
Ma le immagini che giravano live sui social media (riquadro piccolo in alto) raccontavano fatti ben diversi: il quartier generale delle forze armate difeso da decine di veicoli militari carichi di soldati e con le mitragliatrici rivolte verso la piazza; numerose donne sedute in gruppo davanti ai militari pronti ad arrestarle con alle spalle decine di morti e feriti; le tende allestite dai dimostranti nella piazza completamente distrutte… Una desolazione dopo giorni e giorni di fervore organizzato e pacifico che dimostrava come avrebbe potuto essere un nuovo Sudan, libero e democratico.
La Sudan professional association (Spa), nel comunicato diffuso ieri, scioglie ogni dubbio sulle responsabilità della repressione: il Tmc è responsabile dell’attacco, portato avanti dalle Rsf spalleggiate dalle forze di sicurezza e dalla polizia. La Spa considera l’episodio un crimine contro il popolo sudanese e un ritorno al modo di operare e alle politiche del vecchio regime. E conclude dicendo che la rivoluzione continuerà fino alla vittoria.

Trattative cancellate
Durante la notte è arrivata la dichiarazione ufficiale rilasciata dal capo del Tmc, generale Abdel Fatah al-Burhan, attraverso la televisione di stato: interrotte le trattative con le forze dell’Alleanza per la libertà e il cambiamento (Fca), cancellati gli accordi finora raggiunti, elezioni tra nove mesi perché “la legittimità della rappresentanza può uscire solo dalle urne”. Cioè, si torna all’inizio del percorso in cui l’opposizione che ha riempito le piazze per chiedere un Sudan diverso è considerata alla stregua dell’opposizione che di fatto ha sostenuto il passato regime fino alla fine, caso mai criticandolo da posizioni islamiste ancor più radicali.
E si può scommettere che l’obiettivo ultimo delle elezioni è la restaurazione, falsamente legittimata dalla volontà popolare, di un regime autoritario falsamente civile, magari non inquadrato nella cornice della fratellanza musulmana, com’era quello del deposto presidente al-Bashir, ma modellato sul quello egiziano di al-Sissi e solidamente alleato all’Arabia Saudita.
Quanto al massacro delle ore precedenti, è stato derubricato come un incidente a margine dello sgombro della via del Nilo, che è solo adiacente alla piazza del presidio. Burhan ha inoltre lanciato altre striscianti minacce: la stabilità del paese ha un costo e richiede sacrifici. E infine, ha chiamato l’opposizione come corresponsabile della repressione, ovviamente perché non si è piegata alla richieste della giunta militare.
La risposta non si è fatta attendere. In un comunicato diffuso questa mattina da Sudo (Sudan development organization), il suo presidente e noto difensore dei diritti umani Mudawi Ibrahim Adam, dice di condannare nel più forte dei termini gli omicidi commessi dal Tmc che ne è il solo e unico responsabile. Che la responsabilità dell’opposizione è, caso mai, quella di aver pensato che il Tmc potesse essere un interlocutore sincero e credibile, mentre il suo obiettivo era quello di controllare il potere e di difendere gli interessi del passato regime.

Egitto, Arabia ed Emirati
Che succederà adesso? Analisti citati dalla BBC prevedono un’escalation di brutalità negli scontri con l’opposizione pacifica. Anche perché sembra evidente che nella giunta hanno avuto il sopravvento i falchi, tra i quali spicca il vicepresidente, comandante delle Rsf che ha applicato ieri a Khartoum i metodi usati nella repressione della ribellione in Darfur. Non si può, inoltre, non osservare che la svolta arriva dopo le visite dei giorni scorsi di Burhan ed Hemmeti in Egitto, negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, quasi a farsi dare il via libera dagli alleati.
Ma, dice il comunicato della Spa, la rivoluzione continuerà fino alla vittoria. I prossimi giorni ci diranno se e come l’opposizione potrá continuare il suo percorso verso la trasformazione democratica del paese che ha già avuto un costo molto alto e ha richiesto grandi sacrifici che, almeno per ora, non hanno fermato la determinazione della gente che persegue il sogno di un Sudan diverso.
da qui

martedì 15 gennaio 2019

Alziamo la voce e la testa - Marco Aime




Poco a poco il mosaico salviniano si va componendo e l’immagine che ne appare è tutt’altro che tranquillizzante. L’innalzamento progressivo dei toni, le provocazioni all’Europa e gli insulti ai migranti (“la pacchia è finita!”), gli atteggiamenti da bullo, le ruspe e una sempre maggiore propensione per una giustizia fai da te. A nulla servono le ripetute sparatorie che i media statunitensi, paese della libera circolazioni di armi, ci raccontano regolarmente, le vittime innocenti di squilibrati o assassini per rabbia. Favoriamo il commercio delle armi, visto che peraltro le maggiori industrie che le producono sono, guarda caso, proprio in Lombardia.
La strategia lego-fascista è ormai chiara: creare uno stato di tensione permanente, costruito sulla paura dei migranti, per poi avere mano libera su provvedimenti lontani da ogni concetto di democrazia. Per spadroneggiare, grazie alle paure indotte, sulle spalle degli ultimi.
Ogni pretesto è buono per alzare il tiro. Il cosiddetto decreto sicurezza, non solo renderà meno sicure le strade d’Italia, ma spingerà sempre più persone nelle mani della malavita, senza calcolare la perdita di posti di lavoro che causerà la chiusura di molte strutture di accoglienza.
Il provvedimento poi, se analizzato nel dettaglio, si configura come chiaramente “razzista”, perché a parità di atto commesso, penalizza gli stranieri a cui può essere anche tolta la cittadinanza, nel paese dove il partito del ministro dell’interno deve 49 milioni sottratti allo stato. Si prevede di tassare persino le rimesse degli immigrati, che così sono aiutati… a casa loro.
A questo punto, il problema non sono più Salvini e i suoi cantori, siamo tutti noi. Dico tutti, perché nel Belpaese non c’è solo chi odia gli stranieri, c’è anche molta gente per bene, che però tace. Le dittature spesso nascono perché chi possiede valori democratici non ce la fa a farsi sentire. Se non alziamo la voce e il capo ora, dopo sarà troppo tardi.
È già tardi, ma si può ancora ricuperare quel livello di civiltà che ci fa umani, per ritornare a essere un minimo rispettosi degli altri, per dare senso a quei valori cristiani che ci hanno accompagnato a lungo. Non serve difendere il presepio, a essere in pericolo è la nostra umanità.

mercoledì 28 novembre 2018

La zona grigia del contagio razzista - Marco Aime



Qualcosa cambia sotto il cielo d’Italia. Se Pier Paolo Pasolini fosse ancora tra noi, ci avvertirebbe di quella profonda e carsica mutazione antropologica che sta nuovamente colpendo l’Italia, che poco a poco contagia sempre più persone, anche quelle che si ritenevano immuni.
Fino a qualche anno fa esprimere idee razziste era considerato riprovevole, si rischiava di incorrere nel biasimo sociale, di suscitare indignazione. Lo stesso nel dichiararsi fascisti. Sappiamo benissimo che in Italia «l’eterno fascismo», per citare ancora Pier Paolo Pasolini, non è mai del tutto scomparso, ma l’esplicitarne l’appartenenza provocava una reazione di tipo morale. Non preferisco la polvere nascosta sotto il tappeto allo sporco visibile, ma quelle reazioni e il conseguente silenzio, erano il segno che la nostra società aveva ancora degli anticorpi capaci di suscitare una reazione tesa a difendere valori condivisi, quali la democrazia e l’uguaglianza.
Il tempo passa, va scomparendo la generazione che ha fatto la Resistenza, la memoria si fa labile e da tempo nessun partito politico si impegna più di tanto per mantenere accesa quella fiaccola di civiltà.
Così, come i granchi quando la marea si fa bassa, ecco riemergere con toni imperiosi e arroganti la nuova destra razzista, che non teme di presentarsi come tale perché ha capito che non incorre in nessuna critica particolare, se non da parte del sempre più isolato papa Francesco e di pochi altri.
Ha gioco facile a muoversi in un ambiente non ostile. E forse peggio dei razzisti sono quelli che non dicono apertamente ciò che pensano (ma lo pensano) e che annuiscono in silenzio. Che condividono certe idee discriminatorie, ma si camuffano dietro il ritornello “Io non sono razzista ma” (che dà il titolo a una rubrica curata dall’autore su Nigrizia, ndr). È la tristemente celebre “zona grigia” di cui ha parlato Primo Levi, dove tutto si confonde in una palude in cui è difficile distinguere il buono dal cattivo.
Per vent’anni moltissimi italiani hanno riempito le piazze dove parlava il Duce e si professavano fascisti. I filmati del 25 aprile 1945 ci restituiscono immagini di una folla immensa che sventola fazzoletti rossi. Nessuno sembrava essere stato fascista o razzista. Forse sotto il cielo d’Italia non c’è nulla di nuovo

mercoledì 24 ottobre 2018

La maschera del neo-razzismo - Marco Aime




«Si dice che la cosa più tremenda del nazismo sia il suo lato disumano. Sì. Ma ci si deve arrendere all’evidenza: questo lato disumano fa parte dell’umano. Fintantoché non si riconoscerà che la disumanità è cosa umana, si resterà in una pietosa bugia».
Fa molto male rileggere queste parole di Romain Gary, ma occorre farlo, se non si vuole davvero rimanere nella bugia. Parole che mi sono tornate in mente ascoltando le litanie arroganti di Salvini e dei suoi corifei a proposito dei migranti.
Nessun paragone (per ora, anche se siamo sulla strada giusta) con il nazismo, sarebbe davvero eccessivo, ma è il senso del ragionamento di Gary che va ripreso. Non basta indignarsi per l’atteggiamento e i toni sprezzanti del ministro dell’interno: lui fa il suo sporco lavoro, quello di distrarre l’opinione pubblica dai problemi reali. Fa propaganda sulla pelle degli altri.
Quello che spaventa è il sempre maggiore consenso che questa linea riscuote tra quegli “italiani brava gente”, che per decenni si sono cullati su questo mito della bontà, dimenticando peraltro un ventennio di dittatura con tanto di leggi razziali.
Il razzismo non è rimasto confinato sui polverosi scaffali della storia. È qui tra noi, in noi e non ha il volto arcigno che ci si attende. Non ha neppure una falsa teoria della razza o della superiorità “bianca” a cui appoggiarsi, semmai si aggrappa a un neo-tribalismo che assegna diritti sulla base del luogo di nascita. Nella migliore tradizione della nota “banalità del male”, il neo-razzismo indossa la maschera del buonsenso, del sentire comune.
Primo Levi si chiedeva se era possibile condannare un intero popolo per ciò che era accaduto, conscio del fatto che non tutti avevano partecipato a certe nefandezze. La risposta fu “sì”, perché troppi erano stati in silenzio. Ora pensiamo, senza minimizzare per favore, a cosa sta accadendo oggi in Italia, Ungheria, Polonia, Austria e Francia. Proviamo a farlo perché quelle parole di Levi non ci cadano addosso come pietre, quando sarà troppo tardi.
Forse, spero, Orbán, Le Pen, Salvini, Strache passeranno, ma quando non ci saranno più loro, non avremo più scuse. Dovremo guardarci in faccia e non sarà una cosa facile.

lunedì 9 luglio 2018

IN NOME DI QUALE VANGELO? - Teresino Serra




Permettimi di darti del tu, come faccio con Dio. Ho letto sui giornali che vorresti che il tuo partito governasse per 30 anni. Hai appena iniziato e già sogni una dittatura! Per ora non hai governato. Hai urlato slogan e parole che la tua gente vuole ascoltare. Hai solo pensato a come sbarazzarti di quei condannati che scappano dalla morte in cerca di vita.
Diciamo subito che la morte dei migranti è un omicidio collettivo: tutti uccidono e nessuno si sente colpevole. Vari governi europei hanno contribuito a questo omicidio collettivo. Anche quell’Italia che credi di governare.
E su quel vangelo, che hai tenuto in mano per la foto, l’altro Matteo, l’evangelista vero, al capitolo 5, ha scritto: «Non uccidere e non insultare tuo fratello». Onorevole Salvini, governare è ascoltare tutti e tutte, perché, come ministro, rappresenti tutti e tutte. Il vero governatore non ascolta solo le canzonette che piacciono a lui. Ascolta tutti per cercare, nella verità, il bene del popolo.

TALENTI
Salvini, tu sei molto intelligente. L’intelligenza è un talento. E sempre su quel vangelo, che hai tenuto in mano per la foto, c’è scritto di non sprecare i talenti. Chi usa male l’intelligenza si mette nel cammino di fare male il bene e bene il male. Sei intelligente e non sei ignorante, ma fai finta di essere ignorante. Sai le cose, sei informato ma è meglio fare l’ignorante, nascondere la verità dei fatti per avere qualche applauso in più dalla platea.
Nascondendo la verità, continui a farti grande e importante usando una tragedia umana a tuo vantaggio. È più facile ricevere applausi e fare dei selfie al palio di Siena, mentre decine di migranti annegano nel cimitero mediterraneo. Le cose le sai ma non le dici per non perdere consensi. Mascherare la verità è tentare di prendere in giro il tuo popolo. Anche molti preti la pensano come te. Sono preti che seguono il tuo vangelo, non quello di Cristo, loro maestro. Anche i preti dimenticano che sono stati chiamati per essere pescatori di uomini e donne.
Nel Mediterraneo c’è tanto lavoro solo nel tentare di pescare uomini, donne, bambini, poveri cristi di tutte le razze e colori. È più facile predicare quel vangelo dolce che, col tempo, addormenta i cuori e avvelena le menti con l’indifferenza. È proprio vero che il diavolo è tornato tra noi travestito da politico e da prete.

NON SBAGLIARE BERSAGLIO
Sono d’accordo con te sul bloccare le navi. Ma, attenzione: non le navi di quei disgraziati che rischiano la vita cercando la vita. Blocca quelle navi che attraversano le nostre acque con carichi di armi o di droghe. Salvini, blocca le armi che uccidono o che creano masse di migranti. Blocca anche le navi o gli aerei con carichi di ricchezze, come il coltan, frutto di sudore di gente schiavizzata in Africa.
Ho letto che vuoi pulire le strade italiane. Sono d’accordo con te. Pulisci bene e tutto. Vai per le strade di notte, come faceva un certo Don Benzi, e guarda le nuove schiave… Metti in prigione tutte quelle persone che cercano sesso schiavizzando centinaia di ragazze straniere. Metti in galera chi si arricchisce con le lacrime e le sofferenze delle nuove schiave.
Hai sempre detto: aiutiamoli nel loro paese. Sono d’accordo con te: comincia con una politica tutta tua, contro le guerre in Africa e in ogni angolo della terra. Controlla la vendita di armi. Ritira tutte le nostre truppe da quei mattatoi creati da motivi e alleanze fasulle o sbagliate.
Lo sai bene che le nostre missioni di pace hanno allungato le guerre. Sono d’accordo con te che tutte le nazioni europee devono aiutare. Aiutare, non escludere o perseguitare. Soprattutto quelle nazioni che col colonialismo, di ogni tempo e di ogni forma, hanno incatenato terre meravigliose.

IL COLOR NERO
Mi sembra che sia il colore nero a dare fastidio. In un dialogo tra studenti, tempo fa, uno buttò là una domanda ai suoi compagni: «Come mai certi politici hanno paura di chi arriva con i gommoni, in maggior parte con pelle scura, e non si spaventano di quei popoli con gli occhi a mandorla, che arrivano in silenzio, comprano in silenzio, vendono in silenzio, occupano in silenzio, vivono isolati in silenzio e conquistano territori in silenzio? Perché sono da preferire loro a quei poveracci che aspettano un documento o un lavoro umile per poter vivere?». Forse la risposta, come sempre, è: “ Benvenuto tra noi chi ha soldi”!

ANCORA QUALCHE PAROLA
È estate e so che ti piace il mare. Onorevole, attenzione quando nuoti: potresti scontrarti con il corpicino di qualche bambino che non è riuscito ad arrivare sulle nostre coste, annegando nelle nostre acque. E quando mangi pesce, rifletti. Come ci diceva un pescatore siciliano, prima di mangiare quel pesce è bene pensare con che cibo si è ingrassato nelle acque mediterranee.
E dopo le tue vacanze, fatti un bel giretto e visita i veri campi dei profughi non lontani dall’Italia o dai “cavalieri di Malta”; visita anche gli schiavi nascosti in America Latina; oppure gli schiavi che in Repubblica democratica del Congo scavano ore e ore per trovare il preziosissimo coltan, elemento necessario anche per i cellulari.
Salvini, ancora non abbiamo sentito una proposta soddisfacente sui veri problemi dell’Italia. Comincia a fare politica, comincia a preoccuparti dei veri problemi dell’Italia, quell’Italia per la quale, 150 anni fa, veri politici e patrioti, uomini e donne, hanno lottato e dato la vita per vederla unita. I problemi non sono solo i migranti. Sono anche la mafia e le sue ramificazioni, e lo sai. Sono la corruzione e i ladri che svuotano gentilmente le tasche degli italiani, e lo sai. Sono anche le evasioni fiscali.
Tu queste cose le sai più di me e le hai anche dette. Parlane ancora e agisci. Gli italiani aspettano. Sii italiano vero. Vorrei che gli italiani ti ricordassero nella storia non perché hai chiuso i porti, non perché hai fermato navi cariche di essere umani, ma perché hai fatto il vero politico, analizzando la realtà, ascoltando tutti e promuovendo un piano italiano ed europeo, che affronti i veri problemi e dia speranza a un popolo stanco di sentire gli stessi slogan cantati con diversa musica.

venerdì 18 maggio 2018

GHANA, LA DISCARICA DI AGBOGBLOSHIE - LA SODOMA E GOMORRA DELL'HI-TECH - Antonella Sinopoli



Uno spazio nero, fumoso, mefitico. Ultima fermata per disperati alla ricerca di un lavoro e di un tetto, anche se di lamiera. Luogo di affari illeciti e sfruttamento, di disagio sociale e di abuso, ma anche di lucro e riserva di voti in tempo di elezioni.
Questa è Agbogbloshie, la discarica di rifiuti elettronici più estesa e tristemente nota del continente africano. E a cui nel tempo è stato dato il nome di Sodoma e Gomorra, risonanza biblica che parla di “peccati”, smoderatezza, perdita di dignità. Qui tutto è eccessivo. Eccessiva è la quantità di rifiuti di ogni genere; eccessivo è il numero di persone che ci vive; eccessivo è l’odore pungente e – naturalmente – l’inquinamento provocato dal fumo continuo di materiale bruciato per ricavarne ogni piccola parte rivendibile. Ed eccessivo è persino l’interesse di media, ong, fondazioni. Sproporzionato rispetto ai risultati, perché le parole e le energie – anche finanziarie – spese qui sarebbero state sufficienti a cambiare questa realtà assai prima che incancrenisse.
Agbogbloshie è ad Accra, capitale del Ghana. Quello stesso paese considerato un modello per i risultati economici degli ultimi anni, per la sua democrazia basata sull’alternanza, per l’accoglienza agli investitori stranieri che qui hanno trovato stabilità e condizioni favorevoli per le proprie imprese. Situata in un sobborgo della capitale, a due passi da grandi arterie, mercati, centri istituzionali e banche, Agbogbloshie rappresenta un grande buco nero. Un luogo dove tutto è possibile e illegalità e rischio sono la norma.
Qui approdano ogni anno migliaia e migliaia di tonnellate di e-waste (impossibile fornire una cifra precisa). Computer, stampanti, televisori, fornetti elettronici, frigoriferi, cellulari. Roba ormai inutile secondo chi la butta via. Condemned things, come la definiscono qui, e anche questo è un termine preso in prestito dalla Bibbia. Arrivano dall’Europa – compresa l’Italia – dagli Stati Uniti, da paesi cosiddetti avanzati che, però, non riescono a smaltire questi oggetti di consumo in modo adeguato e seguendo le regolari procedure.
A inviarli sono aziende, imprese, ma anche organizzazioni non governative che hanno fatto negli anni la loro parte inviando computer usati per ridurre il gap tecnologico, ma aumentando la mole di rifiuti hi-tech. Sono oggetti che rientrano nella categoria di “rifiuti pericolosi” e che quindi, secondo la Convenzione di Basilea (il principale trattato internazionale per la regolamentazione dei movimenti di rifiuti pericolosi fra le nazioni), sarebbe vietato spedire nei paesi in via di sviluppo. Ma quella stessa convenzione ne permette l’esportazione per la riparazione e il riuso. E così avviene. Ogni settimana decine di container contenenti questa merce arrivano nel porto di Tema, grande centro a circa 30 chilometri dalla capitale.
False etichette per indicare che si tratta di beni di “seconda mano”, e una catena di corruzione sistematica rende possibile lo scarico anche di quegli oggetti che sono, in realtà, in massima parte inutilizzabili. Frigo, pc, cellulari e quant’altro, rimessi in vita, arrivano nelle case dei ghaneani, quelli che non possono permettersi di acquistare un prodotto nuovo, o nei tanti negozietti sparsi dappertutto. Il resto finisce a Sodoma e Gomorra. Il fatto è che anche gli oggetti di seconda mano rimessi in circolazione avranno vita breve e finiranno nella stessa discarica. Pezzi inutili per chi se ne libera, utilissimi per chi li smantella – e a mani nude – nella discarica. E utilissima per chi di questa discarica ha fatto il proprio, lucrativo business.
Sì, perché il mondo di Agbogbloshie si distingue tra i disperati e gli speculatori. E tra questi c’è l’apparato politico, i capizona, quelli che...
  
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