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lunedì 23 febbraio 2015

Alaa Abd el Fattah in carcere per cinque anni




Il silenzio dei deboli – Paola Caridi


Solo qualche parola a caldo, dopo la condanna di @alaa. PEN international chiede la liberazione di Alaa Abdel Fattah, condannato a cinque anni di reclusione per aver protestato contro una legge liberticida sulle manifestazioni di piazza. Lo chiede PEN international, non lo chiedono le cancellerie. Non lo chiedono i governi europei. Non lo chiede l’Europa, che a Alaa Abdel Fattah negò il premio Sakharov, rendendolo in questo modo più debole. Il silenzio dell’Occidente è impressionante, e la dice lunga non solo sull’ignavia, ma sulla pochezza della strategia mediterranea europea. Non è solo il destino di un uomo, in gioco, che pure sarebbe motivo sufficiente per esprimere al governo egiziano il disagio dell’Italia e dell’Europa. In gioco sono le stesse libertà e gli stessi valori per cui milioni di persone sono scese in piazza, esprimendo la ferma condanna del razzismo e della violenza, contro la strage di Charlie Hebdo. Per @alaa, icona di piazza Tahrir e dei giovani della rivoluzione, egiziano, arabo, musulmano, laico, democratico, lucidissimo lettore della controrivoluzione di Al Sisi, non si spendono parole e atti politici, da parte di un Occidente vecchio, rinchiuso, miope, vigliacco. In galera, assieme ad Alaa Abdel Fattah, sono molti tra i protagonisti della rivoluzione del 2011. Sono molti ragazzi, tantissimi ragazzi, laici e islamisti, sono migliaia: in prigione perché la controrivoluzione ha bisogno di renderli ancor più silenziosi. Si chiamano prigionieri politici, nella catalogazione delle associazioni per la difesa dei diritti umani e civili. Mi aspetterei, da parte di opinionisti italiani più o meno brillanti, diverse “lettere a” amici arabi e musulmani. Magari, in questo caso, per chiedere scusa.


Cinque anni di carcere all’attivista Alaa Abdel Fattah – Sonia Grieco

Un’altra sentenza si è abbattuta sugli egiziani che nel 2011 occuparono per giorni piazza Tahrir, al Cairo, riuscendo a mettere fine al regime dell’ex presidente Hosni Mubarak. Un tribunale oggi ha condannato a cinque anni di carcere Alaa Abdel Fattah, blogger e attivista diventato uno dei leader di quella sollevazione popolare che seguì l’inizio, in Tunisia, della cosiddetta primavera araba.
Nel 2011 Abdel Fattah si era fatto conoscere per aver dato vita a una campagna contro i processi militari ai civili. Una prassi ancora in auge in Egitto, dove sono centinaia i cittadini giudicati da tribunali militari, organi non indipendenti (rispondono al ministero della Difesa) che hanno comminato pese pesantissime contro gli attivisti laici e gli esponenti dei Fratelli Musulmani.
La Fratellanza è stata messa fuorilegge dall’attuale capo di Stato Abdul Fattah al-Sisi, salito al potere nel 2013 con un golpe che ha messo fine alla presidenza di Mohamed Morsi, primo presidente eletto dopo il 2011 ed esponente della Fratellanza. Ne è seguita una dura repressione che ha portato in cella centinaia di persone e decine di loro sono state condannate a morte.
Da quando è alla guida del Paese, al-Sisi ha emanato, in assenza di un Parlamento, una serie di leggi liberticide volte a limitare l’espressione di ogni forma di dissenso. Norme che hanno colpito i movimenti laici che quattro anni fa avevano fatto di piazza Tahrir il luogo simbolo della rivolta egiziana, e i Fratelli Musulmani. In Egitto lo spazio per il confronto e la contestazione è stato ridotto ai minimi termini. Le manifestazioni sono represse nel sangue, come accaduto nei giorni del quarto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, a fine gennaio, quando la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti uccidendo circa trenta persone.
Abdel Fattah è stato condannato proprio per avere violato una di queste controverse leggi, quella che impone l’autorizzazione governativa alle manifestazioni. Nel 2013 era sceso in piazza assieme ad altri attivisti, nonostante i divieti, e questo gli è costato l’accusa di organizzazione di una protesta illegale e di aggressione a un poliziotto. È finito alla sbarra assieme ai suoi compagni, ai quali sono state inflitte pena dai tre ai cinque anni. In questa riedizione del processo la pena è stata alleggerita, in precedenza, infatti, era stato condannato a 15 anni. Adesso ricorrerà in appello, ha fatto sapere il suo avvocato.
In tribunale gli attivisti presenti hanno scandito slogan contro il “regime militare”. È una sentenza politica, hanno detto i gruppi per i diritti umani, che rientra nel sistema di repressione messo in piedi da al Sisi.