Visualizzazione post con etichetta Carola Frediani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Carola Frediani. Mostra tutti i post

domenica 8 marzo 2026

L’AI va in guerra (c’era già, ma qualcosa è cambiato?) - Carola Frediani

È impressionante, ma non inaspettata, la velocità con cui siamo passati a parlare di intelligenza artificiale intesa come il tuo copilota personale o lavorativo che toglierà di mezzo un sacco di compiti noiosi, a intelligenza artificiale intesa come tecnologia che facilita un bombardamento.

Voglio dire, è ovvio che questo secondo aspetto fosse già lampante da tempo (per molti, sicuramente per questa newsletter e per il sito Guerre di Rete): del resto, bastava seguire i resoconti della guerra in Ucraina e degli attacchi israeliani su Gaza.

Ma lo scontro tra il Pentagono e Anthropic (società econche produce Claude, la nota famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni) ha avuto il merito di funzionare da pirandelliano strappo nel cielo di carta.
Si sta infatti cementando un complesso militare-industriale con al centro l’intelligenza artificiale, su cui i governi (in primis, quello Usa), ossessionati dal raggiungere la supremazia tecnologica, stanno scommettendo moltissimo e per cui sono disposti a far saltare qualsiasi regola, anche nei rapporti con le società produttrici. E, d’altro canto, queste ultime, affamate di utili che ancora non arrivano, non si fanno alcuno scrupolo a siglare contratti coi militari, whatever it takes.

Tutto ciò, in uno scenario in cui le conseguenze di questa rapidissima integrazione tra AI e sistemi d’arma e d’intelligence sono ancora tutte da capire (in termini di affidabilità, sicurezza, risvolti etici, legali) e prospettano scenari distopici.

E dunque veniamo all’analisi di chi questo cielo di carta, nelle ultime settimane, lo ha preso a mazzate: lo scontro Anthropic-Pentagono, che ha portato alla messa al bando della società dai contratti governativi americani. Partendo però dalla fine. Perché secondo il WSJ, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha ancora utilizzato l’intelligenza artificiale di Anthropic durante gli attacchi in Iran, poco dopo il ban. Del resto, Trump aveva specificato che ci sarebbe stata una fase di transizione di sei mesi per il Dipartimento della Difesa e le altre agenzie che utilizzano i prodotti dell’azienda. Nel mentre, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato al Pentagono di designare Anthropic un “rischio per la catena di approvvigionamento”, come una qualsiasi azienda hi tech cinese o russa sospettata di avere backdoor nei suoi prodotti (e infatti sulla dubbia legalità di questa mossa senza precedenti, rimando a questo articolo).

“Con effetto immediato, nessun appaltatore, fornitore o partner che intrattiene rapporti commerciali con l’esercito degli Stati Uniti può svolgere alcuna attività commerciale con Anthropic”, ha scritto Hegseth in un post sui social.

Su come Claude sia utilizzato dai militari si sa ovviamente poco. Sappiamo che Anthtropic è stata la prima società di modelli di AI ad ottenere un contratto da 200 milioni di dollari col Pentagono, la scorsa estate, creando dei modelli ad hoc, come Claude Gov, con meno restrizioni. E che fino a pochi giorni fa è stata l’unica a poter lavorare con sistemi classificati. Secondo fonti di Wired Usa, Claude Gov sarebbe utilizzato principalmente per compiti di routine, come la redazione di rapporti e la sintesi di documenti, ma anche per l’analisi delle informazioni e la pianificazione militare. “Da quanto ne sappiamo - scrive la newsletter AI Update - viene utilizzato per elaborare dati di intelligence, identificare pattern nelle immagini satellitari e nelle comunicazioni intercettate, eseguire simulazioni e generare briefing. Pensatelo come l’assistente di ricerca più costoso al mondo, non come un Terminator. Ma il confine tra “supportare le decisioni” e “prendere decisioni” diventa rapidamente sfumato quando si elaborano i dati che determinano dove cadrà il prossimo missile”.

Inoltre Claude è integrato in una piattaforma di Palantir, società di analisi dei dati ben nota per i molteplici contratti col governo Usa: si tratta del Maven Smart System, uno strumento di AI che fornisce alle truppe un quadro unificato delle informazioni di intelligence provenienti da più sensori.

Ed è proprio questa partnership che ha portato alle prime avvisaglie dello scontro Anthropic-Pentagono, quando a gennaio è emerso sui media che nella cattura di Maduro sarebbe stato usato anche Claude. Un dipendente di Anthropic avrebbe chiesto chiarimenti sull’operazione a una controparte in Palantir, che a sua volta avrebbe informato il Pentagono, che si sarebbe alquanto irritato. Anche perché probabilmente erano già in atto delle tensioni e negoziazioni con la società cofondata da Dario Amodei sulle restrizioni volute dalla stessa società nell’utilizzo di Claude da parte dei militari. Fra queste, due apparivano come non negoziabili per Amodei: no all’uso per fare sorveglianza di massa sui cittadini Usa; no all’uso in armi completamente autonome (senza supervisione umana).

Due questioni che erano già state sottolineate da Amodei in un saggio pubblicato a gennaio. E che sono francamente diventate una sorta di limite etico minimo, una specie di palizzata disperata contro i carri armati della distopia. Per questo Amodei, e Anthropic, che hanno costruito la loro società sull’idea, se volete sul brand, di essere migliori di OpenAI, di pensare di più alla sicurezza e all’etica, non avrebbe mai potuto cedere alle minacce del Pentagono. È stata la cronaca di una spaccatura annunciata.

Ora Anthropic, che combatterà in tribunale la designazione di rischio nella catena di fornitura, è diventata un paria per il governo ma si è guadagnata il rispetto di molti nel settore. E ha generato delle scosse telluriche in altre aziende, dove i dipendenti di sono messi a firmare petizioni per chiedere di opporsi all’uso dei loro strumenti di intelligenza artificiale per la sorveglianza di massa e per la produzione di armi in grado di uccidere senza il controllo umano. E mentre Claude balza in cima ai download sull’App Store Usa, c’è chi chiede di boicottare ChatGPT dopo la notizia che OpenAI avrebbe invece trovato un accordo con il Pentagono per usare i suoi modelli in reti militari classificate. Un accordo che non convince anche molti esperti di tecnologia.

E quindi, siamo di fronte a una Authoritarian AI Crisis, come ha scritto Casey Newton? Non lo so, ma certo ci voleva una buona dose di ingenuità (o un fitto strato di prosciutto sugli occhi) per pensare che si potessero fare contratti coi dipartimenti della difesa senza che questi sollevassero grossi problemi etici per aziende private nate come laboratori di ricerca per costruire una tecnologia che migliorerà il mondo.

Ma almeno ora alcune delle contraddizioni sono più visibili per tutti. Come è palese che i margini di azione in questo campo da parte della società civile e di chi si preoccupa di diritti umani e legalità si stanno restringendo sempre più velocemente, se non si agisce subito.

da qui

domenica 1 febbraio 2026

Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti - Carola Frediani

 


Un mese fa Guerre di Rete aveva presentato una sua nuova pubblicazione, un ebook, intitolato: Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti. Inizialmente l’ebook era stato spedito in anteprima ai partecipanti al nostro crowdfunding.

Da oggi chiunque può scaricarlo liberamente da questo link:
https://www.guerredirete.it/download-ebook-2025/

Il manualetto è rivolto a due categorie essenziali per il funzionamento della democrazia e del dibattito pubblico, che troppe volte abbiamo visto essere target di attacchi informatici, sorveglianza, campagne d’odio e di molestie nel mondo, in Europa, in Italia.
É scritto da giornalisti e attivisti in maniera semplice e discorsiva, ma fornisce anche indicazioni pratiche di base per iniziare a sistemare e a proteggere la propria vita digitale. Passa in rassegna questioni di cybersicurezza fondamentali (utili a tutti), ma si sofferma anche su aspetti specifici legati alle attività di queste due categorie. Come spiego ripetutamente nell’introduzione al volume, il nostro ebook è solo un manualetto. Non pretende di essere una panacea, non assicura di risolvere tutto o di schermarvi da qualsiasi cosa. Tuttavia, può essere un inizio importante.

L’ebook è un lavoro collettivo, con tre curatori (Carola Frediani, Sonia Montegiove, Patrizio Tufarolo) e una serie di autori (i giornalisti Raffaele Angius, Carola Frediani, Sonia Montegiove, Rosita Rijtano, e gli attivisti CRP, Matteo Spinelli e Taylor), e con Federico Nejrotti di Ufficio Furore che ne ha curato la grafica.


Cosa è e come funziona la newsletter Guerre di Rete
Specie per i nuovi, ricordo che questa newsletter (che oggi conta 15mila iscritti - ma molti più lettori, essendo pubblicata anche online) è gratuita e del tutto indipendente, non ha mai accettato sponsor o pubblicità, e viene fatta nel mio tempo libero. Se vi piace potete contribuire inoltrandola a possibili interessati, o promuovendola sui social.

Il progetto editoriale Guerre di Rete
In più, il progetto si è ingrandito con un sito indipendente e noprofit di informazione cyber, GuerrediRete.it. Qui spieghiamo il progetto. Qui l’editoriale di lancio del sito.
Qui una lista con link dei nostri progetti per avere un colpo d’occhio di quello che facciamo.

da qui

lunedì 2 giugno 2025

L’AI, i lavoratori e i rapporti di potere - Carola Frediani

 

Dopo l’ondata di attenzione e infatuazione mediatica che ha accompagnato il lancio di ChatGPT e di molti altri strumenti di intelligenza artificiale generativa, dopo che per molti mesi si è parlato di vantaggi per la produttività, o di sostituzione del lavoro (soprattutto delle mansioni noiose e ripetitive) con l’AI, siamo arrivati a un punto dove si intravedono più che altro le prime sostituzioni di lavoratori. E ciò sebbene la promessa crescita di produttività lasci ancora molto a desiderare (non parliamo della sostituzione di ruoli).

Mentre gli stessi lavoratori del settore tech (un’élite che per anni ha viaggiato in prima classe anche nelle peggiori fluttuazioni del mercato del lavoro) si sono resi conto di trovarsi in una situazione piuttosto scomoda: più licenziabili, da un lato, e più esposti ai dilemmi etici di lavorare per aziende che hanno abbandonato precedenti remore per contratti di tipo militare, dall’altro.

 

Partiamo proprio dalla guerra

Una parte di dipendenti di Google DeepMind (l’unità di Alphabet che lavora sull’intelligenza artificiale e tra le altre cose ha rilasciato Gemini, la famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni) stanno cercando di sindacalizzarsi per contestare la decisione dell'azienda di vendere le sue tecnologie ai militari, e a gruppi legati al governo israeliano.

Nelle ultime settimane circa 300 dipendenti londinesi di DeepMind (il cui ad Demis Hassabis è ancora fresco di premio Nobel per la Chimica per AlphaFold) hanno provato ad aderire al sindacato dei lavoratori della comunicazione (Communication Workers Union), riferisce il Financial Times.

Tre persone coinvolte nell'iniziativa di sindacalizzazione hanno dichiarato al FT che la decisione di Google di voler vendere i suoi servizi cloud e la sua tecnologia AI al ministero della Difesa israeliano (si tratta di un accordo sul cloud computing denominato Project Nimbus), avrebbe causato molta inquietudine.

L'iniziativa si inserisce nel crescente malcontento interno rafforzatosi dopo che, a febbraio, Google aveva anche abbandonato l'impegno a non sviluppare tecnologie di intelligenza artificiale che “causino o possano causare danno alla collettività”, tra cui armi e sorveglianza. Si trattava di una presa di posizione adottata nel 2018 e che è sparita dalla revisione dei principi per una AI responsabile lo scorso febbraio (qui la vecchia versione; qui la nuova).

Ma il clima rispetto a qualche anno fa è cambiato: le guerre, la nuova amministrazione Trump, la spinta a commercializzare e rendere profittevoli tecnologie su cui le aziende stanno scommettendo parecchio. E che non stanno rendendo quanto promesso.

Interessante al riguardo uno studio recente che ha esaminato gli effetti sul mercato del lavoro dei chatbot AI in Danimarca. Gli autori affermano che, malgrado la diffusione di questi nuovi strumenti (diffusione incoraggiata spesso dagli stessi datori di lavoro, con relativi investimenti), “l'impatto economico rimane minimo” e i guadagni di produttività sarebbero modesti. Risultati, conclude lo studio, che mettono in discussione la “narrazione di un'imminente trasformazione del mercato del lavoro dovuta all'AI generativa”.

Inoltre, eventuali risparmi di tempo da parte del lavoratore che usa i chatbot sono a volte controbilanciati da ulteriori task, da compiti nuovi o aggiuntivi legati all’uso dello stesso, anche da parte di altri. Un esempio sono gli insegnanti che devono rilevare se gli studenti usano ChatGPT per i compiti, mentre altri lavoratori devono controllare la qualità dei risultati dell'AI o cercare di creare prompt efficaci, commenta Ars Technica (cui rinvio per approfondire il tema visto che segnala anche altri paper, alcuni più ottimistici. Inoltre lo stesso studio qua citato non esclude che degli effetti trasformativi possano arrivare in futuro).

 

AI e crisi occupazionale

Malgrado ciò, quel che sta arrivando ora sono i primi licenziamenti (primi in senso mediatico, non assoluto) a causa dell’AI (il punto è capire in che senso l’AI ne sarebbe la causa, visto quanto appena detto).

Duolingo, una nota app per imparare le lingue, ha annunciato che “smetterà gradualmente di utilizzare i collaboratori per svolgere il lavoro che l'intelligenza artificiale è in grado di gestire”, in un'e-mail inviata a tutti i dipendenti dal cofondatore e amministratore delegato Luis von Ahn. L'azienda - dice la comunicazione - sarà “AI-first”.

L'email di von Ahn fa seguito a una nota simile che l'amministratore delegato di Shopify Tobi Lütke aveva inviato ai dipendenti e recentemente condiviso online. In quella nota, Lütke affermava che prima che i team potessero chiedere un aumento dell'organico o delle risorse, dovevano dimostrare “perché non possono ottenere ciò che vogliono utilizzando l'AI”.

Nel caso dell’annuncio di Duolingo però non sono mancate critiche e prese di posizione, anche da utenti, riferisce Unilad.

Ma è il giornalista Brian Merchant a raccogliere la testimonianza di uno di quei collaboratori che sarebbero stati lasciati a casa in nome dell’AI. Secondo questa persona, Duolingo avrebbe già sostituito con sistemi di intelligenza artificiale fino a 100 dei suoi dipendenti, soprattutto gli scrittori e i traduttori che creano i particolari quiz e materiali didattici che hanno contribuito a creare l'identità dell'azienda. Secondo questo resoconto, i traduttori sarebbero stati licenziati nel 2023, gli scrittori sei mesi fa, nell'ottobre 2024.

Qua riporto direttamente le parole di Merchant:

“È successo all’improvviso”, mi ha detto il lavoratore, un autore che ha lavorato per anni nell'azienda, a condizione di anonimato. Ha detto che è stato “scioccante” quando ha ricevuto la notizia. “Stavamo lavorando con il loro strumento di intelligenza artificiale da un po' di tempo, e non era assolutamente in grado di scrivere delle lezioni senza l'intervento di esseri umani”.

“È uno spaccato della crisi occupazionale dell'AI - continua Merchant - che si sta verificando proprio ora, non in un futuro lontano, e che è già più pervasiva di quanto si possa pensare. Il collaboratore di Duolingo non è affatto solo. Quasi tutti gli artisti e gli illustratori professionisti che incontro mi raccontano di aver perso clienti e ingaggi a causa di aziende che si sono affidate all'AI invece di pagare il lavoro umano; alcuni sono stati espulsi del tutto dai loro settori. Ho scritto per Wired di manager che stanno usando l'AI per sostituire artisti e designer nell'industria dei videogiochi. I doppiatori sono in sciopero da 9 mesi, in cerca di protezione dalle aziende che vorrebbero usare l'intelligenza artificiale per clonare le loro voci. Proprio questa settimana, il popolare sito di gaming Polygon è stato venduto alla content farm Valnet, spesso accusata di usare articoli generati dall'AI: quasi tutto il personale umano di Polygon è stato licenziato.

Non è chiaro se questo tipo di licenziamenti sia sufficiente per essere registrato nei dati economici, anche se ci sono segnali in tal senso. Scrivendo sull'Atlantic di questa settimana, il giornalista economico Derek Thompson sottolinea un fenomeno allarmante nel mercato del lavoro: il tasso di disoccupazione dei neolaureati è insolitamente alto e storicamente alto rispetto al tasso di disoccupazione generale. Perché? Una teoria: le aziende assumono meno laureati per i lavori impiegatizi e utilizzano maggiormente l'AI. (…)

Come ho già scritto in precedenza, la crisi occupazionale dell'AI non è dovuta alla nascita di programmi senzienti intorno a noi, che sostituiscano inesorabilmente e in massa i lavori umani. Si tratta invece di una serie di decisioni gestionali prese da dirigenti che cercano di ridurre i costi del lavoro e di consolidare il controllo delle loro organizzazioni”.

 

Lavoratori tech

Licenziamenti o peggioramento delle condizioni di lavoro stanno colpendo anche la classe privilegiata dei lavoratori tech, scrive il WSJ. In alcuni casi, commenta un executive coach di aziende tecnologiche, la riduzione di teste “non è perché le aziende non abbiano i soldi. Per molti versi, è a causa dell'AI e delle narrazioni che si sentono in giro su come sia meglio ridurre l'organizzazione".

Quindi, argomenta il noto giornalista e scrittore Cory Doctorow, dopo l’enshittification delle piattaforme (termine già coniato dallo stesso che indica il progressivo peggioramento, per usare un eufemismo, delle piattaforme digitali nel tempo) siamo di fronte all’enshittification dei lavori tech. Scrive poi Doctorow in riferimento alle narrazioni sull’AI che causano riduzione di personale: “Non si tratta della realtà effettiva dell'AI, ma piuttosto della storia secondo cui l'AI consentirebbe di “ridurre l'organizzazione”, di tagliare gli organici e gli stipendi e di impoverire gli (ex) prìncipi del lavoro. Lo scopo dell'AI non è rendere i lavoratori più produttivi, ma renderli più deboli quando contrattano con i loro capi”,

I lavoratori del settore tecnologico, argomenta Doctorow, possono evitare il destino dei lavoratori delle fabbriche, dei magazzini e delle consegne solo sindacalizzandosi.

da qui

giovedì 5 maggio 2022

L’irresistibile ascesa dei troll di Stato - Carola Frediani

 

Gli imperialisti russi sono una cancrena in Mali. Attenzione alla lobotomizzazione zarista!!” Il messaggio, pubblicato nel 2020 su una pagina Facebook del Paese dell’Africa occidentale, era stato diffuso da un profilo finto controllato da militari francesi, almeno secondo il social network di Zuckerberg. Da tempo Facebook — nella sua attività di contrasto alla creazione di pagine e profili finti realizzati con lo scopo di coordinare attacchi, manipolazioni o di influenzare di nascosto il dibattito politico — pubblica dei rapporti in cui evidenzia il numero e la tipologia di account individuati ed eliminati, aggiungendo dettagli su dove avevano origine e su quali temi pubblicavano. 

Francia inautentica sui social

Tuttavia nel dicembre 2020 uno di questi rapporti, intitolato “Rimozione di comportamento inautentico da Francia e Russia“, contiene una novità interessante. Per anni simili manipolazioni, ovvero l’uso di troll e profili finti, soprattutto per influenzare Paesi esterni, sono state attribuite in gran parte a russi e iraniani. In particolare dal 2017 (quando partono i dati Facebook) al 2019 Iran e Russia appaiono quasi come gli unici Stati responsabili di simili operazioni all’estero. Ma ora compare una sorprendente new entry, una delle più grandi, antiche e solide democrazie: la Francia.

Facebook aveva infatti rimosso 84 profili, 9 pagine e 8 gruppi Facebook, più 14 profili Instagram la cui attività nasceva in Francia e si rivolgeva a una platea di utenti della Repubblica Centrafricana (CAR) e del Mali, e in misura minore di Niger, Burkina Faso, Algeria, Costa d’Avorio, Chad. “Le persone dietro a questi account — scriveva Facebook nel report — (…) fingono di essere del luogo, postano e commentano contenuti, e gestiscono pagine e gruppi. Pubblicano principalmente contenuti in francese e arabo relativi a notizie o eventi correnti incluse le politiche francesi nell’Africa francofona, lo stato di sicurezza in vari Paesi africani, lamentano una potenziale interferenza russa nelle elezioni della Repubblica Centrafricana (CAR), o pubblicano commenti a favore dei militari francesi così come critiche del coinvolgimento russo in CAR. Alcuni di questi account hanno anche commentato contenuti che criticavano la Francia e che erano stati postati da operativi russi. (…) Sebbene le persone dietro a tutto questo cercassero di nascondere la propria identità e il loro coordinamento, la nostra indagine ha trovato legami con individui associati all’esercito francese”.

Ricapitolando: la Francia aveva violato — esattamente come aveva fatto la Russia più e più volte, a partire da quegli stessi Paesi africani — la policy di Facebook che vieta il “comportamento coordinato inautentico”, altresì detto CIB. E in particolare quel suo sottoinsieme in cui ad agire, in un dato Paese, è un’entità straniera o governativa. Non importa che i contenuti postati siano veri o falsi, belli o brutti, critici o favorevoli, per il social il problema è l’inautenticità di un’operazione, cioè l’uso surrettizio della piattaforma per creare una rete di profili finti e spingere in una direzione o in un’altra con lo scopo di influenzare il dibattito pubblico. A tentare simili operazioni sono soggetti e gruppi diversi, spesso interni al Paese interessato e slegati dal suo governo. Ma nel momento in cui il comportamento coordinato inautentico (CIB) “è condotto in nome di un’entità governativa o di un attore straniero”, ecco che Facebook lo chiama “interferenza governativa o straniera” (Foreign or Government Interference – FGI) ed è pronta ad applicare le misure più ampie per bloccarlo.

Francia vs Russia: troll contro troll

Ma, tornando al citato report, c’erano ben due cose sorprendenti: la prima, come abbiamo detto, è la comparsa tra i soggetti che orchestrano campagne inautentiche della Francia, intesa come militari francesi (anche se Facebook non arriva a parlare esplicitamente di Stato o governo francese). La seconda è che, per la prima volta, due campagne, attribuite indirettamente a due diversi soggetti statali (Francia e Russia), non solo si concentrano in contemporanea sugli stessi Paesi, ma si prendono di petto l’una con l’altra, con operativi francesi che commentano quanto pubblicato da operativi russi, e viceversa. Insomma, troll di Stato contro troll di Stato.

In contemporanea al giro di vite sui francesi, infatti, nel 2020 Facebook rimuoveva anche account, pagine e gruppi che nascevano in Russia e si concentravano sulla Repubblica Centrafricana, e su altri Paesi della regione. Gli argomenti su cui postavano questi profili erano il COVID-19, il vaccino russo contro il virus, le elezioni in CAR, la presenza russa nella regione, la critica alla politica francese nella stessa area e ai contenuti postati dagli operativi francesi di cui abbiamo detto sopra. Per Facebook questi profili erano collegati all’Internet Research Agency (IRA) e al suo fondatore, il finanziere russo Yevgeniy Prigozhin, vicino al Cremlino (soprannominato dai media “lo chef di Putin”) e anche accusato di stretti legami col gruppo Wagner. Il gruppo Wagner è un contractor militare privato russo, sanzionato nel dicembre 2021 dall’Unione europea per gravi violazioni dei diritti umani in vari Paesi, dall’Ucraina alla Libia, dal Mali fino alla Repubblica Centrafricana.

In quanto all’IRA — nota sui media anche come “fabbrica dei troll” — si tratta di un’organizzazione i cui esponenti, tra cui lo stesso Prigozhin, erano stati incriminati già nel 2018 dal Dipartimento di Giustizia Usa per aver tentato di interferire nei processi elettorali e democratici americani, a partire dal 2014 e con un climax nelle elezioni del 2016. Prigozhin dal 2021 è pure ricercato dall’Fbi, che lo ha inserito nella sua “wanted list” e lo accusa di essere il principale finanziatore dell’IRA e di aver supervisionato e approvato le operazioni di interferenza politica ed elettorale negli Stati Uniti, che comprendevano la “creazione di centinaia di profili online finti e l’uso di identità rubate negli Usa”.

Differenze e somiglianze

Ma torniamo alla Repubblica Centrafricana nel 2020 e al report Facebook sui troll francesi e russi. A studiare queste due campagne rivali, oltre a Facebook (e in collaborazione con la stessa), è stata un’azienda americana di analisi dei social media, Graphika. Scrive la società nel suo report (uscito sempre nel dicembre 2020): “Le (due) operazioni di influenza rivali postavano negli stessi gruppi, commentavano i post reciproci, si smascheravano a vicenda accusando gli altri di “fake news”, conducevano analisi open source di base per esporre gli account falsi degli altri, si chiedevano l’amicizia gli uni con gli altri, si condividevano i post a vicenda e, secondo una fonte, cercavano anche di tendere delle trappole ai rivali con dei messaggi diretti”…

continua qui

domenica 21 novembre 2021

Cosa sappiamo del programma di controllo biometrico dell’esercito israeliano sui palestinesi - Carola Frediani

 

Negli ultimi due anni i militari israeliani hanno messo in atto un ampio programma di sorveglianza biometrica sui palestinesi dei territori occupati della Cisgiordania. Il programma integra tecnologie di riconoscimento facciale in una rete di videocamere urbane e smartphone utilizzati dai militari. Questi ultimi, attraverso un’app chiamata Blue Wolf, fotografano le facce dei residenti e le cercano su un database di immagini e di profili. Che è a sua volta una versione ridotta di un archivio più ampio, denominato Wolf Pack, e soprannominato informalmente da alcuni ex-soldati il “Facebook segreto per palestinesi”. Wolf Pack infatti conterrebbe più informazioni: non solo la foto e il nome della persona ma anche la sua storia famigliare, dati sulla sua educazione, i suoi contatti e un punteggio relativo alla pericolosità. Alla fine della ricerca nel database, l’app Blue Wolf segnala con dei colori in stile semaforo al militare in strada se l’individuo ritratto deve essere fermato, arrestato o lasciato andare.

È quanto emerge da un’inchiesta del Washington Post, che ha raccolto materiali e testimonianze da ex-membri dell’esercito israeliano e dall’associazione di veterani critici dell’occupazione Breaking The Silence. Per velocizzare la costruzione di questo archivio, i soldati hanno fotografato i palestinesi per strada, ingaggiando anche competizioni fra loro con dei premi per chi raccoglieva più immagini. Si stima - scrive il WaPost - che siano stati ripresi migliaia di palestinesi.

“Mentre i paesi avanzati di tutto il mondo impongono restrizioni alla fotografia, al riconoscimento facciale e alla sorveglianza, la situazione descritta [a Hebron] costituisce una grave violazione dei diritti fondamentali, come il diritto alla privacy, poiché i soldati sono incentivati a raccogliere quante più foto di palestinesi uomini, donne e bambini possibili in una sorta di competizione. I militari devono fermarsi immediatamente", ha detto al WaPo Roni Pelli, avvocata dell'Associazione per i diritti civili in Israele.

 

La rete di videocamere in strada

Oltre all’app sugli smartphone chiamata BlueWolf, i militari hanno anche installato delle videocamere dotate di riconoscimento facciale ai checkpoint, ma soprattutto una serie di videocamere sparse nella città di Hebron, dai tetti alle strade. “Un’ampia rete di videocamere a circuito chiuso, soprannominate Hebron Smart City, forniscono un controllo in tempo reale della popolazione della città e, dice un ex-soldato, possono a volte anche puntare dentro le case private”, scrive la testata americana.

Per la Israel Defense Forces (IDF), ovvero per i militari israeliani, si tratterebbe di “operazioni di sicurezza di routine” che sarebbero “parte della lotta contro il terrorismo e gli sforzi di migliorare la qualità della vita dei palestinesi”. Ma secondo le testimonianze di questi ultimi, raccolte dal Washington Post, il progetto avrebbe solo peggiorato la loro esistenza. Diversi hanno spiegato di non sentirsi più a loro agio nel socializzare quando sono all’aperto, consapevoli di essere sempre ripresi. Altri hanno indicato nell’aumentata sorveglianza una delle ragioni che li hanno spinti ad andarsene.

 

Spyware sui telefoni di attivisti e politici

Le rivelazioni su questo programma arrivano nei giorni in cui è stato ritrovato lo spyware Pegasus, software spia prodotto dalla società israeliana NSO Group, sugli smartphone di sei attivisti palestinesi per i diritti umani, tre dei quali sono membri di note ONG locali che però lo scorso 19 ottobre il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha accusato di essere organizzazioni terroristiche. Questa designazione (che è avvenuta successivamente all’hacking dei dispositivi dei sei attivisti, e dopo pochi giorni che uno di questi si era rivolto a degli esperti per controllare il proprio telefono, come ricostruito dalla ONG Frontline Defenders) è stata condannata da altre organizzazioni per i diritti umani, esperti Onu e rappresentanti di diversi governi, e ha preoccupato vari Paesi dell’Unione europea, inclusa l’Italia. “Come viceministro responsabile per la Cooperazione allo Sviluppo non posso che esprimere preoccupazione per la designazione da parte israeliana di 6 ONG palestinesi umanitarie e di difesa dei diritti fondamentali come ‘organizzazioni terroristiche’”, ha dichiarato la viceministra degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Marina Sereni. “Molte di queste organizzazioni intrattengono fruttuosi rapporti di collaborazione con numerosi paesi donatori, inclusa l’Italia, per l’attuazione di progetti di cooperazione allo sviluppo e di assistenza umanitaria”.

Il ritrovamento del software sui dispositivi dei sei attivisti è stato verificato dall’ONG Frontline Defenders (qui report), e poi validato (qui il report tecnico) anche dai ricercatori di sicurezza di Amnesty International e Citizen Lab, specializzati in analisi di malware sofisticati di questo tipo, che sono capaci di sorvegliare tutte le attività di un telefono, dai messaggi alle mail alle foto, o di attivare microfono e videocamera. Uno dei sei attivisti ha anche nazionalità francese, e un altro anche nazionalità americana. Successivamente, il ministero degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha dichiarato che lo spyware Pegasus sarebbe stato rilevato (in questo caso da propri tecnici) anche sui "cellulari appartenenti a tre alti funzionari del ministero".

La scorsa settimana il dipartimento del Commercio Usa ha aggiunto le società israeliane NSO Group e Candiru, produttrici di spyware, nella sua entity list: vuol dire che le esportazioni da parte di soggetti statunitensi a queste società sono ora soggette a restrizioni. Per il Dipartimento americano infatti le due società agirebbero “in maniera contraria agli interessi di sicurezza nazionale e di politica estera degli Stati Uniti”. Inoltre, scrive ancora il Dipartimento, avrebbero “sviluppato e fornito spyware a governi stranieri che hanno usato questi strumenti per prendere di mira funzionari governativi, giornalisti, uomini d’affari, attivisti, accademici e personale nelle ambasciate”.

 

Le aziende che lavorano sul riconoscimento facciale

Tornando alle tecnologie di riconoscimento facciale utilizzate dai militari israeliani, indiscrezioni sulla realizzazione di un programma di sorveglianza biometrica nei territori occupati erano già emerse nel 2019. Allora era stata chiamata in causa la società tech israeliana AnyVision (l’inchiesta del WaPost di questi giorni non chiarisce quale sarebbe il fornitore tecnologico del programma, e si limita a citare precedenti indagini giornalistiche su AnyVision).

“Secondo cinque fonti informate sui fatti, la tecnologia di AnyVision alimenta un programma di sorveglianza militare segreto in Cisgiordania”, aveva scritto infatti nel 2019 la testata americana NBC. La società però aveva negato con forza, confermando solo l’utilizzo del suo software ai checkpoint. Prima ancora di NBC era stata la testata israeliana Marker a parlare di un progetto speciale in Cisgiordania, al di là dei checkpoint, in cui sarebbe stata coinvolta l’azienda. E ne sottolineava i legami con gli apparati di intelligence. “Il presidente di Anyvision, Amir Kain, è l’ex-capo del Malmab, il dipartimento di sicurezza del ministero della Difesa. Uno degli adviser di Anyvision è Tamir Pardo, l’ex-capo del Mossad [il noto servizio di intelligence israeliano, ndr]”, scriveva The Marker. In contemporanea a quelle polemiche, Microsoft, che aveva investito nella società, annunciava di cedere le proprie quote nel 2020. E due settimane fa AnyVision ha cambiato nome in Oosto: “Il nuovo nome è stato scelto perché corto, facile da pronunciare e libero da preesistenti associazioni”, ha dichiarato l’azienda.

Più recentemente AnyVision - insieme a un’altra società della difesa israeliana, Rafael - ha creato una joint venture che produce droni e cani robotici da usare in ambiti militari, in cui verranno integrate tecnologie di riconoscimento facciale, presentate come uno strumento in grado di distinguere innocenti civili da altri. Nel frattempo ha anche rifornito gli ospedali di software di questo tipo. Come raccontato da Times of Israel, nel 2020 il più grande nosocomio israeliano, lo Sheba Medical Center a Ramat Gan, utilizzava i programmi AnyVision per condurre indagini epidemiologiche sullo staff. Se qualcuno risultava positivo, il sistema scansionava le registrazioni delle videocamere di sicurezza per individuare le persone che erano state a contatto con l’individuo.

Non è l’unica società israeliana con questo genere di offerta. La startup CorSight AI propone la sua tecnologia di riconoscimento facciale a polizie e apparati di sicurezza, ma anche aziende e autorità sanitarie per la gestione della pandemia. “Se rintracciato un paziente COVID-19 in un’area pubblica, la tecnologia può aiutare a identificare la trasmissione potenziale passando in rassegna le persone che sono state vicine all’individuo malato, per quanto tempo e a che distanza”, dichiarava la società. Mentre tra i casi d’uso pubblicizzati sul suo sito c’è anche l’individuazione di chi violi la quarantena.
CorSight AI nel 2020 ha raccolto 5 milioni di dollari da un fondo d’investimento canadese, Awz ventures, specializzato in intelligence e sicurezza. Il management e gli advisor di Awz includono ex-alti dirigenti dei servizi segreti canadesi e israeliani.

 

Articolo uscito anche nella newsletter Guerre di Rete,  curata da Carola Frediani. 

 

da qui

mercoledì 24 febbraio 2021

Attacco all’America: SolarWinds, l’operazione di cyberspionaggio senza precedenti - Carola Frediani

 


Agli inizi di dicembre un'azienda di cybersicurezza dichiara di essere stata violata da hacker sofisticati. Ma nel giro di pochi giorni la storia diventa molto più imponente, assume i contorni di una campagna di cyberspionaggio che ha infiltrato importanti dipartimenti e agenzie federali del governo americano. E che in realtà ha ramificazioni globali, considerato il modo in cui gli aggressori sono entrati: infettando gli aggiornamenti di un software usato da migliaia di organizzazioni in tutto il mondo. Secondo fonti statunitensi riportate dai media, i responsabili sarebbero i russi. Al di là dell’attribuzione - cui mancano ancora elementi precisi - sembra trattarsi di una delle azioni di cyberspionaggio più riuscite degli ultimi anni. E condotta in uno dei modi più insidiosi: attraverso la supply-chain.

Ma procediamo con ordine.

 

Antefatto: la violazione dell'azienda di cybersicurezza FireEye

È l’8 dicembre. Una delle più rilevanti aziende di cybersicurezza americane, FireEye, nota soprattutto per le sue attività di intervento e risposta a gravi incidenti informatici subiti da organizzazioni governative e altre grosse imprese, se ne esce con una comunicazione pesante: dice di aver subito un attacco da una entità malevola (in inglese, threat actor) altamente sofisticata che ha avuto accesso alla sua rete interna. Insomma dice di essere stata “hackerata” (qui il comunicato). E che ora c’è una indagine in corso insieme all’FBI e a partner come Microsoft.

Che cercavano gli attaccanti? Cosa hanno ottenuto? Secondo la stessa FireEye, gli intrusi volevano soprattutto informazioni sui suoi clienti governativi. E sarebbero stati in grado di accedere ad alcuni dei suoi sistemi interni, anche se - scrivono - “non abbiamo trovato prove che abbiano esfiltrato (sottratto, ndr) dati dai nostri sistemi primari contenenti informazioni sui clienti (...). Se scopriremo che tali informazioni sono state prese, li contatteremo direttamente”.

La situazione è ancora fluida e incerta, dunque. Una prova che qualcosa è stato preso dagli attaccanti c’è, per ammissione della stessa azienda: gli intrusi hanno messo le mani sugli strumenti usati dal suo Red Team (il team dedicato a testare in questo caso la sicurezza dei clienti agendo, ovviamente su autorizzazione, come un hacker malevolo) e si sono presi la cassetta degli attrezzi usata per aggirare sistemi di sicurezza a scopo di test. Nessuno di questi strumenti, però, conteneva vulnerabilità sconosciute ai produttori di software (exploit zeroday, attacchi che sfruttano vulnerabilità note solo agli attaccanti e per le quali i produttori dei software/sistemi interessati hanno avuto zero giorni di tempo per approntare dei rimedi, essendo ancora appunto all’oscuro). Pertanto, non sono strumenti potenti e immediatamente dannosi come potevano essere quelli rubati all’agenzia di sicurezza americana NSA nel 2016 e poi diffusi online (infine usati da altri per fare attacchi fulminei, globali e rovinosi come Wannacry e NotPetya). E tuttavia possono essere lo stesso un bel problema. FireEye dice di non sapere se o come gli attaccanti vogliano usare tali strumenti ma, a titolo preventivo, rilascia una serie di contromisure da adottare per ridurne l’eventuale impatto o efficacia qualora qualcuno li volesse adoperare.

Bene, qui sembrerebbe finire la storia, che resta tutto sommato confinata al mondo dell’industria cyber – sebbene la violazione di una società di cybersicurezza di primo piano sia una discreta notizia e sebbene restino aperte una quantità di domande: in primis come FireEye sia stata violata, chi, perché lo abbia fatto, quando, e cosa sia stato effettivamente preso (non è la prima volta che capitano violazioni a società di sicurezza, in passato ci sono stati anche i casi di Kaspersky, RSA e Avast, ad esempio).
Invece, è solo l’inizio, o meglio la fase finale di un attacco che diventa l’incipit mediatico, che scoperchia una vicenda grossa, forse l’attacco informatico più insidioso e ambizioso degli ultimi anni, anche se poco visibile, poco tangibile (per fortuna) in termini di danni evidenti o conseguenze immediate per gli utenti (almeno, per ora...).

 

L’attacco alle agenzie governative americane

Passano pochissimi giorni, è domenica 13 dicembre, e salta fuori un altro tassello del puzzle. Reuters rivela che “hacker ritenuti al servizio della Russia hanno monitorato il traffico email interno dei dipartimenti del Tesoro e del Commercio americano”, citando fonti anonime governative, e aggiungendo che si tratterebbe probabilmente della punta dell’iceberg. Sia chiaro, già così, la notizia è raggelante, ma appunto è ancora solo un pezzetto. Poco dopo anche il Washington Post e il Wall Street Journal aggiungono dettagli e iniziano ad annodarsi alcuni fili. Emerge che gli hacker hanno violato il software d’ufficio, ovvero Office 365 di Microsoft, della National Telecommunications and Information Administration (NTIA), nientedimeno che l’agenzia del Dipartimento del Commercio che lavora con la Presidenza americana sulle politiche relative alle telecomunicazioni e alla Rete, sugli standard e il blocco di import/export di tecnologia considerata un rischio per la sicurezza nazionale (un tema caldissimo negli Usa negli ultimi anni).

“Le email dei dipendenti dell’agenzia sono state monitorate dagli hacker per mesi”, scrive Reuters in una frase che dovrebbe appunto far ghiacciare il sangue a un qualsiasi funzionario del governo americano (non parliamo dell’intelligence). Ma non sono le sole agenzie federali colpite. Dopo alcune ore uscirà che a essere monitorate sono state anche le comunicazioni del Dipartimento di sicurezza interna (DHS, Department of Homeland Security) che tra le altre cose si occupa di controllo delle frontiere, cybersicurezza e distribuzione del vaccino per la COVID-19, scrive in un altro articolo Reuters. Ma anche prima che uscissero nuove vittime, fonti a conoscenza dell’indagine dichiaravano al WSJ che si trattava potenzialmente del cyberattacco più preoccupante in anni, e che poteva aver permesso “alla Russia di accedere alle informazioni sensibili di agenzie governative, aziende della Difesa e altre industrie”. In una scala da uno a dieci si arrivava a dieci in termini di severità e implicazioni per la sicurezza nazionale, diceva la fonte.

 

Russia, Usa e APT

Ma perché la Russia? Da dove salta fuori l’attribuzione? A indicarla genericamente sono Reuters e WSJ riferendo fonti anonime governative o dell’intelligence americana. Il Washington Post arriva a dire che si tratterebbe dell’agenzia russa di intelligence per l’estero SVR. Non ci sono altri elementi per accusare Mosca, che ha respinto pubblicamente le accuse. Sappiamo solo che la SVR è stata spesso associata dagli USA e da aziende di security a intense, avanzate attività di cyberspionaggio, come quelle attribuite a un gruppo hacker noto come APT29 o Cozy Bear, che viene infatti esplicitamente additato dal Washington Post. Attività di solo spionaggio e non di leak e disinformazione che sono state ascritte invece a un altro gruppo, APT28 o Fancy Bear, sospettato di essere legato al GRU, l’intelligence militare russa. Per capirci, nel caso degli attacchi ai Democratici del 2016 negli USA, in cui sono stati sottratti e diffusi online email e documenti del Comitato nazionale democratico e di altri politici, sono stati rilevati due diversi gruppi in azione: APT29 (Cozy Bear) avrebbe fatto sostanzialmente spionaggio, APT28 (Fancy Bear) sarebbe responsabile invece del lavoro più sporco, di leak e tentata interferenza nel dibattito pubblico.

Ma i ricercatori negli anni hanno evidenziato e nominato diversi gruppi russi di hacker, ad esempio Sandworm, accusato da una incriminazione americana di essere ancora parte del già citato GRU e di aver operato attacchi distruttivi, che hanno prodotto blackout elettrici o sabotato intere reti aziendali. E infatti oggi, dando per buona l’attuale attribuzione, c’è chi commenta, come il giornalista Andy Greenberg: “Pensate solo se questa operazione fosse stata realizzata da Sandworm invece che da APT29, e si fosse concentrata sulla distruzione invece che sullo spionaggio”. Ma su questo, e su tale preoccupazione, ci torniamo dopo.

 

La compromissione di SolarWinds

Intanto, al di là della complicata e a volte discutibile geometria delle attribuzioni e dei gruppi APT (Advanced Persistent Threat, una sigla usata per indicare gruppi hacker avanzati con proprie caratteristiche), qualche altro filo continua ad annodarsi. Il Washington Post infatti collega l’infiltrazione delle comunicazioni governative alla violazione subita e rivelata giorni prima da FireEye. E aggiunge dettagli su come sarebbe avvenuto l’attacco: attraverso un fornitore di servizi informatici per aziende. Un grosso, gigantesco fornitore - SolarWinds, sede in Texas - che agli utenti comuni dice poco, ma che vanta 300mila clienti nel mondo che usano le sue piattaforme per gestire e monitorare la propria infrastruttura IT, tra cui buona parte delle prime 500 società americane per fatturato (Fortune 500), le prime 10 aziende di telecomunicazioni statunitensi, i militari USA, il Dipartimento di Stato, la NSA (su questa ci torniamo dopo), e l’ufficio del Presidente. E poi i laboratori di Los Alamos, o media come il New York Times. Ma SolarWinds serve clienti ovunque, anche in Italia (tra cui Telecom Italia, presente nella lista clienti sul sito prima che fosse tolta in questi giorni). Deve quindi essere chiaro che ci troviamo di fronte a una campagna di spionaggio mirato, in cui le potenziali vittime possono essere anche fuori dagli USA. Microsoft, ad esempio, ha identificato più di 40 suoi clienti nel mondo colpiti in modo profondo da questa campagna. Anche se l'80% di questi stanno negli USA altri sono sparsi tra Canada, Messico, Belgio, Regno Unito, Israele ed Emirati Arabi Uniti, ha scritto in un post l'azienda informatica. Ma, ha ribadito, la lista dei luoghi e dei clienti andrà aumentando e include aziende di sicurezza e tecnologia.

 

La dinamica dell’attacco attraverso l’aggiornamento software

Ma in che modo c’entra SolarWinds? Già i primi articoli descrivono un attacco in cui gli hacker sono riusciti a infiltrare i sistemi delle vittime attraverso l’aggiornamento malevolo di un software usato dalle stesse, un aggiornamento cioè introdotto nei prodotti di SolarWinds ovviamente a insaputa dell’azienda. In particolare la vulnerabilità, come la chiamano i portavoce della società, riguarderebbe gli aggiornamenti di Orion, un software per gestire l’infrastruttura IT (nello specifico un NMS, Network Management System; come ha detto qualcuno, SolarWinds è per i  NMS l’equivalente di Kleenex per i fazzoletti di carta).

Aggiornamenti malevoli rilasciati - notate le date, dunque la durata delle compromissioni - tra marzo e giugno 2020. “Pensiamo che questa vulnerabilità sia il risultato di un attacco statale di tipo supply-chain (catena di fornitura) mirato, sofisticato e manuale”, dichiarano sui media. Per decifrare la frase, servono ulteriori informazioni. Alcune arrivano da nuove comunicazioni di FireEye. Che da un lato riconosce, pur dando pochi dettagli su se stessa, che l’attacco subito e dichiarato giorni prima è effettivamente collegato alla vicenda SolarWinds, come già trapelato su alcuni media. Dall’altro, pubblica una analisi della campagna globale di intrusione degli attaccanti - battezzati UNC2452, una sigla che per l'azienda designa entità ancora sconosciute, "unknown"- che avrebbe colpito molte organizzazioni fin dalla primavera 2020 usando questo aggiornamento di SolarWinds trasformato in un trojan, in un software malevolo - chiamato Sunburst o Solarigate dai ricercatori - nascosto sotto le apparenze di uno strumento legittimo. Una volta installato apre una porta, una backdoor, una via d’accesso segreta dentro i sistemi target attraverso cui poi gli attaccanti, dopo vari passaggi, iniziano a muoversi lateralmente in modo da infiltrare più in profondità le organizzazioni.

 

Le reazioni: “Stacca stacca stacca!”

All’emergere della notizia, l’agenzia federale per la sicurezza delle infrastrutture e per la cybersicurezza (CISA)  - il cui direttore è stato licenziato in tronco poche settimane fa da Trump con un tweet per aver riaffermato che le elezioni si erano svolte in sicurezza  - ha emesso una rara direttiva di emergenza per dire a tutte le agenzie civili federali di esaminare le proprie reti per possibili compromissioni, e di interrompere immediatamente l’utilizzo dei prodotti Orion di SolarWinds. Mentre la Casa Bianca ha tenuto un apposito incontro del National Security Council. Già, perché dopo pochi giorni si sono delineate altre potenziali vittime della campagna. Ad avere comprato i software di SolarWinds ci sono il Dipartimento della Difesa, il CyberCommand (l’unità cyber dei militari), l’FBI e molti altri, perfino la citata CISA, riferisce Forbes. Non è chiaro però se siano stati effettivamente infiltrati o meno, al momento di pubblicazione di questo articolo. Le entità certamente violate (almeno in parte) sarebbero al momento: il Dipartimento di Stato, la Homeland Security, il Commercio, il Tesoro, il National Institutes of Health, più il Pentagono, aggiunge il New York Times. Non solo: l’agenzia di sicurezza nazionale, l’NSA - nota in tutto il mondo per intercettare comunicazioni e violare Reti straniere ma che ha anche il compito di difendere il paese da esterni - non era a conoscenza dell’attacco fino al momento in cui le sarebbe stato notificato da FireEye, scrive ancora il New York Times. E considerato che è andato avanti per mesi (la durata è sicuramente uno degli aspetti che rende grave l’infiltrazione negli apparati governativi), che la stessa NSA usava il software di SolarWinds, che due violazioni riguardano lo stesso Pentagono e il Dipartimento di sicurezza interna (responsabile della agenzia di cybersicurezza), si capisce quanto la vicenda sia importante e insieme imbarazzante per gli USA.

 

Cosa sappiamo sulle vittime?

Ma effettivamente quante organizzazioni sono state colpite e davvero infiltrate dagli aggressori? SolarWinds ha dichiarato che meno di 18mila dei suoi clienti avrebbero scaricato l’aggiornamento software compromesso che permetteva agli hacker di entrare con una backdoor. La ragione per cui il numero di vittime effettive è inferiore alle potenziali deriva – scrive su Linkedin l’esperto di cybersicurezza Alberto Pelliccione – dal fatto che “non tutti i prodotti SolarWinds sono stati compromessi (bensì solo Orion, che secondo l’azienda sarebbe usato da 33mila dei suoi oltre 300mila clienti, ndr), e anche dal fatto che gli amministratori tendono a disabilitare aggiornamenti automatici della piattaforma”. Quindi, la realtà è che molte aziende si sono salvate perché non avevano fatto gli aggiornamenti da tempo. Poi è anche vero che non tutte erano probabilmente di primario interesse per gli attaccanti. In compenso, ipotizza ancora Pelliccione, c’è la possibilità che le versioni compromesse facessero partire degli aggiornamenti automatici sulle singole macchine (agent), in modo da facilitare l’installazione di ulteriori componenti.

Nel mentre la società cinese RedTrip Team individuava un centinaio di domini sospettati di essere stati attaccati dall’entità UNC2452 attraverso gli aggiornamenti SolarWinds. In questa lista ci sono università, governi, e aziende tech tra cui, sostengono i ricercatori, anche Cisco e Intel (Cisco ha poi confermato di aver trovato gli  aggiornamenti malevoli e che al momento "non c'è alcun impatto noto alla nostra offerta o prodotti", ma di stare investigando, Intel non ha invece ancora confermato).

Più o meno in contemporanea, FireEye, Microsoft e GoDaddy (il registrar di uno dei domini usati dagli attaccanti per gestire il malware), sequestravano uno di questi domini, un dominio chiave, usato per comunicare con i sistemi infettati, e lo riconfiguravano in modo da agire come un “interruttore” (un killswitch), per impedire al malware di continuare a operare.

Attenzione però: questo intervento “non eliminerà gli aggressori dalle reti delle vittime dove hanno introdotto altre vie d’accesso, backdoor. Tuttavia, renderà più difficile per loro sfruttare le versioni precedentemente distribuite di Sunburst”. In pratica, spiega a Valigia Blu l’esperto di cybersicurezza Gerardo Di Giacomo, “la collaborazione fra queste aziende ha permesso di prendere il controllo del dominio malevolo e di attivare il “kill-switch”, cioè il meccanismo di blocco del malware, probabilmente inserito dagli autori per rimanere nascosto. Una tecnica simile l’abbiamo vista con il malware Wannacry” (quando il ricercatore Marcus Hutchins nel 2017 bloccò il ransomware che stava ricattando centinaia di organizzazioni in molti Paesi, e anche allora si parlò di killswitch, ndr).

 

Un caso esemplare di attacco supply-chain

La vicenda è un caso esemplare e potente di attacco alla supply-chain del software, cioè di un attacco che passa dalla catena di fornitura e sviluppo delle componenti di un software. Sono ancora pochi gli episodi registrati, il più devastante era stato quello con cui, a partire dalla compromissione di un software per la contabilità e il fisco usato in Ucraina, nel 2017 era stata diffusa a livello globale l’infezione NotPetya, un software malevolo usato non per fare spionaggio ma per danneggiare e sabotare i sistemi. Gli USA hanno poi incriminato per quell’attacco il già citato gruppo di hacker russi noti come Sandworm e parte dell’intelligence militare, GRU.

Gli attacchi supply-chain sono particolarmente difficili da individuare. E probabilmente quelli che stiamo vedendo sono solo l’inizio di una serie, dal momento che negli ultimi anni aziende e governi hanno rafforzato le proprie difese interne, per cui gli attaccanti devono trovare nuovi punti di accesso come appunto fornitori e terze parti, ha spiegato l’ex-hacker dell’NSA, oggi consulente privato, Jake Williams in un webinar di questi giorni dedicato al caso SolarWinds.

 

Conseguenze e sviluppi

Tra le tante, possibili ricadute legali della vicenda, c’è anche la vendita di milioni di dollari di azioni di SolarWinds da parte di alcuni suoi investitori giorni prima delle rivelazioni sull’incidente. Azioni che nei giorni successivi sono scese di oltre il 30 per cento. La SEC, l’ente di vigilanza sulla borsa americana, starebbe per aprire una indagine per insider trading, riferisce il Washington Post.

In generale, restano ancora molti punti interrogativi su questo attacco: sappiamo poco o nulla delle vittime fuori dagli Usa; e anche nel caso del governo americano, non è ancora chiara l’entità dettagliata della compromissione. Né sappiamo - scrive Politico - quanto tempo è passato dall’intrusione in FireEye alla scoperta della campagna. O come abbiano fatto esattamente gli attaccanti a compromettere il software di SolarWinds – l’azienda nel report per la SEC scrive che la “vulnerabilità è stata introdotta come risultato di una compromissione del sistema di assemblaggio di Orion e non era presente nel codice sorgente dei suoi repository”.

Cosa vuol dire? “È praticamente il sistema che riceve il codice sorgente del software, lo trasforma in un eseguibile e procede con il rilascio”, commenta Di Giacomo. “Gli attaccanti sono riusciti a inserire il loro codice prima che il software venisse firmato digitalmente, una procedura che dovrebbe garantire la sua genuinità”.

Ma, nel report, SolarWinds dice anche di stare investigando un “vettore di attacco usato per compromettere le mail aziendali e che potrebbe avere fornito l’accesso ad altri dati” (...) e sta  cercando di capire “se questa compromissione è associata all’attacco al software di assemblaggio di Orion”.

Tradotto: sta cercando di capire se gli attaccanti sono riusciti a compromettere il suo software come conseguenza di una precedente violazione interna all’azienda. Del resto, l’agenzia per la cybersicurezza americana afferma che l’attacco attraverso Orion/Solarwinds “non è il solo vettore iniziale di infezione” sfruttato dagli attaccanti.

L’attacco e la campagna di spionaggio attraverso SolarWinds (qualcuno lo chiama SolarWinds Hack) avranno conseguenze anche geopolitiche.  Mentre Trump non si esprimeva e il segretario di Stato Mike Pompeo sembrava minimizzare l’accaduto, inquadrando l’attacco in uno dei tanti assalti subiti dalle agenzie federali e tirando in ballo la Cina, il presidente-eletto Biden affermava che la sua amministrazione imporrà “costi sostanziali” ai responsabili. “Una buona difesa non è abbastanza; dobbiamo in primo luogo disarticolare i nostri avversari impedendogli di intraprendere cyberattacchi significativi”, ha aggiunto. Nel mentre, l’agenzia per la cybersicurezza emanava un alert preoccupante: “Questa minaccia pone un grave rischio al governo federale e ai governi territoriali, statali, locali, tribali così come alle entità che si occupano di infrastrutture critiche e altre organizzazioni private”.

Insomma, è probabile che l'amministrazione Biden imporrà sanzioni alla Russia (se il governo Usa confermerà l'iniziale attribuzione), e/o aumenterà la risposta muscolare degli Stati Uniti a livello informatico o su altri piani. Del resto anche Pompeo, sabato mattina, cambiava atteggiamento e usciva con un'accusa pubblica alla Russia.

Inoltre, sebbene la campagna fosse orientata allo spionaggio, “l’estensione e profondità della violazione sollevano il timore che gli hacker potrebbero anche usare i loro accessi per bloccare sistemi, corrompere o distruggere dati, o prendere il controllo di sistemi che gestiscono processi industriali”, scrive il New York Times. Ovvero, gli americani possono anche aver citato le silenziose e discrete cyberspie di APT29 ma in testa hanno la preoccupazione di un comportamento distruttivo, da cyberguerra, alla Sandworm che nel 2015 in Ucraina causò un blackout elettrico, e che nel 2017 fece partire l’infezione NotPetya che cifrava in modo irreversibile i computer colpiti (e del resto la distinzione fra i gruppi è più che altro il frutto delle esigenze degli analisti).  Ad esempio, aveva preoccupato la notizia che tra le vittime ci fossero anche il Dipartimento dell’Energia e la National Nuclear Security Administration che gestisce la scorta nucleare, ma sempre secondo il New York Times la violazione non avrebbe toccato funzioni di sicurezza critiche.

Certo, l’impressione è che resti molto da scavare in tutta questa storia. Poche ore prima di pubblicare questo articolo, ad esempio, Reuters ha scritto che anche Microsoft sarebbe stata hackerata nella campagna che ha colpito le agenzie americane attraverso i prodotti SolarWinds. E che gli stessi prodotti Microsoft sarebbero stati usati per fare attacchi ad altri. Il colosso tech ha però negato di essere stato veicolo di attacchi ad altri, ma ha riconosciuto - scrive CNN - di aver trovato gli aggiornamenti malevoli di SolarWinds nei propri sistemi, specificando che non ci sarebbe prova che questi abbiano significato una violazione di dati (data breach) o che gli attaccanti abbiano sfruttato l'accesso.

La realtà è che di questa faccenda e delle sue ricadute siamo ancora all’inizio.

 

Sì ma che dobbiamo fare noi?

Se siete utenti comuni continuate ad aggiornare i sistemi e i software, il rischio di violazioni derivanti dal mancato aggiornamento è certamente ancora superiore al rischio di possibili attacchi supply-chain (per altro quello che abbiamo visto almeno per ora interessa soprattutto aziende e organizzazioni).

Se lavorate in aziende e vi occupate di IT o security è importante ribadire che non tutti quelli che hanno ricevuto gli aggiornamenti compromessi sono stati poi presi di mira dagli hacker con una infiltrazione successiva, come ribadito dal CISA americano. Che però raccomanda di indagare nel caso. Qui alcuni documenti tecnici:

·         Important steps for customers to protect themselves from recent nation-state cyberattacks - Microsoft

·         Ensuring customers are protected from Solorigate -  Microsoft

·         Malware encyclopedia description - Microsoft

·         SolarWinds Security Advisory

·         Report SolarWinds alla SEC

·         Highly Evasive Attacker Leverages SolarWinds Supply Chain to Compromise Multiple Global Victims With SUNBURST Backdoor - Fireeye

·         Mitigate SolarWinds Orion Code Compromise - DHS

·         Active Exploitation of SolarWinds Software - CISA

·         Advanced Persistent Threat Compromise of Government Agencies, Critical Infrastructure, and Private Sector Organizations - CISA Alert

da qui