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martedì 3 maggio 2022

la solitudine dei saharawi

 

Sánchez volta le spalle al popolo saharawi - Marco Santopadre


La svolta di Sánchez sulla vicenda saharawi i cittadini spagnoli l’hanno incredibilmente appresa, venerdì scorso, grazie ai notiziari dei media marocchini; «senza alcun dibattito parlamentare né previa comunicazione ai media del paese» ha scritto il quotidiano progressista El Diario.
Finora tutti i governi spagnoli avevano difeso (almeno formalmente) una soluzione basata su quanto stabilito dalle risoluzioni dell’ONU e sul rispetto del diritto all’autodeterminazione della popolazione saharawi. Ma in una lettera inviata a Mohammed VI, il leader socialista ha comunicato di condividere il piano di Rabat che chiede un riconoscimento internazionale della sovranità marocchina sull’ex Sahara spagnolo in cambio della concessione di un certo grado di autonomia ai territori occupati dal 1975.
Nella missiva, Sánchez giudica «l’iniziativa di autonomia marocchina, presentata nel 2007, come la base più seria, realistica e credibile per risolvere la controversia».
Madrid si allinea così alla 
decisione di Donald Trump, che nel dicembre 2020 diede l’ok all’annessione marocchina dell’ex 53esima provincia spagnola in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Rabat e Tel Aviv (che nel frattempo hanno fatto molti progressi, anche sul fronte militare).

 

La reazione del Fronte Polisario
Scontata e rabbiosa la reazione del “Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro” – l’organizzazione che storicamente rappresenta la popolazione saharawi e porta avanti la resistenza – e del governo della Repubblica Araba Saharawi Democratica, il cui territorio è occupato, per l’80%, dal Marocco. In un comunicato l’esecutivo della RASD condanna la decisione di Madrid definendola in «totale contraddizione con la legalità internazionale e le risoluzioni dell’Onu». Da parte sua il Fronte Polisario ha deplorato la mossa di Sánchez definendola un «ulteriore ostacolo» agli sforzi diretti a una soluzione negoziale del conflitto e riaffermando «la propria volontà di continuare la lotta armata per la liberazione». Del resto, dopo circa 30 anni di congelamento delle ostilità – in attesa che l’Onu organizzasse il previsto referendum per l’autodeterminazione contemplato dalle sue risoluzioni, che però non si è mai visto – nel novembre del 2020 i combattimenti sono ripresi – per quanto a bassa intensità – dopo la violazione da parte del Marocco del cessate il fuoco siglato nel 1991

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Spagna. Contrari destra e sinistra
Tornando alle reazioni in casa, a destra il blitz di Sánchez non è piaciuto. Il leader in pectore del PP, il galiziano Alberto Núñez Feijóo, ha bollato la presa di posizione del premier come «drastica e sconsiderata». Temendo concessioni alle rivendicazioni marocchine sulle enclavi nordafricane di Ceuta e Melilla se non addirittura sulle Canarie, la stampa conservatrice, unanime, parla di «cedimento al Marocco». L’ex premier popolare José Maria Aznar ha invece definito la svolta della Moncloa sul Sahara Occidentale un «errore storico» che il paese «pagherà caro».

Sul fronte opposto, la mossa del PSOE ha prodotto l’ennesimo strappo con gli alleati di governo di Podemos, che hanno informato di non condividerla affatto, così come le formazioni nazionaliste e di sinistra basche, catalane e galiziane. Anche la Ministra del Lavoro e vicepremier Yolanda Díaz e il ministro Alberto Garzòn (di Izquierda Unida) si sono smarcati.
Per la leader dei morados, Ione Belarra, la Spagna deve rispettare il diritto internazionale e il conflitto nel Sahara richiede «una soluzione politica equa, duratura e accettabile per tutte le parti in conformità con le risoluzioni dell’ONU, a partire dall’autodeterminazione del popolo saharawi». Per quanto in disaccordo, però, i viola non sono certo intenzionati a mettere in discussione l’alleanza di governo con i socialisti.
L’avallo di Sánchez alle richieste marocchine mira al varo di relazioni preferenziali – sul piano geopolitico, commerciale e militare – con il paese nordafricano, dopo anni di relazioni burrascose.

 

Madrid in cerca della normalizzazione
Agli inizi degli anni Duemila, Madrid e Rabat si sono affrontati militarmente per il controllo dell’isolotto di Perejil, nello Stretto di Gibilterra. Nel 2021, poi, la crisi è di nuovo esplosa dopo l’accoglienza riservata da Sánchez a Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario a lungo ricoverato sotto falso nome in un ospedale della Rioja a causa di alcune complicanze dovute al Covid 19. La vendetta marocchina è giunta il 18 maggio, quando 8000 migranti riuscirono a raggiungere Ceuta grazie alla “distrazione” delle guardie di frontiera di Rabat. Madrid accusò il Marocco di utilizzare i profughi come strumento di ricatto e Rabat imputò a Sánchez una connivenza con gli avversari della sua integrità territoriale.
Ora però Madrid vuole voltare pagina e cerca una base legale sulla quale basare il soddisfacimento dei suoi interessi nell’area, a partire dallo sfruttamento delle risorse ittiche dei pescosi mari al largo delle coste del Sahara Occidentale o dei giacimenti di fosfati. «Cominciamo una nuova tappa basata sul rispetto degli accordi, l’assenza di azioni unilaterali, la trasparenza e la comunicazione permanente» recita un comunicato diffuso dalla Moncloa, che mette l’accento sulla necessità di fare dei progressi nella comune gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo e nell’Atlantico. Secondo indiscrezioni, il ministro degli Esteri José Manuel Albares dovrebbe presto recarsi a Rabat per preparare la visita del premier spagnolo, che intanto il 23 marzo si è recato a Ceuta e Melilla.
Alle prese con una fronda nel suo stesso partito, Sánchez può comunque contare sul sostegno pubblico espresso dall’ex premier Zapatero e dell’ex ministro degli Esteri (anch’egli socialista) Moratinos, che durante il loro mandato provarono a convincere l’esecutivo – ma dovettero desistere – a sostenere il piano marocchino di annessione.

 

L’Algeria disapprova
Ora si attendono però le reazioni dell’inviato speciale dell’Onu per il Sahara, Staffan de Mistura (nominato da poco dopo due anni durante i quali la carica era rimasta vacante), e del governo algerino, da sempre principale sponsor della lotta dei saharawi per l’indipendenza, utilizzata spesso come arma contro i nemici di Rabat. Il governo di Algeri, al quale Madrid ha chiesto un aumento delle forniture di gas, ha richiamato “per consultazioni” il proprio ambasciatore a Madrid, Said Moussi, dicendosi stupito per il cambio di posizione della Spagna. Contemporaneamente, l’ambasciatrice marocchina in Spagna, Karima Benyaich, è tornata a Madrid dopo il suo ritorno in patria nel maggio del 2021.

Nei mesi scorsi il governo algerino ha già interrotto le relazioni con il Marocco bloccando il flusso del gas che prima arrivava in Spagna e Portogallo transitando sul territorio di Rabat attraverso il condotto Maghreb-Europa. Ora il gas algerino fluisce verso Madrid attraverso un altro condotto – il MedGaz – che bypassa il territorio marocchino ma che però ha una portata limitata, a cui Algeri sopperisce inviandolo in Spagna e in Portogallo attraverso delle navi cisterna.
Secondo alcuni media iberici, ora l’Algeria potrebbe provare a far pressione sul governo spagnolo, per convincerlo a tornare indietro sulla decisione di sostenere l’annessione marocchina del Sahara Occidentale, aumentando i prezzi del gas venduto a Madrid fino al 2024. L’Algeria fornisce il 43% del gas importato dalla Spagna, seguita a distanza dagli Stati Uniti (14%) e dalla Nigeria (11%).
Il governo algerino avrebbe recentemente rifiutato le richieste statunitensi di riapertura del gasdotto Maghreb-Europa (GME), ed anzi avrebbe chiesto al governo spagnolo di non rivendere al Marocco una parte del combustibile che Madrid importa dall’Algeria.
Il Marocco nel frattempo, avrebbe raggiunto un accordo con la società petrolifera Sound Energy per collegare i suoi giacimenti di gas di Tendrara al GME.
Dal canto suo l’Algeria starebbe lavorando ad un progetto volto a realizzare un lungo gasdotto che la collegherebbe alla Nigeria attraverso il Niger, e che potrebbe far arrivare fino all’Europa circa 30 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Le autorità algerine avrebbero già preso accordi in questo senso con il governo del Niger.


LINK E APPROFONDIMENTI

https://pagineesteri.it/2021/12/29/africa/il-sahara-occidentale-tra-occupazione-e-greenwashing/

https://www.publico.es/actualidad/carta-sanchez-rey-mohamed-vi-propuesta-marroqui-autonomia-base-seria-creible-realista.html

https://www.africarivista.it/algeria-continua-il-braccio-di-ferro-sul-gasdotto-maghreb-europa/199056/

https://www.publico.es/politica/decision-gobierno-espanol-sahara-no-cumple-derecho-internacional.html

https://www.aljazeera.com/news/2022/3/19/algeria-recalls-spain-envoy-over-western-sahara-policy-change

 

da qui

 

 

La pessima salute di ferro del governo Sánchez - Maurizio Matteuzzi

Qualcuno tracciando, nel gennaio scorso, un bilancio di metà mandato della coalizione fra i socialisti del PSOE e la “nuova sinistra” di Unidas Podemos, scrisse della “pessima salute di ferro del governo progressista spagnolo”. Un ossimoro azzeccato.

Ma in pochi mesi lo scenario anche in Spagna è drammaticamente cambiato e l’attacco in febbraio della Russia di Putin all’Ucraina con la relativa risposta NATO-UE – e anche molto altro – ha mandato giudizi e previsioni a carte quarantotto. E se oggi lo stato di salute del governo guidato da Pedro Sánchez resta pessimo, non appare più nemmeno così di ferro. Molti in Spagna considerano questo il passaggio più critico da quando nel gennaio 2020 il governo ottenne l’investitura delle Cortes. C’è anche chi, non solo in una destra colpita anch’essa dalla crisi, vede non più così sicuro l’approdo della legislatura alla sua naturale scadenza elettorale nel 2023.

Fino a fine 2021, nell’imperversare della pandemia, il governo di coalizione fra due soci che non si amano ha in buona sostanza tenuto fede agli impegni presi e implementato la “agenda progressista” faticosamente pattuita. Livelli record di spesa in sede di bilancio, misure sociali, riforme delle pensioni e del lavoro, leggi a forte impatto simbolico e politico quali eutanasia, riders, reddito minimo vitale, affitti, trans e LGBT, violenze di genere e femminicidio, memoria democratica, clima e transizione energetica verde, campagna di vaccinazione che ha toccato l’80% della popolazione, sblocco dell’impasse catalana con tanto di indulto per i leader indipendentisti…

La ripresa economica, dopo il disastro provocato nel 2020 dal covid, non ha però assecondato, finora, le speranze di Sánchez.  Nel ’21 l’occupazione ha superato per la prima volta i livelli del 2007, ma la crescita del 7.2% annunciata dal governo per quell’anno è andata via via riducendosi: prima al 6.5% per poi scendere al 5%. Il maggior tasso di crescita dell’ultimo ventennio ma pur sempre troppo basso. Soprattutto considerando che nel dicembre scorso il tasso d’inflazione era già schizzato oltre il 6% per poi lambire, con gli effetti collaterali della guerra in Ucraina – bollette di luce e gas, prezzo di gasolio e benzina, annunciato aumento delle spese militari dei paesi NATO, etc. etc. – la soglia insostenibile del 10% a fine marzo.

Pedro Sánchez e il suo governo, sotto assedio di una rabbiosa destra storica – il Partido Popular – che non si rassegna a non essere più al potere e di una nuova destra cavernicola – i fascio-franchisti di VOX – che è ormai il terzo partito spagnolo, non possono fare a meno di una economia che corra veloce, pena il rischio di regalare le bandiere della protesta alla piazza e ai gilet gialli di cui si vedono già i sintomi nelle massicce manifestazioni e scioperi di trasportatori, agricoltori, pescatori, autonomi, etc.; nonché il rischio che, come accaduto in altri paesi (la Francia, l’Italia), i ceti popolari delusi dalla sinistra riversino i loro voti sulla destra.

Sánchez lo sa bene. Per questo a fine di marzo ha annunciato un “Plan de Choque de Respuesta a la Guerra”, un “piano d’urto” anticrisi da 16 miliardi di euro che prevede uno “escudo social” con tagli fiscali e aumento del reddito minimo vitale.

Se basterà e funzionerà è da vedere. Decisivo sarà il fattore tempo. Perché il 2023, anno di elezioni regionali e politiche, è vicino mentre il rimescolamento fra e nelle forze politiche è al massimo.

Il PSOE, dopo la svolta centrista nel congresso di ottobre, è forse tentato di rompere con Podemos (almeno questo è il timore di Podemos che non si fida di Sánchez) per giocare la carta della grande coalizione con il PP che ha appena cambiato la leadership.

Il Partido Popular, che si è liberato del fallimentare Pablo Casado e  ha appena eletto col 98% dei voti il suo nuovo leader,  Alberto Núñez Feijóo, presidente della Galizia, “moderato e centrista”, è chiamato a decidere se continuare e formalizzare  l’alleanza con l’ultra-destra di VOX come già accade in molte città e regioni (la linea della presidente della Comunidad di Madrid, la sfegatata trumpista Isabel Díaz Ayuso) o  rilanciare una linea di centro-destra e/o avventurarsi in una qualche forma di appeasement con il PSOE .

Podemos che perde peso elettorale e ingoia rospi (l’ultimo la clamorosa giravolta con cui Sánchez riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, a danno del Fronte Polisario) ma non rompe perché “siamo l’unica garanzia che il governo faccia politiche progressiste”. E aspetta con crescente nervosismo che la comunista Yolanda Díaz, popolarissima ministra del lavoro, avvii il suo progetto di “Frente Amplio” nell’arduo tentativo di riunire gruppi e gruppuscoli della nuova sinistra che si sono andati frantumando.

Poi c’è VOX, che incalza il PP di Núñez Fejóo intimandogli di “decidere con chi vuole negoziare”, se con Pedro Sánchez e il suo governo chavista in salsa iberica o con i patrioti anticomunisti di VOX.

Saranno due anni di fuoco.

da qui



mercoledì 7 luglio 2021

Marocco, in carcere ragazza italo-marocchina condannata per blasfemia - Anas Chariai

 

Il 20 giugno, Siham (nome di fantasia), cittadina italo-marocchina, è stata fermata all’aeroporto di Marrakesh, dove era giunta dalla Francia, per un suo post pubblicato su Facebook nel 2019. Nel post, Siham aveva ribattezzato i versetti coranici della sura Al-Kawthar (L’abbondanza) come “versetti del whiskey”: la ragazza è stata bloccata dalle autorità aeroportuali con l’accusa di blasfemia.

Classe 1998, Siham è nata in Italia, a Vimercate. Cresciuta a Monza, ha preso la decisione di trasferirsi in Francia, dove studia giurisprudenza all’università di Marsiglia. È stata fermata in Marocco perché per la legge è marocchina, e quindi per forza di cose musulmana, in un paese che non contempla la libertà religiosa della propria popolazione e condanna l’apostasia e la blasfemia con il carcere. Il 28 giugno, nell’udienza di primo grado, la ragazza è stata condannata a tre anni e mezzo di carcere e a una multa di 50mila dirham (quasi 5mila euro).

Per una buona mezz’ora, dopo aver letto la notizia, mi sono perso nei miei pensieri. Fissavo la parete bianca della stanza.

Mi chiedo se Siham abbia memoria di quel post scritto quasi tre anni fa. Mi chiedo se qualcuno l’abbia denunciata. Mi chiedo se abbia indizi. Mi chiedo se quel qualcuno sia unə suə parente, come accadde anni fa a Hajar e Sanae, denunciate dalla zia di una delle due perché lesbiche. Mi chiedo se lei fosse felice di ritornare in Marocco. Mi chiedo da quanto tempo non ritornasse in Marocco. Mi domando cosa abbia provato nel tragitto dall’aeroporto alla caserma.

Mi domando da quanto tempo fosse stata denunciata. Mi chiedo perché non abbia mai ricevuto un avviso di garanzia. Mi chiedo se il questore le abbia letto ad alta voce il post scritto nel 2019 in italiano o l’abbia letto direttamente in arabo. Mi chiedo da quanto tempo l’avesse nel cassetto e se una volta tirato fuori le abbia detto a gran voce: “Ah ah, ora ti abbiamo presa!“. Mi chiedo se l’abbia detto anche ad altri.

Mi domando se si sia sentita braccata. Mi chiedo se, alla notizia, abbia pensato a Patrick Zaki. Mi domando se ci sia davvero un grande occhio dell’intelligence marocchina messo a osservare noi ragazzi di seconda generazione fuori dal Marocco. Mi chiedo se ciò che scrivo e ciò che condivido da anni sia già sotto al grande occhio del governo marocchino. Mi chiedo se questo ufficio dell’inquisizione abbia altri nomi (i nostri nomi) in quel cassetto. Mi chiedo se sia nello stesso carcere di quei ragazzi condannati per il solo fatto di aver condiviso sui social canzoni critiche nei confronti del governo e del re. Un verso. Un solo verso, ma 3 anni di prigione.

Mi chiedo se la notizia sia già giunta alle orecchie di quei giornalisti in attesa di giudizio perché invisi al potere. Mi chiedo se sia già giunta la notizia ai giornalisti Omar Radi e Soulaiman Raissouni, in prigione da più di un anno perché i loro articoli non vengono digeriti dal re. Chissà se la notizia è giunta anche al giornalista Maati Monjib, perseguitato dal 2015 con accuse farlocche, il cui processo viene continuamente rimandato da sette anni, perché non hanno assolutamente nulla su di lui. Nel frattempo è in carcere, a marcire con le voci libere del paese e con il leader delle proteste del Rif marocchino.

Mi chiedo se per paradosso il re abbia visto nella pandemia una soluzione e non un problema: un paese in lockdown, senza manifestazioni, proteste, isolato e sempre più militarizzato. Mi chiedo come mai, ad aprile, per scongiurare eccessivi contagi da COVID-19 nelle carceri, il re abbia dato l’amnistia a 5.654 detenutə. Ma nessuna delle 5.654 persone liberate era stata condannata per reati di opinione.

Mi chiedo se l’opinione pubblica italiana si sentirà toccata dalla notizia e reagirà con forza. Mi chiedo come si muoveranno le seconde generazioni che vivono qui in Italia. Mi chiedo se il governo italiano interverrà per salvare una sua cittadina da uno stato sciacallo, invasivo, patriarcale, omofobo, lo stesso stato che l’anno scorso in un famoso caso di revenge porn punì la vittima e non il carnefice. Mi chiedo se il governo italiano avrà la stessa incapacità di reazione e presa di posizione che ha avuto con l’Egitto. Mi domando se predominerà lo stato di diritto o lo stato di interesse economico.

Mi chiedo se la sua università – l’Università di Marsiglia – avrà il coraggio di battersi per riavere libera la sua studente, come l’Università di Bologna ha fatto e fa per Patrick Zaki. Mi chiedo invece se sarà omertosa e inutile come l’Università di Cambridge, quella di Giulio Regeni.


Mi chiedo se le mie amicizie italo-marocchine critiche nei confronti delle leggi oppressive e repressive del Marocco abbiano ora timore di ritornarci. Mi chiedo se l’opinione pubblica marocchina e la società civile si sia mossa in suo favore. Mi chiedo quantə marocchinə siano statə condannatə al carcere per apostasia e blasfemia. Mi domando se stia condividendo la cella con ragazze condannate al carcere perché “adultere” o magari perché trovate ad avere rapporti sessuali prima del matrimonio, o perché hanno preso la difficile decisione di abortire, o ancora perché lesbiche.

Mi chiedo se ritornerò mai in Marocco. Mi chiedo se questo mio autoesilio di 9 anni durerà ancora. Mi chiedo se non sto esagerando con queste parole, e poi mi ricordo che sto commentando la carcerazione a tre anni e mezzo di una ragazza per un post. Mi chiedo se il grande occhio, o qualche parente fascista dalla denuncia facile, leggerà mai questo articolo e magari sono già in quella lista, in quel cassetto… In tal caso ci tengo a dirvi qualcosa:” Versetto del whiskey! Versetto del whiskey! VERSETTO DEL WHISKEY! VERSETTO DEL WHISKEY!”.

da qui

domenica 22 novembre 2020

Scontri in Sahara Occidentale: che succede? - Karim Metref


Le agenzie di Stampa del mondo hanno riportato notizie su un conflitto tra il Regno del Marocco e una organizzazione chiamata Polisario. Scontri a fuoco, in una area chiamata Ghergarat. Come al solito i lanci di agenzia riportano un fatto d’attualità che sembra uscito dal nulla. Invece la storia del conflitto del Sahara Occidentale è vecchia di 50 anni.

 

Ghergarat: piccolo paesino, grande problema

Per capire quello che è successo negli ultimi giorni bisogna capire di che si tratta e dove si svolge.

Ghergarat (spesso scritto: Guergarat) è una piccola località di frontiera, che si trova sul confine tra i territori sotto controllo del Fronte Polisario e la Mauritania.

La divisione del territorio del Sahara Occidentale dopo il cessate il fuoco del 1991, ha lasciato i territori sotto controllo del Marocco e quindi anche il Marocco, senza nessun collegamento terrestre con la Mauritania.

Per riaprire le rotte commerciali verso la Mauritania, e da lì verso altri paesi subsahariani, il Marocco ha tenuto aperto un corridoio di circa 11 chilometri e ha stabilito un posto di frontiera. Facendo del paesino di Guergarat, di fatto, una specie di enclave marocchina in territorio controllato dal Polisario.

Nonostante questa anomalia, non contemplata negli accordi di pace, la situazione è rimasta stabile in tutti gli anni in cui si sperava in una risoluzione pacifica della controversia. Anche perché quella apertura era una boccata d’ossigeno per tutti.
Poi negli ultimi anni, l’ONU e la comunità internazionale si sono quasi del tutto dimenticati della questione Sahrawi.

I profughi scappati dai territori occupati verso il Sud dell’Algeria sono rimasti a marcire per 40 anni in campi profughi piantati in mezzo a una delle zone più aride e più calde del deserto del Sahara.

Mentre quelli rimasti sotto il controllo del Marocco vivono in una situazione ultra-militarizzata, dove vengono repressi violentemente a ogni segno di dissenso verso la monarchia.

Verso la fine dell’estate scorsa, dei manifestanti civili, sostenuti dall’Organizzazione del Fronte Polisario, hanno cominciato a organizzare delle proteste davanti al valico di Ghergarat, proteste sporadiche che a partire dal 20 ottobre si è trasformato in un blocco permanente, impedendo il traffico da e verso Marocco e Mauritania, con centinaia di TIR bloccati da una parte e l’altra del confine. In seguito si è scatenata una guerra diplomatica a livello dell’Onu, dell’Unione Africana e della lega araba. Accompagnata da una guerra mediatica. Il Marocco accusando il Polisario (e l’Algeria) di terrorismo, il Polisario accusando il Marocco di violazione degli accordi di cessate il fuoco con l’apertura del passaggio abusivo.

Nella notte del 12 novembre, l’esercito marocchino ha aperto varie brecce nel muro di separazione e ha effettuato operazioni militari in territorio Polisario, riaprendo così con la forza militare la strada e il valico per la Mauritania.

A queste operazioni il Fronte Polisario ha dichiarato di aver risposto “in modo adeguato”, annunciando varie operazioni con armi pesanti su postazioni occupate. Non si ha per ora notizie affidabili sui numeri di feriti e eventuali morti.

Una lunga storia

Il conflitto tra la monarchia marocchina e il Fronte Polisario per il controllo dei territori del Sahara Occidentale è una eredità nello stesso tempo della decolonizzazione dell’Africa e della guerra fredda.

 

Una decolonizzazione atipica

All’inizio degli anni 70 la maggior parte dei paesi africani aveva ottenuto l’indipendenza politica, all’eccezione dei paesi sotto dominio delle due dittature fasciste della penisola iberica, La Spagna di Franco e il Portogallo di Salazar.

Un gruppo di studenti nelle università marocchine e spagnole, provenienti dai territori detti Sahara Occidentale oggi, che allora si chiamavano Sahara Spagnolo, cominciano ad organizzare prima un movimento politico e poi rientrano in patria per fondare il 10 maggio 1973 il Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, abbreviato in Polisario.

Comincia così una lotta per l’indipendenza che durerà pochi anni. Perché con il disimpegno politico di Franco e i cambi politici in atto in Spagna, era chiaro che da lì a poco, il territorio sarebbe stato liberato.

Nel 1976, il territorio fu invaso da Sud dalla Mauritania e da Nord dal Marocco. Le autorità coloniali spagnole, prima di ritirarsi siglarono un accordo con i due paesi, dividendo il territorio in due parti e tagliando fuori il Polisario dal negoziato.  L’ultimo regalo avvelenato della diplomazia spagnola ancora impregnata di franchismo. Questo ultimo in seguito si trovò a dover combattere contro due eserciti, Quello mauritano e quello marocchino.

Nel 1979, in Mauritania ci fu un Colpo di Stato. Il nuovo esecutivo uscito da quella presa di potere aprì un tavolo di negoziati con il Polisario e finì per rinunciare alle sue pretese della regione detta del Rio De Oro. Lo scontro rimase quindi solo tra il Marocco e il movimento di liberazione.

A metà degli anni 80 l’esercito marocchino finì la realizzazione di un muro divisorio fatto di pietre e sabbia. Una fortificazione lunga 2700 chilometri. L’obiettivo, raggiunto con successo, era di isolare la parte Est del paese sotto controllo dei ribelli dalla parte Ovest occupata dal Marocco. Il muro impedendo le incursioni dei guerrieri Sahrawi, porta la guerra a un punto di stallo, in cui gli unici scontri erano scambi di spari di artiglieria, a distanza.

Il 6 settembre 1991 il negoziato sotto l’egida dell’ONU porta a un accordo di cessate il fuoco, garantito da una forza internazionale, la MINURSOche doveva portare entro breve a un referendum in cui il popolo del Sahara Occidentale avrebbe deciso se essere parte integrante del Regno del Marocco o fondare una Repubblica indipendente. Ed è a questo punto che siamo rimasti bloccati dal 1991 ad oggi.

 

La coda lunga della guerra fredda

Il Polisario è un movimento creato nel 1973. In quel momento le ideologie dominanti tra i giovani dei paesi arabi erano il socialismo e il nazionalismo arabo. Di conseguenza il nascente movimento si basa su un miscuglio delle due ideologie. Questo suo colore politico, in piena guerra fredda lo piazza subito nel campo socialista.

Presto arrivano sostegni dalla vicina Algeria, da Cuba, dalla sinistra spagnola, e di tutto il mondo, e dai movimenti africani ancora in lotta per l’indipendenza: ANC sud Africana, il FreLiMo del Mozambico e il Mpla-Pt dell’Angola.

Questa collocazione geopolitica dell’epoca, anche se già dal 1991 l Polisario, come tutto quello che è rimasto dei movimenti nazionalisti arabi,  , continua a condizionare i rapporti del movimento con il resto del mondo.

La pretesa espansionista del Marocco invece è sostenuta da tutto quello che era all’epoca il Blocco Occidentale e i suoi alleati in Africa e tra i paesi arabi. Mentre la rivendicazione di indipendenza portata avanti dal Fronte Polisario è ancora sostenuta da quelli tra i paesi dell’ex blocco socialista e non allineati che non hanno del tutto cambiato sponda.

In prima fila, ovviamente, c’è l’Algeria, che lo sostiene in vari modi e per varie ragioni,. La prima della quale è da cercare nella sua rivalità storica con il regno del MArocco. L’Algeria supporta il Polisario innanzitutto ospitando le popolazioni fuggite dalle zone di guerra all’inizio del conflitto. Nei campi profughi in Algeria ha anche sede il governo in esilio della Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD). Ma lo aiuta anche economicamente e militarmente.
Poi viene Cuba, che fornisce aiuti economici, sanitari, addestramento. formazione e supporto militare.
La Libia di Gheddafi ha sostenuto e ripudiato il movimento Saharawi a fasi alterne, secondo gli umori del dittatore.

Poi ci sono gli aiuti umanitari, alimentari, sanitari e educativi provenienti dalle agenzie dell’Onu, da varie Ong, e da vari movimenti solidali attraverso il mondo.

Tutti aiuti che fanno sì che se non nel benessere, si può dire che i profughi Saharawi vivono in uno stato di dignitosa povertà.

 

Perché adesso e perché Ghergarat ?

Perché adesso?

I fattori che hanno portato agli scontri di questi giorni sono molti. Da alcuni mesi, si era notata una attività intensa della diplomazia marocchina, che approfittando della debolezza del governo algerino, principale sponsor del Polisario a livello internazionale, messo a dura prova dalle proteste popolari per la democrazia, ha cercato di far crescere il consenso internazionale introno al suo progetto di annessione.

Il Fronte Polsario, invece è rimasto vigile. In risposta all’attivismo della diplomazia della monarchia, ha attivato delle proteste di civili nei territori occupati. Una di questa è il blocco del valico di Ghergarat.

Il fatto è che la situazione. sia per i Sahrawi profughi in territorio algerino che per quelli costretti a vivere sotto occupazione marocchina, è diventata insopportabile. Sono passati 39 anni dagli accordi di cessate il fuoco e non si riesce a fare un passo avanti.

I bambini nati in esilio all’inizio del conflitto, ormai hanno più di 40 anni e sia loro che i loro figli non hanno conosciuto altro che i campi di tende e prefabbricati, costruiti in mezzo al deserto. La misura è colma. E anche per evitare il pericolo di rivolte interne, il Polisario è costretto a dare segni di attività.

Perché il Ghergarat?.

Il piccolo villaggio del Ghergarat è una località minuscola che si trova a 5 chilometri dall’Oceano Atlantico, a 11 chilometri dal muro di sicurezza marocchino e in prossimità della frontiera con la Mauritania. Ed è questa sua posizione che lo rende importantissimo.

Per il Marocco, il Valico di Ghergarat è l’unica porta stradale verso la Mauritania e l’Africa Subsahariana. La sua apertura ha permesso la riapertura delle rotte commerciali tra il Regno e il resto del Continente.

Per il Fronte Polisario che ha vari accessi sia verso l’Algeria sia verso la Mauritania, il valico del Ghergarat è importante solo perché è l’unico punto debole sul quale può agire per fare pressione sul Marocco.

Il contesto regionale

Questa riaccensione di un conflitto che sembrava da tempo assopito, arriva in un momento di profonda crisi per tutta la Sotto regione del Nord Africa. Il caos in Libia e in Mali creano tensioni che ad ogni momento possono portare la zona, in modo particolare la Tunisia e l’Algeria, ad entrare a pieno piede nel conflitto armato. /p>

Una Algeria debole…

L’Algeria, che è un attore importante in questo conflitto, anche lei vive difficoltà economiche dovute al crollo dei prezzi del petrolio e del gas, e attraversa un lungo periodo di turbolenza politica.

Le dimissioni del vecchio presidente Bouteflika e l’elezione contestata del nuovo presidente, Abdelmadjid Tebboune, dovevano calmare la piazza algerina. Invece il popolo non è soddisfatto e chiede un cambiamento radicale del sistema politico e continua a protestare. È solo grazie alla crisi del Covid 19, se il governo ha avuto una tregua. Ma la protesta continua sui mezzi di comunicazione e la popolazione è decisa a tornare in piazza appena la situazione sanitaria lo permetterà.

Questa debolezza si nota con la poca convinzione con cui il regime ha organizzato l’ultimo referendum per le riforme costituzionali. La consultazione doveva essere una specie di plebiscito per il governo del neoeletto presidente Tebboune.
Ma la sua organizzazione è stata un fiasco totale. Nemmeno la macchina della falsificazione, di solito molto efficace, ha funzionato molto bene questa volta. Il regime ha dovuto dichiarare una partecipazione di circa 30% (nell’arte della decriptazione dei codici del regime, questo si traduce in meno del 10%). Questo vuol dire che nemmeno il regime stesso è compatto.

La caduta del clan di Abdelaziz Bouteflika ha creato degli sconvolgimenti importanti, tutti i dignitari del sistema prima del 2019 sono in carcere per corruzione. Ma questo non è segno di lotta alla corruzione stessa. Ma segno di guerra interna senza esclusione di colpi.

Il presidente Tebboune è malato. Ricoverato in Germania. Voci di corridoio parlano di Covid 19. Altre lasciano capire che potrebbe essere un avvelenamento. Comunicati ufficiali chiari sulla questione non ce ne sono.

L’unica istituzione stabile nel paese rimane l’Esercito Nazionale Popolare (ANP). Anche se il nuovo Capo dello Stato Maggiore, il Generale Said Changriha non ha la smania del protagonismo come il suo predecessore, Gaid Salah, rimane comunque l’unica autorità incontestata nel paese. E il coinvolgimento del paese in uno scontro (anche se non diretto) porterebbe a rafforzare il posto dell’esercito e a annullare lo sforzo della protesta popolare che chiama da anni a uno Stato Civile, non controllato dai militari.

 

… e un Marocco malato

Anche la Monarchia Marocchina sta passando momenti difficili. Il Re Mohammed Sesto anche lui è malato. Probabilmente molto gravemente, viste le tensioni che questa situazione ha creato.
E’ da tempo assente dalla gestione del paese. Sua moglie, Hasna, è scomparsa dalla scena pubblica dopo aver chiesto il divorzio. Non si sa se si è nascosta per paura per la propria vita o se è stata “nascosta” per evitare scandali.

Il figlio, Hassan Terzo, è ancora troppo giovane per regnare in caso di diparita precoce dell’attuale monarca, e quindi ci sono tensioni interne al palazzo. Il fratello del Re, Rachid, d’accordo con le sorelle, prendere l’eredità del trono. Alcuni organi di stampa hanno dato eco persino a una voce che parla di complotto sventato che aveva per obiettivo quello di eliminare il giovane principe. fake news totale? verità parziale? difficile stabilire la linea tra il vero il falso in un contesto in cui è tutto segreto di Stato. Ma non c’è mai fumo senza almeno un fuocherello. E le tensioni interne al Palazzo quando sono forti si sentono.

Mentre la famiglia reale litiga per il potere, il paese è in gravi difficoltà economiche, il carovita strangola le famiglie e un’orda di affaristi affamati sta saccheggiando il paese.
La crisi del Covid ha messo alla luce del giorno la grave situazione della sanità pubblica, e le restrizioni alla circolazione mettono in difficoltà ampie fette della società, soprattutto quelle più fragili.
Se non scoppiano disordini ovunque è, anche qui, merito della crisi sanitaria e dello stato di emergenza imposto ovunque.

Niente di meglio di una crisi con la già odiata popolazione Sahrawi e con l’Algeria, il nemico di sempre, per far dimenticare i guai interni.

Ma questa crisi potrebbe anche essere una porta d’uscita

Adesso, la costituzione essendo stata cambiata, niente impedisce all’esercito Algerino di entrare nelle terre sotto controllo della Rasd per “difendere i limiti designati negli accordi di cessate il fuoco del 1991”.

Un ingresso dell’esercito algerino in territorio saharawi darebbe finalmente alla monarchia marocchina ragione sul fatto che il nemico algerino (e non i predatori interni) è la causa di tutta l’infelicità del popolo.

Tamburi di guerra vogliono dire limitazione delle libertà, chiusura della poca libertà di espressione presente nei due paesi, più soldi e mezzi per l’esercito, le forze dell’ordine… Militarizzazione dello spazio pubblico. Una manna in tempi di vacche magre.

Ma questa piccola escalation degli ultimi giorni, da un’altra parte,  potrebbe non essere poi così negativa. Anzi, potrebbe essere una opportunità.

La situazione è bloccata in questo stato di non guerra e non pace da ormai 50 anni.

La vita dei Sahrawi è un inferno ovunque. Ma il conflitto del Sahara Occidentale avvelena la vita di tutto il Nord Africa e anche buona parte del continente.

Le rotte tradizionali di scambio tra popoli sono interrotte da decenniIl confine tra Algeria e Marocco è chiuso da quasi 60 anni, la circolazione tra Marocco e Mauritania è molto difficile.

In epoca coloniale, era possibile viaggiare in treno da Marrakech fino al Mar Rosso. Oggi è impensabile.

Le relazioni diplomatiche, già non facili, sono complicate da questo scontro.  Spesso gli Stati sono costretti a scegliere una posizione per o contro, in una questione che non tutti riescono a capire.

Questa costrizione porta ad esempio i lavori delle organizzazioni dell’Unione Africana e della Lega Araba a essere profondamente disturbate dalla tensione che genera il conflitto Marocco – Algeria. E questo impedisce qualsiasi piano di sviluppo integrato tra i paesi del Maghreb e tra questi e i loro vicini del Sahel.

Anche gli incontri delle società civili africane, come è stato il caso nei Forum Sociali di Dakar e Tunisi, sono disturbate dagli scontri delle organizzazioni inviate dai Servizi segreti del Fronte Polisario e del Marocco, per creare zizania e impedire un dibattito sereno sulla questione. 

Nonostante i pericoli di escalation, questa mossa da qualsiasi parte venga potrebbe anche essere un passo verso un’ulteriore sviluppo e la possibilità, se c’è volontà e buon senso da tutte le parti, di uscire da un fastidioso stato di muro contro muro che dura da più di mezzo secolo e che ha veramente logorato tutti.

da qui

domenica 13 settembre 2020

Marocco: in carcere l’attivista Omar Radi - Associazione Ya Basta Padova


L’oppressione non è un orizzonte. La libertà arriverà, inevitabilmente. Se è giunto il momento per me di pagare il prezzo dei miei impegni, a nome della tormentata giovane generazione nata tra il vecchio regime di Hassan II e il cosiddetto nuovo regime di Maometto VI, sono pronto a pagarlo con coraggio. Andrò verso il mio destino rassicurato, sorridente e con la coscienza pulita.

Omar Radi giugno 2020


Omar Radi, conosciuto in Marocco e all’estero per il suo impegno sociale e in difesa delle libertà, è stato arrestato il 29 luglio 2020.
Le accuse nei suoi confronto sono duplici: “aver ricevuto soldi provenienti dall’estero per attaccare la sicurezza interna dello stato e avere contatti con agenti di paesi stranieri per nuocere alle attività diplomatiche del Marocco” oltre che “aver attentato al pudore con la violenza e lo stupro”, dopo l’accusa contro di lui fatta da una donna.
Sono accuse gravi che trovano spiegazione solo in una chiara volontà di vero e proprio accanimento repressivo ad ogni costo, attraverso false accuse giudiziarie e denigrazioni accompagnate da campagne di diffamazione, nei confronti di chi non smette di essere una voce critica nel paese.

Omar di trova ora nel carcere di Oukacha a Casablanca. In attesa della prima udienza in tribunale il 22 settembre. Intanto in tutto il mondo ci si sta mobilitando per la sua immediata libertà.

Chi è Omar Radi?

Fin dal 2011 è impegnato nelle mobilitazioni per la libertà e i diritti. La chiarezza delle sue analisi sul "Movimento del 20 febbraio" , nato in Marocco sull’onda della Primavera Araba, lo fanno conoscere non solo localmente ma anche a livello internazionale.
Un impegno che non smette in questi anni e che continua con articoli e reportage di denuncia, come quelli attuali per il sito ledesk sul tema del landgrabbing o sulle disfunzioni e malversazioni nella gestione governativa del Covid 19.
dicembre 2019 è arrestato per aver pubblicato un commento di dura critica al giudice che aveva condannato i manifestanti durante le proteste del 2016/2017 portate avanti da movimenti sociali nella zona del RIF a nord del paese.
marzo 2020 viene condannato per oltraggio a 4 mesi di carcere e a pagare una multa. ma la pena viene sospesa. Attorno al suo arresto si crea una ampia campagna di mobilitazione sia in Marocco che all’estero.

 

Cyberspionaggio e diffamazioni dietro l’arresto di Omar Radi?

Il 10 ottobre 2019 Amnesty International pubblica un rapporto in cui denuncia un’operazione di cyberspionaggio contro due attivisti marocchini.
Sono Maati Monjib, universitario e attivista impegnato sulle questioni della libertà d’espressione già perseguitato per il suo impegno nella diffusione del giornalismo indipendente e Abdessadak El Bouchattaoui, avvocato specializzato in diritti umani già condannato per il suo impegno nella difesa dei manifestanti del movimento Hirak, sviluppatosi nella regione del Rif tra il 2016 e il 2017.

L’intrusione telematica è opera dell’impresa israeliana Nso group, specializzata nello sviluppo di software di sorveglianza, utilizzato in molti casi dai governi per spiare attivisti ed oppositori. Si tratta di Pegasus quello che in gergo è chiamato “network injection”, cioè la deviazione della connessione di un dispositivo verso un indirizzo controllato.
Un’operazione chiaramente voluta dal governo marocchino, che ovviamente nega ogni responsabilità.

 

A giugno 2020 sempre Amnesty International denuncia che anche Omar è sottoposto allo stesso trattamento di cyber controllo, come viene raccontato in numerosi articoli di testate internazionali come Le monde e Internazionale

E’ lo stesso Omar a parlarne in una intervista il 22 giugno 2020 sempre su Le monde in cui sottolinea che “le loro tecnologie sono di gran lunga superiori a tutte le possibilità della comunità di hacker o degli attivisti impegnati nella protezione della privacy e dei giornalisti. Quindi la cosa migliore è rendere il tutto difficile, aggiornando, cambiando i dispositivi e cercando specialmente di evitare di usarli”.
Alla domanda della giornalista su chi pensa siano i responsabili risponde: “ Il DST (un servizio segreto marocchino) interviene molto ... È come il DGSI (servizio segreto francese). Dovrebbero monitorare il territorio, ma intervengono anche molto in campo politico … Fanno un sacco di lavoro sporco”.

Guarda caso proprio a pochi giorni da questa denuncia, che chiaramente mette sotto i riflettori le pratiche non certo limpide del Governo marocchino, Omar è convocato per diversi interrogatori presso la “Brigade Nationale de la Police Judiciaire”.
Formalmente si tratta di una inchiesta preliminare per la sua presunta implicazione nell’aver ricevuto fondi esteri attraverso collegamenti con servizi segreti stranieri.
Ogni interrogatorio dura dalle 6 alle 9 ore.
Una forma di pressione psicologica a cui Omar risponde dicendo: “io non sono e non sarò mai al servizio di un potere straniero, non sono né una spia né un agente pagato da fondi stranieri” ed aggiunge “i giornalisti che criticano l’approccio securitario del Marocco sono i più vulnerabili alle rappresaglie” .

Si tratta di una vera e propria persecuzione, come denunciano numerose organizzazioni in difesa dei diritti umani, come si può leggere nel comunicato della FIDH (Féderation Internationale pour les droits Humains).

A questo si aggiunge l’infamante accusa di violenza sessuale. Omar, prima di essere definitivamente incarcerato invia una nota per fare chiarezza su questa squallida montatura.

In questo caso ci addentriamo in un’altra pratica sporca che viene utilizzata contro gli oppositori, una vera e propria “macchina del fango”.
Costruire false accuse che si intrecciano a una campagna di denigrazione portata avanti anche da strumenti di comunicazione asserviti al potere.
Non è una pratica nuova nel paese, un mix di denunce formali e porcherie informative volte a soffocare chi si oppone. Sul versante degli strumenti di comunicazione la cosa è così evidente che proprio lo scorso giugno 110 giornalisti avevano lanciato un appello alle autorità marocchine perchè si prendano delle misure contro il modo diffamatorio e calunnioso con cui diversi media mainstream attuano contro le voci critiche come Omar. Nell’appello si dice: "ogni volta che le autorità hanno perseguito una voce critica, certi siti e giornali si sono sbrigati a scrivere degli articoli diffamatori senza alcuna etica professionale che dovrebbe guidare, secondo le leggi, la stampa in Marocco”.
Tra cyberspionaggio, intrusione nella privacy, false accuse e denigrazioni, la gamma delle misure sporche e sordide non ha limiti.

Omar Radi non è l’unico caso di persecuzione contro la libertà d’espressione.

Formalmente il Marocco dal 2016 ha adottato un nuovo Codice della stampa, che in teoria, contrariamente a prima, non prevede il carcere per delitti collegati alla espressione delle proprie idee. Ma nel Codice Penale continuano ad esserci reati quali la “mancanza di rispetto al re”, “l’offesa alle istituzioni dello stato” e l’”oltraggio a funzionari pubblici”, definiti così genericamente che permettono un’ampio raggio d’azione alle autorità.

Human Right Wacth nel febbraio 2020 in un ampio rapporto intitolato “Marocco: una campagna di repressione contro chi utilizza i social network” analizza 11 casi emblematici, tra cui anche Omar Radi.

Soufian Al-Nguad accusato di incitazione ad una manifestazione non autorizzata per aver postato in FB un appello a manifestare sul caso di un giovane ucciso dalla guardia costiera marocchina mentre cercava di migrare su una barca a Gibilterra e condannato a 2 anni di carcere per “incitamento a manifestazione non autorizzata”.

Mohamed Mounir (Gnawi) rapper dopo aver realizzato con altri musicisti il pezzo 3ach cha3b di critica al re e al potere, che raggiunge 22 milioni di visite su You Tube, viene arrestato e condannato ad un anno per “oltraggio a pubblico ufficiale”, perchè qualche giorno prima dell’uscita del brano aveva criticato la polizia.

Mohamed Sekkaki (Moul Kaskita) pubblica on line un video di critiche al re, viene arrestato, accusato anche di possesso di cannabis (accusa che lui nega) e condannato a 4 anni di prigione.

Mohamed Ben Boudouh (Moul Hanout) accusato di aver pubblicato in FB video di critiche al re, viene condannato a tre anni per “offesa alle istituzioni costituzionali e oltraggio a pubblico ufficiale”.

Youssef Moujahid accusato di aver pubblicato estratti di un video su You Tube di Ben Boudoh è condannato di complicità a tre anni per “offesa alle istituzioni costituzionali e oltraggio a pubblico ufficiale”.

Hamza Sabbaar giovane liceale rapper è accusato di aver fatto circolare contenuti ritenuti “offensivi delle istituzioni costituzionali” è condannato in primo grado a 4 anni, riidotti poi in appello a 8 mesi.

Said Chakour accusato di aver postato delle critiche al servizio sanitario e al sistema è condannato per "oltraggio a funzionario pubblico” e condannato a due anni di prigione.

Abdelali Bahmad (Bouda) accusato di “offesa alla bandiera e ai simboli della nazione per aver postato una foto di un drappo con l’immagine di Che Guevara preferendolo alla bandiera marocchina, è condannato a 2 anni di carcere.

Ayoub Mahfoud giovane liceale di 18 anni è condannato ad un anno per ”oltraggio a funzionario pubblico per aver ripreso su FB frasi dalla canzone rap 3ach cha3b.

Adnan Ahmadoun è accusato di incitazione alla ribellione per aver invitato a partecipare a manifestazioni di protesta ed è condannato a 4 mesi.

Marocco la "modernità"?

Intanto chiariamoci subito: nel terzo millennio stiamo ancora parlando di una monarchia a successione blindata.
Sul trono siede dal 30 luglio 1999 Mohammed VI, appartenente ovviamente alla dinastia degli sceicchi Alawide, succeduto al padre re Hassan II.
Fin dalla sua ascesa al trono viene definito un “modernizzatore”.
Giusto per capirci il suo patrimonio personale è stimato, in numerosi rapporti, per il 2019 attorno al 2 miliardi di dollari.
Essere re permette di assumere automaticamente la carica di capo dello stato, dell’esercito marocchino e massima autorità islamica del paese.

Di fronte alle mobilitazioni nell’epoca della Primavera Araba del 2011, di cui nel paese è stato protagonista il Movimento 20 febbraio, il giovane re reagisce in maniera formalmente aperturista: viene approvata una nuova Costituzione che amplia i poteri del primo ministro e del Parlamento e limita, per così dire, i poteri del re che ora può scegliere, all’interno del partito vincitore delle elezioni, il capo del governo.
Le ultime elezioni sono nel 2016, con un affluenza di circa il 40%. Si riconferma in testa il Partito della giustizia e dello sviluppo (PJD) seguito dal Partito Autenticità e Modernità, considerato vicino al Re. Fatto sta che la mancanza di una maggioranza chiara porta alla solita grande coalizione, dove i soliti noti si spartiscono quote di potere tra vari rimpasti e crisi.

Nel paese, nonostante un controllo repressivo capillare, magari meno vistoso del passato ma altrettanto implacabile, si alternano proteste sociali e mobilitazioni per i diritti.

Aumenta costantemente la forbice sociale tra chi beneficia della “modernizzazione”, fatta di grandi opere e investimenti strutturali, visti di buon occhio dal FMI, e chi, nelle zone rurali e nelle periferie, continua a far fatica a sbarcare il lunario ed in molti casi si trova disoccupato ed emarginato.

Il Marocco nel suo processo di “modernizzazione” diventa anche una sorte di frontiera esternalizzata dell’Europa con un trattamento durissimo, accompagnato da un razzismo crescente, contro gli africani che dal centro del continente cercano di raggiungere i confini spagnoli, nell’enclave di Ceuta e Melilla.

Non può mancare nella corsa alla “modernità” una scaltra relazione con la Cina.
Nel 2016, con la visita di Mohammed VI in Cina e l’incontro con Xi Jinping vengono siglati 15 accordi commerciali, che riguardano le energie rinnovabili, l’alta velocità, i trasporti, la logistica ed il settore bancario ed un memorandum di intesa per la costruzione di una Zona Franca, una cittadella industriale di 2000 ettari a Tangeri.

Tutto procede velocemente, tanto è vero che gli investimenti diretti cinesi nel paese passano dai 6,6 milioni di dollari nel 2009/2013, ai 2 milioni nel 2014 e ai 200 milioni nel 2019.
Poi arriva il Covid 19 ed ora la situazione è in stallo.

Ma non c’è dubbio che questa “moderna”, e fruttuosa relazione , come ben descritto nel articolo di Limes on line curato da Alessandro Balduzzi è destinata a continuare.
Il Marocco offre alla Repubblica Popolare Cinese, alle prese con la costruzione della nuova Via della seta, alcune cose imperdibili come una collocazione intermedia tra Africa e Europa, la possibilità che il Porto di Tangeri diventi un Hub da cui smerciare in tutta l’Africa, la disponibilità di una buona rete di banche in tutto il continente.

Una “modernizzazione” a tutto tondo perfettamente inserita nelle dinamiche dell’attuale sistema del capitale finanziario.
Una “modernizzazione” che permette alle elite al potere, comprese quelle legate alle forme di Islam politico cosidetto “moderato”, di vedere aumentare i propri profitti, perpetrare nei meccanismi di corruzione, mantenendo intatto il makhzen (definizione della struttura di controllo politico ed economico capillare su cui si regge il regime).
Una “modernizzazione” che non porta nessun miglioramento strutturale alle dinamiche sociali complessive che spingono ampie fette della popolazione sempre più nella marginalità.

Se a questa “modernizzazione” aggiungiamo un maquillage solo di facciata, per altro ben attenta a non dispiacere ai dettami religiosi, dei diritti legati alle libertà d’espressione collettive e personali, il gioco è fatto e siamo entrati a pieno titolo nella “modernità”.

Che fare?

E’ una stretta strangolante che non riguarda solo il Marocco ma tante altre zone del Maghreb e non solo.
Dopo la Primavera Araba, pur con mille differenze, nelle maglie di giochi per il comando di vecchi e nuovi poteri, abbiamo visto costruire troppe false alternative politiche/istituzionali, che hanno riperpetrato lo status quo, forze prima impegnate con i movimenti non solo scendere a patti ma farsi conniventi, il ripetersi di tentativi di ingabbiare le mobilitazioni in clichè già definitivi e la strumentalizzazioni dei conflitti sociali, acuiti dalla miseria, da parte di organizzazioni del radicalismo religioso.

Di fronte a questa “modernità” appoggiare e sostenere Omar Radi, gli attivisti in Marocco, come in Tunisia, in Algeria, in Iraq e di tanti altri paesi è fondamentale.

Solo da donne e uomini che cercano percorsi innovativi, fuori dagli schemi, mettendosi in gioco nel trovare nuove sinergie, può forse nascere un cambiamento radicale, di cui si ha bisogno non solo in questa parte di mondo ma ovunque.

Per tornare da dove siamo partiti lasciamo la parola a Omar Radi, nel lontano 2012, prima di essere invitato l’anno successivo in Italia per parlare di quel che succedeva dopo la Primavera Araba, insieme ad altri attivisti tunisini ed egiziani.

“In Marocco la maggioranza della popolazione nasconde un’indignazione profonda, un malessere sociale e un sentimento di frustrazione che né la riforma della costituzione né le iniziative filantropiche promosse dalle fondazioni reali sono riuscite ad intaccare. Tuttavia, solo quando a questi fattori riusciremo ad aggiungere il coraggio e la consapevolezza collettiva, avremo la maturità e la forza necessaria per raggiungere gli obiettivi prefissi.”

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