Visualizzazione post con etichetta Giulio Regeni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giulio Regeni. Mostra tutti i post

sabato 29 ottobre 2022

a proposito di Giulio Regeni

 

Il caso Regeni e l’omertà di Cambridge - (Fausto Biloslavo) – 21-09-2016

 

Una luce, ancora fioca, inizia a illuminare il caso di Giulio Regeni, il giovane studente friulano sequestrato il 25 gennaio al Cairo e torturato a morte. Un ex sindacalista degli ambulanti nella capitale egiziana, Mohamed Abdallah, che Regeni aveva contattato per la sua ricerca, lo ha denunciato alla polizia due settimane prima della scomparsa. E, proprio su questo personaggio chiave e sul suo ambiente, la tutor dell’università di Cambridge prende le distanze dal ricercatore. Salvo essere smentita da una mail che era stata inviata dallo stesso Regeni alla madre.

Il quotidiano La Stampa rivela che Maha Abdelrahman, docente di riferimento di Regeni a Cambridge per la sua ricerca in Egitto, ha risposto per iscritto agli inquirenti romani, dopo aver rifiutato di farsi interrogare. «È stato il ragazzo a volersi occupare dei sindacati oppositori al regime» sostiene la tutor. Eppure Regeni aveva scritto una mail molto chiara: «Non volevo occuparmi di questo settore. Ho cercato di fare resistenza e ho spiegato che non volevo farlo, ma la prof ha insistito e ho dovuto accettare». All’ennesima richiesta di spiegazioni da parte di Panorama, l’università di Cambridge non risponde. Tra l’altro: chi aveva introdotto Regeni al sindacalista? Forse i contatti di Cambridge? Quanto a Maha Abdelrahman, Panorama ha scoperto che era tutt’altro che al di sopra delle parti: sulla sua pagina Facebook, usata fino al 2013, aveva il simbolo delle quattro dita dei Fratelli musulmani, fuorilegge in Egitto. 

 Al Cairo Regeni aveva contattato Mohamed Abdallah, rappresentante degli ambulanti, cui aveva promesso un finanziamento di 10 mila sterline dalla fondazione britannica Antipode per uno studio sugli ambulanti. Ma Abdallah voleva intascarsi una fetta della somma. E Regeni si era tirato indietro, scrivendo sul suo computer: «Miseria umana…

da qui

 

 

Omertà britannica su Regeni (7 luglio 2017)

 

…C’è un’altra e ancor più allarmante possibilità: che Regeni lavorasse a sua insaputa per qualche intelligence, per cui, ovviamente, non esisterebbe alcuna traccia di rapporti tra l’Agenzia e il ragazzo. Era convinto di fare una ricerca sul sociale, invece stava raccogliendo informazioni utili ad altri.

Ma ovviamente sono solo ipotesi, e pure vaghe. Quel che è certo è che questa reticenza britannica suona come omertà. Contro la quale nessuno protesta “Verità per Regeni“, richiesta che viene indirizzata solo verso l’Egitto

da qui

giovedì 3 febbraio 2022

La brigata Giulio Regeni – Tersite Rossi

 


Una storia che sa di giustizia

 

 

 

Prima puntata di tre


Cairo, 29 gennaio 2016

- Lasciatemi andare, non ho fatto niente...

Il bastone del Maggiore si abbatté per l’ennesima volta, con violenza, sul corpo di Giulio. Incatenato, ammanettato e indebolito da ormai quattro giorni di sevizie, il ragazzo si limitò a rantolare. Non percepiva più il dolore in modo localizzato. Il taglio sul braccio sinistro, molto profondo. Le ustioni sulla schiena. Le bruciature di sigaretta sul torace. Le dita delle mani spezzate. Le costole rotte, due, tre, forse quattro. I denti saltati, cinque - di questi era sicuro, perché li aveva contati, sputandoli. No, non era nei singoli punti del corpo martoriati e violentati che Giulio sentiva dolore. Il dolore, ormai, era una sensazione assoluta, di provenienza indistinta, inseparabile da se stesso. Lui era dolore. Dolore e nient’altro.

- Basta bugie, stronzo! - ringhiò il Maggiore. - Sappiamo che sei una spia!

Gli altri due uomini nella stanza, i Colonnelli, osservavano con stizza l’agonia dell’italiano. Gli stava sul cazzo, quel coglione di ragazzino, venuto in Egitto a ficcare il naso nei fatti loro, come se gli egiziani fossero africani qualunque, da trattare ancora come colonizzati. Fu il primo Colonnello ad avvicinarsi.

- Facci i nomi dei tuoi informatori e ti lasciamo andare - mentì.

Giulio, riverso a terra bocconi, gli occhi chiusi e il respiro debole, non rispose.

Allora si fece nuovamente avanti il Maggiore, col punteruolo in mano. Sollevò il piede sinistro del ragazzo e glielo conficcò esattamente in mezzo alla pianta, già sanguinante per le precedenti ferite.

Giulio aprì gli occhi per un istante, urlando di dolore, poi perse nuovamente i sensi.

- Forse stiamo esagerando... - buttò lì il secondo Colonnello, accendendosi una sigaretta.

Il primo Colonnello lo fulminò con lo sguardo.

- Abbiamo il benestare del Generale. Andate avanti finché non parla, ci ha detto. Noi stiamo solo eseguendo gli ordini.

Il secondo Colonnello ci rifletté, continuando a fumare. Sì, in fondo era così: stavano solo eseguendo gli ordini. E poi l’italiano se l’era cercata, pensò. Tirò l’ultima, lunga boccata dalla sigaretta e poi passò il mozzicone al Maggiore. Questi si chinò sul ragazzo, lo guardò per un breve istante e poi, con disprezzo, glielo spense sulla guancia, rimanendo a fissare soddisfatto la bruciatura perfettamente circolare che gli aveva procurato. L’ennesima.

Giulio, per sua fortuna, era ancora privo di sensi. Il dolore, almeno per un poco, aveva smesso di esistere.


Roma, 14 ottobre 2021

“Tutto da rifare. Il primo processo per il rapimento e l’omicidio di Giulio Regeni, il dottorando italiano dell'università di Cambridge sparito al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani, neanche inizia che già deve ricominciare. Dopo sette ore di camera di consiglio, infatti, la terza sezione della corte d’Assise di Roma ha deciso che gli atti devono tornare al giudice per l’udienza preliminare. Il motivo? Non c’è la prova che i quattro imputati, i militari egiziani Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Athar Kamel, Usham Helmi e Tariq Sabir, siano a conoscenza del processo aperto in Italia a loro carico, e in loro assenza. Eppure, il pubblico ministero aveva impiegato un’ora e mezza per mettere in fila davanti alla corte gli elementi raccolti durante l’indagine e ricostruire quella che ha definito un’azione sistematica, messa in atto dai quattro imputati e da altri soggetti della National Security Agency egiziana, per bloccare o rallentare le indagini e impedire il processo in Italia. «Prendiamo atto con amarezza della decisione della Corte, che premia la prepotenza del Cairo» ha dichiarato l’avvocato della famiglia Regeni, ricordando che «a Giulio furono fratturati denti e ossa. Incise lettere sul corpo. La madre lo ha riconosciuto solo dalla punta del naso. E tutto ciò è avvenuto in un luogo di tortura della National Security Agency egiziana. Giulio però non è morto per le torture, ma per torsione del collo: perché qualcuno ha deciso che doveva morire»”.

Marcello finì di leggere la notizia pubblicata online da quel quotidiano e gettò a terra lo smartphone, con la mano tremante di rabbia.

Seguendo le vie legali, per Giulio non ci sarebbe mai stata giustizia. Lo aveva sempre saputo, ma questa era la conferma definitiva. La goccia che faceva traboccare il vaso.

Il tempo dell’azione era arrivato, si disse. Se lo erano sempre detti, lui e Nabil. Se giustizia non arrivava, l’avrebbero fatta loro. Avevano atteso fin troppo. Tirarsi ancora indietro sarebbe stato da codardi.

Senza indugiare oltre, recuperò il telefono da terra e chiamò l’amico.

- Hai saputo? - gli chiese.

- Sì - rispose Nabil.

- Il momento è arrivato - disse Marcello.

- Sì - rispose Nabil.


In un punto del cielo sopra l’Egitto, 25 gennaio 2022, ore 10:03

- Hostess? - domandò Marcello.

La ragazza, una moretta slanciata che stava attraversando di fianco a lui il corridoio del Boeing 737-800 con cui EgyptAir, la compagnia di bandiera egiziana, copriva la tratta aerea fra il Cairo e Roma, si voltò sorridente.

- Può avvicinarsi un momento, per favore?

La ragazza obbedì e ancheggiando tornò sui suoi passi, senza smettere di sorridere.

- Mi dica - disse a Marcello quando gli fu accanto.

- Può annunciare al comandante - le disse lui, sorridendo anch’egli - che c’è una bomba a bordo?


Roma, 25 gennaio 2022, ore 10:46

“La notizia è di pochi istanti fa, appresa da fonti egiziane. Il volo EgyptAir MS791, partito dal Cairo questa mattina alle 9.40 e diretto a Roma, dove doveva atterrare alle 13, è stato dirottato da un gruppo terroristico. I dirottatori sarebbero due, un italiano e un egiziano, e avrebbero dichiarato di appartenere alla brigata Giulio Regeni. Pare che nella stiva dell’aereo sia stato posizionato, prima della partenza, probabilmente da complici, un ordigno programmato per esplodere a mezzogiorno. I terroristi avrebbero ordinato al comandante di dirigersi verso il dismesso aeroporto di Gaza, dove il velivolo dovrebbe atterrare in tempo perché l’ordigno venga disinnescato, salvando la vita agli otto membri dell’equipaggio e ai centoquarantaquattro passeggeri, fra cui settantadue italiani. Al momento non è affatto chiaro, tuttavia, cosa accadrà a quel punto, perché ancora non si conoscono le rivendicazioni né le richieste dei terroristi”.


In un punto del cielo sopra Gaza, 25 gennaio 2022, ore 11:02

- Signore e signori passeggeri, è il comandante che vi parla.

Il comandante Abdel Hussein, pallido e sudato, ebbe un attimo di esitazione.

- Vai avanti - gli disse brusco Nabil, in arabo.

Il comandante deglutì la tensione, si asciugò il sudore dalla fronte e proseguì.

- Stiamo per iniziare la manovra di atterraggio. Atterreremo all’aeroporto di Gaza. Si tratta di un aeroporto chiuso da tempo, per cui sarà un atterraggio di fortuna. Vi prego di allacciare le cinture e di attenervi scrupolosamente alle misure di sicurezza impartite dal personale di bordo.

Il comandante a quel punto allontanò da sé il microfono e posò lo sguardo preoccupato su Nabil, che annuì soddisfatto. Tutto procedeva secondo i piani…

da qui

 

seconda parte

 

terza e ultima parte

martedì 21 settembre 2021

Natale dei figli perduti - Nicoletta Vallorani

  

Le arpilleras cilene raccontano famiglie. Lo fanno appoggiandosi a una tradizione antica e la rinnovano, ripetendo un rituale consueto per trasformarlo in una strategia di lotta e di resistenza. Nel tempo e in epoca di dittatura, sostituiscono al quadro di una comunità festosamente riunita la rappresentazione di una prigionia, quella dei loro figli scomparsi, ragazze e ragazzi rubati alla vita che avrebbero dovuto e potuto scegliere. La “Sala de torturas”, di Marjorie Agosìn, è di un dolore intollerabile. In tratti semplici, con una essenzialità cromatica assoluta, il ricamo evoca un’assenza dolorosa e l’idea di una privazione di libertà che non è sopportabile. È successo e continua a succedere, da qualche parte e in qualche modo, e la comunità civile, o presunta tale, continua a prenderne atto senza molto reagire. “Così va il mondo” ripete a intermittenza il narratore di Slaughterhouse Five, or the Children Crusade (Kurt Vonnegut Jr., 1970) mentre cerca di raccontare il massacro della guerra, il bombardamento di Dresda e le vittime insensate di un’operazione inutile.

 

Serve tornare a questi racconti in un natale virato in dramma come il nostro. È, per me, una strategia per fare i conti con un’assenza molto diversa, temporanea e contingenziale, che pure rende tutti tristi e furiosi. Oggi navighiamo nella nostalgia dei nostri figli intrappolati all’estero dalla chiusura di frontiere fino a poco fa attraversabili per spostarsi da un paese “libero” all’altro.  Tolleriamo male che i nostri privatissimi “giovani Holden”, disseminati per il mondo, non abitino più qui e non riescano a tornare da noi. Che il loro posto rimanga vuoto, in una festività il cui senso fatichiamo ormai a capire, ci pare inaccettabile.

 

Nei fatti, una contingenza sanitaria specifica, ha funzionato da reagente per rendere vistosamente chiaro un dato: tanti ragazzi sono via, fuori da confini prima permeabili, altrove. In molti casi, non è stata esattamente una scelta. Questo è un paese nel quale la filiera che dalla formazione scolastica e accademica porta al lavoro si è interrotta da tempo, intrappolata in intoppi amministrativi, aporie formative, gattopardeschi percorsi che dovrebbero selezionare e che in realtà mortificano l’entusiasmo e demoliscono la creatività e il talento. Arriva a meta chi si adegua, dunque spesso il più accomodante, il più esperto nella strategia dell’affiliazione, il meno competente ma più bravo nel marketing, il più tarato su ciò che appare invece che su ciò che è. Questo è un paese in cui il giovane Holden ha smesso da tempo di coltivare la cultura umanistica, perché gli hanno detto che essa non serve a nulla se non a procurarsi sogni strampalati e la propensione a diventare un disadattato. Siccome a nessuno piace essere un disadattato, questo giovane Holden nuovo di zecca cambia patria. E a natale, in tempo di pandemia, lascia la sedia vuota.

 

Di fronte al desiderio inadempiuto, i bambini pestano i piedi e strillano, e se la prendono con il gatto, il tempo, la mamma, la televisione e il governo ladro. Gli adulti, invece, ragionano. O dovrebbero farlo. E il ragionamento da fare, qui, è ampio e complesso, prospetticamente aperto su un futuro del quale, prima o poi, dovremmo provare a occuparci. Esso riguarda i danni sistematicamente inflitti alla formazione, l’insipienza di percorsi professionalizzanti pensati apposta per demotivare gli entusiasti e premiare gli astuti, le opportunità professionali cancellate dalle convenienze politiche la sciatteria formale e sostanziale con la quale in più occasioni, in passato ma non solo, alcune tra le cariche più importanti dello stato hanno liquidato il malessere giovanile come una responsabilità esclusiva, appunto, dei giovani. Che sono giovani, si sa, e non hanno voglia di far nulla.

 

Questa cosa mi rende furiosa. Mi colpisce la distrazione colpevole con la quale, in tempi difficili di pandemia, sono state governate scuole e università, intrappolate in un labirinto di necessità magicamente dissolte quando si trattava di riaprire attività remunerative. Mi ferisce la penalizzazione pesante del mondo della cultura, con cinema e teatri chiusi, in un momento in cui la coesione della comunità intorno alla bellezza dell’arte, con tutte le cautele possibili, avrebbe potuto salvarci. Mi turba la faciloneria nella gestione dell’informazione, l’arroganza dei media, l’incapacità di una documentata esposizione dei fatti. E l’incapacità di tacere, quando questi fatti non ci sono e quando non si ha nulla da dire.

 

Il risultato di tutto questo è una comunità scomposta – non ordinata e non pacificata – nella quale la cancellazione di un rito di ricongiungimento produce un dolore transitorio, qualche furore insensato orientato a caso e nessuna riflessione sull’opportunità di mettere in atto misure che tutelino le generazioni più nuove e consentano di governare il futuro in modo più sensato.

Perciò i giovani se ne vanno. Se ne sono già andati. Hanno scelto di cercare altrove quello che qui non si trova, in termini pratici e simbolici, e di andare a fare il cameriere a Madrid o la ricercatrice a Londra, o qualunque altra cosa ovunque sia, ma non qui. È una scelta difficilissima che risponde al desiderio di costruirsi in un contesto interessante. Chi se ne va di casa, da noi, non è il giovane Holden (J. D. Salinger, The Catcher in the Rye, 1951), ma neanche somiglia al Duddy Kravitz di Mordecai Richler, The Apprenticeship of Duddy Kravizt, 1959) e non ne possiede la smisurata ambizione. Semplicemente, chi se ne va lo fa perché non ha altra via d’uscita. E nel momento stesso in cui se ne va, comincia a costruire la sua patria immaginaria, quella terra idilliaca di puri affetti che Salman Rushdie, da esule, ricostruisce alla perfezione nel suo Imaginary Homelands (1991).

 

Dove però non torna.

E lascia una sedia vuota.

 

Nessun Natale più di questo ha messo in luce quanto sia dura privarsi di quel che diamo per scontato. La ritualità ci serve. Lo dimostra il modo agguerrito nel quale rimpiangiamo i tragici pranzi natalizi con la famiglia allargata che in altri anni in moltissimi abbiamo detto di detestare. Non è questione di incoerenza. Siamo umani, e ci manca il rito, la scansione del tempo, la conferma che i giorni non sono tutti uguali. Non tolleriamo gli spazi vuoti quando sappiamo che potremmo riempirli. Ma incaponirsi è da bambini. I grandi cercano soluzioni. Le costruiscono soluzioni. Usano quello che sanno – se lo sanno, e la cultura serve a sapere – per evitare di perdere la parte della comunità che deve e può costruire il futuro.

 

Così torno al punto da cui sono partita. Torno alle occasioni in cui possiamo occuparci di ragazzi che davvero faticano a tornare o che non sono tornati.  Torno a Patrick Zaki e a Giulio Regeni, e a posizioni che dovremmo prendere da adulti e da governanti, e che non stiamo prendendo. Torno alle battaglie inutili che fanno le persone normali, anche quando sono singoli in una comunità poco coesa. Torno alla necessità, da adulti, di occuparci del mondo che verrà e di chi dovrebbe costruirlo.

Ogni presenza conta, e se è una presenza giovane, conta di più.

da qui

lunedì 24 maggio 2021

ricordo di Shadi Habash






Che non si dica Balaha - Francisco Soriano

 

Il 2 maggio è morto nelle carceri egiziane Shadi Habash. Il giovane regista era stato incarcerato e torturato per la sua collaborazione artistica con il cantante Ramy Essam, esiliato in terra svedese dal 2015 a causa delle persecuzioni per le sue attività dissidenti nei confronti del regime egiziano. Habash aveva realizzato nel 2018 un video musicale dal titolo “Balaha”: significa “dattero” ed è il nomignolo che gli egiziani hanno riservato al loro dittatore. In realtà il riferimento sarcastico si riferisce al personaggio di un film degli anni ottanta in cui si narra la storia di un malato psichiatrico di nome Balaha, finito in isolamento proprio per il suo disagio mentale. La canzone che ha reso Habash un detenuto dissidente conteneva parole di denuncia sociale e non semplicemente di ilarità nei confronti del regime: “Tu vivi nei giardini e noi, invece, dentro le celle… ti hanno rubato le terre promettendoti grappoli d’uva, ci hanno rubato il nostro Nilo e ti hanno lasciato qualche goccia …”.

Per comprendere il grave stato di persecuzione, tortura e violazione di qualsiasi diritto umano in Egitto è necessario riportare qualche statistica ufficiale. Nel mese di aprile di quest’anno sono stati giustiziati nove prigionieri: erano accusati dell’uccisione di altrettanti agenti durante gli attacchi al commissariato di Kerdasa nell’agosto del 2013. L’esecuzione è avvenuta nel mese sacro del ramadan e ha visto coinvolto nella mattanza anche un uomo di 82 anni. A causa di questa spirale di vendetta il sistema giudiziario egiziano ha triplicato le esecuzioni che, nel 2020, ha portato l’Egitto al terzo posto nel vergognoso primato dei Paesi che applicano questa orribile pratica. Le ultime esecuzioni sono solo una parte di quelle riservate a un gruppo di 183 persone condannate a morte con sentenza emessa nel 2014 da un tribunale di Giza e confermate dalla Corte di Cassazione. Nei due mesi di ottobre e novembre del 2020, secondo fonti di Amnesty International, ci sono state 87 esecuzioni di cittadini condannati alla pena di morte. Il Committee for Justice (CFJ) è una associazione indipendente dei diritti umani con sede a Ginevra e attiva negli studi e ricerche sulle violazioni dei diritti umani nell’area MENA, acronimo di Medio Oriente e Africa del Nord. Questa associazione ha stilato un ultimo report dal titolo emblematico: The Giulio Regenis of Egypt. Il documento rappresenta un quadro inquietante perché fa emergere il grado di disumanità delle autorità egiziane che, dalla seconda metà del 2013 (anno del golpe del generale Abdel Fattah Al-Sisi) all’ottobre del 2020, hanno intensificato nelle carceri le loro pratiche repressive: sono deceduti almeno 1.058 prigionieri a causa di torture o morti provocate dal rifiuto di prestare le adeguate cure mediche. In questo caso la pandemia da Covid-19 ha dato una mano al regime. La volontaria astensione da parte delle autorità alle cure mediche nei confronti dei detenuti è una delle modalità preferite dal regime del faraone Abdel Fattah Al-Sisi per spegnere il dissenso dei prigionieri politici. Infatti secondo le stime ufficiali delle associazioni umanitarie il 71% dei decessi totali nelle prigioni, dal 2013 al 2020, è determinato dalla carenza di cure mediche. Nel 2021 la percentuale potrebbe essere addirittura superiore: questa tragedia denota un’inaccettabile deriva umanitaria senza precedenti nel mondo.

Queste sono le stime ufficiali che non tengono conto delle sparizioni e delle detenzioni nei centri di carcerazione “informali”: attività che avvengono secondo modelli di tortura di tipo “sudamericano”, tristemente ricordati per il fenomeno dei “desaparecidos”, cioè persone uccise dopo strazianti torture e occultate in fosse comuni o lanciate ancora in vita nell’oceano da aerei in volo.

In particolare bisogna sottolineare il valore perverso di un articolo del codice penale egiziano, l’articolo 143, che prevede la custodia cautelare a tempo indeterminato quando si viene accusati di reati punibili con la pena di morte: terrorismo, sedizione, reati di opinione e pericolosità nei confronti dell’ordine pubblico. Come in Turchia il reato di terrorismo mantiene una volontaria ambiguità. Questo determina l’allargamento della sua sfera di applicabilità in pene severissime nei confronti di cittadini che, con il terrorismo non hanno nulla a che fare: è un atto pensato e programmato per poter perseguitare con maggiore legittimità e con una parvenza di “legalità”. Meglio sottolineare che, al contrario, i metodi di un terrorismo di stato si riconoscono meglio nei rastrellamenti, nella tortura, nella sparizione di inermi cittadini accusati di aver contestato il regime o, semplicemente, di averne studiato contraddizioni e illegalità. In questo quadro insopportabile di ingiustizie come non ricordare la vile messinscena della cattura e l’uccisione di fantomatici rapinatori accusati di essere coinvolti nell’uccisione di Giulio Regeni, al fine di depistare le indagini dei magistrati italiani nei confronti dei servizi di sicurezza egiziani. Secondo il Committee for Justice (CFJ), dal luglio al settembre del 2020 si sono verificati 557 casi di sparizione forzata nelle carceri e 20 casi di tortura che hanno provocato la morte o danni irreversibili nelle vittime. Questi sono numeri recenti che non considerano tutti i casi dal 2013. Un periodo in cui vi è stato un proliferare di migliaia di incredibili crimini nei confronti di cittadini inermi. Sembra a questo punto naturale sottolineare che le violazioni sono determinate e possibili in sede processuale dalla mancanza di indipendenza del potere giudiziario. Le persone vengono sottoposte all’insostenibile pratica delle carcerazioni preventive arbitrarie e prolungate secondo il sistema delle “porte girevoli”, condizione che si aggiunge alla mancanza di tutele ai fini di un processo equo fra chi accusa e chi si difende. Infatti è “normale” in Egitto la persecuzione dei difensori delle vittime anche attraverso la carcerazione con incriminazioni simili a quelle riservate ai propri clienti. In questo quadro come non ricordare la sorte riservata a Bahey El Din Hassan direttore del Center oh Human Rights Studies of Cairo, condannato in contumacia l’anno scorso a 15 anni di reclusione. Il caso di Patrick Zaki è ancora più paradossale se si pensa che il giovane studente copto è stato incarcerato e mai più rilasciato per aver scritto sui social media pensieri che offendevano e addirittura avrebbero messo in pericolo la sicurezza delle istituzioni egiziane. Il presidente del CFJ ben evidenzia, in molteplici interventi a mezzo stampa, che le autorità egiziane dispongono di elenchi che osiamo definire ‘preconfezionati’, contenenti una serie di accuse che possono essere mosse contro oppositori, difensori dei diritti umani e giornalisti: adesione e finanziamento di gruppi terroristici, spionaggio, incitamento alla violenza e al terrorismo. […] Sostanzialmente servono da pretesto per poter procedere con la custodia cautelare in carcere, da prolungare poi ad libitum, per sbarazzarsi dei cittadini scomodi”.

Nell’ottobre del 2019 Shadi Habash riusciva a far diffondere un suo messaggio con l’obiettivo di chiedere aiuto alle autorità internazionali e testimoniare la condizione dei detenuti politici in Egitto: Resistere in prigione significa resistere a te stesso. Proteggi te stesso e la tua umanità dall’impatto di quello che tu vedi ogni giorno. Ti fermi, vai di matto o lentamente muori perché sei stato buttato dentro una stanza due anni fa e sei stato dimenticato, non sapendo quando ne verrai fuori. Sono alcune settimane che l’attivista Alaa Abdel Fattah ha cominciato uno sciopero della fame e della sete per sensibilizzare l’opinione pubblica sul trattamento sanitario insufficiente o dolosamente assente nelle carceri, soprattutto nel contenimento del Covid-19. Ai familiari della donna sono state proibite le visite e la possibilità di farle pervenire medicinali. Altre due attiviste, Marwa Arafa e Kholoud Said, hanno subito una carcerazione dopo essere scomparse dalle loro abitazioni: sono ricomparse in mano alle forze di sicurezza egiziane qualche settimana dopo. Alle due donne viene tuttora riservato un trattamento davvero “speciale” perché detenute nella sezione Scorpion, che ospita detenuti politici accusati di reati d’opinione. Sembra segnato il destino di Patrick Zaki: nei suoi confronti le autorità si distinguono ancora una volta per la loro sistematica opera di annientamento psicologico e fisico dello studente. Il regime mostra sempre di più atteggiamenti paranoici, disumani e punitivi al limite della sopportazione. La verità è che il sistema economico egiziano getta sempre di più la popolazione in uno stato di depressione provocata da fame e disoccupazione: un sistema sfrontatamente liberista improntato alla corruzione e allo smantellamento dei servizi pubblici. Le risorse vengono spese in sistemi di controllo interno della popolazione e di acquisto di armi come deterrente esterno. Il Cairo è partner privilegiato dell’Italia nell’acquisto di strumenti bellici, secondo le stime più attendibili per un giro di affari di in decine di miliardi di euro. Secondo quanto riferisce la Rete italiana per la pace e il disarmo (Ripd), l’Egitto “è il Paese destinatario del maggior numero di licenze; è in aumento la propria quota fino a 991,2 milioni di euro grazie alla licenza di vendita delle due Fregate Fremm”. E questa è solo una parte delle spese egiziane nel nostro Paese.

Pertanto è evidente constatare che gli affari valgono molto di più della vita delle persone, anche se si tratta di un cittadino italiano come nel caso di Giulio Regeni. Una vergogna ben imbandita sull’altare dell’ipocrisia e della complicità silente a crimini efferati.

da qui

 

 

Shadi Habash, un nuovo caso oscuro dall’Egitto - Marco Magnano


Il regista e videomaker è morto nel carcere di Tora, vicino al Cairo, dopo due anni di detenzione senza processo. La sua colpa? Un videoclip

Ancora una volta, l’Egitto è protagonista di un caso di giustizia negata che si somma alle numerose storie di cui il Paese, negli ultimi anni, si è reso protagonista.

A rompere il generale silenzio sul sistema di incarcerazioni e sparizioni forzate che gli organi di sicurezza egiziani hanno allestito sin dal colpo di Stato che nel 2013 portò al potere Abdel Fattah Al-Sisi, è questa volta la morte di un fotografo e regista egiziano, Shadi Habash, morto a soli 24 anni venerdì 1 maggio nel carcere di Tora, alla periferia del Cairo, lo stesso in cui è rinchiuso Patrick George Zaki.

Habash era stato arrestato nel marzo 2018 e da allora era detenuto in attesa di processo. «La sua salute è andata peggiorando per diversi giorni», racconta all’agenzia stampa France Presse il suo avvocato, Ahmed el-Khwaga, «era stato portato in ospedale, poi è stato rimandato in carcere, dov’è morto». Le autorità egiziane non hanno commentato quanto accaduto, ma la ragione dell’arresto è chiara a tutti. «Come videomaker - spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia - ha diretto una serie di video, compreso quello incriminato di questo cantante esule in Svezia che aveva scritto un brano satirico, Balaha, che in italiano si traduce con “dattero”, rivolto al presidente al-Sisi». “Balaha” non è soltanto il frutto, ma è un personaggio comico del cinema popolare egiziano degli anni Settanta, noto per mentire in modo patologico. Un messaggio forte ed evidentemente vietato in un Paese in cui, come ricorda ancora Noury, «c'è una linea rossa che supera inavvertitamente, perché è mobile, separa quello che è lecito per quello che è illecito e uno non si rende conto di averla oltrepassata fino a quando viene portato in carcere».

La canzone, tuttavia, non era nemmeno stata scritta da Habash, che aveva soltanto diretto il video, ma dal poeta Galal el Beheiry, anche lui in carcere, insieme al cantante Rami Essam, una delle voci più note della Rivoluzione del 2011, quando due suoi brani (Pane, libertà, giustizia sociale e Irhal, ”vattene”, indirizzato a Hosni Mubarak) furono cantati insieme a lui da milioni di manifestanti a piazza Tahrir.

A pochi giorni dalle elezioni del marzo del 2018, che videro la riconferma di al-Sisi, il video della canzone di Essam, che ora è in esilio in Svezia, aveva superato i tre milioni di visualizzazioni su Youtube. Troppo per un potere politico che non accetta di essere messo in discussione.

Proprio allora Habash venne portato in carcere, nella prigione di Tora, e tenuto in detenzione preventiva per indagini che non sono mai andate avanti. «È la prassi in Egitto. Quel carcere - continua Noury - o ti uccide di botte o ti uccide di mancate cure mediche o ti uccide di isolamento. Il 2 maggio è accaduto anche lui, così com’era accaduto ai suoi compagni di prigionia, come stanno raccontando le cronache degli esuli egiziani di questi ultimi giorni».

La condizione di sistematica incertezza a cui si è sottoposti nelle carceri egiziane porta ancora una votla all’attenzione mondiale le condizioni in cui i detenuti vivono all'interno delle prigioni del Paese, già normalmente pericolose e sovraffolate e in queste settimane rese ancora più pericolose dalla pandemia di coronavirus. In questa incertezza vive anche Patric George Zaki, il cui arresto preventivo è stato prorogato di 45 giorni in 45 giorni senza nemmeno una formalizzazione delle accuse.

Martedì 5 maggio i giudici egiziani hanno deciso che lo studente dell’Università di Bologna, rimarrà in carcere nonostante le sue preoccupanti condizioni di salute. Zaki, infatti, soffre d’asma e ha problemi respiratori seri, che nel contesto dell’emergenza sanitaria globale rappresentano un ulteriore elemento di allarme. «Sappiamo che è vivo - chiarisce il portavoce di Amnesty - per il semplice fatto che nessuno ci ha detto che è morto. L'ultima visita i suoi familiari l'hanno potuta effettuare il 9 di marzo, quindi siamo quasi a due mesi di distanza. Quello che sappiamo è che dovrebbe essere scarcerato, prima di tutto perché è innocente, e poi perché è un soggetto a rischio. E allora quello che Amnesty International ha deciso di fare in queste ultime settimane insieme all'Università di Bologna e al Comune di Bologna è di sollecitare un provvedimento umanitario di rilascio per motivi di salute. Lo abbiamo fatto coinvolgendo l'ambasciatore italiano in Egitto, Giampaolo Cantini, che ha risposto garantendo interessamento in una prima occasione e gli abbiamo riscritto proprio in questi giorni per chiedere che dia seguito alle sue buone intenzioni». Buone intenzioni che purtroppo, finora, non hanno portato a risultati concreti.

Il fatto è che queste violazioni, così evidenti, così documentate e dal rilievo internazionale, non sembrano avere alcuna conseguenza. «Politicamente - riflette Riccardo Noury - l’Egitto non rende conto a nessuno, perché i rapporti sono così forti sul piano bilaterale con tanti Paesi e sono rapporti di convenienza, di armonia, di scambi di varia natura. Dovrebbe rendere conto agli organi internazionali sui diritti umani, ai meccanismi sui diritti umani delle Nazioni Unite che però hanno un potere persuasivo pari a zero, possono fare dei report delle denunce e approvare delle risoluzioni, condannare, però tutto questo non incide. Inciderebbe una presa di posizione politica nei rapporti di alcuni paesi chiave con l'Egitto ma questa presa di posizione manca».

È legittimo chiedersi se la crisi del mercato degli idrocarburi, il crollo del prezzo del petrolio e in generale la flessione economica globale, possano ridurre la posizione di forza dell’Egitto, costringendolo a rendere conto delle proprie azioni di fronte alla comunità internazionale. Tuttavia, il Paese non è così dipendente dalle esportazioni di petrolio come lo sono altri nella regione, soprattutto nella Penisola arabica o nel Golfo persico, quindi anche questa ipotesi sembra da scartare. «L'Egitto - conclude infatti Noury - ha altre risorse che non sono semplicemente legate a fattori economici. La sua posizione lo rende un Paese chiave nella zona dell'Africa del Nord, in particolare rispetto alla Libia, ma anche rispetto a fenomeni come l'immigrazione. È stato il primo Paese a raggiungere la pace con Israele, quindi in qualche modo è considerato un esempio di moderazione e di progresso. Queste sono carte che l'Egitto gioca con intelligenza, minacciando che se venisse a mancare questo ruolo equilibratore e di pace nell'area il terrorismo esploderebbe, l'immigrazione ripartirebbe e la Libia si spezzerebbe ancora di più».

da qui

 

 

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

 



giovedì 1 aprile 2021

Newroz, la primavera proibita dei curdi: viaggio nella festa che finisce male – Enrico Fovanna

 

Succede il 21 marzo di ogni anno: i 15 milioni di curdi in Turchia e gli altri 12 fuori dai confini celebrano il Newroz. La festa proibita che dà inizio al loro calendario, in omaggio alle loro origini sanscrite e al culto originario di Zoroastro, interrotto dall’islamizzazione forzata del Medio Oriente  dopo l’anno Mille. Una festa vissuta come il fumo negli occhi dal nazionalismo turco, perché sancisce l’identità della più grande Nazione del mondo senza Stato, suddivisa com’è da cinque frontiere. I Curdi in realtà hanno sempre meno da festeggiare: sono l’unico popolo che ha combattuto sul campo e sconfitto Isis, sebbene poi sia stato bersagliato dall’irriconoscenza dell’Occidente. E solo due giorni fa, come ultimo atto di sfregio, la procura di Ankara ha chiesto di mettere al bando il partito filo-curdo Hdp, terza forza nel Parlamento e da sempre spina nel fianco del presidente Recep Tayyip Erdogan. Ma nonostante la repressione e i divieti, il Newroz è una festa che all’inizio di ogni primavera si tiene comunque, soffocata tra arresti, sparizioni, morti e feriti. Questo è il racconto di un viaggio nel Newroz. Molti anni prima di Erdogan. Senza che peraltro, da allora, nulla sia mai cambiato.

 

I guerriglieri decapitati

Nel marzo del ’96 il Guardian pubblicò un reportage con una serie di immagini agghiaccianti: sulla neve dell’Ararat tre soldati turchi alzavano come trofei le teste gocciolanti di alcuni ribelli curdi, appena recise con la baionetta. L’articolo parlava del Newroz (nuovo anno), il nome della festa proibita che sancisce l’inizio del calendario curdo, con l’equinozio di primavera. Decisi di partire e di andare a vedere quell'evento. A Diyarbakir, capitale del Kurdistan turco, la sera del 19 marzo, ci misi un paio d’ore per uscire dall’aeroporto. I controlli sui bagagli furono interminabili. Migliaia di soldati circondavano la pista e i transiti dei passeggeri e tutto sembrava predisposto per dare l’idea di una città blindata, militarizzata, nella morsa di esercito e aviazione. Il mattino dopo la luce del sole non dava certo un’immagine più riposante della città. Camionette e mezzi corazzati ovunque, elicotteri fermi in volo sopra i vicoli, tute mimetiche ad ogni angolo di strada. All'ingresso della città, una grande scritta sospesa fra due tralicci, a mò di giogo per auto e camion: "Ne Mutlu Turkum Diyene", sono orgoglioso di essere turco.

 

La luce blu del semaforo

Alla vigilia del Newroz, una regia occulta sembrava dunque scoraggiare la festa. La mattina del 20 marzo presi un taxi, per andare in un quartiere periferico, dove mi dissero che stavano preparando dei pneumatici, per allestire un grande fuoco, l’indomani. Al rosso il tassista si fermò, poi ripartì alla luce blu. Credetti di aver visto male, ma quando la scena si ripeté, poco dopo, chiesi all'autista curdo perché i semafori lì fosserno diversi. “Rosso verde e giallo - rispose lui - sono i colori della bandiera curda. Qui l’hanno tolta anche dai semafori”. “Anche la vostra lingua è vietata - provai a insistere - Noi parliamo inglese, ma come fa chi conosce solo il curdo?”. E lui raccontò la storia di un bambino, figlio di una povera famiglia di pastori, i cui genitori erano stati arrestati. Quando il piccolo era andato in carcere a trovarli, sotto il tiro dei mitra, non sapendo parlare in turco, era stato costretto a comunicare con papà e mamma soltanto a gesti.

 

Le celle di tipo F

In dodici anni, scoprii, quella sporca guerra dimenticata aveva già fatto 40mila morti, da una parte e dall’altra. Senza contare gli scomparsi e le persone torturate durante gli interrogatori. I giornali curdi erano stati chiusi e i loro partiti accusati di contiguità con i terroristi. Nelle carceri, migliaia di detenuti si sarebbero lasciati morire per fame, contro la riforma che per i curdi istituiva le celle di isolamento di tipo “F”, in cui è impossibile stare in piedi, ideate per far impazzire anche l’essere più razionale. Non immaginavo cosa avrei visto, in quel viaggio. Ma il Newroz fu un’esperienza indimenticabile. Un'infinità di uomini, donne e bambini col vestito delle grandi occasioni danzavano attorno alle fiamme, al suono del saz e del kaval, lo strumento a corde e il flauto del posto, sfidando i fucili, i blindati e le camionette. Per le strade di Diyarbakir, l'anonima Sarajevo d'Oriente, quel 21 marzo si riversarono quasi due milioni di persone in festa, venute anche dalle montagne vicine. Le manganellate e gli arresti furono continui, ma la gente in manette sorrideva.

 

L'arresto per il gesto della mano

Venni anch'io "arrestato" per una notte, in una bidonville di Diyarbakir, con l’accusa di terrorismo. Un inatteso momento di gloria ma, oggi posso dirlo, anche di terrore. Non credevo alle mie orecchie, ma l’interprete in pochi secondi mi spiegò tutto. Gli otto agenti della Jitem, la polizia politica che ci seguiva, mi avevano visto fare la “V” con le dita della mano sinistra, mentre con la destra fotografavo centinaia di bambini coloratissimi, con i piedi nel fango. Erano stati proprio i piccoli a fare la “V” e io li avevo imitati. Come a dire: “Fermi così, che intanto io scatto”. Ma quella “V”, spiegò l’interprete tremando, era il simbolo del Pkk, il movimento armato di liberazione dei curdi. Il cui leader, Abdullah Ocalan, detto "Apo" (lo zio), sarebbe stato catturato a Nairobi il 15 gennaio 1999 e incarcerato nell'isola di Imrali, unico detenuto  in una sorta di Alcatraz sul Mar Nero, un carcere circondato da cinquemila soldati e altrettante galline. Io non sapevo certo cosa significasse la V, certo non sarei stato così ingenuo da mimare il gesto davanti agli agenti. Ma finì tutto bene, dopo una notte di arresti domiciliari in albergo, gentile concessione al giornalista straniero.

 

Il sit in dei desaparecidos

Dalla capitale del Kurdistan turco me ne andai con un senso di struggimento sconosciuto. Due giorni dopo, a Istanbul, scoprii che i desaparecidos esistevano anche a Est del mondo. Come ogni sabato mattina, davanti al liceo francese nel lussuoso quartiere di Galatasaray, si radunavano le madri degli scomparsi venute dalle province orientali, in un sit-in silenzioso dove, a turno, ognuna si alzava e raccontava la storia del proprio figlio o marito “prelevato” da agenti in borghese e mai tornato a casa. Ogni tanto una donna si alzava e, nel silenzio, mostrava la foto del figlio o del marito rapiti, raccontandone la storia. Tra quelle donne incontrai Evrim, una ragazza che mi raccontò di essere stata violentata in carcere, durante selvaggi interrogatori, dove la costrinsero a raccontare dove si nascondeva in montagna il fidanzato, un giovane guerrigliero del Pkk.

 

L'esilio dello straniero

Ad Evrim non riuscii a trattenere una domanda: “Ma cosa spinge un giovane a entrare nella guerriglia?” “Semplice - rispose lei - Quando ti chiamano al servizio militare, poi ti mandano al tuo villaggio a partecipare ad operazioni contro la tua famiglia, tu cosa fai? La prima notte libera, prendi il fucile e scappi in montagna”. Come accadde anche in molte valli italiane, dopo l'editto del Duce del '44, che arruolava a forza molti giovani nelle milizie nere. Ripensando a quei giorni, al popolo vittima di un’ennesima guerra dimenticata, a quei lunghi controlli all'aeroporto e alla paura, umana certo, che avevo provato all'idea di finire nei guai, non sono più tornato in Turchia per oltre vent’anni. Sperimentando una bizzarra forma di esilio, l’esilio dello straniero. Quello che avrebbe voluto provare volentieri, se solo avesse potuto scegliere, uno come Giulio Regeni. O Enzo Baldoni. E tanti altri, che per avere dato voce ai diritti umani oggi possiamo solo ricordare.


da qui

venerdì 19 marzo 2021

Regeni dimenticato: polizia italiana addestra colleghi egiziani in segreto - Antonio Mazzeo

Gli specialisti del Ministero dell’Interno e del Dipartimento della Polizia di Stato hanno formato ed addestrato in Sardegna la famigerata polizia del dittatore egiziano al-Sisi perlomeno sino al febbraio del 2019. E’ quanto si evince dalla lettura di alcuni ordini di spesa rinvenuti nell’archivio della Polizia di Stato consultabile via internet.

La più recente attività addestrativa, su cui il Viminale ha mantenuto ad oggi il massimo riserbo, si è tenuta presso il Centro di Addestramento e Istruzione Professionale della Polizia di Stato di Abbasanta, Oristano, nel periodo compreso tra il 14 gennaio e il 2 febbraio 2019. Autorizzata dalla Direzione Centrale Servizio di Immigrazione con nota dell’8 gennaio e dalla Direzione Centrale Istituti di Istruzione (21 dicembre 2018) nell’ambito dell’“accordo di cooperazione bilaterale Italia-Egitto”, la formazione è consistita in un Corso in materia di Tecniche di scorta, sicurezza e protezione di soggetti a rischio per un imprecisato numero di operatori della Polizia egiziana. In vista dell’organizzazione della suddetta attività, il direttore del Centro addestrativo della Polizia di Abbasanta, Antonio Pigozzi, ha deliberato di affidare la copertura assicurativa per i frequentatori egiziani del corso all’agenzia di Chieti delle Assicurazioni Generali, “dati i risvolti di cooperazione internazionale fra corpi di Polizia e l’urgenza con cui portare a termine il servizio”.

 

Tramite la deliberazione di affidamento di un servizio lavanderia, sempre a firma del dottor Pigozzi, è stato possibile accertare una precedente presenza ad Abbasanta di venti ufficiali della polizia del generale al-Sisi (più due interpreti), dall’8 al 20 aprile 2018, per lo svolgimento di un Corso di guida fuoristrada in ambito extra-urbano. Anche in questo caso le attività addestrative sono state autorizzate dalla Direzione Centrale Servizio di Immigrazione e dalla Direzione Centrale Istituti di Istruzione della Polizia di Sato con note, rispettivamente, del 20 febbraio e del 21 marzo 2018.

Insieme al Centro per la Tutela dell’Ordine Pubblico della Polizia di Stato di Nettuno e al Centro Polifunzionale di Spinaceto, il Centro Addestramento e Istruzione Professionale di Abbasanta è la maggiore scuola addestrativa degli operatori di polizia, specie in ambito servizi scorte e sicurezza. Fondato alla fine del 1970, il Centro in provincia di Oristano ospitava inizialmente una succursale del famigerato Reparto Celere di Padova. Come spiega il Ministero dell’Interno, l’attività di formazione professionale si sviluppa su due direttrici: la prima finalizzata alla formazione delle squadriglie antisequestro elioportate e del personale per la vigilanza e la sicurezza degli aeroporti; la seconda, in ambito interforze e internazionale, riguarda i servizi di protezione di individui e personalità a rischio.

Tra i docenti, specie per gli stage riservati alle forze di polizie straniere, compaiono gli agenti dei NOCS, il reparto di pronto intervento anti-terrorismo delle forze dell’ordine. Presso la scuola di Abbasanta sono presenti pure il Reparto prevenzione crimine della Sardegna e il gruppo cinofili della Polizia di Stato con cani antidroga e antiesplosivo.

Le ultime informazioni rese dal Ministero dell’Interno relativamente alla cooperazione tra le forze di polizia italiane e quelle egiziane risalivano al 2017. L’allora ministro Marco Minniti, nella relazioni annuale indirizzata al Parlamento, aveva riferito sull’“erogazione di corsi in vari settori della sicurezza (dalla formazione specialistica presso il NOCS ai corsi presso le principali Scuole di Polizia italiane – Cesena, Brescia, Spinaceto, Abbasanta, Pescara) a favore di Egitto, Tunisia, Libia, Gambia e Nigeria” e alla fornitura alla polizia del regime egiziano di quattro elicotteri dismessi dalle forze dell’ordine italiane, “previa rimessa in efficienza a cura dell’Agusta Westland e relativo addestramento del personale pilota e tecnico egiziano”.

Nel biennio 2018-2019, Italia ed Egitto hanno inoltre collaborato all’addestramento e alla formazione delle polizie di frontiera di una ventina di paesi africani in funzione anti-immigrazone, organizzando stage presso l’Accademia di Polizia del Cairo e alla Scuola Superiore di Polizia di Roma.

L’imbarazzato silenzio del Viminale sui corsi in Sardegna per i poliziotti egiziani è stato probabilmente imposto anche a seguito dei risvolti dell’inchiesta sulla tragica scomparsa al Cairo del ricercatore Giulio Regeni. I mandanti, gli esecutori e i depistatori, infatti, sono tutti appartenenti alle forze dell’ordine del regime egiziano. Che la Polizia italiana abbia ritenuto opportuno e legittimo continuare a finanziare e implementare direttamente corsi e stage a favore degli aguzzini di al-Sisi appare gravissimo e ingiustificabile, anche alla luce degli innumerevoli report delle maggiori organizzazioni non governative sui crimini perpetrati dagli agenti di polizia in Egitto.

 

Sulle violazioni dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine ed intelligence egiziane, Amnesty International ha pubblicato un documentato reportage il 2 ottobre 2020. “Le forze di sicurezza hanno represso le manifestazioni delle ultime settimane utilizzando gas lacrimogeni, manganelli, pallini da caccia e in un caso proiettili veri e vi sono stati due morti”, scrive l’ONG. “Dal 10 al 29 settembre, secondo varie organizzazioni non governative per i diritti umani, la polizia egiziana ha arrestato tra le 571 e le 735 persone (tra cui tre donne) di età compresa tra 11 e 65 anni (…) Gli arrestati sono stati portati in varie stazioni di polizia, nelle basi delle forze di sicurezza e in altri centri gestiti dai servizi civili di polizia. Per periodi di tempo da uno a 10 giorni, le forze di sicurezza hanno impedito agli arrestati di comunicare con l’esterno e hanno negato di averli in loro custodia. Alcuni arrestati sono stati sottoposti a scariche elettriche, picchiati, insultati e minacciati di trascorrere lunghi periodi di tempo in carcere”.

Abbastanza per doversi vergognare per i recentissimi “aiuti” alla polizia di al-Sisi, eppure il ministero dell’Interno e la Direzione della Polizia di Stato non sembrano essere intenzionati a interrompere la partnership con l’Egitto. E’ prevedibile invece che il centro di Abbasanta continuerà ad ospitare corsi per i poliziotti egiziani. Coincidenza vuole che sul sito internet del Viminale compaia una nota del 29 ottobre 2019. “Visita a Cagliari, questa mattina, dell’ambasciatore della Repubblica Araba d’Egitto in Italia Hisham Mohamed Moustafa Badr”, vi si legge. “Ricevuto dal prefetto Bruno Corda, nel corso dell’incontro ampio spazio è stato dedicato alla possibilità di intensificare gli scambi culturali esistenti tra i due Paesi. Impegno comune, infine, quello di avviare rapporti commerciali e di cooperazione attraverso una più puntuale conoscenza delle opportunità presenti nei rispettivi territori”.

Scuole di lotta al terrorismo e ai migranti e affari militari ed economici fanno di Roma e il Cairo due alleati perfetti…

da qui

giovedì 11 marzo 2021

Egitto e omicidio Regeni. Minniti-Gabrielli-Alfano: le relazioni pericolose con la polizia di Al-Sisi - Antonio Mazzeo

 


8 agosto 2017. Il ministro dell’Interno in carica, Marco Minniti (Pd) inviava alle due Camere la relazione sulle spese sostenute dal suo dicastero nell’anno 2016. Alcuni importanti passaggi erano riservati all’Egitto del dittatore Abdel Fattah al-Sisi, paese con cui l’Italia aveva rafforzato la partnership nel settore della sicurezza e della lotta all’immigrazione illegale, nonostante le gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di polizia. “Per assicurare rapporti di diretta collaborazione, anche operativa, con gli Stati terzi di particolare interesse migratorio, sono state aperte, negli anni, posizioni di Esperti per l’Immigrazione presso le sedi di Ambasciate italiane in Libia, Turchia, Tunisia ed Egitto”, scriveva Minniti. “In particolare, nel 2016, allo scopo di conferire maggiore efficacia all’azione investigativa finalizzata al contrasto delle reti criminali dedite al traffico di migranti via mare, sono state sviluppate forme di collaborazione operativa con le competenti autorità di polizia dell’Egitto e della Turchia. Il rafforzamento della collaborazione ha riguardato anche il settore della prevenzione e lotta al terrorismo, con un’attenzione particolare al preoccupante fenomeno dei c.d. foreignterrorist fighters (FTF)”.

Soffermandosi sulla cooperazione tra Italia e l’Egitto, l’allora ministro dell’Interno riferiva che nel 2016 erano stati organizzati “dieci corsi in diversi Istituti di Istruzione della Polizia di Stato”. “Per quanto riguarda le forniture – aggiungeva Minniti – nel luglio 2016 sono stati avviati, presso lo stabilimento di Frosinone dell’Agusta Westland (Leonardo), i lavori di ripristino sul primo di quattro elicotteri in disuso, la cui donazione era stata promessa all’Egitto, nel 2012, dal Capo della Polizia pro tempore”. Nel novembre del 2016, la Polizia italiana aveva consegnato al Ministero dell’Interno egiziano pure 250 desktop, 250 monitor, 250 notebook e 250 stampanti. Nessun accenno invece, da parte di Minniti, a quanto accaduto al Cairo il 25 gennaio 2016, quando un gruppo armato aveva sequestrato e assassinato il ricercatore italiano Giulio Regeni.

In quel maledetto 2016 l’Italia si era macchiata della deportazione in Egitto manu militari di centinaia di migranti, utilizzando un vecchio accordo di cooperazione bilaterale contro il terrorismo e l’immigrazione irregolare. Inoltre il Dipartimento della Polizia di Stato aveva consegnato alle forze di sicurezza del generale al-Sisi “venti apparati Phone Forensic Express completi di connection kit” e aveva pure coperto le spese per la manutenzione del Sistema automatizzato di identificazione delle impronte (Afis) utilizzato dagli egiziani per identificare e bloccare i flussi “illegali” di migranti. Roma aveva acquistato il Sistema Afis nel 2006 dalla filiale milanese della multinazionale Hewlett Packard per 5,2 milioni di euro, consegnandolo alla Polizia egiziana e facendosi anche carico della sua manutenzione annuale (il giornalista Duccio Facchini di Altreconomia ha rilevato che la manutenzione è stata rifinanziata dal Ministero dell’Interno sino al 2019 con quasi 500 mila euro l’anno perché di “carattere prioritario per la sicurezza nazionale”).

Per quasi tutto il 2016 Marco Minniti aveva svolto il ruolo di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti (incarico ricoperto sin dal 17 maggio 2013 con i governi Letta e Renzi) e solo a fine dicembre con l’ingresso a Palazzo Chigi di Paolo Gentiloni, Minniti era promosso a ministro dell’Interno, succedendo ad Angelino Alfano (neoministro degli Esteri). Nonostante il cambio alla guida del Viminale, i rapporti privilegiati con il Cairo non mutavano. Nella relazione alle Camere sulle attività chiave del 2017, il Ministero dell’Interno confermava infatti la fornitura all’Egitto dei quattro elicotteri dismessi dalla Polizia di Stato “previa rimessa in efficienza a cura dell’Agusta Westland e relativo addestramento del personale pilota e tecnico egiziano per il c.d. passaggiomacchina”. Il primo elicottero, aggiungeva il Ministero “è stato collaudato nel mese di gennaio 2018 ed è quindi pronto per la consegna”.

“Nel 2017 è stata realizzata un’importante offerta formativa finanziata con i fondi di questa Direzione Centrale, consistente nell’erogazione di 23 corsi in vari settori della sicurezza (dalla formazione specialistica presso il NOCS ai corsi presso le principali Scuole di Polizia italiane – Cesena, Brescia, Spinaceto, Abbasanta, Pescara) a favore di Egitto, Tunisia, Libia, Gambia, e Nigeria”, specificava ancora la relazione annuale. “E’ stato chiesto un finanziamento all’UE per il progetto di durata biennale ITEPA (Project – International Training at Egyptian Police Academy) per la realizzazione, presso l’Accademia di polizia del Cairo, di un Centro internazionale di formazione specialistica nel settore del controllo delle frontiere e della gestione dei flussi migratori misti, destinato all’erogazione di tre corsi l’anno per un totale di 360 operatori di polizia provenienti da ben 22 Paesi africani”. L’iniziativa era frutto di un protocollo tecnico siglato a Roma il 13 settembre 2017 tra l’allora Capo dell’Accademia di Polizia egiziana ed il prefetto Massimo Bontempi, direttore centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere da meno di due mesi. Secondo l’accordo, il “centro di addestramento organizzerà workshop per formare i poliziotti africani alla gestione della sicurezza delle frontiere e della lotta alla tratta, sotto la supervisione di personale egiziano, italiano ed europeo”. Coincidenza vuole che proprio il 13 settembre 2017 giungeva al Cairo il nuovo ambasciatore italiano, il dottor Giampaolo Cantini; il governo aveva ritirato quasi un anno prima il rappresentante diplomatico a seguito della mancata collaborazione alle indagini sul barbaro omicidio di Giulio Regeni da parte della autorità egiziane.

Dopo l’Ok dell’Unione Europea al finanziamento del progetto Itepa attraverso il Fondo di Sicurezza Interna, esso ha preso il via nella capitale egiziana il 20 marzo 2018, alla presenza dell’allora Capo della Polizia italiana, prefetto Franco Gabrielli, di rappresentanti della Commissione europea e delle Agenzie Frontex ed Europol. “Saranno formati al Cairo funzionari di polizia e ufficiali di frontiera che, a loro volta, formeranno altro personale nei rispettivi Paesi”, riporta la nota emessa dal Dipartimento della Polizia di Stato. “Oltre all’Egitto, partner dell’Italia nel progetto, i Paesi beneficiari sono: Algeria, Burkina Faso, Ciad, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Gibuti, Ghana, Guinea, Kenya, Libia, Mali, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Sudan del Sud, Tunisia”. “Noi siamo orgogliosi – dichiarava il prefetto Gabrielli nel corso del suo intervento inaugurale – non solo di aver creato le condizioni per un progetto di cooperazione di polizia ma di averlo fatto in una cornice nella quale il rispetto dei diritti umani è uno degli asset fondamentali”. Il progetto Itepa si è concluso a Roma il 27 novembre 2019 con una conferenza presso la scuola Superiore di Polizia, alla presenza ancora una volta di Franco Gabrielli, del direttore centrale dell’Immigrazione e delle Frontiere Massimo Bontempi, e del generale Ahemed Ebrahim, assistente del ministro dell’Interno egiziano e presidente dell’Accademia di Polizia del Cairo.

Non si può certo dire che l’infausta cooperazione delle forze di polizia italiane con il sanguinario regime egiziano abbia poi arrecato alcun danno d’immagine o alle carriere dei promotori e dei protagonisti nazionali. Il prefetto Franco Gabrielli, già direttore dei servizi segreti SISDE e AISE, Capo della Polizia a partire del 20 aprile 2016, è stato nominato la scorsa settimana sottosegretario alla Presidenza del consiglio, con delega alla “sicurezza della Repubblica” (ancora intelligence, contrasto all’immigrazione illegale, lotta al Covid, ecc.).

Marco Minniti è rimasto ministro sino all’1 giugno 2018, cioè dopo che nel Centro di Addestramento e Istruzione Professionale della Polizia di Stato di Abbasanta, in Sardegna, si era tenuto un corso di “guida fuoristrada in ambito extraurbano” riservato ad un gruppo di operatori della forza di polizia egiziana e relativi interpreti (8-20 aprile 2018). Minniti, dopo quattro legislature in Parlamento, il 27 febbraio 2021 si è dimesso da deputato per assumere la presidenza della Fondazione Med-Or, creata dalla holding del complesso militare-industriale Leonardo per “promuovere le relazioni economiche, industriali e culturali” con i Paesi del Mediterraneo, dell’area subsahariana, del Medio e Estremo Oriente, in particolare con programmi strutturali nell’ambito aerospaziale, della difesa e della sicurezza.

L’ex Ministro dell’Interno e degli Affari Esteri, Angelino Alfano, non ricandidatosi alle ultime elezioni politiche, ha scelto di dedicarsi all’attività forense e il 30 giugno 2018 è divenuto consulente dello studio legale Bonelli Erede Pappalardo di Milano nel team specializzato in Public International Law & Economic Diplomacy. “Alfano è stato voluto in quanto esperto di Diritto civile, commercio internazionale, procedure antiterrorismo, sicurezza negli stadi e sanzioni internazionali e il suo arrivo rafforzerà il nostro presidio in Africa e nel Medio Oriente soprattutto nei servizi di consulenza per Stati e Istituzioni”, hanno spiegato i titolari dello studio milanese al settimanale l’Espresso. Consulente con Angelino Alfano del team diplomatico-internazionale, l’economista egiziano Ziad Bahaa-Eldin, già a capo dell’authority finanziaria durante la presidenza Mubarak e vice-ministro dopo il colpo di Stato di al-Sisi del 2013, incarico ricoperto sino al 30 gennaio 2014.

 

Articolo pubblicato in Africa ExPress l’8 marzo 2021,

https://www.africa-express.info/2021/03/07/alla-faccia-di-regeni-minniti-gabrielli-alfano-le-relazioni-pericolose-con-la-polizia-di-al-sisi/

 

da qui