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giovedì 21 agosto 2025

I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna

a cura di Francesco Masala (disegni di Mr Fish e Latuff). Immagini contro il silenzio: “Guarda cosa mi ha fatto LEONARDO”

Il 15 agosto sull’Unione Sarda è apparso un articolo su un cartello che dice che “i criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna”, in realtà la maggior parte dello spazio è dedicato alle farneticanti dichiarazioni di un tipo che urla ANTISEMITA! VIGLIACCO! IGNORANTE! (sono più dignitose le discussioni nei bar, in Barbagia).

 

Chia, cartelli contro gli israeliani a Su Giudeu: «Criminali di guerra non benvenuti in Sardegna»

«I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna e possono essere perseguiti dalla legge». Scritto in due lingue: ebraico e inglese. Sono i messaggi comparsi su alcuni manifesti affissi sopra i cartelloni dedicati ai turisti a Chia, nel comune di Domus De Maria. A corredo, oltre al disegno di una fantasia tipica dell’artigianato artistico sardo, due hashtag: “freepalestine” e “stopgenocide”.

I destinatari sono gli israeliani: il loro governo, con le sue forze armate, sta compiendo un massacro nella Striscia di Gaza, dove la popolazione è alla fame, dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre del 2023, ormai due anni fa. E la location non sembra essere casuale: quella è la spiaggia di Su Giudeu. 

A parlare di “antisemitismo” è Mario Carboni, presidente dell’associazione Chenabura – Sardos Pro Israele, che in passato aveva inneggiato alla distruzione di Gaza «come la Berlino di Hitler»:  «Gli anonimi eredi dei nazifascisti ed attuali sostenitori degli jihadisti islamici, autori del cartellone, dovrebbero firmare un manifesto con i loro nomi affinché vengano aggiunti ai firmatari del manifesto delta razza fascista degli anni ‘30», attacca, «Anche allora c’erano dei sardi come denunciava con disprezzo Emilio Lussu in un suo magistrale articolo in difesa dei giudei». Per Carboni gli autori dell’iniziativa «sono oltretutto vigliacchi, oltre che ignoranti e non lo faranno mai. Se lo facessero dovrebbero argomentare il perché hanno scelto lo scoglio de Su Giudeu come obiettivo esplicito della loro azione, che si suppone notturna»…

continua qui

 

 

Il 17 agosto sullo stesso giornale (qui) viene svelato, come se fosse uno scoop giornalistico, che l’autore del cartello è Pierluigi “Luisi” Caria.

In realtà si tratta di un parziale copia incolla della pagina fb di Pierluigi “Luisi” Caria, meglio leggere quello che scrive Caria, senza la mediazione del quotidiano:

L’ esercito più vigliacco e meschino del mondo continua a massacrare senza pietà uomini, donne e bambini, spesso giocando a tiro a segno con i profughi in fila per gli aiuti alimentari.

Io continuo a vedere questo schifo e a sentire nausea per l’indifferenza e il cinismo di politici, giornalisti, amministratori e affaristi.

Non ho neppure molto tempo da dedicare a questo e mi dispiace moltissimo…

Quindi le 5 o 6 volte che sono andato in spiaggia negli ultimi mesi, ho pensato di rendermi utile portando in borsa qualche cartellone di una campagna in solidarietà con il popolo palestinese.

“I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna e possono essere perseguiti dalla legge” scritto bilingue, in ebraico e in inglese, perché è proprio ai criminali di guerra che vorrebbe rivolgersi.

In particolare assassini, criminali e torturatori in congedo che potrebbero venire in vacanza nella nostra terra per riposarsi dopo aver partecipato al massacro dei bambini di Gaza, anche attraverso il collegamento aereo Olbia – Tel Aviv.

Ieri mattina sono stato a Chia e mentre le persone che erano con me riposavano ho fatto una passeggiata in tutta la spiaggia per chiedere ai chioschi se potevo appendere un manifesto.

Sono arrivato fino all’ uscita dell’ ultimo parcheggio, dove alcuni turisti tedeschi mi hanno aiutato ad appenderne uno con lo scotch su un cartello di metallo non più leggibile e molto rovinato, che pareva essere lì proprio a posta.

Poco fa ho visto la foto di quel manifesto su un assurdo articolo online, secondo cui avrei appeso un manifesto “contro gli israeliani” in un posto che secondo il giornalista “non sembra essere casuale” dato che si tratta della spiaggia di “Su Giudeu”.

Il manifesto in questione (che abbiamo appeso all’ ingresso della spiaggia di “s’àcua druci”) non è contro gli israeliani ma appunto contro i criminali di guerra e la vicina spiaggia di Su Giudeu non ha assolutamente nulla a che fare con gli ebrei, facendo riferimento invece a “su purpu giudeu” che è il nome sardo del callistoctopus macropus, un cefalopode conosciuto in Italiano come “polpessa”.

Nell’ articolo sono riportate le dichiarazioni di Mario Carboni, che da tanti anni con la sua vergognosa associazione sottrae fondi destinati alla lingua sarda per diffondere propaganda filo sionista israeliana .

Vi lascio il link nei commenti se volete leggere nel dettaglio gli sproloqui di questo sostenitore del genocidio e della pulizia etnica del popolo palestinese.

Ci sono poi riportate delle dichiarazioni della sindaca di Domus de Maria che appena avuta la notizia avrebbe mandato i vigili urbani fino alla spiaggia di s’àcua druci, a posta per rimuovere il manifesto che secondo lei avrebbe rappresentato un pericolo per l’ordine pubblico.

Non c’è niente di strano se la signora Spada non capisce l’ ebraico ma forse avrebbe potuto capire la scritta in inglese: secondo l’ordinamento vigente i crimini di guerra (il bombardamento di ospedali e ambulanze, l’omicidio a sangue freddo o il rapimento di migliaia di persone, il bombardamento indiscriminato di città abitate da civili) possono essere perseguiti dalla magistratura.

Forse la cosa più imbarazzante dell’ articolo è il chiosco Araj, dove mi hanno fatto appendere il manifesto (come potete vedere nella foto), e che a differenza di altri chioschi che mi avevano detto di sì o di no, ha sentito il bisogno di rilasciare dichiarazioni al giornalista dicendo che “loro non fanno politica internazionale e ognuno è il benvenuto”.

Sarà anche vero che i soldi non puzzano, ma avrebbero potuto comunque risparmiare un po’ di dignità.

da qui

intanto è apparsa in spiaggia la bandiera dello stato genocida, come se quella spiaggia fosse un territorio occupato dai criminali di guerra.

scrive Giulia Lai:

Mentre Israele bombarda l’ennesimo ospedale con dentro persone inermi e medici eroi, a Su Giudeu hanno deciso di appendere una bandiera di quello Stato che sta portando avanti questo genocidio.

E questo perché qualcuno ha appeso un manifesto con su scritto che i “criminali di guerra non sono graditi”

Ma ora la Sindaca, e pure medico, avrà la stessa prontezza nel rimuoverla? Io spero di sì, quantomeno per solidarietà ai propri colleghi che stanno salvando vite umane sotto le bombe e per questo sono morti

da qui

anche in Grecia urlano le stesse parole di Luisi:

“Con milioni di turisti che affollano il Paese, rendiamo la nostra presenza visibile e rumorosa. Trasformiamo isole, spiagge, vicoli, cime di montagna e rifugi in luoghi di solidarietà — non in luoghi di svago per i soldati assassini dell’IDF. Lo sforzo organizzato per fare della Grecia un ‘rifugio’ per chi partecipa o sostiene il massacro in Palestina non passerà!”

da qui

 

Gaetano Colonna (meritoriamente) spiega come funziona la canèa dei sostenitori di chi compie il genocidio (e la pulizia etnica e l’apartheid); un’analisi approfondita in Europa e in Italia, con nomi e cognomi (non solo del governo della P2):

https://clarissa.it/wp/2025/07/27/il-potere-di-israele/

https://clarissa.it/wp/2025/07/29/israele-in-europa/

 

 

Mentre a Gaza si continua a morire, tra bombardamenti mirati e stragi indiscriminate, a Roma compaiono, silenziosamente e senza clamore mediatico, dei manifesti che rompono il muro del silenzio. Sono manifesti semplici, potenti, dolorosi: il volto di una bambina palestinese gravemente ferita, con una frase incisiva sotto: “Guarda cosa mi ha fatto LEONARDO!!”

Non è un errore. Leonardo, in questo caso, non è il genio del Rinascimento, ma Leonardo S.p.A., il più grande produttore di armi italiano, il primo nell’Unione Europea, il secondo in Europa e il tredicesimo nel mondo, secondo i dati SIPRI. Un colosso dell’industria bellica che gode di un’aura di “eccellenza nazionale” e di discrezione mediatica, ma che – come i manifesti indicano con chiarezza – è direttamente coinvolto nell’apparato bellico israeliano

continua qui

 

qui e qui Gian Luigi Deiana  in bottega aveva scritto da par suo di Luisi Caria (e Antonello Pabis)

domenica 17 agosto 2025

Scienza & Libertà - Gaetano Colonna

Che la fede nella scienza sia oggi diventata tanto o addirittura più popolare di quella nella religione, è un fatto abbastanza evidente. Purtroppo però la scienza sta oggi assumendo due delle peggiori tendenze che le religioni hanno spesso manifestato, quelle che in epoca moderna hanno causato la loro perdita di credibilità: imporre dogmi e diventare centri di potere.

L’ultimo episodio che conferma lo sviluppo di queste due tendenze verso una vera e propria dittatura scientifica, con tutto ciò che questo comporta in tema di libertà di opinione e di scelta, è dimostrato dalla levata di scudi contro la nomina da parte governativa di due scienziati reputati no-vax nell’ambito del Nitag (National immunization technical advisory group), il “Gruppo consultivo nazionale sulle vaccinazioni”, istituito nel 2021 allo scopo di «supportare, dietro specifica richiesta e su problematiche specifiche, il Ministero della Salute nella formulazione di raccomandazioni evidence-based1 sulle questioni relative alle vaccinazioni e alle politiche vaccinali, raccogliendo, analizzando e valutando prove scientifiche».

A chiedere la revoca dell’incarico al prof. Paolo Bellavite ed al pediatra dott. Eugenio Serravalle, sono stati alcuni organismi associativi, espressione politica della categoria medica e sanitaria: per “espressione politica” intendiamo, a scanso di equivoci, il fatto che questi organismi dichiarano di tutelare gli interessi di tali categorie, al tempo stesso definendo le regole cui i professionisti stessi devono a loro avviso attenersi.

La focalizzazione politica di questi organismi è ben chiara ad esempio nel caso del Patto trasversale per la Scienza, che, fin dal suo pubblico appello del giugno 2019, chiede che «tutte le forze politiche italiane si impegnino a sostenere la Scienza come valore universale di progresso dell’umanità», e che «nessuna forza politica italiana si presti a sostenere o tollerare in alcun modo forme di pseudoscienza e/o di pseudomedicina che mettono a repentaglio la salute pubblica».

Di conseguenza, «tutte le forze politiche italiane si impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l’operato di quegli pseudoscienziati», «ad implementare programmi capillari di informazione sulla Scienza», assicurando «alla Scienza adeguati finanziamenti pubblici».

Appello come si vede totalitario, al quale si dà quindi oggi attuazione invocando l’allontanamento dei due esperti, cui addirittura si nega il titolo di scienziati, osservando che essi non sarebbero sufficientemente titolati per questo incarico, in particolare per il fatto che hanno assunto posizioni critiche verso la politica delle vaccinazioni obbligatorie.

Rispetto al primo punto, è sufficiente leggersi online i curricula del prof. Bellavite e del dott. Serravalle per verificare che entrambi vantano percorsi professionali e pubblicazioni che nulla hanno da invidiare rispetto agli altri componenti del Nitag. Quanto al secondo punto, quelle posizioni critiche, stigmatizzate da chi chiede oggi il loro allontanamento dal Nitag, sono state espresse attraverso una serie nutrita di studi che Bellavite e Serravalle hanno pubblicato.

Eccoci dunque al punto fondamentale, cioè al rischio evidente che la scienza, imponendo posizioni dogmatiche, tradotte in legge dal potere politico, violi un presupposto fondamentale della scienza moderna: cioè che la ricerca scientifica e la formulazione di assunti e presupposti scientifici debbano essere assolutamente liberi.

Non lo diciamo noi. Senza risalire qui al provando e riprovando di Galileo Galilei, lo dicono un coro di documenti, oggi forse dimenticati, pubblicati da organizzazioni internazionali da decenni. Citiamo qui per brevità un solo documento, che correttamente individua tre elementi-chiave per assicurare la academic freedom, cioè il diritto alla libertà di ricerca scientifica in qualsiasi campo del sapere:

«(a) Diritto individuale di ampia portata in materia di libertà di espressione per i membri della comunità accademica (sia docenti che studenti), principalmente in qualità di liberi ricercatori, compresa la libertà di studiare, la libertà di insegnare, la libertà di ricerca e di informazione, la libertà di espressione e di pubblicazione (compreso il “diritto di sbagliare”) e il diritto di svolgere attività professionali al di fuori dell’impiego accademico;

(b) Autonomia collettiva o istituzionale per l’accademia in generale, e/o per le sue sottosezioni (facoltà, unità di ricerca, ecc.). Tale autonomia implica che i dipartimenti, le facoltà e le università nel loro complesso hanno il diritto (e l’obbligo) di preservare e promuovere i principi della libertà accademica nella conduzione dei loro affari interni ed esterni;

(c) L’obbligo per le autorità pubbliche di rispettare e proteggere la libertà accademica e di adottare misure volte a garantire l’effettivo godimento di tale diritto, nonché a proteggerlo e promuoverlo».

Questo documento, intitolato “La libertà accademica come diritto fondamentale”, pubblicato nel 2011 dalla League of European Research Universities (LERU), contiene fra l’altro puntuali riferimenti ad una serie di altre pronunce formali di organismi internazionali, come l’Unesco e l’Unione Europea, e di costituzioni politiche, tra cui quella italiana (art. 33. «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»): tutte affermano la libertà di ricerca scientifica come un diritto fondamentale.

Non si può quindi non sottoscrivere parola per parola quanto il dott. Serravalle ha molto semplicemente osservato in una sua replica alla levata di scudi di cui stiamo parlando:

«Anti scientifici? Al contrario: la scienza non è un dogma. La scienza è un metodo che si basa sulla verifica con metodo scientifico di teorie anche contrapposte: alla fine ‘vince’ chi porta i dati e le prove più valide e forti. Personalmente ho una ricca bibliografia ed esperienza clinica a sostegno del mio approccio prudente e sono desideroso di confrontarmi con i colleghi proprio sulla base dei dati scientifici più validi. Questo è uno dei fondamenti del metodo scientifico, che si basa sul dubbio costruttivo e sul confronto basato su prove, non su dogmi e censure. Di fronte a prove migliori di quelle che posso presentare, ho preso l’impegno a riconoscerlo pubblicamente. Auspico analoga disponibilità da parte degli interlocutori».

Questa è, a nostro avviso, la giusta impostazione, almeno per chi crede nella libertà di ricerca come fondamento del progresso scientifico in una società libera.

Altrimenti, può essere fondato il sospetto che, nell’imposizione di politiche totalitarie alle collettività, la scienza si sia posta al servizio di giganteschi ed opachi interessi economici, come quelli che, prima durante e dopo le pandemie, hanno fatto moltiplicare i fatturati di un ristretto numero di multinazionali, quelle appunto che dominano l’enorme e assai redditizio mercato mondiale della salute.

  1. it.: «basate su prove». 

 https://clarissa.it/wp/2025/08/11/scienza-liberta/

mercoledì 4 settembre 2024

Lezioni dal Medio Oriente - Gaetano Colonna

 

Seguire gli avvenimenti della guerra in Palestina è molto istruttivo. Si ha modo di capire che potenza militare e totalitarismo mediatico prevalgono sempre di più su verità e giustizia. La sola cosa che ancora forse riesce a stupire è il fatto che giornalisti lautamente pagati possano continuare a fornire al loro pubblico un’informazione composta da mezze verità, versioni distorte, silenzio su tutto quanto evidenzia il contrasto fra quanto essi dicono e la realtà dei fatti.

 

Miraggi di tregua

Pensiamo all’ipocrisia con cui si è dato spazio alle trattative in corso su Gaza: per settimane, praticamente ogni sera, il pubblico veniva nutrito dell’ottimistica prospettiva di un imminente accordo fra le parti in guerra, ovviamente per merito del grande mediatore statunitense. Dopo poche ore, ogni volta sopraggiungeva un’azione dello Stato di Israele che andava nella direzione esattamente contraria, quella cioè di una prosecuzione della guerra ad oltranza.

Altro che accordi. Nelle ultime ore, prendendo a pretesto un fallito attentato a Tel Aviv, Israele ha iniziato un’azione militare di profondità anche in Cisgiordania, preceduta dall’approvazione di un vasto piano di insediamenti ebraici (vietati dagli accordi internazionali sottoscritti da Israele) in quell’area, e poi da una serie di violente aggressioni da parte dei coloni, attuate sotto la protezione dell’esercito dello Stato ebraico.

L’obiettivo israeliano

Ipocrisia nell’ipocrisia, non si ha il coraggio di affermare, alla luce di questi ulteriori sviluppi, che è oramai chiaro l’obiettivo strategico di Netanyahu: spezzare qualsiasi volontà e capacità di opposizione all’occupazione israeliana da parte palestinese, spingendo anzi quella popolazione ad abbandonare la Palestina.

Il primo ministro israeliano ha affermato di voler annientare Hamas, ma la sua aggressiva strategia politico-militare sta sancendo la fine politica dell’Autorità Palestinese, che sta perdendo quel poco, residuo consenso che ancora poteva vantare.

Poiché l’ANP viene sempre indicato come il solo possibile interlocutore per un’eventuale futura trattativa di pace, è oramai chiaro, a chiunque cerchi la verità, che l’intento dello Stato d’Israele è quello di eliminare qualsiasi interlocutore politico, per ottenere una vera e propria resa incondizionata dei Palestinesi.

Due Stati dove?

Chi ancora continua a parlare di soluzione a Due Stati, come ad esempio fanno ancora gli arci-ipocriti esponenti del nostro governo, come sempre allineati alle posizioni statunitensi, diffonde notizie false, sapendo di farlo, ben conoscendo l’inattuabilità di una simile ipotesi.

La sola soluzione, che fin dalle origini avrebbe potuto risolvere la questione israelo-palestinese, sarebbe stata quella di uno Stato multi-etnico, pluri-religioso, dai confini certi, capace di integrare le diverse componenti storicamente insediate in Palestina: una prospettiva cancellata da oltre un secolo di conflitti tanto sanguinosi quanto incapaci di portare ad una pace giusta e duratura.

Doppiopesismo “umanitario”

Se poi guardiamo a questa situazione dal punto di vista del cosiddetto diritto umanitario internazionale, non è esagerato dire che la disparità con cui vengono presentate la guerra in Ucraina ed il conflitto a Gaza è macroscopica: i media dedicano lunghi minuti alle vittime causate dai bombardamenti russi, mentre fanno appena cenno a quelle che si accumulano di giorno in giorno in Palestina.

Per quanto risulti sempre ributtante questo tipo di contabilità, è tuttavia vero che, dopo due anni di guerra in Ucraina (febbraio 2024), le organizzazioni internazionali stimavano 10.582 civili ucraini morti; in Palestina ad oggi, dopo neanche un anno di guerra, il bilancio nella sola Striscia di Gaza è di oltre 40.000 civili palestinesi morti (26 agosto 2024).

Oltretutto, in due contesti bellici assai diversi: mentre infatti l’Ucraina è militarmente sostenuta da una vasta coalizione filo-occidentale, che la sta dotando di armamenti come minimo equivalenti a quelli della Russia, nel caso della Striscia di Gaza stiamo parlando di un tipico conflitto asimmetrico, nel quale cioè le armi a disposizione di Hamas sono di un livello incomparabilmente inferiore alle dotazioni di Israele, che è la maggiore potenza militare presente in Medio Oriente.

Politica Anno Zero

La guerra in Palestina sta quindi mostrando l’assoluta impotenza della politica internazionale, fondata nel nuovo millennio sul monopolio statunitense.

Affondato negli anni Novanta il ruolo delle Nazioni Unite nel dirimere conflitti, prima in Africa e poi nella ex-Jugoslavia, l’autocrazia globale degli Stati Uniti d’America si è dimostrata incapace, nonostante la propria enorme potenza militare ed economica, di giungere alla soluzione dei conflitti emersi negli ultimi decenni: il Medio Oriente, dalla Siria all’Iraq all’Afghanistan, ne è la prova più evidente.

Ma, nel caso della Palestina, questa impotenza dipende dal fatto che la politica nordamericana è dettata oramai senza limitazioni dalla strategia d’Israele, a causa del peso che gli strategist israeliani e filo-israeliani hanno assunto negli Usa fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, come ho avuto modo di spiegare in dettaglio in Medio Oriente senza Pace, al quale sono costretto a rimandare.

Basti oggi andarsi a leggere le dichiarazioni degli attuali candidati alla presidenza ed alla vice-presidenza Usa: è totalmente bipartisan il richiamo al rapporto privilegiato con Israele, in primo luogo nelle forniture militari, ed al suo diritto alla cosiddetta “autodifesa” senza limitazioni – anche quando essa comporti, come avvenuto contro Iran, Siria e Libano, dirette aggressioni militari, in palese violazione della sovranità di questi Stati.

Farisaica Europa

A questo quadro si aggiunge l’atteggiamento dell’Europa, la cui attuale conduzione nella politica internazionale dimostra un acritico allineamento alla linea israelo-statunitense, in spregio agli interessi strategici vitali per il nostro continente, che dovrebbero imporre all’Unione Europea di opporsi oggi attivamente alla politica di guerra senza fine israeliana.

Data la rilevanza economica dell’Europa sul piano mondiale, potrebbe già essere sufficiente, anche solo a livello simbolico, la proclamazione di una sospensione delle relazioni commerciali e l’adozione di conseguenti sanzioni economiche contro lo Stato d’Israele, almeno in occasione delle più gravi violazioni delle norme base del diritto internazionale.

Sono invece arrivati solo moniti all’Iran a non reagire ai proditori attacchi portati sul suo territorio dagli israeliani o dalla loro quinta colonna da tempo attiva nel Paese shiita.

Il mondo islamico alla finestra

In conclusione, non si può nemmeno tacere il fatto che all’anno zero della politica internazionale contribuiscono in modo determinante proprio gli stessi Paesi islamici: quelli che, secondo certi storici anglo-sassoni, rappresentavano il principale avversario dell’Occidente nel XXI secolo.

I Paesi del Medio Oriente allargato si presentano oggi a questo appuntamento con la storia del loro mondo divisi fra loro e arroccati nella miope difesa dei loro più gretti interessi di natura politica ed economica: in primo luogo i sempre più stretti legami con il mondo finanziario occidentale.

Ne risulta un sostanziale abbandono della “causa palestinese”. Si è così instaurata una sorta di gioco delle parti, che si manifesta, nell’area sunnita, con le inconcludenti mediazioni ai tavoli amministrati dagli Stati Uniti d’America; nell’ambito shiita, poi, con il sempre più evidente timore dell’Iran che una sua seria reazione militare, nonostante le plurime aggressioni subite, possa portare ad un massiccio intervento occidentale, che potrebbe causare il rovesciamento del regime degli ayatollah.

Ognuno quindi pensa di dover difendere il proprio orticello, del quale la Palestina non è parte.

Un grave errore di prospettiva, a nostro avviso, perché il Medio Oriente, per la sua posizione di crocevia, e per la sua importanza economica e culturale, rappresenta da sempre un baricentro nell’evoluzione storica dell’umanità intera.

Per questo noi tutti, oggi costretti ad assistere a questo tragico spettacolo di pura sopraffazione, non possiamo far finta di non vedere e di non sapere, e non possiamo nemmeno tacere.

da qui

venerdì 26 aprile 2024

Sì, è un genocidio

                   

articoli e video di Andrea de Lotto, Gaetano Colonna, Giuliano Marrucci, Maria Morigi, Ghassan Abu-Sittah, Ahmed Kouta, Deborah Petruzzo, José Nivoi, Eirenefest



I 200 giorni di sterminio a Gaza riassunti in numeri

Al Jazeera sintetizza i 200 giorni di massacro israeliano a Gaza nel modo più efficace possibile: con i numeri.

Tra il 7 ottobre 2023 e il 23 aprile 2024, il regime israeliano si è macchiato di crimini indicibili contro la popolazione di Gaza, in particolare bambini e donne, con il bombardamento di ospedali e scuole, oltre ad abusi e torture certificate.

Gruppi per i diritti umani e organismi internazionali hanno descritto gli eventi strazianti che si stanno verificando nel territorio palestinese assediato come un caso da manuale di genocidio e pulizia etnica.

Anche i principali alleati internazionali di Israele – Washington, Londra, Parigi e Berlino – sono stati oggetto di una massiccia reazione pubblica per il loro continuo sostegno militare a Tel Aviv.

Secondo l’ufficio governativo di Gaza, il bilancio della campagna genocida di Israele ha già superato quota 34.150 palestinesi uccisi dal 7 ottobre, di cui oltre il 75% sono donne e bambini.

I 2,3 milioni di persone nel territorio assediato continuano a fare i conti con una catastrofica crisi umanitaria tra bombardamenti incessanti e assedio paralizzante imposto da Israele con l’appoggio degli Stati Uniti.

Di seguito sono riportate le cifre relative a 200 giorni di guerra condotta dall’occupazione israeliana a Gaza, fornite dalle autorità dell’enclave assediata e rilanciate anche da Al Jazeera:

 

  • 200 il numero di giorni di  guerra genocida israeliana contro Gaza
  • 6 il numero di mesi dell’ultima guerra genocida israeliana contro Gaza
  • 34.183 il numero totale di vittime a Gaza dal 7 ottobre
  • 77.183 il numero dei feriti a Gaza dal 7 ottobre
  • 41.183 il numero totale delle persone uccise e disperse a Gaza dal 7 ottobre
  • 7.000 palestinesi ancora sotto le macerie degli edifici distrutti a Gaza
  • 3.025 massacri commessi da Israele dal 7 ottobre
  • 14.778 bambini uccisi dal 7 ottobre
  • 30 bambini morti a causa della fame e della carestia
  • 9.752   donne uccise dal 7 ottobre
  • 485 medici e paramedici uccisi dal 7 ottobre
  • 67 membri del personale della protezione civile uccisi dal 7 ottobre
  • 140 giornalisti palestinesi uccisi dal 7 ottobre
  • 72 la percentuale di bambini e donne uccisi dal 7 ottobre
  • 17.000 bambini che hanno perso uno o entrambi i genitori dal 7 ottobre
  • 11.000  feriti che necessitano di viaggiare per cure
  • 10.000   malati di cancro che corrono il rischio di morire
  • 1.090.000 persone con malattie infettive dovute allo sfollamento
  • 8.000 casi di epatite virale dovuta a sfollamento
  • 60.000 donne incinte a rischio a causa della mancanza di assistenza sanitaria
  • 350.000   malati cronici che soffrono a causa della mancanza di medicine
  • 5.000 – persone detenute arbitrariamente a Gaza dal 7 ottobre
  • 310 operatori sanitari che sono stati arrestati
  • 20 noti giornalisti detenuti arbitrariamente dal 7 ottobre
  • 2 milioni di sfollati nella Striscia di Gaza
  • 181 edifici governativi distrutti dal 7 ottobre
  • 103   scuole e università completamente distrutte dal 7 ottobre
  • 317   tra scuole e università parzialmente distrutte dall’occupazione
  • 239 moschee completamente distrutte dal 7 ottobre
  • 317    il numero delle moschee parzialmente distrutte dal 7 ottobre
  • 3 chiese prese di mira e distrutte dal 7 ottobre
  • 86.000 unità abitative completamente distrutte dal 7 ottobre
  • 294.000 unità abitative parzialmente distrutte dal 7 ottobre
  • 75.000 tonnellate di esplosivo sganciate dall’occupazione su Gaza dal 7 ottobre
  • 32 ospedali messi fuori servizio dall’occupazione dal 7 ottobre
  • 53   centri sanitari che sono diventati non operativi dal 7 ottobre
  • 160 di istituzioni sanitarie parzialmente o completamente distrutte dal 7 ottobre
  • 126 ambulanze distrutte dall’esercito di occupazione dal 7 ottobre
  • 206 siti archeologici e del patrimonio distrutti dal 7 ottobre
  • 30 miliardi di perdite dirette preliminari a seguito della guerra genocida contro Gaza

da qui

 


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