Visualizzazione post con etichetta Sergio Labate. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sergio Labate. Mostra tutti i post

venerdì 27 marzo 2026

Epstein e i confini morali delle democrazie - Sergio Labate

 

Non è difficile prevedere che, nonostante le reticenze e la complicità della maggior parte del sistema mediatico, lo scandalo degli Epstein files sia appena all’inizio. Troppo grande il degrado morale, le fitte e perverse trame politiche ed economiche che emergono e che rendono esplicito ciò che finora si è solo potuto immaginare («io so, ma non ho le prove». Eccole le prove). Anche questa è una delle tante lezioni di questa storia: come ha sottolineato – non senza una nota di sarcasmo – la filosofia Gloria Origgi si tratta di capire come reagire razionalmente quando le teorie politiche del complotto si rivelano vere, come in questo caso. Tutto ciò a cui non si poteva credere, si sta dimostrando anche più realistico del previsto. Ecco, la portata di questi documenti è davvero epocale e per questo conviene tener desta l’attenzione e non cedere all’inevitabile strategia del depistaggio e della minimizzazione cui andremo incontro nei prossimi mesi. Io credo che quei milioni di documenti rappresentino per certi versi una delle tracce più consistenti per ricostruire dall’interno una storia economica, politica e morale del neoliberismo e della sua capacità di modificare e orientare l’ordine del mondo.

Come tutte le storie, anche questa storia contiene tanti risvolti, sfumature, controtendenze e azioni che appaiono marginali e in realtà non lo sono. Stiamo parlando di come negli anni si è costruita un’élite mondiale tenuta insieme dalla crudeltà nei confronti degli altri esseri umani (in particolare donne), dallo scambio rigidamente endogeno di influenze, informazioni, soldi (molti soldi) e dall’odio delle democrazie. Tutto questo intorno alla vivacità di un uomo condannato per pedofilia quasi vent’anni fa, esplicitamente razzista, eugenetico, sadico. E che non ha mai nascosto ciò che era, anzi ha sedotto buona parte della classe dirigente mondiale – e in particolare i condottieri che hanno guidato la sinistra mondiale verso la propria dissoluzione – proprio grazie a questi tratti disumani.

La questione fondamentale non è dunque semplicemente quella morale (che pure non disprezzerei affatto, sinceramente). È piuttosto l’inquietante intreccio tra sadismo pianificato e realizzato in modo compulsivo e quello che poco fa ho definito nei termini di un vero e proprio odio per le democrazie. Siamo dinanzi al tentativo (del tutto riuscito) di abbattere i confini morali delle democrazie e, in questo modo, di abbattere le democrazie stesse. In maniera più dura ma forse più efficace, si può sostenere che il progetto politico delle classi dirigenti mondiali degli ultimi decenni sia stato quello di sostituire le democrazie non solo con le autocrazie, ma con un vero e proprio governo sadico sugli uomini e (soprattutto) sulle donne.

Trump, Clinton, Epstein, Gates e tanti altri… Tutto ciò che li unisce e li tiene insieme è una sorta di incontrollabilità del potere, come un demone interiore che nessuno riesce più a frenare. Tutti maschi bianchi di una certa età, presi in ostaggio dal loro stesso potere, che non è più un semplice vizio tra gli altri che può anche dar luogo a scelte responsabili – ogni buon politico deve essere ambizioso, ricordava Weber. È un demone interiore che si fa legge superiore: che vuole spazzare via ogni ostacolo formale, a partire dalle leggi e da tutto ciò che tiene sotto controllo il loro potere e trasformare tutte le relazioni umane a misura del dominio di qualcuno su qualcun altro. Sarà per questo che – tra una violenza e un’altra, tra una tortura e un’altra – l’ossessione dei loro discorsi sembra essere precisamente l’insofferenza nei confronti della democrazia. Personalmente provo dolore anche solo a immaginare le scene. Con queste povere ragazzine vittime di potenti che mescolavano insieme umiliazioni feroci e discorsi su come limitare i danni delle democrazie, su come sottomettere tutto il mondo al loro sadismo sperimentato festosamente sulla pelle di giovani donne. Eccoli, quelli che hanno vinto definitivamente la lotta di classe. Un’élite ristretta di maschi perversi e malati, circondati da api regine o da donne schiavizzate. Pienamente consapevoli che l’ultimo argine che resta alla trasformazione del loro potere in un dominio incondizionato è proprio la democrazia. È così che la questione morale è già questione politica. In fondo è stata proprio questa la grande scommessa della democrazia. Immaginare di poter mettere dei confini al potere, in modo tale che esso non sia mai assoluto. Tenere separato, per quanto possibile, l’esercizio del potere dalla voluttà personale del dominio di qualcuno su qualcun altro. In democrazia il potere resta sempre contendibile – nessun uomo di potere può possedere quel potere che gli è solo assegnato per un certo periodo – e si trova vincolato da confini morali e giuridici, rappresentati per eccellenza dai diritti fondamentali e dalla tutela della dignità di ciascuno.

Oggi sappiamo – anche grazie a ciò che sta emergendo – che il disegno mondiale che ha dissolto le democrazie non era legato ad altro che a questa insofferenza satrapica, a questo ultimo stadio del patriarcato in cui tutto si irrigidisce in violenza e consumo. In cui il nuovo ordine mondiale fa coincidere perfettamente l’interno e l’esterno, ciò che accade dentro le tante e lussuose case a disposizione di pochi e ciò che accade al di fuori, con la guerra assurta a misura del mondo. La distruzione, l’umiliazione, la reificazione, tutto agghindato dentro cene eleganti e jet privati. Vale anche per Chomsky, purtroppo. E non è ingenuità, ma seduzione. La seduzione del sadismo, non solo della ricchezza. Della violenza, non solo del potere.

Questa è la verità scomoda che emerge: i potenti, chiusi nella stanza dei balocchi e costretti a godere incessantemente, hanno finito col trasformare questa complessa architettura del potere e dei suoi limiti connaturali in un’esigenza di dominare sugli altri esseri umani. Cioè di trasformarli in merci, in oggetti da consumare compulsivamente, da umiliare e degradare. È la tentazione del sadismo: in fondo quando il potere si affranca dal proprio limite esso non può che volere la cancellazione dell’essere umano. Perché l’umanità dell’essere umano sarà sempre una nota stonata, una resistenza all’esigenza di possedere senza più confini morali, all’assolutismo del dominio. Quando Trump rivendica di essere l’unico a poter autolimitare il proprio potere (“c’è una sola cosa che può fermarmi: la mia morale. La mia mente”), non fa che confermare questo schema e, allo stesso tempo, pronunciare la sentenza definitiva di dissolvimento del principio democratico. Un potente che crea da sé i confini al proprio potere sarà inevitabilmente un sadico. Un uomo la cui funzione principale non è quella di vedere e sentire gli altri, di fare i conti con la loro libertà, ma piuttosto di ridurli ogni volta a un pretesto per confermare il proprio arbitrio, il proprio dominio.

Ecco il filo rosso che lega l’inquietudine del nostro presente all’oscenità di questo passato che emerge. Se a Gaza o a Minneapolis si fanno esperimenti su ciò che sarà il nostro futuro, le case chiuse e festose di Epstein sono state il laboratorio del nostro presente. Luoghi di tortura e di disumanizzazione in cui si è sperimentato quel che adesso possiamo comprendere appieno: che il contrario della democrazia non è semplicemente l’autocrazia, ma il sadismo. Ecco il punto complesso ma inaggirabile che dobbiamo ormai affrontare. Cosa accade quando i confini morali delle democrazie vengono oltrepassati e tutte le relazioni tra esseri umani – compreso l’eros – vengono plasmati a immagine della relazione tra dominatore e dominato? Quando il dominio diventa misura di tutte le relazioni? Quando il sadismo che governava dentro le mura di quelle case diventa la forma complessiva delle nostre città e dei nostri rapporti internazionali? Conviene non fuggire da queste domande, magari con la scusa dell’autonomia del politico. Quell’autonomia si fondava anche sul rispetto di alcuni confini morali che oggi non ci sono più. La politica del sadismo si è sostituita definitivamente alla politica delle democrazie. Le perversioni soggettive sono diventate la misura di tutte le cose.

da qui

domenica 28 dicembre 2025

Pasolini o dell’alterità del comunismo - Sergio Labate

Prologo.

Ultimamente sono annoiato dalla maggior parte delle animate discussioni culturali che attraversano il nostro paese, tanto quanto sono commosso a immaginare – che è una delle poche cose che si può fare davvero, coltivare l’empatia degli assenti – la sostanza storica delle parole lasciateci in eredità da coloro che hanno nutrito la nostra generazione. “Sostanza storica”: parole pubbliche che erano fatte di corpi e di sostanze materiali. Questo erano gli intellettuali, non attori di un reality show ininterrotto chiamato “politica”, ma persone che si scontravano, venivano al dunque e, in ogni caso, nelle parole che mettevano al mondo ne percepivi le viscere, il sangue, la nuda connessione tra le vite private e le utopie pubbliche. Intellettuale era chi provava a discendere negli inferi della propria vita intima per risollevare non solo se stessi, ma quante più persone possibili verso una forma di vita comune, quella che riguarda tutti e non solo chi ne sussurra le parole, ne inventa le direzioni. L’intellettuale come colui che trova parola nel disorientamento del mondo, così mi pareva questo mestiere di scrivere e insieme di vivere.
Sarà per questo che anche l’anniversario di Pasolini mi è parso un evento sospeso tra due mondi, letteralmente. Che poi erano già quelli che intuiva lui stesso: uno 
smarrito per cui non resta che un congedo che non riusciamo a concederci e l’altro che è giunto tra noi e che fingiamo di non vedere per non soffrire di ciò che annuncia, del soffio che sbatte le porte e frantuma i vetri e mette a soqquadro la nostra acquietata coscienza borghese. Non è cambiato nulla, dopo cinquant’anni. Ancora lo facciamo abitatore di due mondi che si sfiorano ma non si amano, si succedono ma non si riconoscono, si sono nutriti vicendevolmente ma fingono di non dover nulla l’uno all’altro.
Vale a destra, che tira Pasolini per la giacca come una figurina da possedere, un ombrello sotto cui ripararsi, e se anche siam fascisti, l’importante è non prendere la pioggia. Ma vale anche a sinistra, quella sinistra che usa Pasolini per rafforzare la coscienza di una superiorità imperitura, una vera e propria legge della natura, del resto mai potrebbe essere legge della storia visto che la storia ci è sfuggita di mano e sta andando a grandi passi verso tutt’altra parte. Ma noi accontentiamoci di stare al calore del nostro mondo antico e che importa se tutti gli oppressi stanno ormai senza rifugio e senza parole e il loro inferno è rimasto uguale, senza nemmeno più poter nutrire la speranza che un tempo qualcosa o qualcuno rappresentava per loro. Gli oppressi, l’unico vero e insensato amore di Pasolini. Amore non d’intimità ma d’alterità. Come vedremo subito adesso che il discorso può tornare quel che è, una dissimulazione dell’amore che lo muove. Quel che è per molti e per me, quel che non è mai stato per lui.

C’è un discorso di Pasolini che appare quello di un fantasma, di uno spettro. Lo legge Vincenzo Cerami due giorni dopo la morte del poeta. Siamo al congresso del Partito radicale, che celebra i trionfi che avrebbero costruito la sua epica. Siamo all’inizio di novembre 1975. Pasolini non c’è più, è già uno spettro. Ha avuto tempo e modo di scrivere quelle parole, ma la contumacia a cui il destino le condanna è una metafora di un modo d’interpretare il nostro presente che il suo pensiero rappresenta. È questo ciò che mi sconvolge di più rileggendolo ancora adesso: la lucidità rispetto al (nostro) tempo presente, a partire dal privilegio di essere assente. Chissà se questa lucidità in contumacia è l’unica possibile per un intellettuale: se la lucidità non sia davvero solo ciò che appare a cose fatte. E vi sarebbe comunque di che discutere, sul fatto che la lucidità possa essere una dote pasoliniana, di un autore che è sempre parso provocatore, viscerale, irriverente, complicato, inaspettato. Niente più della sua scrittura mi appare sideralmente lontana da ogni more geometrico, da ogni evidenza e pulizia dello sguardo. Come sia possibile che in questa scrittura sempre impaziente vi sia stata tanta lucidità, anche politica, io non riesco davvero a spiegarlo. Per questo vorrei proporre di tornare un istante a quelle parole di uno spettro e a quell’evento. Facciamo quel che Pasolini ha fatto – per fortuna nostra – raramente: andiamo con ordine.

Pasolini tiene a presentare la propria alterità: non va a parlare con i radicali perché è a loro prossimo, ma perché è da loro altro. La sua presentazione è nota e suona, in contumacia, quasi come un testamento politico: «Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota Partito Comunista Italiano». Eccola l’alterità di Pasolini, quella di un comunista. Che marca la distanza persino da tutto ciò che oggi appare troppo radicale, quasi intollerabile agli occhi della gente che dovrebbe rappresentare la sinistra. Pochi di loro si definirebbero ancora progressisti, certamente nessuno socialista. Se lo fa il sindaco di New York, viene considerato un potenziale sovversivo. È ovvio, lo so: quel riferimento al socialismo va contestualizzato. Siamo in Italia, nel 1975 e il Psi si sta imponendo con tutta la prepotenza del suo riformismo a uso e consumo del neocapitalismoUn mix di potere e consumo e, soprattutto, la presunzione (del tutto corretta, purtroppo e col senno del poi) che la rivoluzione potesse fare la fine della locomotiva cantata da Guccinideviata su un binario morto, quello in cui abbiamo barattato il sogno per tutti in un sogno che riguardava soltanto l’io, l’universalismo delle classi con l’individualismo che avanzava nelle sembianze di un’emancipazione e le promesse di cambiare non più il mondo ma la nostra vita individuale. Non più il sol dell’avvenire ma la casa di proprietà e le televisioni e tutto quel che è venuto dopo e non smette ancora di accadere. Ma è proprio questo il punto: tutto quello che è venuto dopo, anche a sinistra, sembra aver trattenuto in eredità questa sbiadita promessa falsa che il neocapitalismo promuoveva e i socialisti italiani imponevano. Non il sogno di un marxista che vota Pci, ma l’illusione che gli oppressi si potessero elevare tramite la privatizzazione del mondo.

Non è che un istante e siamo già nel tempo nostro. Dove certo giunge La Russa a celebrare il Pasolini conservatore, ma sinceramente mi pare solo folklore, non cultura. Mentre ciò che mi appare imperdonabile sono i Veltroni, i Napolitano, i Fassino, quelli che si autoproclamano eredi legittimi e nessuno mai si potrebbe far sfiorare dal dubbio che non lo siano. E che questa privatizzazione del mondo, questo cedimento di un’intera tradizione, l’hanno perseguiti così sistematicamente e violentemente da costruire una trappola con i mezzi e le aspettative che appartenevano al bisogno di trovare una via d’uscita da ogni trappola. Quella cosa che Pasolini rivendica e chiama ancora Comunismo. Chi ha tradito davvero Pasolini? Chi lo strumentalizza pallidamente e senza crederci nemmeno lui o chi aveva il dovere di leggerlo e ha preferito dimenticarlo per realizzare alla perfezione il mondo sciagurato da lui prefigurato? Pasolini sapeva la differenza che passa tra un comunista e un radicale, un progressista, un socialista. Sapeva che ciò che li distingue è un’alterità inquieta e irriducibile.

È a questo punto della storia che quel discorso in contumacia appare così vividamente attuale da far male. Perché, davvero, Pasolini aveva capito tutto non solo della mutazione antropologica ma anche della mutazione politica (soprattutto, aveva intuito che sono la stessa cosa). E forse già allora – forse, perché il suo segretario era Berlinguer, sulla cui eredità politica a me risulta difficile prendere posizione – aveva capito che quell’estrema, ultima dichiarazione d’amore nei confronti del Pci avrebbe pagato lo scotto di una doppia contumacia: del poeta ormai assente ma anche del Pci già votato alla propria dissoluzione, pronto a prendere le vesti del suo contrario, come accadrà qualche decennio dopo. Pronto a cedere la propria alterità per diventare come i radicali, i socialisti, i progressisti. E, così, perder definitivamente se stesso. Non posso seguir tutto il discorso (si legge negli Scritti corsari, si trova facilmente anche in rete), ma sottolineo solo alcuni passaggi fondamentali per capire quale alterità abbiamo perduto e a quale conformismo ci siamo rassegnati.

Pasolini descrive una nuova categoria di militanti: “gli estremisti dei diritti”. Chi sono? Sono dei veri apostoli, che hanno come missione quella di convincere gli altri con le buone o con le cattive ad aver coscienza dei propri diritti. Ora, qui cominciamo a capire dove sta andando a parare il discorso, questi estremisti non sono già più comunisti, perché la lotta di classe e l’alterità degli sfruttati rispetto agli sfruttatori si è già stilizzata ed è diventata una faccenda interna alla coscienza borghese. La lotta di classe è stata sostituita dalla «inconscia guerra civile dentro l’inferno della coscienza borghese», scrive Pasolini («l’apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese – l’apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli – altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. È un’inconscia guerra civile – mascherata da lotta di classe – dentro l’inferno della coscienza borghese»).

Perché Pasolini se la prende con l’emergere della coscienza dei diritti? Oltretutto, poche righe prima, ha riconosciuto come inaggirabile la preferenza per la democrazia da parte dei comunisti. Dunque ciò che Pasolini sta rimproverando agli “apostoli estremisti” non è di aver intrapreso la via dei diritti – cioè quel particolare modo di far avanzare l’emancipazione che consiste nel legittimare le conquiste degli sfruttati attraverso la tutela della legge –, ma di averlo fatto in funzione di quelli che egli stesso indica come i “diritti civili”. Non è quello che rimproveriamo ai pallidi eredi rimasti del Pci? Certamente sì. Ma Pasolini non anticipa il senso comune, anticipa lo spiazzamento del senso comune. Il problema dei diritti civili non è affatto, come vorrebbero altri eredi ancora più sbiaditi di quella tradizione, i “rossobruni” di oggi, di aver sostituito gli operai con le innumerevoli “minoranze” come soggetto della rivoluzione. Il problema non è la classe, è piuttosto il conflitto: cioè l’alterità (se il lettore ha solo la pazienza di giungere alla citazione finale, Pasolini lo dirà con una chiarezza esemplare). Anche i diritti sociali possono incivilirsi, cioè rientrare dentro l’inferno della coscienza borghese. Continua Pasolini: «Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i “diritti civili” che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un’ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti – oppure laica in Francia – hanno assunto una colorazione classista. L’italianizzazione socialista dei “diritti civili” non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l’estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L’estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici  diritti dei padroni. L’estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l’identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè nel caso migliore una democratizzazione in senso borghese».

Ecco qui: l’estremista prende la faccia di Veltroni e di quella brutta storia che ci porta fino agli improbabili rappresentanti della sinistra di oggi. Apostoli, ma soprattutto apostati che hanno insegnato a tutti gli altri che l’unico sogno rimasto è che chi serve possa diventare padrone, chi è sfruttato possa ottenere l’identica felicità degli sfruttatori. Apostoli, ma anche zeloti che si sono incaricati di non lasciare altra possibilità di immaginare lo sfruttato se non come uno sfruttatore infelice. E coloro che ancora ammonivano che la questione è l’alterità, non l’identificazione, sono stati messi da parte, ignorati, derisi. Che meraviglia però questa sintetica definizione pasoliniana, che contiene in sé probabilmente una doppia critica. La critica ai zeloti estremisti, che hanno fatto della felicità degli sfruttatori niente più che una trappola del neocapitalismo, ma anche la critica ai comunisti scientifici, che sono scivolati ai margini della storia perché si sono dimenticati, a un certo punto, che il destino degli sfruttati aveva a che fare con la loro felicità, non con l’algida evidenza di una necessità oggettiva. Non un soggetto, ma un popolo. Questo era il cuore del comunismo e la sua alterità.

Ma c’è un ultimo passo da fare, in questo discorso che l’assenza di Pasolini consegna ai nostri tempi. Perché finora egli ci ha indicato cosa il comunismo non deve diventare (e cosa è diventato, possiamo aggiungere noi a posteriori). Ma la forza della sua lucidità sta nel consegnarci, cinquant’anni fa, un manifesto programmatico da cui ripartire adesso. Che sembra scritto per noi. Un testo sacro della sinistra che vorrei e, probabilmente, dell’unica sinistra che potrebbe non essere condannata al destino dei morti viventi. Innanzitutto Pasolini demolisce ogni argomento oppositivo, come già anticipato. La questione non è opporre diritti sociali a diritti civili, che tanto il neocapitalismo è in grado di risucchiare tutto nel gorgo profondo del conformismo e dell’identificazione. La questione è di ripartire dall’alterità di una forma di vita, così scrive Pasolini: «In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? È abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un’altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un’altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche – razzialmente diverse. E in realtà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei Consumi».

Posso dirlo? Queste parole mi commuovono. Perché in fondo, così mi pare funzioni, l’atto d’amore nei confronti di un poeta non è altro che gratitudine per l’atto d’amore che le sue parole rappresentano per me. Trovo in queste poche righe espresso con chiarezza ciò che provo e non so dire, ciò che mi muove e non so come. La lotta di classe è una lotta per la prevalenza di un’altra forma di vita, né di più né di meno. Il comunismo è la lotta di coloro che, proprio in quanto sfruttati, non vogliono diventare come sfruttatori. È questo il sogno del comunismo. Non è questione d’identificazione, ma d’alterità. È tutto trascorso, scolorito? Ormai l’identificazione si è estesa irreversibilmente, grazie anche all’operoso sforzo degli apostoli zeloti del centro-sinistra? La profezia di Pasolini ci consegna una speranza quasi ontologica, se mi si permette il termine. Oggettiva, si direbbe. Tra gli sfruttati e gli sfruttatori l’alterità si può cancellare, ma non si può rimuovere. Anche “in piena età dei Consumi”, scrive Pasolini. Si riferiva a un mondo che prometteva a tutti di divenire uguali, se solo tutti avessero smesso di fargli la lotta. Quasi tutti hanno smesso di fargli la lotta, in effetti. Ma la promessa di diventare uguali si è trasformata nel suo contrario: siamo divenuti sempre più diseguali. L’identificazione non ha cancellato l’ontologia e gli sfruttati continuano a non essere come gli sfruttatori. In piena età dei consumi, dunque, la lotta di classe è riesplosa. Gli zeloti erano solo profeti sbagliati: all’opera, dunque.

da qui

lunedì 23 giugno 2025

Israele chiagne e fotte

  


articoli di Gianni Lixi, Tomaso Montanari, Domenico Gallo, Sergio Labate, Francesco Masala, Ennio Remondino, Haggai Ram, Giorgio Ferrari, Riccardo Noury, Lorenzo Borrè, Michele Agagliate, Craig Mokhiber, Dalia Ismail, Antonio Castronovi, disegno di Notangelo (dossier a cura di Francesco Masala)

venerdì 4 aprile 2025

Quel che vorrei dall’Europa: 800 miliardi per Gaza - Sergio Labate

Mentre le nostre élites progressiste celebrano le magnifiche sorti europee, qualunque esse siano, sto ancora aspettando di sentire una sola parola ufficiale da parte delle istituzioni europee che condanni o prenda le distanze dalla carneficina che il loro alleato Netanyahu ha appena ricominciato. Mentre il nostro comico di corte commuove i già commossi con le sue supercazzole emozionali, così che tutti possiamo sentirci più buoni e più europei, aspetto un moto unanime di indignazione per il piano europeo sui migranti, pensato a immagine e somiglianza di quello che il nostro Governo si affanna a difendere contro ogni dignità e diritto da troppi mesi. Uno dei tanti doppi standard che stiamo esibendo, in fondo. Perché se dovessi dire cosa riesco a capire di quest’Europa che dovrebbe salvarmi dal maligno e per cui dovrei esser pronto a sacrificare la vita dei nostri figli, potrei dire soltanto questo: un progetto politico fondato sull’autocelebrazione e sull’incoerenza assoluta.

C’è soprattutto un aspetto che mi ha colpito nelle litanie degli intellettuali che officiavano la gran liturgia del palco di Piazza del Popolo. In linea di massima quasi tutti i loro discorsi mancavano dei due caratteri fondamentali della coscienza europea: la storia e la critica. Apologie dell’Europa professate da intellettuali ormai non-europei. Prendiamo il lungo e fanatico elenco dei meriti dell’Europa che ci ha proposto Vecchioni (a cui devo innumerevoli serate struggenti e non smetterò certo di essergli perciò riconoscente). Dal mio punto di vista è stato un esempio perfetto di come si decostruisce la storia e si sostituisce con una memoria pronta all’uso ideologico e alla propaganda. Una furbata o un’ingenuità, non saprei dirlo. Ma nell’atto in cui ci raccontava la storia d’Europa ne stava rimuovendo l’essenza: cioè la capacità dell’Europa di rivedere se stessa criticamente. Lo spiega molto chiaramente in un libro sulla coscienza europea Vincenzo Costa (L’assoluto e la storia, 2023). La coscienza europea si costituisce a partire dalla consapevolezza dello scarto tra il sapere e la verità. Che vuol dire semplicemente che ciò che sappiamo di noi stessi non è mai tutto. Siamo ciò che crediamo di essere ma sappiamo anche di essere altro da ciò che crediamo. Siamo quelli che inventano la storia e poi finiscono per riconoscere che ce n’è per tutti, di storia. Siamo la civiltà dei diritti ma siamo anche una sequela di guerre e crudeltà, siamo quelli che celebrano la dignità umana ma siamo anche quelli che, come ricordava Todorov ne La conquista dell’America, abbiamo incontrato negli altri noi stessi e non ci siamo riconosciuti, sterminandoli.

La nostra storia è unica perché sa di non essere unica. Non c’è storia europea senza la critica alla violenza dei dogmatismi, senza la relativizzazione radicale dell’eurocentrismo, senza la postura post-coloniale e post-patriarcale rivolta innanzitutto a se stessa, senza il ripudio irreversibile della guerra e della sua fascinazione. Non è una cosa difficile da capire, soprattutto per una tradizione culturale che ha vissuto gli ultimi ottanta anni proprio a demitizzare l’orgoglio europeo e sostituirlo con la dignità dell’autocritica.

Ciò che ha fatto grande l’Europa – e i suoi intellettuali di qualche decennio fa – è stata la capacità di prendere sul serio la propria crisi. Oggi a quanto pare l’intellettuale non ha come compito quello di prender sul serio la crisi, ma di negarla ostentando ai quattro venti l’Europa trionfante e pronta a riconquistare il mondo e a far la guerra. Come si risolve la crisi? L’Europa di cui proviamo nostalgia avrebbe risposto: riconoscendola criticamente. L’Europa che oggi siamo chiamati a difendere militarmente ci dice: negandola.

Un’Europa che celebra il proprio orgoglio e si dimentica della dignità dei propri cittadini farebbe inorridire i propri padri fondatori. Molto più di quanto potrebbero inorridire di fronte a un primo ministro che non ha mai preso le distanze dal fascismo e che dichiara di non gradire un manifesto che è di principio e di fatto antifascista. Sono certo che Spinelli e gli altri confinati non si aspetterebbero nulla di diverso dai fascisti. E noi invece caschiamo nella trappola e ci scandalizziamo come se un cane ci avesse pisciato sul tappeto, mentre ormai ci hanno portato via il tappeto e non abbiamo nemmeno più la casa dove ripararci. Io non ho dubbi che il disprezzo che Meloni prova per il manifesto di Ventotene sia lo stesso disprezzo che prova per la Costituzione. Solo che in questo caso non rischia il vilipendio e può dire a parole quello che sta comunicando coi fatti delle sue riforme costituzionali: smantellare, umiliare, cancellare una storia intera. Però sinceramente non mi pare che il problema centrale del nostro tempo sia il fatto che una nostalgica del fascismo non apprezzi scritti antifascisti.

Per questo resto qui in silenzio. Aspetto di sentire qualcuno di coloro che piangono affranti di fronte alla sincerità brutale e inquietante di Meloni indignarsi allo stesso modo per le mosse di una Commissione europea a cui il loro partito ha dato fiducia nel Parlamento europeo. Aspetto di sentire non balbettii ma lamenti e strepiti e urla di indignazione per un silenzio tragicamente complice che accompagna la strage dei bambini di Gaza, mentre noi urliamo dai palchi e a favore di telecamere che difendiamo la libertà. 130 bambini, uccisi in un giorno come un altro, solo perché qualcuno che noi non possiamo censurare ha deciso unilateralmente di interrompere una tregua e desertificare persino le macerie. Nelle grandi televisioni europee – orgoglio della libertà di stampa – li leggo i titoli: “Israele ricomincia la guerra ad Hamas”. No, Israele ricomincia la strage degli innocenti e noi europei, invece di chiedere immediatamente le dimissioni di una von der Leyen che non ha nulla da dire al riguardo, la difendiamo ancora.

Riarmo, persecuzione dei migranti, silenzio complice su Gazaè questa l’Europa che dovremmo difendere? Tenetevela pure, quest’Europa. Tenetevi pure l’orgoglio europeo. Io parteggio per la dignità degli oppressi. Anche questa l’ho appresa in Europa, da europeo. E da europeo ho imparato che vale per tutti, non solo per noi.

da qui