Visualizzazione post con etichetta Francesco Pallante. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francesco Pallante. Mostra tutti i post

mercoledì 26 novembre 2025

progressività fiscale?

Ve la do io la progressività fiscale! - Francesco Pallante

Se la politica italiana avesse realmente a cuore l’interesse generale, da tempo avrebbe preso atto del fallimento delle politiche economiche seguite negli ultimi decenni. La tesi, tutt’ora dominante, che il bene dei ricchi corrisponda al bene dell’intera società – dal momento che favorire chi sta in alto non solo agevola lo sviluppo del sistema economico complessivo, ma opera a vantaggio anche di chi sta in basso, grazie all’effetto sgocciolamento – trova una smentita particolarmente incisiva proprio nell’Italia degli ultimi trent’anni: a fronte di una dinamica economia rimasta sostanzialmente piatta, la forbice delle disuguaglianze si è aperta a dismisura. I ricchi si sono arricchiti come non mai; e continuano ad arricchirsi. I poveri sono cresciuti di numero come non mai; e continuano ad aumentare. L’economia è rimasta bloccata in uno stato comatoso; e non accenna a risvegliarsi.

Eppure, l’intero sistema dei partiti presenti in Parlamento, con l’eccezione di Avs, non mostra moti di ravvedimento. Che la destra stia dalla parte dei benestanti non stupisce (merita, semmai, attenzione critica il cinismo con cui riesce, ciononostante, a guadagnare e mantenere il consenso di parte degli indigenti). Stupisce, invece, l’ostinazione con cui, sebbene attraverso toni differenti, tanto il Pd, quanto il M5S continuano a rifiutarsi di porre, con la serietà che sarebbe necessaria, le questioni della fiscalità e della ricchezza all’ordine del giorno. E persino quando la responsabilità di guidare il Paese è stata affidata a tecnici di grande prestigio e favore mediatico – Mario Monti e Mario Draghi – anch’essi non hanno fatto altro che proseguire le consuete politiche anti-egualitarie, senza che per ciò l’economia ne abbia tratto beneficio.

Sullo sfondo, emerge un doppio tradimento del dettato costituzionale: l’abdicazione della politica dal proprio ruolo di guida dell’economia, sino all’inversione radicale del rapporto tra l’una e l’altra in una patente – e persino rivendicata – sudditanza della politica nei confronti dell’economia; e l’abbandono del principio costituzionale della progressività del sistema tributario, strettamente correlato al contestuale abbandono dell’idea stessa dell’uguaglianza in senso sostanziale.

Le misure a favore dei contribuenti più ricchi contenute nel progetto dell’ultima manovra finanziaria del Governo (https://volerelaluna.it/economie/2025/11/10/la-bufala-del-taglio-dellirpef-per-i-ceti-medi/) sono, in questo quadro, nient’altro che la prosecuzione di quanto già in atto da tempo: in fondo, dal momento stesso in cui fu per la prima volta istituita l’Irpef nel 1974, con trentadue scaglioni e aliquote variabili tra il 10% e il 72%. Da allora, tale imposta, già di per sé insoddisfacente per via della limitatezza della base imponibile ristretta ai soli redditi da lavoro e da pensione, ha visto la propria portata progressiva gradualmente rattrappirsi, sino all’attuale articolazione in appena tre aliquote, con la minima più che raddoppiata al 23% e la massima quasi dimezzata al 43%. Inutile sottolineare che in tale processo involutivo – così come in tutti quelli che hanno coinvolto i diritti sociali, inattuabili senza risorse adeguate – il centrosinistra non ha segnato un’apprezzabile discontinuità con la destra.

Il risultato è un sistema tributario che oramai per i più ricchi opera con effetti regressivi – in modo tale, cioè, da diminuire, anziché aumentare, il carico fiscale al crescere della ricchezza – con il conseguente enorme afflusso di risorse nei patrimoni di una ristretta cerchia di soggetti. Sarà difficile riequilibrare la posizione di strapotere di cui costoro si ritrovano oggi a godere se non ricorrendo a forme di imposizione patrimoniale volte a colpire l’ingiustificabile accumulo di questi decenni. Nello stesso tempo, solo la ricostruzione della progressività del prelievo ordinario e la reintroduzione di una credibile imposizione successoria potrà realmente prevenire l’ulteriore aumento delle disuguaglianze.

Facile a dirsi, impossibile a farsi? Certamente il contesto politico e mediatico non aiuta. Occorre ripartire dai fondamentali. Mettere in chiaro il costo di tutti i diritti costituzionali: meno tasse significa, inevitabilmente, meno diritti. Ma ancor prima, sconfessare la retorica per la quale le tasse aumentano o diminuiscono ugualmente per tutti, come se i contribuenti appartenessero tutti a una sola categoria. Ovviamente, non è così, e anzi: proprio il fatto che i contribuenti appartengono a categorie diverse – vi sono i ricchissimi, i ricchi, il ceto medio, i poveri – è ciò che consente di configurare progressivamente il sistema tributario. Dire che le tasse sono aumentate o diminuite non significa nulla: decisivo è capire a quali categorie sono state aumentate o diminuite. Avendo chiaro che se si vuole tornare al disegno costituzionale è necessario operare nei due sensi contemporaneamente: vale a dire, aumentare le tasse ai ricchi e, soprattutto, ai ricchissimi, per potere allo stesso tempo diminuire le tasse al ceto medio e ai poveri.

da qui

 

La bufala del taglio dell’Irpef per i ceti medi - Rocco Artifoni

La matematica è soltanto un’opinione. Evidentemente la pensa così il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che – durante le audizioni del 6 novembre nelle Commissioni bilancio riunite di Camera e Senato – ha risposto alle osservazioni dell’Istat, della Banca d’Italia, dell’Ufficio parlamentare di bilancio e della Corte dei conti sul taglio dell’aliquota dal 35% al 33% del secondo scaglione dell’Irpef inserito dal Governo nella manovra economica.

Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, ha detto chiaramente che a beneficiare del taglio dell’aliquota Irpef saranno i più ricchi: «Ordinando le famiglie in base al reddito disponibile equivalente e dividendole in cinque gruppi di uguale numerosità emerge come oltre l’85% delle risorse siano destinate alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito: sono infatti interessate dalla misura oltre il 90% delle famiglie del quinto più ricco e oltre due terzi di quelle del penultimo quinto. Il guadagno medio va dai 102 euro per le famiglie del primo quinto ai 411 delle famiglie dell’ultimo. Per tutte le classi di reddito il beneficio sul reddito familiare è inferiore all’1%».

Fabrizio Balassone, vice capo Dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia, ha evidenziato che il taglio dell’Irpef e le misure della manovra a sostegno dei redditi non comportano variazioni significative della disuguaglianza nella distribuzione del reddito. In particolare, «la riduzione dell’aliquota dell’Irpef per il secondo scaglione di reddito favorisce i nuclei dei due quinti più alti della distribuzione, ma con una variazione percentualmente modesta del reddito disponibile. Gli effetti dei principali interventi in materia di assistenza sociale si concentrano invece sui primi due quinti delle famiglie e sono anch’essi modesti».

Ancora più netta la posizione dell’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, che sottolinea come la riduzione di due punti di aliquota Irpef «riguarderà poco più del 30% dei contribuenti (circa 13 milioni, che sono oltre i 28.000 euro di reddito), determinando a regime una riduzione di gettito Irpef di circa 2,7 miliardi». La presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, ha evidenziato che «circa il 50% del risparmio di imposta va ai contribuenti con reddito superiore ai 48.000 euro, che rappresentano l’8% del totale», precisando che «il beneficio medio è pari a 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati e 23 euro per gli operai; per i lavoratori autonomi è di 124 euro e per i pensionati di 55 euro».

Sul taglio dell’Irpef è intervenuta in modo critico anche la Corte dei conti. «Non si può tuttavia non osservare come oltre il 44% delle risorse a ciò destinate sia riferibile a contribuenti con reddito compreso tra 50 e 200 mila euro», ha detto Mauro Orefice, il presidente di coordinamento delle Sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei Conti.

Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, dopo aver ascoltato tutte queste autorevoli valutazioni tendenzialmente negative, come se nulla fosse stato detto, ha comunque rivendicato la riduzione dell’aliquota dell’Irpef dal 35% al 33%, poiché «tutela i contribuenti con redditi medi, ed estendendo la platea di chi aveva beneficiato del cuneo fiscale coinvolge il 32% del totale dei contribuenti per un valore del beneficio medio atteso di 218 euro all’anno, che arriva a toccare per la fascia più alta interessata i 440 euro». Tutti i calcoli matematici e le istituzioni preposte smentiscono che l’intervento di riduzione dell’Irpef riguardi sostanzialmente il ceto medio. Persino il ministro Giorgetti di fatto ammette che il beneficio andrà soprattutto a favore della fascia più alta dei redditi, ma contemporaneamente – in modo palesemente contraddittorio – persiste nel sostenere che si tratta dei “redditi medi”.

Sarebbe più onesto che il Ministro dicesse con chiarezza che la propaganda è diversa dalla realtà. La propaganda è che si tagliano le tasse al ceto medio. La realtà che si regalano 2,7 miliardi ai redditi più elevati. Con quei soldi sicuramente si potrebbe fare qualcosa di più utile e necessario per questo Paese.

da qui

domenica 9 novembre 2025

L’isolamento di Israele - Francesco Pallante

 

Intervenendo alla Knesset lo scorso 13 ottobre, Donald Trump ha sostenuto che, grazie al suo piano di pace, «ora il mondo ama di nuovo Israele». Per poi aggiungere – con parole rivolte direttamente a Benjamin Netanyahu – «che se foste andati avanti con la guerra e le uccisioni non sarebbe stato lo stesso» (cioè, il mondo avrebbe continuato a odiarvi).

Naturalmente, come spesso capita, anche in questa occasione il presidente degli Stati Uniti ha sovrapposto i propri desideri alla realtà. Il mondo continua a essere sgomento al cospetto della violenza scatenata, e ostentata, da Israele contro gli inermi di Gaza (e, sempre più, anche della Cisgiordania); e nessun credibile segnale mostra mutamenti nella ripulsa con cui l’opinione pubblica mondiale continua – giustamente – a considerare Israele. È, tuttavia, significativo il fatto che Trump abbia ritenuto di dover intervenire sulla reputazione dello Stato ebraico, anche perché le sue parole non sono figlie di una considerazione estemporanea. Secondo quanto riportato dal Financial Times, già durante l’estate, il 31 luglio, il presidente statunitense aveva toccato l’argomento in una conversazione privata intrattenuta con un influente donatore della sua campagna elettorale, al quale aveva confessato: «il mio popolo sta iniziando a odiare Israele». Ciò induce due considerazioni.

La prima considerazione è che dalla guerra dell’informazione Israele è uscito sconfitto, a dispetto delle enormi risorse economiche profuse in propaganda e della pletora di media, giornalisti e influencer assoldati al suo servizio. Due anni di violenza bellica contro i civili, spietata al punto da renderla genocidaria, hanno alienato allo Stato ebraico molte delle simpatie di cui tradizionalmente godeva, unitamente a quelle acquisite all’indomani dell’attacco terroristico del 7 ottobre 2023. Decenni d’incessante lavorio sull’inquadramento ideologico e sullo sviluppo storico del conflitto israelo-palestinese sono finiti in cenere. Feticci un tempo inscalfibili – come quelli di «unica democrazia del Medio Oriente», «minaccia esistenziale al diritto all’esistenza di Israele», «esercito più morale del mondo» – suonano oggi ridicoli; così come ridicole suonano le parole un tempo proprie del linguaggio dominante – «vittime collaterali», «territori contesi», «esodo dei palestinesi», «guerra difensiva», «civili usati come scudi umani» –, che oggi screditano chi ancora osa pronunciarle. Il vergognoso «definisci bambino» proferito durante un dibattito televisivo dal presidente dell’associazione Amici di Israele, Eyal Mizrahi, è divenuto il simbolo di una propaganda così smaccata da farsi caricaturale. E persino il solitamente compassato (nei modi) Paolo Mieli ha perso la testa quando, non avendo argomenti da spendere, si è ridotto a dileggiare pubblicamente per il suo aspetto fisico la studiosa palestinese residente in Italia Souzan Fatayer, sulla base del cortocircuito mentale per cui solo i fisicamente filiformi avrebbero facoltà di denunciare la carestia provocata da Israele a Gaza. Ciò che più impressiona è che, nel loro spregiudicato cinismo, Israele e i suoi sostenitori non hanno avuto ritegno di gettare nel discredito persino l’antisemitismo. Chiunque abbia mosso la più timida critica all’operato dello Stato ebraico o abbia osato allontanarsi dalla sua versione dei fatti o non abbia docilmente ottemperato ai suoi desiderata è divenuto, per ciò solo, «antisemita», mentre, nel frattempo, chi pronunciava tale accusa – l’accusa più infamante – non esitava ad accompagnarsi ai nostalgici del fascismo e del nazismo. È difficile immaginare per il sionismo una nemesi più radicale dell’aver reso lo Stato di Israele la più rilevante minaccia per la sicurezza degli ebrei nel mondo.

La seconda considerazione è che l’orientamento dell’opinione pubblica ha assunto una rilevanza decisiva nel determinare gli sviluppi degli eventi in Palestina. Non c’è alcun dubbio che Israele avrebbe voluto proseguire l’attacco contro Gaza, come dimostrano i ripetuti sabotaggi delle tregue e delle trattative compiuti da Netanyahu, il cui obiettivo era – ed è – l’estensione della guerra dal Mar Mediterraneo al Golfo Persico. La tregua di Sharm el-Sheikh è stata imposta a Israele dall’esterno, per via del timore suscitato nel governo statunitense dalla crescente pressione dell’opinione pubblica mondiale, la cui principale conseguenza è stata la catena di – formali, ma altamente simbolici – riconoscimenti dello Stato di Palestina, che ha indebolito la compattezza del fronte occidentale. Non è possibile sapere se la tregua terrà. Così come non è possibile comprendere quali potrebbero essere, in caso di tenuta, le evoluzioni successive. Israele mantiene il controllo di oltre la metà della striscia di Gaza e lì, a detta di James David Vance e Jared Kushner, saranno concentrati i lucrosi interventi di ricostruzione. A chi saranno destinati i nuovi insediamenti urbani? Ai palestinesi che vi risiedevano prima della devastazione bellica o a nuovi coloni israeliani? Altrettanto oscuro è quel che avverrà nella rimanente parte della striscia di Gaza. Sarà davvero schierata una forza militare internazionale di interposizione? E, se sì, composta da contingenti di quali Stati? Decisivo sarà capire se la Turchia risulterà o meno coinvolta. Come che sarà, rimane in ogni caso fermo che a determinare la tregua non è stato l’avanzamento delle trattative – le condizioni sono le medesime già discusse in passato –, ma il conto che l’opinione pubblica mondiale ha, infine, minacciato di presentare ai sostenitori di Israele nel caso in cui il genocidio e la pulizia etnica fossero proseguiti (o, almeno: fossero proseguiti con la tracotanza che li ha sinora connotati).

Ad aprirsi, ora, è la questione relativa alla punizione dei responsabili dei crimini commessi da Israele: non solo da Netanyahu, ma dal grosso della dirigenza politica e militare di Israele, oltre che dai singoli soldati sul terreno. La propaganda dello Stato ebraico già è all’opera, con l’intento di negare ogni rilevanza – storica, morale e giuridica – alle spaventose violazioni del diritto internazionale compiute. Facile prevedere il ricompattamento del fronte occidentale, non solo per via dei legami d’ideale e d’interesse con Israele, ma anche per il timore delle corresponsabilità che gravano sui tanti governanti – italiani inclusi – che i crimini israeliani hanno coperto politicamente, appoggiato militarmente e sostenuto economicamente. Accetterà l’opinione pubblica mondiale di dimenticare quanto accaduto? Di fare come se la devastazione di uno dei più antichi insediamenti umani del Mediterraneo, con le centinaia di migliaia di vittime che ha consapevolmente comportato, non fosse mai avvenuta?

Non potendo fare pieno affidamento sugli Stati, l’efficacia con cui la giustizia internazionale riuscirà a svolgere il proprio lavoro dipenderà anche – o forse: soprattutto – dall’intensità della domanda di giustizia che salirà dalle piazze che in tutto il mondo sono state dedicate a Gaza e alla Palestina.

da qui

sabato 9 agosto 2025

Gaza. L’ultima offesa: preoccuparsi per i carnefici anziché per le vittime - Francesco Pallante

 

L’abisso morale in cui è sprofondato il dibattito sul genocidio che Israele sta commettendo a Gaza è più profondo di quanto si possa pensare.

Da una parte, i fautori del suprematismo ebraico, del fondamentalismo religioso, della violenza bellica, per i quali la questione del genocidio rileverà, egoisticamente, solo quando i vertici del governo in carica saranno chiamati a rispondere della loro complicità con Israele. Al loro fianco, i mistificatori di parole: coloro per i quali la vittima è Israele, per via dell’accusa di genocidio, non i palestinesi che nel genocidio sono sterminati. Dall’altra parte – tolti coloro che fin da subito hanno capito e messo in guardia contro quello che Israele aveva in animo di fare –, coloro che, dopo mesi di negazionismo, si ritrovano oggi nell’impossibilità di nascondere la natura genocidaria delle azioni israeliane e si rifugiano in un dibattito dai toni surreali, incentrato sul tormento non della vittima ma… del carnefice.

Proviamo a immaginare cosa sarebbe successo se al tempo delle guerre nella ex Jugoslavia qualcuno avesse posto al centro del dibattito il problema di come i massacri compiuti dai serbi, incluso il genocidio di Srebrenica, avrebbero influito sulla natura dell’identità… serba. O se la preoccupazione principale dei commentatori al tempo del genocidio dei tutsi in Ruanda avesse riguardato le ricadute sul modo di percepire se stessi da parte… degli hutu. O, ancora, se oggi, invece di interrogarci sulle conseguenze della guerra in Europa per gli ucraini, al centro delle nostre preoccupazioni vi fosse l’impatto della violenza bellica… sui russi.

Sembrano assurdità, anche solo a ipotizzarle. Eppure, è esattamente quello che accade nel caso della Palestina: la preoccupazione principale di buona parte dei commentatori, che pure vorrebbero – oggi – assumere una posizione critica, riguarda l’impatto che la spropositata violenza israeliana ha sugli israeliani, su come influisce sul modo in cui Israele percepisce se stesso, sulle conseguenze per gli equilibri interni al sionismo, sulle ricadute per la democrazia israeliana, sulla perdita di legittimità che va a minare lo Stato nato dal più spaventoso genocidio contemporaneo nel momento in cui si fa esso stesso Stato genocida.

Su Gaza, sui sistemi sanitario, scolastico, agricolo e idrico azzerati, sul patrimonio storico e artistico distrutto, sulle città rase al suolo, sui bulldozer che passano dopo i bombardamenti a mescolare le ossa dei dispersi alle macerie, sulle atroci sofferenze inferte a due milioni di esseri umani, sui morti per fame, sulle conseguenze che questi mesi di massacri e pulizia etnica avranno per un’intera generazione di bambini orfani, mutilati, operati senza anestesia, minati indelebilmente nel fisico e nella mente dalla carestia, sulle migliaia di prigionieri detenuti senza accuse, umiliati, affamati, torturati, uccisi nelle prigioni israeliane: sui palestinesi, insomma, solo frasi di circostanza.

È come se tutti avessero fatte proprie le parole del presidente israeliano – laburista, è bene ricordarlo – Isaac Herzog (colui che, senza smentita, si proclama amico del nostro Presidente della Repubblica), secondo cui «non ci sono civili innocenti a Gaza, c’è un’intera nazione là fuori che è responsabile» (13 ottobre 2023). Un’intera nazione significa tutti: inclusi i neonati, anch’essi, in effetti, obiettivi militari (o, al massimo, «danni collaterali», secondo le parole di un intervento pubblicato dalla Rivista del Mulino online). Ignorare le vittime, concentrando tutta l’attenzione sui carnefici, è in effetti un modo più sottile, ma ugualmente disumanizzante, di aderire alla visione che mira ad annullare i palestinesi in quanto tali, a dimostrazione di un atteggiamento intriso del medesimo colonialismo che si è fin troppo a lungo nascosto dietro la menzogna della terra senza popolo per il popolo senza terra (lo stesso perdurante colonialismo che vorrebbe ora rendere il riconoscimento dello Stato di Palestina una graziosa elargizione, sottoposta alle condizioni degli elargitori, anziché un diritto che spetta al popolo palestinese così come spetta ai popoli di tutto il mondo).

È questo che impedisce a tanti, a troppi, di riconoscere che il dramma, con cui anche noi abbiamo oggi a che fare, è la strage di decine o forse centinaia di migliaia di innocenti, non le conseguenze che queste morti avranno su chi ha deciso, compiuto e sostenuto, in alcuni casi persino celebrato, la strage.

da qui

giovedì 8 maggio 2025

Ultimo giorno di Gaza

 


9 maggio. L’Europa contro il genocidio

Il 9 maggio è la Giornata dell’Europa: ma è anche l’ultimo giorno di Gaza. Perché il tempo sta finendo, per questa terra nostra. Questa terra del Mediterraneo, il mare che ci unisce. Per questo, in quella giornata in cui ci chiediamo chi siamo, vi chiediamo di parlare di Gaza, di farlo ovunque vorrete. E di farlo, tutte e tutti, sulla rete: su siti, canali video, social. E sempre con l’hashtag #GazaLastDay#UltimogiornodiGaza.

Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, italiani, europei, umani.

Per rompere il silenzio colpevole useremo la rete, che è il solo mezzo attraverso cui possiamo vedere Gaza, ascoltare Gaza, piangere Gaza. Perché possano partecipare tutte e tutti, anche solo per pochi minuti. Anche chi è prigioniero della sua casa, e della sua condizione: come i palestinesi, i palestinesi di Gaza lo sono. Perché almeno stavolta nessuna autorità e nessun commentatore allineato possa inventarsi violenze che occultino la violenza: quella fatta a Gaza.

Sulla rete, e non solo. Per chi vuole mettere in rete ciò che succede nelle piazze e nelle comunità che si interrogano, assieme, su come fermare la strage.

Con la consapevolezza che noi siamo loro. E che a noi – italiani ed europei – verrà chiesto conto della loro morte. Perché a compiere la strage è un nostro alleato, Israele. Per ripudiare l’Europa delle guerre antiche e contemporanee, per proteggere l’Europa di pace nata da un conflitto mondiale, esiste un solo modo: proteggere le regole, il diritto, e la giustizia internazionale. E soprattutto guardarci negli occhi, e guardarci come la sola cosa che siamo. Umani.

Aggiungiamo tutte le parole che vorremo usare all’hashtag #ultimogiornodigaza#gazalastday.

Senza scomunicarne nessuna, senza renderne obbligatoria nessuna. Per chiamare le cose con il loro nome. Ora è il momento di costruire una rete di senza-potere determinati a prendere la parola. E il 9 maggio è la prima tappa di una strada assieme. Perché la strage, perché il genocidio, abbiano fine. Ora.

[Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Evelina Santangelo]

9maggioxgaza@gmail.com


#ultimogiornodigaza#gazalastday


APPUNTAMENTI A ROMA:

§  9 maggio, ore 18: Ponte Sisto e Piazza Trilussa

§  10 maggio, ore 10 al Pantheon con Stop Rearm Europe

da qui

 

Fermare questo orrore – Moni Ovadia

Negli anni del dopo Shoah, l’Occidente si è interrogato a lungo se si poteva fare qualcosa per fermare quell’orrore. Naturalmente si sarebbe potuto fare qualcosa, ma non si è fatto.

Apprendiamo che Netanyahu ha deciso un’azione con truppe di terra in Gaza e la deportazione dei gazawi. Dove?

Siamo a un punto che se il governo israeliano decidesse di internare i Palestinesi in campi di concentramento, potrebbe farlo nell’inerzia dei governi degli altri Paesi, dopodiché potrebbe farne ciò che vuole, come del resto sta già facendo.

Alla fine di tutto questo, perché prima o poi una fine arriva sempre, ci interrogheremmo sul come sia potuto accadere e se si sarebbe potuto fare qualcosa per fermare questo orrore.

Naturalmente si sarebbe potuto fare qualcosa, ma non si è fatto.

da qui


Amos Goldberg: “Gaza non esiste più: questo è genocidio”

 

(intervista di Sabrina Provenzani)

 

“Quello che Israele sta commettendo a Gaza è un genocidio”. Amos Goldberg è professore di Storia dell’Olocausto presso il Dipartimento di Storia Ebraica e Studi Contemporanei dell’Università Ebraica di Gerusalemme. “Mi sono avvicinato allo studio del genocidio perché credo che, studiandolo, possiamo comprendere meglio i pericoli e le minacce che affrontiamo come individui, società e culture. Mettiamo da parte l’Olocausto per un momento: quasi sempre i genocidi, per chi li perpetra, sono reazioni di autodifesa rispetto a una minaccia reale o immaginaria. Ora, ed è molto importante sottolinearlo: il 7 ottobre è stata una catastrofe. Un trauma profondo, un crimine atroce, che ha colpito persone a me molto vicine. Siamo rimasti tutti scioccati; l’abbiamo vissuta come una minaccia esistenziale. Non abbiamo nemmeno potuto elaborare il lutto. Ma anche quel crimine deve essere compreso – non giustificato – nel suo contesto: la Nakba, l’occupazione, l’assedio, l’apartheid… La risposta di Israele è stata completamente sproporzionata, e nessun crimine, per quanto atroce come quello del 7 ottobre, giustifica un genocidio.

Ma come rientra nella definizione di genocidio?

È un crimine difficile da identificare, ma la Convenzione Onu per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948 offre una definizione ampiamente accettata. Significa non semplicemente uccidere molte persone, ma avere l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso. E, lo indica il nome, include l’obbligo di prevenirlo. Quell’intento specifico di distruzione è chiaro a Gaza. Che, come società, non esiste più. Per mesi, in Israele, sono stati pronunciati pubblicamente, sui media e social media, incitamenti al genocidio, dall’alto al basso – da funzionari governativi, generali, celebrità dei media, rabbini, anche soldati. Questo è stato ampiamente documentato. Gli schemi di annientamento sono innegabili: uccisioni di massa, abbattimento della maggior parte delle abitazioni, distruzione sistematica di ospedali, infrastrutture, edifici religiosi, università e istituzioni; fame, cecchini che prendono di mira persone innocenti, bambini compresi. Queste azioni distruggono le condizioni che rendono possibile una società: annientano un collettivo mentre disumanizzano un’intera popolazione. 45 mila morti, oltre 100 mila feriti. Molti altri muoiono a causa della mancanza di strutture e forniture mediche. L’intera popolazione è sfollata. Gaza non esiste più.

Ma il termine genocidio porta con sé un peso enorme. La sua associazione con l’Olocausto continua a influenzare la Germania. Associare Israele, un paese in fondo nato dall’Olocausto, a un genocidio è indicibile per molti.

Sì, perché l’unico genocidio a cui pensiamo è l’Olocausto. Quindi, se non è Auschwitz o Treblinka, non è un genocidio… Gli europei, e soprattutto i tedeschi, provano sensi di colpa e la responsabilità di proteggere Israele, anche se è lo stato più potente del Medio Oriente. Può superare la soglia del crimine più orrendo del diritto internazionale, ma se lo critichi troppo vieni subito considerato antisemita. Prendiamo Tony Blinken, che nega il genocidio a Gaza e sostiene incondizionatamente Israele. Poco prima del 7 ottobre ha visitato il Museo dell’Olocausto a Washington per riconoscere come genocidio le atrocità commesse in Myanmar. Nella sua dichiarazione basta cambiare le parole con Gaza e Israele per ottenere un’analogia quasi perfetta. Quindi si può attingere autorità morale dall’Olocausto per parlare del genocidio in Myanmar, che fra l’altro è molto diverso dall’Olocausto, ma per Israele saltano tutte le regole. Capisco la delicatezza di parole come Olocausto e genocidio, la condivido pienamente. Dobbiamo essere cauti e sensibili. Ma dobbiamo anche prevenire i genocidi. Il rischio non è solo violare la memoria, destabilizzare identità o ferire sentimenti. Qui ci sono persone che vengono uccise ogni giorno a decine, bambini che muoiono di fame. Dobbiamo fermare questo. Perché studiamo l’Olocausto se non ne impariamo la lezione?

Lei sta ponendo la questione dell’eredità dell’Olocausto…

Yehuda Elkana era un prestigioso studioso israeliano, sopravvissuto all’Olocausto. Nel 1988, all’inizio della prima Intifada, scrisse: “Dall’Olocausto si possono trarre due lezioni: ‘mai più’ e ‘mai più a noi’. Israele ha deciso di imparare la seconda e, di conseguenza, di non ricordare. La Germania in teoria ha appreso il ‘mai più’ per tutti, ma più passa il tempo più sembra che intenda: ‘Mai più dobbiamo sentirci in colpa’.. Difendere Israele è diventato una parte importante della loro identità. Io apprezzo la loro cultura della memoria, ma non che sostengano un genocidio attuale in nome di un genocidio passato, più estremo, che hanno perpetrato. È diventata una scusa per essere razzisti: puoi essere razzista e sostenere un genocidio ma mantenere la superiorità morale giustificandoti con la ‘lotta contro l’antisemitismo’.

Ma Israele è davvero in una posizione eccezionale, per la sua storia e per la polarizzazione che attrae…

Sì, per molte ragioni. Ma anche perché gode di una protezione che nessun’altra nazione riceve. Ciò che è davvero eccezionale di Israele è che viola tutte le regole del diritto internazionale e la fa franca.

Lei è uno dei molti ebrei che lo denunciano… si sente ancora, in qualche modo, parte di quella realtà?

Non ‘in qualche modo’. Ne faccio completamente parte. È la mia società. Lo fanno a nome mio. Insegno all’università: sono le mie tasse. Siamo complici. Lasciamo che accada. Non lo abbiamo prevenuto. Ci ho messo sei mesi per capirlo: avrei dovuto capirlo prima. Protestare comporta un rischio personale, soprattutto per i palestinesi, anche quelli con cittadinanza israeliana. O tacciono del tutto o vengono arrestati, quindi in Israele sono quasi invisibili. Ma questo è il momento di insistere sulle voci palestinesi, anche se dicono verità molto dolorose per noi israeliani e anche per voi europei, anche voi complici. Il mio amico Alon Confino non smetteva mai di ricordarlo: uno degli imperativi morali e politici dell’Olocausto è che dobbiamo sempre ascoltare la voce delle vittime.

da qui


martedì 6 maggio 2025

Appello referendario

 

Appello referendario. Vivere da cittadini, lavorare con dignità, creare democrazia

Negli ultimi anni le condizioni di incertezza e precarietà sono state aggravate anche da alcune politiche che regolano la nostra vita e il nostro lavoro. Diventare cittadini italiani è diventato più difficile per chi è di origine straniera. Le tutele del lavoro sono state ridotte, con effetti negativi sulla qualità dell’occupazione, sui salari, sulle disparità tra uomini e donne, sulla sicurezza sul lavoro. Politiche di questo tipo hanno alimentato la sfiducia, allontanato le persone dalla politica, aggravato la crisi della democrazia. Non è una deriva inevitabile. Le regole e le politiche possono essere cambiate per dare più protezione a chi vive e lavora in Italia. L’8 e 9 giugno 2025 si potrà votare per 5 referendum che chiedono di cancellare alcune misure che hanno peggiorato le condizioni di vita e di lavoro in Italia.

1. Vivere da cittadini. Riduciamo da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale in Italia richiesto per ottenere la cittadinanza italiana ai maggiorenni stranieri. Chi la ottiene potrà poi trasmetterla a figli e figlie minorenni. Circa due milioni e mezzo di persone potrebbero così vivere da cittadini. Abroghiamo la legge che nel 1992 ha raddoppiato il periodo di soggiorno richiesto.

2. Vite meno precarie. Riduciamo la possibilità di usare contratti di lavoro a tempo determinato, limitandone l’utilizzo a esigenze specifiche. Oltre due milioni e mezzo di persone, soprattutto giovani, lavorano oggi con contratti a termine e vivono una condizione di precarietà, insicurezza e bassi salari. Abroghiamo le norme che hanno liberalizzato l’utilizzo del lavoro a termine.

3. Lavorare senza licenziamenti illegittimi. Riduciamo le possibilità di licenziamenti senza giusta causa. Tre milioni e mezzo di lavoratrici e lavoratori a tempo indeterminato sono stati assunti dopo il 2015 in imprese con oltre 15 dipendenti. Per loro le imprese possono effettuare licenziamenti senza giusta causa e non è possibile per loro ottenere dal giudice il reintegro nel posto di lavoro. Abroghiamo le norme che impediscono il reintegro al lavoro in caso di licenziamenti illegittimi.

4. Lavorare senza discriminazioni. Riduciamo le possibilità di licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese. Tre milioni e mezzo di persone lavorano in imprese con meno di 16 dipendenti. Per loro le imprese possono effettuare licenziamenti senza giusta causa e offrire un indennizzo limitato a sei mensilità. Abroghiamo le norme che facilitano i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese, lasciando al giudice del lavoro la possibilità di definire l’indennizzo.

5. Lavorare senza infortuni. Riduciamo i rischi di incidenti e morti sul lavoro. Ogni anno ci sono in Italia quasi 600 mila denunce di infortuni e oltre mille morti sul lavoro. Gran parte di questi avviene in imprese che operano in subappalto, spesso piccole aziende senza procedure di sicurezza adeguate. Abroghiamo le norme che impediscono, in caso di infortunio sul lavoro negli appalti, di estendere la responsabilità all’impresa appaltante (…) I 5 referendum sono l’occasione per fare in modo che le politiche tornino a proteggere le persone, e che la politica sia fatta di partecipazione e democrazia. In un mondo segnato da derive autoritarie, lo strumento che abbiamo per fermarle è proprio la pratica della democrazia, a cominciare dalla partecipazione al voto per i referendum. Per queste ragioni, sui 5 referendum – come persone impegnate nel mondo dell’università e della ricerca – (…) l’8 e 9 giugno 2025 invitiamo a partecipare ai 5 referendum e a votare SI.

Tra i firmatari: Gaetano Azzariti, Donatella Della Porta, Emanuele Felice, Luigi Ferrajoli, Silvio Garattini, Chiara Giorgi, Maria Cecilia Guerra, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, giurista, Università di Torino Giorgio Parisi, Mario Pianta, Alessandro Portelli, Giorgia Serughetti, Salvatore Settis, Pasquale Tridico, Nadia Urbinati, Gianfranco Viesti

da qui

 

 

Il costituzionalista Pallante: “Referendum oscurati, temono che il lavoro ritorni un diritto” – Silvia Truzzi

 “Vivere da cittadini, lavorare con dignità” è il titolo di un appello che tenta di squarciare il silenzio sui referendum dell’8-9 giugno: lo hanno firmato intellettuali e accademici come il premio Nobel Giorgio Parisi, Nadia Urbinati, Silvio Garattini, Gaetano Azzariti, Salvatore Settis e Tomaso Montanari. Tra loro c’è anche Francesco Pallante, ordinario di Diritto costituzionale a Torino.

Professore, c’è un gran silenzio attorno all’appuntamento di giugno: perché?

I referendum mirano, nel loro complesso, ad aprire una breccia negli attuali equilibri di potere che vedono la finanza e l’impresa dominare in campo economico, al contrario di quel che prevede la Costituzione. Consci dello squilibrio di potere tra datori di lavoro e lavoratori, i Costituenti si erano posti l’obiettivo di riequilibrare i rapporti di forza. Per questo la Repubblica è “fondata sul lavoro”, diversamente dalle Costituzioni ottocentesche che erano “fondate sulla proprietà”, persino quanto al diritto di voto! Le riforme degli ultimi 30 anni hanno ricreato una situazione ottocentesca e chi ne beneficia non vuole perdere gli enormi vantaggi di cui gode. In quest’ottica anche il referendum sulla cittadinanza è importante: ricompone l’unitarietà della categoria dei lavoratori superando, almeno in parte, la contrapposizione tra lavoratori italiani e stranieri.

Puntano a non raggiungere il quorum?

Sì, purtroppo è oramai invalsa la prassi per cui i contrari all’abrogazione approfittano parassitariamente dell’astensionismo per far fallire i referendum, evitando di mettersi democraticamente in gioco.

Come cambierebbe la legge sulla cittadinanza?

La regola generale è che la cittadinanza possa essere concessa agli stranieri che risiedono in Italia da almeno 10 anni; nel caso degli stranieri maggiorenni adottati da cittadini italiani vale una regola speciale, per cui è sufficiente un periodo di 5 anni. Il quesito mira ad abrogare la regola generale dei 10 anni unitamente al riferimento all’adozione in quella speciale, trasformando la residenza quinquennale in regola generale (com’era fino al 1992).

Poi ci sono i referendum sul lavoro. Uno riguarda la sicurezza: i morti aumentano ma, chiacchiere a parte, la politica sembra disinteressarsene…

La mancata sicurezza sul lavoro è una ferita costituzionale sanguinante. Il lavoro non solo è precario e povero, oramai sempre più spesso è anche mortale. Gli esperti spiegano che le catene di appalti e subappalti rendono impossibile assicurare la sicurezza a chi lavora nei cantieri. È chiaro che è lì che occorre intervenire, ma sinora la politica è rimasta inerte. Il referendum mira a sanare questa ferita.

Precarietà: l’esempio della Spagna, che è tornata indietro, non è servito…

Il caso spagnolo è interessante perché dimostra che, contrariamente a quanto viene ripetuto, rafforzando i diritti dei lavoratori si rafforza il sistema economico nel suo complesso. Per questo i referendum che puntano a ostacolare i licenziamenti e a ridurre i contratti a termine sono fondamentali: procurano beneficio a tutti, non solo ai lavoratori dipendenti.

L’abolizione del Jobs Act crea imbarazzo nel Pd. È solo una questione simbolica o cambierebbe davvero qualcosa?

I referendum sui licenziamenti e sui contratti a termine produrrebbero cambiamenti immediati e importanti nella vita dei lavoratori, inclusi quelli che lavorano nelle piccole imprese (la gran parte di quelle italiane). Per i datori di lavoro il licenziamento disposto in violazione della legge sarebbe più costoso e si amplierebbero le ipotesi di reintegra. Quanto ai contratti a termine, il loro utilizzo sarebbe circoscritto a situazioni connotate da esigenze produttive oggettive. Chiaramente tutto ciò avrebbe anche un’enorme portata simbolica. L’idea alla base del Job Act (ma, ancor prima, del “pacchetto Treu” e della “legge Maroni”) era che il lavoro fosse un mero costo di produzione, da ridurre al minimo. I referendum puntano a tornare alla concezione del lavoro come diritto: quella della Carta.

da qui

lunedì 29 gennaio 2024

La memoria sequestrata

Da mandare a memoria: non ci sono genocidi e apartheid buoni - Francesco Masala

Il 27 gennaio di ogni anno è giorno dedicato alla memoria secondo la legge n.211 del 20 luglio 2000 (qui il testo della legge).

A prescindere dal fatto che la stessa legge, scritta male, non cita, fra i degni di memoria fra le vittime dei campi di concentramento, gli omosessuali e gli zingari, fra gli altri, sfugge come mai si siano vietati in Italia i cortei a sostegno dei palestinesi, per ricordare al mondo il genocidio portato avanti dal governo e dall'esercito di Israele, proprio adesso.

Qualcuno ricorda un genocidio cattivo (Shoah), e allo stesso tempo sostiene i genocidi buoni (Gaza), come se ci fossero genocidi e apartheid cattivi e genocidi e apartheid buoni.



TRITACARNE - Gian Luigi Deiana

diplomazia occulta, notizie false e carne umana

proviamo a vedere col senso di tre giorni, settantadue ore soltanto, su cosa è stata calamitata l'attenzione di uno qualunque, quale io sono:

il 26 gennaio la CORTE DI GIUSTIZIA dell'ONU, che ha sede all'AIA in olanda, ha dichiarato fondata la condizione di genocidio perpetrata da israele sulla striscia di gaza e sulla cisgiordania, e in particolare in queste ore su khan yunis e jenin;

il 27 gennaio (che in termini di coscienza morale del mondo dovrebbe essere il giorno di memoria dell'olocausto e della coerenza "mai più"), il GOVERNO DI ISRAELE ha dichiarato che l'UNWRA, l'agenzia delle nazioni unite deputata all'assistenza dei rifugiati nei campi profughi sparsi in giro per i territori palestinesi occupati, è compromessa col terrorismo ed in particolare con l'operazione messa in atto da hamas il 7 di ottobre;

il 28 gennaio il giovane tennista italiano (alto-atesino!) jannik sinner vince la principale competizione mondiale del tennis: bravo, e poi serve almeno rimandare la memoria al prossimo anno e passare di nuovo ad altro; nel contempo, le diplomazie alleate di israele, e quindi fornitrici di armamenti e di copertura logistica, propagandistica e politica, concordano la sospensione dei contributi finanziari dovuti per l'attività assistenziale dell'UNWRA;

domani è il 29 gennaio, e come ogni volta è un altro giorno; e allora?

allora il problema è questo: le notizie sono tante, milioni di milioni, ma il loro salame, al contrario di negroni, non vuol dire verità;

come raccomanda esopo, è sempre necessario diffidare di chi grida "al lupo" giusto per dirottare l'attenzione; questa infatti è sempre la prassi adottata in tempi di conflitto dai belligeranti che hanno torto, o comunque un torto molto più antico e molto più annientatore di quello del nemico : nel caso di questi mesi, questo è esattamente il caso del governo di israele: i cui servizi di intelligence sono risultati molto stupidi nella capacità di decifrare i piani del nemico, ma sono sempre estremamente intelligenti nel montare frottole planetarie per pilotare su pericolosi sensi unici le diplomazie, e per ingozzare di veleno l'opinione pubblica;

dunque, la denuncia avanzata dal governo netanhyau ieri 27 ottobre, giorno della memoria, contro le "nazioni unite" e in specie contro l'agenzia di soccorso sui campi profughi "unwra", a me e al vecchio esopo appaiono molto molto sospette; gente come noi ci tiene all'ottavo comandamento;

non nego che possano esservi connivenze inconfessabili tra operatori dei campi e rifugiati nelle tendopoli: infatti una tendopoli di guerra non è un camping di villeggianti: vorrei vedere me, o vorrei vedere te;

ma se questa è una condizione fisiologica e quotidiana, perché mai essa viene immessa nel trita-news della carne umana proprio in risposta mediatica al pronunciamento della corte internazionale di giustizia delle nazioni unite? se si sapeva di queste connivenze, e se lo si sapeva con fondamento di verità, perchè le autorità israeliane non lo hanno detto prima, tenendolo invece di riserva come strumento di ritorsione? e perchè non ne viene resa nota la dimensione, le specifiche responsabilità e la eventuale pericolosità e correggibilità, senza mettere alla gogna l'opera di assistenza e soccorso dei campi?

perchè? è semplice: il governo di israele, struttuttalmente fascista di suo, ha finalmente associato una decina di alleati occidentali nel proposito di mettere alla fame, alla sete, all'inedia e alla malattia tutta la gente dei campi profughi;

chi è il mio fratello, chi é il tuo fratello, oggi?

a questo punto io che sono uno del niente, ma per quanto indegno resto un titolare di verità, senza di che ogni ordinamento politico mi fa schifo, io semplicemente chiedo: perchè in palestina esistono i campi profughi, i cui rifugiati sono palestinesi cacciati con lutti e violenza dalle proprie case, senza giustificazione giuridica alcuna?

perchè continuano a esistere i campi profughi, dove i vecchi muoiono senza un cimitero, gli ammalati sono privi di cure, e i bambini nascono senza assistenza neonatale?

da quanti anni dura tutta questo, se l'aspettativa diplomatica non dichiarabile ma esplicita é che tutti questi rifugiati vadano quanto prima a morire, e per di più con una ghirlanda di vergogna?

è davvero l'unwra il problema? sono gli operatori dell'unwra il problema? cosa faresti tu, tu comune piccolo figlio di dio di nazionalità padrona (stati uniti, canada, australia, gran bretagna, germania, italia, francia, ecc.) a decidere sul pane o sul latte o sul castigo da riservare a quei tuoi dissimili lá dentro? i tuoi "dissimili", là dentro?

29 gennaio: non so cosa ne verrà domani 29 gennaio nel trita-news del giorno, quello che un tempo era invece la libera stampa e la pubblica opinione; il risultato sembra comunque già scritto: una diecina di stati occidentali, vigliacchi e complici di un genocidio in corso, ha dichiarato guerra alle nazioni unite: e questo è tutto;

(("la palestina è oggi la falsa coscienza del mondo" - ettore masina, giornalista rai, 1968))

da qui

La giornata della memoria e il tentativo di controllare il passato - Eric Gobetti 

Si dice che la storia la scrivono i vincitori, ce lo ripetono spesso i nostri avversari. Ci dicono che è necessaria una pacificazione delle memorie del passato. Ma la pacificazione si raggiunge facendo ognuno un passo indietro, ammettendo ognuno le proprie colpe, trovando un terreno comune di dialogo. Qui abbiamo una richiesta di resa, più che di pace.

Ci viene chiesto di ammettere i crimini partigiani, di arrenderci all’evidenza che la Costituzione non è antifascista, di riconoscere che la Resistenza non voleva la democrazia. Intanto chi ce lo chiede arriva al potere vantandosi dei busti del duce sulla scrivania, portando avanti un’agenda politica nazionalista e razzista, minacciando o licenziando i dissidenti, rifiutando il dialogo e imponendo la propria visione della storia.

Ci dicono che la storia l’hanno scritta i vincitori. Non è vero. La storia la scrivono i vincitori quando vincono loro, i fascisti. Siccome la Seconda guerra mondiale l’abbiamo vinta noi, la storia l’hanno scritta tutti. O meglio, la storia l’hanno scritta gli storici, mentre ognuno ha coltivato la propria memoria. Persino i fascisti, che hanno scritto libri, hanno pubblicato giornali, hanno realizzato film con il loro punto di vista, falsificando la storia per poter nascondere il proprio passato criminale. Ora che hanno raggiunto il potere stanno cercando di imporre quella narrazione falsata come storia di tutti, come storia ufficiale del Paese. È una storia che fa leva sul vittimismo, come tutte le narrazioni nazionaliste. Gli italiani sarebbero un popolo buono e innocente per definizione, e il fascismo sarebbe solo una pagina fra le tante di quella fulgida storia.

Chi sono invece i veri criminali dell’epoca fascista? Ce lo dovrebbero insegnare le giornate memoriali istituite per commemorare la Seconda guerra mondiale. Da una parte il Giorno della Memoria, in cui ricordiamo le vittime dei crimini nazisti, cioè la volontà genocidiaria di cancellare dalla faccia della terra interi popoli (rom, ebrei…) e intere categorie umane (disabili, omosessuali…). Dall’altra il Giorno del Ricordo, che ha lo stesso peso istituzionale, ma subisce un uso politico ben maggiore. Quella giornata dovrebbe ricordare i crimini commessi dai partigiani jugoslavi a fine guerra, una reazione eccessiva alle violenze subite nei vent’anni precedenti, tra cui gli stessi crimini nazisti, contro cui i partigiani combattevano. Qual è invece il messaggio che veicola nell’opinione pubblica? Che le foibe sono la “nostra Shoah”, l’esodo è una pulizia etnica e chi sostiene il contrario è un “negazionista”. In pratica i partigiani avrebbero commesso crimini analoghi ai nazisti, anzi forse peggiori, visto che se ne parla di più e più spesso. Non a caso il comune di Lucca poche settimane fa ha rifiutato di intitolare una via a Sandro Pertini con la motivazione che “è stato un partigiano”! Non c’è da stupirsene, purtroppo. E l’Anpi non a caso è costantemente attaccata da chi diffonde questa visione distorta della storia. Cosa manca nelle politiche della memoria su quell’epoca storica? Abbiamo il Giorno della Memoria per condannare i crimini nazisti, quello del Ricordo sui crimini partigiani… E i crimini fascisti? I fascisti evidentemente sono innocenti, anzi vengono addirittura rappresentati come vittime innocenti delle foibe. Se i fascisti non hanno commesso crimini, evidentemente il fascismo “ha fatto solo cose buone”, perché quelle cattive non ce le raccontano mai. Questo è lo scenario sul nostro passato creato da chi ci governa. La storia, oggi, non la stanno scrivendo i vincitori: la stanno scrivendo i vinti della Seconda guerra mondiale, distorcendola a proprio vantaggio.

“Chi controlla il passato, controlla il futuro”, diceva uno slogan del Partito Unico in 1984 di George Orwell. Io credo sia vero. Attraverso il controllo di quel passato, di quella storia, gli eredi del modello politico fascista hanno imposto il proprio dominio sul presente, e un’ipoteca sul futuro. Hanno raggiunto l’egemonia politica dopo aver ottenuto quella culturale. E l’hanno fatto attraverso inganni retorici in cui sono caduti molti sinceri democratici (le foibe come pulizia etnica, lo stereotipo degli italiani brava gente per negare i crimini fascisti…) e vere e proprie bugie (sulle cifre delle vittime delle foibe, sui “poveri nazisti” definiti “musicisti in pensione”… e tante altre).

Voi dell’Anpi avete scelto di impegnarvi in una battaglia culturale che ha un valore immenso. Certo fate anche altro, magari fate anche politica, ma come dirigenti Anpi avete il compito di difendere la storia della Resistenza e i valori che incarna. Dunque è necessario innanzitutto capire come contrastare l’uso capovolto che la politica fa di quella storia negli ultimi decenni. Sono stato invitato, in quanto storico, per offrirvi degli strumenti di autodifesa. Purtroppo non ho molto da dirvi. Studiate, imparate, non smettete di documentarvi, non arrendetevi all’ignoranza: una battaglia culturale si combatte con gli strumenti della cultura. E come ci insegna Orwell, non è una battaglia inutile o irrilevante: è la principale battaglia da combattere, oggi, per riportare al centro della nostra vita civile i valori della democrazia e della libertà.

Oggi mi sono vestito con i colori dell’Italia. Non ho paura di mostrarmi patriottico. Io mi identifico nei valori della nostra Costituzione antifascista, della nostra Italia libera e democratica, non di una nazione eterna fuori dal tempo, un popolo immutato da Cesare a oggi, che è una visione irrealistica e antistorica, che in questo modo includerebbe anche il contrario della nostra patria, cioè l’Italia fascista. Voi vi siete assunti il compito di difendere questo Stato democratico e la storia da cui è nato. Non è un compito facile, ma è un compito realmente patriottico.

Essere patriottici è il contrario di essere nazionalisti. Non significa giustificare gli italiani in quanto tali, metterli tutti sullo stesso piano, fascisti e antifascisti, vittime e carnefici, colpevoli e innocenti. Significa invece distinguere, identificare nella storia chi ha tradito i valori della democrazia, chi ha mandato i nostri nonni a uccidere e morire in nome della patria. Significa anche operare, lottare se è necessario, per una patria giusta, solidale, realmente democratica. Quindi anche lottare contro un governo nazionalista, contro le sue logiche razziste, contro gli egoismi dei più ricchi, contro le bugie storiche di chi si identifica con la dittatura fascista. Non abbiate paura di scegliere e di schierarvi, anche contro le istituzioni, se tradiscono gli ideali da cui è nata la nostra patria.

Ma essere patriottici significa anche non dimenticare di essere parte dell’umanità. Agite sempre in un’ottica internazionale, perché i diritti degli italiani devono essere i diritti di tutti, se no si chiamano privilegi. Difendere la nostra storia, quella storia, significa anche identificare ogni oppressione nel mondo, schierarci sempre dalla parte degli ultimi, dei deboli, degli oppressi, e di chi si ribella all’oppressione. Significa lottare per chi subisce un’invasione e una occupazione, ma anche per chi è oppresso da un governo nazionalista e antidemocratico, come o peggiore del nostro. Difendere la storia della Resistenza significa lottare per la pace e per la giustizia per tutti i popoli del mondo, in ogni parte del mondo.

È la lectio tenuta dall’autore nella Assemblea nazionale dei giovani dirigenti Anpi (Riccione, 2-3 dicembre 2023)

da qui

 

 

L’atroce paradosso del nuovo antisemitismo - Gian Giacomo Migone 

In questi mesi un atroce paradosso si dipana sotto i nostri occhi. Il Governo d’Israele è diventato il principale generatore di veleno antisemita per l’eccidio che si sta consumando nella striscia di Gaza. Soprattutto le nuove generazioni, che non hanno vissuto da vicino la tragedia storica dell’Olocausto, assistono indignate alla strage in atto, alle espulsioni forzate di Palestinesi dalle loro case in Gerusalemme Est e Cisgiordania, in palese violazione del diritto internazionale vigente, mentre diffidano delle circostanze non chiarite in cui non è stato prevenuto e contrastato l’attacco sanguinoso di Hamas ad Israele. Facilmente esse cadono vittime di un errore eguale e contrario alla mistificazione diffusa, per giustificare l’appoggio occidentale a Netanyahu e ai suoi peggiori accoliti, secondo i quali qualsiasi critica al governo d’Israele è quantomeno sintomo di antisemitismo. Le accuse strumentali di antisemitismo alle mobilitazioni in difesa dei diritti palestinesi, tali da costringere le rettrici dell’Università della Pennsylvania e di Harvard alle dimissioni (https://volerelaluna.it/mondo/2023/12/14/stati-uniti-se-la-liberta-di-parola-si-ferma-alla-soglia-della-palestina/), configurano delle limitazioni alla libertà di espressione e di ricerca tali da confondere ulteriormente antisemitismo e critiche alla politica israeliana.

La Giornata della Memoria impone rispetto per i milioni di Ebrei vittime, a cui si aggiungono oppositori politici, Rom, Sinti, portatori di handicap, religiosi, omosessuali perseguitati e sterminati dal regime nazista. Quel senso di rispetto richiede anche il chiarimento delle circostanze storiche che hanno accompagnato l’azione di quel regime programmaticamente finalizzato all’eliminazione della minoranza ebraica. Se le responsabilità della Germania di Hitler e dell’Italia fascista, autrice delle leggi razziali, sono state chiarite in maniera inequivocabile dalla storia, resta un misconosciuto, perlopiù inconsapevole, senso di colpa per un antisemitismo antico, allora diffuso nel mondo, che ha accompagnato e, in qualche misura, favorito quegli orrori di cui i diritti di Palestina e dei Palestinesi diventeranno bersagli innocenti. Non mancano esempi ineludibili al riguardo. Quando iniziò la fuga degli Ebrei dalla Germania, dopo la famigerata Notte dei Cristalli, il governo nazista appose la lettera “J” sui loro passaporti, ma su richiesta dei governi della Svizzera e della Svezia che non volevano accoglierli, senza rinunciare ai benefici economici del turismo tedesco (cfr. Birgitta von Otter, Navelsträngar och narrspeglar, 2020). In quegli stessi anni, l’ambasciatore degli Stati Uniti William Dodd (cfr. Robert A. Dallek, Democrat and Diplomat: The Life of William E. Dodd, 1968) – storico, nominato dal presidente Franklin D. Roosevelt, che lo protesse nel corso del suo intero mandato – fin dall’inizio della sua missione intese e denunciò ai suoi diretti superiori la natura del governo presso il quale era stato accreditato. I diplomatici di professione del Dipartimento di Stato gli rimproveravano di non comportarsi secondo le tradizionali regole professionali della diplomazia, prima tra le quali quella di intrattenere rapporti buoni, possibilmente cordiali con il governo presso il quale si è accreditati. Soprattutto, essi non gradivano i numerosi visti che l’ambasciatore elargiva agli Ebrei in fuga, a causa di un antisemitismo largamente diffuso negli Stati Uniti e in tutte le classi alte dell’Occidente.

Ma vi è di più. Riflettiamo su questo episodio. A seconda guerra mondiale inoltrata, nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1942, su un treno che li porta da Varsavia a Berlino, il giovane diplomatico svedese Göran Fredrik von Otter si trova per caso nello stesso scompartimento con il tenente delle SS, Kurt Gerstein (cfr. Saul Friedländer, L’ambiguità del bene. Il caso del nazista pentito Kurt Gerstein, 2002). Nel clima di confidenza che talvolta si crea tra due viaggiatori, dopo avere controllato l’assenza di microfoni spia, Gerstein preannuncia una rivelazione che potrebbe costargli la vita, chiedendo soltanto al suo compagno di viaggio di riferire quanto sta per dirgli ai suoi superiori. Reduce da una visita ai campi di concentramento di Belzec e di Treblinka – egli era dirigente dell’Ufficio di Igiene dei Waffen SS – afferma di avere assistito all’eliminazione di centinaia di persone con uso del gas Zyklon B. Al ritorno a Berlino, il suo ambasciatore gli sconsiglia di riferire per iscritto e, invece, lo fa ricevere a Stoccolma dal ministro degli esteri, Christian Ernst Günther e da Per Albin Hansson, socialista e capo del governo di unità nazionale della Svezia neutrale. Entrambi lo ascoltano con attenzione, dando l’impressione di credergli ma di non voler sapere quanto il giovane diplomatico riferisce loro. Una qualsiasi dichiarazione pubblica avrebbe potuto mettere in pericolo lo status di neutralità della Svezia. Un silenzio che Gerstein continua a combattere, fornendo analoghe informazioni al nunzio apostolico, Cesare Orsenigo, di nuovo senza alcun risultato. Dello stesso tenore sono le informazioni scaturite dagli archivi della Croce Rossa Internazionale (cfr. Caroline Moorehead, Dunant’s Dream: War, Switzerland, and the History of the Red Cross, 1998 ). A seguito di informazioni reperite dai suoi ispettori, fu convocata una seduta segreta del suo Consiglio, a cui partecipò pure il presidente della Confederazione Elvetica. A grande maggioranza fu votato il silenzio, anche in quella sede. Soltanto tre membri (le sole donne) votarono a favore di una pubblicazione dell’Olocausto in atto che avrebbe potuto ulteriormente motivare l’impegno militare schierato contro l’Asse. È quanto viene rappresentato nell’opera teatrale di Rolf Hochhut, bandita in Italia nel 1963, ove la figura de Il Vicario, nella persona di Pio XII, rappresenta simbolicamente un’umanità che tace ai fini della propria salvaguardia.

Sono numerosi gli esempi di reticenza e di implicita connivenza nei confronti dell’eccidio degli Ebrei, nel corso della Seconda guerra mondiale. È radicato nel tempo l’antisemitismo soprattutto delle classi alte – operai e contadini, se non aizzati allo scopo, non ne avevano esperienza ed occasione – che ancora negli anni Cinquanta e Sessanta operavano significative discriminazioni nei confronti di Ebrei in rilevanti sedi sociali e istituzionali. La rimozione dei sensi di colpa riemerge nella collusione con nuovi eccidi. Lasciamo alla Corte, giustamente investita, decidere se si tratta di genocidio, quello in atto contro i Palestinesi da parte del governo d’Israele, la cui politica oggi genera ancora poche ma crescenti forme di nuovo antisemitismo.

da qui

 

Chi intacca la memoria dell’Olocausto? - Francesco Pallante 

La ricorrenza del Giorno della Memoria proprio nel frangente in cui l’esercito israeliano compie un inaudito e criminale massacro della popolazione civile di Gaza rende complicato, ma proprio per questo particolarmente necessario, essere rigorosi nel mantenere distinti i piani degli accadimenti e delle relative valutazioni. Ne è dimostrazione, a contrario, la conferenza stampa congiunta della presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), Noemi Di Segni, e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, sul tema delle iniziative per il Giorno della Memoria patrocinate dalla Presidenza del Consiglio, per almeno tre motivi.

Il primo motivo è legato alla risposta formulata da Mantovano alla domanda se il fascismo possa essere definito «male assoluto». In linea con la postura oramai consolidata degli esponenti di Fratelli d’Italia, il sottosegretario ha eluso la domanda (una domanda «sporca», secondo il presidente del Senato, Ignazio La Russa, cui era stato chiesto se, dopo aver visitato a Milano il luogo da cui partivano i treni per Auschwitz, si sentisse almeno un po’ antifascista). «Non c’è da fare una classifica: ogni totalitarismo merita condanna»: queste le parole di Mantovano, in concreto poi rivolte contro le persecuzioni religiose in Corea del Nord e in Nicaragua, con omissione di qualsivoglia riferimento, anche indiretto, al fascismo. C’è da dire che Meloni e i suoi sul punto sono chiari: non sono antifascisti, non ritengono il fascismo un male assoluto, difendono simboli fascisti (e nazisti) come il saluto romano, rivendicano la propria discendenza da repubblichini criminali come Giorgio Almirante. E, in effetti, ci sarebbe da stupirsi del contrario, vista la fiamma che continua a scaldare il loro cuore. Ciò che stride e genera sorpresa è il ritrovare al loro fianco esponenti di spicco dell’ebraismo italiano, come la presidente Ucei Noemi Di Segni o, in più d’una circostanza, la senatrice a vita Liliana Segre. Difficile comprenderne il motivo. Perché figure tanto autorevoli dell’ebraismo si prestano in modo così supino allo sdoganamento di una forza politica che mantiene un’ostentata ambiguità – a dir poco – nei confronti del fascismo?

Il secondo motivo è legato alla denuncia dello svilimento della memoria della Shoah di cui, secondo la condivisibile posizione della presidente Di Segni, si macchia chi paragona lo sterminio degli ebrei compiuto dai nazisti alla condotta dello Stato di Israele nei confronti dei palestinesi: un vero e proprio abuso storico, che svilisce quanto avvenuto ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio. L’orrore assoluto per le violenze antisemite del nazifascismo deve, in effetti, essere parte dell’identità politica di ogni cittadino democratico e nessun atto compiuto da Israele, per quanto criminale, può valere a benché minima giustificazione dell’Olocausto. Lo sterminio nazista di milioni di esseri umani per ciò che erano – non per ciò che dicevano o facevano, e che avrebbero potuto smettere di dire o fare – e in modo così mostruosamente sistematico e razionale è qualcosa che si può ritenere non aver pari nella storia dell’umanità. Chi transige su questo si allinea, volente o nolente, a chi rifiuta di vedere nel nazifascismo il male assoluto. Se così è, ne segue che altrettanto svilente della memoria della Shoah, e dunque inaccettabile perché rivolta a negarne l’unicità, è la posizione di chi paragona ai nazisti i palestinesi che si battono per la liberazione dei territori occupati da Israele nel 1967 (il che non significa che non debbano essere condannati i crimini commessi dai palestinesi, come quelli efferati del 7 ottobre scorso) e, soprattutto, chi bolla di antisemitismo qualsiasi critica sia rivolta a Israele. Tutte le volte che qualcuno a fini propagandistici dice «il mio nemico è il nuovo Hitler!» – Erdogan nei confronti di Natanyahu, così come Netanyahu nei confronti di Sinwar –, ebbene: quel qualcuno sta intaccando la memoria dei campi di sterminio. Colpisce, dunque, che, commentando i tragici avvenimenti di Gaza, proprio la presidente Noemi Di Segni abbia in novembre dichiarato: «per sconfiggere Hitler, Berlino è stata rasa al suolo, non si può dire a Israele “non fate troppo i cattivi”». Sarebbe davvero tragico doverne dedurre che tra chi nega l’unicità della Shoah vi sia anche l’attuale guida dell’ebraismo italiano.

Il terzo motivo è legato alla pretesa della presidente Noemi Di Segni di fare della memoria dell’Olocausto un’esclusiva ebraica, come emerge dalla stigmatizzazione dell’impiego da parte di alcuni studenti palestinesi della seguente frase di Primo Levi: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre». La reazione della presidente Ucei – «Lasciate Primo Levi alla nostra memoria. Abbiate la dignità di manifestare il vostro pensiero senza offendere la memoria dei sopravvissuti e cercatevi citazioni altrove» – lascia, quantomeno, perplessi. Una cosa, infatti, è ritenere – come sopra argomentato – che l’accostamento, anche solo evocativo, del nazismo a Israele sia un abuso inaccettabile; tutt’altra è ritenere, come sembra fare la presidente Di Segni, che Primo Levi sia esclusiva proprietà della memoria ebraica. Primo Levi è tra coloro che più a fondo hanno riflettuto su come la natura umana abbia potuto corrompersi al punto da produrre gli orrori del nazismo. L’unicità della Shoah non ne esclude la ripetibilità. La preoccupazione di Primo Levi è proprio che l’orrore possa ritornare, anche in forza della consapevolezza che il male, nella sua banalità denunciata da Hannah Arendt, si annida potenzialmente in noi tutti. Scrive Primo Levi: «È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto». «Dappertutto», ammonisce Primo Levi: ecco perché la sua riflessione non può essere considerata esclusiva di nessuno e perché pretendere di farlo significa travisarne in radice il messaggio.

da qui

 


Non deluderemo Gaza. La Palestina, l’Italia sionista e il 27 gennaio, giornata dell’oblio

All’indomani della proibizione dei cortei per la Palestina il 27 gennaio, lo scrittore Filippo Kalomenìdis ci invita a riflettere diversamente sull’Italia sionista e a lottare per «non deludere Gaza».

Intervista di Mariella Valentia Filippo Kalomenìdis

 

«…Anche se ci trasformassimo in atomi sparsi nell’aria, non lasceremo Gaza. Non importa quanto ci costerà, non lasceremo Gaza (…) Che la grande guerra si accenda, perché noi siamo il suo popolo e i suoi uomini. Ai nostri fratelli, ai nostri figli e ai nostri padri a Gaza, siamo con voi. Non siete soli. Il nostro sangue per voi è a buon mercato e saremo con voi fino al nostro ultimo respiro. Dio rifiuta che siamo sottomessi e umiliati mentre viene versato il vostro sangue. Cosa ci dirà Dio quando Lo incontreremo? Avete deluso Gaza. No, per Dio, non la deluderemo, costi quel che costi».

Prima di cominciare l’intervista, Filippo Kalomenìdis mi mostra la dichiarazione di Abdul Salam Jahaf, generale di brigata yemenita, diramata nella prima notte di bombardamenti anglo-americani sul suo Paese.

Mi confida che è uno dei testi più lirici e sconvolgenti scritti dal 7 ottobre a oggi.  «Gli Houti hanno affrontato i sionisti per difendere il popolo palestinese con le ferite ancora aperte dal conflitto voluto dagli Stati Uniti, sferrato dai corrotti sauditi, e armato dallo stato italiano. I rivoluzionari yemeniti, martoriati da oltre dieci anni di guerra, stanno mettendo in gioco tutto per salvare Gaza. Questa è l’immagine stessa della sconfitta dell’Occidente, è un esempio lucente e struggente da seguire. Lo stato e il governo italiano, nel frattempo, si mettono vigliaccamente a capo della fila dei paesi europei che attaccheranno lo Yemen per sostenere il genocidio del popolo palestinese, la difesa della libertà di commercio e di moltiplicare profitti sulla pelle degli ultimi. Le uniche libertà che interessino gli occidentali».

Filippo Kalomenidis, scrittore, poeta e militante politico sardo-greco, con origini turche e russe, tiene sempre a precisare di essere figlio e nipote di profughi. Per chiarire che il suo impegno per il popolo palestinese non è solo ideologico e fondato su cruciali legami personali. Ma viene dal profondo del suo sangue in rivolta di «uomo senza luogo che ha vissuto il furto di tante case e tante terre», come spesso racconta. Autore di “La direzione è storta – Reportage sul Covid 19 e i virus del potere” (2021, Homo scrivens editore) e “Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno – Canti contro la guerra dell’Italia agli ultimi” (2022, D.E.A. Edizioni), e del breve, molto amato da alcuni e contestatissimo da altri, saggio eretico-poetico-politico “La Rivoluzione Palestinese del 7 ottobre”, uscito su “Osservatorio Repressione” il 20/10/2023

(https://www.osservatoriorepressione.info/la-rivoluzione-palestinese-del-7-ottobre/), e pubblicato anche in Grecia da Προλεταριακή Πρωτοβουλία – Iniziativa Proletaria il 30/10/2023.

Parto da “Per tutte, per ciascuna, Per tutti, per ciascuno”. Un’impresa letteraria, un manifesto poetico di resistenza e amore che attraversano tempo, spazio, morte e vita. Il libro contiene canti contro la guerra dell’Italia agli ultimi (incluso un brano in versi dedicato al militante palestinese Wael Zuaiter, ammazzato nel 1972 a Roma dal Mossad col beneplacito dei servizi segreti italiani), ma può essere affine nella denuncia della quasi secolare occupazione della Palestina da parte di Israele, del massacro di decine di migliaia di civili e combattenti che non si rassegnano a essere vittime e diventano partigiani consapevoli. In un’intervista del 9 novembre 2023 a “Nuova Resistenza”, hai parlato di «consanguineità ideologica e concreta dello stato italiano con lo stato genocida sionista».

Israele è il cuneo più avanzato del sistema liberale e coloniale non solo europeo, ma anche italiano. Tra i progressisti italiani che asseriscono di lottare per la Palestina è diffusa la convinzione di un ruolo marginale del loro Paese nel genocidio che i sionisti preparano e perpetrano dalla fine di due secoli fa. Riducono strumentalmente il sangue palestinese che imbratta la bandiera tricolore a una faccenda di pur rilevanti vincoli geopolitici, economici, mercantili, militari, accademici.

Cosa vorrebbero nascondere allora?

L’Italia è tra le prime ispiratrici del progetto di uno stato coloniale ebraico in Palestina sin dal ventennio fascista.

La collaborazione con il movimento sionista culminò con gli addestramenti di banditi giudaici nell’accademia della Marina Regia a Civitavecchia, per rendere elevata la loro preparazione nella pulizia etnica dei palestinesi.

Gli italiani erano all’avanguardia nell’assassinio scientifico di massa, come dimostrano l’innovazione assoluta dei campi di sterminio in Libia, Somalia, Eritrea dal 1930 e l’uso di armi chimiche in Etiopia contro resistenti e civili dal 1935.

Finché l’insegnamento delle dottrine e prassi massacratrici s’interruppe per l’opportunistica promulgazione mussoliniana delle leggi razziali, in nome dell’alleanza con la Germania nazista.

Nel dopoguerra, l’abbraccio culturale col sionismo è stato rinsaldato dalla Repubblica che riconosce prontamente l’entità d’occupazione della Palestina nel ‘49, permette alle comunità ebraiche di diffondere propaganda israeliana, e di essere de facto diretta emanazione di un illegittimo stato d’apartheid.

Tanto per intenderci, l’Unione delle comunità ebraiche italiane ha grottescamente denunciato in un recentissimo documento il «vittimismo palestinese» e farneticato che le parole «sterminio-lager-occupazione-genocidio» non possano mai essere attribuite a Israele, ma soltanto all’Olocausto.

Una Repubblica, poi, che ha consentito agli squadroni della morte del Mossad l’uccisione a Roma di esuli palestinesi: Wael Zuaiter il 16 ottobre 1972; Majed  Abu Sharar il 9 ottobre del 1981, Nazih Matar e Kamal Yousef il 17 giugno 1982, tutti e tre in attentati esplosivi, poco lontani dal Quirinale. Fa sorridere come i pacifisti italiani ricordino con commozione le ipocrite frasi indignate di Pertini sull’ eccidio di profughi palestinesi a Sabra e Shatila, in Libano, di appena tre mesi dopo. Ci volevano oltre quattromila esseri umani trucidati perché il farisaico presidente partigiano si accorgesse che i sionisti avevano licenza di compiere mattanze ovunque?

Nella sinistra radicale italiana sono però tanti che hanno scelto la causa palestinese senza esitazioni e infingimenti…

Vero, però le élite marxiste non hanno quasi mai fatto i conti con le radici sioniste, ben attecchite e prospere al centro del terreno culturale italiano.

Con Pier Paolo Pasolini, ad esempio, che definiva gli israeliani «fratelli maggiori per dolore», negava l’esistenza dei palestinesi chiamandoli solamente «arabi» e riservava ai loro bambini la sua consueta trance pedofila e disumanizzante per i figli dei senza nulla: «bestioline con gli stupendi occhi umani».

Con Toni Negri che dichiarava di aver imparato armonia collettiva e comunismo nei kibbutz, costruiti sui cadaveri dei palestinesi.

O con Erri De Luca che sostiene che «la Palestina è sempre stata occupata» da tanti invasori e per questo dovrebbe sparire di fronte all’ «evidenza dello stato» confessionale ebraico. L’elenco potrebbe proseguire e sarebbe molto lungo…

Non stupiamoci quindi dei pacifisti depoliticizzati che insozzano il movimento con slogan vili come “né con Hamas né con Netanyahu”. In fondo, percepiscono gli israeliani come fratelli, ex socialisti, che hanno imboccato la strada sbagliata. Per loro, un assassino come Yitzhak Rabin è un eroe. Per loro, gli accordi di Oslo e la conseguente pace sterminatrice di palestinesi erano la condizione ideale.

Non sorprendiamoci dei dirigenti del partito democratico che sventolano bandiere con la stella di David, dei neofascisti al governo che danno appoggio militare diretto ai boia della Knesset e che dirigono le associazioni italo-israeliane. Sono eredi di un’oscena e acclarata tradizione storica nazionale.

Nel saggio “La Rivoluzione Palestinese del 7 ottobre” hai scritto che finalmente tanti tra i nostri figli hanno deciso di «rifiutare e sputare sull’idea razzista, suprematista di fittizia identità europea. La vera progenitrice, persino più del nazionalismo genocida statunitense, del colonialismo israeliano».

In altri tuoi testi, hai definito gli europei come «vecchi progenitori» di Israele», «un figlio così mostruoso, così perfetto nel realizzare una democrazia genocida da divenire punto di riferimento assoluto del sistema liberista occidentale». In che senso Israele è un modello per l’Italia?

Lo stato italiano fa del razzismo coloniale una religione. Il nesso biologista, suprematista, fondato sul dispotismo capitalistico tra Italia e Israele è, ribadisco, innanzitutto culturale.

Hai visto lo scorso autunno le fotografie di migranti minorenni dietro il filo spinato e le reti del nuovo Cpr di Pozzallo, in Sicilia, compressi tra barriere d’acciaio e vortici di sprangate per il crimine d’essere scappati dalla devastazione e dal saccheggio del Sud del Mondo compiuti dall’Occidente? Non ti hanno ricordato i bambini palestinesi internati nei penitenziari israeliani, raccontati dallo scrittore e prigioniero politico Walid Daqqah?

Nel settembre del 2023, c’è stata l’emanazione degli editti discriminatori del governo neofascista che perfezionano la detenzione amministrativa per i migranti. Una legge di segregazione etnica del 1998 che porta, intinto nel sangue dei reclusi e degli assassinati, il nome del padre della patria razzista, Giorgio Napolitano. Una norma che riprende l’invenzione repressiva sionista, ad aeternum e al più elevato livello di brutalità per i palestinesi.

Proprio in questi mesi si pianifica la deportazione e l’internamento dei rifugiati in altre nazioni. Non ti fa venire in mente il progetto sionista?

Nell’apparato giudiziario-carcerario, poi, il legame è altrettanto palese: l’infinito imprigionamento dei detenuti politici di ogni stagione d’insorgenza; la Legge israeliana dei Servizi Carcerari del 1971 presa a modello in Italia – che si serve, per citare Ahmad Sa’dat, dell’isolamento del detenuto «come pena, forma estrema di tortura, e metodica distruzione psichica» – con l’articolo 90 prima per i rivoluzionari comunisti, e il 41 bis poi per anarchici, combattenti anticapitalisti e mafiosi; e, nelle galere riservate ai “comuni”, le celle colme di profughi del Sud del Mondo che non s’è riusciti a togliere di mezzo con gli annegamenti di massa nel Mediterraneo, con le garrote del mare.

Riprendo una lettera scritta nel dicembre del 1948 da un gruppo di importanti ebrei statunitensi, tra cui Albert Einstein e Hannah Arendt al New York Times, per esprimere la propria preoccupazione per l’emergere del partito della libertà, il Tinuat Haherut, precursore del Likud, che veniva descritto come strettamente affine per organizzazione, metodi, filosofia politica e attrattive sociali ai partiti nazisti e fascisti. Si spiegano così le “affinità” della politica del governo di Israele, soprattutto oggi in mano alla destra oltranzista e religiosa, una fotocopia feroce di natura fascista e genocida del Likud. È proprio così?

 Alla base della tesi di Einstein e della Arendt ci sono insincerità e assurdità: come si può ritenere che il problema di uno stato d’insediamento coloniale, teista, genocidario, eretto sulla Nakba, sull’espropriazione di ogni elemento vitale di un altro popolo, sull’obiettivo ultimo della cancellazione dei palestinesi, sia la colorazione politica del suo governo?

Israele ha avuto venti primi ministri nella sua storia criminale. Solo sette appartenenti al Likud e due ad altre formazioni di destra.

È incontestabile che i palestinesi – quando non venivano scacciati dalla loro terra – vivessero in un inferno terreno, in un gigantesco campo di sterminio a cielo aperto, anche sotto gli infidi, carnefici premier della sinistra laica del Mapai di Ben Gurion e del partito laburista.

Sono curiosa di sapere allora cosa pensi del celebre saggio “La banalità del male” della Arendt. Un’espressione tornata alla mente di tanti di fronte alle immagini del mattatoio di Gaza, delle macerie e ai proclami deliranti di Netanyahu, Yoav Gallant, e Ben Gvir?

Sulle pagine manipolatorie della Arendt sarebbe tempo di comprendere, come ci invita a fare Samed Ismail dei Giovani Palestinesi, che «il male è banale solo quando il malvagio non può più nuocere, prima di allora il male è quanto di più profondo possa esistere, un abisso sul quale la banalità del bene non osa affacciarsi… Il male nascente, ormai svezzato, del sionismo getta uno sguardo retrospettivo sul male domato del nazismo. Qui sono tratteggiate le linee di avvicendamento tra questi due movimenti storici. Nella lezione scolastica su “La banalità del male”, Israele non viene menzionato. Quanto è poco banale questo fatto. Se si parla di storia non si guarda alla storia in corso. Quanto è poco banale che la memoria sia diventata un potentissimo strumento di oblio?».

Da ben prima del genocidio a Gaza di questi mesi ossia, per dirla con Joseph Massad, della quarta e terminale fase della Nakba, io asserisco semplicemente la fondamentale priorità dell’annientamento dello stato d’Israele.

Vuoi spiegare meglio in che termini?

È singolare come in questa era di scotomizzazione delle coscienze, il buon senso storico venga interpretato come intollerabile e indicibile.

Guardiamo forse orripilati all’abbattimento dei dipartimenti coloniali francesi in Algeria dal 1954 fino all’indipendenza del 1962? No.

Alla distruzione nel 1975 del Vietnam del Sud, stato collaborazionista e protettorato dell’imperialismo nordamericano? No.

All’estirpazione della monarchia persiana nel 1979, istituzione creata in laboratorio dal dominio statunitense e sionista? Nemmeno.

Non sono così sprovveduto da pensare che l’annientamento dello stato genocida sionista e la liberazione totale della Palestina possano scaturire, per usare il linguaggio coranico, da un soffio di «vento buono». Sarà «vento furioso, mugghiante e pieno di sassi», sarà «vento infuocato», l’infernale tamun.

E poi, perdona la vertiginosamente banale reductio ad Hitler, i liberali e i sovietici non hanno forse spazzato via il Terzo Reich nella stessa maniera?

Eppure ci sono ancora dei “benpensanti” che credono nella soluzione  “due popoli, due Stati”. O chi si trincera dietro un silenzio indecente – che misura la temperatura morale di una società priva di etica e di umanità – e celebra il Giorno della Memoria, dedicato allo Shoah, senza indignarsi e reagire di fronte all’eccidio di Gaza, ad oggi 25.000 innocenti, di cui 12.000 bambini e 6.000mila donne.

 I martiri di Gaza e della Cisgiordania ci riportano all’urgenza di collocare l’Olocausto tra i genocidi compiuti, fra il ‘novecento e l’inizio di questo secolo, dalla civile Europa, coloniale, capitalistica. Bisogna smettere di incorniciarlo come l’abisso, il tremendum, l’abiezione più grande di tutte.

Sappiamo bene dall’insegnamento di Aimé Césaire che le atrocità nazi-fasciste colpiscono l’immaginario dei bianchi perché rompono il patto sacro tra le potenze bianche: ferocia e nientificazione possono essere inferte solo su popoli arabi, neri, asiatici, nativi delle Americhe e slavi. Sui selvaggi.

Relativizzare l’Olocausto non significa negare empatia verso chi lo ha subito, ma anzi potenziarla, renderla autentica, umana, fuori da ogni idolatria mistificatoria.

Per spiegarmi meglio, mi limito a esaminare gli anni immediatamente successivi alla falsa, unanime constatazione degli occidentali che nessuno sterminio sia stato altrettanto biecamente scientifico, alla contraffazione propagandistica del “mai più”.

Dal 1947 al 1948, le autorità coloniali francesi si scatenarono in Madagascar per punire la rivolta indipendentista malgascia, violentando la popolazione, incendiando interi villaggi. Uccisero 100000 persone. Scientificamente. Con l’ideazione dei voli della morte: le vittime venivano gettate vive da aerei militari in mezzo al mare.

Questa specialità francese tornò in uso in Vietnam fino al 1954, e durante la battaglia di Algeri nel 1956-57.

I francesi hanno dunque ucciso sistematicamente un milione di vietnamiti, un milione di algerini e centomila malgasci. Mi fermo a tre dei loro possedimenti coloniali e al 1957.

Andassi oltre, fino ai nostri giorni, ed estendessi l’analisi alle scientifiche carneficine commesse dalle altre nazioni della cosiddetta Europa e dagli statunitensi, passeresti almeno una settimana filata ad ascoltarmi.

Relativizzare l’Olocausto, rifiutare “la giornata della memoria”, combatterla è un atto di sovversione culturale. Significa strappare di mano ai sionisti il loro contaminante brodo di cultura.

La complicità dell’Occidente è palesemente criminale, così come Israele compie crimini contro l’umanità e crimini di guerra, come denunciato dal Sud Africa di fronte alla Corte dell’Aia, con l’appoggio di oltre cinquanta Paesi. Scorgi in questo atto un passaggio epocale in cui prende forma una nuova rete di appoggio al popolo palestinese?

 È un risultato meramente simbolico. Utile perché aumenta l’isolamento di Israele e destabilizza il mondo sionista, a cominciare dalla menzionata Unione delle comunità ebraiche italiane. Utile soprattutto alle nazioni che affiancano la Repubblica del Sud Africa, per aumentare il loro peso contrattuale con la sfera di dominio delle potenze globali (Stati Uniti, Unione Europea, Cina e Russia che non hanno ovviamente aderito).

Il diritto internazionale però è un rituale vuoto, essoterico, con una liturgia vana nella quale nessuno ripone la minima fede.

Il popolo, la Resistenza Palestinese, invece, hanno ora bisogno di azioni in cui ci siano fede e concretezza.  Come l’appoggio militare dato sul campo da Hezbollah in Libano, dagli Huthi nello Yemen, dai combattenti siriani e iracheni. Oppure politico, come quello fornito da parte consistente del movimento per la liberazione della Palestina alle nostre latitudini.

Dal 7 ottobre del 2023, la “difesa indispensabile di Israele” – cito anche io il documento dell’Ucei a cui hai fatto riferimento – sta rispondendo con un genocidio ad un’azione certamente violenta nei confronti di civili israeliani da parte di Hamas, senza che i media abbiano minimamente reso chiaro il contesto.

 Si dovrebbe parlare di Resistenza Palestinese, unita nelle sue quattro componenti dal 2021. Hamas è la prevalente.

Ho già scritto e ripeto per l’ennesima volta che l’opera trentennale di Hamas è stata ed è preziosa, centrale per Gaza, per la Palestina. Non è una setta terroristica, bensì un’organizzazione politica, sociale e rivoluzionaria. Ha contribuito più volte, con una strategia limpida, avanzata a infrangere lo *stallo che consentirebbe ai sionisti e agli occidentali di procedere nell’eliminazione del popolo palestinese. E sta contribuendo a far splendere in questi giorni la luminosa potenza dell’umano davanti alle tenebre della civiltà occidentale.

Non si dovrebbe invece parlare di “civili israeliani”. Nello stato d’insediamento coloniale sionista, non esistono “civili”. Ma migliaia di coloni armati fino ai denti che assaltano le case dei palestinesi, li derubano delle terre e li uccidono.

Sul 7 ottobre, ti rispondo con un passo del mio saggio: «I guerriglieri di Gaza sui deltaplani sono diventati folate di vento e grida che hanno sovvertito il tempo, hanno dipinto un’immagine di liberazione tra le più elevate della recente storia dell’umanità. Un quadro immortale di gioia che nessun palestinese, nessuna donna, nessun uomo schiavizzato dal totalitarismo liberale, si leverà mai dallo sguardo. Un’autentica preghiera visiva da recitare con gli occhi di fronte a ogni sopruso subito».

Per concludere: ci hai richiamato spesso a non focalizzarci sulla narrazione vittimistica della Palestina, bensì ad esaltare la potenza di ciò che hai definito «lo straripare palestinese», «la prima rivoluzione di questo secolo», «la thawra( ثورة) palestinese». Come vedi la situazione oggi, dopo oltre cento giorni di resistenza a Gaza e in Cisgiordania, e di manifestazioni e lotte del movimento in Italia e nel resto del mondo?

La Resistenza Palestinese sta sferrando colpi micidiali alla potenza nucleare sionista dal punto di vista bellico, politico e comunicativo. Israele è sull’orlo del collasso sociale, economico e militare.

Stiamo dunque assistendo a qualcosa di inimmaginabile, un prodigio rivoluzionario che abbatte confini e trascina i movimenti ovunque, anche su queste sponde del Mediterraneo.

Sul territorio dello stato italiano, dopo qualche settimana di flessione, l’azione delle giovanissime avanguardie del movimento sta creando significativi rilanci: ha stroncato i tentativi di prendere la guida delle piazze da parte dei depoliticizzati professionisti dell’umanitarismo e della “pace” (che uccide in silenzio), e ha tenuto il fronte nonostante la criminalizzazione operata dei media e dagli apparati repressivi dello stato.

Portare l’università di Cagliari al punto di poter rompere gli accordi di collaborazione con gli atenei sionisti, boicottare per le strade natalizie gli interessi israeliani, e sabotare la Fiera dell’oro di Vicenza, senza alcun timore dello scontro e della violenza poliziesca, sono tre ondate vittoriose che potrebbero generarne altre ancora più alte e impetuose.

«Hai deluso Gaza?», è l’interrogativo che dobbiamo ascoltare ogni istante. «Non la deluderemo», è la risposta che dovremo dare ogni giorno.

 

Mariella Valenti, autrice di “Il marito senegalese” (1999, L’Harmattan Italia), “Storie Africane” (2003, D.E.A. edizioni), intervistatrice per Pressenza Italia di Rania Hamad, Maria De Lourdes Jesus, Karim Hamarneh, Stefano Luisi del PCRF Italia, Yilmaz Orcan.  È Presidente dell’Associazione Culturale Livorno Palestina, militante politica, ex responsabile del PCRF di Medio Oriente e Immigrazione di Livorno.

Filippo Kalomenìdisscrittore, docente di scrittura e militante politico. Ha pubblicato La direzione è storta – Reportage lirico sul Covid 19 e i virus del potere (Homo scrivens editore, 2021), e con il Collettivo Eutopia Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno – Canti contro la guerra dell’Italia agli ultimi (DEA edizioni, 2022). È stato sceneggiatore per il cinema e la televisione.

da qui

 


La guerra dei sordi - Andrea Gaiardoni

Oggi Gaza è un cumulo di macerie tra migliaia di corpi senza più vita, un numero raccapricciante di vittime, soprattutto civili, soprattutto bambini e donne, ben oltre i venticinquemila, ma c’è chi parla di oltre trentamila, contando i dispersi. E chi ce l’ha ancora una vita, chissà per quanto ancora, non ha più alcun diritto: né di “stare”, né di farsi curare, né di nutrirsi, né di scaldarsi, né di fuggire, né di alzare le braccia in segno di resa, perché nessuno li vuole vivi, nemmeno come prigionieri, nemmeno i civili, la stragrande maggioranza, che nulla hanno a che fare con questa guerra. Pensiamo soltanto alle bombe sganciate da Israele in questi mesi: qualcosa come trentamila ordigni (la stima è per difetto), pari alla potenza distruttiva di due ordigni nucleari, in un territorio minuscolo, una striscia di terra lunga 41 chilometri e larga mediamente 9. La tecnologia satellitare ha già rilevato che si tratta dei bombardamenti più intensi della storia: più di quanto sta accadendo in Ucraina o in Siria, ma anche più di quanto sia avvenuto durante l’intera Seconda Guerra Mondiale. L’Onu e tutte le principali organizzazioni internazionali continuano a lanciare appelli disperati: la situazione umanitaria è vergognosa e continua a scivolare verso un abisso di proporzioni incalcolabili, senza precedenti. Scrive l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr): «Attualmente ogni singola persona a Gaza soffre la fame, un quarto della popolazione muore di fame e lotta per trovare cibo e acqua potabile. La carestia è imminente. Le donne incinte non ricevono un’alimentazione e un’assistenza sanitaria adeguate, mettendo a rischio la loro vita. Inoltre, tutti i bambini sotto i cinque anni – si calcola siano 335mila – sono ad alto rischio di malnutrizione grave poiché il rischio di condizioni di carestia continua ad aumentare: un’intera generazione è ora in pericolo di soffrire di arresto della crescita». Le parole del capo dell’Ufficio dell’alto commissariato per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, Ajith Sunghay, non lasciano spazio a interpretazioni di parte: «È una pentola a pressione, nel mezzo del caos più totale: terribile la situazione umanitaria, le carenze, la paura e la rabbia dilaganti». Ma l’accusa dell’Onu è diretta, precisa: «È senza precedenti che un’intera popolazione civile soffra la fame in modo così completo e rapido. Israele sta distruggendo il sistema alimentare di Gaza e sta usando il cibo come arma contro il popolo palestinese. Sta distruggendo e bloccando l’accesso ai terreni agricoli e al mare. Rapporti recenti affermano che da quando l’offensiva di terra dell'esercito israeliano è iniziata, il 27 ottobre, circa il 22% dei terreni agricoli, compresi frutteti, serre e terreni agricoli nel nord di Gaza, è stato raso al suolo dalle forze israeliane. La maggior parte dei panifici non è operativa, a causa della mancanza di carburante, acqua e farina di frumento e di danni strutturali. Il bestiame muore di fame e non è in grado di fornire cibo o di essere una fonte di cibo. Nel frattempo, l'accesso all'acqua potabile continua a diminuire mentre il sistema sanitario è collassato a causa della distruzione diffusa degli ospedali, aumentando significativamente la diffusione delle malattie trasmissibili. Israele ha inoltre distrutto circa il 70% della flotta peschereccia di Gaza. Oltre ad aver distrutto più del 60% delle case palestinesi a Gaza, colpendo direttamente la capacità di cucinare qualsiasi cibo, e provocando un domicidio attraverso la distruzione di massa delle abitazioni, rendendo il territorio inabitabile». Si possono usare parole più chiare? E forse è utile ribadire che non c’è orrore (come l’inaccettabile, feroce, spietato attacco perpetrato dai terroristi di Hamas il 7 ottobre scorso: 1.139 vittime, la più giovane di appena 10 mesi uccisa a colpi d’arma da fuoco nel Kibbutz Beeri) che possa giustificarne un altro, di pari o superiore portata.

 

Oggi Palestina è un impasto di distruzione, rancore e odio, senza tregua, senza soluzione. Israele, o meglio il governo che in questa drammatica fase storica è alla guida di Israele, non ha in mente alcuna via d’uscita, non ha visione del “dopo”: l’unico proposito dichiarato è annientare Hamas e tutti i suoi seguaci, non importa a quale prezzo di vite civili. Quanto ai palestinesi, che se ne vadano altrove: «Nei paesi pro Hamas», come teorizza Nikky Haley, la rivale “moderata” repubblicana di Donald Trump, oppure in un’isola artificiale costruita ad hoc al largo di Gaza, come ipotizzato dal ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz. Ovunque, fuorché lì dove sono ora, tra quelle macerie che per loro sono ancora casa, terra, radici…

continua qui