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lunedì 12 maggio 2025

Caos in Chiapas: gli zapatisti di nuovo nel mirino delle violenze da parte dello Stato messicano - Sara Coico

 

Il movimento zapatista, che affonda le sue radici nella regione messicana del Chiapas, è ancora una volta intrappolato in una spirale di violenze e repressione, con l’arresto (e successiva liberazione) di due militanti del movimento. Mentre imperversano le proteste sotto il palazzo del governo, la lotta dell’Ezln contro il sistema coercitivo statale si fa ancora più tesa, trascinando con sé questioni scottanti come quella dei desaparecidos.

Continua la crudeltà contro il movimento zapatista

Negli scorsi giorni, il movimento zapatista è tornato a far parlare di sé in Messico all’interno di alcuni avvenimenti caratterizzati da rinnovate violenze e repressioni: il ​​24 aprile scorso, nel comune di Aldama, (Chiapas) i militanti dell’Ezln José Baldemar Sántiz Sántiz e Andrés Manuel Sántiz Gómez sono stati arrestati con l’accusa di “sequestro di persona aggravato” all’interno di una brutale operazione diretta dalla Guardia Nazionale.

Le forze statali hanno fatto irruzione nel comune messicano senza un reale mandato con 39 veicoli, dando avvio a una serie di perquisizioni degradanti, abusi fisici e altre violazioni dei diritti umani.

Inoltre, come documentato dal Centro per i diritti umani Fray Bartolomé de Las Casas, le forze dello Stato si sarebbero rese anche protagoniste di rapine, molestie e altre vessazioni che hanno profondamente turbato la comunità del Messico meridionale.

I 2 militanti, di 45 e 21 anni, sono stati accusati del sequestro di Pedro Díaz Gómez (nonostante l’assenza di reali prove a loro carico), rimanendo di fatto dispersi per 55 ore – solo grazie alla pressione da parte degli attivisti della società civile i due sono riusciti ad ottenere il trasferimento presso il Centro statale per il reinserimento sociale delle persone condannate per poi essere finalmente rilasciati il 2 maggio.




La reazione della comunità del Chiapas

In più occasioni, i membri dell’Ezln e numerosi cittadini hanno fatto presente che questo è l’ennesimo caso di repressione sistemica da parte dello Stato messicano contro le basi d’appoggio del movimento zapatista, che negli ultimi mesi è stata caratterizzata da un numero sempre più elevato di pesanti assassinii, arresti ingiustificati e sparizioni forzate.

Le reiterate violazioni dei diritti umani di base continuano ad essere insabbiate dalle istituzioni messicane così come la loro complicità nella problematica dei desaparecidossi stima infatti che ancora ad oggi siano almeno 127.000 le persone che risultano disperse in tutto il Paese.

Oltre alla realizzazione di varie petizioni internazionali per la liberazione dei due compagni appartenenti al movimento zapatista, la Confederación General de Trabajadores in un comunicato ha così espresso le preoccupazioni che continuano ad attanagliare la società messicana:

«Invece di minacciare le iniziative di autogestione e autonomia e coloro che cercano di costruire un mondo distinto da quello dell’oppressione capitalista, le autorità dovrebbero garantire l’esercizio dei diritti delle comunità zapatiste e l’accesso alla giustizia per i difensori dei diritti umani […] In Messico c’è una guerra iniziata negli anni ’60, una guerra sporca contro la popolazione e contro i movimenti sociali. La narrazione assolvitrice della narco-democrazia per lo Stato non regge più!»

La Commissione nazionale per i diritti umani ha accusato formalmente l’esercito di “uso eccessivo della forza” contro cittadini e migranti del Chiapas, a riprova del repentino aumento della violenza nella regione dopo anni di placide negoziazioni e accordi.

Anche i membri di varie comunità indigene, in prima fila durante le proteste degli scorsi giorni, hanno denunciato le mistificazioni create dallo Stato per seppellire la verità.

La resistenza va avanti

I 2 militanti zapatisti si sono rivelati innocenti e sono stati individuati i reali colpevoli, i quali hanno confessato il sequestro e l’assassinio di Pedro Díaz Gómez, hanno indicato il luogo preciso dove avevano seppellito il corpo e rivelato i loro complici.

Appare ora chiaro come le azioni dello Stato messicano in Chiapas, una regione dove le barbarie sono ormai normalizzate da troppo tempo, siano una tattica volta a destabilizzare i progetti autonomisti della regione e a generare una risposta violenta da parte degli zapatisti che giustifichi un’offensiva altrettanto feroce da parte del governo federale.

I militanti zapatisti e i gruppi per la tutela dei diritti umani continuano però a far sentire la propria voce e  a protestare davanti le principali istituzioni del Paese.

Nonostante la Presidente Sheinbaum stia ricevendo molti consensi per le sue azioni di rottura contro la dominazione statunitense, il suo operato (così come quello degli altri governi della strategia 4T) sta chiaramente fallendo nel portare la pace nei territori degli zapatisti.

Fino a che continuerà ad essere dato spazio alle fabbricazioni statali e alla repressione violenta, non sarà mai possibile il raggiungimento di una convivenza pacifica all’interno della quale vengono accolte le istanze della resistenza zapatista.

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giovedì 18 aprile 2024

Gaza e Ayotzinapa sono tra noi in potenza ogni giorno - Raúl Zibechi

Non viviamo più solo tante crisi, siamo ormai in una terrificante congiuntura di guerre, genocidi e crimini contro i popoli, il cui esito è imprevedibile ma sicuramente catastrofico. Eppure le élite dominanti non hanno il coraggio di affrontare la realtà, non sentono umiliazione né vergogna. Questo sistema ha anche creato un tipo di persona capace di assassinare e stuprare senza sentire rimorso. Come si può spiegare tanta mancanza di sensibilità? In questo articolo Raúl Zibechi ragiona sul perché Gaza e Ayotzinapa, la scuola rurale messicana teatro dieci anni fa di un orribile massacro di studenti, sono tra noi ogni giorno, e su quello che i movimenti possono fare

La terribile congiuntura attuale di guerre, genocidi e crimini contro i popoli ci minaccia con il suo degenerare in conflitti generalizzati, il cui esito è imprevedibile ma sicuramente catastrofico. La gravità di quello che stiamo vivendo ci impone di porci domande che spesso non hanno risposte, perché è difficile trovare argomenti e anche se li trovassimo sarebbero troppo devastanti.

Come è possibile che le élite occidentali, e buona parte della popolazione, vadano avanti con i loro piani di dominio e distruzione per mantenere il potere, senza curarsi della vita di altri esseri umani né della sopravvivenza del pianeta? Come siamo arrivati a questa situazione di assoluta e cieca insensibilità?

Mi rendo conto che dal pensiero critico e dalle resistenze non abbiamo risposte complete e definitive, che dobbiamo andare avvicinandoci da diversi punti di vista necessariamente parziali per provare a trovare una visione d’insieme, sommando parti al geroglifico della complessità che implica la crisi civilizzatrice.

Michael Brenner, professore di affari internazionali all’Università di Pittsburgh, ha pubblicato il saggio La resa dei conti dell’Occidente (The West’s Reckoning, scheerpost.com), nel quale affronta diversi aspetti della crisi che stiamo vivendo. Sulla sconfitta dell’Occidente in Ucraina e sul genocidio palestinese dice: “La prima è umiliante, l’altro è vergognoso”. Tuttavia le élite dominanti non sentono umiliazione né vergogna, questi sentimenti gli sono estranei, sepolti sotto la loro arroganza e le loro insicurezze profondamente radicate.

Brenner sostiene che coloro che governano sono spaventati, si comportano come nel panico e non hanno il coraggio di affrontare la realtà. Di conseguenza agiscono da irresponsabili, con atteggiamenti grotteschi e pericolosi, perché si sono allontanati dalla realtà e sono immuni ai cambiamenti nel mondo.

Sottolinea inoltre che l’Occidente cammina verso un suicidio collettivo, conseguenza di un triplo harakiri: morale, economico e diplomatico. Ma la questione più importante si pone quando aggiunge che l’autodistruzione nasce in assenza di qualsiasi trauma importante, esterno o interno. Come si può spiegare tanta mancanza di sensibilità?

Nichilismo e narcisismo sarebbero due tratti distintivi dell’Occidente, aggiunge Brenner in una successiva intervista, La verdadera razón por la que el Oeste está condenado (https://acortar.link/cshyfe). Entrambi i termini alludono a situazioni in cui si smette di agire secondo norme e valori, il che conduce le persone e i gruppi a reagire in modo incontrollato, mossi da desideri immediati e capricciosi che, all’estremo, portano all’autodistruzione.

Le ragioni per cui non hanno sentimenti di colpa o vergogna sono per Brenner quasi inspiegabili, perché impediscono di modificare il comportamento davanti a catastrofi imminenti che li distruggeranno. L’autore prova a dare una risposta: è qualcosa che può succedere solo se siamo parte di un gruppo sociale in cui lo status personale e il nostro valore dipendono da come ci vedono gli altri e se ci rispettano. La questione dell’appartenenza a una comunità gioca un ruolo determinante in questa realtà che ci si impone. Senza comunità, senza legami sociali ci perdiamo, restiamo nelle mani dei nostri demoni, perché è l’appartenenza a un gruppo umano che ci dice chi siamo, che ci pone limiti, valori e comportamenti.

Il capitalismo si è specializzato nel distruggere e screditare tutto ciò che abbia il vago sentore di comunità. Diffonde l’idea che ogni vicinanza ci limita, che dobbiamo volare lontano e in solitudine. La mera parola limite ha una pessima reputazione in questo stadio senile del capitalismo, ora che la rottura del vincolo sociale risulta vitale per la sopravvivenza del capitale. L’individuo isolato è facile preda della paura che il sistema inculca per piegarci.

Però questo sistema ha anche creato e moltiplicato un tipo di persona capace di assassinare e stuprare senza sentire rimorso, come vediamo nelle bande di narcos e paramilitari, per fare alcuni esempi. Uomini capaci di crimini atroci, che usano motoseghe per fare a pezzi i propri simili, come i paracos colombiani o i narcos messicani. Gaza e Ayotzinapa (la scuola rurale messicana teatro dieci anni fa di un orribile massacro di studenti, ndr) sono tra noi in potenza ogni giorno, tutti i giorni, perché il sistema ne ha creato gli artefici e li alimenta con la sua scala di valori invertita, nella quale per vincere vale tutto.

Per quanto riguarda i movimenti, dobbiamo comprendere che la lotta al sistema e ai mostruosi responsabili diventa impossibile in assenza di relazioni sociali solide. Perciò dobbiamo difendere ciò che è comune e comunitario, tenendoci stretti alla terra e all’ambiente che ci sostiene, per fare dei territori spazi di resistenza e di creazione.


Pubblicato su La Jornada (con il titolo Quello che lo stupratore e il serial killer non sentono) e qui con il consenso dell’autore. Traduzione per Comune di Leonora Marzullo.

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martedì 2 aprile 2024

30 anni dopo l'insurrezione armata zapatista - Pablo Romo Cedano

 

I primi trent'anni

Cosa è successo negli ultimi 30 anni dall'insurrezione armata zapatista nelle comunità indigene e nel paese? Sarebbe molto pretenzioso voler raccontare in un breve saggio ciò che è accaduto, i cambiamenti, gli aspetti positivi e negativi. Forse bisognerà ricordare alcune delle grandi conquiste, l'impatto sul paese e l'attuale fase che il movimento sta attraversando.

Trent'anni sono un periodo di tempo molto lungo e nel mondo indigeno ciò coinvolge almeno un'intera generazione. Quelle che erano bambine nel 1994 ora sono madri e presto saranno nonne. Coloro che hanno imbracciato le armi, i giovani tra i 18 e i 25 anni, ora sono i nonni della loro comunità, presiedono le assemblee e prendono le grandi decisioni nei loro spazi di autogoverno. Rimangono alcuni comandanti storici: Moisés, David, Zebedeo, ma ci sono molti nuovi comandanti. L'irruzione delle donne nel cammino zapatista è impressionante.  Alla cerimonia dell'anniversario sono state loro, le donne, le principali protagoniste dell'evento. 

In trent'anni il paese è cambiato. E molto di questo è dovuto all'insurrezione armata zapatista. La loro lotta ha ispirato un risveglio sociale che ha portato al rovesciamento del Pri (Partido Revolucionario Institucional), il partito al potere da oltre 72 anni. C'è stata un’irruzione sulla scena di nuovi attori, soprattutto indigeni, donne e giovani. Se è vero che il governo non ha rispettato gli accordi di pacificazione e non ha rispettato gli Accordi di San Andrés, le comunità indigene e i popoli indigeni di tutto il paese sono diversi: resistono e difendono le loro terre e i loro territori con maggiore forza e orgoglio; curano e proteggono fiumi, montagne e selve a dispetto delle imprese e dei criminali che vogliono eliminarli. 

Certo, molti sono caduti, hanno abbandonato, stanchi, il cammino zapatista, ma molti altri si sono uniti e altri ancora si ispirano alla "rabbia dignitosa" con cui difendono la vita e il futuro.

 

Resistenza e creatività

Le comunità zapatiste sono ancora lì, a resistere all'offensiva della predazione capitalistica che vuole impadronirsi dei loro territori e delle loro ricchezze. Mantengono i loro territori nonostante l'instancabile guerra a bassa intensità e il logoramento che hanno subito in questo tempo. È stato difficile vivere ai margini della distribuzione di risorse economiche da parte dello Stato e, soprattutto, costantemente vessati dall'esercito e dai paramilitari. Ciononostante, eccoli lì a festeggiare 30 anni di insurrezione.

Un nuovo rischio per le comunità zapatiste e non zapatiste è la criminalità organizzata.  Gruppi paramilitari addestrati dall'esercito, e alcuni membri dell'esercito stesso, sono entrati a far parte dei ranghi della criminalità organizzata nella regione e affrontano battaglie in sordina per il controllo delle rotte dei migranti, della droga, delle armi e dei beni illegali. Oggi è una seria minaccia che l'intera popolazione del Chiapas e molte parti del paese devono affrontare. È un'industria criminale prospera e fiorente. In molte zone del paese la mafia fa parte del governo locale e delle forze dello “ordine”. È una sfida importante per la sopravvivenza dello zapatismo e delle organizzazioni sociali che si oppongono a questo mercato criminale.

 

La Scuola di San Cristobal

Un'eredità che voglio sottolineare tra le tante che il processo zapatista ha significato in Messico e in molte parti del mondo è quella che definisco "la Scuola di San Cristobal". Così come chiamiamo "Scuola di Francoforte", il gruppo di pensatori della sinistra tedesca della metà del XX secolo e così via, altre scuole di artisti o di pensatori, come la Scuola fiorentina (pittura), la Scuola di Salamanca (teologia) e tante altre. Sono convinto che la rivolta zapatista, avvenuta in un contesto molto particolare di post guerra fredda, di crisi del capitalismo e di irruzione del neoliberismo, dia origine a un nuovo modo di pensare che chiamo "La Scuola di San Cristóbal" con persone, uomini e donne che riflettono-agiscono-sentono in una nuova logica ai margini del corso egemonico ortodosso del pensiero dominante. Gustavo Esteva caratterizza così il contesto dell'insurrezione e le sue conseguenze: "L'insurrezione zapatista ha avuto luogo in un momento storico particolare, quando le forze contro-egemoniche erano indebolite e disarticolate. In queste circostanze ha operato come una sveglia globale dei movimenti antisistemici" (Esteva, G. 2021. Verso una nuova era).

Mi riferisco, ad esempio, al gruppo di persone “senti-pensanti” (Eduardo Galeano) che ha prodotto i piccoli libri recentemente pubblicati nella Collezione Al Faro Zapatista (https://alfarozapatista.jkopkutik.org/libros-de-bolsillo/); a quelli di noi che, da contesti molto diversi, hanno cambiato il nostro agire-pensare-sentire di fronte al mondo. Ci sono molte persone che scrivono, pensano e lavorano con lo sguardo rivolto a una nuova era davanti a sé.

Alcune delle caratteristiche più rilevanti di questo nuovo sentire-pensare-fare, entro la nuova epoca ed entro la crisi di civiltà, sono l'identificazione del nuovo momento storico in una rottura radicale con il patriarcato; l’emergere delle diversità, in cui i popoli indigeni, le comunità ancestrali convivono con pari opportunità e dignità rispetto agli altri e in contesti di autonomia nel rispetto di altre modalità di governo. In questo senso, vale la pena leggere il libro di Xochitl Leyva, Guerras, zapatismo, redes (Guerre, zapatismo, reti, 2021), nel quale affronta il tema delle identità e delle controversie di genere che gli zapatisti hanno affrontato nel loro operare e nel loro essere.

Un'altra grande fonte di azioni e di riflessioni che scaturisce da questa eredità zapatista è la lotta anticapitalistica, con la resistenza alla "modernizzazione" e allo "sviluppo" neocolonialista. La proposta è molto semplice e radicale: consumare ciò che produciamo. Carlos Alonso Reynoso e Jorge Alonso, nel loro libro Un Somero Acercamiento al Zapatismo (Un breve approccio allo zapatismo), rilevano che "gli zapatisti sono convinti di dover costruire la loro vita da soli, con autonomia.  Ascoltano i dolori e le sofferenze vicine e lontane, poiché chi comanda davvero nel capitalismo non si accontenta di continuare a sfruttare, reprimere, disprezzare ed espropriare, ma distruggerà il mondo intero alla ricerca di maggiori profitti" (Reynoso, C. 2021).

Il terzo elemento è il "comandare obbedendo" e la rotazione nell'esercizio del potere.  Fino a poco tempo fa, i caracoles (regioni organizzative delle comunità autonome zapatiste) hanno rappresentato un'ispirazione per la partecipazione ai processi di governo locale. In contrapposizione ai partiti politici che comportano spaccature nella comunità, alla stregua di franchising commerciali che non rappresentano gli interessi della popolazione e la cui ideologia è il marketing e la pubblicità. Molto è stato scritto su questo tema e c'è una costante evoluzione nelle loro forme di governo. La chiave è la partecipazione di tutti all'esercizio del potere, che non deve essere accentrato e i cui periodi di esercizio devono essere brevi. 

 

Altre eredità 

Un tema importante ereditato dallo zapatismo nella Scuola di San Cristóbal è l'epistemologia e la pedagogia. 

L'apprendimento avviene ponendo domande. Si cammina chiedendo e si impara camminando. Non ci sono verità definitive che diventano ideologie stantie nel tempo.  Si cammina e lungo la strada si vedono i sentieri. Non esiste una cartografia predefinita che definisca il percorso del viaggio. L'incertezza fa parte del modo di imparare e di insegnare. 

Le piccole scuole zapatiste, che negli ultimi anni hanno insegnato a tanti come imparare, non erano altro che scuole di come fare domande e come camminare.  Non c'erano contenuti definiti o definitivi. Paulo Freire avrebbe potuto benissimo frequentare quei corsi per riscrivere il suo libro Pedagogia degli oppressi.

Per anni, prima che lo zapatismo fiorisse, nella selva si apprendeva con la pedagogia del tijuanej, il pungiglione (in lingua tzeltal), che irrita e spinge alla domanda-azione. Lo zapatismo recupera l’idea dell'assemblea ad ampia partecipazione in cui tutti condividono, tutti insegnano e tutti imparano collettivamente. 

 

Oltre gli anniversari  

Lo zapatismo sta festeggiando gli anni di vita pubblica, ma ha molti più anni di vita nascosta, come le piante, come le grandi ceiba (“alberi della vita” maya). I semi impiegano tempo, nell'oscurità della terra, per emergere in superficie sotto forma di fragili steli. Gli steli, vulnerabili alle intemperie, resistono imitando il sottobosco finché non hanno la forza di resistere all'assalto. Nutrendosi dal basso, crescono anche verso l'alto. Ci vuole tempo perché diventino grandi alberi.  Lo zapatismo, nei suoi trent'anni d’età, è un albero che ospita sotto la sua ombra una grande biodiversità. È tempo di festeggiare.

 

Traduzione di Giorgio Riolo

 

  

Pablo Romo Cedano ha studiato filosofia e teologia. Domenicano, ha partecipato con il vescovo Samuel Ruiz alla Commissione di mediazione tra l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e il Governo Federale Messicano (1994-1998). È stato direttore del “Centro diocesano per i diritti umani” di San Cristóbal de Las Casas, in Chiapas (1993-1997), e poi presidente di Dominicans for Justice and Peace. Oggi insegna all’università ed è attivista sui diritti umani e sulla pace.

domenica 31 dicembre 2023

Da trent’anni c’è un mondo nuovo - Raúl Zibechi

 

La sollevazione dell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), trent’anni fa, è riuscita a mettere l’autonomia al centro degli obiettivi di alcuni movimenti sociali in America Latina. Fino a quel momento non esisteva alcuna corrente politica e culturale orientata in quella direzione, oggi presente nella maggior parte dei paesi della regione latinoamericana. Tutt’al più vi erano posizioni autonomiste ispirate all’“operaismo” italiano che diedero poi origine all’“autonomismo” europeo. Quella corrente di pensiero, che prese forma nelle analisi dei filosofi italiani Antonio Negri e Mario Tronti, non ebbe mai un peso reale nelle lotte e nei movimenti latinoamericani, la sua influenza si concentrò nelle università e tra gli intellettuali marxisti.

L’EZLN si formò nel 1983 nelle regioni indigene del Chiapas. Per dieci anni si andò radicando nei villaggi e, dopo un’ampia consultazione con circa 500 comunità, decise di entrare in guerra, una scelta che prese forma concreta con la sollevazione del primo gennaio 1994, lo stesso giorno in cui il Messico aderiva al Trattato di libero scambio (NAFTA) in America. La guerra durò meno di due settimane perché la società civile si mobilitò esigendo la pace. Cominciò così un periodo di dialogo tra il governo e l’EZLN.

 

Lo zapatismo non ha solamente posto al centro del suo pensiero e della sua pratica politica la discussione sull’autonomia, questione che divenne evidente con gli Accordi di San Andrés del 1996, negoziati con il governo del Messico, ma ha mostrato il protagonismo dei popoli indigeni che sono poi i soggetti più importanti della lotta per l’autonomia.

Gli incontri internazionali hanno giocato un ruolo importante nella diffusione del pensiero dell’EZLN, così come gli innumerevoli comunicati in cui l’allora subcomandante insurgente Marcos raccontava scene di vita nelle comunità e delle militanti e dei militanti del movimento. L’Encuentro Intercontinental por la Humanidad, tenuto a La Realidad nel 1995, accolse centinaia di persone provenienti da tutto il mondo, con una grande presenza di collettivi giovanili europei di carattere libertario e autonomista.

Il fatto che lo zapatismo si rivolgesse ai gruppi più diversi della società, ma soprattutto alla gioventù urbana ribelle (gay, lesbiche, precari e disoccupati) e non utilizzasse concetti tradizionali della sinistra come quelli di “proletariato”, “lotta di classe” e “presa del potere”, era estremamente attraente per i settori che erano già stanchi del linguaggio monotono delle sinistre.

L’influenza dello zapatismo in America Latina può essere rilevata a due livelli: uno più diretto, legato ai militanti più attivi e formati nei cosiddetti nuovi movimenti sociali – come i piqueteros argentini, i settori dell’educazione popolare, i giovani critici e artisti – e, in secondo luogo, in modo più indiretto e trasversale nei movimenti dei popoli oppressi, in particolare degli indigeni e degli afrodiscendenti.

Le tracce dello zapatismo si rintracciano soprattutto nei movimenti meno istituzionalizzati. Le tracce dello zapatismo si rintracciano soprattutto nei movimenti meno istituzionalizzati. In un certo senso, una parte considerevole dei nuovi movimenti si sentirono attratti da tre questioni centrali che trovarono nello zapatismo: il rifiuto della presa del potere statale e la possibilità di crearsi poteri propri, l’autonomia e l’autogestione, e il modo di comprendere il cambiamento sociale come costruzione di un mondo nuovo piuttosto che la trasformazione del mondo esistente.

L’influenza etica e politica dello zapatismo, così come il fallimento delle rivoluzioni incentrate sulla presa del potere e sul cambiamento “dall’alto”, condussero molti attivisti alla convinzione che i cambiamenti debbano essere legati alla ricostruzione dei legami sociali che il sistema distrugge ogni giorno.

La creazione di municipi autonomi e di consigli di buon governo, recentemente smantellati dallo stesso EZLN, ha dimostrato che è possibile governare in un altro modo, senza creare o riprodurre burocrazie permanenti come hanno fatto invece le rivoluzioni vittoriose tradizionali. Attratti dalle sue particolarità, migliaia di attivisti da tutto il mondo, la stragrande maggioranza dei quali europei, sono venuti in Chiapas per conoscere in prima persona la realtà zapatista e hanno contribuito donando risorse materiali.

Sarebbe un errore credere che lo zapatismo influenzi o diriga in qualche modo tutta questa varietà di collettivi. Più di mille gruppi hanno sostenuto il la Gira por la Vida, realizzata nel 2021 in diversi paesi e regioni d’Europa, per ascoltare e consolidare relazioni di fraternità con chi lotta. Penso che la cosa più appropriata sia parlare di confluenze, perché in tutto il mondo si sono formati e crescono gruppi che rivendicano l’autonomia come pratica politica, riferendosi senza dubbio allo zapatismo, ma non in un rapporto di comando e obbedienza.

I movimenti femministi, quelli dei giovani precari e disoccupati, delle imprese autogestite che si moltiplicano nel mondo, hanno trovato nello zapatismo ispirazione per la loro determinazione a creare il nuovo, il loro rifiuto delle istituzioni statali e dei partiti di sinistra. Sebbene le cause delle ribellioni abbiano caratteristiche diverse, ovunque si avverte una profonda stanchezza nei confronti del sistema dominante e delle sue conseguenze sui giovani, come la precarietà del lavoro, la mancanza di prospettive di vita dignitosa e la persecuzione poliziesca di chi dissente.

Popoli nativi e neri

Negli ultimi decenni diversi popoli stanno rivendicando l’autonomia, oppure l’hanno costruita con i fatti. I popoli indigeni sono in prima linea in questo processo, spiccano i Mapuche del Cile e dell’Argentina, i Nasa e i Misak del Cauca colombiano. Più recentemente, i popoli amazzonici sono entrati a pieno titolo nella dinamica delle autonomie, così come alcuni palenque e quilombo neri.

Nel 1998 è stato creato il primo gruppo autonomista mapuche, la Coordinadora Arauco-Malleco (CAM), che incarnava un nuovo modo di fare politica attraverso l’azione diretta contro le imprese forestali le cui coltivazioni di pino soffocano le comunità. Oggi esistono almeno una dozzina di gruppi mapuche che affermano di essere autonomi.

I più importanti sono la CAM, la Resistencia Mapuche Lafkenche (RML), Resistencia Mapuche Malleco (RMM), la Alianza Territorial Mapuche (ATM) e Weichán Auka Mapu [Lucha del Territorio Rebelde], che hanno promosso un’ondata di recupero di terre stimata in 500 territori o proprietà. I più radicalizzati sono Weichan Auca Mapu (WAM) e Resistencia Lafkenche, oltre alla CAM, che si distinguono per azioni dirette contro l’industria forestale. Esistono anche organizzazioni di donne mapuche.

In Colombia, il Consiglio Indigeno Regionale del Cauca (CRIC) è stato creato nel 1971 nell’ambito di un processo di recupero del territorio. Oggi conta 84 riserve nel Cauca e 115 comuni a cui appartengono otto gruppi etnici. Gestiscono programmi sanitari ed educativi con il sostegno dello Stato, hanno costruito le proprie forme economiche come imprese e negozi comunitari, associazioni di produttori e un’istituzione di terzo livello, il Cecidic (Centro di educazione, formazione e ricerca per lo sviluppo integrale della comunità). Hanno creato un sistema di “giustizia comunitaria” e si governano attraverso l’elezione delle loro autorità dai consigli. La Guardia Indigena, un’entità dedita alla difesa dei territori e degli stili di vita indigeni, è la creazione autonoma più importante.

Sia i gruppi mapuche in Cile che il CRIC hanno rapporti con l’EZLN, essendo probabilmente i movimenti indigeni più vicini politicamente allo zapatismo.

Le esperienze si stanno moltiplicando. Come in Cile esistono più di una dozzina di gruppi autonomi (alcune fonti parlano di 15 gruppi), nel Cauca si sono formate la Guardia Cimarrona tra afrocolombiani e la Guardia Contadina, entrambe ispirate alla Guardia Indigena.

Probabilmente l’organizzazione autonomista con la maggiore presenza in Brasile è la Teia dos Povos, nata dieci anni fa nello stato di Bahia. Riunisce comunità e popoli indigeni, contadini senza terra e quilombolas (persone nere discendenti dai maroon), in un’alleanza di base che si sta espandendo in diversi stati e ha l’autonomia – e lo zapatismo – come riferimenti centrali.

Infine ci sono i popoli amazzonici. Nel nord del Perù sono stati creati nove governi autonomi da quando il primo, il Governo Territoriale Autonomo della Nazione Wampis, è stato formato nel 2015, come un modo per fermare l’estrattivismo petrolifero e forestale, nonché la colonizzazione. In totale controllano più di 10 milioni di ettari e in un recente incontro a Lima si è affermato che ci sono altri sei comuni che stanno avviando lo stesso processo di costruzione dell’autonomia.

Nell’Amazzonia Legale brasiliana, sono stati siglati 26 protocolli di demarcazione autonomi , che comprendono 64 villaggi indigeni in 48 territori diversi. I villaggi hanno fatto questa scelta di fronte all’inazione dei governi che sarebbero obbligati a delimitare i loro territori dalla Costituzione del 1988, ma lo fanno in pochissimi casi.

Per quanto riguarda il resto delle autonomie, basta ricordare che decine di popoli indigeni che abitano il Messico hanno seguito i principi zapatisti riunendosi nel Congresso Nazionale Indigeno (CNI), dove partecipano 32 popoli che lottano per la propria autonomia. Nel 2006, il IV Congresso del CNI ha deciso di sottoscrivere la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e di esercitare l’autonomia nei fatti.

Nuove direzioni per continuare ad esistere

Mentre le autonomie si espandono senza sosta nella regione latinoamericana, lo zapatismo ha deciso di dare una svolta importante al suo processo.

Dal 22 ottobre 2023, l’EZLN ha diffuso una serie di dichiarazioni in cui segnala importanti cambiamenti per affrontare la nuova fase di collasso sistemico e ambientale. Le Juntas de buen gobierno e i municipi autonomi, strutture organizzative create due decenni fa e simboli dell’autogoverno zapatista, cessano di funzionare. Invece di una trentina di municipi autonomi, ci saranno migliaia di strutture di base, di Governo Autonomo Locale (GAL) e centinaia di Collettivi di Governo Autonomo Zapatista (CGAZ) dove prima c’erano solo 12 juntas de buen gobierno.

Le decisioni che hanno preso hanno un orizzonte di 120 anni, ovvero sette generazioni. L’EZLN osserva che ci saranno guerre, inondazioni, siccità e malattie e che quindi “in mezzo al collasso dobbiamo guardare lontano”.

Hanno fatto autocritica sul funzionamento dei municipi e delle juntas, concludendo che le proposte delle autorità non andavano più verso il basso e che le opinioni della gente non arrivano più alle autorità. Dicono, in sostanza, che si era ricreata una piramide e per questo hanno deciso di abbatterla.

Forse il punto più importante è che si propongono di “essere un buon seme” di un mondo nuovo che non vedranno, di voler lasciare “in eredità la vita” alle generazioni future invece della guerra e della morte.

Siamo già sopravvissuti alla tempesta come comunità zapatiste quali siamo. Ma ora non si tratta solo di questo, dobbiamo attraversare questa e altre tempeste che arriveranno, attraversare la notte e arrivare a una mattina, tra 120 anni, in cui una bambina comincerà a imparare che essere libera significa anche essere responsabile di quella libertà“, continua il comunicato .

Seminare senza raccogliere, senza aspettarsi di poter godere dei frutti di ciò che è stato seminato, è la più grande rottura conosciuta con il vecchio modo di fare politica e di cambiare il mondo. È un’etica politica antisistemica quella che lo zapatismo ci consegna, un dono da valorizzare in tutta la sua tremenda dimensione.


La versione in lingua originale di questo articolo è uscita su Nacla. Reporting on the Americas

La traduzione per Comune-info è di marco calabria

Alcune delle illustrazioni che compaiono sono state realizzate da Dante Aguilera Benitez (IG:  el_dante_aguilera ) e Rulo ZetaKa (IG: rulozetaka ), per il Taller de Gráfica Pesada Juan Panadero (IG:  tallerjuanpanadero).

Si trovano in questa cartella  bit.ly/Gráfica-Libre-Zapatista, condivisa dall’organizzazione  zapatista  su Facebook. Le illustrazioni possono essere liberamente utilizzate per la riproduzione, la stampa e la manipolazione, ma non a scopo di lucro o di vendita.

da qui

sabato 7 ottobre 2023

Cassandro ha gettato la maschera - William Finnegan

 

Questo articolo è stato pubblicato il 29 maggio 2015 nel numero 1104 di Internazionale.

Saúl Armendáriz è cresciuto a ridosso di una delle frontiere più strane del mondo: El Paso, Texas, e Ciudad Juárez, Messico. È nato a El Paso ma ha sempre vissuto su entrambi i lati del confine. “Andavo a scuola negli Stati Uniti, ma il venerdì io e le mie sorelle attraversavamo di corsa il ponte che porta a Juárez”, racconta. I divertimenti e i parenti erano quasi tutti in Messico. In cima alla lista dei divertimenti, per Saúl, c’era la lucha libre, la popolare e colorita versione messicana del wrestling professionistico. Ogni quartiere aveva una piccola arena dove tutte le domeniche i buoni (técnicos) e i cattivi (rudos) lottavano mascherati, roteando avvinghiati e scaraventandosi da una parte all’altra del ring. Saúl adorava i loro costumi sgargianti. Amava la folla rumorosa e appassionata. Idolatrava i luchadores, personaggi eccessivi e carismatici. Non aveva una corporatura imponente, ma era un ragazzino agile e atletico e alla disperata ricerca di un alter ego.

“Essere gay è un dono di dio”, mi ha detto qualche tempo fa. Ma a giudicare dalla sua infanzia non si direbbe. Armendáriz racconta che da bambino veniva punito duramente perché gli piaceva giocare a battimani, un gioco da femmine, con un compagno di scuola che era come lui. I suo genitori – soprattutto suo padre – si sentivano umiliati dalla sua effeminatezza. “Mio padre era un machista”, dice. “Non voleva un figlio gay”. Era un camionista che beveva e picchiava la moglie. I genitori di Saúl divorziarono quando lui aveva tredici anni. Anche gli altri bambini lo trattavano in modo crudele e violento. “I ragazzi del quartiere, compresi alcuni parenti, mi usavano come giocattolo sessuale”.

Oggi Armendáriz ha 45 anni. Mi parla di questi orrori mentre stende sulle palpebre un ombretto verde glitterato, in piedi davanti allo specchio di un camerino di Los Angeles. Quando ricorda la sua infanzia non sembra né troppo turbato né troppo distaccato, una via di mezzo. “Non sono una vittima”, ci tiene a precisare. Poi si lascia sfuggire un sospiro e si mette il rossetto, di un colore rosso acceso. “Ma sono rimasto molto segnato”. Poi si applica un paio di ciglia finte. Sta trasformando Saúl nel personaggio che interpreta nella lucha libre: il favoloso campione mondiale dei pesi welter Cassandro.

Talento e sensibilità
A quindici anni Armendáriz lasciò la scuola e si affidò a un allenatore di Ciudad Juárez, e due anni dopo fece il suo esordio da professionista con il nome di Mister Romano. Quel personaggio era ispirato a Rey Misterio, un famoso lottatore messicano con cui Armendáriz si era allenato all’inizio della sua carriera. Mister Romano era un rudo, un cattivo, costruito sul modello dei gladiatori. Portava una maschera e un costume bianco e nero. Il suo dropkick, il calcio volante sferrato all’avversario con entrambi i piedi, era implacabile. Armendáriz si esibì interpretando quel personaggio per meno di un anno, vincendo un incontro dopo l’altro nelle arene lungo tutto il confine. “Fu Baby Sharon a convincermi ad abbandonare Mister Romano”, racconta. Baby Sharon era un exótico, un lottatore che combatteva travestito da donna. Gli exóticos esistevano fin dagli anni quaranta del novecento. All’inizio erano dei dandy. Assumevano pose sofisticate e teatrali e lanciavano fiori al pubblico. A poco a poco diventarono sempre più leziosi e ammiccanti, finché non cominciarono a vestirsi da donna e a somigliare sempre di più a una macchietta del gay effeminato. Il pubblico, che si divertiva tantissimo a odiarli, gli urlava “Maricón!” e “Joto!” (finocchio). Gli exóticos facevano da contrasto ai bruti supervirili contro cui combattevano. I più famosi dicevano che interpretavano quel personaggio sul ring ma in realtà erano eterosessuali. Secondo Armendáriz, Baby Sharon fu tra i primi a dichiarare pubblicamente che lui non faceva finta. Era davvero omosessuale.

Al suo esordio come exótico, Armendáriz non portava una maschera. “Sono salito sul ring indossando una camicetta a fiori di mia madre e lo strascico del vestito rosa da debuttante di mia sorella. Poi, per combattere, ho messo un costume da bagno da donna”. In cartellone era annunciato come Rosa Salvaje, ma l’incontro si teneva a Juárez, dove tutti lo conoscevano. Fu una serata da incubo. “Credevo che nessuno sapesse che ero gay, e quindi ero convinto che quello sarebbe stato il mio coming out. Invece lo sapevano tutti, ero l’unico a non rendermene conto”. Il pubblico continuava a incitare il suo avversario: “Ammazzalo, quel finocchio”.
Rosa Salvaje, come Mister Romano, era un lottatore potente e veloce. Niente mossette o gridolini: solo un balletto celebrativo ogni volta che scaraventava un avversario fuori dal ring, o un bacio a sorpresa sulla bocca di qualche maschione inchiodato a terra in una presa di sottomissione. Il pubblico adorava questo genere di trovate. Ma alcuni lottatori più anziani non volevano battersi con Rosa. Era il 1989, in piena isteria da aids. La madre di Armendáriz, María, cominciò ad andare agli incontri. E quando qualcuno, tra il pubblico, gli rivolgeva insulti omofobici, lei protestava: “Quello è mio figlio!”. Non c’è niente di meglio in Messico per zittire un provocatore.

Rosa Salvaje combatteva spesso insieme a un altro exótico di talento, Pimpinela Escarlata. Giravano le arene dello stato di Chihuahua pestando omaccioni eterosessuali. Erano vittorie legittime? No, almeno a livello sportivo. C’è una ragione se il Nevada gaming control board, l’agenzia governativa statunitense che regola il gioco d’azzardo, non ha mai permesso le scommesse sul wrestling professionistico: i risultati sono stabiliti in anticipo. Ma lo spettacolo – nella lucha libre come nel wrestling – prevede sempre una trama e i vincitori devono essere atleti convincenti. Rosa e Pimpi lo erano senz’altro.

Sul ring sono piovuti pesos, una dimostrazione di apprezzamento da parte del pubblico. Cassandro è rimasto lì a godersi lo spettacolo

L’evoluzione della trama non è determinata solo dai promoter, gli organizzatori degli incontri. Quando Armendáriz decise di cambiare il suo nome di scena, partecipò a una lucha de apuesta (un incontro associato a una scommessa) contro un exótico che si chiamava Johnny Vannessa: lo sconfitto avrebbe rinunciato al suo nome. Rosa perse l’incontro, e da allora Armendáriz ha sempre combattuto come Cassandro. Il nome viene dalla direttrice di un bordello di Tijuana che Saúl ammirava molto. Cassandra era famosa per la sua generosità verso i poveri: con i profitti del suo fiorente commercio aiutava i ragazzi di strada, come aveva sempre fatto, fin da quando era una giovane prostituta di alto bordo. Il suo strano miscuglio di talento e sensibilità era sempre stato fonte di ispirazione per Armendáriz. Dopo tutto, forse era possibile essere un personaggio trasgressivo, sexy e di successo e allo stesso tempo una brava persona.

Una volta, a Guadalajara, una donna anziana accoltellò Cassandro durante un incontro, dopo che l’azione si era spostata – come succede spesso nella lucha libre – nella zona riservata al pubblico. Perché lo fece? Cassandro scrolla le spalle. “Stavo picchiando uno dei suoi idoli. Mi colpì proprio qui, sotto la gabbia toracica”. A Juárez un’altra anziana una volta gli rovesciò una scodella di peperoncini verdi sulla schiena. “Le dissi di calmarsi”, racconta. “Era fuori di sé. Le dissi che rischiava un infarto, ma lei non si fermò. Avevo la schiena tutta sudata, e quei peperoncini bruciavano da morire”.

I segni della guerra
Il pubblico più scatenato che io abbia mai visto a un incontro di Cassandro è stato quello dell’arena Kalaka, a Ciudad Juárez, nel marzo del 2014. Ma è stata un’esaltazione adorante. La serata era cominciata male. Gli organizzatori l’avevano annunciata come lucha extrema, la versione più violenta del wrestling messicano, vietando l’ingresso ai minori di dodici anni. I lottatori – con più coraggio che tecnica – si erano battuti usando sedie d’acciaio, tavole chiodate, tubi luminosi fluorescenti di diverse lunghezze, una chitarra avvolta nel filo spinato e perfino un trapano a batterie. Alla fine è venuto fuori che il trapano era finto e che i buchi sulla nuca dei lottatori finiti al tappeto erano solo una messinscena. Ma dopo cinque o sei incontri c’erano i vetri dei tubi dappertutto, e il sangue che schizzava dai corpi dei lottatori era vero. Era difficile non vedere nell’euforia del pubblico una specie di esorcismo di massa, se si pensa a quello che gli abitanti di Ciudad Juárez hanno dovuto affrontare negli ultimi anni: una spietata guerra di strada tra i cartelli della droga, che ha provocato più di novemila morti in quattro anni. Nel 2011 il tasso di omicidi della città, che era il più alto del mondo, ha cominciato a diminuire. Ma i traumi hanno lasciato segni profondi, e il quartiere diroccato intorno all’arena Kalaka – un vecchio magazzino fatiscente – faceva pensare ai resti di un campo di battaglia abbandonato.

Nella confusione dei primi incontri della serata ero riuscito a stento a distinguere i buoni dai cattivi. I técnicos dovrebbero rispettare le regole, i rudos trasgredirle e poi l’arbitro dovrebbe ristabilire l’ordine. Ma i técnicos avevano attaccato i loro avversari alle spalle sulla rampa di accesso al ring, mentre gli arbitri sistemavano il filo spinato sul tappeto per massimizzare i danni negli atterramenti. I circa duecento spettatori sembravano felici. Ragazzine liceali e vecchietti che avrebbero potuto essere i loro nonni ripetevano all’unisono “Culero” (stronzo) a un lottatore chiamato Aereo. Con il volto coperto da una maschera color oro e viola, Aereo aveva forse perso il favore del pubblico. Quando si fermò a riprendere fiato durante un lungo e duro pestaggio, qualcuno gli urlò: “Invitalo a cena”. Evidentemente Aereo era troppo tenero per quel pubblico così poco impressionato dalla violenza della lucha extrema. Quando è arrivato il momento dell’incontro tra Cassandro e Magno – un rudo grande e grosso – i presenti hanno tirato un sospiro di sollievo: era arrivata la vera lucha libre.

In linea di massima il wrestling messicano è più spettacolare e acrobatico di quello statunitense: dà importanza alle manovre aeree e alla fluidità degli scambi più che alle dimensioni e alla muscolatura dei lottatori. I puristi si lamentano perché sostengono che dagli anni novanta, quando è stato rimosso il divieto di trasmettere gli incontri in tv, il wrestling messicano ha perso un po’ della sua eleganza tecnica e della sua originalità. Da allora la lucha è diventata più monotona e scenografica: sembra fatta più per le telecamere che per il pubblico ai bordi del ring.

Toccare il fondo
Ma questo non è stato certo il caso del match tra Cassandro e Magno all’arena Kalaka di Ciudad Juárez. Con i loro salti e le loro “catapulte”, sono volati oltre le corde e in mezzo al pubblico, che prima si è sparpagliato e poi li ha aiutati a risalire sul ring. Dopo avere sfiorato a più riprese lo schienamento, Cassandro è riuscito per l’ennesima volta a scrollarsi di dosso il suo gigantesco avversario poco prima che l’arbitro lo dichiarasse sconfitto. Ora la folla era in piedi, urlante. Alla fine, con un salto dalla corda più alta, Cassandro ha sferrato un dropkick al suo avversario, colpendolo al torace. Entrambi sono ricaduti a terra con un tonfo sordo. Cassandro si è rialzato per primo, è corso verso il bordo del ring e, aggrappandosi alla corda di mezzo, ha calciato all’indietro e alla cieca, a gambe tese. Non so come, è riuscito a colpire Magno che si era appena rialzato al centro del ring e l’ha bloccato in un wheelbarrow, una presa delle gambe da dietro. Dopo una serie di manovre in rapida sequenza, Magno si è ritrovato schiena a terra, con le gambe sollevate e piegate contro una gamba di Cassandro e con tutto il peso dell’avversario sul petto. Mentre si dibatteva, Magno scuoteva Cassandro come una bambola tra i denti di un cane. Ma Cassandro non ha mollato la presa. Uno, due, tre: vittoria.

Sul ring sono piovuti pesos, una tradizionale dimostrazione di apprezzamento da parte del pubblico. Cassandro è rimasto lì a godersi lo spettacolo, ansimante, madido di sudore e sorridente, con gli occhi che gli brillavano. Aveva perso le ciglia finte. Qualcuno gli ha passato un microfono: “Ésta es lucha libre” (questa è lotta libera), ha dichiarato. Poi ha girato lo sguardo verso i resti dell’incontro precedente: filo spinato, pezzi di legno, tubi luminosi piegati e vetri rotti. “Non quelle stronzate”.

Il successo di Cassandro è stato rapido: dopo essersi trasferito a Città del Messico, entrò subito in una delle grandi federazioni. In quel periodo Armendáriz ostentava una sicurezza che in realtà non aveva. Nel 1991, poco prima del suo ventunesimo compleanno, gli fu assegnato un match contro Hijo del Santo, il lottatore più popolare del Messico. Era impensabile che Cassandro potesse vincere. Oltre a essere un campione dei pesi welter, Hijo del Santo era il figlio di un altro lottatore leggendario, El Santo: la maschera d’argento con cui si esibiva era quella del padre. La reazione dei fan fu di rabbia e indignazione. “Dicevano che ero solo un piccolo omosessuale. ‘Come puoi pensare di contendere il titolo a Hijo del Santo?’, chiedevano. Ce li avevo tutti contro. Una pressione insostenibile”. Una settimana prima dell’incontro Cassandro aveva provato a uccidersi tagliandosi le vene dei polsi con un rasoio. Pimpinela Escarlata era arrivato in tempo e gli aveva salvato la vita. Cassandro mi mostra le ferite. Nonostante tutto, tenne fede all’impegno e si batté con Hijo del Santo. Perse l’incontro, ma con onore, e continuò a praticare il wrestling ai massimi livelli. Nel 1992 vinse un campionato dei pesi leggeri: era il primo exótico a conquistare un titolo mondiale.

Per non perdere la fiducia in se stesso e continuare a combattere, Cassandro cominciò a fare uso di droghe e alcol. Il mondo della lucha libre attirava i federales – gli alti funzionari della polizia – e i loro cugini della malavita, che assicuravano ai lottatori un rifornimento illimitato di sostanze stupefacenti. Per Cassandro la baldoria durò più di dieci anni. “Alcol e droga mi aiutavano a fare carriera. Credevo in me stesso. Ero famoso, guadagnavo un sacco di soldi. Mi sentivo Wonder Woman”. Nel 1997, nel bel mezzo della baldoria, Armendáriz perse la madre. “Mi drogavo ancora quando mia madre è morta”, mi dice. “In qualche modo, era lei che alimentava il mio vizio. Mi amava troppo. L’ho truccata io, all’obitorio. Ero strafatto, quel giorno. È stato terribile. Ma la cosa peggiore è che se lei non fosse morta sarei finito in prigione o sarei morto io. Anche se mi sento in colpa e mi vergogno di dirlo”. Ci vollero anni prima che Armendáriz toccasse il fondo. La dipendenza da alcol e droga stava danneggiando anche la sua carriera: combatteva sempre meno e viveva nel giardino di un amico.

La data del ritorno alla sobrietà – 4 giugno 2003 – se l’è tatuata sulla schiena. La forza per uscirne l’ha trovata in un miscuglio di sincerità estrema (la sua personale versione del misticismo cattolico) e pratiche spirituali dei maya e degli indiani d’America, che lo hanno riavvicinato ai suoi antenati nahuatl. “Dicono che la religione sia per chi ha paura di andare all’inferno”, mi spiega. “Invece la spiritualità è per chi all’inferno c’è stato. Come me”. Poco dopo ha firmato un contratto con una nuova federazione e ha cominciato a combattere con uno spirito nuovo. “Sai chi è il mio avversario, sul ring? Cassandro. L’uomo che ha bisogno di essere famoso. Il tuo ego non è tuo amigo. È Saúl contro Cassandro, lassù. Ho dovuto imparare a essere umile”.

A differenza di tanti altri sport, il wrestling professionistico non dà importanza ai numeri. Nessuno snocciola record delle vittorie e delle sconfitte. Nella lucha libre gli incontri veramente importanti, quelli che segnano una carriera, non sono i campionati mondiali, ma i match máscara contra máscara (maschera contro maschera) o cabellera contra cabellera (capelli contro capelli), in cui i lottatori mettono in palio le loro maschere o i loro capelli. La posta più alta è la maschera. Quando un lottatore è sconfitto e gli viene strappata la maschera, il pubblico lo vede in faccia per la prima volta. Il suo nome e la sua data di nascita sono pubblicati sui giornali. La maschera, che simboleggia il suo onore, gli viene ritirata e non potrà più essere usata. Chi perde un incontro “capelli contro capelli” viene rasato e umiliato pubblicamente, ma può continuare a combattere. I capelli ricrescono. Cassandro, che ha una splendida capigliatura – è biondo cenere e porta una pettinatura alla Farrah Fawcett (“Vado pazzo per gli anni settanta”) – ha combattuto e vinto numerosi incontri di questo tipo. Qualcuno l’ha anche perso, come quello del 2007 contro Hijo del Santo, alla Los Angeles sports arena. I video in cui appare durante il taglio di capelli in pubblico sono strazianti. Piange disperato, e con i capelli corti sembra un bambino piccolo e infelice. Com’era prevedibile, strappare la maschera a Hijo del Santo era fuori questione. Ma Cassandro si è consolato con i 25mila dollari intascati per perdere l’incontro.

I ricordi di Baby Sharon
Il ragazzaccio di un tempo è diventato un uomo rispettabile. Oggi Armendáriz tiene conferenze sulle discriminazioni all’ambasciata statunitense di Città del Messico e all’Università nazionale autonoma del Messico (Unam). La lucha libre sembra avere catturato l’immaginazione di tanti europei. Cassandro è stato invitato a parlare nel Regno Unito e in Francia. Le femministe del collettivo russo delle Pussy riot sostengono di essersi ispirate alla lucha libre per creare le maschere che indossano durante i loro concerti. Nel 2009 Cassandro e Hijo del Santo si sono esibiti per due sere di seguito al Louvre di Parigi. Cassandro ha vinto il titolo mondiale dei pesi welter in un incontro a Londra, nel 2011, ed è stato ospite del programma televisivo Bbc Breakfast. Il suo unico appunto agli inglesi è che insistono a definirlo una “travestita”: lui è una drag queen.

L’ombra della World wrestling entertainment (Wwe), la federazione di wrestling statunitense che domina il mercato e trasmette i suoi eventi in tutto il pianeta, si allunga a vari livelli anche sul mondo della lucha libre. La sigla Wwe significa soldi, e alcuni lottatori messicani hanno scelto di esibirsi sotto la fredda luce dei suoi riflettori. Le offese razziste contro i messicani fanno parte del pacchetto – capita che i luchadores siano costretti a salire sul ring in sella a un tagliaerba – e le trame degli incontri sono tortuose e rigidamente determinate. In realtà sono scritte da sceneggiatori professionisti. Una delle costanti narrative è la complessità dei feud, situazioni create a tavolino per poter mettere in scena una rivalità tra due o più wrestler. Un’altra caratteristica sono le interviste rabbiose, le minacce e le spacconate che precedono e accompagnano gli incontri, e che gli appassionati di lucha libre considerano indecorose. “La Wwe ti offre venti minuti di turpiloquio e due di combattimento”, dice Cassandro storcendo la bocca. Eppure, è felice quando i suoi pupilli vanno al nord e cominciano ad arricchirsi con la Wwe.

Cassandro ha combattuto in tutti gli Stati Uniti. Il problema con i lottatori gringo, dice, è che molti non hanno mai imparato le prese. “In un evento payperview registrato a Charlotte ho fatto un topetón – un salto fuori dal ring – durante un match con un tipo della Ring of honour (un’altra federazione statunitense), che è rimasto lì impalato, senza sapere cosa fare. Sono volato oltre le sue braccia e atterrando mi sono fratturato una gamba. Frattura del piatto tibiale”. È successo nel 2010. Cassandro è rimasto fermo per mesi. “Ma ora so che mi sono fratturato la gamba perché mio padre potesse finalmente prendersi cura di me. E l’ha fatto. Mi ha portato una pentola di pollo cucinato da lui. Non avrei mai immaginato che ne fosse capace”.

Cassandro vive in una casa che si affaccia sul confine. Se lanci un sasso al di là del filo spinato finisce nel Rio Grande, il fiume che in quel punto divide il Messico dagli Stati Uniti. Il suv di una pattuglia della polizia di frontiera è parcheggiato all’angolo. Il quartiere, pochi chilometri a est dal centro di El Paso, è modesto, con poca ombra e molti lotti non edificati. La casa di Armendáriz è piccola, beige, con il tetto a terrazza. Ci abita da solo. Dentro l’abitazione è pulita, silenziosa, in penombra, sembra un ashram. Ma basta aprire un armadio nella sala dei massaggi (Armendáriz ha assunto un massaggiatore diplomato) e ti ritrovi nel mondo folle e colorato di Cassandro. L’armadio è pieno di costumi da wres-tling fatti su misura, ricoperti di lustrini e paillette.

Un giorno lo trovo che rovista dentro alcune scatole di plastica piene di ricordi. Cerca qualche frammento della carriera di Baby Sharon, morto nel 2008. “Lo abbiamo sepolto a Ciudad Juárez”, mi dice Armendáriz. “Abbiamo chiamato la famiglia a Guadalajara, ma sua figlia non ha avvisato nessuno dei parenti. Si vergognavano di lui. Baby Sharon aveva dichiarato pubblicamente la sua omosessualità negli anni settanta, era molto difficile per i gay a quei tempi. Tutti gli exóticos, agli inizi della loro carriera, avevano dovuto battersi con lui. Era uno tosto, ma bravissimo con la macchina da cucire. Quando è morto gli hanno messo una tuta da ginnastica rossa. Era orrenda! Così siamo andati a comprare un completo gessato, lo abbiamo tirato fuori dalla bara e lo abbiamo cambiato. Io ero pulito solo da quattro anni, e Baby Sharon era la prima persona che perdevo da quando ero sobrio. Ero sicuro che dopo il funerale sarei andato a sbronzarmi. E invece no. Eravamo molto legati. Mi chiamava mi hija, figlia mia”.

In una delle scatole Armendáriz trova una fotografia in cui appare seduto per terra, fuori dal ring, con un’espressione incredula e la faccia e il petto coperti di sangue. “Era stato lui”, dice. “Mi aveva colpito con una bottiglia”. Il suo amato mentore l’aveva colpito con una bottiglia? Armendáriz scrolla le spalle. “È stato un onore combattere con lui”.

So di toccare un tasto dolente quando gli chiedo della lucha extrema. In realtà Cassandro non la disprezza. Tutt’altro. Due anni fa ha anche partecipato a un incontro di quel tipo. “Non mi spavento mai, quando sono sul ring”, mi confida. “Ma quel giorno ho avuto paura. Muñeco Infernal ha versato un sacchetto di puntine sul ring, e poi mi ha scaraventato sul tappeto a faccia in giù. Passi per i tubi luminosi, il filo spinato, la scala, il coperchio del secchio della spazzatura, ma le puntine mi terrorizzano. Avevo puntine in tutto il corpo. Una volta mi hanno anche dato fuoco ai capelli”. Sospira. “Ma è stata una bella scarica di adrenalina. Potrei anche rifarlo”. Vedendomi sbalordito, spiega: “Non ho intenzione di passare la vita a prendermela con la Wwe e la lucha extrema che uccidono la nostra adorata lucha libre. È un atteggiamento che non mi piace”. Ma c’è un limite alla tolleranza verso gli attacchi alla tradizione. “Una volta c’era più rigore”, ammette. “Dovevi arrivare all’arena ben vestito, con una bella valigia. Oggi i luchadores si presentano agli incontri in sandali e pantaloncini. Ieri sera, alla Kalaka, ho visto un tizio che portava la sua roba in un sacchetto del supermercato”.

Ci sono tanti tipi di sofferenza: estetica, emotiva, morale, fisica. Come tutti i lottatori, Cassandro si guadagna da vivere soffrendo in pubblico, fisicamente. La gente paga per vedere il male che lui e altre persone possono infliggere e sopportare. Dicono che pianga dopo ogni incontro, quando non può più contare né sulla maschera dell’eroe invincibile né sul conforto delle droghe. Vive intensamente i suoi sentimenti, sia quelli positivi sia quelli negativi. Evidentemente è molto attratto dal dolore fisico. A luglio del 2014 ha partecipato alla Danza del sole, un rituale praticato dai sioux lakota. “Per quattro giorni non abbiamo mangiato né bevuto”, dice. “Abbiamo danzato sotto il sole con i sacerdoti lakota in capanne di purificazione all’aperto. Abbiamo messo 404 preghiere dentro l’albero della vita e poi lo abbiamo abbattuto a mani nude. È stata un’esperienza molto intensa, soprattutto la sete. Come il funerale di un genitore: padre Sole”.

“Muñeco Infernal ha rovesciato un sacchetto di puntine sul ring, poi mi ha scaraventato sul tappeto. Quel giorno ho avuto paura”

Rovistando dentro un’altra scatola tira fuori una bustina di plastica piena di capelli: una cabellera che ha vinto a Monterrey. Poi trova la fotografia di Baby Sharon che cercava. Mostra un uomo alto dai lineamenti marcati, con una chioma biondo platino lunga fino alle spalle, un paio di sopracciglia scure, un’ombra di barba e braccia pelose che sbucano da un abito di pizzo. Baby Sharon tiene un mazzo di fiori tra le braccia, sembra quasi cullarlo come se fosse un neonato. “Alla fine era diventato un cocainomane”, dice Armendáriz guardando la fotografia. “È morto in una stanzetta a Ciudad Juárez, da solo. Ma era stato un insegnante adorato dai suoi allievi e un creatore di costumi di grande talento. Aveva guadagnato un sacco di soldi, ma li aveva anche sperperati tutti. La vita di un exótico è molto triste. Moriamo tutti soli”. Mette via la foto di Baby Sharon. “Abbiamo fatto tanta strada. Ma oggi so che tutti i miei problemi, le mie dipendenze, i rifiuti a cui sono andato incontro sono dipesi dal mio orientamento sessuale. Perché sono solo, secondo te?”.

A me non sembra un uomo solo. È l’idolo di tutti. Non ha un compagno? “Sono stato per dodici anni con un uomo etero e sposato”, racconta. “Dai 18 ai trent’anni. È stata un’esperienza dolorosa. C’erano cinque, dieci, quindici minuti di paradiso a letto, e il resto del tempo mi trattava malissimo. Era un luchador. Siamo andati tutt’e due a Città del Messico. Ma solo la mia carriera è decollata. Lui è rimasto con la moglie a Ciudad Juárez.” Mi guarda con un’espressione quasi assente, senza emozione. “Sul ring sento tutto l’amore della gente”, dice. “Lì sono io, il campione del mondo, Cassandro”.

“La mia vita è un libro aperto”, continua Armendáriz riponendo i ricordi nella scatola. “Non ho niente da nascondere. Cerco di essere gentile con me stesso, di volermi bene. Faccio lunghi bagni con lavanda e sali di epsom, candele, musica da meditazione. So di essere fortunato”. Ci spostiamo in cucina, dove Armendáriz prepara un caffè. “Sugli omosessuali pesano ancora tanti pregiudizi”, afferma. “Ci considerano prostitute, drogati, seduttori. Ma non siamo tutti uguali. Oggi alcuni di noi sono visti come modelli positivi. Tempo fa un eterosessuale mi ha ringraziato perché lo avevo aiutato ad accettare i gay”.

A un passo dal confine
Quando smetterà di combattere, mi confida, potrebbe anche decidere di avere dei figli. Adora i bambini ed è in sintonia con loro. A un certo punto compare suo padre, Sabas Galindo, con in mano delle enchiladas. Si è risposato e vive lì vicino. È un uomo tarchiato, con il viso paonazzo, occhi umidi e un tono di voce cordiale. Mangiamo, poi faccio due chiacchiere con Galindo in salotto mentre Armendáriz lavora al computer. Sì, è molto orgoglioso del figlio: il primo campionato vinto, i viaggi in Giappone e in Europa. No, lui non è mai stato un appassionato di lucha libre. Gli piacciono il baseball e il pugilato. È vero, lui e Saúl non si sono frequentati per molto tempo. Galindo arrossisce. “È stato difficile per me accettare il fatto che fosse gay”, dice. “Il machismo, sa. È per questo che non ci parlavamo. Ma ora lo accetto, grazie a dio. E parliamo sempre”. Galindo è cresciuto a Ciudad Juárez, ma ora va in Messico solo per le emergenze. È troppo pericoloso. Tutti i suoi cinque figli vivono da questa parte del confine. Dalla finestra possiamo vedere Ciudad Juárez. Quando Galindo si alza per andarsene, lui e il figlio si abbracciano.

La scelta della famiglia Armendáriz dice molto su quale sia la situazione al confine. Nel 2010 a Ciudad Juárez ci sono stati più di tremila omicidi, a El Paso solo cinque. Gli amministratori texani definiscono El Paso la più sicura delle grandi città americane. Secondo alcune stime, centinaia di migliaia di abitanti di Ciudad Juárez – su una popolazione di un milione e mezzo di persone – hanno lasciato la città a causa della violenza. Molti di loro, soprattutto appartenenti al ceto medio e alto, si sono trasferiti a El Paso. Sfruttando le sue conoscenze all’ambasciata statunitense e tra i promoter americani, Armendáriz aiuta i lottatori messicani a ottenere il visto per gli Stati Uniti. Finora ha dato una mano a più di cento luchadores.

Nella lucha libre gli arbitri hanno ruoli complessi. Sono un po’ come il governo messicano, solo più divertenti

Tempo fa mi è capitato di attraversare la frontiera con uno di loro, un rudo chiamato Akantus. Venivamo da Ciudad Juárez. Mi ha detto che a volte le guardie di frontiera gli chiedono di dimostrare che è un vero lottatore – come c’è scritto sui documenti – e per questo lui porta sempre con sé la sua maschera. In un’altra occasione un agente statunitense mi ha chiesto cosa fossi andato a fare in Messico. Quando gli ho risposto che stavo facendo un servizio sulla lucha libre, mi ha chiesto di fargli il nome di un luchador. Gli ho parlato di Cassandro. Lui mi ha lanciato un’occhiataccia: “Perché proprio lui?”. Avrei voluto chiedergli: “E perché no?”. Ma mettermi a discutere con un poliziotto non mi sembrava una buona idea.

A Ciudad Juárez mi ritrovo all’arena Kalaka a studiare i vecchi poster appesi alle pareti. Ci sono nove personaggi mascherati in fila, uno più invasato, feroce e muscoloso dell’altro. E poi, alla fine, il piccolo Cassandro, sorridente e con la testa all’indietro. I suoi denti, tutti finti, risplendono di una brillantezza innaturale. Evidentemente all’arena Kalaka non combattono molti exóticos, o almeno non sono così sorridenti. Chiedo ad Alejandra Carreón, assidua frequentatrice della Kalaka e fan dei rudos, cos’abbiano di così speciale quei cattivi. Alejandra è un’informatica di 28 anni che vive ancora con i genitori. Mi racconta che da bambina andava nell’arena tutte le domeniche, di solito con il fratello minore. I rudos sono divertenti – mi dice – e rispondono alle urla del pubblico. Lei adora urlare, anche se trova il coraggio di farlo solo quando c’è suo fratello. Cassandro è un caso speciale. “La gente qui lo rispetta molto”, mi spiega. “Non ho mai sentito nessuno insultarlo”. Noto che all’interno dei polsi Alejandra ha tatuate le parole inglesi Angels e Heroes. Quello che le piace di più della Kalaka, dice, è l’impressione di “entrare dentro una piccola città nella grande città”.

So che cosa intende quando parla di “una piccola città”. C’è un chioschetto, appoggiato contro una parete sudicia, in cui due ragazze vendono bibite e patatine. La loro specialità si chiama preparada: un sacchetto di patatine Tostitos, aperto da un lato e riempito di avocado, cipolla, pomodoro, formaggio e una bella spruzzata di salsa agrodolce. In cima c’è infilato un cucchiaio di plastica.

In equilibrio sulla corda
Il camerino di Los Angeles si sta riempiendo di lottatori. Cassandro li abbraccia uno per uno. “Adoro abbracciare”, ammette. El Bombero, El Jimador, Niebla Roja, due nani dall’aria truce (Los Minis), un arbitro brizzolato di nome Platanito. Si tolgono gli abiti di tutti i giorni, si spalmano un unguento su collo, spalle e polpacci, e scivolano nei loro costumi attillati. È emozionante vederli mentre indossano le maschere. In un attimo il giovane Sergio di Città del Messico – un ragazzo simpatico e cordiale – si trasforma nel feroce lottatore senza occhi Niebla Roja, nebbia rossa. Niebla Roja è tornato da poco dal Giappone. Lì la lucha libre è molto popolare. Cassandro c’è andato diverse volte in tournée. “Picchiano duro”, spiega Niebla Roja, accarezzandosi gli enormi bicipiti. “Hanno i gomiti pesanti. Ma ti mettono a disposizione una massaggiatrice ogni volta che vuoi”. Si toglie la maschera. Sta cercando di decidere quale delle tre versioni usare questa sera. Il suo match con Cassandro è l’evento più importante della serata. Dividono la stanza d’albergo nel quartiere di Little Tokyo – per l’appunto – a Los Angeles.

Prima, nel pomeriggio, li vedo ispezionare insieme il ring. “Troppo piccolo”, dice Sergio. “E la disposizione del pubblico è strana”. Armendáriz concorda. Ma questo non sarà un normale incontro di lucha libre, con il pubblico seduto intorno ai quattro lati del ring. Il ring è posizionato sul palco di un vecchio teatro, il Mayan: una grande sala da 1.400 posti, tutti esauriti per le due serate di wrestling. Lo show si chiama Lucha VaVoom e prevede anche un numero di burlesque e l’esibizione di un gruppo rock tra un incontro e l’altro. Il pubblico è composto per lo più da hipster di Los Angeles, non da veri appassionati. Niebla Roja non ha mai partecipato a una VaVoom. Cassandro invece sì, molte volte.

Il ring ha anche altri problemi. Armendáriz salta sulla corda superiore. Mentre cammina lungo la corda, Sergio gli tiene la mano. “È troppo morbida”, dice, rimbalzando. “Va bene”, urla un tecnico che sta lavorando sotto la pedana del ring. “Ti piacciono i miei stivaletti da donna?”, mi chiede Armendáriz. Porta un paio di stivali neri con il tacco alto, jeans attillati, una cintura tempestata di strass e una camicia aderente con bottoncini argentati e motivi che ricordano schizzi di lava, abbastanza aperta da mostrare un crocifisso d’argento sul petto abbronzato. È incredibile come riesce a stare in equilibrio su quella corda. “I rudos da quella parte, i técnicos qui”, dice a Sergio, che annuisce. “Oddio, guarda questo paletto”. Un’ispezione sotto al quadrato del ring ha rivelato la rottura del gancio di un cavo fondamentale: “il tenditore”, lo chiama Armendáriz.

Più tardi, prima di entrare in scena, Cassandro avvisa i lottatori di testare le corde appena saliti sul ring e di non fidarsi dei tenditori nell’angolo sospetto. L’atmosfera nei camerini sta diventando frenetica. I lottatori provano insieme mosse e manovre. “Allora, io salto, tu mi colpisci qui, bam, bam, planchasuplex, giro”. In quegli spazi angusti i tag team (coppie di wrestler che combattono in coppia) mimano lunghe sequenze di manovre. È la coreografia preincontro. L’elemento centrale è la sicurezza. Chiedo a Niebla Roja se vincerà lui o Cassandro. Lui scrolla le spalle. “Forse Cassandro lo sa. Io combatterò e basta”.

Comincia il primo match. Domando a una donna tra il pubblico perché sia lì. “Era nella mia lista di cose da fare a Los Angeles”, mi risponde. Si chiama Dhyandra e lavora al museo d’arte della contea. “Ne parlano tutti”. Ha 27 anni e non sa cosa aspettarsi. “Sono qui, come dire, per una serata kitsch”. Due giovani ingegneri,

Brooks e Margarita, le fanno eco. “Mi aspetto di farmi quattro risate”, dice Margarita. Brooks ha appena comprato una maschera azzurra di lucha libre nell’atrio. Pensa di indossarla ad Halloween. Solo pochi, tra gli spettatori, si sono messi una maschera. Due ragazzi, i classici figli di papà, hanno un costume da lucha libre, con tanto di mantello.

I primi match servono a riscaldare il pubblico. Un personaggio chiamato Dirty Sánchez lancia il contenuto del suo pannolone fuori dal ring, provocando il panico tra il pubblico urlante. I Minis sono spudoratamente esilaranti mentre corrono impettiti da una parte all’altra del ring, facendo inciampare i loro ben più imponenti avversari. Il personaggio che mi colpisce di più è Platanito, l’arbitro: è diabolico. All’inizio sembra che voglia imporre l’ordine e tenere a bada i rudos, ma poi, al momento buono, fallisce nel suo intento, mostrando tutta la sua debolezza e la sua disonestà. Nella lucha libre gli arbitri hanno ruoli complessi, legati solo in parte alla direzione dell’incontro. Sono un po’ come il governo messicano, solo più divertenti.

Cassandro fa la sua prima apparizione su un grande schermo, mentre sale con passo lento e solenne le scale che dal seminterrato portano in sala. Indossa una giacca da torero, con un incredibile e lunghissimo strascico di broccato, sopra un costume da bagno femminile aderentissimo e scollato fino alla cintola. Ai piedi porta un paio di stivali bianchi con grandi farfalle di strass ai lati. Mentre gli altoparlanti sparano No te metas con mi cucu (Lascia stare il mio sedere) – una cumbia del gruppo colombiano la Sonora Dinamita – attraversa la platea a passo di danza, andando verso il ring, dove lo aspetta Niebla Roja. Ma dopo essersi tolto giacca e strascico, si ferma nello spazio subito fuori del quadrato, dove si esibisce in alcuni passi dei Menudo, infiammando una platea già piuttosto entusiasta.

Senza smettere di piangere
In realtà l’incontro è un match di coppia, ma i partner di Cassandro e Niebla, forse volutamente, non possono competere con le loro mosse e contromosse così veloci, acrobatiche e rischiose. L’unica cosa da ricordare del partner di Niebla, un flaccido peso massimo che si fa chiamare Dr. Maldad Pepieux, è che Cassandro se lo porta per un po’ in giro sulle spalle – con i suoi 115 chili – solo per mettere in mostra la sua forza. Alla fine Platanito perde il controllo dell’incontro, che scivola prima fuori dal ring e poi fuori dal palco, per proseguire in platea, seguito dai riflettori, mentre il pubblico si sparpaglia e Niebla Roja e Dr. Maldad si abbattono sullo sfortunato partner di Cassandro.

Ma dov’è Cassandro? All’improvviso i riflettori lo inquadrano, in cima a una galleria, che cammina in punta di piedi sul bordo di una ringhiera. Sta pensando di calarsi da lassù, per correre in soccorso del partner? No, sta pensando di tuffarsi. E si tuffa da circa quattro metri e mezzo di altezza. Cassandro piomba sulla mischia alla velocità di Superman, poi scompare di nuovo. Accanto a me, un tizio calvo con una bottiglia di birra a collo lungo si mette a urlare: “Quello è pazzo! Ha più di sessant’anni, e stavolta ha mancato il bersaglio. Di solito si rialza subito in piedi, ma è a terra! Ha mancato il bersaglio!”.

Su una cosa il tizio calvo ha ragione: Cassandro ha mancato il bersaglio. O meglio: a mancare il bersaglio è stato lo staff della sicurezza che avrebbe dovuto attutire la caduta. Uno di loro si è ritrovato sulla traiettoria del volo, e Cassandro si è rotto una costola. Ma quel tuffo era così pericoloso che non poteva certo aspettarsi di cavarsela senza conseguenze.

Più tardi mi dirà solo questo: “Sentivo di dover fare qualcosa di speciale, avevo l’impressione di avere deluso il pubblico. Quel paletto del ring era messo così male che non avevo potuto fare nessuno dei miei soliti salti dalla terza corda, nessuna delle manovre più spettacolari”. A me, in realtà, è sembrato che lui e Niebla Roja abbiano fatto dei voli incredibili.

Alla fine Cassandro si rialza in piedi e, tenendosi un fianco, si dirige barcollando verso il palco, incitato dalla folla. Lui e Niebla salgono sul ring e riprendono lo spettacolo. La squadra di Cassandro vince, e viene giù il teatro. Poi comincia la festa nei camerini. Cassandro non partecipa. Seduto nel suo angolo, respira a fatica: senza smettere di piangere si strucca e si sfila dolorante il costume. Non vuole che chiamino un’ambulanza né del ghiaccio. Certamente non vuole una tequila. Niebla Roja ha un labbro spaccato, sotto l’impacco di ghiaccio. Sta preparando la borsa. “Stessa cosa domani, Cassandro?”, chiede.

Cassandro annuisce in modo distratto, sofferente. Bè, magari senza il tuffo. E poi vuole anche portare Sergio a fare shopping prima dello spettacolo del giorno dopo. C’è un quartiere di negozi persiani di abbigliamento, con una fantastica scelta di tessuti luccicanti ed elasticizzati, perfetti per i costumi della lucha libre. E c’è un quartiere dove si vendono profumi all’ingrosso, a prezzi molto più bassi di qualsiasi altro posto in Messico o a El Paso.

(Traduzione di Diana Corsini)

Questo articolo è stato pubblicato il 29 maggio 2015 nel numero 1104 di Internazionale.

https://www.internazionale.it/notizie/william-finnegan/2023/10/04/cassandro-ha-gettato-la-maschera-2