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venerdì 1 maggio 2026

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino


La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.

da qui

sabato 26 dicembre 2020

La stupidità al potere - Sergio Benvenuto

1.

 

Alcuni non credono affatto che l’assurda pretesa di Trump di aver vinto le elezioni presidenziali sia effetto di qualche squilibrio mentale, di un ottuso rifiuto della realtà come in tanti negazionismi (Trump nega anche l’importanza dell’epidemia da coronavirus). Anche perché gran parte dell’establishment republican – che non è una banda di psicotici, si presume – ha sostenuto il suo rifiuto di fare concession, come si dice in America, cioè di ammettere sportivamente la sconfitta. Costoro dicono che dietro il comportamento in apparenza quasi-delirante di Trump ci sia invece un abile calcolo politico e personale. Ovvero, Trump vorrebbe “contrattare” la sua partenza dalla Casa Bianca, chiedendo a Biden assicurazioni sulla propria immunità penale, dato che il suo ritorno allo status di comune cittadino farebbe scattare una serie di incriminazioni e processi per quel che fece in passato… E che comunque Trump, anche in questo rifiuto di aver perso, asseconda gli istinti dei suoi elettori, tutti accomunati da varie negazioni della realtà: quella del riscaldamento globale, della pandemia, della globalizzazione, dell’inevitabilità dell’immigrazione…. Non ultima possibilità, il progetto di un colpo di stato, della guerra civile, contro un’America liberal identificata al bolscevismo.

 

Questa tesi sull’”astuzia di Trump” nasce da un presupposto che sembra del tutto verosimile: che se un politico è giunto al massimo del potere in un paese colto e potente, non può essere né uno stupido né un pazzo. Anche quando sembra fare o dire cose stupide o pazze (come faceva Berlusconi, ad esempio), si presuppone che ci sia in esse una sottile e cinica logica politica. Del resto, queste “cose pazze” sono quelle che vuole sentire il proprio elettorato, si dice. Credo però che la vita politica sia molto più irrazionale di quanto non sia disposto ad ammettere chi hegelianamente dà per scontato che “il reale è razionale”.

 

2.

 

Lo storico dell’arte Ranuccio Bianchi Bandinelli, segretamente di idee comuniste, fu obbligato a fare da cicerone a Hitler, venuto in visita in Italia nel maggio 1938. Il libro che descrive il suo incontro con Hitler, Mussolini e altri gerarchi fascisti (Hitler e Mussolini, 1938: il viaggio del Führer in Italia, E/O, 1995) è una testimonianza rivelatrice.

 

Mussolini, commentando la parata navale offerta a Hitler a Napoli per esibire la potenza italiana, disse che la Gran Bretagna era invidiosa della forza della marina italiana, dato lo stato di declino e di degrado del potere navale inglese… Bianchi Bandinelli, che pur non era un esperto di cose militari ma una persona colta e intelligente, notò con stupore quanto lo stesso Mussolini, sparando una sciocchezza del genere di fronte al suo alleato, fosse lui stesso la prima vittima della propaganda auto-compiaciuta del fascismo contro l’Inghilterra. Per Bianchi Bandinelli era evidente che la marina britannica era superiore di gran lunga a quella italiana. Eppure, se Mussolini lo disse con tanta sicumera a Hitler, ci doveva certamente credere.

 

Hitler, che era stato un pittore fallito, amava sinceramente l’arte. Bianchi Bandinelli fu colpito da quante volte Hitler commentasse le bellezze artistiche che vedevano, a Roma e a Firenze, dicendo “Ecco, se ci fossero i bolscevichi, tutto questo sarebbe distrutto!”. Insomma, anche Hitler era stato convinto dalla propria propaganda: che i bolscevichi distruggessero sistematicamente le opere d’arte antiche, confondendoli probabilmente con i futuristi italiani come Marinetti (che volevano davvero distruggerle, e che invece fiancheggiavano il regime fascista). Eppure doveva sapere che l’Hermitage di Leningrado era aperto a tutti. Hitler sembrava assolutamente convinto del fatto che i comunisti fossero barbari distruttori di opere artistiche.

 

Percorrendo via Veneto, all’epoca la più elegante strada romana, Hitler fu colpito dalla bellezza ed eleganza di alcune donne italiane e disse, convinto, che il portamento delle italiane era particolarmente raffinato perché erano abituate a portare cesti in testa. Che le signore che passeggiavano per via Veneto fossero state contadine con panieri in testa, come Hitler aveva probabilmente visto in qualche film folkloristico, era evidentemente un’altra colossale stupidaggine. Il leader politico risultava vittima di immagini turistiche di bassa lega.

 

Mussolini non si preoccupava molto dell’entrata degli Stati Uniti in guerra e ripeteva che la forza militare statunitense era di gran lunga sopravvalutata. Il giornalista Indro Montanelli, che invece era una persona intelligente e viaggiava, disse allora ai suoi amici: “Perché non mostrate a Mussolini l’elenco telefonico di New York?” La sola vista di quell’elenco avrebbe persuaso quel fanfarone a non fare la guerra agli US.

 

Di solito si pensa che Hitler fosse intelligente ma pazzo, mentre Mussolini fosse solo stupido. Ma mi pare che tra i due dittatori anche la stupidità fosse alquanto ben distribuita.

 

3.

 

Invece, la democrazia permette davvero – come dicono i suoi agiografi – di scegliere i propri leader tra la gente migliore, oppure premia spesso dei cialtroni? Forse non c’è una risposta univoca. La democrazia sceglie delle volte il meglio, delle volte il peggio, altre volte la mediocrità. In tanti pensiamo che, eleggendo Trump nel 2016, la democrazia americana abbia scelto il peggio. Dopo Trump, la democrazia americana ha perso gran parte del suo prestigio.

 

Di recente, in una trasmissione televisiva italiana si diceva, tra le altre cose, che Trump sa bene del riscaldamento globale e del ruolo che gli umani giocano in esso, ma lo nega per demagogia, per giustificare la sua politica di sviluppo sfrenato dell’industria americana senza preoccuparsi dell’ambiente.

 

Ma supporre in Trump la conoscenza della verità e pensare che egli la neghi cinicamente giusto per vincere elezioni, è un modo di sopravvalutarlo. Egli guarda unicamente Fox News, il canale ultra-conservatore i cui notiziari sono infarciti di menzogne, manipolazioni dei fatti o semplicemente di stupidaggini. Se Trump fosse un cinico calcolatore intelligente, seguirebbe piuttosto le trasmissioni e la stampa serie, anche se democrat, per informarsi e poter quindi elaborare col suo staff menzogne per nascondere abilmente la verità alle plebi credule. Vedendo come Trump parla e scrive, ho l’impressione che egli sia invece piuttosto come Mussolini e Hitler: un cialtrone vittima per primo della propria stessa propaganda. Ci scommetto che Trump sia il primo a credere che non esista effetto serra, che un muro al confine col Messico sia un modo efficace di evitare l’immigrazione, che l’Unione Europea sia una minaccia per gli Stati Uniti, e che davvero abbia perso le elezioni del 2020 per i brogli dei democrats… Non diversamente da come Mussolini e Hitler credevano alle insulsaggini della propaganda nazista e fascista. Non credo che Trump sia un cinico calcolatore che mente sapendo di mentire, purtroppo è in buona fede.

 

Credere che l’avversario politico sia molto intelligente è un errore in cui cadono spesso gli intellettuali. Ci cadde anche Bertolt Brecht, quando in La resistibile ascesa di Arturo Ui (1941) descrisse i nazisti al potere come una banda di gangster italo-americani nel racket dei cavolfiori. Credo invece che i grandi gangster fossero molto più intelligenti – cioè disincantati – dei capi nazisti. Costoro credevano veramente nei loro ideali deliranti: che ebrei e slavi fossero razze inferiori, che c’era una cospirazione mondiale sionista, che i tedeschi fossero una razza eletta (Hitler prese sul serio anche la ricerca del Sacro Graal…), ecc. A differenza dei mafiosi americani, i nazisti avevano degli ideali. Questi, spesso, producono più danni del semplice calcolo dell’utile personale.

 

4.

 

Proviamo a estendere il nostro ragionamento. Non penso che demagoghi come Salvini, Trump, Le Pen, Boris Johnson, Obrán o Bolsonaro siano davvero dei cinici calcolatori, che dicono anche le cose più strampalate giusto per averne un ritorno in termini di voti. Il leader politico disinformato, gradasso, crede davvero alle corbellerie che racconta. La cosa terribile di tanti leader – anche di alcuni di sinistra– è che sono spesso davvero sinceri. Davvero la pensano come i loro elettori.

 

Insomma, aveva torto Voltaire: quando due preti si incontrano per strada, non scoppiano a ridere. Stessa cosa per due fascisti che si incontrano per strada: non ridono.

 

Credo che non sia diverso con gli animatori televisivi o radiofonici che guidano trasmissioni becere e superficiali. Partecipai qualche volta a qualcuna di queste, e fui colpito da quanto questi animatori fossero sinceri… Si può pensare che questi giornalisti o intrattenitori si rendano perfettamente conto quanto siano cretine le cose che raccontano e lasciano raccontare, e che lo facciano solo per alzare gli indici di ascolto. Sono invece convinto che riescano a versare idiozie perché anche loro ci credono. Non potrebbero fingere a lungo e in modo così convincente.

 

Insomma, tendiamo a sopravvalutare sapere e intelligenza dei nostri leader, anche quando li detestiamo. Invece il loro livello intellettuale e culturale non è molto diverso da quello della maggior parte dei loro simpatizzanti. È l’immagine che ho di quasi tutto lo staff dirigente dei Cinque Stelle, per esempio, oggi principale partito di governo: di incompetenti che a lungo (prima di confrontarsi con la realtà del governare) hanno davvero creduto alla vuota demagogia che ha convinto, nel 2018, un elettore italiano su tre.

 

Vedo molti dei nostri leader attuali come dei giovani sprovveduti che imparano l’ABC del governare man mano che governano, scontrandosi con la prosaica realtà delle cose. Sembrano pescivendoli alla Masaniello che devono rendersi conto, giorno dopo giorno, che l’arte di governare non ha nulla a che vedere con le tirate di propaganda di quando si è all’opposizione (Masaniello non ebbe il tempo di imparare, per cui fu fatto fuori in pochi giorni).

 

5.

 

Ma allora, se tanti nostri leader sono stupidi e ignoranti, come accade che le nostre nazioni non vadano a carte quarantotto?

 

La verità è che, per lo più, le decisioni politiche hanno una scarsa influenza – per fortuna – sul sistema economico e sociale di un paese. Lo abbiamo ben visto in Spagna nel 2016: per oltre un anno il paese è stato privo di un governo, eppure l’economia spagnola non è andata mai tanto bene, oltre il 3% annuo di crescita. Un dato che potrebbe dar ragione ai teorici del liberalismo radicale. Ogni paese è un sistema che, forte o sgangherato che sia, ha i suoi automatismi, e in larga parte fa a meno delle decisioni politiche. La società, l’economia, seguono il loro corso, la politica incide poco su di esse. Tranne in momenti chiaramente catastrofici, quando gli automatismi non possono funzionare più: le crisi del 1929 e del 2008, le aggressioni naziste degli anni 1930, le epidemie come nel 2020… Allora la politica deve fare davvero scelte cruciali, gli automatismi vanno spezzati. Ed è perciò che oggi il neo-liberalismo è in evidente declino: in certi casi, la politica deve intervenire.

 

Per il resto, i politici al governo si concentrano spesso su questioni irrilevanti, ma che hanno un grande impatto emotivo e mediatico: se costruire o meno la TAV, se emanare leggi che proteggano di più chi spari sui ladri, se far restituire ai parlamentari parte del loro stipendio, se ridurre il numero dei parlamentari, se eliminare auto blu, quali dirigenti della RAI scegliere… Tutte questioni che non incidono per nulla sul funzionamento reale della società, ma che sono totem del dibattito politico. Puri vessilli, bandiere, assiomi per cui battersi fino all’ultimo sangue.

 

Eppure alcune decisioni politiche possono avere effetti catastrofici, come ben sappiamo. La stupidità paranoica di Mussolini e Hitler portò alla guerra mondiale, alla loro stessa fine. Nel 2011, far fuori Gheddafi senza cercare di governare il processo di ricostruzione della Libia fu un grande errore delle potenze occidentali (anche se un errore ispirato dalle migliori intenzioni politicamente corrette: non condizionare “da colonialisti” il destino della Libia, non interferire nella sua autonomia…) Ma le scelte sciocche dei nostri politici sono, di solito, di più modeste dimensioni: spesso più demagogia che vere riforme. C’è poi dietro di loro un esercito di tecnici navigati che limano le scempiaggini decise dai politici e le riportano a dimensioni più accettabili. Insomma, il sistema-paese resiste ai fuochi artificiali dei politici andando avanti per la propria strada; o andando indietro per la propria strada. La politica reale è – talvolta per fortuna, talvolta per sfortuna – alquanto indipendente dalla politica mediatica. È l’ambiguità della mediocrità dei politici: da una parte le loro scelte non risultano così dannose perché si concentrano su iniziative di pura facciata che non cambiano veramente il sistema, dall’altra invece alcune scelte possono davvero rivelarsi deleterie.

 

La stupidità e l’ignoranza di tanti leader, eletti proprio perché stupidi e ignoranti, sono quindi a doppia faccia: la stupidità può portare o a immani catastrofi, oppure essa lascia esattamente le cose così come stanno.

 

6.

 

Correlata a questa sopravvalutazione del sapere e dell’intelligenza dei politici è la teoria – che oggi in Italia viene evocata sempre meno – della “stanza dei bottoni”. Se si giunge al potere, si entra nella misteriosa stanza dei bottoni. Un tempo si diceva: si conquista il Palazzo d’Inverno (a San Pietroburgo).

 

Personalmente non ho mai avuto il piacere di entrare in qualche stanza dei bottoni, ma ho frequentato a lungo persone che nella stanza sembravano starci. All’inizio degli anni 1980 entrai nella redazione di una rivista politico-culturale all’epoca molto prestigiosa, “Mondoperaio”, mensile del partito socialista diretto da Federico Coen. Fra le altre cose “Mondoperaio” aveva lanciato negli anni 70 la figura di Norberto Bobbio, e annoverava ottimi collaboratori. Ma soprattutto era organo di un partito di governo. Mi dissi: “Non è che così entrerò nella stanza dei bottoni. Ma certamente capirò finalmente molte cose della politica italiana, e non solo, che da comune mortale che legge i quotidiani non posso capire”. Dopo un po’, mi resi conto che in quella redazione, e in generale nell’élite intellettuale socialista, non si sapeva nulla di più di quel che sapevo io leggendo dei buoni quotidiani e settimanali. Nessun segreto fondamentale emerse in quei più di dieci anni in cui fui redattore di “Mondoperaio”.

 

Certo, c’erano alcuni traffichini che facevano gossip, che sapevano se Craxi aveva attualmente un’amante o meno, o quanto piacesse bere al ministro de Michelis. Ma non ebbi mai quelle “chiavi” che mi aspettavo di avere per il solo fatto di bazzicare il palazzo del Potere. E non le ebbi perché non c’erano. Del resto, è quel che disse anche Pietro Nenni, per tanti anni segretario del partito socialista all’opposizione. Quando entrò nel governo di Centro Sinistra nel 1963 come vicepresidente del consiglio, si disse “Finalmente sono nella stanza dei bottoni!” Ma ben presto si rese conto, e lo scrisse, che la stanza dei bottoni non esisteva. È una fantasia di chi è lontano dal Palazzo, è l’embrione di ogni complottismo. I politici, i leader, si arrabattano non meno di quanto facciamo noi che seguiamo un po’ di politica. Anche loro mi sembravano preda di pregiudizi, partiti presi, chiavi interpretative precostituite, valutazioni generiche o cliché sulla realtà…. Questi politici e leader erano insomma dei poveracci come noi. Certo conoscono tratti personali dei loro avversari che possono essere loro utili quando si tratta di negoziare, a loro la lotta politica appare quasi sempre scontro tra persone. Ma conoscono molto poco la società che devono governare. Quando fanno delle buone analisi, sono analisi che potrebbe fare chiunque segua un po’ la stampa che conta.

 

Lo abbiamo verificato poi a livello planetario con Wikileaks. Mi si citi una sola informazione uscita fuori da Wikileaks che abbia cambiato il nostro modo di vedere un paese o una fase storica! Gran parte erano riassunti informativi che servivano ai politici per avere il quadro di un paese. Ma per chi viveva in quel paese si trattava di banalità, di cose risapute. I Grandi della Terra non ne sanno molto più di noi.

 

7.

 

Per finire. Se la stanza dei bottoni non esiste, anche il potere di Trump è stato esso stesso, nel fondo, inesistente. Certo poteva e può spingere il bottone della bomba atomica, il che non è poco. Non mi stupirebbe se, prima di andarsene, ordinasse un attacco atomico contro l’Iran, da buon paranoico qual è. Allora bisogna sperare in un equivalente americano del generale Dietrich von Choltitz, come nell’agosto 1944 a Parigi… Il potere politico può distruggere intere città, ma di solito non riesce a cambiare nulla. La stanza del bottone atomico non è il Palazzo d’Inverno.

da qui