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venerdì 6 febbraio 2026

nessun morto a causa del ciclone Harry, dicono

 

Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry

Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle Autorità di Malta e Italia.

«Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Così denuncia Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, che rilancia le nuove testimonianze e i nuovi elementi raccolti negli ultimi giorni dai Refugees in Libia e Tunisia.

Che cosa sappiamo finora dai canali ufficiali?

Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR. Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.

Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale dell'Autorità marittima europea. Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le immagini ( https://www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/ ) che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a bordo di un'imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L'imbarcazione si è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.

La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte da Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.

Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati. Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino. Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare.

Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati. Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il “lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze dalle coste di Sfax?

«Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans - il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà. Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme a Refugees in Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa tragedia di inaudite proporzioni».

https://mediterranearescue.org/it/news/potrebbero-essere-1000-le-persone-disperse-in-mare-durante-il-ciclone-harry

 

 

Mille morti in mare per il ciclone Harry: perché la Tunisia non ha fermato le partenze? – Paolo Hutter

Quando si dice “dispersi” è rarissimo che qualcuno riappaia. E questo è particolarmente vero per le vittime delle rotte del Mediterraneo. Per quanto riguarda ciò che è successo nel Mediterraneo al largo delle coste tunisine e libiche attorno al 20 gennaio, nel pieno del ciclone Harry, c’è solo da sperare che la cifra sia sotto i mille morti. Ma lo sarebbe di poco. Ci sono stati infatti, più o meno negli stessi giorni, 380 dispersi partiti dalla Tunisia segnalati dalle Ong e confermati dalle autorità italiane. A questi si aggiungono le 51 vittime di un naufragio a Tobruk, ma soprattutto le ultime stime delle Ong hanno aggiunto circa 500 persone che risultano partite dalla costa tunisina nell’area di Sfax e non arrivate. Il totale si avvicinerebbe a 950.

Nell’ anno più tragico, il 2016, le vittime della rotta mediterranea erano state poco più di 5 mila. Ancora qualche numero: in tutto il mese di gennaio di quest’anno gli sbarcati in Italia sono stati 1.400 cioè meno della metà del gennaio 2025. Piantedosi l’ha vantata come gestione dei flussi, ma la differenza l’hanno fatta i naufragi. Il ciclone Harry, devastante conseguenza del cambiamento climatico, ha incrociato la crisi migratoria, o meglio il proibizionismo migratorio: i due grandi temi del nostro tempo. Ma intanto in Italia si parlava di coltellini e martellini.

Per quanto riguarda la responsabilità morale e materiale di questi naufragi, indubbiamente le più dirette sono quelle degli scafisti. Come si fa a far partire le barche con le previsioni metereologiche di ciclone? L’allerta meteo era stata data abbondantemente. E’ accertato che la stragrande maggioranza dei naufraghi provenga dagli accampamenti provvisori negli uliveti sul mare vicino a Sfax. In quella zona non mancano controlli polizieschi, militari e marittimi. Ma sembra che ultimamente, pur di ridurre la presenza dei migranti subsahariani, sia la stessa polizia a forzarli a partire.

Luca Casarini mi ha detto che non si esclude una corruzione della Guardia Costiera tunisina da parte di uno scafista noto col soprannome di Mauritania. Potenziata e foraggiata da Italia e Unione Europea, in questo frangente drammatico, la Guardia tunisina se n’è completamente infischiata di intercettare le partenze.

Ovviamente intercettare non è la stessa cosa di soccorrere e salvare ma in questo caso lo sarebbe stato. Logicamente è impossibile controllare perfettamente tutta la costa tunisina. Ma che tutte queste imbarcazioni siano partite perché la Guardia costiera tunisina non se n’è accorta è impossibile dopo tutti gli accordi col presidente Saied. Sembra incredibile, ma al momento in Tunisia non se ne parla.

Sono appena passati 15 anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini e dalla immediatamente successiva ondata di partenze verso l’Italia. Fu anche un anno di tragedie del mare. Ricordo ragazzi della periferia di Tunisi entusiasti della libertà (“partiamo domani”) e poi scomparsi. Poi il tristissimo movimento delle madri degli scomparsi tunisini, convinti che i loro figli fossero in carcere in Italia impossibilitati a comunicare. Ma quelle partenze avvenivano nello sbandamento e nell’assenza della Guardia Costiera. Ora si parla di migliaia di subsahariani, emarginati e maltrattati in Tunisia senza soluzioni. Ci sono attivisti solidali anche in Tunisia ma fanno sempre più fatica a prendere la parola.

Il contrasto dei flussi da parte del governo italiano per interposta Tunisia questa volta ha preso le dimensioni di una tragedia grande.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/03/migranti-morti-mediterraneo-ciclone-harry-notizie/8279008/

 

scrive Luca Casarini:

Prendete mille cadaveri. Metteteli in fila, uno ad uno, la testa di quello prima che tocca i piedi di quello dopo. Dall’Altare della Patria fino a Palazzo Chigi, lungo tutta Via del corso. Ci stanno, è un kilometro circa. Perché ci sono i bambini piccoli oltre agli adulti. Misurano di meno in altezza. Ecco, un kilometro di morti, lungo il marciapedi così da non intralciare il traffico. Ma bisogna passarci accanto mentre ci si reca al lavoro, oppure a fare shopping in galleria.

Tocca scavalcarli, e allora lo sguardo forse viene rapito da quei volti tumefatti, da quei corpi gonfi d’acqua salata, coperti da vestiti sfilacciati come fossero fatti di alghe. Non sono più scuri di pelle, come quando sono nati, in Sudan, in Mali, in Niger, nella Costa d’Avorio e chissà in quali altri invisibili paesi. No, adesso sono grigi, quasi bianchi. Scoloriti dall’acqua che ha lavorato, lì in fondo al mare.

Il ministro passa pure lui, ma non si accorge di niente. E’ sulla sua auto blindata, corre veloce. Forse scorge da dietro il vetro, quelli che ai suoi occhi potrebbero essere sacchi di immondizia abbandonati ai lati della strada, segno del degrado urbano, una vera piaga per il decoro della capitale, lo ha sempre detto. E invece sono sacchi di ossa, di pelle, di occhi, di capelli, di denti, di mani e di piedi. Ma non ha tempo il ministro di fermarsi. E’ atteso nel Palazzo, per il decreto sicurezza. La violenza di Torino, di quei terroristi urbani. Bisogna colpire loro e tutta quella gente che si ostina a coprirli, partecipando alle manifestazioni. E colpire duro, con leggi speciali. Lo stato di diritto è diventato un intralcio alla “nazione”.

La violenza, la violenza!.

In mare non ci sono né lacrimogeni né fuochi d’artificio. Tutto è silenziato, avvolto dal rumore delle onde che sbalzano quelle bare galleggianti di ferro come fuscelli. Forse è per questo che la morte in mare di donne, uomini e bambini, nessuno la considera una violenza. Non fa rumore, non ci sono ne video né telecamere. E’ una morte che scivola via, sul fondo, portandosi dietro come fosse una palla al piede, le vite degli abbandonati. Dei più disperati di tutti che non possono avere nemmeno una tomba con il loro nome.

Non avranno una lapide, ma un numero però ce l’hanno: mancati sbarchi. Finiranno nei comunicati come un grande successo “delle politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”.

da qui


A Radiotre

Potrebbero essere più di 1000 i morti nel Mediterraneo per il ciclone Harry. Le cifre ufficiali della guardia costiera parlano di 380 dispersi ma le ong temono che in quei giorni le vittime siano state molte di più. "La gravità di ciò che accade nel mediterraneo non si misura più nel numero delle vittime ma nel livello di indifferenza e assuefazione che accompagna queste stragi", queste le parole di Oliviero Forti della Caritas, parole che ci pongono qualche domanda. Come sono cambiate le nostre politiche sull'immigrazione? E come è cambiata in questi anni la nostra attenzione? Ospiti di Pietro Del Soldà Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, Leonardo Martinelli, giornalista, collabora sul Maghreb da Tunisi per Repubblica e Stampa, Beppe Caccia, coordinatore delle operazioni di Mediterranea, padre Camillo Ripamonti, presidente del centro Astalli di Roma, Gianfranco Schiavone, vicepresidente ASGI, Associazione di Studi Giuridici sull'Immigrazione, ieri a Bruxelles ha partecipato al seminario "Ferite di confine" sulle proposte di riforma del sistema europeo dei rimpatri.

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/02/Tutta-la-citta-ne-parla-del-04022026-50abe581-cf47-4440-b197-1bd55011c6a7.html

sabato 8 luglio 2023

Chi sono le vittime del naufragio in Grecia - Oiza Q. Obasuyi

 

Restituire dignità alle persone disperse per sfatare molti miti e stereotipi sulle migrazioni.

Il 14 giugno, oltre 700 persone sono naufragate al largo di Pylos, in Grecia. L’imbarcazione era partita da Tobruk, in Libia, e a bordo erano presenti principalmente persone (adulti e minori) provenienti, tra le altre nazionalità, dalla Siria, dall’Afghanistan e dal Pakistan. Ci troviamo di fronte all’ennesima strage nel Mediterraneo, ma la notizia è passata in sordina facendo spazio a quella di un sommergibile dell’azienda Ocean Gate che, poco tempo dopo, è imploso nelle profondità dell’Oceano Atlantico, mentre era in trasferta per una visita al relitto del Titanic.

Pur trattandosi di casi differenti, ciò che salta all’occhio dal punto di vista prettamente mediatico è che pochissime testate si sono occupate di ricostruire le storie delle vittime del naufragio, mentre molti riflettori sono stati puntati sulle vite dell’equipaggio del sommergibile, ripercorrendo le loro biografie e di come siano arrivati alla loro fortuna miliardaria. Se si ripercorressero le storie di chi parte, le loro ragioni e le difficoltà affrontate, oltre a restituire dignità alle persone disperse, riusciremmo a sfatare molti miti e stereotipi sulle migrazioni: ebbene, mentre la notizia del naufragio ha perso risonanza, ciò che continua ad andare avanti è il recupero di testimonianze delle persone sopravvissute che fanno emergere la responsabilità della Guardia Costiera greca nei mancati soccorsi.

Chi c’era a bordo dell’imbarcazione?

Tra le storie recuperate da diversi giornalisti freelance, emerge quella di Thaer al-Rahhal (da qui Thaer), 39enne siriano, raccontata dai giornalisti Alicia Madina e Walid Al Nofal per la testata giornalistica Syria Direct. Thaer è tra le centinaia di persone disperse e, prima di partire, viveva nel campo profughi di Zaatari, in Giordania, insieme alla moglie, Nermin Hassan al-Zamal e il figlio Khaled, di 4 anni, tutti fuggiti da Daraa, in Siria. Come spiegano i giornalisti Madina e Al Nofal che sono riusciti a mettersi in contatto con la moglie, Thaer ha intrapreso il rischioso viaggio verso l’Europa nella speranza di trovare lavoro per pagare le cure per la leucemia del figlio. Infatti: Inizialmente, Khaled ha ricevuto cure presso il King Hussein Cancer Center di Amman [capitale della Giordania]. Poi, “[il Centro oncologico] ha interrotto il trattamento di mio figlio a causa della mancanza di copertura finanziaria”, ha spiegato al-Zamal. La madre siriana ha affermato che l’UNHCR [Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite] ha detto alla famiglia che non poteva coprire le cure mediche. “Lo hanno riportato al campo, hanno interrotto le cure il 4 luglio 2022”. A causa del “finanziamento al ribasso a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, purtroppo, un certo numero di partner è stato costretto a limitare alcuni dei loro servizi o, peggio ancora, a chiudere alcune operazioni”, afferma Meshal Elfayez, responsabile delle comunicazioni presso l’UNHCR Giordania. “Sono necessari più fondi per trovare soluzioni per i rifugiati”.

Thaer credeva quindi che l’unico modo per coprire le spese mediche fosse cercare di raggiungere l’Europa: “La sua unica ragione per salire su quella barca era pagare le cure di nostro figlio”, ha detto al-Zamal.

I due giornalisti proseguono con il racconto della storia di Sufyan, un altro giovane siriano disperso di 17 anni, anche lui fuggito da Daraa e, in particolare, dall’obbligo della leva militare. “La vita in Siria è insopportabile, non c’è lavoro né stabilità e la gente vive nella paura“, ha affermato suo zio, Muhammad al-Dnifat. E ancora: “Voleva solo andare a vivere una vita normale come qualsiasi altro essere umano, il suo obiettivo era partire per una vita migliore“.

John Psaropoulos, su Al Jazeera invece, descrive la storia dei coniugi Kassem Abuzeed, residente ad Amburgo, in Germania, e Ezra Aboud: [Abuzeed] aveva tentato senza riuscirci di portarla legalmente in Germania, e aveva pagato 5.000 dollari ai facilitatori per trasportarla dal campo profughi in Giordania dove viveva, attraverso il Nord Africa e il Mediterraneo.

Voglio parlare con i sopravvissuti per scoprire qualcosa, ma non ce lo permettono“, ha affermato Abuzeed. Infatti, nel porto di Kalamata, dove è stato allestito un campo profughi di emergenza temporaneo, molti giornalisti hanno denunciato il comportamento delle autorità greche che inizialmente non permettevano loro di parlare con le persone sopravvissute (in tutto 104). Queste ultime infatti, come ha denunciato l’Aegean Boat Report, sono state fin da subito rinchiuse e sorvegliate dal personale militare:

La giornalista Helena Smith, per il Guardian, racconta la storia di due fratelli: Mohammed, di 18 anni, e Fadi, di 29 anni. Quest’ultimo, di origine siriana, era già residente nei Paesi Bassi e si era recato a Kalamata per avere notizie del fratello minore. Fortunatamente, Mohammed è sopravvissuto al naufragio, scrive Smith: Mohammed, che è cresciuto ad Aleppo [Siria] devastata dalla guerra, con suo fratello, è tra i 104 passeggeri che, dopo aver pagato più di $ 4.000 il viaggio […], ne è uscito vivo. “Voleva vivere un sogno”, ha detto Fadi, che ha viaggiato in Europa – attraverso la Grecia – […] 10 anni prima. “Lo volevano tutti. Non posso credere di averlo trovato. Sono così felice”.

All’appello mancano 400 persone, prevalentemente donne e bambini pakistani, che sono state costrette, come riportano le giornaliste Helena Smith, Shah Meer Baloch, Ruth Michaelson e Emma Graham-Harrison sempre per il Guardian, a rimanere nella stiva dell’imbarcazione. Per loro non c’è stata alcuna possibilità.

Le responsabilità della Guardia Costiera greca

Oltre alle tragiche storie personali di chi si trovava sull’imbarcazione, emergono sempre più dettagli allarmanti inerenti al ruolo delle autorità greche, alle loro dichiarazioni e ai mancati soccorsi. Innanzitutto, come è stato fin da subito decostruito dai giornalisti Giorgos Christides, Stavros Malichudis e Corina Petridi della testata giornalistica indipendente greca Solomon, la Guardia Costiera greca era a conoscenza del pericolo già da molte ore.

Infatti, scrivono i giornalisti: Nella propria cronologia degli eventi, Watch the Med – Alarm Phone riporta di aver contattato le autorità alle 17:53 ora locale in Grecia. La mail alle autorità indica le coordinate del peschereccio stracarico. Dichiara che a bordo ci sono 750 persone, comprese donne e bambini, e include un numero di telefono per contattare direttamente i passeggeri.  Nell’email si legge: “Chiedono urgentemente aiuto”.

E ancora, gli stessi giornalisti di Solomon hanno contattato la Guardia Costiera greca per avere spiegazioni:[…] Perché non è stata avviata un’operazione di salvataggio quando hanno ricevuto la chiamata di soccorso dei migranti tramite Alarm Phone? Date le circostanze, un “rifiuto di assistenza” assolve la Guardia Costiera da responsabilità? Perché la Guardia Costiera non ha effettuato almeno una semplice ispezione della nave (a fini di sicurezza e di identificazione) visto che non batteva alcuna bandiera? Perché l’operazione è stata lanciata solo dopo che la nave è affondata?

A queste domande, troviamo risposta in un altro importante reportage, scritto dai giornalisti Matina Sevis-Gridneff e Karam Shoumail per il New York Times. Nel reportage si legge infatti che mentre le autorità greche affermavano che l’imbarcazione stava navigando verso l’Italia e che le persone migranti non volevano essere soccorse, le immagini satellitari e i dati di tracciamento ottenuti dal New York Times mostrano che la stessa è rimasta bloccata alla deriva per sei ore e mezza.

Inoltre, ad aggravare ulteriormente la posizione della Guardia Costiera greca è il numero crescente di sopravvissuti che afferma che a causare il naufragio siano state le autorità greche stesse che, rimorchiando l’imbarcazione, l’avrebbero fatta capovolgere. Secondo un’inchiesta internazionale congiunta a cui, tra le altre, hanno partecipato le testate Lighthouse Reports, El Paìs, Der Spiegel, la Guardia costiera greca avrebbe falsificato le dichiarazioni ufficiali per nascondere il loro ruolo nel naufragio, facendo pressioni su alcuni sopravvissuti affinché identificassero alcune persone come “scafiste” o “trafficanti”.

Infatti, si legge nell’inchiesta: Nessuno dei nove sopravvissuti interrogati dalla Guardia Costiera l’ha incolpata, secondo le trascrizioni, ma in un successivo giro di interrogatori da parte di un tribunale greco agli stessi nove sopravvissuti, sei di loro avrebbero detto che la Guardia Costiera aveva rimorchiato la barca poco prima che si capovolgesse[..]. “Mi hanno chiesto cosa fosse successo alla barca e come fosse affondata. Ho detto loro che la Guardia Costiera greca è venuta e ha legato la corda alla nostra barca e ci ha rimorchiato e ha causato il capovolgimento della barca”, ha detto un sopravvissuto. “Non l’hanno scritto nella mia testimonianza. Quando l’hanno presentata, alla fine, non sono riuscito a trovare questa parte.”

Inoltre, sedici dei diciassette sopravvissuti con cui hanno parlato i giornalisti investigativi dell’inchiesta hanno affermato che la Guardia Costiera ha attaccato una fune alla nave e ha cercato di rimorchiarla poco prima che si capovolgesse. Quattro hanno anche affermato che la Guardia Costiera stava tentando di rimorchiare la barca in acque italiane, mentre altri quattro hanno riferito che avrebbe causato più morti girando intorno all’imbarcazione dopo che si è capovolta, provocando onde che ne hanno causato il naufragio.

Le frontiere uccidono e Fortezza Europa lo sa

In seguito al naufragio, centinaia di attivisti e attiviste, solidali e associazioni si sono riversati nelle strade di Atene per protestare contro la violenza di frontiera della Grecia e dell’Unione Europea.

Infatti, bisogna ricordare che la Grecia è ormai da diversi anni oggetto di scrutinio e di indagine non solo per via delle importanti inchieste giornalistiche che ne hanno documentato i respingimenti illegali effettuati nell’Egeo, ma anche della Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU). Quest’ultima infatti – nel caso Safi e altri c. Grecia – l’anno scorso, aveva condannato la Grecia, in violazione degli Artt. 2 (diritto alla vita) e 3 (tutela dai trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione Europea dei Diritti Umani, per via delle morti provocate dalla Guardia Costiera, che ha tentato di respingere illegalmente alcuni richiedenti asilo in acque turche. A ciò si aggiunge il coinvolgimento di Frontex, l’agenzia UE per il controllo delle frontiere, che è stata più volte segnalata per comportamenti violenti e illegittimi in quanto complice della Guardia Costiera greca nei respingimenti in mare.

Nonostante ciò, gli Stati dell’UE continuano ad adottare politiche criminalizzanti e sempre più restrittive per le persone migranti, esternalizzando le proprie frontiere tramite la stipulazione di accordi con Paesi terzi non sicuri (dalla Turchia, alla Tunisia, fino alla Libia) o lasciando morire le persone in mare (ne è la prova, ad esempio, l’attivazione delle operazioni di polizia, anziché di soccorso, a Pylos come a Cutro, in Calabria).

Mentre il mantra ripetuto a ogni naufragio è basato sull’incolpare i soli “scafisti”, quello che rimane fuori dal focus è il diritto alla libertà di movimento negato e le storie di chi, pur tentando di raggiungere l’Europa legalmente, non può farlo per via delle stesse politiche restrittive in merito. È necessario non solo uno stravolgimento del sistema attuale che tuteli i diritti di tutti e tutte, ma anche un cambio di passo nella narrazione mediatica delle migrazioni, riconsegnando quella complessità e dignità che meritano.


(L’articolo originale contiene immagini e video sulla vicenda del naufragio, le inchieste giornalistiche e le proteste ad Atene.)


da qui

domenica 25 giugno 2023

Non ci sono più parole - Enrico Calamai

 

Non ci sono più parole in grado di dar voce al dolore e alla rabbia di fronte a quest’ultima, immane strage di migranti, peraltro prevedibile e prevista. Non ci sono più parole perché inevitabile si affaccia l’idea che altre analoghe stragi seguiranno, di cui molte neanche percepite dall’opinione pubblica, perché avvenute nel nulla mediatico in cui a partire dall’esternalizzazione delle frontiere, sempre più a Sud, si attua ormai il momento tragico del respingimento che spesso vuol dire condanna a morte.

Dobbiamo ripetercelo, anche se a rischio di non venir ascoltati: siamo di fronte alla sistematica attuazione di una linea politica concordata dall’intera compagine dell’Unione europea, sempre più divisa e declinata quanto ad orizzonte in chiave atlantica, come deterrente del flusso di migranti che continua a voler varcare i confini dell’Europa Fortezza. Come d’altronde avviene in America del Nord e in Australia.

Ripetiamolo ancora una volta: la globalizzazione non è stata e non è l’internazionalizzazione degli esseri umani e delle loro lotte contro le disuguaglianze; la «globalizzazione reale» non è altro che il neocolonialismo che il mondo occidentale ha avviato a partire dalla fine della Guerra Fredda e che ancora tenta di imporre a quanta più parte possibile del resto del mondo, ricorrendo in un modo o nell’altro ancora una volta alla guerra per modificare gli equilibri geopolitici a proprio favore.

I migranti, che da quelle guerre e dalla loro miseria da noi provocata arrivano, ne sono l’altra faccia, coloro cui non è più neanche dato attestarsi sulla soglia della povertà a casa loro, perché saccheggiamo le loro risorse naturali, sfruttiamo la loro mano d’opera, devastiamo il loro ambiente, finanziamo guerre, dittature o governi corrotti che ci fanno comodo.
I migranti sono l’altra faccia di un mondo orwelliano, in cui si fa la guerra per la pace, in cui le vittime sono i colpevoli, in cui il nostro benessere posa sulla legge della giungla tutto intorno a noi.

 

Occorre dirselo: nulla è più contrario oggi ai diritti umani del neoliberismo, non a caso prodotto, come in un laboratorio politico, a partire dal secolo scorso con i colpi di Stato in Cile e in Argentina. Perché un sistema politico che fa del profitto individuale il suo unico dio e della riduzione della spesa pubblica (tranne che per le armi, beninteso) il suo Vangelo, non può accogliere le nude vite di chi viene da noi depredato: sono, nel migliore dei casi, cioè se muoiono nel viaggio, dei vuoti a perdere, nel peggiore, cioè se malgrado tutto arrivano, i sovversivi che accampano diritti: il diritto a venir salvati, il diritto a venir assistiti, il diritto all’inclusione in un mondo che dei diritti si riempie la bocca, salvo poi calpestarli appena può.

Dobbiamo ripeterlo: le singole morti, i singoli naufragi non sono altro che i tasselli attraverso cui si attua una politica concordata tra i Governi dell’Occidente tutto: l’adozione di un complesso di misure pattizie, di controllo delle frontiere o di omissione di soccorso che, attraverso anche la creazione di un sistema di campi di concentramento a macchia di leopardo, hanno esclusivamente finalità di deterrenza nei confronti dei flussi migratori che noi stessi provochiamo, costi quello che costi, in termini di vite umane.

È per dare un nome a questo aberrante nuovo operare degli Stati che è stato coniato il termine migranticidio, che si richiama, quanto alla carica di orrore che suscita, a quello di genocidio, nelle cui categorie, tassativamente elencate, non può essere incluso. Dipende da noi trovare la forza per opporvisi, se non in nome del sempre più attualissimo quanto dimenticato monito «Socialismo o barbarie», almeno in nome di quell’etica socratica che accompagna le democrazie fin dal loro primo apparire.

Fonte: il manifesto

da qui

lunedì 19 giugno 2023

Il tempo degli assassini - Carlo Perazzo

 

L'ennesima strage di Stato – di mondo – colora di sangue e riempie di corpi morti – non bianchi, ovviamente – il mar Mediterraneo. Ogni volta, dopo ogni strage, parte il coro delle razionalizzazioni, delle analisi, delle critiche e delle giustificazioni, delle scuse e delle infamie. Razionalizzazioni necessarie ad allontanare la bestiale verità, che poi è umana verità, perché le bestie non organizzano deliberatamente e razionalmente dei genocidi, che siamo degli assassini.

 

Il coro è breve, sempre più breve, fino a nuova notizia di tragedia più vendibile, più click, con annessa nuova necessaria razionalizzazione che ci permette di dire che comunque ne parliamo, comunque ci sconvolgiamo, ci interroghiamo e tiriamo fuori analisi, numeri, dati, giustificazioni. Senza ormai rendercene più conto sappiamo affrontare i problemi solo in termini tecnici, burocratici, non sentiamo i morti, l'abissale ingiustizia, la paura, il senso di colpa; troviamo le cause, analizziamo le politiche, attribuiamo le colpe, discutiamo i trattati, ma noi, noi dove siamo?

 

Dove siamo, mentre quei corpi non bianchi affondano, si gonfiano, vengono mangiati dai pesci. Corpi di figli e figlie, bambini piccoli, piccoli come i nostri, come quelli a cui sorridiamo quando li incrociamo in piazza a giocare a palla; piccoli come quelli a cui facciamo i regalini a Natale, come quelli che stiamo lobotomizzando a suon di smartphone, che rimproveriamo quando fanno gli arroganti. Piccoli come quelli che avrebbero tutta la vita davanti, se fossero bianchi, se fossero i nostri. Se fossero bianchi e non avessero la sfortuna di finire in quegli squarci che ogni tanto, sempre più spesso, si aprono anche nel mondo di “quelli che si credono bianchi”, come dice lo scrittore afroamericano Ta Nehisi Coates: ci crediamo bianchi finché non ci tocca la sfortuna di passare sul ponte senza manutenzione che dava più dividenti agli azionisti; di dormire nella casa non a norma in zona sismica; di trovarsi per caso a bere acqua che un'azienda ha contaminato per decenni nel silenzio delle istituzioni; di incontrare davanti a noi un Suv guidato da ragazzi poco più grandi, assassini vuoti cresciuti in una società piegata dallo spettacolo demente e deanimato che insegna, stimola, costruisce la violenza come riempimento e poi colpevolizza chi ha premuto il grilletto.

 

Siamo tutti assassini: i bravi e i cattivi, chi dà la colpa agli scafisti e chi allo Stato, chi, infame, sotto sotto ci gode e chi ci piange; chi si arrabbia e chi alza le spalle; chi pensa ancora, dopo decenni, “ma com'è possibile?!”, e chi da decenni denuncia il fatto.

Lo siamo tutti perché, malgrado ormai non ci si guardi più negli occhi e tanto meno si discuta, siamo una società. Volenti o nolenti, siamo parte di una dimensione collettiva, che può chiamarsi umanità, Italia o Europa, anche se pensiamo sia carta straccia, o se pensiamo sia la civiltà migliore mai esistita; siamo tutti assassini perché abbiamo permesso che tutto questo accadesse e accada quotidianamente, anche se abbiamo lottato per il diritto d'asilo o eravamo in piazza per l'accoglienza e l'antirazzismo. Non è bastato e non basta. Non è forse quella la via. Forse non bastava essere di più a quella manifestazione, dare più voti a quell'altro partito. Forse dobbiamo andare noi più a fondo, siamo noi a doverci inabissare, dentro noi stessi e dentro la nostra storia collettiva di “europei”, di “occidentali”, e parlare con gli assassini che siamo, da tanto tanto tempo. E stare male, deprimerci, soffrire e avere paura per quello che siamo come società, senza tirare fuori scuse e razionalizzazioni di conquiste mediche, di traguardi scientifici, di invenzione tecnologiche.

Dove sono i nostri figli e dove sono i figli dei governanti, che si vedono per parlare nei parlamenti senza sentire la morte che producono con le loro scelte, scelte umane.

 

Non ci rendiamo conto che le nostre razionalizzazioni e i dibattiti sembrano la versione contemporanea della “disputa di Valladolid”, quando nel 1550 esperti teologi e giuristi convocati dall'imperatore discutevano la natura spirituale e giuridica degli indios: hanno l'anima o non hanno l'anima? Possiamo sterminarli o dobbiamo solo convertirli? Siamo ancora lì, con parole diverse.

 

Migliaia di corpi bambini, alti un metro, con i sandali ai piedi, con un braccialetto al polso, una cicatrice di una vecchia sbucciatura sul ginocchio, riempiono il mare in cui nuotiamo, andiamo a vedere i pesci con la maschera, facciamo le crociere con i cocktail e la musica e i massaggi e le serate a tema. Sono lì, nella stessa acqua, senza barriere fisiche, gonfi, putrefatti, morti. E noi? Sentiamo questa “cosa”?

 

Basta, basta, basta. Dovremmo non poterne più e dovremmo smetterla di “andare a casa”. Come dice Bergonzoni: non possiamo andare a sentire parlare di diritti, di giustizia, di ecologia, e poi tornare a casa; non possiamo continuare ad andare ai festival, applaudire agli intellettuali, e poi tornare a casa. Forse inizieremo davvero a sentire qualcosa quando non avremmo più una casa a cui tornare. Forse dobbiamo anche noi perdere tutto.

 

“Eppure lo sapevamo anche noi
L'odore delle stive
L'amaro del partire
Lo sapevamo anche noi...”

Gianmaria Testa, Ritals, 2006