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mercoledì 15 gennaio 2025

Davide Grasso, Lorenzo Guadagnucci e Fabio Anselmo scrivono sull'omicidio di Ramy Elgaml e sullo Scudo penale agli agenti

Le notizie su Ramy sono sempre relegate a fine tg. Ma non è cronaca: è politica di primo piano - Davide Grasso

Ieri studenti e polizia si sono scontrati a Torino per i fatti emersi in relazione alla morte di Ramy Elgaml. Oggi è iniziato il coro dello scandalo e delle condanne. C’è da stupirsi, al contrario, che di fronte alle circostanze che emergono sulla morte del giovane milanese non stia accadendo molto di più. È evidente che in Italia non siamo abituati alla rabbia sociale molto più amara che eventi del genere possono provocare.

La risposta alla comunicazione radio che annuncia la fatale caduta dello scooter – “Bene!” – mi ha fatto ricordare la frase “uno a zero per noi” pronunciata da una poliziotta quando è stato ucciso Carlo Giuliani a Genova.

Diverse personalità politiche dichiarano che le proteste di Torino, o altre che verranno, assumono forme “inaudite” e “intollerabili” perché hanno fatto bersaglio di oggetti gli edifici che ospitano le attività delle forze dell’ordine o gli agenti che le difendevano. Intollerabile è invece che le notizie riguardanti Ramy continuino ad essere relegate a uno scampolo di minuti a fine telegiornale, come se si trattasse di cronaca quando questa è politica, e di primissimo piano.

Le redazioni, inoltre, non lesinano commenti didascalici e ridondanti agli audio dei militari, dove si sottolinea che le frasi degli inseguitori erano ora “reazioni istintive”, ora erano proferite “senza sapere quanto grave fosse l’incidente”. Una forma di deferenza verso i carabinieri, o forse un timore mal riposto nell’esercitare una critica aperta e libera alle forze dell’ordine – ciò che ci è invece perfettamente consentito dalle leggi e garanzie per cui hanno lottato le generazioni passate.

Il problema è profondo. Ogni notte ha luogo un numero elevato di inseguimenti, pedinamenti, fermi, controlli e arresti. Della maggior parte di questi noi non conosciamo nulla. Il loro racconto è affidato alla redazione dei verbali degli agenti stessi e la stessa magistratura deve basarsi su queste sole fonti. In casi eccezionali un inseguimento aggressivo, un interrogatorio muscolare o l’uso di un’arma d’ordinanza finiscono male. Allora i riflettori si accendono: ma senza sottolineare che quella potrebbe essere la goccia del vaso immenso che ha fatto traboccare.

Un abuso emerge perché qualcuno muore, perché c’era una telecamera o perché chi ne era vittima era un cittadino in grado di rivolgersi alla stampa o pagarsi un avvocato. Molti di coloro che incontrano le forze dell’ordine non possiedono tuttavia le garanzie della cittadinanza, altri non conoscono la legge e quindi i limiti delle pretese che possono avanzare gli agenti di pubblica sicurezza nei confronti di un cittadino; altri infine sono intimoriti da una narrazione pubblica che riproduce il mito della polizia in prima linea per la difesa dei più deboli, avvalorata prevalentemente, oltre che da comizi politici, da milioni di euro spesi in soap opera che raccontano di innamorati e amanti col distintivo. L’amore è una cosa bella, ma in questo caso noi dobbiamo moltiplicare l’abuso che emerge nel caso eccezionale per tutte quelle volte in cui l’assenza di prove, la distruzione eventuale delle testimonianze e la presunzione di impunità comunicativa e istituzionale induce individui in divisa a tenere comportamenti pericolosi, violenti o criminali.

Per questo le manifestazioni pubbliche e di piazza contro gli abusi e gli omicidi compiuti da carabinieri e polizia, lungi dall’essere un problema, sono fondamentali: esse hanno lo stesso significato storico di quelle contro i femminicidi e le violenze di genere, e possono cambiare la nostra società grazie a una presa di coscienza generale che l’Italia ha rimandato da troppo tempo. La mobilitazione di piazza, inoltre, non è qualcosa che si possa contrapporre alla ricerca della giustizia nelle sedi legali. Le due cose sono complementari ed entrambe irrinunciabili. La sfida processuale è irta di ostacoli quando gli indagati o gli imputati sono coloro che redigono i verbali, maneggiano le prove, forse commettono dei delitti e hanno stretti o stabili rapporti di collaborazione con alcuni magistrati. Tuttavia, come hanno dimostrato le battaglie per Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, è nella procedura penale che emerge almeno in parte il dettaglio microscopico, e per questo tanto più istruttivo, delle pratiche di violenza e omertà.

Non è la magistratura, tuttavia, a dover trarre le debite conclusioni sociologiche, storiche e politiche da fatti di sangue di questo genere. Questo compito è della società tutta, a partire da chi abita le città e i quartieri dove queste e altre prevaricazioni – ad opera della polizia o di chiunque altro – avvengono. I giornalisti e gli intellettuali dovrebbero invece dedicare più attenzione a queste tematiche e avere più coraggio, comprendendo che la morte in tali circostanze di un giovane milanese di seconda generazione deve occupare il centro della comunicazione pubblica e del dibattito in Italia. Forse non è stato messo a fuoco cosa attende la società futura se forti ed estese mobilitazioni, sociali e culturali, non iniziano a risolvere questo problema, qui e ora.

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La morte di Ramy Elgaml e quel festival della menzogna che ricorda tanto Genova 2001 - Lorenzo Guadagnucci

Commenti sprezzanti verso la vita degli altri, verbali distorti, testimonianze inquinate. Dal video dell’inseguimento a Milano nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2024 emergono scenari inquietanti. In attesa che la Procura faccia chiarezza, ci sono però delle domande alle quali il vertice dei carabinieri e il ministro dell’Interno dovrebbero già rispondere. Per non recitare la stessa ignominiosa parte di 24 anni fa

“Chiudilo, chiudilo, chiudilo che cade. No, merda, non è caduto”. Possiamo partire da qui, da questa frase detta da un carabiniere durante l’assurdo inseguimento nelle vie di Milano, per qualche breve considerazione su quanto avvenuto nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2024.

Il fatto è noto: uno scooter, con due giovani a bordo, non si ferma all’alt dei carabinieri per un controllo e due volanti si mettono all’inseguimento; è una corsa a tutta velocità nella notte, pericolosissima soprattutto per gli occupanti dello scooter e per eventuali passanti; dura ben otto chilometri, a un certo punto anche lungo una strada imboccata contromano.

Fino all’epilogo: lo scooter che svolta a sinistra, l’auto dei carabinieri così vicina che forse lo sperona, lo schianto dei due mezzi contro un palo del semaforo e la morte immediata del passeggero dello scooter, Ramy Elgaml, mentre il conducente, ferito gravemente, riuscirà a cavarsela dopo aver trascorso un periodo in ospedale in stato di coma.

C’è un’indagine in corso con sei carabinieri e il conducente dello scooter indagati per vari reati (omicidio stradale, falso, depistaggio, favoreggiamento personale a vario titolo per i carabinieri; omicidio stradale, resistenza a pubblico ufficiale per il giovane) e toccherà ai periti chiarire alcuni fatti: per esempio, se la gazzella dei carabinieri abbia speronato la moto nella curva fatale, o se in precedenza vi siano stati altri contatti fra i due mezzi e di che tipo (fortuiti o volontari?). E se davvero al testimone sfiorato dallo schianto, che aveva ripreso la scena col suo telefonino, sia stato immediatamente imposto, come ha dichiarato, di cancellare il video.

Qualcosa intanto però possiamo dire, a cominciare dalle frasi registrate quella notte. Oltre al “chiudilo che cade” e al “no, merda, non è caduto”, ci sono anche un “vaffanculo, non è caduto” e un “bene” alla fine della storia, quando arriva la notizia che i due ragazzi “sono caduti” (ma, va detto, senza nulla specificare sulle conseguenze per i due giovani).

Sono frasi che vengono giustificate con l’adrenalina e la concitazione del momento, ma che fanno pensare a scenari inquietanti, vista anche la dinamica del fatto: un inseguimento assurdo, rischiosissimo, a prima vista sproporzionato.

Sono frasi che fanno venire in mente un’altra nota registrazione, di 24 anni fa: il dialogo tra un’agente della questura e una volante di polizia il 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova. A un certo punto si parla di quel che sta avvenendo in piazza, delle “zecche” -cioè i manifestanti- che stanno impegnando le forze dell’ordine, e l’operatrice, commentando i fatti, se ne esce con un eloquente “intanto, uno a zero per noi, yeah”, riferito all’uccisione in piazza Alimonda di Carlo Giuliani, colpito il giorno prima alla tempia da una pallottola sparata da un carabiniere e subito dopo calpestato dal “Defender” dell’Arma. “Che simpatica”, replica il poliziotto all’altro capo del telefono. 

In attesa che la Procura chiarisca i fatti e chieda, se necessario, di processare i responsabili di eventuali abusi e reati, ci sono delle domande alle quali il vertice dei carabinieri e il ministro dell’Interno dovrebbero rispondere.

Hanno chiesto conto di quelle frasi? Si sono domandati, come noi, se per caso i carabinieri quella notte abbiano perso il senso della misura? Si sono chiesti se sia ben chiaro, a chi lavora nelle forze dell’ordine, che le vite degli altri, qualunque sia il loro profilo, -“sono dei delinquenti, dei rapinatori, se la sono cercata”, è stato detto a posteriori dei due ragazzi sullo scooter, quasi a giustificare l’esito letale- sono vite da tutelare, non da mettere a rischio?

Hanno compreso quanto sia grave la denuncia del testimone sulla cancellazione del video dal telefonino? Sono domande che hanno una cornice: si ricordano, carabinieri e ministro, come andò al G8 di Genova? Sicuramente sì, ma, per sicurezza, possiamo rammentarglielo noi.

A Genova non ci furono solo violenze ingiustificate, torture di massa e un omicidio, fu anche una fiera del falso negli atti pubblici: falso il verbale dell’arresto di massa alla scuola Diaz, falsi innumerevoli verbali di singoli arresti eseguiti per strada, falsi i verbali del carcere delle torture a Bolzaneto.

Fu il festival della menzogna, della tortura e del disprezzo per i diritti e anche per la dignità dei cittadini. Fu il punto più basso per la credibilità delle nostre forze dell’ordine e non si è più risaliti, per la precisa ragione che i vertici delle nostre polizie fecero muro, non chiesero scusa, non indagarono le ragioni profonde di condotte così gravi. E non fecero autocritica. 

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Scudo penale agli agenti: col grimaldello della sicurezza, il governo smantella la separazione dei poteri - Fabio Anselmo

La ‘sicurezza’ è il grimaldello che il governo sta usando per smantellare il principio costituzionale di separazione dei poteri. La propaganda costituisce per la sua azione mezzo e scopo insieme. Con la propaganda si può creare il caos e nel caos tutto si può accettare, anche gli imbarazzanti strafalcioni della comunicazione istituzionale così come la si può leggere sui media odierni.

Dopo gli attacchi ai magistrati dell’immigrazione, gli interventi a gamba tesa (istituzionale) a danno dei pm del processo di Palermo, le intimidazioni esplicite a quel tribunale materializzate da violente prese di posizione da parte di esponenti del governo, dimentichi delle proprie responsabilità, ora si sbandierano, sul cadavere di Ramy Elgaml, norme tanto fantasiose quanto eversive in danno del nostro Paese, tutte dichiaratamente ostili alle indagini per fatti analoghi a quello di Ramy, oggi, di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, ieri.

Stiamo parlando di questo e di niente altro di diverso. In caso di sospetti abusi, gli agenti non vanno iscritti nel registro degli indagati se non in caso di prove ‘evidenti’. Nella maggioranza delle vicende giudiziarie si raggiunge l’evidenza della prova solo ad esito dell’indagine, quasi mai subito. Si tratta di un concetto che esprime un ossimoro giuridico.

Due semplici osservazioni:
– scudo penale per difenderli dalla legge penale che loro stessi sono chiamati a far rispettare e che gli stessi pm non possono certo derogare. Ma gli agenti sì?
– essere indagato come atto dovuto è una garanzia per colui che è sottoposto ad indagini per un fatto che può essere un reato. Gli consente di partecipare ad accertamenti anche tecnici che potranno essere determinanti per fare chiarezza sugli accadimenti oggetto di investigazione. Si chiama diritto di difesa. Perchè impedirlo agli agenti diversamente da tutti gli altri cittadini? Perché se la verità sulla quale si farà luce sarà scomoda per l’agente allora non si potranno utilizzare le prove raccolte contro di lui perchè non ha potuto difendersi. Impunità.

L’ex magistrato Roberto Settembre dice oggi che in uno Stato democratico le forze dell’ordine hanno il monopolio dell’uso della forza “ma questo dato di fatto – continua – ha alla base un presupposto essenziale: la responsabilità.”

Leggo i proclami governativi che si susseguono in queste ore approfittando del clamore provocato a seguito della morte di Ramy. Qualcuno parla di dare la competenza per l’avvio della prima fase dell’istruttoria di questo tipo di procedimenti al ministro dell’Interno (sic!). Al limite, in seconda battuta ma non si capisce bene, alle ‘procure delle corti d’appello’ perché sarebbero ‘più morbide’. Spero che i cronisti non abbiano ben compreso.

A prescindere dall’abnormità di un sistema di tal fatta sotto ogni punto di vista, quello Costituzionale in primis, credo sia sempre opportuno cercare di avere una prospettiva concreta di messa a terra di queste idee profuse in libertà e sotto l’entusiasmo avanti l’indubbia efficienza della propria propaganda sulla opinione comune.

Ve l’immaginate voi cosa sarebbe accaduto dopo la morte di Stefano Cucchi? Allora si espresse con tutta la forza e il vigore possibili non il ministro dell’Interno ma quello della Difesa, Ignazio La Russa, che giurò sull’estraneità dei fatti per i Carabinieri coinvolti nel suo arresto. Fummo costretti, infatti, a partecipare a sei anni di processi sbagliati che vedevano imputati gli agenti della penitenziaria e testimoni di accusa i carabinieri. Il resto è storia nota.

Per Ramy si è subito espresso colui che si ritiene ministro dell’Interno in pectore, Salvini. I carabinieri si sono comportati correttamente. Amen.

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domenica 29 dicembre 2024

Genocidio come cancellazione coloniale

 

Intervista a Francesca Albanese (di Anna Maria Selini da Altreconomia), relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, che a fine ottobre ha presentato all’Assemblea generale il suo ultimo lavoro. Riguarda la distruzione della popolazione civile in atto nella Striscia di Gaza ma anche in Cisgiordania e a Gerusalemme. “C’è un genocidio in corso, preparato dall’impunità che è stata garantita a Israele”


Continua a ripetere che non è lei la notizia e non si lascia intimorire dagli attacchi. “Sono più gli attestati di stima”, assicura Francesca Albanese, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, che a fine ottobre ha presentato all’Assemblea generale dell’Onu il suo ultimo rapporto intitolato “Genocidio come cancellazione coloniale”. L’abbiamo intervistata.

Albanese, nel precedente rapporto affermava che vi erano elementi per parlare di atti genocidiari a Gaza. Questo rapporto ne è l’evoluzione?
FA In qualche modo è l’evoluzione del precedente, anche se non avrei mai immaginato di dover scrivere anche questo. Credevo che tutto questo si sarebbe fermato, vista anche la crescente pressione internazionale dopo l’accusa del Sudafrica a Israele di aver violato la Convenzione sul genocidio. E, invece, non solo la violenza non si è fermata, ma si è andata intensificando e allora ho continuato a documentare. Ho visto che certi atti potenzialmente criminosi venivano commessi anche se con intensità differente, in Cisgiordania e a Gerusalemme, e allora ho cominciato a unire i puntini soprattutto alla luce della giurisprudenza sul genocidio. Non mi spiego tuttavia come tutto che quello che abbiamo e sappiamo sul genocidio, non ci aiuti a prevenirlo.

A quali conclusioni è arrivata?
FA
 Che c’è un genocidio in corso, preparato dall’impunità che è stata garantita a Israele. E non solo a Gaza, ma in tutto il territorio palestinese occupato: in un anno, solo in Cisgiordania, sono stati uccisi un quinto di tutti i bambini palestinesi che Israele ha ucciso in 24 anni in questa parte del territorio palestinese; qui sono state uccise oltre 700 persone, una cifra dieci volte più elevata rispetto alla già alta media annuale degli ultimi anni. Israele ha violato per decenni il diritto internazionale e varie convenzioni, come quella sull’apartheid. Ha violato risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale Onu: quest’anno ha commesso crimini nei confronti delle Nazioni Unite, colpendo il 70% delle strutture dell’Unrwa (l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) a Gaza, e uccidendo oltre 200 dipendenti Onu. Come se non bastasse, ha lanciato una campagna diffamatoria nei confronti dell’Unrwa, fino a renderla illegale; ha dichiarato persone non gradite relatori indipendenti come me e persino il Segretario generale Onu António Guterres. Ha condotto vere e proprie campagne intimidatorie nei confronti dei funzionari delle Nazioni Unite ed è ormai noto che i servizi segreti israeliani abbiano minacciato alti funzionari della Corte penale internazionale. Che cos’altro si deve aspettare per considerare Israele uno Stato che non ha il diritto di voto all’interno dell’Assemblea generale, finché non cambi condotta? E soprattutto, perché Israele è al di sopra della legge?

Quando inizia il genocidio? È precedente o è una risposta al 7 ottobre?
FA
 Alcuni storici parlano di vari stadi del genocidio: ci sono dei precursori e l’eliminazione della presenza e dell’identità palestinese in quello che resta della Palestina storica è uno, oltre che un elemento fondamentale per la realizzazione di Israele come “Stato unico degli ebrei” dalla riva al mare (tale è il progetto del “Grande Israele”). L’odio ideologico contro i palestinesi è da tempo diventato dottrina politica. Quando si disumanizza l’altro e non lo si vede più come un essere umano, ma come una massa informe -in cui le persone non sono più adulti o bambini, musicisti, giuristi o panettieri, dottori o muratori- questa massa può essere trattata semplicemente come dei numeri, che non fanno più breccia nel cuore delle persone. Ma la disumanizzazione dell’altro non è soltanto opera di Israele: il razzismo aleggia nelle nostre società occidentali ed è evidente nei confronti dei palestinesi, sterminati a dozzine ogni giorno da 14 mesi senza che si riesca a empatizzare con loro. Questo ci dice che non abbiamo capito nulla né del passato, né del terribile presente che ci troviamo ad affrontare.

In Italia il dibattito è soprattutto sull’uso del termine genocidio.
FA
 C’è una cultura del diniego, una determinazione quasi ossessiva di non volere affiggere tale termine a quello che Israele sta facendo e, invece, è importante usarlo, non perché il genocidio sia più grave di altri crimini: è un crimine diverso ed è proprio la definizione che non può mancare qui, perché i palestinesi soffrono la commissione di crimini contro l’umanità e crimini di guerra da anni. Ma ora emerge chiaramente proprio l’intento di distruggerli e lo si vede attraverso la commissione di almeno tre dei cinque atti che l’articolo 2 della Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio indica appunto come costitutivi di genocidio: attraverso uccisioni, lesioni gravi dell’integrità fisica o mentale dei membri di un gruppo in quanto tale e il fatto di sottoporli deliberatamente a condizioni di vita intese a procurarne la distruzione. Quindi, basandomi sulla giurisprudenza esistente, ho proposto un approccio analitico che si impernia su una “tripla lente”: si deve guardare, cioè, alla totalità dei crimini e delle condotte commesse da Israele, contro la totalità dei palestinesi in quanto tali, nella totalità della Terra. I motivi di un attacco militare non vanno confusi con l’intento, che è la determinazione di commettere un genocidio, ormai evidente. Tanto più che l’obiettivo di una guerra è sconfiggere il nemico, non distruggere un gruppo in quanto tale: quello è appunto l’obiettivo di un genocidio. È chiaro che lo Stato e l’esercito d’Israele non stiano commettendo tanta violenza “solo” per liberare gli ostaggi, che altrimenti sarebbero stati liberati a questo punto, o per uccidere i membri di Hamas: ormai hanno eliminato tutta la leadership, perché continuare allora tanta violenza? Quando i ministri israeliani hanno cominciato a parlare di assedio assoluto, di sospensione dei viveri, del carburante e dei farmaci, si intuiva che cosa sarebbe successo e gli altri membri del governo non hanno fatto nulla per impedirlo, così come il Parlamento israeliano: c’è una palese responsabilità dello Stato.


La senatrice Liliana Segre ha ribadito che secondo lei non si tratta di genocidio, ma di crimini contro l’umanità e di guerra. Che cosa ne pensa?

FA Continuo a pensare che tanti in Italia abbiano una grandissima difficoltà a capire che cosa Israele stia facendo. Molti accettano persino l’accusa di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità, accuse gravissime, ma non quella di genocidio. Come ripeto spesso, a costituire un genocidio non è l’esperienza personale, per quanto dolorosa, e nemmeno la nostra percezione di che cosa sia un genocidio, ma la legge. Quello che mi sento di dire è che questo momento è fondamentale per capire quello che molti si ostinano a non vedere. Mi preoccupa molto che si svilisca così agevolmente la forza preventiva del diritto rispetto a un crimine gravissimo del diritto penale internazionale.

Cioè?
FA
 I genocidi si possono prevenire quando vengono identificati sul nascere e qui, il genocidio, nonostante sia stato identificato -la Corte internazionale di giustizia ne ha riconosciuto la plausibilità nel gennaio 2024- è stato oscurato, incluso in Paesi come l’Italia. La storia dell’Olocausto avrebbe dovuto insegnarci che il genocidio comincia con la disumanizzazione dell’“altro”: è la storia di tutte e tutti noi, soprattutto di chi è erede di quei Paesi europei che hanno commesso il crimine di genocidio nei confronti degli ebrei e che si sentono responsabili di impedirne altri.

Nel suo rapporto parla anche del “Grande Israele”. Perché?
FA
 Perché è il contesto da cui non si può prescindere: da oltre 75 anni si rivendica un diritto esclusivo degli ebrei in Palestina, che vari governi israeliani hanno fatto di tutto per consolidare. E il genocidio è il culmine della violenza che un’opera di acquisizione della terra a danno dei suoi abitanti originari comporta, inclusa la discriminazione e la disumanizzazione dei palestinesi.

Qual è il suo bilancio di questi primi due anni e mezzo di mandato?
FA
 È un impegno gravoso, ma tra le poche cose che mi riconosco, c’è l’aver “liberato” certe parole e aver mostrato che il mondo non va in frantumi se si osa dire la verità, il che purtroppo pare un atto rivoluzionario. L’altra cosa che riconosco al mio mandato è la capacità di accendere la speranza nelle persone, la forza di sapere che dal proprio impegno dipende il cambiamento. La mia speranza è di contribuire a smuovere le coscienze di tanti e muoverli all’azione.

La Corte penale internazionale ha emesso i mandati di arresto per il leader di Hamas, Mohammed Deif, l’ex ministro israeliano della Difesa, Yoav Gallant e il primo ministro Benjamin Netanyahu. La Francia ha detto che non arresterà i leader israeliani, l’Italia è stata ambigua. Che cosa ne pensa?
FA
 Penso che la Francia abbia messo l’amicizia, la convenienza e l’interesse politico al di sopra del diritto internazionale: è gravissimo ed è un illecito ai sensi dello Statuto di Roma (il trattato internazionale istitutivo della Corte penale internazionale, ndr). L’Italia è stata ambigua e mi dispiace. Su queste cose bisogna essere interamente dalla parte della legalità, che impone l’obbligo di cooperare con la Corte penale internazionale e quindi la presenza di una persona inquisita dalla Corte richiede l’arresto in caso di presenza sul territorio della Repubblica. Questo impone il rispetto del diritto internazionale, che nell’ordinamento italiano è fonte di diritto, secondo la Costituzione italiana. Mi colpisce quanto in Italia si parli poco della Costituzione. Neanche i costituzionalisti sembrano ribellarsi alla distruzione costante che si fa dei principi costituzionali e questo mi fa grande tristezza. 

Per parole come queste ha ricevuto minacce e l’accusa di antisemitismo. Non ha paura?
FA
 Per fortuna sono molti di più quelli che esprimono il loro apprezzamento e sostegno. Le organizzazioni ebraiche, che continuano a lanciare e sostenere il comunicato a mia difesa, sono ormai 50 in tutto il mondo. Io sostengo che lo Stato di Israele, in quanto membro delle Nazioni Unite, si debba conformare al diritto internazionale e che non lo possa violare impunemente. E nel momento in cui commette atti di genocidio, apartheid e continua a mantenere un’occupazione, che la Corte internazionale di giustizia ha definito illegale, deve affrontare le conseguenze. Anche in Italia ci sono ebrei che stanno facendo sentire la loro voce contro l’orrore che Israele va portando avanti nei confronti dei palestinesi, come il Laboratorio ebraico antirazzista (LƏA). Succede in tante parti del mondo e per questo ho molta fiducia e sono fiera dei rapporti forti che ho costruito con tanta società civile in vari paesi del mondo: ovunque, in prima linea, ci sono comunità ebraiche progressiste. Al tempo stesso provo grande tristezza e dolore nel vedere come reagisce larga parte di quelle italiane, la cui postura si scontra profondamente con quello che emerge dall’impegno che in questi due anni e mezzo di vicinanza a tanti ebrei, soprattutto accademici, ho compreso: che l’ebraismo è la religione dell’oppresso, naturalmente vicina alle vittime di ingiustizie, non all’oppressore. Il trauma collettivo di un popolo non può essere usato per tenere in ostaggio la giustizia.

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giovedì 19 dicembre 2024

“Chiudere tutti i Cpr”. L’appello del Tavolo asilo e immigrazione - Luca Rondi

 

In occasione della Giornata mondiale per i diritti umani del 10 dicembre, oltre 40 organizzazioni della società civile chiedono la chiusura dei Centri di permanenza per il rimpatrio. In un dettagliato rapporto danno conto delle visite svolte nelle strutture da cui sono emerse gravi violazioni dei diritti delle persone rinchiuse. Intanto, il governo italiano è in ritardo nel processo di implementazione del nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo

 

 “I Cpr vanno chiusi”. Senza mezze misure le oltre quaranta organizzazioni della società civile del Tavolo nazionale asilo e immigrazione (Tai) chiedono la fine dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Lo fanno dalla sede nazionale della Cgil di Roma in occasione della Giornata mondiale per i diritti umani del 10 dicembre, presentando il report “Cpr d’Italia: porre fine all’aberrazione” che dà conto degli accessi effettuati il 15 aprile 2024 in otto centri, ma più in generale, fa il punto sullo stato di salute della detenzione amministrativa in Italia. “La situazione nelle strutture è apparsa particolarmente problematica -spiega Filippo Miraglia, responsabile nazionale immigrazione dell’Arci-. Queste criticità denunciano una gestione sistematicamente carente dei Cpr, che non solo compromette la tutela dei diritti fondamentali dei trattenuti, ma rende anche impossibile un monitoraggio indipendente e trasparente, ostacolando ogni tentativo di miglioramento”.

Come già emerso in oltre vent’anni di inchieste, denunce e rapporti -l’abbiamo raccontato anche nel nostro saggio “Gorgo Cpr“- le visite agli otto Cpr hanno confermato che le condizioni di trattenimento sono caratterizzate da sovraffollamento delle unità di alloggio, isolamento alternato e mancanza di privacy, qualità dei pasti scadente e dannosa, condizioni igienico-sanitarie critiche, mancanza di protocolli di collaborazione con enti sanitari e associazioni di volontariato, carenza di personale specializzato quale mediatori culturali, psicologi e personale sanitario. “Questi fattori evidenziano un clima di degrado e abbandono -aggiunge Miraglia- che colpisce i trattenuti con gravi ripercussioni sulla loro salute fisica e mentale, così come il personale dei centri”.

Il tutto a dei prezzi esorbitanti. Secondo lo studio “Trattenuti” di ActionAid e dell’Università di Bari riportato nel Rapporto, tra il 2018 e il 2023, il sistema ha comportato un costo di quasi 93 milioni di euro, di cui il 64% destinato agli enti gestori. Il costo medio annuo di una struttura si aggira sui 1,65 milioni di euro, con una spesa media per trattenuto di oltre 25mila euro l’anno. “Inoltre, secondo lo stesso studio, il sistema è inefficace -spiega Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano per i rifugiati (Ics)- dai dati raccolti nel periodo 2014-2023, a fronte di 279.231 provvedimenti di allontanamento emessi, i rimpatri effettivi dai Cpr rappresentano una percentuale minima, raramente superiore al 10%. Sebbene dal 2018 al 2023 la media dei rimpatri rispetto agli ingressi nelle strutture sia del 47,6%, tale dato è fortemente distorto dalla prevalenza di cittadini tunisini, che costituiscono quasi il 70% dei rimpatriati grazie agli accordi bilaterali con la Tunisia. Per le altre nazionalità, la percentuale di rimpatri scende sotto l’8%”.

Il tema della tutela della salute delle persone rinchiuse si è di nuovo rivelato estremamente critico. “Le delegazioni hanno registrato condizioni sanitarie precarie, con servizi medici insufficienti e abuso nella somministrazione di psicofarmaci e la mancanza o l’inadeguatezza di protocolli sanitari che aggravano i problemi di salute dei trattenuti -aggiunge Schiavone-. Le pessime condizioni fisiche e mentali dei trattenuti nei Cpr sono correlate a numerosi episodi di suicidio e autolesionismo riportati in vari centri”. Tutte queste criticità portano il Tai a sottolineare come ciò che connota questi luoghi “non è un’inefficienza gestionale bensì un’aberrazione strutturale costituita da un sistema di compressione delle libertà dell’individuo le cui finalità reali risultano del tutto diverse da quelle pubblicamente dichiarate”. Ed è per questo motivo che secondo Miraglia “il primo e più importante risultato di questo lavoro congiunto tra la società civile e i rappresentanti politici, che registriamo con favore, è quello di far emergere i problemi strutturali della detenzione amministrativa e portare i partiti dell’opposizione sulle nostre posizioni, per la chiusura della stagione del diritto speciale dello straniero”. Alla presentazione del rapporto il 10 dicembre erano presenti diversi parlamentari e senatori dell’opposizione, da Alleanza Verdi e Sinistra a Più Europa, fino a una nutrita delegazione del Partito Democratico.

In questo contesto incide poi il nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo adottato dal Parlamento europeo nell’aprile 2024. Le nuove regole comunitarie, infatti, rischiano di tradursi in un ulteriore incremento dell’uso della detenzione amministrativa con la trasformazione dello “straordinario” in “ordinario”: “Le procedure di frontiera e le procedure accelerate -che implicano un esame rapido e sommario delle richieste di asilo, basato principalmente sulla provenienza geografica e non sulla storia individuale, contrariamente a quanto stabilito dal diritto di asilo- diventano obbligatorie in molte circostanze”, scrivono gli autori del report. Nell’attesa dell’esito della richiesta di protezione internazionale le persone dovranno “rimanere a disposizione” delle autorità per massimo 12 settimane in centri che sorgeranno vicino ai punti di sbarco ma non necessariamente solo in quelle zone. Il legislatore non fa esplicito riferimento alla detenzione ma i rischi che questo poi succeda nei fatti è elevatissimo. “Il meccanismo dello screening e quello della procedura accelerata -scrive il Tai- rischiano di trasformare i sistemi di accoglienza degli Stati in sistemi di detenzione, istituzionalizzando un modello già sperimentato in modo fallimentare nelle isole greche”.

Resta poi il nodo del numero dei posti, sul quale è utile fare riferimento alla simulazione proposta dalla ricercatrice Daniela Movileanu per il Forum per cambiare l’ordine delle cose. Nel 2023, ad esempio, secondo le nuove regole del Patto, il totale delle persone finite in procedura di frontiera sarebbe stato pari a circa 94mila a fronte di 2.938 posti disponibili nei Cpr e negli hotspot. “L’Italia dovrebbe aumentare la propria capacità detentiva di oltre dieci volte quella attuale”, si legge nel rapporto.

Il Governo Meloni avrebbe dovuto presentare entro il 12 dicembre 2024 il “Piano di implementazione” del Patto europeo. Non succederà, i tempi saranno più lunghi. Lo ha confermato il 9 dicembre il prefetto Laura Lega a capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione che ha incontrato alcuni esponenti della società civile, promotori della “Roadmap per il diritto d’asilo e la libertà di movimento”. “Abbiamo avuto la conferma che non sono state previste azioni consultive, come invece richiesto dal Parlamento, per la stesura del piano di implementazione -spiega Giovanna Cavallo, del Forum cambiare l’ordine delle cose (qui il comunicato stampa completo)-. Nell’incontro purtroppo non sono state illustrate le bozze del programma in via di elaborazione. Questa mancanza di trasparenza e confronto è preoccupante e abbiamo chiesto con determinazione l’apertura di percorsi di confronto concreto sulle azioni che il governo dovrà intraprendere”.

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lunedì 18 novembre 2024

Il punto di non ritorno su medici e infermieri - Nicoletta Dentico


La carenza di personale è il segno più grave del collasso della sanità pubblica. I mancati investimenti tradiscono il diritto alla salute. La rubrica di Nicoletta Dentico

Tratto da Altreconomia 275 — Novembre 2024

Nonostante derivi dall’ambiente manageriale, il termine “risorse umane” evidenzia il valore intrinseco del personale, per le sue competenze e professionalità. Questa accezione risulta di particolare rilevanza quando parliamo di servizio sanitario, un settore in cui i livelli professionali elevati sono necessariamente diffusi e le capacità relazionali fondamentali. L’attività svolta da medici e infermieri, e da altre tipologie di personale della salute pubblica, è la chiave di volta di un servizio dedicato alla persona, una voce non comprimibile di spesa a fronte del mantenimento di qualità e accessibilità.

Quando la Fondazione Gimbe racconta il collasso della sanità pubblica italiana -come ha fatto di recente con la presentazione del settimo Rapporto sul Servizio sanitario nazionale (Ssn)-, proiettando “una tenuta prossima al punto di non ritorno” e contando “quasi 4,5 milioni di persone che nel 2023 hanno rinunciato alle cure”, racconta gli effetti sistemici e non congiunturali di una strategia di contenimento della spesa sanitaria che in Italia è stata largamente attuata con la riduzione del personale (i famosi tetti di spesa introdotti nel 2004 dal secondo Governo Berlusconi, e poi riconfermati).

A differenza della produzione di oggetti, quella di servizi -specialmente in ambito sanitario- ha come perno la scelta di puntare sugli investimenti nelle risorse umane, sia sotto il profilo qualitativo -con la formazione continua, la valorizzazione di competenze ed esperienze- sia quantitativo, con la programmazione degli accessi all’università e la capacità di attrarre e trattenere le professionalità all’interno del sistema sanitario pubblico. Non fare questa scelta significa tradire il diritto alla salute, i principi costituzionali di universalismo, equità e uguaglianza, fondamentali per uno Stato responsabile e per un compiuto sviluppo della società.

Dopo la pandemia da Covid-19, non fare questa scelta significa tradire la popolazione italiana tout court. Soprattutto perché si registra nel Paese un accanito incremento delle fasce socioeconomiche più deboli, un aumento dei bisogni assistenziali dovuto alle modifiche della struttura familiare e all’invecchiamento della popolazione (nel 2050 il 34,9% degli italiani avrà più di 65 anni, a fronte della drastica riduzione di quelli in età lavorativa al 53,4%), per non parlare di quanti vivono nel Mezzogiorno e nelle aree interne, sempre più disagiate.

È del 55% la percentuale di medici italiani con oltre 55 anni di età. La media dei Paesi Ocse è del 33%, mentre è del 9,2 quella del numero di infermieri per mille abitanti. L’Italia ne ha solo 6,2. Si stima che il personale infermieristico dovrebbe essere incrementato di circa 350mila unità (Crea 2023).

Queste tendenze pongono sfide sanitarie decisive: il consumo di farmaci, il ricorso a visite mediche, i ricoveri ospedalieri e le patologie per le quali non esistono ancora strumenti di prevenzione e di terapia risolutivi -la demenza, il Parkinson, l’Alzheimer- sono tutti fenomeni correlati all’età. E che dire poi della salute mentale che dopo la pandemia da Covid-19, lo abbiamo già raccontato, colpisce con effetti diretti anche le giovani generazioni? Un altro fattore, dopo il 2020, ci impone di incrementare le risorse umane in ambito sanitario: le emergenze epidemiche, ricorrenti prima e dopo Covid-19 (basti pensare al vaiolo delle scimmie, alla influenza aviaria, alla “pandemia silente” della resistenza antimicrobica), legate a doppio filo al rapporto malato dell’umanità con la natura che la circonda.

Ogni Paese deve essere enormemente grato al proprio personale sanitario e assistenziale: “Questo non è mai stato più evidente che al culmine della pandemia da Covid-19, quando i professionisti sanitari si sono schierati come principale difesa […] spesso a grande rischio personale, mettendo a repentaglio la propria vita” (Organizzazione mondiale della sanità, 2022). Sosteniamo le loro battaglie, invece di attaccarli in corsia.

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giovedì 31 ottobre 2024

Quanti errori grossolani a furia di considerare intoccabili e non criticabili le forze dell’ordine - Lorenzo Guadagnucci


(da Altreconomia)


Giorgia Meloni sdegnata (“Le forze dell’ordine meritano rispetto, non simili ingiurie”), Matteo Salvini indignato (“Se a questi signori piacciono tanto rom e clandestini, se li portino a Strasburgo”), il presidente Sergio Mattarella perfino “stupito”.

A giudicare dalla reazione dei vertici istituzionali, il meno che si possa dire del nuovo rapporto della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri), è che la Repubblica italiana ha dimostrato di avere davvero un serio problema con sé stessa e in particolare con le sue forze dell’ordine, che difende con cieco ardore, ma a prescindere dalla realtà.

L’Ecri ha messo nero su bianco, forte di una documentazione che nessuno ha osato mettere in discussione, ciò che già sappiamo, ossia che le forze dell’ordine italiane praticano forme di razzismo istituzionale, specialmente verso persone immigrate (specie se africane), famiglie rom, persone non eterosessuali. E c’è davvero da stupirsi che sia così?

Viviamo nel Paese in cui il discorso d’odio è pratica quotidiana di leader politici di primo piano (è ancora fresco il truce e francamente ignobile commento del ministro Salvini dopo l’uccisione di un giovane immigrato da parte di un agente: “Con tutto il rispetto, non ci mancherà”). Viviamo nel “Paese dei campi”, l’unico in Europa che da decenni segrega le famiglie rom e sinti fuori dai centri urbani e così le espone alla diffidenza e riprovazione sociale, accusandole poi di non volersi integrare.

Nel Paese che mantiene una tardo-ottocentesca legge sulla cittadinanza e nega la carta d’identità, fino ai 18 anni, perfino a chi nasce, vive e cresce sul suolo patrio, se i genitori sono stranieri. Nel Paese che contrasta l’immigrazione con tutti i mezzi: dal divieto d’ingresso generalizzato, ai centri di detenzione (ora anche delocalizzati), fino alla guerra alle navi di soccorso impegnate nei salvataggi dei naufraghi nel Mediterraneo. Nel Paese che chiama “clandestini” i rifugiati e i richiedenti asilo, e “immigrati di seconda e terza generazione” chi immigrato non è, se figlio o nipote di persone straniere (specie se di pelle nera).

Nel Paese che oltre vent’anni fa mostrò all’Europa e al mondo ciò che le sue forze dell’ordine possono arrivare a fare: era il 2001, Genova ospitava il G8 e ai torturati di Bolzaneto capitò di sentire gruppi di agenti intonare un coro che faceva così: “Uno-due-tre viva Pinochet; quattro-cinque-sei morte agli ebrei; sette-otto-nove il negretto non commuove”.

No, non c’è da stupirsi, e tanto meno da indignarsi, se la Commissione del Consiglio d’Europa segnala casi di “profilazione razziale” da parte delle polizie italiane e fa notare che queste “non sembrano essere consapevoli della gravità del problema”. Non c’è da stupirsi se “si rammarica del fatto che negli ultimi anni poco o niente sia stato fatto per garantire una maggiore responsabilità nei casi di abusi razzisti o LGBTI-fobici commessi da agenti della polizia di Stato, carabinieri e altri agenti delle forze dell’ordine”.

Non c’è nulla di cui stupirsi, nel Paese in cui i vertici politici e delle forze dell’ordine non hanno mai rinnegato e “sanato” nemmeno gli enormi abusi commessi al G8 di Genova, e semmai ci sarebbe da ringraziare la Commissione, perché il suo sguardo esterno consente di vedere ciò dall’interno resta invisibile, a causa dell’incapacità delle istituzioni italiane di essere oneste con sé stesse.

A furia di considerare le forze dell’ordine intoccabili e non criticabili, errori e abusi si sono accumulati senza mai essere affrontati, e ora si pretenderebbe di avere -o di far credere di avere- apparati di polizia immuni dal discorso d’odio, dal razzismo strisciante, dall’antiziganismo, dall’omotransfobia che circolano largamente nella società, nei media, nel discorso politico corrente.

Le parole spese da vari ministri, dalla presidente del Consiglio e dal capo dello Stato purtroppo non sorprendono, semmai avviliscono, perché i “consigli” indicati dal rapporto Ecri vanno nella direzione giusta, avendo un unico difetto: per essere considerati e accolti, è necessario che vi sia nelle istituzioni la consapevolezza di avere un problema. Senza indignarsi e tanto meno stupirsi.

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giovedì 8 agosto 2024

Mare Libero: chi si riprende le spiagge sfidando il caos delle concessioni balneari - Roberta Cavaglià, Michele Gambirasi, Susanna Rugghia

 

Stabilimenti, campeggi, circoli sportivi e complessi turistici privati occupano oltre il 40% dei circa 8mila chilometri di coste italiane. In alcune Regioni raggiungono picchi del 70%. Tra proroghe illegittime, contestazioni della Commissione europea e strampalati calcoli del governo, i litorali continuano a essere un’esclusiva fonte di profitto. Ma di fronte all’inazione c’è chi ha deciso, pacificamente, di ribellarsi

“Questo non è il lungomare, è il lungomuro”. Così si rivolge Fabio (nome di fantasia) a due turisti stranieri sul litorale romano, a Ostia, quando gli chiedono dove sia la spiaggia libera. Lungo i 13 chilometri di costa ci sono 71 stabilimenti balneari, che negli anni hanno edificato al punto da rendere invisibile il mare dalla strada.

Fabio vive a Ostia da molti anni e in passato ha lavorato in questi stessi stabilimenti; adesso preferisce non farsi riconoscere, per il timore di subire ritorsioni. È infatti un attivista di Mare Libero, l’associazione che dal 2019 riunisce comitati diffusi sul territorio nazionale intorno al Manifesto per il mare, con l’obiettivo di ridiscutere le politiche che regolano le concessioni demaniali sulle coste italiane. Da cinque anni organizzano il 14 luglio la “Presa della Battigia”, una serie di azioni coordinate sparse su tutti i territori, durante le quali gli attivisti si recano negli stabilimenti balneari reclamando il diritto a transitare e sostare liberamente nei primi cinque metri di arenile antistanti il mare, che devono essere per legge lasciati sgombri da attrezzature e liberamente fruibili.

Quest’anno si sono spinti oltre, piantando i propri ombrelloni nello spazio degli stabilimenti rivendicando il diritto a fruire della spiaggia dato che le concessioni risultano scadute. Ad aprile infatti il Consiglio di Stato ha ritenuto illegittime le proroghe automatiche che il governo aveva firmato estendendo il termine delle concessioni fino alla fine del 2024. Il giudice amministrativo ha ritenuto incompatibile il provvedimento, accordato ormai da diversi anni, con il diritto dell’Unione europea, e in particolare con la direttiva “Bolkestein”, che impone invece che le concessioni balneari vengano messe a gara.

 

“Il problema è pensare che la Bolkestein crei più spiagge libere, non è così: al posto dell’attuale concessionario viene un grande imprenditore, che aumenta le tariffe e trasforma lo stabilimento in un luogo di superlusso”, sostiene Antonio Capacchione, presidente del Sindacato italiano balneari. “Nessuno può rubare il lavoro di un altro -prosegue Capacchione- se qualcuno vuole fare il balneare che apra la propria azienda dove c’è spazio, noi riteniamo che ci sia spazio per nuove concessioni in Italia”.

Ciò su cui gli imprenditori insistono è la necessità di garanzie di continuità per le aziende del settore, che offrirebbero un servizio di qualità in grado di attrarre turisti anche dall’estero; in quest’ottica la proroga automatica sarebbe una forma di assicurazione nei confronti degli investimenti fatti negli anni. Il riconoscimento di un indennizzo economico per i concessionari uscenti è infatti una delle motivazioni alla base dello sciopero indetto dalla Federazione italiana pubblici esercizi e la Federazione sindacale della Confesercenti per il 9 agosto, quando gli stabilimenti che aderiranno alla protesta apriranno alle 10 di mattina, invece che alle 8. Tra i motivi dello sciopero c’è anche la mancanza di criteri nazionali sulle gare, che alcuni enti locali e regionali hanno già iniziato a organizzare.

Al di là della Bolkestein, Mare Libero chiede di ripensare le politiche sul mare. “L’idea che la spiaggia sia un luogo di profitto è un’anomalia tutta italiana” dice Roberto Del Bove, coordinatore dell’associazione nel Lazio. “La concessione deve essere un’eccezione, non la regola -prosegue Agostino Biondo, del direttivo nazionale- se il Comune non è in grado di bandire la gara, questa non si fa e la spiaggia rimane libera”.

È sulla percentuale di costa data in concessione che si gioca la partita sull’applicazione della direttiva europea: questa infatti regolamenta esclusivamente beni di cui sia provata la scarsità. Il governo ha istituito a giugno 2023 un tavolo interministeriale, con anche le associazioni di categoria, per mappare lo stato delle spiagge italiane. Le conclusioni pubblicate a ottobre, ottenute attraverso la banca dati Sid del ministero delle Infrastrutture, stabilivano che solo un terzo delle zone demaniali era dato in concessione, mentre il 67% rimaneva libero: pertanto non sarebbe stato necessario applicare la Bolkestein.

Un risultato contestato però dalla Commissione europea, perché era stata tenuta in considerazione tutta la costa senza alcuna distinzione. E non è solo l’istituzione comunitaria a reputare la mappatura del governo italiano non idonea. “Gli errori sono sia nel metodo che nel merito” spiega Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente, dove da oltre trent’anni si occupa di mare, aree protette e turismo. “Nel merito perché a quel tavolo erano assenti le associazioni ambientaliste, i consumatori e soprattutto i Comuni, che dovranno fare i bandi per le procedure di trasparenza amministrativa. Nel metodo perché hanno dichiarato la costa italiana di 11mila chilometri, mentre non arriva a 8.000”.

Sono stati infatti inclusi i moli commerciali, i porti industriali, gli impianti petroliferi e i pontili delle centrali elettriche. Oltre alle coste a falesia alta e ai pontili frangiflutti dove è impossibile collocare uno stabilimento balneare. “La costa sabbiosa accessibile in Italia non arriva ai 4.000 mila chilometri” spiega ancora Venneri, che è autore del Rapporto Spiagge di Legambiente che quest’anno si è concentrato soprattutto sull’erosione costiera, un fenomeno che negli ultimi cinquant’anni è costato la perdita di 40 milioni di metri quadrati di spiaggia. “Più si irrigidisce il terreno costiero più si determina l’erosione. Per questo le concessioni dovrebbero prevedere sempre opere facilmente amovibili, che tuttavia sono più l’eccezione che la regola”.

È proprio la durata pluriennale delle concessioni ad aver favorito il gigantismo degli stabilimenti balneari che in casi come Ostia ospitano piscine, spa, ristoranti e boutique, come nelle spiagge di lusso della Versilia, e che in Regioni come Liguria, Emilia-Romagna e  Campania occupano oltre il 70% delle spiagge. Con un costo, oltre che ambientale, di impedimento di accesso al mare per i cittadini.

“Oltre alle spiagge occupate dagli stabilimenti bisogna tenere conto della percentuale dei tratti di costa interdetti e abbandonati. Se si sommano questi casi a una percentuale già molto bassa di spiagge libere, si può dire che in Campania il diritto al mare è negato” racconta Klarissa Pica, portavoce di Mare Libero per la Campania e ricercatrice.

Nonostante infatti in alcune Regioni ci siano leggi che stabiliscono una quota minima di spiagge libere, difficilmente queste vengono rispettate. In Emilia-Romagna, ad esempio, la legge regionale del 31 maggio 2002 prevede che debba essere del 20%, senza specificare però se a livello regionale o comunale. “A Rimini le spiagge libere non arrivano all’8% e a Cervia neanche al 4%”, spiega Nicoletta Zampriolo, referente di Mare Libero in Emilia-Romagna. “Sempre nei Comuni più vicini al delta del Po, inoltre, il conteggio non tiene conto della presenza di riserve naturali interdette al pubblico per tutto l’anno o in alcuni periodi specifici”, aggiunge.

Ed è proprio grazie all’escamotage di conteggiare tratti di costa di fatto inaccessibili, come le scogliere che circondano Punta dell’Olmo, nel Comune di Celle Ligure, che l’ex presidente della Liguria Giovanni Toti avrebbe previsto di sdemanializzare la spiaggia libera in cambio di un finanziamento per le elezioni del 2021 da parte degli imprenditori Aldo e Roberto Spinelli, che alle spalle della spiaggia hanno avviato la costruzione di 48 appartamenti e un resort di lusso dal valore di 90 milioni di euro.

Anche in Liguria la legge regionale del 28 aprile 1999 stabilisce chiaramente l’obbligo di garantire il 40% di spiagge libere in ogni Comune. “Una percentuale che non è mai stata rispettata, dato che la legge ne lega l’applicazione alla messa in gara delle concessioni”, spiega Selena Candia, consigliera regionale della coalizione di centrosinistra.

“Gli imprenditori e i balneari hanno fatto sponda con il centrodestra pensando di andare avanti all’infinito: non è così. E lo stesso vale per le persone che pensano che allo strapotere degli stabilimenti balneari non ci sia alternativa. Sono barriere culturali e politiche da abbattere attraverso gare trasparenti che prevedano il pagamento di canoni congrui”, afferma Stefano Salvetti, referente di Mare Libero in Liguria.

Secondo l’ultimo rapporto della Corte dei conti, infatti, tra il 2016 e il 2020 lo Stato ha incassato in media 101,7 milioni di euro all’anno, contro un fatturato medio per ogni stabilimento stimato da Nomisma di 260mila euro. “I Comuni potrebbero usare queste risorse per garantire il salvamento e la presenza di servizi igienici nelle spiagge libere. A pochi chilometri di distanza, in Francia, tutto questo è già realtà -conclude Salvetti-. E può esserlo anche qui”.

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mercoledì 17 luglio 2024

“Aree idonee” per pannelli solari e pale eoliche: sicuri di voler festeggiare? - Paolo Pileri

 

È stato pubblicato il decreto governativo che disciplina chi e come debba definire le aree idonee a posizionare pannelli e pale eoliche. Il rischio di iniquità, impatti sociali, ecologici e ambientali e di nuovi consumi di suolo è concreto, osserva il prof. Pileri. Sacrificando le uniche due procedure per arginare il degrado ambientale, a vantaggio di pochi

In diversi festeggiano per il decreto aree idonee del 21 giugno scorso, ovvero il decreto che fissa chi e come deve definire le aree idonee a posizionare pannelli solari e pale eoliche (entrato in vigore lo scorso 4 luglio dopo pubblicazione su gazzetta ufficiale n. 153). Inviterei a valutare bene che cosa sta succedendo perché non mi pare sia tutto oro quel che esce dal cilindro. Ovvio che piace al fronte degli energetici e degli investitori in rinnovabili, ma questo non basta per dire che sia immune dalla produzione di iniquità, di impatti sociali, ecologici e ambientali e che non avvii nuovi consumi di suolo. Spieghiamo il perché, con calma e sempre ricordando a tutte e tutti che le prime e uniche aree idonee sono quelle già asfaltate o costruite, sempre che non siano vincolate paesaggisticamente.

Partiamo dalla definizione di aree idonee che rimane un compito delegato alle Regioni (art. 1, c. 2, pt. a): “le aree in cui è previsto un iter accelerato e agevolato per la costruzione ed esercizio degli impianti a fonti rinnovabili e delle infrastrutture connesse secondo le disposizioni vigenti di cui all’art. 22 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199;”. A parte il fatto che a descrivere le aree è un iter e non la sostanza di cui sono fatte le aree (e questo è già una bizzarria che, peraltro, senza dirlo lascia spazio ad altra bizzarria: le 20 Regioni definiranno 20 idoneità diverse), iniziamo con il dire quanto è ancora doloroso quel rimando ad altra legge (titolo: “Procedure autorizzative specifiche per le aree idonee”), con tanto di imbarazzante problema (che denunciamo da tempo).

“1. La costruzione e l’esercizio di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili nelle aree idonee sono disciplinati secondo le seguenti disposizioni: a) nei procedimenti di autorizzazione di impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili su aree idonee, ivi inclusi quelli per l’adozione del provvedimento di Valutazione di impatto ambientale (Via), l’autorità competente in materia paesaggistica si esprime con parere obbligatorio non vincolante. Decorso inutilmente il termine per l’espressione del parere non vincolante, l’amministrazione competente provvede comunque sulla domanda di autorizzazione; b) i termini delle procedure di autorizzazione per impianti in aree idonee sono ridotti di un terzo. 1-bis. La disciplina di cui al comma 1 si applica anche, ove ricadenti su aree idonee, alle infrastrutture elettriche di connessione degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili e a quelle necessarie per lo sviluppo della rete elettrica di trasmissione nazionale, qualora strettamente funzionale all’incremento dell’energia producibile da fonti rinnovabili. 1-ter. La disciplina di cui al comma 1 si applica altresì, indipendentemente dalla loro ubicazione, alle infrastrutture elettriche interrate di connessione degli impianti di cui medesimo comma 1”.

 

In sostanza che si dice? Appena le Regioni avranno deliberato le aree idonee (tra sei mesi, se va bene), per gli impianti fotovoltaici, agrivoltaici ed eolici la Valutazione di impatto ambientale, laddove prevista, varrà come il due di picche visto che, per decreto, chi dovrà esprimersi parlerà al nulla: il suo parere non sarà vincolante e pure affrettato. Insomma, l’autorità competente lavorerà a vuoto: e allora perché mai dovrà lavorare? A beneficio di chi e di che cosa? Saranno risparmiate dalla Via anche le opere di movimentazione terra per realizzare i tunnel chilometrici per portare i cavi per l’elettricità alle cabine “infrastrutture elettriche interrate di connessione” e/o quelle per raggiungere le cabine di raccolta nazionale. C’è da fare festa? No. Con due decreti sono riusciti ancora a imbavagliare la Valutazione di impatto ambientale e questo non va bene affatto. Le compagini politiche ambientaliste non hanno nulla di cui festeggiare perché accettare che la corsa alle rinnovabili renda legittimo l’azzeramento della Via è semplicemente grave e apre a successive richieste pericolose davanti alle quali sarà ora più difficile dire che non si è d’accordo. Perché non scontare la Via anche ad altre opere “ambientali” come ponti ferroviari sul mare, ecogasdotti, centrali a biomassa, caserme dei carabinieri forestali o, magari pure depositi di rifiuti? 

Via e Valutazione ambientale strategica (Vas) sono sacre e rimangono le uniche due procedure per arginare il degrado ambientale ed è grave decidere di eliminarle/scontarle/zittirle. Sono già oggetto di continuo attacco e molte fatte giusto per farle (specie le Vas). Se addirittura le inertizziamo per decreto, non rimane più nulla per arginare il declino. Semmai il governo attuale avrebbero dovuto moltiplicare gli investimenti così da qualificare meglio e ampliare la rosa dei tecnici nei ministeri preposti a verificare queste Via e Vas. Questo andava fatto, apprViaofittando della grande palestra offerta dalla transizione energetica e dagli extraprofitti che questo mondo incasserà e da cui si sarebbe potuto generare un fondo pubblico per una task force dedicata a Via e Vas. Invece hanno fatto l’esatto contrario: depotenziato lo strumento e non irrobustito i suoi tecnici. C’è poco da essere contenti. Lo saranno forse gli energetici della transizione veloce a qualunque costo (sempre che non facciano pannelli e pali in fianco alle loro case al mare o ai monti). Lo sarà la generazione degli speculatori eco green. Lo saranno quelli del “meglio così che le energie fossili”. Ma chiedete a quanti dovranno cedere le loro terre per ospitare le rinnovabili, se sono contenti come voi. Chiedete a chi si vedrà una pala eolica a due passi da casa.

Ma c’è dell’altro per cui non stare allegri per nulla. Il decreto governativo suggerisce alle Regioni di considerare idonee le “aree a destinazione industriale, artigianale, per servizi e logistica” (art. 7, c. 2, pt. b). Qui ci sono due gravi problemi. Il primo: un’area a cui è assegnata una destinazione urbanistica è, a oggi e al 90%, un suolo completamente libero e spesso in buona salute. Non ha nulla di compromesso solo perché il piano urbanistico ne prevede la trasformazione ad altro uso. Potenzialmente potrebbe addirittura diventare prato o bosco e concorrere ad accrescere la quota di aree da riportare a livello di buona naturalità per il regolamento Ue della “Nature restoration law”. Invece qui, con il solito fare all’italiana, il decreto fa passare la “previsione” di trasformazione per qualcosa che ha già degradato quell’area e quindi, ope legis, decide di salvarla rendendola idonea per impianti fotovoltaici. Scientificamente inaccettabile. Anzi apre a un pericoloso e perverso giochino: si fa una variante di piano trasformando un’area agricola in area logistica e poi si chiede alla Regione di aggiornare la carta delle aree idonee e così si ottiene la possibilità di installare i lucrosi pannelli.

In tutto questo, vi è anche sotto traccia la gravità che a prevalere nelle decisioni di idoneità delle aree sia sempre e solo un criterio amministrativo e non uno ambientale né ecologico. Nel decreto l’idoneità non passa dall’analisi eco-pedologica di suoli: non vedo che cosa ci sia da festeggiare. La seconda cosa tocca il tema dell’equità. Favorendo l’idoneità alle aree previste per logistica o produzione, etc., il decreto sta servendo a un determinato target di investitori privati (peraltro spesso posseduti a loro volta da fondi di investimento e capitali stranieri) una grande possibilità di fare speculazione energetica sui loro terreni che potranno consumare liberamente, pure evitando di mettere i pannelli sui loro tetti. Ci va bene? C’è da festeggiare?

E, per finire, questo decreto non ha fermato ancora il problematico decreto legislativo n. 199 del 2021 (promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili) dove con un colpo di spugna si è deciso che sono aree idonee tutte quelle aree agricole che si trovano entro 500 metri attorno a stabilimenti produttivi (anche capannoni logistici) o impianti industriali o centri commerciali: le hanno chiamate “solar belt” (art. 20). Queste aree continuano a essere idonee fin quando le Regioni non approveranno le loro. Ma a quel punto si troveranno costrette a includerle, pena una pioggia di ricorsi. Non a caso il decreto del governo invita le Regioni proprio a includerle (come infatti dice l’art. 7 c.2 pt. c). E poi, non sottovalutiamo il fatto che, nonostante della necessità di definire le aree idonee si sapesse da un anno, il decreto ha deciso di dare alle Regioni sei mesi per approvare le loro aree idonee (art. 3), pertanto in questo transitorio fioccheranno richieste di solar belt e altre richieste nelle more delle aree idonee.

Stiamo parlando di una quantità enorme di aree agricole che sfuggirà ai criteri di idoneità delle Regioni: quasi quasi in certi casi potrà convenire rilevare un piccolo capannone dismesso per ottenere di diritto una grande area pannellizzabile attorno. Già, perché, se hai un ettaro a magazzino (magari per un solo pacchetto) in mezzo alla campagna arrivi ad “autoidoneizzarti” due ettari attorno e in più potrai usarti i tuoi ettari interni al sedime: bingo. Ovvio che tutto questo è configurabile come una deroga bella e buona ai criteri di idoneità ed è altrettanto ovvio che tutto ciò accelera le speculazioni, con buona pace degli energetici e della loro fretta a passare alle rinnovabili. Prova ne è che in un battibaleno società energetiche italiane e straniere, fondi di investimento e altri soggetti non ben definiti si sono attaccati alle mail di geometri e architetti di campagna promettendo loro lauti guadagni: dai cinquemila ai 60mila euro di compenso solo per fare scouting ovvero per trovare proprietari disponibili a cedere aree papabili per le solar belt e non solo, da presentare a investitori energetici. Visto? Questa è la prova provata di come fare una legge che anziché orientare verso una transizione giusta ed ecologica, ne disegna una facile per le finanziarie che usano le rinnovabili per speculare. 

In ultimo ricordiamo ancora che nessuno sta sollevando il dubbio che, per come è stata congegnata, l’attuale transizione è di fatto una privatizzazione ante litteram. Quando si raggiungerà la soglia di produzione energetica rinnovabile desiderata, saranno le centinaia di operatori privati (oppure le poche unità, se scopriremo un giorno che si saranno fusi tra loro) ad avere il pieno controllo della produzione di energia per il Paese e potranno spegnere l’interruttore se vorranno. A quel punto lo Stato e gli interessi collettivi usciranno di scena o si troveranno in una posizione assai complessa e certamente più ricattabile. Chi oggi ci sta garantendo che un domani ciò non accadrà? Altro motivo per non festeggiare ma per concentrarsi sul da farsi. 

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)


Su questi temi il dibattito su Altreconomia è aperto. Segnaliamo a proposito l’intervento, dall’orientamento diverso, del prof. Stefano Caserini dal nuovo numero della rivista. La redazione.

Il 10 luglio è intervenuto il prof. Nicola Armaroli, dirigente di ricerca al Cnr dal 2007, membro dell’Accademia nazionale delle Scienze e direttore della rivista italiana di divulgazione scientifica “Sapere”

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