Visualizzazione post con etichetta Pino Petruzzelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pino Petruzzelli. Mostra tutti i post

domenica 11 settembre 2022

ricordo di Mariella Mehr

Mariella Mehr mi raccontò la sua storia di poetessa ‘zingara’ tolta alla madre e reclusa - Pino Petruzzelli

Il 5 settembre è morta Mariella Mehr. Per alcuni era semplicemente una “zingara”, per il mondo della cultura era una straordinaria poetessa.

La conobbi, ne scrissi in un libro e inserii il suo racconto in uno spettacolo. Ricordo il nostro incontro al tavolino di un bel bar all’aperto. Le casse acustiche diffondevano una musica conosciuta: The dark side of the moon dei Pink Floyd. Mariella era con Uli, suo marito, un ingegnere svizzero in pensione che, dopo avere letto il romanzo Steinzeit di Mariella, se ne innamorò a tal punto da rivoltare l’intera Svizzera pur d’incontrarla. Ci riuscì e da allora divennero inseparabili.

Mariella l’avevo vista solo in fotografia, ma dal vivo, mi apparve diversa. Un incedere lento. Un grosso paio di occhiali scuri mettevano al riparo dalla luce la poca vista che le era rimasta. Anche la schiena, troppo rigida, portava i segni di un cattivo rapporto con la medicina.

Non era di corporatura gracile, ma ugualmente risultava delicata, fragile, sensibile come una ferita aperta. Solo all’età di dieci anni cominciò a scrivere poesie trovando conferma che un altro mondo esisteva. Magari nella letteratura. All’epoca fu considerata troppo stupida per poter essere iscritta ad un ginnasio e venne internata in un istituto gestito da suore. Fu lì che trovò una biblioteca con volumi rilegati in pelle. Bellissima. Dei libri così belli non potevano che contenere cose belle. Li aprì. Nietzsche, Sartre.

Mariella, appena nata, fu strappata dalle braccia della madre e portata via con la forza. Fu un’organizzazione, la Pro Juventute, che la rubò.

Nel 1912 in Svizzera, per contrastare la mortalità infantile, fu creata una fondazione: la Pro Juventute. Venne subito riconosciuta di pubblica utilità e beneficiò di contributi da parte della Confederazione Elvetica.

Nel 1926 le fu affidato l’alto compito di proteggere i bambini dall’abbandono e dal vagabondaggio e così ideò il progetto Bambini di strada. Il fondatore e direttore, dottor Alfred Siegfried, si fece personalmente carico di “sradicare il male del nomadismo” dalla società svizzera. Cardine della sua filosofia era la conversione di tutti gli jenisch, gli zingari svizzeri, da nomadi a sedentari. Così la Pro Juventute sottrasse con la forza, alle rispettive famiglie jenisch, i figli. Da appena nati fino alla maggiore età. Il dottore, che definiva gli zingari geneticamente “inferiori e mentalmente ritardati”, collocò i bambini, anche quelli in fasce, presso famiglie affidatarie svizzere o in ospedali psichiatrici. Ogni contatto con la precedente famiglia era categoricamente vietato.

“Ogni qualvolta, vuoi per nostra bonarietà, vuoi per uno sfortunato e casuale incontro, uno di questi bambini, ancora disadattati e instabili, entra in contatto con i propri genitori, tutto il nostro lavoro è vanificato.”

Anche i cognomi furono cancellati per impedire possibili e futuri ricongiungimenti. Molte bambine sterilizzate. Mentre per bambine e bambini con problemi di linguaggio era pronto un metodo speciale: furono infilati in vasche e bloccati al collo con delle assi per impedire ogni movimento. Questa teoria scientifica asseriva che i problemi di linguaggio di un bambino zingaro, strappato alle braccia della propria famiglia, potevano essere risolti immergendolo anche per venti ore in acqua fredda. Le teorie naziste non erano né sconosciute né avversate dalla Pro Juventute che al contrario intrattenne stretti e proficui rapporti con i medici nazisti.

E così dal 1926 al 1972 la civilissima Svizzera rubò agli zingari 2000 bambini. Solo a tredici anni Mariella iniziò a rendersi conto di quello che le stava accadendo. Ma oramai, cosa fare? Di suo padre e di sua madre non c’era più traccia.

Dopo avermi raccontato tutto questo Mariella sorseggiò la bevanda ordinata al bar e volse il capo in direzione di Uli che delicatamente le accarezzò la mano.

“Era quello il metodo: lo sradicamento, l’isolamento, la separazione. Il vagabondaggio andava estirpato piantando i bambini nella terra buona. Sì – ricordò Mariella – Nella terra buona. Proprio così dicevano. Oggi sono solo ciò che ho subito nell’infanzia. La vita è una ferita che non si rimargina mai.”

Si fece silenzio. Intorno la vita della piazza continuava. Mariella si scusò e si assentò per qualche minuto. Restai solo con Uli:

“A sedici anni, dopo l’affido in quella famiglia e i successivi ospedali psichiatrici, Mariella fu obbligata dalla Pro Juventute a firmare un foglio in cui s’impegnava ad andare a Lucerna, cercare lavoro e condurre una vita autonoma. Mariella andò e trovò da lavorare in un bar per omosessuali. Fu assunta, in nero, come cameriere. Il proprietario aveva pensato che poteva, con i giusti ritocchi e vestiti, farla passare per un uomo. Lavorò lì per un anno circa. Nel bar un giorno arrivò un uomo. Era un ingegnere francese di madre rom e di padre ebreo che durante il nazismo fu deportato a Dachau e che, finita la guerra, arrivò in Svizzera dove trovò lavoro come portiere d’albergo.

Quel giorno entrò per caso nel bar e s’accorse subito che Mariella era una donna.
Presero a frequentarsi e lei gli rivelò di essere sotto tutela della Pro Juventute.

Qualche tempo dopo Mariella rimase incinta. La notizia era doppiamente bella perché oltre alla felicità per la futura nascita sembrò portare anche la possibilità di liberarsi della Pro Juventute. Mariella trovò lavoro presso una famiglia di professori universitari: si sarebbe dovuta occupare dei loro figli.

La situazione si era solo in apparenza regolarizzata perché appena la Pro Juventute seppe che una loro ragazza era rimasta incinta, fece scattare un’indagine in cui accusò Mariella di essere fuggita, raggirando la tutela, con uno zingaro e di voler mettere al mondo un nuovo zingaro. Mariella fu arrestata e condannata a trentasei mesi di carcere e senza nemmeno un processo. In questi casi bastava la sentenza della Pro Juventute. Dopo sei mesi di prigione Mariella fu condotta in ospedale dove partorì il bambino che subito dopo le fu tolto e dato in affido a una famiglia di svizzeri.”

Ero senza parole. Mariella ritornò al tavolino.

“Volevo dire al nostro amico di quando tu e quel giornalista faceste emergere quello che stava facendo la Pro Juventute.”
“Si – riprese Mariella – il giornalista scrisse degli articoli su un’importante rivista svizzera, basandosi su informazioni raccolte da me e da altre quattro donne jenisch. In seguito a queste denunce scoppiò lo scandalo e nel 1972 la Pro Juventute chiuse il progetto Bambini di strada.”

“Io, come ingegnere sono un esempio di civilizzato che, in giacca e cravatta, ha rovinato questo pianeta inquinando aria e acqua. In un anno soltanto riusciamo a bruciare risorse che potrebbero bastare per i prossimi cento. Eppure il bersaglio principale sono i rom. A volte mi chiedo perché abbiamo creato una società così?”

“Perché siamo pazzi.” Gli fece eco Mariella. “Sai cosa resta oggi, dentro di noi vittime del programma Pro Juventute? Traumi, lesioni, vergogna. Vergogna per me stessa perché vivo con l’impressione di essere sempre colpevole. Tutti questi pensieri sono troppo per me. Alla sera, a letto, non riesco a sopportarli. Sono come un film che mi fa impazzire. Allora scrivo, se posso. Ora sono due mesi che ogni mattina, alle cinque, vado al computer per cercare di mettere giù qualche pensiero, ma non riesco. Mi blocco. Devo aspettare. Devo aver pazienza. Passerà, forse. Sono passati tanti momenti, passerà anche questo. Sì, passerà.”

“Ma la popolazione jenisch da dove arriva? C’è chi dice dall’India e chi vi ritiene figli di minatori tirolesi.” Domandai.
“E’ lo stesso.” Disse Mariella con dolcezza. “Sono soltanto teorie. La verità è che abitiamo tutti questo pianeta.”

da qui






QUI un bel film di Valeria Pedicini, al quale ha collaborato Mariella Mehr, sugli jenisch, gli zingari svizzeri.

giovedì 22 aprile 2021

Fake news: rom e sinti rubano i bambini - Santino Spinelli (*)

  

Mai un solo caso di rapimento di bambini da parte di rom e sinti è stato punito dalla legge perché mai un caso di rapimento è davvero avvenuto


Lo sanno tutti ormai. È una verità acquisita.

Un dato incontrovertibile per razzisti e coloro che ritengono di conoscere tutto, soprattutto in tema di «zingari». Quegli sporchi, brutti e cattivi nomadi che non vogliono integrarsi nella nostra società.

Tra questi stereotipi, i più comuni, quello più in voga è: «sottrarre i minori alle famiglie». Il più grave e il più inaccettabile.

Rom e sinti non sono mai stati nomadi per cultura, la mobilità è sempre stata una condizione coatta e «figlia» di persecuzioni disumane, spesso non adeguatamente rilevate dalla storia. Ecco dunque, il perché vediamo fiorire molte e facili campagne mediatiche indirizzate contro la popolazione romanì, tutte ben predisposte per poi essere reiterate al momento più opportuno.

Una comunicazione a senso unico e senza contraddittorio che talk show, programmi di approfondimento televisivi propongono con leggerezza, o peggio volutamente scegliendo il «miglior personaggio» da intervistare per portare a casa il risultato cercato e voluto. Di personaggi improbabili, la televisione ne ha inventati tanti.

E questo perché tutti nel mainstream devono sapere che i rom e sinti rubano i bambini; la pericolosità di questa popolazione è tale che questo allarme dev’essere lanciato al mondo; le televisioni dunque avranno salvato i telespettatori dall’eventualità, probabile, che i propri figli siano rapiti già domattina. L’unica verità in tutto ciò e che così facendo si stanno solo fomentando immotivati sentimenti di diffidenza e di odio.

Perché farlo? Dunque…

Per avere un «capro espiatorio» da accusare per lenire le frustrazioni collettive? Per convogliare in un’unica direzione il malcontento per problemi comuni e irrisolti? Per nascondere il fatto che la nostra classe politica è sempre più malata, inadeguata?

Già nella storia, tante monarchie e tanti imperi hanno perseguitato le «diversità». I regimi totalitari hanno cercato di annientare (anche) i rom e i sinti fisicamente; di sradicarli dalle loro terre d’origine. Oltre mezzo milione di rom e sinti sono stati sterminati dai regimi nazisti e fascisti.

Anche oggi, nella nostra Europa avanzata civile e democratica, tuttavia, la popolazione romanì è la più odiata. Accade senza che nessuno conosca davvero gli aspetti storici, culturali, antropologici, linguistici, gastronomici e letterari di una minoranza etnica importante e che sin dalla sua origine che affonda le sue radici nei tempi dei tempi, non ha mai fatto la guerra a nessuno.

I sondaggi parlano chiaro: nessuno vuole vicino a sé i rom e sinti, nessuno li vuole come vicini di casa, nessuno vuole affittare loro una casa, in pochi sopportano la loro presenza. Cosa si annida realmente dietro quest’avversione senza tempo? E perché così tanto odio? La loro diversità è perseverare nel voler custodire le proprie tradizioni. La fermezza, per molti di loro, nel non voler conformarsi alle mode e alle tendenze dell’oggi. 

Eppure l’Europa stanzia milioni di euro alla voce rom e sinti. Dove finiscono i soldi stanziati? Chi li utilizza, come e dove sono convogliati e investiti?

A rom e sinti, dunque, è garantito l’assistenzialismo nelle loro residenze abitative. Di fatto si legittima l’accettazione che possa esservi una «segregazione razziale» nei «campi nomadi». Un’anomalia tutta italiana. Come lo sono i «quartieri ghetto».

Una sorta di «neocolonialismo autoreferenziale industriale» dove tutti guadagnano, tranne rom e sinti.

La triste «vicenda Pipitone» (ossia quella della piccola bambina Denise, scomparsa tanti anni fa e oggi tornata agli onori della cronaca e che tanto piace alle televisioni e agli spettatori) con il suo grande clamore mediatico, rischia di far aumentare l’odio razziale contro una minoranza già inerme; di alimentare il soffio dell’odio su di una popolazione che già deve quotidianamente lottare contro un’avversione atavica e pericolosa che, come dimostrano le trasmissioni televisive di questi giorni, è stata puntualmente reiterata: «I rom rubano i bambini».

Il razzismo si esplicita attraverso la mistificazione della realtà. Come funzioni questo meccanismo sociale l’hanno mostrato molto bene i regimi nazi-fascisti e tutti i regimi totalitari.

Un paese che si dice democratico dovrebbe, invece, tutelare tutte le minoranze etniche da eventuali e possibili discriminazioni. Oggi, purtroppo, assistiamo a un nuovo sciacallaggio mediatico, vergognoso, incivile e che sta mettendo alla berlina un’intera popolazione; facendola passare per ciò che non è, favorendo l’odio con il solito «spauracchio» della pericolosità delle differenze, che sono invece l’unica e preziosa peculiarità del nostro modo.

Mai un solo caso di rapimento di bambini è stato appurato nelle indagini di organi competenti; mai un solo caso di rapimento è stato punito dalla legge. Questo perché mai un caso di rapimento di bambini  - da parte di rom e sinti - è davvero avvenuto.

Rom e sinti hanno tanti figli perché vivono il valore della famiglia come un principio assoluto, fondante per la loro cultura e tradizione.

Famiglia, certo, come quella colpita dalla tragedia del caso di cronaca e dalla quale molto probabilmente potrebbero emergere sviluppi per le indagini.

 

(*) ripreso da Riforma.it: «Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia»

 

da qui



venerdì 31 luglio 2015

Non chiamarmi zingaro – Pino Petruzzelli

ci sono libri necessari che, come I Promessi Sposi, andrebbero letti in tutte le scuole. 
Non chiamarmi zingaro è uno di quelli, parla di cose sconosciute, è istruttivo, smonta pregiudizi, ti costringe a prendere posizione, ti fa conoscere tanti fatti e storie che sono a portata di mano, basta non girare gli occhi.
alla fine del libro incontri Mariella Mehr, e il Porrajmos.
e avrai conosciuto Dragan, Walter, Doro, Alin, Mari, Florian, Elena, Bobby, Manush, Alma, Mirko, Mauso, Adamo, Carla, Vasko, Anna, Unica, Riccardo, Marsela, Joseph e Giovanni, tra gli altri.
cerca questo libro, ti mancava - franz






è un libro itinerante che va direttamente al cuore. Racconta le storie e le tradizioni di una popolazione in fuga, da noi disprezzata ed etichettata con il termine "zingaro", che porta dietro di se' un lungo percorso di emarginazione, intolleranza e sofferenza. L'autore ci porta a conoscere questo popolo e le sue storie di vita quotidiana, raccontandoci le testimonianze degli uomini che ha incontrato nel suo cammino per le strade e i campi rom dell'Europa...
da qui

«Mi fate ridere quando vi sento dire che avete paura di noi. Ogni volta che ci fermiamo con la roulotte in una zona isolata, andiamo a dormire con la speranza che nella notte non arrivi qualche balordo a darci fuoco con una tanica di benzina. "Che facciamo stasera? ma sì, andiamo a bruciare questi zingari." Abbiamo paura. Prova a immaginare cosa accadrebbe se finissi nelle mani di un gruppo di naziskin. Mi taglierebbero a pezzi e mi metterebbero nel forno di casa. Perché devo vivere nel terrore? Per fortuna che c’è la polizia. Se non ci fossero loro non ci sarebbe più un sinto o un rom sulla faccia della Terra.»
Ecco un libro che dovremmo leggere tutti: giovani e meno giovani, di sinistra e di destra, italiani e non.
Gli zingari ci fanno paura, ce ne hanno sempre fatta, ma ora, com'é risaputo e come si percepisce benissimo anche senza guardare il telegiornale o leggere i quotidiani, la cosa, almeno in Italia, sta assumendo proporzioni enormi….


Campioni dell’illegalità, noi italiani. Ma i lavavetri no, per loro scatta la tolleranza zero. Tutti a correre come pazzi sull’autostrada, ma se un rom ubriaco provoca un incidente ecco che parte l’emergenza zingari, tutti colpevoli. Allora può essere utile saperne di più: leggere queste storie di rom e di sinti fa uno strano effetto. La zingara medico che sorveglia sulla nostra salute, lo zingaro responsabile degli antifurti di una banca (sic!), l’insegnante, i bambini che vanno a scuola (migliaia di zingari fanno gli infermieri e i fornai), il prete: realtà che sembrano straordinarie ma che appartengono alla vita quotidiana. E che Petruzzelli riporta dando la parola a loro, andandoli a trovare nelle periferie delle nostre città ma anche in Romania, Bulgaria, in Francia. Racconti di vita dura e sofferta, di miseria e di intolleranza, di forti tradizioni, diverse dalle nostre. E quindi da nascondere. L’autore ricorda anche le persecuzioni e le torture che gli zingari hanno subito in Germania e in Svizzera. Storie scomode, che nessuno vuole riconoscere, per evitare possibili risarcimenti. Chi difende gli zingari? Nessuno.


martedì 17 marzo 2015

Gli ultimi - Pino Petruzzelli

otto incontri con delle persone speciali, gli "ultimi" che incontra Pino Petruzzelli.
sono persone che esistono nonostante tutto, il WWF dovrebbe proteggerle, perché sono a rischio di estinzione. 
sono persone semplici, che sanno cos'è la povertà, l'ingiustizia e la fatica di vivere.
e riescono anche a sorridere, hanno tanto da insegnare, se uno vuole imparare 
conosceteli anche voi, non ve ne pentirete - franz





l’autore dà voce ai pensieri di dodici “ultimi”, ovvero di coloro che, negli intendimenti dell’autore, ” riescono, in situazioni di difficoltà, a capovolgere le sorti di una vita in apparenza compromessa, o almeno a tenere accesa, attraverso l’azione, la speranza di un possibile cambiamento”…

Parlare degli ultimi è come fare un viaggio dentro se stessi, attraverso le angosce, le paure, i timori di non riuscire in qualche cosa, di fallire in un sogno o in un traguardo della nostra vita. Nel suo ultimo libro, Pino Petruzzelli, raccoglie i pensieri di dodici persone conosciute durante i suoi viaggi nell'arco di una decina di anni. Fa parlare nobili perdenti che tirano dritti “in direzione ostinata e contraria”. Racconti che ci sconvolgono e allo stesso tempo ci fanno sentire molto fortunati, perché è il paragone con le disgrazie altrui che ci porta ad apprezzare quel che si ha. Persone che riescono a tenere accesa, attraverso l'azione, la speranza di un possibile cambiamento. Albert Camus, nel suo brillante saggio “il mito di Sisifo”, sosteneva che la vera potenza umana non sta tanto nella capacità di sopportazione, ricordando appunto la perenne fatica di Sisifo, quanto nella volontà dell'uomo di rialzarsi e ricominciare.
Ecco che tutti questi “ultimi” ci danno una grande lezione di coraggio e di perseveranza, ci insegnano che l'importante è sapere ricominciare, rimettersi in gioco, anche dopo una sconfitta. Perché la speranza è l'ultima a morire.

giovedì 4 dicembre 2014

«Li brucerei vivi» - Rossana Piras

Io stanotte non riuscivo a dormire.
L’ennesima discussione sui Rom. «Li brucerei vivi» ha scritto qualcuno… Tutti senza distinzione. Ho chiuso fb, 
spento il cellulare, sono andata a letto schifata, orripilata. Mi giravo e mi rigiravo.
Pensavo ad altri scenari: stesso odio, stessi stereotipi, stesse frasi orribili. Gli ebrei ci rubano il lavoro, i soldi, la nostra identità, sono deicidi, adorano il diavolo… «Li brucerei vivi» e li bruciarono. Nei forni. Ebrei, storpi, Rom, omosessuali…
Io stanotte non riuscivo a dormire.
«Li brucerei vivi». Pensavo alla caccia alle streghe. Povere donne sapienti, al rogo per odio, ignoranza e sospetto.
Io stanotte non riuscivo a dormire.
«Li brucerei vivi». Stessa ignoranza, sospetto, odio. Ma le conoscete «Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case…» le persone che volete bruciare?
Sapete cosa vuol dire vivere in baracche, circondati, disprezzati, con solo l’acqua per mangiare e poco da vestire, con i bambini comunque da crescere?
«Li brucerei vivi» e magari andate a messa e fate la comunione ogni domenica, tornate nelle vostre case comode e accoglienti, giocate con i vostri figli, a cui date tutto ciò che desiderano.
Li conoscete i figli degli “altri”? Io sì. Sapete i loro nomi? Io sì.
Io che stanotte non riuscivo a dormire.
«Li brucerei vivi».
Pensavo ai miei alunni Rom.
W. che vuole sempre leggere col suo vocione grosso e disturba i compagni, che non vogliono sedersi vicino;G. con gli occhi tristi che mi dice «prof quest’anno mi impegno. Alle elementari sentivo una maestra che diceva agli altri, lasciatelo perdere, loro sono diversi… io ero piccolo, ma capivo!»; M. che mi regala un disegno dicendomi «Sei tu»; V. che si stupisce felice quando dico qualche parola in lingua rom; J. chiuso nel suo mondo di difficoltà che fa quello che può; D.che si infuria e poi piange non riuscendo a gestire la sua rabbia interiore; C. quasi maggiorenne che fa già il meccanico ma che capisce l’importanza della licenza media; B. figlio del vento, grande e grosso, chino sul suo quaderno che impara a far la spesa in francese; T.un furetto tutto occhi che vorrebbe alternare lezione e uscita in giardino…
«Li brucerei vivi».
I “miei” ragazzi. Che i genitori mandano a scuola un po’ per ragioni di soggiorno o perché sennò i servizi sociali glieli tolgono (lo sapete che anche loro amano i figli, o no?) ma anche perché capiscono che è un riscatto sociale.
«Perché è importante studiare le lingue, ragazzi?» chiedo a tutti il primo giorno di scuola. «Per viaggiare, per fare amicizia, per i turisti». Loro no. Per un lavoro, dicono, con la speranza negli occhi. Io non ho il coraggio di dire che forse un lavoro non glielo darà nessuno, in quanto Rom. «Li brucerei vivi». Non ho il coraggio di bruciare loro la speranza. Non ancora… Lacrime dentro ma sorrido e dico loro: l’importante è l’impegno, tu ti impegni e io ti aiuto. Si chinano sul quaderno e fanno quello che possono.
Giú le mani dai miei ragazzi!!!
«Li brucerei vivi».
Io stanotte non riuscivo a dormire.

aggiungo io:

mercoledì 22 ottobre 2014

lettere immaginarie e no

Elsa Morante parlava del mondo salvato dai ragazzini, scrivere due lettere, immaginarie (e realistiche), è un modo con il quale due ragazzini italiani si sentono coinvolti.
e poi un algerino, incontrato da Pino Petruzzelli, e due turchi, di ieri, ma il tempo non importa, raccontano le loro storie, di perdenti e perduti, scarti umani di un mondo che ne produce ogni giorno di più.
arriverà un giorno nel quale la storia giudicherà gli statisti in base a un indice semplice semplice, aver fatto crescere o diminuire il numero delle persone che non hanno niente da perdere - franz
 
Lettera ad un immigrato clandestino approdato sulle nostre spiagge
Caro amico,
c’è chi ti disprezza, chi ti umilia, chi ti imbroglia, chi ti perseguita… ma io ti stimo.
Tu senza sapere ciò che accadrà, tenti il costoso e rischioso viaggio della fortuna,
impavido e sacrificando la tua vita per un futuro migliore.
Affidando i risparmi di una vita ad un crudele scafista, il quale a tuo discapito è
pronto a scaraventarti in mare senza pietà e sensi di colpa, anzi, con sollievo per
essersi liberato di te. Tu in enorme difficoltà vai speranzoso, in cerca di una nuova
vita.
E arrivato qui, sei costretto ad affrontare la crudeltà umana che già esisteva un
tempo e che continua ad esserci anche oggi, nel 2013.
Ecco, fuggi dalla fame e dalla guerra, per trovarti chiuso in un “ CENTRO
D’ACCOGLIENZA”, da dove deluso cercherai altre strade.
Forse fuggirai ancora una volta e ti nasconderai ancora una volta e, ancora una volta
sarai discriminato e deriso, ma tu, col tuo sorriso, porgerai l’altra guancia e
proseguirai, il tuo lungo viaggio.
Per sopravvivere, ti lascerai alle spalle la fame, gli insulti, gli stenti e le umiliazioni.
Il viaggio della fortuna è terminato, o forse è appena cominciato, ma stai tranquillo
perché, anche se, non capisco la tua lingua, non professo la tua religione, non so nulla
dei tuoi usi, costumi e tradizioni, sono anch’io un essere umano e so che tu, come me
hai un’anima, dei sentimenti e delle emozioni, so benissimo ciò che hai provato, provi e
continuerai a provare, pertanto se avrai bisogno d’aiuto, bussa alla mia porta ed io
sarò al tuo fianco.
BUONA FORTUNA AMICO!!!
 
Lettera da un clandestino immaginario
di Federico Mangialardo, 17 anni, studente
"Caro amico che ti trovi da qualche parte nel mondo; tu che vivi nel mondo civilizzato, tu che abbracci la tua famiglia sicuro di un tetto sulla testa, di un piatto caldo pronto per te, che sei nato nella parte giusta del mondo. Sono sicuro che non avrai molto tempo per me, per i tuoi fratelli sparsi nel mondo che cercano di sopravvivere, ma ti chiedo solo il tempo di leggere queste righe.
Io sono uno di quelli che solitamente chiami”clandestini”, uno di quelli che arriva nella tua terra in punta di piedi, senza pretendere molto, se non un po' di dignità, di pace e di lavoro.
Lo so che non passo per le vie convenzionali ma per me, come per il mio amico Musa, che viene dal Gambia e non ha nemmeno avuto l'opportunità di andare a scuola, quelle vie sono ancora più difficili che traversare il Mediterraneo su di un barcone fatiscente, che attraversare il deserto per poi rischiare la vita in Libia.
Tu devi capire questo: di alternative non ne avevo, a casa mia c'è la guerra, una guerra civile costante e perpetua, della quale pure i tuoi giornali si sono stancati di parlare. Altri miei fratelli sono scappati dalla fame. Che alternative potevamo avere se non partire? Diventare pirati come capita in Somalia? Li compiono azioni sbagliate, ma cosa gli posso rimproverare, di provare a restare in vita?
I soldi in certe parti dell'Africa, se ci sono, vanno nelle mani di potenti, ricchi, signori della guerra con cui, magari, il tuo governo fa affari. Detto questo spero che perdonerai il somalo che da qualche tempo dorme qui con me nel tuo paese.
E non mi piace poi così tanto anche ricevere i soldi dal tuo governo, ma che ci posso fare? Io vorrei lavorare, darmi da fare, cercare di dare una svolta alla mia vita. Però qui non c'è lavoro nemmeno per chi ci è nato. Mi dispiace, ma non ho intenzione di arrendermi alla vita che mi tocca; ho inseguito una speranza, sono arrivato troppo lontano per poterci rinunciare proprio ora.
Ora sono qui e ti chiedo aiuto; sono qui e affido il mio destino a te. Ti posso solo offrire la mano e la gratitudine di un uomo che ha combattuto a suo modo per cambiare il corso della propria storia.
Sperando che tu possa capirmi e aiutarmi.
 
dice Ken Loach:
“Il razzismo ha una funzione nella nostra società. Fa in modo di impedirci di identificare il nostro vero nemico. La responsabilità del problema dei senza tetto, della povertà e dello sfruttamento non è delle persone più povere e sfruttate. Farli diventare il capro espiatorio, perché sono neri o marroni o perché vengono da una cultura diversa, lascia i veri sfruttatori liberi di agire. Una classe di lavoratori divisa dal razzismo è perfetta per gli imprenditori. Essi traggono beneficio dal lavoro a basso costo, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Qualunque sia la loro retorica, i fascisti che si servono del razzismo parlano nell'interesse del capitale.
Dobbiamo ricordare che l’offesa fatta a uno, di qualunque razza egli o ella sia, è un’offesa fatta a tutti.”
 
“Io abitavo in un paese che si chiama Algeria.
Amo la vita e amo quello che faccio.
Il mio lavoro è un messaggio per il mio popolo.
In un paese che sta lottando per una causa giusta che si chiama democrazia, mi hanno condannato a morte perché le mie idee sono diverse dalle loro.
Mi hanno condannato perché sono un uomo di teatro.
Mi hanno condannato a morte perché mi esprimo attraverso il mio lavoro, perché ho detto quello che penso di questi fondamentalisti che hanno monopolizzato la religione.
Adesso sono in un paese che si chiama Italia e sa cosa significa democrazia e cosa significa emigrazione: fuggire da un inferno per trovare un altro inferno.
Grazie.”
 
«Sono un turco. Un turco che è entrato clandestinamente in Svizzera dall’Italia, come quel bambino di sette anni che è morto l’altra notte di freddo e di fame mentre tentava di venire qui, dove sono adesso io, vivo e felice. Perché si sorprende, signore? Io sono felice, davvero. Sono in Svizzera. Sto in questa baracca che si chiama Centro di registrazione degli asilanti, quelli che hanno chiesto asilo, mi scusi se sono in pigiama, se voglio posso uscire: mi sento davvero libero. Ah, lei non ci crede? Se lei dice che un uomo come me non può sentirsi davvero libero perché vive in una baracca e si chiama con una sigla, io sono S31, mi pare, si sbaglia. Se sente la mia storia cambierà subito idea».
S31 è uno dei diecimila e ottocento immigrati clandestinamente in Svizzera dal primo gennaio scorso ad oggi, il 90 per cento sono turchi, come lui. E’ facile entrare in Svizzera. E’ difficile restarci. Un modo è quello di chiedere asilo politico: gli «asilanti» hanno diritto a restare, nei Campi di raccolta, almeno il tempo dell’inchiesta per accertare se sono perseguitati o «se fanno i furbi».
S-31 la sua storia la racconta così. «Sono nato 23 anni fa in un villaggio turco dell’Est, uno di quei paesini dove ci sono tanti militari e tanta polizia. Da lì me ne sono andato. Credevo che a Istanbul fosse diverso. Per vivere facevo il cuoco. Ma vivevo male. Pochi soldi, niente casa. Davo da mangiare e distribuivo qualche manifesto per quelli di Dev-Sol, un’organizzazione politica di sinistra. Lavoravo, lavoravo, ma non avevo mai il giusto, sempre qualcosa di meno. E allora, via. Un giorno al ristorante arriva un autista di Tir. Te ne vuoi andare, mi dice? Sì, me ne voglio andare. Con duemila franchi svizzeri, un milione e settecentomila delle vostre lire italiane si può fare, mi dice. Potevo portare una sola borsa, con tutto dentro. Tanto non avevo più nulla. Per mettere insieme i soldi del viaggio ho bruciato tutto quello che avevo. Una notte sono salito dentro quel Tir, nel cassone, con gli altri, una ventina. Istanbul, Bulgaria, Jugoslavia, Italia, Milano: quattro giorni di viaggio. Da mangiare e da bere ce lo dava ogni tanto l’autista. Per la toilette, scusi signore, facevamo tutto all'aperto. L’autista si fermava nei posti dove non c’era nessuno, quasi sempre dì notte. A Milano sono sceso dal Tir: due uomini, due italiani erano venuti a prendermi con la jeep. Non so proprio dov'ero; so solo che ero a Milano. Ma lì ci sono stato poco. Siamo partiti quasi subito. Mi hanno portato a un valico, quale non lo so. Ah, ho dovuto pagare ancora, ma non mi hanno imbrogliato: lo sapevo prima. Questa volta l’equivalente di duemila marchi tedeschi, più o meno un milione e mezzo delle vostre lire. Gli ultimi soldi, ma ne valeva la pena. Con la jeep mi hanno portato su una montagna. Eravamo ancora in Italia. Poi mi hanno fatto camminare, tre ore nei boschi. Faceva molto freddo, ma non m’importava. Quando sono arrivato al confine è stato un po’ strano. C’era quella rete metallica con un buco. Italia e Svizzera sembravano proprio uguali. Ma dall'altra parte del buco, un po’ più in là, c’era un’altra macchina che mi aspettava; o forse era la stessa che mi aveva portato al confine, poi era entrata in Svizzera e ora veniva a prendermi. I due italiani mi hanno portato a Friburgo. Non lo so perché proprio lì. Io non capivo loro e loro non capivano me. Mi hanno fatto vedere il posto di polizia da lontano e mi hanno fatto segno che dovevo andare lì. Ho chiesto asilo politico. Se non accetteranno la mia domanda? Finirebbe male, per me. Ma io preferisco pensare che tutto andrà a posto e io farò il cuoco in Svizzera».
S40 ha ascoltato in silenzio: ha i capelli lunghi e neri, gli occhi chiari e gli orecchini d’oro: l’unica cosa che valga qualcosa. Pure lei ha una storia da raccontare. «Anche io sono turca, anche io ho 23 anni, però non sono musulmana, sono curda. Mia madre mi ha detto: vai via, salvati almeno tu. Così una mattina ho preso il bus a Istanbul. Mio padre era già lontano, nel Kuwait a fare l’operaio, mia madre fa tessuti, uno dei miei due fratelli fa l’università. Li ho lasciati, ma loro sono contenti per me. Con tre milioni di lire turche ho comprato il biglietto del bus fino a Milano e il passaporto falso. Con 1800 marchi tedeschi il viaggio in auto da Milano al confine. Con un milione e 200 mila lire italiane il passaggio dalla frontiera fino a Basilea, in macchina. Mia madre ha venduto le sue ultime cose per aiutarmi. Lo sapevo che facevo una cosa illegale, ma era l’unico modo. La Svizzera è bella: finora ho conosciuto poche persone. Quei signori del battello a Basilea, perché in quella città il Centro per i profughi è in un barcone sul fiume. E questi qui al centro di Chiasso. Non ho scelto io di venire qui: è stato il caso, il destino. A me interessava soltanto arrivare in Svizzera. Sì, è come me la immaginavo: un posto dove vorrei fermarmi a vivere. Perché, signore, dice che potrei non avere l’asilo politico? Non sapevo di quel bambino morto al passo dello Spinga, magari sono passata anch'io di là e ora sono qui. Vede che sono fortunata?». Nel cortile della baracca si gioca a pallone aspettando di sapere se si è uno dei 65 ogni cento immigrati clandestini che ottengono l’asilo politico, il diritto di restare e quello a un lavoro. Quasi sempre «nero», ma non importa.
Francesco Cevasco