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domenica 2 novembre 2025

Il «treno della vergogna» a Bologna: una storia senza fondamento - Nicoletta Bourbaki

 

Un convoglio di esuli istriani dileggiato dai ferrovieri «rossi». Un episodio ambientato nel 1947, ma che non ha riscontro in nessuna fonte dell’epoca e ha preso la sua attuale forma soltanto nel XXI secolo.

 

INDICE
1. Filmati falsi fatti con l’IA e vecchie fantasie di martirio
2. Giornali, questura, prefettura: negli archivi nessuna traccia
3. Pola 1947
4. 1957, «il PCI contro il treno degli esuli!!1!»
5. 1991, Magris traghetta la storia nel mainstream
6. 2004, arrivano i sassi e il latte versato
7. Sempre più dettagli, sempre più incongrui, persino Vivoda smentisce
8. Wikipedia: Different Trains
9. Discorsi istituzionali e para-istituzionali: Meloni, Cristicchi & Co.
10. Un articolo mai esistito e la reale posizione del PCI
Flash forward: 2 agosto 1991

1. Filmati falsi fatti con l’IA e vecchie fantasie di martirio

Da alcune settimane circola un video intitolato «Il treno della vergogna». Lo si può reperire facilmente su YouTube ma preferiamo descriverlo, riportando in corsivo il testo letto dalla voce narrante.

Il video si apre sulle note di una musica drammatica, sembra un quartetto d’archi. Scorrono uno dopo l’altro vari filmati “d’epoca”. Un treno a vapore arriva in una stazione. Una voce impostata, mesta ma decisa, comincia subito a raccontare:

18 febbraio 1947: un treno merci arriva a Bologna, sotto il gelo dell’inverno. Dentro, donne, bambini, anziani. Si vedono donne, bambini e anziani sulla paglia dentro un carro merci.

Sono italiani, in fuga dall’Istria, dalle foibe, dalla fame. Un filmato mostra una famiglia che abbandona a piedi una città in fiamme.

Hanno affrontato un viaggio disperato. Li aspettano pasti caldi preparati dalla Croce rossa. Stacco su una cucina da campo.

Ma ad accoglierli c’è l’odio. Nuovo stacco, carrellata su un picchetto operaio. Un cartello compare per un momento in primo piano. C’è scritto:

«TO NOO TCNCOCTNJ INC NNDWAI DOWINO FACCISTS! FAFIASTI INNIFACAS».

Dai microfoni voci sindacali minacciano lo sciopero. Li chiamano fascisti. Dai marciapiedi volano sassi, pomodori. Gente scende dal treno sotto una gragnuola di sassi.

Il latte per i bambini versato con disprezzo sulle rotaie. Un tizio versa del latte sui binari da una grande bigoncia di alluminio. Zoom sulla mezza figura di una madre dal volto disperato.

Il treno riparte, umiliato. Solo a Parma troveranno assistenza. Quel convoglio è passato alla storia come il treno della vergogna. Un treno parte dalla stazione. Sulla fiancata, a caratteri cubitali, c’è scritto: «VERGOGNA».

Perché l’Italia quel giorno voltò le spalle ai suoi figli.

Fine.

Il video utilizza immagini e filmati generati digitalmente in modo da sembrare “autentici”. In questo caso l’utilizzo dell’IA è dichiarato mediante una scritta, e il lavoro è grezzo, come dimostrano le scritte senza senso sui cartelli. Tuttavia, l’estrema facilità e rapidità con cui, grazie all’IA generativa, si possono confezionare falsi storici – non dichiarati e ben più convincenti di questo – pone enormi problemi alla storiografia di oggi e ancor più ne porrà a quella di domani.

Lo scrisse già Marc Bloch ormai più di ottant’anni fa: «tra tutti i veleni capaci di viziare una testimonianza, l’impostura è il più virulento». E quanto a carica virale, rispetto al 1940-43 l’impostura ha fatto passi da gigante.

È necessario attrezzarsi, senza lasciarsi travolgere, senza ansie. «Quando tutto accade veloce, impara a essere lento», diceva il personaggio di un romanzo. Sulle sfide che ha di fronte il metodo storiografico nell’epoca dell’IA stiamo riflettendo fittamente e coi nostri tempi ne scriveremo.

Ma andiamo ora al contenuto del video in questione, alla storia che la voce fuori campo ci narra.

2. Giornali, questura, prefettura: negli archivi nessuna traccia

L’episodio, prima di ridursi a un prompt da far processare a un software, era già diventato nel corso dei decenni uno degli eventi canonici della narrativa sull’esodo istriano.

In questa storia, tuttavia, l’unica cosa di cui è possibile trovare un riscontro documentato da fonti coeve è la sosta a Bologna, il 18 febbraio 1947, di un treno che trasportava diverse centinaia di profughi istriani in viaggio da Ancona a La Spezia.

Su L’Avvenire d’Italia, quotidiano cattolico stampato a Bologna – in seguito sarebbe diventato semplicemente l’Avvenire – il 20 febbraio compare un trafiletto che riporta la seguente notizia:

Transitati da Bologna altri 2200 profughi di Pola.

Affettuosa assistenza della P.C.A.

Ieri sono passati dalla nostra Stazione diretti in varie città circa 2200 profughi di Pola. Accolti sempre dalla Commissione Pontificia e ristorati con vivande calde hanno proseguito il loro viaggio. Tutti sono gratissimi della accoglienza che loro riserva il Posto di Ristoro della Pontificia Commissione Assistenza. È sempre pressante l’invito per aiuti al Posto di Ristoro della Commissione Pontificia per poter dare ai fratelli di passaggio una accoglienza degna del loro grande sacrificio.

In tutto il mese di febbraio nessun giornale locale riporta notizie di disordini alla stazione di Bologna. Non c’è niente su l’Avvenire d’Italia, né sul Progresso d’Italia e nemmeno sul Giornale dell’Emilia, nome provvisorio, adottato in attesa che si calmassero le acque, del Resto del Carlino, testata troppo associata al collaborazionismo filonazista.

L’Avvenire d’Italia del 7 febbraio riporta in prima pagina la notizia di uno sgarbo dei ferrovieri di Vercelli, che non hanno permesso l’apposizione di striscioni di benvenuto ai profughi presso il punto di ristoro allestito nella stazione dalla Pontificia commissione di assistenza.

È dunque molto probabile che, se a Bologna si fossero svolti episodi analoghi o addirittura più eclatanti, il giornale ne avrebbe parlato. A maggior ragione ne avrebbe parlato l’anticomunista Giornale dell’Emilia.

È poi addirittura certo che, se vi fossero state contestazioni violente – o anche pacifiche – nei confronti dei profughi, ve ne sarebbe traccia negli archivi della Questura e della Prefettura, dove invece non risulta nulla.

I giornali dell’epoca li abbiamo consultati direttamente, mentre per le ricerche d’archivio in Questura e Prefettura facciamo riferimento alla tesi di laurea magistrale di Alberto Rosada intitolata The reception of the Istrian-Dalmatian refugees between history and memory, compilata sotto la supervisione della professoressa Giulia Albanese, che ci ha fornito molte conferme e ulteriori spunti per l’indagine.

La storia del «Treno della vergogna», raccontata proprio come nel video descritto sopra, è ritenuta praticamente da tutti un fatto storico acclarato. Talmente acclarato che quasi nessuno ha ritenuto di dover cercare riscontri nelle fonti coeve.

Ovviamente il cantante Simone Cristicchi l’ha inserita nel suo show Magazzino 18, insieme ad altri eventi “canonici” in cui la fantasia ha abbondantemente sopperito alla mancanza di fonti storiche.

Eppure, di quella storia non esistono tracce anteriori al 1957. Nemmeno nella pubblicistica di nicchia dell’associazionismo esule. E nel mainstream nazionale compare per la prima volta soltanto nel 1991.

Per ricostruire la genesi di questo mito dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e spiegare per sommi capi cosa stesse accadendo a Pola nel 1947.

3. Pola 1947

Dopo la liberazione dal nazifascismo, avvenuta il 5 maggio 1945 ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, Pola fu amministrata fino al 12 giugno dai poteri popolari instaurati dal partito comunista jugoslavo.

In seguito agli accordi di Belgrado tra jugoslavi e angloamericani, la città passò sotto il GMA, Governo Militare Alleato, insieme a Gorizia e Trieste.

Dopo l’arrivo degli alleati, nel giugno del 1945, fu fondato il CLN, Comitato di Liberazione Nazionale di Pola, di cui facevano parte democristiani, socialisti, liberali e azionisti, in contrapposizione ai comunisti che partecipavano invece all’UAIS, Unione Antifascista Italo-Slava, di orientamento filo jugoslavo.

A un lettore italiano l’espressione CLN richiama alla mente la lotta al nazifascismo nel periodo tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, ma quando ci si riferisce all’Istria la risonanza è fuorviante. Il CLN di Pola non nacque nella lotta contro il nazifascismo, ma solamente dopo la liberazione, in contrapposizione alla linea filojugoslava dei comunisti.

L’amministrazione angloamericana durò fino al 1947, quando fu firmato (10 febbraio) ed entrò in vigore (15 settembre) il trattato di Pace di Parigi, che assegnò Gorizia all’Italia e Pola alla Jugoslavia, e istituì il Territorio Libero di Trieste, sottoposto alla sovranità dell’ONU e diviso in due zone, una amministrata dagli angloamericani e una dagli jugoslavi.

Ricordiamo en passant che nei Balcani l’Italia aveva perso la guerra che essa stessa aveva cominciato insieme alla Germania nel 1941, invadendo la Grecia e la Jugoslavia. Aveva perso anche la guerra dichiarata a Francia e Regno Unito nel 1940, quella dichiarata all’Unione Sovietica nel 1941 e quella dichiarata agli USA sempre nel 1941. A Parigi dunque si presentò alle trattative da paese sconfitto, e in quanto tale subì perdite territoriali sia sul confine occidentale sia su quello orientale, e perse tutte le colonie.

A Pola il biennio 1945/47 fu un periodo torbido, ben descritto da Gaetano Dato nel suo libro Vergarolla 18 agosto 1946. Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e guerra fredda, ed. LEG, 2014. In città si fronteggiavano a viso scoperto i militanti filoitaliani e quelli filojugoslavi, e a viso coperto i servizi segreti angloamericani, jugoslavi e italiani. Erano inoltre presenti sul territorio diversi gruppi armati: ex partigiani comunisti, antifascisti italiani antijugoslavi e/o anticomunisti, e fascisti irriducibili.

Il giorno stesso della firma del trattato di pace il generale Robert de Winton, comandante delle forze britanniche a Pola, fu ucciso a colpi di pistola da Maria Pasquinelli, un’ex agente dell’intelligence della X MAS. Di lei e del suo ruolo nel raccogliere e diffondere leggende nere sulle foibe del 1943 abbiamo scritto a proposito del caso di Norma Cossetto.

Già nella tarda primavera del 1946 era ormai chiaro a tutti che la città sarebbe passata alla Jugoslavia, e il governo italiano, di concerto con il CLN di Pola e con la Pontificia Commissione di Assistenza, cominciò a organizzare l’evacuazione della componente italiana della città.

Non indagheremo qui le complesse dinamiche sociali, politiche, economiche e anche psicologiche che portarono alla partenza da Pola di quasi 30mila abitanti – quasi tutti italiani – sui circa 40mila totali. A chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, consigliamo di cominciare dal volume Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1980.

Riteniamo però importante sottolineare che non si trattò di una fuga rocambolesca di persone incalzate da un nemico in armi, come suggerisce il filmato fake che abbiamo descritto all’inizio di questo post. Si trattò invece di un’evacuazione ordinata, organizzata dal governo italiano – prima le masserizie e poi le persone –, con partenze regolari di grosse navi e liste di imbarco a cui i cittadini che volevano partire dovevano iscriversi.

Il grosso delle operazioni si svolse nei mesi di febbraio e marzo. I trasbordi di massa cominciarono già prima della firma del trattato di pace, e si conclusero con largo anticipo rispetto al passaggio di consegne tra angloamericani e jugoslavi, che avvenne solo in settembre.

Quasi metà dei profughi furono trasportati in Italia sul piroscafo Toscana, che compì in tutto dieci viaggi, sette da Pola a Venezia e tre da Pola ad Ancona. Altri profughi furono trasportati a Trieste sulle navi Pola e Grado, e altri ancora si mossero su navi più piccole o con mezzi propri.

Nel periodo che interessa a noi, quello tra il 15 e il 21 febbraio, il Toscana fece due viaggi: il 16 febbraio trasportò circa 2200 profughi ad Ancona, e il 21 febbraio trasportò circa 1000 profughi a Venezia.

L’episodio del passaggio del treno alla stazione di Bologna il 18 febbraio si riferirebbe ai profughi che partirono da Pola il 16 mattina e arrivarono ad Ancona la sera di quel giorno...

continua qui

sabato 15 febbraio 2020

I fatti, le cause e l’ulcera di Napoleone. A proposito di una recente presa di posizione del ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti - Nicoletta Bourbaki

  
Venerdì scorso il ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti ha partecipato al convegno «Quale futuro senza la storia?», organizzato dalla Gilda degli insegnanti, e in quell’occasione ha fatto alcune affermazioni sul metodo storico. Il sito di Repubblica ha riassunto così le sue parole:
«Credo molto in un approccio alla Storia che superi la superficialità del libro di testo. È come se raccontassimo la versione libresca del Trono di Spade. La Storia non è solo una sequenza di battaglie, c’è molto di più. Si possono raccontare le cose belle e le imperfezioni dei grandi personaggi del passato. Anche Napoleone aveva paura e aveva l’ulcera.»
Dal video dell’intervento (qui, dal min. 06:27) emerge che Fioramonti ha detto anche altre cose su cui varrà la pena spendere qualche parola. Ci arriveremo tra poco. Intanto cominciamo dai virgolettati riportati da Repubblica.
Il primo commento che verrebbe da fare è questo. «È come se raccontassimo la versione libresca del “Trono di Spade”.» Fioramonti si sarà accorto della gaffe? Qui non si tratta di fare dell’ironia su un ministro che probabilmente non conosce bene uno dei più noti fenomeni recenti della cultura pop, dato che dal modo in cui s’esprime sembra non sapere che la serie tv Il trono di spade è tratta dai libri del ciclo Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin. In realtà, la questione è molto meno banale.


Il ministro dell’istruzione prosegue: «la storia non è solo un insieme di battaglie. C’è molto di più.» Fioramonti fa anche un paio di esempi, che recuperiamo dal video. Di Cesare o di Napoleone, dice, non vanno ricordate solo le battaglie. Va saputo anche che il primo diede un contributo determinante alla dissoluzione di fatto dell’assetto istituzionale della libera res publica, per come s’era delineato, attraverso conflitti e riforme, fino al I sec. a.C.. E che il secondo incaricò una commissione di giuristi di mettere a punto un progetto di codice civile che, una volta approvato nella sua redazione definitiva, fu promulgato il 30 ventoso dell’anno XII (21 marzo 1804) e divenne subito noto, rimanendolo presso i posteri, come Code Napoléon. A dire il vero, nell’offrirci questi esempi, Fioramonti è un po’ meno dettagliato di così, ma i fatti storici a cui si riferisce sono quelli.
In sostanza, se capiamo bene, parrebbe che qui Fioramonti stia dicendo che la storia non deve essere studiata e insegnata come storia evenemenziale. Certo, non si può dire che il problema sia nuovo: se lo erano già posto circa un secolo fa Marc Bloch e Lucien Febvre, e la loro riflessione aveva condotto nel 1929 alla fondazione della rivista Annales d’histoire economique et sociale (pubblicata tuttora con il titolo Annales. Histoire, Sciences Sociales). Ciò ovviamente non vuol dire che da quel momento si sia smesso di fare storia evenemenziale.
Ma allora dove sta l’errore nel ragionamento di Fioramonti? Sta in questo: che se il bersaglio della critica è individuato in modo tutto sommato condivisibile, la soluzione proposta non può essere più sbagliata. L’idea del ministro è che si debbano raccontare anche le imperfezioni dei grandi del passato, per esempio l’ulcera di Napoleone, per farci apparire questi personaggi meno distanti, per porli alla nostra altezza. Quest’idea tocca almeno due problemi fondamentali del metodo storico, tra loro connessi: quello della differenza tra fatti del passato e fatti storici, e quello che solitamente viene chiamato “problema della causalità”.
Non tutti i fatti del passato sono fatti storici. Un fatto del passato diventa un fatto storico, si dice di solito con un buon senso che rasenta la tautologia, quando è considerato tale dalla comunità degli storici, o almeno da una sua parte. Si esprime in questi termini, ad esempio, Edward Carr in un libro giustamente famoso, Sei lezioni sulla storia, uscito nel 1961 e ripubblicato in italiano da ultimo nel 2000 da Einaudi: Carr s’interroga sulla questione che c’interessa nella prima delle sei lezioni, che si legge alle pp. 41–62 della riedizione citata. Prendendo per buona questa risposta, come è opportuno fare, la domanda che ci si deve porre subito di seguito è: perché gli storici considerano storico un fatto? Domanda a cui, sempre seguendo la traccia di Carr, possiamo rispondere così: gli storici considerano storico un fatto perché è per loro rilevante.
Cominciamo a questo punto a capire che il concetto di fatto storico cambia nel tempo e nello spazio: la sensibilità degli storici verso il passato è ovviamente soggetta a mutazioni. Non in ogni tempo e in ogni luogo gli storici interrogano il passato con le stesse domande. Soprattutto, le domande che gli storici rivolgono al passato dipendono in buona misura dalle risposte di cui è in cerca il loro presente.
E allora, tornando all’esempio di Fioramonti, l’ulcera di Napoleone è un fatto storico? Sicuramente lo è stato per molto tempo. Sicuramente lo è stato quando, tra la seconda metà dell’Ottocento e i primissimi anni del Novecento, sotto l’influsso del positivismo, la storiografia maggioritaria riteneva di poter giungere a una conoscenza integrale e puramente fattuale del passato (avalutativa secondo alcuni), registrandone nel modo più completo possibile gli accadimenti. In quella temperie culturale, dunque, l’ulcera di Napoleone non poteva che trapassare dalle minuziose annotazioni dei biografi ai libri di storia.
Qui il problema della storicità di un fatto s’intreccia con quello della causalità. Dice Fioramonti: sapere che Napoleone aveva l’ulcera ci fa capire perché sia spesso raffigurato con una mano sullo stomaco. E sia. Oltre a ciò, però, ben difficilmente si potrebbe sostenere che questo dato biografico ci dica qualcosa sulla sua persona di militare e di politico, sull’ideologia di cui era espressione il suo programma di governo, sui rivolgimenti che agitarono la Francia e l’Europa tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. In fondo, il problema della causalità storica non è altro che questo: spiegare perché e come un fatto storico (meglio: una serie di fatti storici) ha potuto verificarsi. Bisogna ricordarsi che Napoleone ha promulgato il Code civil des français? Certo. Su questo, Fioramonti ha senz’altro ragione. Il punto è cosa farcene di questa nozione, una volta appresa. Se consideriamo la promulgazione del Code Napoléon come fatto in sé, ossia lo astraiamo dalla serie di concause che l’hanno determinato e dalla serie di conseguenze che a sua volta ha causato, stiamo ancora facendo storia evenemenziale: ci stiamo cioè limitando a registrare le singole vicende politiche e militari, senza considerare i processi che le provocano. Insomma, stiamo capendo poco del perché le cose siano andate in un certo modo e non siano andate (o non siano potute andare) in un altro. E il mal di stomaco che pare lo tormentasse tanto, di sicuro non ci aiuta a comprendere perché Napoleone abbia voluto che l’ordinamento statale del quale era al vertice si dotasse di un codice civile. David Foster Wallace, che non era uno storico, ma di logica un po’ s’intendeva, avrebbe forse relegato l’ulcera di Napoleone nell’universo dei fattoidi.
Allora, se vogliamo capire e far capire (che è poi la cosa davvero importante) perché nel 1804 si sia arrivati alla promulgazione del code Napoléon, è probabilmente meglio lasciar cadere i disturbi gastrici del suo eponimo tra i fatti del passato, e volgere lo sguardo altrove. Magari al Discorso del 18 Brumaio, in cui Napoleone, stravolgendo la triade rivoluzionaria, si dichiarava difensore della libertà, dell’eguaglianza e della proprietà. Magari leggendo quel che scriveva uno dei componenti più autorevoli della commissione incaricata di redigere il progetto del Code, Jean-Etienne-Marie Portalis: «al cittadino appartiene la proprietà, al sovrano l’impero.» O magari commentando quest’altro passo, tratto dall’autodifesa di Karl Marx nel primo processo alla Neue reinische Zeitung: «Ecco in mano mia il codice civile. Non è per nulla il prodotto della società borghese. È piuttosto la società borghese, nata nel XVII secolo e sviluppatasi nel XIX, che semplicemente trova nel codice una forma giuridica.»
È in modi come questo che si può illuminare il senso dell’operazione politica compiuta con il Code: incentrato com’era (e come lo saranno i codici civili a venire) sull’individuo proprietario quale pieno soggetto di diritto, il code era lo strumento che cristallizzava e tutelava l’ideologia della borghesia uscita vittoriosa dal periodo rivoluzionario. Su tutto questo ha speso parole importanti Stefano Rodotà, in una lezione tenuta nel 2010 all’Università di Macerata, il cui testo è ora incluso, con il titolo La rivoluzione della dignità, nella raccolta -pubblicata postuma- Vivere la democrazia (Laterza 2018).
Torniamo per l’ultima volta all’ulcera di Napoleone. Si dirà: «è solo un esempio, non serve starci troppo a speculare.» Può essere. Non di meno ci sembra un esempio che rivela un’idea molto precisa del modo di fare e insegnare la storia. Un’idea non sostenuta dal solo Fioramonti, sia chiaro, secondo la quale protagonisti della storia restano sempre e comunque i grandi personaggi, che solo vanno resi più umani, rivelandone questa o quella curiosità biografica.
Ma non è questo ciò che permette di non ridurre la storia a «una serie di battaglie»: ciò che permette di farlo è la comprensione dei processi, cioè le catene di cause e gli accidenti che connettono tra loro i fatti storici. Questo significa che le biografie dei personaggi storici non contano nulla? Niente affatto. Purché la biografia, come ogni altro tipo d’indagine storica, abbia davvero un valore conoscitivo, e non si riduca a un accumulo di fattoidi (meno spocchiosamente detti curiosità), annotati solo perché riferibili al grand’uomo di turno, magari proprio con il proposito di renderlo (o farlo tornare) simpatico ai lettori. Detto altrimenti: si tratta di non usare il genere della biografia per fare storiografia dal buco della serratura (sempreché di storiografia in tal caso si possa parlare). L’esempio che facciamo sempre a questo proposito sono i libri di Montanelli su Mussolini usciti alla fine degli anni ’40.

Tutto all’opposto, il grandissimo valore di un saggio come Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg (pubblicato in origine da Einaudi nel 1976 e più volte ristampato, in ultimo da Adelphi con una inedita postfazione dell’autore) sta, oltre che nel tratto quasi sperimentale dello stile in cui è scritto, soprattutto in questo: che, sfruttando una serie documentale pressoché inesplorata, e raccontando attraverso di essa la vita del mugnaio friulano Domenico Scandella detto Menocchio, Ginzburg esplora uno strato della cultura delle classi subalterne del XVI secolo che poteva essere portato alla luce solo facendo la biografia di un personaggio singolare e vissuto nella totale oscurità, quale è il protagonista del libro. Appunto, è il valore conoscitivo (o se si vuole euristico) della biografia, di cui dicevamo.
In definitiva, di strategie efficaci per andare oltre la storia evenemenziale, anche sul versante dell’insegnamento, ce ne sono molteplici: qui abbiamo evocato le Annales e la (cosiddetta) microstoria, che nell’ultimo secolo hanno indicato alcune delle vie percorribili. Senz’altro non è una soluzione desiderabile buttare all’aria oltre un secolo di riflessione sul mestiere di storico, e tornare all’idea di una storia come insieme di nozioni, accidenti e aneddoti più o meno curiosi.
Ancora. C’è, nell’intervento di Fioramonti, un altro passaggio che colpisce. Subito dopo la tirata che abbiamo già commentato, «è come se raccontassimo una storia che è un po’ una versione libresca del Trono di spade», Fioramonti aggiunge: «e poi ci lamentiamo del fatto che la società in qualche modo incoraggia la violenza, vede nello scontro e nel conflitto un elemento essenziale. Ma la realtà, la realtà della storia, è ben diversa.»
Sembra dunque che il ministro istituisca un nesso tra il racconto della storia come una sequenza di battaglie e il livello di conflittualità della società. Il che parrebbe a sua volta presupporre una concezione della società tendenzialmente aconflittuale, internamente coesa, in cui lo scontro è il prodotto artificiale di un certo tipo di narrazione. Non saremo di certo noi a disconoscere l’idoneità di alcune pratiche discorsive a generare o acutizzare opposizioni (buona parte delle quali sì, artificialmente indotte) all’interno della società. Anche se riservare per questo alla storia il posto più in vista sul banco degli imputati è piuttosto ingeneroso. Solo, ci limitiamo a precisare che, in una società divisa in classi e plasmata da rapporti di forza, i fattori di conflitto, prima che discorsivi ed estrinseci, sono materiali e intrinseci.
Si ha l’impressione che tutti i governi succedutisi negli ultimi decenni si siano mossi per fare della scuola il luogo della costruzione di un’identità «nazionale» basata sul rifiuto del conflitto e della complessità. Si pensi ad esempio alle ricorrenti operazioni di «memoria condivisa» che hanno portato a vere e proprie falsificazioni del passato quali la parificazione tra shoah e foibe.
Negli ultimi decenni la perenne confusione tra «storia» e «memoria», comunque sia declinata, ha rappresentato un costante attacco al valore della storia come disciplina. L’accento sulla «memoria» rappresenta infatti un potenziamento del discorso retorico a discapito della conoscenza della realtà fattuale. L’ora di storia ondeggia così nel discorso politico tra gli estremi di «ora dell’identità nazionale» e «ora dei buoni sentimenti», trovando un punto d’equilibrio in «ora dell’elogio della legalità e della pace sociale». Va da sé che qui ci riferiamo alla retorica nel senso più deteriore del termine, cioè allo strumento che veicola l’ideologia dominante; non va dimenticato che c’è anche una buona retorica, se per retorica s’intende la tecnica che rende persuasivo il discorso veritiero.
L’insegnamento della storia è, a nostro parere, invece insegnamento del dubbio, della complessità della realtà e di messa in discussione di qualunque forma di identità. A scuola non si può “fare tutto”, ma si può acquisire un metodo utile per rapportarsi criticamente con i fatti del passato come con quelli del presente. Per questo crediamo sia importante che una parte delle (fin troppo scarse) ore di storia venga dedicata ad insegnare l’approccio consapevole alle fonti secondo quello che Marc Bloch chiamava «il metodo critico», illustrato nel suo Apologia della storia o mestiere di storico. Proprio partendo dal suo testo abbiamo provato a suggerire l’adattamento di quella metodologia al web nella nostra guida Questo chi lo dice? E perché?
Lì abbiamo provato a suggerire approcci, schede di analisi ed esercizi per trasmettere l’approccio critico alle fonti sul web. Le reazioni positive e l’interesse che molti insegnanti hanno dimostrato per la nostra guida e per altri strumenti del genere ci fanno pensare che mentre i ministri della pubblica istruzione dicono banalità tratteggiando un insegnamento della storia fermo agli anni Cinquanta una parte della scuola italiana si confronta con i problemi e le urgenze di oggi.

mercoledì 12 febbraio 2020

In morte di Giampaolo Pansa - Nicoletta Bourbaki




In Italia, negli ultimi vent’anni circa, il mainstream ha sdoganato e amplificato una grande quantità di bufale storiche e leggende d’odio antipartigiane che a lungo erano rimaste confinate nelle cerchie neofasciste.
La legittimazione e l’imprimatur da parte dei grandi media e della politica hanno incoraggiato i neofascisti a inventare sempre nuove bufale, ancora e ancora. Dalla fine degli anni Novanta, li abbiamo visti coniare storie di «eccidi partigiani» dei quali mai si era parlato, o aggiungere a storie vecchie dettagli sempre più macabri assenti dalle precedenti ricostruzioni. Inutile dire che tali aggiunte erano prive di pezze d’appoggio documentali: in queste storie, le fonti latitano e ci si affida alla «storiografia del nonno»: «Mio nonno raccontava che…»
L’avvento dei social media ha impresso a questo processo un’accelerazione fortissima: oggi una bufala storica antipartigiana può nascere e diffondersi in poche ore.
Su Facebook, ad esempio, prosperano pagine dove si sparano a casaccio cifre iperboliche — ovviamente prive del benché minimo riscontro — su presunti stupri compiuti da partigiani. Cifre implausibilmente precise, per farle sembrare basate su ricerche in realtà inesistenti: 3245, oppure 4768. Ebbene, la diffamazione dei partigiani fondata su accuse di violenza sessuale è un fenomeno divenuto popolare tra i neofascisti soltanto di recente, queste presunte «migliaia» di stupri sono assenti dalla stessa memorialistica e pseudo-storiografia di estrema destra pubblicata nel XX secolo.
La manipolazione di Wikipedia da parte di milieux neofascisti — o comunque anti-antifascisti — organizzati ha fornito pezze d’appoggio per queste operazioni: centinaia di pagine della Wikipedia italiana dedicate a fascismo, seconda guerra mondiale e Resistenza sono inquinate dalla propaganda di cui sopra. Ce ne siamo occupate molte volte.
Veniamo al punto: uno dei massimi responsabili di tutto questo è stato Giampaolo Pansa. Nel 2003, il suo bestseller Il sangue dei vinti — che, come ha fatto notare Wu Ming 1 in Predappio Toxic Waste Blues, conteneva una menzogna già nel titolo — inaugurò una produzione di «oggetti narrativi male identificati» che usavano come fonti la memorialistica repubblichina sulla guerra civile, ne accettavano le ricostruzioni piene di buchi e aporie, e riempivano i buchi ricorrendo a tecniche letterarie ed espedienti vari.
Tecniche ed espedienti prese più volte in esame: ne hanno scritto Ilenia Rossini nel suo L’uso pubblico della Resistenza: il «caso Pansa» tra vecchie e nuove polemiche (pdf qui) e Gino Candreva nel suo La storiografia à la carte di Giampaolo Pansa (pdf qui).
Al principio, la fama dell’autore, il suo essere «di sinistra» e l’uso strumentale e ambiguo di certi caveat e disclaimer — della serie «Io sono antifascista ma», «la Resistenza fu un fenomeno nobile ma» — ha reso subdola l’operazione. Oggi, certi caveat non c’è più bisogno di usarli: i romanzi-spacciati-per-inchieste che si inseriscono nel solco scavato da Pansa, come quelli di Gianfranco Stella, stanno platealmente, sguaiatamente, dalla parte di Salò (cioè, ricordiamolo sempre, di Hitler).
Chi si occupa di questo revisionismo non può che imbattersi in Pansa girando ogni angolo. È capitato più volte anche a noi, mentre smontavamo bufale di estrema destra alla cui circolazione l’ex-vicedirettore di Repubblica aveva dato un contributo fondamentale. In quelle occasioni, abbiamo mostrato come Pansa avesse dato dignità di fonti ai libri di pubblicisti di estrema destra come Pisanò, Pirina o Serena, o di improvvisati “storici” locali, “abbellendo” quelle storie con ulteriori dettagli e svolazzi.
Qui si possono trovare le inchieste dove abbiamo parlato (anche) di lui, unitamente ad alcuni scritti di Wu Ming, come il già citato Predappio Toxic Waste Blues, dove si smontano le retoriche pansiane.
Oggi che la morte di Pansa suscita uno scontato cordoglio bipartisan e il suo nome sta per essere accolto nel canone della «memoria condivisa», noi vogliamo ricordare i danni gravissimi che i suoi libri e i polveroni mediatici che si compiaceva di suscitare hanno arrecato alla cultura storica e alla memoria pubblica in Italia.
Pansa è morto, ma il pansismo resterà con noi a lungo, purtroppo.

lunedì 10 febbraio 2020

Quindici anni di Giorno del Ricordo: veleni e antidoti (scrivono Wu Ming e Nicoletta Bourbaki)

Quindici anni di Giorno del Ricordo: veleni e antidoti – Wu Ming

Il Giorno del Ricordo, che si celebra dal 2005, è una ricorrenza ideata e imposta dalla destra «post»-fascista in risposta alla Giornata della Memoria.
Lo scopo dei camerati era contrapporre alla Shoah una propria narrazione vittimistica. Una narrazione nella quale il collaborazionismo coi nazisti diventasse «eroismo» e «martirio» – con tanto di medaglie a veri e propri criminali di guerra – e scomparissero i crimini di guerra italiani nei Balcani.
La strategia consisteva nel trasbordare nel mainstream e – forti dello «sdoganamento» politico del vecchio MSI – nell’ufficialità istituzionale un insieme di narrazioni squinternate e odiose, ricostruzioni storiche infondate e vere e proprie leggende metropolitane che fino a quel momento erano rimaste confinate nelle cerchie di estrema destra. Una sorta di sottogenere letterario, la «foibologia», di cui su Giap abbiamo ricostruito le origini.
La sedicente «sinistra» – che nel frattempo aveva sposato la «modernità» neoliberista e un orizzonte degli eventi nel quale non aveva alcun posto legittimo il conflitto – ha lasciato che ciò accadesse, anzi, ha agevolato il processo in molti modi. Perché?
Per un misto di abissale ignoranza del suo personale politico, perdita di memoria storica, subalternità culturale alla destra, disponibilità a ogni sorta di «inciucio» e – last but not least – ignobili tatticismi: «Facciamo vedere che siamo equanimi, che siamo avanti, commemorando anche le vittime fasciste.»
Sul fatto che ciò implicasse attribuire agli antifascisti il ruolo di carnefici si è bellamente sorvolato, come si è sorvolato sull’inanità del ricordare con la lacrimuccia la Shoah il 27 gennaio se poi, di fatto, si celebra il collaborazionismo due settimane dopo.
Per la nuova ricorrenza si è scelta la data del 10 febbraio, e pochi si sono chiesti come mai.
Quel giorno, nel 1947, fu firmato il Trattato di Pace, che (ben comprensibilmente) dettò dure condizioni alle ex-potenze dell’Asse, Italia compresa.
A essere contestato, dunque, è nientemeno che l’esito della seconda guerra mondiale. Questo però viene sottaciuto, lasciato implicito, così la maggior parte delle persone non se ne rende conto. Mica si può dire tout court: «Il Giorno del Ricordo è la festa voluta dagli eredi politici di chi stava con Hitler»…
Solo che stanno esagerando.
Si pensi al terzetto che sarà oggi alla «foiba» di Basovizza: Salvini, Meloni, Gasparri.
I fascisti avevano introdotto il Giorno del Ricordo per far entrare «foibe» ed «esodo» nel racconto mainstream nazionale, quello condiviso da tutti o quasi, quello da discorso del Presidente della Repubblica. [Infatti, gli inquilini del Quirinale hanno enormi responsabilità nell’inclusione del canone neofascista dentro la cultura ufficiale.]
Da un po’ di tempo, però, i camerati hanno rinunciato al mimetismo. Le sparano sempre più grosse e fanno di tutto per ricreare l’associazione immediata tra quelle vicende e la loro parte politica. Ciò rende quell’immaginario respingente per chi non sta con loro – ergo, plausibilmente, oltre metà del paese – e soprattutto per chi non ne può più di vederli ovunque.
Abbiamo già visto che quando Salvini & Co., eccessivamente sicuri di sé, tirano troppo la corda, poi suscitano reazioni che non controllano, danneggiando il loro stesso schieramento.
Ma non c’è solo questo: segnali di insofferenza nei confronti della «foibologia» si vedono un po’ ovunque. Forse, dopo quindici anni in cui abbiamo portato avanti in pochissimi un lavoro di resistenza culturale e smontaggio delle narrazioni tossiche, andiamo assistendo all’inizio di un contraccolpo. Che non è ancora un contrattacco, ma è qualcosa.
Non è troppo tardi, anche se, in quindici anni, il Giorno del Ricordo ha sversato nell’ambiente ogni sorta di veleni.
A questo proposito, il punto della situazione lo fa il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki nel post intitolato I veleni del Giorno del Ricordo (nei media e nella scuola).



I veleni del Giorno del Ricordo (nei media e nella scuola) - Nicoletta Bourbaki

Come ogni anno, ci ritroviamo in piena ubriacatura da Giorno del Ricordo.
Mandrie di bufale pascolano nei media, ruminano e — soprattutto — depositano escrementi, tanto voluminosi che si rischia non tanto di calpestarli quanto di affondarci dentro. Anche quest’anno, per dire, fotografie di crimini fascisti nei Balcani vengono spacciate per immagini di infoibamenti “titini” e ormai, dopo tutti questi anni, è chiaro che si mente sapendo di mentire: la scusa della fretta nel pescare da Google Immagini non regge più.
Oggi alla foiba di Basovizza — che non è una foiba, ma un pozzo minerario più volte esplorato senza che si sia trovata traccia delle «migliaia di vittime» (sic!) di cui parlano i neofascisti — sono attesi Salvini, Meloni e Gasparri, che certamente parleranno tra bandiere repubblichine e labari della X Mas, simboli immancabili in quel luogo ogni 10 febbraio (e di fronte ai quali anche amministratori e dirigenti del “centrosinistra” hanno trascorso intere cerimonie senza aver nulla da ridire).
Questo mentre intimidazioni squadristiche e censure colpiscono storiciintellettuali ed esponenti dell’ANPI che osino parlare delle vicende del “confine orientale” in un modo che non piace ai revanscisti.
Luca Casarotti, membro del nostro gruppo di lavoro e coordinatore del Legal Team della Wu Ming Foundation, è esplicitamente citato in un articolo a firma di Gian Micalessin pubblicato giovedì scorso sulla versione online de «Il Giornale».
L’articolo accusa di negazionismo l’ANPI tutta, Luca in quanto presidente della sezione pavese… e il PD locale. L’attacco è una risposta al comunicato con cui l’ANPI cittadina criticava giustamente il comune di Pavia, che in occasione del Giorno del Ricordo ha organizzato una presentazione del fumetto Foiba rossa nella sala consiliare, con tanto di saluti del sindaco leghista Fabrizio Fracassi. A presentare il libro, lo stesso Micalessin, che però nel suo articolo non fa alcun accenno al proprio essere parte in causa.
Nel comunicato l’ANPI citava stralci della nostra recensione al fumetto e spiegava che si tratta di un prodotto del milieu neofascista, essendo pubblicato dall’editore Ferrogallico (vicino sia a Forza nuova sia a Casapound).
Non avendo trovato la pistola fumante, cioè la prova del negazionismo o riduzionismo di Luca e dell’ANPI, Micalessin si lancia in un’acrobazia: la critica al Comune per lo spazio che verrà concesso ai neofascisti, scrive l’ex militante missino, è un appunto solo di facciata: «sotto sotto» (l’espressione è nell’articolo), Casarotti e l’ANPI volevano minimizzare la vicenda di Norma Cossetto. Anzi, volevano negare tout court le foibe. Insomma, non avendo pezze d’appoggio per giustificare il suo attacco e il suo pregiudizio, Micalessin s’inventa un processo alle intenzioni.
Il giornalista triestino riserva il suo massimo sdegno al PD di Pavia, reo di seguire la campagna negazionista di Casarotti e di aver consigliato letture alternative a quella di Foiba rossa. Micalessin però non dice quali sono i titoli suggeriti dal PD. Bene, completiamo l’informazione: in un proprio comunicato, il PD cita come titolo degno di fede sulla vicenda di Norma Cossetto Foibe rosse di Frediano Sessi. Ma Foibe rosse, che è in larga parte un diario finzionale (cioè scritto dallo stesso Sessi) di Norma Cossetto, è proprio il libro a cui si ispira, fin dal titolo, il fumetto! Invece d’indignarsi, Micalessin avrebbe quindi dovuto gioire del fatto che il PD abbia consigliato il diretto antecedente del fumetto che ha tanto a cuore.
Tenete a mente Sessi e il “diario”: ne parleremo più avanti.
[Nel suo articolo, Micalessin, che ne approfitta per attaccare anche Claudia Cernigoi definendola «sedicente storica», ripropone anche vecchie argomentazioni incentrate sulla laurea honoris causa a Norma Cossetto e il presunto rapporto di quest’ultima con il latinista Concetto Marchesi, storie ogni volta riproposte e “abbellite” da dettagli, senza mai citare fonti documentali. Su questi risvolti della vicenda Cossetto stiamo conducendo ricerche da qualche tempo: ne esporremo i risultati a tempo debito.]
L’accusa, per chi resta fedele al metodo storiografico, alla contestualizzazione degli eventi e all’analisi dell’imperialismo italiano nei Balcani, è sempre quella di «negazionismo». Ciò avviene mentre istituzioni locali e a volte dirigenti scolastici affidano orazioni pubbliche e conferenze su «foibe» ed «esodo istriano» a negazionisti della Shoah, apologeti del nazifascismo, giustificatori di stragi hitleriane come Montesole o le Fosse Ardeatine. Succede da anni, in tutta Italia. Solo oggi — meglio tardi che mai — qualcuno comincia a rendersene conto e protesta.
I danni che la vulgata da Giorno del Ricordo sta arrecando alla memoria pubblica e alla cultura italiana nel suo complesso sono enormi, incalcolabili. Anche perché le incursioni più gravi avvengono nella scuola: a ragazze e ragazzi vengono distribuiti materiali intrisi di veleno nazionalista, razzismo antislavo e riabilitazione del nazifascismo.
Nei giorni scorsi, agli studenti di tutte le scuole venete, su iniziativa dell’assessora regionale alla cultura Elena Donazzan (esponente di estrema destra, protagonista di diversi exploit tra i quali il tentativo di “purgare” le biblioteche pubbliche del Veneto dai libri di autori sgraditi e in passato non aveva perso occasione di attaccare anche Nicoletta Bourbaki), è stato distribuito un «kit» per il Giorno del Ricordo che contiene:
1) una copia in dvd di Red Land, film ideato e prodotto in un certo sottobosco sovranista veneto del quale la stessa Donazzan è diretta espressione, film dozzinale, pessimamente diretto e recitato, nel quale l’uccisione della giovane fascista Norma Cossetto è ricostruita su basi di pura fiction, il razzismo antislavo si taglia con la roncola e, soprattutto, i nazisti sono i buoni, rappresentati come Liberatori dell’Istria e dispensatori di giustizia.
2) una copia del già citato fumetto Foiba Rossa, che oltre a essere una produzione neofascista è pessimamente disegnato e pieno di sfondoni storici impressionanti;
3) un opuscolo dello “storico” Guido Rumici… Virgolette d’obbligo, perché non è uno storico.
Ebbene, noi ci siamo occupati di tutti e tre gli elementi del kit, in un’inchiesta in tre puntate uscita su Giap l’anno scorso. Inchiesta che nelle ultime settimane è tornata ad avere migliaia di visite, e che è importante risegnalare:
– nella prima puntata si prende in esame il film (e c’è voluto dello stomaco) e, seguendo un link, si può leggere un excursus su Rumici, che del film è stato «consulente storico»;
– nella seconda puntata si ricostruisce la vicenda di Norma Cossetto sulla base dei documenti esistenti e dei pochissimi dati certi, mostrando come la narrazione della sua morte, a ogni giro, si arricchisca di dettagli sempre più macabri, dei quali però non esiste il minimo riscontro;
– nella terza si prende in esame anche il fumetto Foiba rossa, ma solo dopo avere sviscerato Foibe rosse, quel “diario” di Norma Cossetto, basato in gran parte su dicerie circolanti in ambienti neofascisti, ma scritto da un “insospettabile” come Frediano Sessi, cui abbiamo accennato prima.
Scegliendo di colmare con robuste dosi di cattiva fiction la penuria di fonti sul caso Cossetto, con Foibe rosse Sessi ha compiuto un’operazione foriera di pessimi sviluppi. Poiché l’autore è un ricercatore che ha raggiunto risultati importanti nello studio della diaristica e un comunicatore storico specializzato nella Shoah, nonché il curatore dell’edizione italiana del diario di Anna Frank, con quest’operazione si è fatto garante implicito di un parallelismo indebito e inaccettabile, che ha favorito l’«olocaustizzazione» della morte di Norma Cossetto e della vicenda delle foibe.

martedì 20 giugno 2017

Il camerata Storace diffonde una foto taroccata sulle #foibe, fa una figuraccia, poi querela e gli va male - Nicoletta Bourbaki


Lo scorso 6 giugno, il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma ha archiviato una querela per diffamazione presentata da Francesco Storace, ex presidente della regione Lazio, ex candidato sindaco di Roma, fino al febbraio 2017 alla guida de “La Destra”, un partitino d’area «post»-fascista. Le persone denunciate erano la giornalista Ilaria Lonigro, collaboratrice de ilfattoquotidiano.it, e il direttore responsabile della testata, Peter Gomez. Questa la vicenda in seguito alla quale il politico ha deciso di ricorrere senza successo alle vie legali.
Il 10 febbraio 2016, Storace aveva rilanciato dal suo account twitter la foto dei fucilati di Dane, il falso fotografico sulle foibe per antonomasia, mostrando di dare credito all’infame vulgata secondo cui l’immagine rappresenta un’esecuzione di soldati italiani a opera di partigiani titini.
Sarebbe bastata una rapida ricerca in rete per imbattersi nelle numerose fonti che denunciano la falsificazione e restituiscono la foto al suo contesto: lo scatto ritrae un plotone del regio esercito nell’atto di fucilare cinque contadini sloveni, l’esatto contrario di quel che sostiene il discorso “foibologico” più disinformato e becero.
Il grossolano errore, offensivo per le vittime e la verità storica (e in quella versione ulteriormente aggravato da interventi di fotoritocco), fu fatto notare sui social.


















Da manuale. Quindi utile: in un colpo d'occhio dice tutta la portata del falso. #foibe #GiornodelRicordo

Nel suo articolo per ilfattoquotidiano.it, Ilaria Lonigro diede risalto all’accaduto, riportando in particolare l’intervento di Wu Ming su twitter.

Storace scelse allora di mirare al bersaglio grosso, il sito di uno dei più letti quotidiani italiani: il 22 marzo 2016 querelò l’autrice del pezzo per diffamazione, e il direttore de ilfattoquotidiano.it per non aver sorvegliato sulla liceità dei contenuti pubblicati dalla testata di cui è responsabile (art. 57 del codice penale). Motivo della querela, secondo le parole dello stesso Storace, la pretesa che l’articolo l’avrebbe diffamato, accusandolo di aver manipolato lui stesso la foto dei fucilati di Dane.
Il 6 giugno 2017, come rende noto il sito “Ossigeno per l’informazione”, il gip del tribunale di Roma ha archiviato la notizia di reato, ritenendola infondata.
Già al termine delle indagini, il pubblico ministero aveva chiesto al giudice di archiviare il procedimento. Storace s’era avvalso di un diritto del querelante, quello di essere informato della richiesta e di opporsi all’archiviazione (art. 408 del codice di procedura penale). Il gip ha però respinto le argomentazioni della querela e dell’opposizione di Storace alla richiesta del pm, e ha di conseguenza archiviato.
Questa vicenda incrocia due argomenti su cui Giap e il nostro gruppo di lavoro si sforzano da tempo di fare informazione: l’uso politico della storia e l’uso politico delle querele.
Non importa il motivo per cui Storace, con i suoi post sui social, abbia scelto di cavalcare la vulgata nazional-propagandistico-vittimaria che ha indegnamente ribaltato il senso della foto dei fucilati di Dane: lui si è sempre difeso dicendo di non sapere della manipolazione. L’ordinanza del gip di Roma dimostra che, se sei un personaggio politico, e quindi hai un ruolo pubblico (per quanto – noi ci auguriamo – con un seguito sempre più esiguo) non puoi difenderti dicendo «io non sapevo». Non puoi farlo, perché avresti potuto e dovuto accorgerti della manipolazione: bastava volerlo. Lo prova la quantità di fonti disponibili sull’argomento. Non puoi difenderti dicendo «io non sapevo», se hai assecondato il falso a causa di una tua negligenza inescusabile.
La sequenza fotografica di cui fa parte quest'immagine si trova qui: http://muceniskapot.nuovaalabarda.org/foto-21-ita.php  #10febbraio#foibe #GiornodelRicordo

E in questo libro interamente scansionato: 29 mesi di occupazione nella provincia di Lubiana (1946) http://www.diecifebbraio.info/2012/01/ventinove-mesi-la-documentazione-fotografica/  #10febbraio
Soprattutto, non puoi difenderti agitando lo spauracchio della querela per diffamazione contro la giornalista che racconta il tuo sfondone e contro la testata che pubblica il pezzo.
* Nicoletta Bourbaki è un gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico in rete e sulle false notizie a tema storico, nato nel 2012 durante una discussione su Giap, il blog di Wu Ming. Ne fanno parte storici, ricercatori di varie discipline, scrittori, attivisti e semplici appassionati di storia. Il nome allude al collettivo di matematici noto con lo pseudonimo collettivo «Nicolas Bourbaki» attivo in Francia dagli anni Trenta agli anni Ottanta del ventesimo secolo.
Il gruppo di lavoro ha all’attivo diverse inchieste – pubblicate su Giap – sulle manipolazioni neofasciste della Wikipedia in lingua italiana e sui falsi storici in tema di foibe. Tra i vari risultati, ha contribuito a smontare la bufala della cosiddetta «foiba di Rosazzo», altrimenti detta «foiba volante».
Per l’edizione on line della rivista Internazionale, in occasione del Giorno del Ricordo 2017, Nicoletta Bourbaki ha curato lo speciale La storia intorno alle foibe. Sul n.39 della rivista di studi storici Zapruder (gennaio-aprile 2016), in collaborazione con Lorenzo Filipaz, ha pubblicato l’articolo Wi Chi? Battaglie per il sapere in rete. In collaborazione con Tommaso Baldo, ha partecipato alla tavola rotonda Wikipedia e le scienze storiche, organizzata e pubblicata dalla rivista storica Diacronie.
Nicoletta Bourbaki è anche su Facebook.