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venerdì 3 settembre 2021

Addio Hong Kong - Ilaria Maria Sala

 

La vita a Hong Kong negli ultimi tempi è diventata imprevedibile e difficile da descrivere. Quando ci si incontra tra amici, o ci si scambia messaggi, la domanda più frequente è: parti o rimani? Ce lo si chiede con ansia, indipendentemente dalla risposta.

Qualche giorno fa la mia amica Winnie (i nomi li cambierò tutti, per sicurezza) ha postato su Instagram la foto di una finestra aperta con delle tendine a fiori mosse dalla corrente d’aria e un testo che diceva solo “mi mancherà questa stanza. In particolare queste tendine a fiori”. Secondo il nuovo protocollo, che si è sviluppato in silenzio, non si risponde più sotto al post chiedendo “perché, cosa succede, parti?”. Così ho pensato di mandare un messaggio a Hellen, per chiedere a lei: “Parte, Winnie?”. E Hellen si è allarmata, ha risposto “no, davvero? Non è possibile…”. Così abbiamo mandato entrambe un messaggio a Winnie, che ha risposto che no, deve solo traslocare, per ora rimane.

Metto “Mi piace” sotto ai post finti di un altro amico, Stan, che è già partito ma non può ancora dirlo per paura che possano fermare la sua compagna impegnata a sistemare le ultime cose prima di raggiungerlo. Per non dare nell’occhio posta fotografie di cos’ha mangiato nei giorni scorsi in diversi ristoranti di Hong Kong oppure foto di dettagli, così da non rischiare di mostrare paesaggi in cui il meteo non coincide con quello di qui. Se ci si organizza per vedersi e qualcuno deve disdire tutti si chiedono immediatamente se non sia perché ha dovuto lasciare la città. Per tranquillizzare gli altri si dice subito “potrei quest’altro giorno, scusate”.

La vita stravolta
A luglio le partenze si sono intensificate perché dal 1 agosto Hong Kong e Pechino non riconosceranno più come documento valido il passaporto British national overseas (Bno, concesso dal Regno Unito a chi è nato prima del ritorno di Hong Kong alla Cina, nel 1997). Dal gennaio 2021 Londra ha cominciato a rilasciare visti speciali ai possessori di Bno, che dopo cinque anni potranno ottenere la cittadinanza britannica, per cui negli ultimi mesi se ne sono andati in parecchi.

Carrie Lam, a capo dell’esecutivo di Hong Kong, ha detto di non essere affatto preoccupata dalle code infinite ai check-in dell’aeroporto – famiglie con pacchi e valige di chi non prevede di tornare. Solo alle partenze c’è la coda, gli arrivi sono vuoti. “Hong Kong è sempre stata una città internazionale, conto sul fatto che continuerà ad attirare talenti dal mondo intero e dalla Cina continentale”, ha detto Lam durante una conferenza stampa prima di cambiare discorso.

È sconcertante che la responsabile di un governo non si mostri turbata davanti a migliaia di persone, in particolare giovani, che scelgono di andarsene anche senza avere dei piani precisi, pur di non essere costretti a vivere in una città che sta cambiando in modo inarrestabile.

Dal 1 luglio 2020, quando è entrata in vigore la legge sulla sicurezza nazionale scritta a Pechino e imposta a Hong Kong senza nemmeno il vaglio del parlamento locale, gran parte di ciò che costituiva la vita politica della città è stato stravolto. Il quotidiano Apple Daily, indipendente, a favore della democrazia e a volte caciarone, è stato fatto chiudere congelandone i fondi; il direttore e altri dirigenti del giornale sono stati arrestati.

Il sistema elettorale è stato “migliorato” e adesso solo chi sarà giudicato “patriottico” da un comitato ad hoc potrà candidarsi alle elezioni. Molti dei seggi in cui i cittadini potevano scegliere i loro rappresentanti sono stati eliminati, rafforzando di nuovo il voto corporativo, quello di rappresentanti dei vari settori dell’economia, come in epoca coloniale. Sono state abolite anche le associazioni studentesche universitarie, dichiarate antipatriottiche e accusate addirittura di apologia del terrorismo (qui la parola terrorismo non è mai stata usata con tale leggerezza).

Un rifugio lontano
Prima del notiziario alla radio o in tv viene trasmesso l’inno nazionale, che ora per legge va rispettato (come la bandiera e gli altri simboli nazionali), e per i bambini della scuola materna sono stati preparati dei manuali per imparare ad amare la patria: meglio che comincino da giovani, così non si fanno venire idee balzane. I cambiamenti al sistema educativo sono però uno dei motivi principali per cui alcune persone decidono di andarsene: l’idea che i figli siano sottoposti alla propaganda comune nel resto della Cina è inaccettabile, così vanno nel Regno Unito, in alcuni casi in Canada o negli Stati Uniti, e in casi molto speciali a Taiwan (che, al contrario di quanto ci si aspettava, non è diventato uno dei rifugi più gettonati).

I paesi vicini, del resto, sono ancora chiusi per la pandemia, quindi anche chi potrebbe sperare di rifarsi una vita in Giappone o in Australia per ora non può nemmeno passarci un fine settimana. Alcune parole, e diversi slogan e canzoni del 2019, sono diventate illegali: in radio non si può più chiamare Tsai Ing-wen “la presidente” taiwanese, ma solo “la leader” di Taiwan, dato che Pechino non accetta che il linguaggio rispecchi lo status quo attuale, in cui Taiwan è un’isola autogovernata, democratica, mai guidata dal Partito comunista cinese.

Un’associazione d’insegnanti ha lanciato un appello accorato al governo di Hong Kong perché faccia uno sforzo per capire come mai tanti giovani, troppi, se ne stanno andando e per fermare l’esodo, ma l’inutilità del loro appello è stata quasi imbarazzante. A nessuno interessa. Anzi, se vanno via i cittadini che chiedono democrazia, libertà di espressione e giustizia per gli abusi della polizia commessi durante le manifestazioni del 2019, il governo non li rimpiange.

Tra chi rimane ci sono persone determinate a vedere cosa succede, e altre che vogliono vedere se sono capaci di vivere in modo completamente apolitico. Ci sono anche i sostenitori del governo, ovviamente, e poi le oltre diecimila persone che sono state arrestate per le proteste del 2019.

Molte di loro sono ancora adolescenti, e ricevono pene sproporzionate. I crimini contro la polizia sono trattati con la massima severità: una donna di 47 anni che ha lanciato un ombrello e una scatola di biscotti contro la polizia – anche se l’ombrello non ha colpito nessuno – è stata condannata a tre anni e nove mesi di prigione per “rivolta e assalto”. L’incidente era avvenuto durante una manifestazione in cui la polizia aveva caricato e arrestato molti ragazzi. La donna aveva cercato di proteggerne uno dall’arresto. Sugli eccessi e gli abusi della polizia, invece, non si indaga, e tantomeno vengono puniti.

Quello che viene richiesto a chi rimane è di “amare”: la polizia, la madrepatria, la bandiera, la nuova legge sulla sicurezza nazionale, i leader, il partito… Non era mai successo che a Hong Kong si chiedesse di amare il partito, ma adesso sì, dato che è stato stabilito che non si può amare la patria senza amare il partito che la protegge e governa. L’amore per Hong Kong, invece, va esercitato con autocontrollo: non deve offuscare l’amore vero, quello per la patria, il partito eccetera. Ci vorrà un po’ per abituarsi.

da qui

giovedì 28 novembre 2019

LA CIA ORCHESTRA LE PROTESTE NELLE NAZIONI SOVRANE PER DESTABILIZZARLE - Stephen Lendman (*)




L’Agenzia di intelligence centrale americana (CIA) spesso orchestra le proteste in nazioni sovrane e indipendenti per destabilizzarle, come scrive il noto scrittore e commentatore politico Stephen Lendman.
Lendman sostiene che la CIA è un’agenzia antidemocratica / anti-governativa incompatibile con la pace, l’equità e la giustizia – nozioni alle quali ha giurato di opporsi.
Il suo playbook include l’uso di squadroni della morte globali, orchestrando rivoluzioni e colpi di stato a colori, assassinando leader stranieri, sostenendo despoti amichevoli, operando prigioni segrete di tortura, accompagnando guerre di droni e altre azioni ostili a ciò che le società libere e aperte hanno a cuore.
La stessa CIA e le altre agenzie statunitensi manipolano o interferiscono in altro modo nelle elezioni straniere, sono complici del crimine organizzato nel traffico illecito di stupefacenti, spiano segretamente i cittadini degli Stati Uniti e si impegnano in esperimenti di controllo mentale fisicamente dannosi e psicologicamente paralizzanti – soggetti umani usati come inconsapevoli cavie.
Politici sporchi, funzionari aziendali, accademici, capi del lavoro, grandi media, numerosi giornalisti, gruppi di riflessione statunitensi e altre organizzazioni, nonché elementi del clero sono complici delle sinistre attività della CIA.
Le mani sporche dell’agenzia sono dappertutto azioni dirompenti vengono effettuate nelle nazioni mirate al cambio di regime – con l’obiettivo che i governi sovrani indipendenti siano sostituiti da governi fantoccio filo-occidentali.
Da ultimo in Iran, lo scorso sabato, gli ultimi aumenti dei prezzi della benzina e razionamento in Iran hanno suscitato proteste. Manifestazioni pacifiche si sono svolte in diverse città iraniane con persone che hanno invitato il governo a invertire la sua decisione. Le manifestazioni, tuttavia, sono diventate violente in alcune città e sono stati segnalati scontri con le forze di sicurezza.
Il segretario di Stato americano Mike Pompeo, ex capo della CIA, ha espresso il suo sostegno ai manifestanti in Iran.
“Come ho detto al popolo iraniano quasi un anno e mezzo fa: gli Stati Uniti sono con te”, ha detto Pompeo, retwittando un tweet in lingua persiana che ha inviato nel luglio 2018 in cui si riferiva a un discorso fatto direttamente al Popolo iraniano.
La Press TV ha chiesto a Lendman se Pompeo e altri funzionari statunitensi stessero provando il dolore del popolo iraniano e stessero provando empatia con loro o cercando di sfruttare la situazione che era effettivamente causata a motivo delle severe sanzioni economiche statunitensi sull’Iran.
“Spesso quando si verificano proteste contro i governi sovrani indipendenti gli obiettivi statunitensi per il cambio di regime, vengono orchestrati dalla CIA per destabilizzare le nazioni”, ha detto Lendman a Press TV domenica.
“In passato è successo diverse volte in Iran, con le mani sporche degli Stati Uniti che si allungano su di loro. Sospetto qualcosa di simile avvenga ora.
Chiaramente, le mani sporche degli Stati Uniti sono protese costantemente per sobillare la situazione a Hong Kong, attaccando il ventre molle della Cina per cercare di destabilizzare e indebolire il paese ”, ha aggiunto.
“I leader della protesta hanno incontrato la presidente della Camera degli Stati Uniti Nancy Pelosi e altri funzionari statunitensi a Washington, e si sono riuniti anche con la responsabile del consolato americano a Hong Kong”, ha detto.
“Le proteste in Bolivia dopo la rielezione democratica del 20 ottobre di Evo Morales sono state orchestrate dalla CIA, volendo farlo sostituire da una tirannia reazionaria filo-occidentale , questo dal modo in cui le cose si sono svolte e a meno che le proteste di massa pro-Morales non possano cambiare le cose”, ha osservato.
Gli Stati Uniti hanno scatenato rivoluzioni di colore in numerosi paesi da quando hanno depositato Slobodan Milosevic in Serbia. La stessa cosa è successa in Georgia, due volte in Ucraina, l’ultima volta nel 2014, e in altre nazioni – in alcuni casi hanno avuto successo, in altri hanno fallito “, ha detto l’analista.
 “Numerose proteste si sono verificate a Mosca e in altre città russe a seguito di un tentativo di rivoluzione di colore. Queste operazioni sono tratte direttamente dal manuale della CIA, con altre agenzie statunitensi coinvolte, in particolare utlizzando la dotazione nazionale antidemocratica per la democrazia che e l’USAID “, ha affermato.
“Il primo colpo di stato della CIA, ovviamente, fu contro l’Iran nel 1953, ce ne furono molti altri in Latino America e in Asia fino alla prima rivoluzione a colori contro Milosevic in Serbia, nel 1999, dopo molti altri tentativi riusciti e senza successo, incluso quella fallita nel 2009, la cosiddetta Rivoluzione verde in Iran della CIA”, ha ha concluso.
Qualunque paese voglia sottrarsi alla subalternità verso gli USA e pretenda di seguire “politiche economiche ortodosse” subisce prima o poi dei tentativi di destabilizzazione in varie forme, ha dichiarato Lendman.

*Stephen Lendman è nato nel 1934 a Boston, MA. Nel 1956, ha conseguito una laurea presso l’Università di Harvard. servizio a prestato servizio presso l’esercito americano, ha vinto un MBA presso la Wharton School presso l’Università della Pennsylvania nel 1960. Lendman è un analista, scrittore che ha pubblicato opere sui principali problemi mondiali e nazionali . Dall’inizio del 2007 è autore di un programma radiofonico, il Progressive Radio News Hour sulla Progressive Radio Network molto seguito negli USA. Lendman è vincitore del Project Censored del 2008 e vincitore del premio giornalistico internazionale 2011 Mexican Club Club.
Fra le opere pubblicate [Flashpoint in Ukraine: How the US Drive for Hegemony Risks World War III]; Banker Occupation: Waging Financial War on Humanity (English Edition)16 gen. 2016; [(How Wall Street Fleeces America: Privatized Banking, Government Collusion and Class War )
·         Fonte: Stephen Lendman.org
·         Traduzione e sintesi: Luciano Lago


martedì 3 settembre 2019

Hong Kong, se la rivolta orfana ora acclama Donald Trump - Michele Marsonet



Rivolta in cerca di sponsor
E’ naturale che i dimostranti di Hong Kong, che continuano a godere di un vasto sostegno popolare, si appellino all’Occidente durante le manifestazioni chiedendone l’intervento per diminuire tanto la pressione diretta della polizia locale, quanto quella indiretta delle forze cinesi che stazionano nella ex colonia britannica e a Shenzhen poco oltre il confine.
Quando s’invocano il suffragio universale (che non c’è), e la libertà di stampa e di espressione (finora non abolite del tutto), qualsiasi mezzo sembra lecito pur di conseguire l’obiettivo che ci si prefigge, anche se a tutti è noto che tale obiettivo è pressoché impossibile da raggiungere.

The Donald, vorrei ma non posso
Destano tuttavia una certa meraviglia alcuni aspetti estremi delle manifestazioni. Negli ultimi giorni, per esempio, è stato spesso scandito il nome di Donald Trump quasi fosse il salvatore in pectore della città. Eppure è noto che il tycoon è contrario agli interventi all’estero, figuriamoci poi in territorio cinese.
Trump si è limitato a consigliare ai dirigenti di Pechino di usare la massima moderazione possibile, facendo capire che un’eventuale repressione violenta danneggerebbe ancor più i rapporti tra Usa e Repubblica Popolare.

Dazi prima di Hong Kong
Del resto tali rapporti sono già molto tesi per la guerra commerciale in corso tra i due Paesi, con la continua imposizione di dazi sulle merci importate da una parte e dall’altra. Ed è facile intuire che a Trump interessi questo problema assai più della situazione di Hong Kong.
Nel contempo alcune frange dei dimostranti hanno preso l’abitudine di cantare di fronte alla polizia – e alle inevitabili spie di Pechino – l’inno nazionale degli Stati Uniti. Così fornendo alla leadership cinese l’occasione di accusare gli Usa di fomentare i disordini. Accusa peraltro non supportata da prove, giacché risulta difficile immaginare che in una situazione simile la rappresentanza diplomatica americana si esponga in questo modo.

BoJo a rischio snobba l’ex colonia
Meglio poi dimenticare gli ex protettori inglesi. In questo momento Boris Johnson e il Regno Unito hanno altre gatte da pelare grazie alla Brexit, che rischia di frantumare il regno e con esso la più antica democrazia del mondo occidentale.
Certo è facile giudicare gli avvenimenti sedendo in poltrona, mentre è assai più arduo viverli sulla propria. Eppure è lecito chiedersi se sia questa la giusta politica da adottare. Se, in altri termini, sia giustificata la strategia del “tanto peggio, tanto meglio”.

Tanto peggio dubbio Tanto meglio
Poiché è evidente che la Cina non può cedere a rischio di portare i disordini all’interno dei suoi stessi confini, sarebbe più ragionevole aprire un tavolo di trattativa per verificare quanta autonomia si può salvare.
Ma pure questo è arduo, giacché il movimento ha sì dei leader, ma non riconosciuti da tutti. In altre parole non si sa chi dovrebbe sedere al tavolo, ed è tale instabilità a fare oggi di Hong Kong una polveriera che nessuno è in grado di neutralizzare.