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mercoledì 27 dicembre 2023

Storia di straordinaria resistenza

 

(Intervista di Luca Manes  al Collettivo GKN)

 

All’apparenza la vicenda della GKN di Campi Bisenzio, in Toscana, è quella di un’ordinaria speculazione finanziaria, con un fondo, Melrose, che si compra la società, la smembra e manda per strada centinaia di operai. GKN è un’azienda che realizza componenti di automotive ed è tutt’altro che in crisi profonda al momento dell’arrivo del fondo. Anche questo è un elemento ricorrente in situazioni analoghe.

Ma quella della GKN di Campi Bisenzio è anche, e soprattutto, una storia di straordinaria resistenza, che per fortuna ha avuto anche una giusta eco sui media italiani. Il giorno del licenziamento, nell’estate del 2021, è infatti cominciata l’occupazione dell’impianto da parte dei lavoratori, riuniti nel Collettivo di fabbrica. Occupazione che va avanti senza interruzione. Per capirne di più delle ragioni e della visione del Collettivo, lo abbiamo incontrato e posto ai suoi esponenti alcune domande. Ne è uscita fuori una lunga intervista, che parla del loro impegno a tutto tondo, toccando temi di fondamentale importanza come la transizione ecologica e il cambio di modello produttivo.   

1.      Quali sono gli ultimi aggiornamenti sulla vostra lotta?

Il 18 ottobre si è riaperta la procedura di licenziamento e, ad oggi, sarà definitiva il primo gennaio 2024. L’abbiamo chiamata l’ora x: quella in cui lo stabilimento viene “liberato” dai dipendenti, cessa di essere una realtà industriale, sindacale, una comunità operaia e diventa un puro fabbricato, da svuotare e immettere sul mercato immobiliare. Una potenziale speculazione immobiliare che segue quella finanziaria: un doppio crimine sociale in una zona che è appena stata colpita dall’alluvione, provocata dai cambiamenti climatici e da speculazioni edilizie.

2.                  Perché quella della GKN è una lotta sistemica e quanto è replicabile in altri contesti, anche dissimili dalla realtà industriale in cui opera la stessa azienda?

Non so se la lotta GKN è antisistemica. So che il sistema è antilotta GKN. Noi il 9 luglio 2021 eravamo semplicemente alla catena di montaggio a produrre. E da lì ci hanno tolto licenziandoci. Più che disquisire su quanto noi siamo anti-capitalisti, bisognerebbe parlare di quanto il capitalismo è anti-noi.

Esiste un mondo che ha chiuso questo stabilimento: sovrapproduzione, finanziarizzazione dell’economia, disimpegno di Stellantis, mancanza di intervento statale, complicità della politica. Noi non abbiamo fatto altro che resistere. Per resistere un giorno o un mese, devi tenere duro. Per resistere due anni e mezzo devi avere un progetto. Sono le circostanze che ci hanno spinto a elaborare un progetto industriale. E per farlo non potevamo che partire da chi ha difeso la fabbrica: gli operai, il movimento climatico, le reti di solidarietà e convergenza. Dalla difesa nasce il rilancio. Non è una vicenda necessariamente replicabile, ma sicuramente esemplare. Il nostro non è un piano di per sé antisistemico: la singola fabbrica non può sfuggire al mercato. Eppure il nostro esempio dà fastidio a un sistema.

3.                  Da quali esempi avete tratto ispirazione per condurre la vostra lotta?

Abbiamo studiato ogni vertenza prima di noi, del recente o remoto passato. Apollon (Roma 1969), Innse, ecc., e alla fine abbiamo tratto indicazioni dal percorso di Rimaflow a Milano. E in generale abbiamo dovuto prendere atto di essere nel mezzo di un caso “argentino”: quando i tempi della resistenza di una singola fabbrica non coincidono con quelli dell’ascesa generale di un movimento di massa, assistiamo al fenomeno dell’autorecupero della fabbrica. E quindi abbiamo dovuto fare mente locale sul caso delle fabbriche recuperate argentine. Con ognuno dei casi citati, ci sono analogie e differenze. Una differenza su tutte: noi non stiamo recuperando la fabbrica con la sua produzione originale. Abbiamo dovuto – e voluto per alcuni aspetti – elaborare un piano di riconversione ecologica.

4.                  Quale può essere il contributo della GKN all’accidentato percorso della transizione ambientale, che tanti vorrebbero essere in atto, ma che in realtà, al netto del greenwashing, tarda a partire?

Esistono tecnologie più verdi di altre. Ma non esiste nessuna tecnologia verde implementabile su larga scala senza un piano sociale di cambiamento dell’economia: radicale, urgente. E non esiste piano sociale senza controllo sociale sulla produzione. Quello che abbiamo appreso è che la capacità della classe di resistere nella difesa dei propri diritti sociali a un certo punto produce anche una capacità della classe di conoscere, controllare, indirizzare le scelte su chi, come, che cosa produrre. Nei suoi picchi storici il movimento sindacale produce democrazia radicale, consiliare. La democrazia radicale produce capacità di entrare nel merito dei processi produttivi. Senza tale contributo, la transizione ecologica non si dà, o non è controllabile. Che poi è la stessa cosa.

5.                   GKN potrebbe essere anche un primo passo nella giusta direzione del cambio di modello? Quale puo’ essere vostro punto di forza per innestare un circolo virtuoso in proposito?

Ripeto che non siamo un modello. La singola fabbrica non può ergersi a modello. Siamo però un esempio. E questo esempio domani potrebbe esprimersi in comunicati, volantini, studi ma anche con prodotti tangibili. Cargobike prodotte sotto controllo operaio a disposizione di un delivery differente nel tessuto urbano. Pannelli fotovoltaici al servizio di comunità energetiche che “democratizzino” l’energia e la sua distribuzione. Enti locali o istituti pubblici che partecipano alla cooperativa e in cambio ricevono pannelli da usare per creare fondi con cui abbattere le morosità incolpevoli delle comunità circostanti. Gli esempi sono tanti, potenzialmente contagiosi. Ripeto: rifiutiamo ogni tipo di idealizzazione di questo processo. Non stiamo teorizzando nulla di nuovo o l’oasi felice nel mercato. Stiamo dicendo che è una grande occasione per dire: si può, si potrebbe. Persa questa occasione, cosa diremo alla prossima azienda in crisi?

6.                  Secondo il vostro collettivo di fabbrica per quale motivo non riuscite ad accedere ai fondi pubblici per le aziende recuperate? Che cosa vi aspettate in futuro in merito?

Gli assunti dell’attuale politica fanno sì che il pubblico non interviene senza privato. Ma solo a servizio del privato e delle sue perdite, spesso. Il privato non interviene con una visione pubblica.

Il prodotto che vogliamo fare non esiste. Per esistere ha bisogno di un investimento. Il privato non investe se il prodotto non esiste. Il prodotto non esiste senza l’investimento sulla linea industriale per avere il prodotto. Il mercato scarica sulle novità verdi tutta la propria inerzia e il proprio conservatorismo. Per questo la transizione produttiva necessita dell’intervento di un soggetto che abbia il bene pubblico tra i propri obiettivi.

Siamo in questo circolo vizioso e ci siamo attrezzati per provare a romperlo, con ogni mezzo a nostra disposizione. Ma anche quando riuscissimo a romperlo completamente, rimane il nodo dello stabilimento. Dal punto di vista finanziario stiamo parlando di bazzecole per i grandi gruppi pubblici e privati. Con una cifra che oscilla tra i 10 e 50 milioni di euro si chiuderebbe la partita e daremmo a questo Paese un polo delle rinnovabili e della mobilità leggera. Il gettito fiscale positivo prodotto sarebbe di gran lunga superiore. L’Italia avrebbe transizione, entrate fiscali e posti di lavoro.

La verità è che qua, oltre a una partita di soldi, si gioca un’altra partita: quella della prerogativa sociale. Una multinazionale deve avere il diritto di chiudere, aprire, smembrare, cementificare, scappare, rivendere, umiliare un territorio. Riaprire GKN, per di più con una reindustrializzazione, è lesa maestà a tale prerogativa.

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domenica 23 maggio 2021

Un avvocato troppo scomodo per il gigante petrolifero americano - Luca Manes

 


 

Il suo lockdown è iniziato con quasi un anno di anticipo, ma per motivazioni ben distinte da quelle che purtroppo tutti noi conosciamo. L’avvocato statunitense Steven Donziger è agli arresti domiciliari nella sua abitazione di New York per aver difeso decine di migliaia di indigeni della regione amazzonica dell’Ecuador, “vittime” delle attività della multinazionale petrolifera a stelle e strisce Chevron.

 

Tutto nasce con lo storico pronunciamento del 2011 di una corte dell’Ecuador, che ordinò alla compagnia di pagare 9,5 miliardi di dollari per i danni alle persone e all’ambiente provocati dall’inquinamento legato all’estrazione dell’oro nero. Chevron non ha mai pagato un centesimo, puntando il dito contro i “livelli scioccanti di cattiva condotta” da parte di Donziger e della magistratura ecuadoriana.

Quasi vent’anni prima, nel 1993, l’avvocato era entrato a far parte di un team legale che indagava sulle denunce di gravi impatti ambientali nella regione di Lago Agrio, nel nord dell’Ecuador, vicino al confine con la Colombia.

La Texaco, successivamente acquistata dalla Chevron, aveva iniziato a trivellare in quel tratto dell’Amazzonia già negli anni ’60, lasciando quelle che Donziger chiama “grottesche” piscine olimpioniche di rifiuti di petrolio. L’inquinamento scorreva liberamente nei fiumi e nei torrenti usati dalla popolazione indigena per l’acqua potabile. Il numero di tumori allo stomaco, al fegato e alla gola, nonché la leucemia infantile ha avuto una tragica impennata.

Nel corso degli anni Donziger ha seguito sempre più da vicino il caso, con una presenza costante in Ecuador. Si contano a centinaia i suoi incontri con le popolazioni locali per raccogliere le prove delle conseguenze dell’operato dell’oil major. Nonostante gli incessanti tentativi della Chevron di bloccare il caso, alla fine si è andati a processo, con l’eclatante risultato menzionato in precedenza.

Una gioia effimera, quella di Donziger e delle comunità indigene, perché la Chevron ha contestato subito la sentenza, affermando che il team legale aveva scritto di suo pugno quella che avrebbe dovuto essere una valutazione indipendente e offerto una tangente di 500mila dollari per influenzare la sentenza. Donziger ha negato qualsiasi atto illecito e la corte suprema dell’Ecuador ha poi confermato il verdetto della corte.

La Chevron ha contro-attaccato, mettendo in campo un fuoco di fila legale su cui solo una multinazionale dalla capitalizzazione di 228 miliardi di dollari può contare. Nel 2014 un giudice di New York ha di fatto stabilito che l’azienda non era tenuta a pagare il risarcimento in Ecuador, mentre Donziger è stato querelato ed è subito partita un’azione civile nonché un’azione penale con l’accusa di estorsione. L’avvocato ha subito la revoca della sua licenza per poter praticare e il congelamento dei suoi conti correnti da parte di una corte newyorkese. Da agosto 2019 si trova agli arresti domiciliari, è stato privato del passaporto e deve convivere con un braccialetto elettronico alla caviglia destra perché si è rifiutato di consegnare i suoi cellulari e computer – una imposizione che molto di rado viene fatta agli avvocati. Gli strascichi legali continuano in vari processi di appello in corso nel complesso sistema giudiziario americano. Va sottolineato che il giudice Lewis Kaplan, il quale ha emesso la sentenza di condanna penale di primo grado, sembra abbia un pesante conflitto di interessi per i suoi investimenti nella Chevron.

Quello nei confronti di Donziger appare un vero e proprio accanimento contro un professionista che ha “osato” danneggiare una delle potenze economiche statunitensi, creando un precedente fin troppo pericoloso agli occhi degli alti papaveri delle oil corporation. In suo favore si sono schierati premi Nobel e altre personalità di spicco, come il cantante dei Pink Floyd Roger Waters. Una prestigiosa commissione internazionale di giuristi indipendenti si è espressa in suo favore. Ma l’avvocato che voleva fare giustizia su quella che è stata definita la Chernobyl dell’Amazzonia continua a essere recluso in casa sua.

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martedì 15 dicembre 2020

Il venticinquesimo anniversario della morte di Ken Saro Wiwa - Luca Manes

Oggi cade un anniversario triste quanto significativo: i 25 anni dalla morte di Ken Saro Wiwa. Il poeta, scrittore, drammaturgo ma anche attivista nigeriano che fu giustiziato dalla sanguinaria dittatura di Sani Abacha a Port Harcourt il 10 novembre del 1995.

Wiwa era “colpevole” di essere l’autore di pamphlet incendiari che denunciavano le devastazioni inferte alla sua terra, il Delta del Niger, in nome del petrolio, ma soprattutto di essere il portavoce delle rivendicazioni della propria etnia Ogoni, maggioritaria nella regione, vessata dal governo e dal gigante petrolifero Shell. Nel 1990 aveva fondato il Mosop (Movement for the survival of the Ogoni people), che il 3 gennaio 1993 riuscì a portare per strada ben 300mila persone, che dichiararono la Shell persona non grata e scacciarono in maniera pacifica il personale della compagnia impegnato nelle attività estrattive.

Un vero affronto per le élite politiche nigeriane, che fin dal boom del petrolio di inizio anni Settanta avevano considerato i ricchissimi giacimenti del Delta del Niger come una sorta di proprietà privata, da sfruttare a proprio piacimento. La Shell e le altre compagnie petrolifere, compresa l’italiana Eni, furono subito incoraggiate a “occupare” il Delta del Niger. Il tutto senza che spesso le potenti corporation pagassero le dovute compensazioni ai legittimi proprietari degli appezzamenti di terra, oppure provassero a mitigare i micidiali impatti derivanti dalle loro attività, in primis

le continue perdite di greggio che ancora oggi danneggiano le colture di sussistenza e l’ecosistema della zona. Contadini e pescatori che per generazioni erano riusciti a vivere in maniera dignitosa grazie alle abbondanti risorse del loro territorio, una sorta di paradiso in terra, si ritrovavano a fare i conti con un livello di inquinamento spropositato, come dimostra un accurato studio dell’agenzia ambientale delle Nazioni Unite, pubblicato nel 2011.

Arrestato nel 1994, con l’accusa di aver incitato all’omicidio di quattro presunti oppositori del Mosop, Ken Saro-Wiwa venne impiccato insieme ad altri otto attivisti al termine di un processo farsa che suscitò forti proteste da parte dell’opinione pubblica internazionale e delle organizzazioni per i diritti umani. L’impianto accusatorio era basato unicamente sulla testimonianza di alcune persone, che dopo l’esecuzione ritrattarono, confessando di essere state costrette a dire il falso.

La morte di Ken Saro Wiwa, o meglio il suo barbaro assassinio, scosse profondamente la società civile globale, capace di lanciare la più grande campagna della storia contro una multinazionale, la Shell. Una campagna di successo, se è vero che la società anglo-olandese fu costretta ad abbandonare l’Ogoniland, sebbene non in maniera definitiva.

Per noi di Re:Common la memoria di Ken Saro è viva nelle migliaia di lotte in corso sul Pianeta contro la maledizione dei combustibili fossili e contro lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, a danno di interi territori e comunità.

La memoria risuona ogni giorno nella richiesta di giustizia di centinaia di casi legali mossi contro le oil majors, dall’Ecuador, alla Nigeria, alle Filippine. Si rafforza quando attivisti e società civile pretendono che i loro governi, che spesso controllano in qualità di principali azionisti le grandi aziende petrolifere – come nel caso italiano dell’Eni – smettano di essere succubi e pongano fine al business distruttivo delle loro controllate. Oggi Ken Saro Wiwa ci avrebbe detto che la sfida climatica è in primo luogo una battaglia di giustizia e che ognuno in maniera non violenta deve scegliere da che parte stare.

da qui

 

martedì 20 ottobre 2020

La Banca Mondiale killer del clima - Luca Manes

 

La Banca Mondiale ha continuato a investire nei combustibili fossili nonostante si fosse impegnata a contrastare la crisi climatica. Lo rivela nel suo ultimo rapporto l’organizzazione tedesca Urgewald in concomitanza con gli incontri annuali delle Istituzioni Finanziarie Internazionali (la stessa Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale), che quest’anno per l’emergenza covid-19 si stanno svolgendo su piattaforme digitali.

Proprio online è prevista una mobilitazione globale della società civile. Per saperne di più: https://worldbankactionday.org/

Tornando allo studio di Urgewald, in esso di evidenzia come la World Bank abbia speso più di 12 miliardi di dollari in progetti per l’estrazione di combustibili fossili da quando nel 2015 è stato adottato l’Accordo di Parigi.

L’ultimo conteggio di Urgewald sulla spesa della Banca Mondiale per i combustibili fossili ha mostrato che la maggior parte del denaro investito negli ultimi cinque anni, circa 10,5 miliardi di dollari, è stato costituito da nuovi finanziamenti diretti per progetti, inclusi nuovi prestiti, garanzie e capitale proprio.

La Banca Mondiale ha di recente affermato di aver smesso di finanziare gli investimenti nel petrolio e nel gas nel 2019, ma che continua ad assistere i “paesi in via di sviluppo dipendenti da tali risorse” con “consigli su soluzioni energetiche economicamente valide”.

I ricercatori del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente hanno scoperto che il mondo è attualmente sulla “buona strada” per sfruttare il 120% in più di combustibili fossili entro il 2030, in aperto contrasto con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento medio delle temperature globali al di sotto di 1,5 gradi Celsius.

La stessa Banca Mondiale ha fatto sapere che senza misure urgenti per mitigare gli effetti del riscaldamento globale, entro il 2030 il cambiamento climatico porterà più di 100 milioni di persone alla povertà. Ma l’istituzione è “una grande parte del problema”, ha spiegato Urgewald in un comunicato.

“Il nuovo rapporto mostra come i banchieri di Washington non abbiano ridotto il loro sostegno ai combustibili fossili”, ha dichiarato Heike Mainhard, campaigner di Urgewald. “Hanno promesso di aiutare i paesi più poveri ad affrontare la transizione energetica, ma quello che stanno realmente facendo è sostenere l’espansione dei combustibili fossili”.


Urgewald ha citato come esempi i seguenti progetti recentemente sostenuti dalla Banca Mondiale:
            • maggio 2020, 38 milioni di dollari per continuare un programma di assistenza tecnica a sostegno del petrolio e del gas in Brasile.
            • marzo 2019, 20 milioni di dollari per il Petroleum Resource Governance and Management Project in Guyana, con un progetto di assistenza dovrebbe durare almeno fino ad aprile 2021.

Il rapporto di Urgewald è stato di fatto “sottoscritto” anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che questa settimana ha chiesto a tutte le banche multilaterali di sviluppo di smettere di finanziare il settore dei combustibili fossili.


Guarda il video: “Come la Banca Mondiale sta trasformando la Guyana nell’ultima vittima mondiale della maledizione del petrolio”:



Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common

da qui


venerdì 28 febbraio 2020

La vera emergenza - Luca Manes



La vera e concreta minaccia per l’umanità? Elementare Watson: la crisi climatica. E se lo dicono gli economisti della banca d’affari JP Morgan ci troviamo di fronte alla prova regina che siamo tutti a rischio per come abbiamo strapazzato il Pianeta in tutti i modi possibili e immaginabili. Altro che sindrome influenzale impacchettata in una fin troppo malriposta psicosi…
Partiamo da un primo dato: dalla firma dell’accordo di Parigi, datato dicembre 2015, JP Morgan ha fornito 75 miliardi di dollari (61 miliardi di sterline) di servizi finanziari alle società più attive nel fracking e nella ricerca di petrolio e gas nell’Artico. Ma gli alti papaveri della banca d’affari più amica dei combustibili fossili devono aver compreso che il global warming è un problema reale – forse dovrebbero condividere i loro timori con qualche noto editorialista nostrano – e per capirne di più hanno commissionato una ricerca a due dei loro migliori economisti, David Mackie e Jessica Murray.
Il rapporto è finito nelle mani di Rupert Read, portavoce di Extinction Rebellion UK e docente di filosofia all’Università dell’East Anglia, che lo ha girato al Guardian.
Nell’articolo pubblicato nei giorni scorsi dal quotidiano inglese si leggono stralci dello studio a dir poco eloquenti: la crisi climatica avrà un impatto sull’economia mondiale, sulla salute umana, sulle risorse idriche, sulle migrazioni e sulla sopravvivenza di altre specie sulla Terra. “Non possiamo escludere esiti catastrofici per l’umanità”, segnala il documento, datato 14 gennaio 2020.

Attingendo alla vasta letteratura accademica e alle previsioni del Fondo Monetario Internazionale e del Gruppo Intergovernativo delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (IPCC), il rapporto rileva che siamo sulla buona strada per raggiungere i 3,5°C al di sopra dei livelli preindustriali entro la fine del secolo. Si afferma inoltre che la maggior parte delle stime dei probabili costi economici e sanitari sono troppo basse perché non tengono conto della perdita di ricchezza, del tasso di sconto e della possibilità di un aumento delle catastrofi naturali.
Gli autori sostengono che i governi devono cambiare direzione perché una politica climatica del tipo business as usual “spingerebbe probabilmente la terra in un luogo che non vediamo da molti milioni di anni”, con risultati che potrebbero essere impossibili da invertire.
“Anche se non sono possibili previsioni precise, è chiaro che la Terra si trova su una traiettoria insostenibile” è un altro dei moniti di Mackie & Murray.
La crisi climatica “riflette un fallimento del mercato globale, perché i produttori e i consumatori di emissioni di CO2 non pagano per i danni climatici causati dalle loro attività”. Per invertire questa tendenza, gli autori evidenziano la necessità di una carbon tax globale, ma avvertono che “non accadrà tanto presto” a causa delle preoccupazioni per l’occupazione e la competitività.
Di conseguenza è “probabile che la situazione continuerà a peggiorare, forse più che in qualsiasi scenario dell’IPCC”.
JP Morgan deve ancora fare tanta strada per una completa redenzione, ma è notizia delle ultime ore che almeno ha deciso di porre fine a tutti i prestiti alle aziende estrattive che operano nell’Artico.



lunedì 17 febbraio 2020

«Aiutiamoli a casa loro». Cosa stanno facendo Impregilo e CMC in Sudafrica? - Luca Manes




[Con questo articolo di Luca Manes prosegue la nostra collaborazione con l’associazione Re:Common intorno alle imprese neocoloniali delle aziende italiane in Africa. In questo caso si parla del Sudafrica e delle attività di due ditte molto note a chiunque si interessi di Grandi Opere Dannose, Inutili e Imposte: Salini-Impregilo e CMC. Quest’ultima, con sede a Ravenna, è anche un prodotto d’esportazione del «modello economico emiliano-romagnolo», di cui tanto s’è parlato negli ultimi mesi. Le fotografie sono di Carlo Dojmi di de Lupis. Buona Lettura.]


Ladysmith è una cittadina della provincia sudafricana del KwaZulu-Natal, a metà strada tra Johannesburg e Durban, teatro di uno degli eventi più famosi della Seconda Guerra Boera. Qui fra il 2 novembre del 1899 e il 28 febbraio del 1900 le truppe boere assediarono quelle britanniche, senza riuscire a espugnare l’avamposto nemico. Davanti al municipio di Ladysmith ci sono ancora due dei cannoni usati in quei giorni, mentre il vicino hotel è una sorta di museo non ufficiale di quel conflitto, che vide l’esercito di sua maestà imporsi sui coloni boeri e vendicare l’onta della sconfitta nel primo conflitto. Ma in tutta l’area intorno al centro abitato risuona ancora l’eco delle sanguinose battaglie svoltesi sulle tante colline che movimentano il panorama.
La più celebre è la Spion Kop, su una collina che si raggiunge tramite una stradina stretta e ripida dopo una mezz’ora di macchina da Ladysmith. La strenua resistenza e le tante vittime (243), in buona parte originarie del Lancashire, colpirono così tanto l’immaginario collettivo inglese che molte “curve” degli stadi di calcio allora in costruzione furono rinominate Spion Kop. Poi abbrevviate in Kop, come quella del Liverpool che anche i meno appassionati di football conoscono.
Dalla sommità della collina, in mezzo alle tombe e ai monumenti funebri che ricordano quella battaglia, si ha una visuale perfetta di una immensa vallata che culmina nell’invaso artificiale creato dalla diga di Woodstock. Una volta qui d’inverno era tutto verde smeraldo, perché faceva abbastanza freddo e le precipitazioni erano abbondanti. A causa dei cambiamenti climatici, le temperature sono più miti e non piove più. È tutto secco, a tratti arido, come abbiamo potuto constatare di persona proprio nella stagione invernale sudafricana – che corrisponde alla nostre estate.

Sarebbe tutto ancora più secco se questa area non fosse ricca di corsi d’acqua, che è poi uno dei motivi che ci ha portato a oltre ottimila chilometri dall’Italia.
Spulciando documenti e navigando sul web, abbiamo infatti scoperto che proprio al confine tra KwaZulu-Natal e Free State c’è una mega-progetto idroelettrico che ha visto in prima fila due aziende italiane e che ha fatto registrare una pletora di problemi. Abbiamo così incrociato una vecchia conoscenza di noi di Re:Common: la Salini Impregilo, le cui dighe nella Valle dell’Omo non siamo però riusciti a vedere durante la nostra perigliosa missione in Etiopia – raccontata su Giap – e un progetto, poi abortito, sulle montagne della Georgia.
Ma è stato il partner della Salini-Impregilo che questa volta ci ha fatto drizzare le antenne: la CMC di Ravenna. La Coop “rossa” – CMC sta per Cooperativa Muratori Cementisti –  che tra le altre cose si è occupata della progettazione e costruzione del cunicolo esplorativo della Torino – Lione (si veda Un viaggio che non promettiamo breve). Nonostante i numerosi appalti in Italia e in giro per il mondo, la CMC nei mesi che hanno preceduto la nostra anabasi sudafricana – datata agosto 2019 – sui giornali nostrani era data per moribonda. In concordato preventivo dal dicembre 2018 e con debiti pari a 900 milioni di euro, era appena stata protagonista di uno scandalo dalle vaste proporzioni. In Kenya la CMC era accusata di aver pagato una tangente per ottenere gli appalti per la realizzazione di tre dighe, il tutto con la “compiacenza” del ministro delle Finanze del Kenya, pronto a ignorare soprattutto la disastrosa situazione finanziaria della società italiana.
L’appalto sarebbe stato aggiudicato per 170 milioni di dollari in più rispetto al contratto originale di 300 milioni e il meccanismo di pagamento sarebbe stato costellato da enormi illegalità. Inoltre, dai circa 450 milioni dell’appalto aggiudicato, il piano finanziario avrebbe continuato a lievitare fino a quasi 600 milioni di euro, finanziamenti pervenuti da banche consorziate europee con capofila l’italiana Intesa-SanPaolo. Ciliegina sulla torta, il tutto era stato garantito dalla nostra Agenzia di credito all’export – la SACE. Quando delle dighe non si è vista neanche l’ombra, è scoppiato il bubbone.
Al di là delle beghe politiche all’interno dell’esecutivo di Nairobi – leggasi regolamento di conti tra fazione vicina al primo ministro e quella più prossima al titolare del dicastero delle finanze – sarebbe bastato dare un’occhiata a quanto successo negli anni precedenti proprio in Sudafrica per farsi un’idea del modus operandi della CMC.
Bastava raccogliere informazioni sull’impianto di Ingula, per esempio, e farsi una quarantina di minuti di macchina da Ladysmith per dare un’occhiata all’opera. Così ci siamo finti turisti appassionati di Grandi Opere – sì, ammettiamo che affermato da esponenti di Re:Common fa un po’ ridere – che avendo sentito del mirabolante progetto portato a termine da due presunti portabandiera dell’“aiutiamoli a casa loro”, volevano dare un’occhiata di persona.

All’apparenza non sembrerebbe impresa facile, perché l’unica strada di accesso è dotata di un check-point a tre chilometri dall’impianto, che così di fatto è “nascosto” dagli sguardi dei curiosi. Noi però abbiamo prenotato per tempo un tour guidato della centrale (sic!) e siamo riusciti a passare con l’augurio di buon divertimento da parte delle guardie armate.
L’impianto di Ingula è una roba ben complessa: due dighe collegate da tunnel sotterranei lunghi oltre due chilometri nei quali passa l’acqua che, tramite quattro mega-turbine collocate in una centrale a 400 metri di profondità, dovrebbe permettere la produzione di 1,2 gigawatt di energia. Un “prodigio ingegneristico” costato fin troppo caro alla multi-utility statale sudafricana, la Eskom.
Piccola parentesi. Prima di partire per il KwaZulu-Natal, a Johannesburg abbiamo seguito la conferenza stampa di presentazione del bilancio della Eskom. Un lungo de profundis che ha visto il presidente Jabu Mabuza aprire il suo intervento con l’ammissione di essere alla guida di una società agonizzante, con una perdita di 20,7 miliardi di rand (1,3 miliardi di euro) nell’ultimo esercizio di bilancio (19 in più rispetto all’anno precedente), un debito schizzato a 440 miliardi di rand (27 miliardi di euro) e una prospettiva a breve termine tutt’altro che rosea. Nemmeno i 59 miliardi di rand (3,60 miliardi di euro) iniettati dallo stato riusciranno a risolvere una crisi di liquidità, uno dei principali motivi delle dimissioni dell’amministratore delegato Phakamani Hadebe (il decimo dal 2010 a oggi). Buchi miliardari provocati anche dal “prodigio ingegneristico” costruito dagli italiani.
Non a caso appena giunti al Visitor Center di Ingula, il nostro Virgilio ci spiega subito che la parte multimediale del tour sarebbe potuta essere più ricca, ma purtroppo la società non naviga nell’oro, cosa che abbiamo già capito fin troppo bene. Però il video che ci viene mostrato chiarisce come gli impatti socio-ambientali siano stati tutto sommato limitati. Anzi, la Eskom si può vantare di aver rilocato al meglio la dozzina di famiglie contadine presenti nell’area e creato una riserva naturale, tutelando 350 specie di uccelli, tra questi alcuni a rischio estinzione, anche grazie al progetto portato avanti insieme alle organizzazioni conservazioniste Birdlife e Middlepunt Wetland. Di conseguenze negative sulle comunità locali non ce ne sono state, anche perché come abbiamo potuto constatare di persona qui la densità di popolazione è bassissima.

Indossati caschetto e giubbino di sicurezza, ci caliamo nel ventre del progetto, il tunnel a 400 metri sotto terra dove nonostante la luce sia fioca, l’intrico di tubature, cavi e macchinari è veramente impressionante. Riusciamo anche a vedere due delle quattro turbine che sulla carta dovrebbero produrre energia. Una funziona, l’altra no, con evidente imbarazzo della nostra guida. Non è una sorpresa, dal momento che all’inizio del 2019 i media sudafricani raccontavano di una produzione che non superava il 25 per cento della capacità installata. Soddisfatti del nostro tour nel ventre della grande opera, salutiamo riconoscenti la guida, evitando di porle una domanda che ci frulla in testa da un po’: Ingula è stato un pessimo affare? Sembra proprio di sì. A corroborare la nostra opinione ci pensano i documenti ufficiali della Eskom, che parlano di “un difetto strutturale che impatta negativamente tutte e quattro le turbine…una soluzione è già stata concordata con il contractor”, ovvero il consorzio costruttore guidato da Salini-Impregilo e CMC.
Ma oltre il danno la beffa. Non solo funziona male, l’impianto è costato pure uno sproposito e ha subito un ritardo di oltre quattro anni, come ci ha spiegato la giornalista Joy Summers del programma tv Carte Blanche – l’equivalente del nostro Report. “È anche colpa di voi italiani se la Eskom, e quindi il Sudafrica, visto che parliamo di un’azienda pubblica, sta affogando nei debiti”. Oibò, Joy ha ragione, il conto finale di Ingula è ancora solo provvisorio, ma già da tempo fa tremare i polsi. Al momento si sa che nel 2005, data di inizio lavori, l’opera sarebbe dovuta costare 8,9 miliardi di rand (554 milioni di euro), mentre ad oggi siamo a oltre 36 miliardi (circa 2,3 miliardi di euro). L’innalzamento dei costi si è registrato già dai primi mesi, come ci ha illustrato un ex dipendente del consorzio costruttore, Mike Hall. “Mai vista una cosa del genere, appena si verificava un problema i costruttori si rivalevano su Eskom, che pagava senza fiatare anche quando le colpe erano del consorzio (e quindi di CMC e Salini, ndr)”. Nel novembre del 2013, si è verificato un gravissimo incidente, in cui hanno perso la vita sei operai. Secondo Hall, era una tragedia che si poteva evitare e che sarebbe da imputare al consorzio per la mancata adozione di varie misure di sicurezza. Ma per il quale Salini-Impregilo e CMC hanno lo stesso preteso dei pagamenti dalla Eskom.
Anche l’organizzazione anti-corruzione OUTA sostiene che la storia del progetto sia a dir poco singolare. Tramite una richiesta di accesso agli atti hanno ottenuto il contratto tra le imprese costruttrici e l’Eskom e soprattutto la decina di addendum per i pagamenti dei bonus, che dimostrerebbero varie anomalie.
Erich Neethling, uno dei direttori di OUTA, ci ha spiegato che tutta la documentazione è stata inoltrata alla Special Investigating Unit (SIU), l’unità anticorruzione sudafricana. “Ma loro non ci hanno ancora fatto sapere nulla, al momento non abbiamo idea se stiano ancora investigando e soprattutto fino a che punto siano arrivate le indagini”.
Una cosa però è chiarissima, CMC ha iniziato la campagna sudafricana grazie alle buone relazioni con il magnate  delle costruzioni Philani Mavundla, a sua volta “grande amico” dell’ex presidente Jacob Zuma, costretto alle dimissioni dopo lo scandalo Gupta (VEDI NOTA). Mavundla era così amico di Zuma da pagare il conto per i costosi lavori di espansione della sua villa a Nkandla.

Il matrimonio CMC-Mavundla, rivelatosi così “fruttuoso” per Ingula, ha avuto qualche intoppo in merito a un altro progetto da centinaia di milioni di euro, quello per l’espansione del più grande terminal africano per container nella città portuale di Durban è stato bloccato per accuse di frode nell’ambito di una gara d’appalto, che coinvolgerebbero la joint venture denominata CMI Emtateni. La CMI è composta proprio dalla CMC di Ravenna e da una società denominata CMI Infrastructures, di cui sono condirettori Mavundla e Paolo Porcelli. Quest’ultimo è il direttore generale di CMC, nei confronti del quale risulta emesso un mandato di cattura internazionale, legato all’inchiesta per corruzione sulle dighe in Kenya. Per il titolare dell’indagine, Taib Ali Taib, Porcelli è un latitante (“a fugitive for justice“)
Badate bene, noi crediamo fermamente nel principio della presunzione di innocenza e quindi attendiamo i risultati delle varie inchieste in atto, augurandoci che quelle che vanno a rilento possano trovare un pizzico di trazione in più. Però più giriamo l’Africa e più ‘sto “aiutiamoli a casa loro” ci sembra una sonora presa per i fondelli.
NOTA SUI GUPTA
In Sudafrica il termine corruzione ha ormai come sinonimo il cognome di una famiglia indiana originaria dell’Uttar Pradesh: i Gupta, al centro di uno scandalo di vastissime proporzioni scoppiato nel 2016. Così esteso e ramificato era il malaffare che è stato definito “State Capture”. Ovvero come depredare impunemente e a piene mani le casse dello Stato e farla franca. Almeno fino a un certo punto, perché il bubbone è scoppiato e ai tre fratelli Gupta è toccato lasciare il Paese, dove erano arrivati nel 1993 per aprire una piccola impresa di computer, per poi mettere su un impero che spaziava dal comparto energetico a quello dei media. Sfruttando la forte “amicizia” con il presidente Jocob Zuma, ma ormai sembra che intercorressero “buoni rapporti” anche con i suoi predecessori Thabo Mbeki e Kgalema Motlanthe, i Gupta si sono infiltrati in tutti i gangli dello stato, arraffando contratti per le loro società e condizionando l’operato di grandi imprese pubbliche come Transnet ed Eskom.