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giovedì 3 dicembre 2015

appello per la liberazione di Can Dundar e Erdem Gul, e di tutti i giornalisti turchi

Prima di tutto, come primo ministro e ora come presidente, Recep Tayyip Erdogan ha disposto una repressione metodica dei media in Turchia per anni. Erdogan sta perseguendo giornalisti di tutti i colori politici in maniera sempre più feroce nel nome della lotta al terrorismo e per la difesa della sicurezza dello stato. Gli arresti del regime di Erdogan, le minacce e intimidazioni non sono degni di una democrazia.
Can Dündar, direttore del quotidiano Cumhuriyet, e il capo-redattore del suo ufficio di Ankara, Erdem Gül, sono in prigione dallo scorso 26 novembre. Sono accusati di spionaggio e terrorismo perché lo scorso maggio hanno pubblicato le prove delle consegne di armi da parte dei Servizi di Intelligence turchi a gruppi islamisti in Siria. Sono entrambi giornalisti esemplari nella ricerca della verità e nella difesa delle libertà. Il presidente Erdogan ha detto pubblicamente che Dündar «pagherà per questo». Ma i giornalisti di Cumhuriyet hanno fatto solo il loro lavoro, pubblicando informazioni che erano di interesse generale.
In un momento in cui il terrorismo internazionale è al centro delle preoccupazioni di tutti, è inaccettabile che le accuse politiche siano usate per sopprimere il giornalismo investigativo.
L’arresto dei due giornalisti è l’esempio più estremo dell’uso della giustizia a fini politici per mano della magistratura turca.
Molti giornalisti sono in prigione con accuse pretestuose di propaganda terroristica e insulti al presidente Erdogan. Il regime usa anche leve economiche per mettere pressione crescente sui media, mentre vengono approvate leggi draconiane. Noi, in qualità di figure pubbliche, sindacati per la libertà di stampa e ong, rifiutiamo la clamorosa erosione delle libertà di stampa in Turchia. Il paese è al 149esimo posto su 180 nell’indice di libertà dell’informazione di Reporters Without Borders.
Facciamo appello alle autorità turche perché liberino Can Dundar e Erdem Gul senza indugio, di far cadere tutte le accuse a loro carico, e di liberare tutti i giornalisti al momento il prigione per la loro attività giornalistica e le opinioni che hanno espresso.
Sollecitiamo le istituzioni e i governi dei paesi democratici di prendersi le proprie responsabilità e rispondere agli eccessi sempre più autoritari del presidente Erdogan.
Primi firmatari:
Personnalités
Günter Wallraff, journaliste, Allemagne
Noam Chomsky, linguiste, Etats­-Unis
Edgar Morin, sociologue, France
Carl Bernstein, journaliste, Etats­-Unis
Zülfü Livaneli, écrivain, Turquie
Ali Dilem, caricaturiste, Algérie
Thomas Piketty, économiste, France
Claudia Roth, femme politique, Allemagne
Paul Steiger, journaliste, Etats­-Unis
Kamel Labidi, journaliste, Tunisie
John R McArthur, dirigeant de médias, Etats-­Unis
Fazil Say, pianiste, Turquie
Peter Price, dirigeant de médias, Etats-­Unis
Edwy Plenel, dirigeant de médias, France
Jim Hoagland, journaliste, Etats-­Unis
Ahmet İnsel, politologue, Turquie
Eric Chol, directeur de rédaction, France
Nedim Gürsel, écrivain, Turquie
Cem Özdemir, co­président du Parti Vert, Allemagne
Hakan Günday, écrivain, Turquie
Mikis Theodorakis, compositeur, Grèce
Dmitry Mouratov, journaliste, Russie
Per Westberg, écrivain, Suède
Louise Belfrage, journaliste, Suède
Ali Anouzla, journaliste, Maroc
John Hughes, journaliste, Etats-­Unis
Omar Bellouchet, journaliste, Algérie
Jack Lang, ancien ministre, France
Omar Brouksy, journaliste, Maroc
Pierre Haski, journaliste, France
James Schwab, dirigeant de médias, Etats-­Unis
Jay Weissberg, critique de cinéma, Etats-­Unis
Harald Stanghelle, directeur de rédaction, Norvège
Jean Daniel, journaliste, France
Khadija Ryadi, militante des droits de l’homme, Maroc
Mokhtar Trifi, militant des droits de l’homme, Tunisie
Maati Monjib, historien, Maroc
Nadia Salah, directrice de rédaction, Maroc
Gilles Raymond, dirigeant de médias, France
Bertrand Pecquerie, dirigeant d’organisation, France
James Schwab, dirigeant de médias, Etats-Unis
John Hughes, journaliste, Etats-­Unis

Organisations non gouvernementales
Reporters sans frontières (RSF)
Comité de protection des journalistes (CPJ)
PEN International
International Press Institute (IPI)
Association mondiale des journaux (WAN­IFRA)
Index on Censorship
World Press Freedom Comittee (WPFC)
Fédération internationale des journalistes (FIJ)
Fédération européenne des journalistes (FEJ)
Ethical Journalism Network (EJN)
Global Editors Network (GEN)
Association des journalistes de Turquie (TGC)
Union des journalistes de Turquie (TGS)
DISK Basin­İş

sabato 28 novembre 2015

con Erdem Gul e Can Dundar, due giornalisti come si deve



La volontà di risolvere la crisi dei migranti non pregiudichi il vostro impegno per i diritti umani, per la libertà di stampa e di espressione, che sono valori fondamentali del mondo occidentale": questo l'appello lanciato ai leader dell'Unione europea, alla vigilia del vertice Ue-Turchia, dai due giornalisti del quotidiano turco Cumhuriyet detenuti nel carcere di Silivri con l'accusa di "spionaggio" e "divulgazione di segreti di Stato", per aver pubblicato lo scorso maggio un articolo sulla possibile consegna di armi da parte dei servizi segreti turchi (MIT) ai ribelli islamisti siriani.
In quanto giornalisti noi crediamo che la Turchia faccia parte della famiglia europea e che dovrebbe essere un membro dell'Unione - hanno scritto il direttore Can Dundar e il caporedattore Erdem Gul - la libertà di pensiero e di espressione sono valori imprescindibili della nostra civiltà. Noi siamo stati arrestati e detenuti in attesa di giudizio per aver esercitato queste libertà e per aver difeso il diritto dei cittadini a essere informati".
Il premier turco, che voi incontrerete questo fine settimana, e il regime che rappresenta sono noti per le loro politiche e pratiche che ignorano completamente la libertà di stampa e i diritti umani - hanno ricordato - i vostri governi stanno negoziando con Ankara sulla crisi dei migranti, una crisi che preoccupa e spezza il cuore a tutti. Ci auguriamo veramente che questo vertice porti a una soluzione duratura per questo problema. Ma auspichiamo anche che la vostra volontà di mettere fine alla crisi non pregiudichi il vostro impegno per i diritti umani, per la libertà di stampa e di espressione, che sono valori fondamentali del mondo occidentale".
Ricordiamo che i nostri valori condivisi possono essere protetti solo facendo fronte comune e con la solidarietà, e questa solidarietà è oggi più importante e urgente che mai.

«Il prossimo sono io, siamo pronti a vedere succedere qualcosa in qualsiasi momento». Lo aveva detto poco prima delle elezioni del primo novembre scorso, quando le redazioni di due televisioni e due quotidiani erano state commissariate dalla magistratura e la loro linea editoriale era cambiata, diventando più filo governativa. E infatti ieri il direttore di Cuhmuriyet, Can Dundar, è stato arrestato dalla polizia, poche ore dopo la sua incriminazione. Con lui, in manette anche il capo della redazione di Ankara, Erdem Gul.  

L’accusa: spionaggio  
Dundar, da anni una delle firme più autorevoli del giornalismo turco, e Gul sono accusati di spionaggio. Il presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, ha addirittura parlato di tradimento. Il direttore è nell’occhio del ciclone dallo scorso giugno, quando in pochi giorni prima delle elezioni, Cumhuriyet aveva pubblicato foto e video compromettenti che provenivano dall’esercito turco e che mostravano membri dell’intelligence e dello Stato Islamico mentre aprivano camion nei quali erano contenute armi. I due reporter sono stati anche accusati di fare parte della Feto, una sedicente organizzazione segreta che sarebbe stata fondata da Fetullah Gulen, filosofo islamico avverso a Erdogan e che vive in auto esilio negli Usa. Nonostante non vi siano prove dell’esistenza di questa organizzazione, chiamata anche Stato Parallelo, in molti giornalisti, intellettuali e dirigenti di polizia sono stati accusati di farne parte, tanto che la stampa di opposizione la considera un mezzo per togliere di torno chi si mette troppo di traverso rispetto al governo e al Capo dello Stato. 

No alla paura  
Dundar è stato arrestato subito dopo la sua deposizione davanti al giudice. «Ci hanno accusati di spionaggio, addirittura per il presidente saremmo dei traditori – ha detto Dundar ai giornalisti al momento dell’arresto – Non siamo traditori, né eroi. Abbiamo fatto solo il nostro lavoro di giornalisti». «Questo processo e queste inchieste – ha detto Dundar – avranno la funzione di far parlare dell’accaduto, anziché far dimenticare quello che è successo». A novembre, Dundar ci aveva detto che la pressione sui media in Turchia era diventata sempre più insistente. «Sentiamo il fiato sul collo – aveva spiegato Dundar – ormai le testate che possono lavorare in autonomia sono sempre meno. Sappiamo che i prossimi a poter essere colpiti siamo proprio noi, ma non per questo bisogna cedere alla paura». Il direttore aveva poi escluso che Erdogan potesse riconquistare la maggioranza assoluta, persa proprio a giugno, spiegando «Tutti i sondaggi danno ancora il partito di Erdogan in difficoltà. La Turchia ha bisogno di un governo di coalizione e di un periodo di pace. Se dovesse vincere ancora lui ci sarebbe spazio solo per l’autoritarismo assoluto».  

L’ira di Erdogan  
Intanto il presidente della Repubblica sembra piuttosto soddisfatto su come si sta evolvendo la situazione giudiziaria. Era stato proprio lui in giugno a denunciare Dundar, arrivando a chiedere alla magistratura di condannarlo a due ergastoli. Nella denuncia si leggeva che “con la pubblicazione di materiale manipolato e le informazioni che gli sono arrivate dallo Stato Parallelo, Dundar si è reso complice delle azioni dell’organizzazione di Gulen, il più acerrimo nemico di Erdogan, i cui seguaci hanno accusati di aver infiltrato la polizia, la magistratura e la burocrazia”.  
Intanto il presidente della Repubblica ha fatto sapere che i camion stavano trasportando aiuti umanitari alle popolazioni turkmene oltre confine e che i video erano stati diffusi appositamente per cercare di infangare il suo nome e quello dell’Akp, il Partito islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo, alla guida nel Paese dal 2002.  

(qui e qui la premessa e l'amore del governo turco per i giornalisti)