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venerdì 30 marzo 2018

il nazismo invisibile, la crisi della democrazia (e Soros) – bortocal



1.      Erdogan e altre democrature avanzano
2.      in Europa tornano i reati di opinione punibili con decenni di carcere
3.      i feudo-tecnocrati colonizzano le menti
4.   e il problema democratico sarebbero le presidenze delle Camere in Italia?
. . .
1.  Erdogan e altre democrature avanzano.
dopo avere attaccato e invaso la Siria, Erdogan attacca e invade l’Iraq.
dopo avere provato a destabilizzare il Medio oriente per interposta ISIS, ora l’esaltato mitomane di Ankara è arrivato alla guerra in prima persona, avendo perso per strada i propri esecutori mascherati.
è Erdogan il nuovo Hitler, col quale le cosiddette democrazie occidentali provano a fare accordi, nell’illusione di controllarlo, come fecero ottant’anni fa col primo.
ma c’è una differenza di fondo che fa rimpiangere l’Hitler tedesco.
questo si espandeva ed attaccava gli stati vicini in nome della presunta difesa del popolo tedesco e delle sue minoranze.
Erdogan invece trascina in guerra la Turchia in odio ad un popolo, quello turco, che non sopporta abbia riconosciuti elementari diritti fuori dalla Turchia.
ma no, che dico: i curdi rappresentano per l’Hitler ottomano quel che gli ebrei erano per l’Hitler tedesco: i nemici contro cui attizzare l’odio, la propria minoranza interna da perseguitare, il cemento del consenso nazionalista che si e` costruito.
ma l’indifferenza con la quale accettiamo questa aggressione permanente contro un popolo vicino, oltre che presente al suo interno, e la guerra di aggressione ad altri stati dimostra da sola quanto il nazismo interiore si e` impadronito dei nostri cuori, sotto forma di cinico disprezzo dei diritti umani altrui.
. . .
.2. in Europa tornano i reati di opinione punibili con decenni di carcere
c’è bisogno di un’altra prova?
noi accettiamo senza reagire che nel cuore stesso dell’Unione Europea siano perseguitate come crimine delle semplici dichiarazioni verbali.
ora, ho sempre ritenuto una solenne cazzata la dichiarazione di indipendenza della Catalogna, fatta a nome di una semplice maggioranza relativa della popolazione.
ma di qui ad arrestare, processare e incarcerare per decenni chi ha semplicemente espresso delle opinioni stupide e fatto delle dichiarazioni inconsistenti, dimostra da sola la fine della democrazia in Europa.
se puo` esistere un mandato di cattura europeo per delitti di questo genere, allora significa che la costruzione stessa dell’Unione Europea è malata alle radici.
se anche in Europa dobbiamo avere una democratura al posto della democrazia perche` tutto il mondo vuole le democrature, allora possiamo anche venderci a russi e cinesi.
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.3. i feudo-tecnocrati colonizzano le menti
ha detto Soros, in un discorso al World Economic Forum di Davos a gennaio, che risulta abbastanza profetico, che i giganti dei social media rappresentano una minaccia per la democrazia, e non mi pare abbia torto.
Le società di social media sfruttano l’ambiente sociale, ingannano i loro utenti manipolando la loro attenzione e indirizzandola verso i propri scopi commerciali e “deliberatamente ingegnano la dipendenza dai servizi che forniscono, cosa che può essere molto dannosa, in particolare per gli adolescenti.
E questo è particolarmente nefasto perché le società dei social media influenzano il modo in cui le persone pensano e si comportano senza che nemmeno loro ne siano consapevoli.
Ciò ha conseguenze negative di vasta portata sul funzionamento della democrazia, in particolare sull’integrità delle elezioni.
Il potere di plasmare l’attenzione delle persone è sempre più concentrato nelle mani di poche aziende. Ci vuole uno sforzo reale per affermare e difendere ciò che John Stuart Mill ha definito “la libertà della mente”. C’è una possibilità che una volta perse, le persone che crescono nell’era digitale avranno difficoltà a riconquistarla. Ciò potrebbe avere conseguenze politiche di vasta portata.
Prospettiva ancora più allarmante è che aziende internet come Facebook e Google abbinino i loro sistemi di sorveglianza aziendale con la sorveglianza dello stato – una tendenza che sta già emergendo in luoghi come le Filippine.
Ciò potrebbe comportare una rete di controllo totalitario che nemmeno Aldous Huxley e George Orwell avrebbero potuto immaginare.
Soros invoca forme di controllo e regolamentazione: ma saranno ancora possibili, se si pensa che perfino il controllo della moneta è sfuggito agli stati?
certo, ora o mai piu`.
ma questo non è nazismo che avanza?
e pensare che sia proprio Soros a lanciare l’allarme della democrazia non basta da solo a dimostrare che la democrazia è morta?
qualcosa non torna, qualcosa non torna…
. . .
.4. e il problema democratico sarebbero le presidenze delle Camere in Italia?
questi sono i veri pericoli che corre la democrazia.
la democrazia non viene messa in pericolo se in Italia in elezioni alle quali la maggioranza del popolo ha deciso di partecipare, nonostante il loro carattere truffaldino, emergono due forze dotate del consenso maggioritario dei votanti e queste si attribuiscono le presidenze delle due Camere.
dove erano i grandi difensori della democrazia che non trovavano invece nulla di strano nella situazione precedente? quando queste due cariche andavano entrambe, e assieme al governo, ad un partito che aveva preso il 25% dei voti…
per favore, tacete: per sette anni avete governato alle spalle del popolo, con i trucchi piu` vari.
il consenso a questa gente sgradevole lo avete costruito voi, giorno per giorno.
ora governi chi ha il consenso: non smetteremo di criticarli quando sbagliano, di riconoscere dove ci pare che abbiano ragione, e soprattutto di provare a costruire una alternativa basata sul consenso vero e sui bisogni di massa.
ma chi non lo vuole fare si rassegni a sparire; ma non contesti a chi non la pensa come lui di governare in nime di qualche presunta superiorita`.
anche questo è crisi della democrazia: sono anche queste critiche che dimostrano che il senso vero della democrazia e` morto e che qualcuno pensa di essere piu` democratico degli altri proprio perché non lo è affatto.

giovedì 16 novembre 2017

L’Onu contro Madrid? - Francesco Casula

 

La nota contro Madrid giunge da Ginevra, cuore della Riforma protestante, di libertà di coscienza e di fede; simbolo di tolleranza e di democrazia federalista, anti savoiarda. Parlo del documento siglato dall’avvocato Alfred de Zayas il 25 ottobre scorso e diffuso in questi giorni sulla Rete ma non sui grandi giornali italiani ed europei che si guardano bene dal pubblicarlo: intenti come sono, pisciatinteris e cialtroni legulei, a osannare il franchismo di Rajoy. Zayas, americano, attualmente professore di diritto internazionale presso la Scuola di Diplomazia di Ginevra, ha esercitato la propria professione in diritto societario e diritto di famiglia a New York. Dal 2012 ricopre il ruolo (nominato dall’ONU) di “Esperto Indipendente per la promozione di un ordine internazionale democratico ed equo”. Il documento, moderato, sorvegliato e compassato nella forma, è netto e duro nella sostanza e demolisce, facendoli a pezzi, tutto l’armamentario giuridico e la paccottiglia politica messa in campo ed esibita dal Governo centrale di Madrid contro la Catalogna. Ad iniziare dal mito e dal tabù sacrale del principio della “integrità territoriale”. Confermando quanto già detto dalla Corte Internazionale di giustizia dell’Aja, (nel suo pronunciamento del luglio 2010, sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, di 2 anni prima), afferma a questo proposito che “il principio dell’integrità territoriale è importante, come è stato inteso in molte delle risoluzioni delle Nazioni Unite, incluse le risoluzioni 2625 e 3314 dell’Assemblea Generale”. Esso cioè prosegue Zayas “è destinato ad essere applicato esternamente, per vietare minacce straniere o incursioni nell’integrità territoriale degli Stati sovrani” Dunque “Questo principio non può essere invocato per sviare il diritto di tutte le persone, garantito dall’articolo 1 dei Patti internazionali sui diritti dell’uomo, a esprimere la loro voglia di controllare il loro futuro. Il diritto all’autodeterminazione è un diritto dei popoli e non prerogativa degli Stati di concedere o negare. In caso di conflitto tra il principio dell’integrità territoriale e il diritto umano all’autodeterminazione, quest’ultima prevale”. Chiaro? In altre parole il principio di integrità territoriale degli Stati, va inteso esclusivamente come divieto di intaccarla tramite minacce, incursioni o altre azioni belliche ad opera di Stati stranieri; mentre é del tutto legittima – e tutelata da vari trattati internazionali – se origina dall’interno, come espressione democratica da parte della popolazione di un territorio. E’ il caso dei Catalani: che attraverso il voto nelle elezioni della Comunità autonoma, attraverso il Referendum e – perché non dirlo e sottolinearlo? – attraverso una massiccia, democratica, non violenta, gioiosa, partecipazione popolare di massa, hanno inequivocabilmente, nella stragrande maggioranza, scelto l’opzione dell’Autogoverno, dell’Autodeterminazione e dell’Indipendenza. Anche l’incipit del documento era stato chiaro e netto: “Deploro la decisione del governo spagnolo di sospendere l’autonomia catalana. Questa azione costituisce una regressione nella tutela dei diritti umani, incompatibile con gli articoli 1, 19, 25 e 27 del Patto internazionale sui diritti civili e politici. Ai sensi degli artt. 10, n. 2, e 96 della Costituzione spagnola, i trattati internazionali costituiscono la legge del Paese e, di conseguenza, la legge spagnola deve essere interpretata conformemente ad essi”. Fuori legge, secondo l’esperto dell’ONU, è dunque Rajoy e non i dirigenti catalani. E prosegue: “Negare ad un popolo il diritto di esprimersi sulla questione dell’autodeterminazione, negando la legittimità di un referendum, usando la forza per impedire l’organizzazione di un referendum e annullare l’autonomia di un popolo per punizione, costituisce una violazione dell’Articolo 1 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. In alternativa, affrontare l’aspirazione dei popoli all’autodeterminazione in modo tempestivo è un’importante misura di prevenzione dei conflitti, come dimostrano le innumerevoli guerre che si sono verificate dal 1945 che hanno trovato la loro origine nel rifiuto dell’autodeterminazione. Occorre incoraggiare il dialogo e la negoziazione politica per prevenire la violenza”. Dialogo e negoziazione dunque: che i Catalani hanno sempre sostenuto. Non manganelli, galera, repressione: come ha praticato Madrid. ”Naturalmente – scrive ancora Zayas – ci sono molti popoli in tutto il mondo che aspirano all’autodeterminazione, sia interna a forma di autonomia che esterna in forma di indipendenza. E mentre la realizzazione dell’autodeterminazione non è automatica o auto-esecutiva, è un diritto umano fondamentale che la comunità internazionale dovrebbe aiutare ad attuare. Anche il diritto internazionale dell’autodeterminazione è andato ben oltre la semplice decolonizzazione. Applicando i 15 criteri contenuti nel mio rapporto del 2014 (paragrafi 63-77), è evidente che nessuno Stato può utilizzare il principio dell’integrità territoriale per negare il diritto di autodeterminazione, e che gli argomenti sulla legittimità delle azioni intraprese dal parlamento eletto in Catalogna sono immateriali. Tali argomenti non annullano il carattere ius cogens dell’autodeterminazione. L’unica soluzione democratica per uscire dall’attuale vicolo cieco, è sospendere le misure repressive e organizzare un referendum per determinare i veri desideri della popolazione interessata. Tale referendum dovrebbe essere monitorato dagli osservatori UE, OSCE e privati, compreso il Centro Carter “. Bene. E’ quello che vuole la Catalogna. Dopo questo autorevole pronunciamento li voglio proprio vedere i “democratici” (europei, italici e nostrani) schierarsi ancora con il franchismo e con Rajoy, leader del Partito più corrotto del mondo. Li voglio proprio vedere schierarsi a favore di provvedimenti liberticidi: arresti, esautoramento del legittimo e popolare governo catalano, abolizione dell’Autonomia e delle conquiste democratiche, imposizione delle elezioni. La voglio proprio vedere l’Europa “dei diritti” a fianco di una Restaurazione forcaiola, che utilizza tutto l’armamentario repressivo, poliziesco e militare per far ripiombare la Catalogna in un passato illiberale, autoritario e fascista, che pensavamo morto e sepolto. Gli uomini liberi, i sardi liberi, non possono che sostenere la sacrosanta battaglia dei Catalani e il loro diritto all’Autodeterminazione.

domenica 5 novembre 2017

Cosa celano le bandiere - Amador Fernández-Savater


Caro D.,
Nella tua email chiedi “come pare, da vicino, quanto accade in Catalogna”. Beh, ne sono certamente prossimo più di te, ma non credere che per questo [la situazione] mi appaia chiara. E ti dirò inoltre che anche gli amici che ci vivono stentano a capire. Quindi, forse non è una questione di distanza, ma la difficoltà è “la cosa” (così il giornalista Guillem Martínez ha intitolato una serie di cronache che ti consiglio).
Condivido alcune intuizioni elaborate da Madrid, da dove arrivano forti scosse. Non sono nemmeno ipotesi, solo congetture che non oserei rendere pubbliche (perché “la cosa” non consente di fare domande, tuttalpiù di “schierarsi”). Nel privato però possiamo continuare a farne. Partendo da questo presupposto, spero che ti serva a qualcosa leggerne (a me senz’altro il solo fatto di scriverne). Non darmi troppo peso (già t’immagino: “non serve che me lo dica!”) e naturalmente sì, chiedi, leggi, ascolta più che puoi.

Disagio
In sintesi: subiamo attacchi sul piano economico, rispondiamo su quello politico. Già qualcosa di simile è accaduto con il 15M e Podemos. Mi spiego: credo che l’indipendenza attuale abbia più a che fare con gli squassi delle vite messe in ginocchio e il rigetto del sistema politico spagnolo che con il nazionalismo catalano.
Vederla così cambia tutto.
Questa percezione dovrebbe essere corroborata, ovviamente, con dati, osservazioni e fatti. Mi limito al momento a tre/quattro punti.
Si stima che nella Diada del 2010 (celebrazione che restituisce la cifra del consenso sul sovranismo catalano) si siano registrate circa 15.000 persone. 10.000 nel 2011. La cifra raggiunge il milione nel 2012. Ergo, la questione identitaria in Catalogna non raccoglieva consensi in numero sensibile fino al 2012. Che succede tra il 2011 e il 2012? Il movimento 15M, la prima risposta organizzata del disagio alla crisi e la sua durissima gestione neoliberista (tagli, ecc.). Il carburante dell’indipendenza dal 2012 è il malessere determinato dalla crisi e il desiderio di cambiamento “distorto”.
Non credo che tu possa capire altrimenti senza riferimento alla crisi economica e al 15MI temi esemplari del nazionalismo (l’idioma, il peso della storia, il particolarismo culturale, ecc.) resistono perlopiù come ‘rumore di fondo’. Molto più presente e vivo è il rifiuto del sistema politico spagnolo, arrogante e sordo, indifferente alla base e refrattario a qualsiasi riforma, indipendentemente dal consenso sociale che sia capace di muovere (penso per esempio all’Iniziativa legislativa popolare promossa dalla piattaforma Afectados por la Hipoteca nel 2013 a favore della datio in solum, la sospensione degli sfratti ed il canone sociale).
Un sistema politico che durante questi anni di crisi ha applicato spietatamente le misure di austerità ordinate da Bruxelles, rivelatesi strutturalmente corrotte – nient’altro che una cinghia di trasmissione tra politica e finanza… ma l’intero sistema politico lo è – e ha rigettato duramente il dissenso di piazza quand’anche pacifico (con violenze della polizia, sanzioni, leggi-bavaglio, ecc.).
Insisto: naturalmente c’è una base importante del nazionalismo catalano storico, ma quello che mi sembra “specifico” dell’ascesa indipendentista oggi è la difficoltà indotta dalla crisi e il rigetto del sistema politico spagnolo. La confusione tra la questione nazionale-territoriale e la questione democratica (“la chiamano democrazia ma non lo è”) spiega, a mio avviso, la convivenza in strada di soggetti così diversi. Particolarmente visibile nel giorno della disobbedienza del 1° ottobre. Si parla anche di “indipendentismo non nazionalista”. È il caso di molti amici coinvolti nel 15M – fino a due giorni fa totalmente estranei a questioni identitarie. Un indipendentismo insospettabile.

Efficacia
Perché questo malcontento si incanala nella via indipendentista e non attraverso percorsi più simili al 15M? Preferisco non vederlo in termini di “manipolazione”. Credo che sia più una questione di “efficacia”; molti intravedono nella via indipendentista una potenziale riuscita nella frattura con il sistema politico spagnolo, anche a costo di mandar giù molti rospi (coloro che ieri applicavano i tagli in Catalogna sono gli alleati di oggi).
Questi i tre argomenti sostenuti:
È una strategia. Nel 15M vivevano invece una serie di pratiche, locali e localizzate, ma non una visione sistemica.
È sostenuta dalla classe politica catalana. Si pensa che i politici abbiano finalmente gli strumenti per attuare alcuni cambiamenti e che sia un suicidio voltare le spalle come il 15M a suon di “non ci rappresentano”.
S’è fatta strada l’idea di un’indipendenza senza costi, come un cambiamento che non richieda trasformazioni dell’esistenza (al contrario del 15M) che, in larga misura, possano essere delegate.
Condivisibili o no, sono istanze su cui riflettere – e da non rigettare – comunque ci si dichiari interessati al cambiamento sociale.

Noi e loro
Cosa accade quando il desiderio di cambiamento e di rottura si articola in una chiave nazionalista (benché strategicamente)? Alcune cose che puoi immaginare, altre hanno a che fare con la nostra storia locale. Il primo problema è il “noi” e il “loro” che se ne ingenera.
I simboli nazionali (nonostante una recente – e banale – querelle) non possono essere piegati alle circostanze, ma sono intrisi di storia, di esperienze e di emozioni. Il “popolo catalano” come soggetto di cambiamento lascia fuori chi non vi si riconosca. Non ne deriva un incoraggiante ed inclusivo “noi”, piuttosto un’identità dai confini non duttili.
In Catalogna la metà dei catalani ne farebbe volentieri a meno, terrorizzata com’è da un cambio di nazionalità. Al di fuori, la questione gode di poca – o nessuna – simpatia. A Madrid, per esempio, siamo andati in piazza per mostrare solidarietà contro la repressione e per chiedere “dialogo”, ma nient’altro. Non ci si ritiene coinvolti in un processo comune. E l’isolamento è un fattore di debolezza.
Il quadro nazionalista sposta il focus dal “cosa” verso il “chi”: il problema non sono più le banche, i media, la repressione o l’oligarchia, ma i banchieri, i media, le forze dell’ordine e gli oligarchi spagnoli. Quello che era “comune” – le vite al tempo della crisi e il rifiuto del neoliberismo – si spacca e si perde articolandolo in chiave sciovinista.

Spanishness
La situazione ha rilanciato una “spanishness” che non avevamo mai visto in decenni: né durante la crisi economica (l’opposto di quello che sta succedendo in Europa), né dopo l’attacco ferroviario dell’11 marzo 2004 (al pari di quanto accaduto  negli Stati Uniti con l’9/11 del 2001). Neanche in momenti al calor bianco – come il rapimento del consigliere del PP Miguel Angel Blanco da parte dell’ETA – i fascisti sono stati ammessi a partecipare alla protesta madrilena, ne ho vivo il ricordo. Ora la facciata di casa mia – come tutta Madrid – è vestita di bandiere spagnole. Inquietante.
Detto tra noi, non ritengo che il proliferare di bandiere equivalga puntualmente ad un rafforzamento del sentimento nazionalista. Mi spiego: questo rilancio non ha alcun costrutto, si fonda solo sull’esigenza del governo centrale del “pugno duro” (invece del porgere la mano o del “dialogo”) e su emozioni condivise per “la Roja” (la nazionale di calcio spagnola, i cui successi negli ultimi anni si devono al Barça di … Guardiola!).
La bandiera codifica dei disagi molto contemporanei: l’incertezza esistenziale in tempo di crisi e la domanda di ordine e stabilità. Questo è il contenuto effettivo e sostanziale dell’attuale spanishness. Non troverete gli elementi religiosi, marziali o eroici del nazionalismo spagnolo “classico”. La paura e l’urgenza securitaria è quanto s’invoca, non già la nostalgia di una Spagna imperiale o simili. Questo penso.

Reality Check
In questi giorni niente è come sembra. Ecco perché la situazione appare tanto contorta. Non esiste di fatto il nazionalismo catalano, piuttosto il rifiuto del sistema politico spagnolo. Non è esattamente “spanishness”, ma un desiderio che suscita una reazione impaurita di ordine e normalizzazione nella globalizzazione. Non esiste un “franchismo vs democrazia”, né una “oligarchia dal volto umano”, tantomeno un’Europa in potenziale rilancio. Le figure della realtà sono scollate dalla materialità, ovunque ci sono illusioni ottiche, simulacri.
Nondimeno, dal 1 °ottobre si sono posti a verifica alcuni abbagli dell’indipendenza:
– Da una parte, nel corso delle manifestazioni, la diversità e la divisione (passeggera o profonda?) della società catalana. Non esiste “un” popolo, ma almeno due. Questa polarizzazione alimenta la strategia repressiva del PP.
– Dall’altra, è emerso che non possa esserci “indipendenza senza costi”. Le aziende e le banche stanno cambiando sede (per non lasciare la zona UE) e valutano di abbandonare la Catalogna in via definitiva.
Improvvisamente “il potere reale” s’è manifestato e con questo una domanda serpeggia: si accetterebbe di vivere più poveri ma in una Catalogna indipendente? Qual è l’orizzonte del compromesso e del desiderio?
– Infine, i politici che “detengono le chiavi” del cambiamento fanno i propri calcoli (non attendono solamente ai mandati popolari) e improvvisano anche con molta ingenuità (irresponsabilità?), sperando ad esempio in un intervento salvifico dell’Europa. Insomma, quella che mi pare dimostrare la propria inadeguatezza oggi (come accaduto con Podemos) è l’immagine del cambiamento sociale come “assalto al cielo”: un cambiamento radicale dall’alto, anche se fondato su mobilitazioni dalla base; epico e istantaneo; la vittoria piena sul nemico; un cambiamento di cui basti parlare perché si renda effettivo (si dichiara l’indipendenza…ed eccola!)

Impasse
Adesso? Nessuno sa dirlo, io men che meno. Gli amici più ottimisti credono ancora che si possa “trascendere” ciò che accade: radicalizzare il “diritto a decidere” per arrivare a “decidere tutto” (avvicinandosi a un’idea di democrazia simile a quella di 15M: democrazia quotidiana, democrazia del fare, democrazia reale); o radicalizzare il timido processo di riforma costituzionale che sembra aprirsi per sviluppare un vero e proprio “processo costituente” in cui ridefinire dal basso le regole della vita in comune (incluso l’affrancarsi o meno della Catalogna). Uscire uniti da “questa” Spagna piuttosto che lasciare la Spagna.
Gli amici più scettici restano silenziosi, preferiscono non fare massa critica, non essere manipolati da logiche sentite come estranee, logiche di fazioni e di “guerra”, processi molto astratti senza una connessione definita con la materialità della vita quotidiana. Vedremo.
In ogni caso, l’indipendentismo mi sembra un’impasse. I nostri disagi e i desideri di cambiamento richiedono nuove mappe e strumenti, e tuttavia continuiamo a orientarci con quelli vecchi. Riceviamo un attacco sul fronte economico e rispondiamo su quello politico (agguantare il potere, fondare un nuovo Stato); la politica non decide più nulla.
Sostenitori del 15M o di Podemos, ovvero indipendentisti dell’ultima ora… Tutti dobbiamo pensare profondamente al neoliberismo in cui si stagliano le nostre vite. Quel potere che non si candida, ma vince tutte le tornate e governa le istituzioni senza esserne stato mai investito. Quel potere che non è esattamente un “regime politico”, ma un sistema sociale che attraversa tutta l’esistenza (un “mondo” come alcuni dicono). Un potere non alieno, che riproduciamo in mille gesti e decisioni quotidiane (il server su cui abbiamo i nostri account, la scuola che scegliamo per i nostri figli, la banca in cui depositiamo i risparmi, ecc.). Un potere anonimo e silenzioso che non si palesa nella versione semplificata della realtà che i media offrono ogni giorno, con la loro necessità ‘hollywoodiana’ di lavorare su personaggi, plot e azioni (il famoso giornalista spagnolo Ferreras che mette la colonna sonora alle notizie…).
Come si sfida quel potere, come può essere fermato? Dobbiamo ripensare radicalmente il cambiamento sociale: un processo lento e a lungo termine, non subitaneo e epico; un cambiamento declinato nelle pratiche quotidiane, non un ‘D’ day; una trasformazione non enunciata e tuttavia costruita, in cui “l’altro” che non ci è affine non sparisce ma impariamo a conviverci.
Beh, mi fermo qui. Che ne pensi di questo caos? Vorrei sentirti.
Continuiamo a pensarla allo stesso modo.
Ti mando un forte abbraccio,
A.

lunedì 23 ottobre 2017

L'Europa, Ponzio Pilato e la violenza di Stato - Giuseppe Aragno

  
Democrazia vuol dire regole, bofonchiano Mentana e soci, ma si guardano bene dal ricordare che due governi europei di fronte allo stesso problema si sono comportati in modo diametralmente opposto, uno democratico e l'altro fascista. Il Regno Unito, infatti, cambiò le regole, lasciò che la Scozia facesse il suo referendum sull'indipendenza ed evitò interventi armati, arresti e feriti. Democrazia vuol dire regole, ma i pennivendoli di casa nostra fingono di non sapere che la Costituzione di cui è armato Rajoy non condanna esplicitamente il franchismo, lascia al loro posto i franchisti impuniti, consente a falangisti vecchi e nuovi di scorrazzare per il Paese, riconosce una "nazione spagnola" e - rigida com'è - nel 2010 ha potuto rifiutare ogni offerta catalana di mediazioni che erano il frutto di un lavoro quadriennale. La nostra stampa lo sa, ma preferisce ignorarlo: la polizia catalana è stata commissariata e ora la guida un personaggio ambiguo, Diego Pérez del los Cobos, fratello di Francisco, l'ex Presidente della Corte Costituzionale che ha pervicacemente impedito una soluzione "inglese" della questione. Sarà un caso, ma i due fratelli provengono entrambi dall'ultradestra. Non bastasse - anche questo si sa ma nessuno lo dice - i poliziotti spagnoli protagonisti della repressione sono attualmente ospiti di alcune navi passeggeri affittate a compagnie italiane - grandi navi veloci e Moby/Tirrenia - cancellate dalle corse di Sardegna. Ce n'è quanto basta per una interrogazione parlamentare, ma chi dovrebbe farla? I "nominati" accampati nella Camera dei Fasci delle Corporazioni?
Qualcuno a questo punto si meraviglia se, per Mentana e soci, la Spagna e l'Unione Europea sono democratiche e pluraliste, mentre gli inglesi, che hanno democraticamente mollato l'Europa, sono invece populisti e nazionalisti di destra?
Sono stato a Parigi nel 2004, ai tempi del referendum sull'Europa. Qui da noi la stampa di regime sputava veleno sul "Grand Debat" e sul "nazionalismo francese", però la sera, nelle scuole pubbliche che venivano lasciate aperte e affidate ai cittadini, incontravo tanta gente di sinistra ostile a un'Europa massacratrice di diritti. Testimone oculare, scrissi in questo senso un articolo per il settimanale campano del Manifesto e fui tra i pochi a mettere pubblicamente in discussione l'idea che rifiutare questa Europa fosse una "cosa di destra" e una "scelta antieuropeista". Fu di destra, invece, di destra estrema, la scelta di ignorare la volontà dei popoli e di definire populismo ogni critica alla ferocia capitalista che decideva e decide contro la volontà dei popoli. Ne venne fuori - oggi è sotto gli occhi di tutti - l'aborto che chiamiamo Europa unita.
Vi chiedete perché metta insieme in maniera frammentaria fatti apparentemente diversi tra loro? Lo faccio perché intendo sgombrare il campo dall'idea generica e superficiale che gli indipendentisti siano sempre e comunque di destra e impedire che una concezione astratta di "Stato Occidentale" ci porti a credere che la Spagna sia una "democrazia pluralista". I fatti hanno dimostrato che Madrid ha un governo più o meno fascista, guidato da un proconsole della Troika, che tratta gli spagnoli come fossero abitanti di una colonia del Nord Europa. Un proconsole che difende interessi e privilegi delle classi più agiate del Paese a danno di quelle più povere ed emarginate. In linea di principio, quindi, si badi bene, la Catalogna, la più ricca e agiata tra le realtà che formano la Spagna, dovrebbe essere alleata di Rajoy. Se questo non accade, vuol dire che l'indipendentismo non nasce solo da questioni di carattere economico.
Mio figlio ci ha vissuto due anni e la Catalogna un po' la conosco. Se ti ammali, in ospedale trovi solo giovani medici inesperti che se ne vanno nel settore privato appena si son fatti le ossa. Un attacco di appendicite può diventare peritonite e tu rischi la pelle. Perché non credere che dietro la lotta dei catalani ci sia anche il rifiuto del modello di Europa che rappresenta Rajoy e l'affermazione di un'aspirazione: un'Europa che non nasca dall'integrazione di Stati nazionali, ma poggi sul federalismo tra realtà regionali? In Catalogna sono stato invitato più volte: un convegno, di cui si sono pubblicati gli atti, la presentazione di un mio libro, la messa in scena di un lavoro teatrale di cui sono coautore, voluta dalla Generalitat de Catalunya e dal Memorial Democràtic per ricordare una famiglia di antifascisti napoletani che lottò assieme ai repubblicani. Barcellona antifascista, quindi, ha ricordato quegli antifascisti di cui Napoli non si è mai occupata come avrebbe dovuto. La Catalogna è sinceramente antifascista. Lo è per l'eredità storica della guerra di Spagna. Non posso dire la stessa cosa di Madrid, alla cui università ho tenuto una lezione a due voci con Mirta Nuñez Díaz Balart, ma ho anche incontrato la contestazione franchista.
In Catalogna ho amici. Elisabetta Donatello, Ida Mauro storica e militante, Steven Forti, un italiano, che insegna storia contemporanea a Barcellona e spesso fa da consulente e opinionista per il TG3. Non sono per gli indipendentisti, ma non li criminalizzano e soprattutto puntano il dito sulla balbettante transizione dal franchismo alla democrazia e sulle responsabilità di governi come quello di Rajoy. Dovremmo riflettere sulle "insalate russe" che si definiscono "grandi coalizioni", ma mettono assieme il diavolo e l'acqua santa per schiacciare i diseredati e i nuovi poveri creati dalla crisi economica. Le "grandi coalizioni" non sono la "democrazia pluralista", ma il populismo di Stato, il volto formalmente legale di una deriva autoritaria.
In quanto alla violenza di Stato, essa è ormai un modello europeo. Lo utilizza ampiamente Minniti qui da noi ed è una minaccia concreta per la democrazia. Parlare oggi di Catalogna dimenticando tutto questo vuol dire vender fumo. La Catalogna probabilmente è oggi la cartina di tornasole da cui emerge il volto vero dell'Unione Europea, con i problemi immensi che essa produce e ignora. Se penso a ciò che accade a Napoli, al peso che le leggi europee hanno sulla sorte della città, alle armi che l'Unione offre a governi di dubbia legittimità che ci tagliano i viveri e ci soffocano per impedire ogni scelta autonoma, se ci penso, oggi non posso fare a meno di sentirmi catalano.

martedì 10 ottobre 2017

Felipe, cállate! - Lanfranco Caminiti




In sei minuti sei di messaggio televisivo Felipe de Borbón y Borbón-Dos Sicilias (il che, come dire, ci dà tutto il diritto di dire la nostra) ha sciorinato una serie di banalità senza riuscire a trovare una parola una di condanna della violenza poliziesca contro cittadini inermi che volevano esercitare il diritto al voto.
Ha speso parole per lo stato di diritto e la democrazia, per l’unità della nazione, e ha rassicurato “il popolo spagnolo” che non ci sarà alcuno strappo, anche se “alcune istituzioni catalane” (che sono, in sostanza, colpevoli della situazione che si è creata) stanno facendo precipitare le cose.
Sembra una dichiarazione preventiva della possibilità di richiamare l’articolo 155 della Costituzione spagnola che sospende l’autonomia regionale. E, in ogni caso, suona come un avallo, al massimo grado dato che Felipe è il capo dello Stato, del comportamento della Guardia civil e della Polizia nazionale.
Così, da oggi ci sono cittadini spagnoli di serie A – quelli che seguono alla lettera le indicazioni del governo – e cittadini spagnoli di serie B, quelli che invece vogliono pensare con la propria testa. Senza tenere conto che proprio questo clima rovente ha impedito anche a chi avrebbe voluto votare NO o astenersi di esprimere la propria opinione. Ora è Felipe che pensa per loro.
È la prima volta che Felipe pronuncia un discorso alla nazione, a parte gli auguri cerimoniosi per le festività. E subito la mente è corsa alla notte – 23 febbraio 1981 – in cui il padre, Juan Carlos, mentre il colonnello Tejero teneva in ostaggio le Cortes aspettando una qualche mossa dei generaloni dell’esercito, apparve in televisione a “garantire” la democrazia; i generaloni capirono che per portare avanti il golpe avrebbero dovuto buttarla giù, la monarchia, fosse stata complice o consapevole o all’oscuro delle minacce che si stavano preparando, e anche per una genia di reazionari come la loro questo era forse troppo. Tejero fu abbandonato al suo destino. Quindi, emergenza per emergenza: i catalani stanno realizzando un golpe?
Felipe si è schiacciato sul governo Rajoy, ha difeso l’indifendibile, la vergogna, proprio mentre da più parti – anche dalla Catalogna, come a esempio il sindaco di Barcellona Ada Colau – si levano voci per trovare mediazioni, soluzioni, per rimettere la politica al primo posto.
Sarebbe stato meglio, per tutti, che Felipe avesse taciuto. Sarebbe meglio, per tutti, che stesse zitto.
#Cállate, Felipe.

giovedì 5 ottobre 2017

Sul referendum catalano tutti usano il vecchio trucco della patria - Martín Caparrós


Niente comincia davvero, tutto è proseguimento di qualcos’altro, però se questo fosse un racconto si potrebbe dire che è cominciato nel 2010, quando la crisi economica globale ha raggiunto la Spagna. Quell’anno il Partito popolare ottenne che la corte costituzionale annullasse lo statuto autonomo che i catalani avevano votato quattro anni prima. Al potere in Catalogna c’era allora quello stesso partito della destra catalanista che, pur essendo rimasto al potere più di due decenni, mai aveva parlato di indipendenza per la sua regione. E non lo aveva fatto neanche sette anni fa.
Però la crisi si aggravava e il governo catalano decise di rifarsela sui più deboli. Tra il 2010 e il 2015 ha ridotto il bilancio destinato ad alloggi, istruzione e sanità pubblica di più del 15 per cento. In nessun’altra comunità spagnola i tagli sono stati così brutali. Ci sono state proteste, a migliaia, nelle piazze. Spaventato, il governo ha capito che doveva fare qualcosa.
Freud (quanto tempo era che non lo citavo) parlava dei “ricordi-schermo”, quelli che servono per allontanare ciò che non vogliamo prevedere, le minacce del futuro, come succede in qualsiasi religione e in molti discorsi politici, per fare due buoni esempi. Il partito della destra catalana è ricorso al più classico di essi: il vecchio trucco della patria.
Un’idea paranoica
Tutta la colpa, hanno detto, era di Madrid. E così il governo centrale di destra, a sua volta colpito dalla crisi, vedendo l’opportunità, ci è saltato sopra: cosa c’era di meglio che imitare i colleghi catalani e agitare lo stesso spettro? Si trattava di una curiosa coincidenza: sia Artur Mas a Barcellona sia Mariano Rajoy a Madrid pensavano che i fantasmi patriottici sarebbero serviti a nascondere altri spettri, e hanno cominciato a evocarli a gran voce. “Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”, diceva il dottor Samuel Johnson. Battersi e sventolare bandiere conveniva a entrambi gli uomini: è così che è cominciata questa gara di provocazioni, minacce e assurdità che rischia di dar vita a nuove frontiere.
La patria è un’idea paranoica, che funziona in relazione a una minaccia esterna, e la paranoia è una merce che si vende sempre facilmente. È facile entusiasmarsi con la patria. È facile credersi diversi dagli altri, è facile credersi migliori degli altri. È facile credere che tutti i mali vengano da quelli che si trovano più lontani, quelli che non sono nostri parenti, che non sono nostri vicini, che non sono dei nostri. È più comodo, più rassicurante: evita vari problemi ed evita soprattutto lo sforzo di dover pensare.
Il maggior effetto della patria è appiattire le differenze, le sfumature: fa in modo che qualsiasi altra considerazione scompaia di fronte alla forza di questo gruppo di, così si dice, uguali. Di fronte all’aumento, negli ultimi anni, delle disuguaglianze nella società catalana, come nel resto di quella spagnola, dovuto alla concentrazione della ricchezza, alla perdita di posti di lavoro e agli errori economici, la cosa più facile per molti catalani è stato dire “Espanya ens roba” (la Spagna ci rapina). È quanto hanno fatto anche i britannici che hanno votato a favore della Brexit o gli statunitensi che hanno votato per Trump. Ed ecco i risultati.
Ed è così che la grande destra catalana, stranamente alleata alla sinistra repubblicana, contando sulla maggioranza nel parlamento autonomo, ha convocato un referendum affinché i catalani votino per dire se vogliono o meno l’indipendenza. Il referendum è stato annunciato per il 1 ottobre e la legge che lo regolamenta prevede che in caso di vittoria del sì, tramite una maggioranza semplice di voti e senza un quorum, il parlamento debba dichiarare entro 48 ore l’indipendenza.
L’indipendenza è un concetto sfuggente. Credo che molti catalani non immaginassero lo sforzo, il costo e la volontà richieste per dare vita a un paese nuovo. Non si vedevano, e lo dico avendo vissuto lì vari anni, nella società catalana l’energia e l’urgenza necessaria per inventare un paese, per dare forma concreta a un’idea. Sembrava che immaginassero l’indipendenza come uno stato idilliaco, fatto di amore e tradizione, di ritorno a un passato che non era mai esistito. Come se non pensassero che sarebbe stato necessario creare un grande apparato statale, uscire dalla comunità europea, perdere per un certo periodo il proprio principale mercato economico, la Spagna, e rinunciare ai propri livelli di vita. E accettare che il Barça giochi in un campionato di secondo piano.
La cocciutaggine di Rajoy
Per questo non sarebbe stato difficile, fino a qualche mese fa, contenere questo impulso o, perlomeno, convogliarlo. Il governo centrale avrebbe potuto trovare un modo di farlo: informando sulle complicazioni di un’eventuale separazione, insistendo sul fatto che la Spagna ama e ha bisogno della Catalogna, discutendo migliori termini di convivenza. E, in ultima istanza, organizzando un referendum legale, consensuale, che prevedesse che per convalidare la propria secessione la popolazione di una regione necessita di due terzi o tre quarti dei voti, con un quorum minimo di partecipanti. In fin dei conti, tutti i sondaggi rivelano che tre catalani su quattro desiderano votare e decidere, però meno della metà di loro sceglierebbe l’indipendenza. Votare, e votare a favore dell’indipendenza, sono due cose radicalmente distinte. La cocciutaggine di Rajoy e dei suoi le hanno rese una cosa sola.
Avevano molte possibilità e le hanno sprecate, credendo che per compiacere il proprio pubblico convenisse mantenere l’immagine di galantuomini orgogliosi e inflessibili, che tanto servì ai loro antenati per costruire la celebre leggenda nera spagnola. E ora insistono con la loro assurda miscela di sordità e aggressività: continuando a rifiutare ogni forma di dialogo, sequestrando milioni di schede elettorali, inviando forze di polizia con elicotteri e motoscafi, incriminando più di settecento sindaci, arrestando una dozzina di dirigenti e creando un clima di occupazione che non fa altro che favorire gli altri nazionalisti. L’immagine della guardia civil spagnola che impedisce ai cittadini catalani di votare è una di quelle che possono rimanere impresse per vari decenni.
Il governo del Partito popolare insiste nel dire che il referendum è incostituzionale. Lo è, ai sensi della legge, però non sempre il testo di una legge ne traduce lo spirito. È difficile, in una democrazia, sostenere che un popolo non abbia diritto di esprimersi alle urne. Ed è ancor più difficile reprimerlo quando cerca di farlo. Il referendum è forse illegale. Ma, con la sua violenza, lo stato centrale lo sta legittimando.
Attacchi intollerabili
Si è sempre detto che la principale caratteristica dei catalani era il seny: il buon senso, la ragionevolezza. In questo caso l’intolleranza centralista li sta distruggendo. Sempre più catalani si convincono a sostenere un indipendentismo che, fino a qualche settimane fa, li spaventava o non li interessava. Sempre più persone dicono che non gli interessa quale sarà il prezzo da pagare: non vogliono più tollerare gli attacchi e le prepotenze spagnole. Se in futuro vorremo capire com’è possibile arrivare a situazioni che apparivano impossibili, quello catalano diventerà un caso esemplare: di come due parti che credevano di poter controllare uno scontro a bassa intensità lo hanno trascinato verso l’abisso.
Il 22 settembre Mariano Rajoy ha annunciato che il suo intervento politico e giudiziario era già riuscito a disinnescare il referendum. È probabile che il governo catalano, messo in ginocchio, non riesca a organizzarlo. La votazione sarà sostituita dall’intenzione di votare: il 1 ottobre queste intenzioni si trasformeranno in marce, picchetti e occupazioni varie, come quella cominciata all’Università di Barcellona.
E così non si saprà mai cosa avrebbero votato i catalani. Non ci saranno dati né certezze, ma solo nuove illusioni: i dati si possono discutere, le illusioni no. E nessuno può escludere che lunedì 2 ottobre il presidente catalano Puigdemont dichiari l’indipendenza della Catalogna, che la Spagna intervenga manu militari, che i catalani resistano e chissà che altro. Mariano Rajoy passerà alla storia come lo stolto che, dovendo scalare una dolce collina, la trasformò in un Everest: grazie ai suoi sforzi gli indipendentisti stanno ottenendo quella legittimità che, nelle nostre società, è riservata alle vittime. Niente di meglio per chi ricorre al vecchio trucco della patria.
(Traduzione di Federico Ferrone)

martedì 3 ottobre 2017

Repubblica federale, o la Spagna non esisterà più – Luis Sepúlveda

«Mariano Rajoy sta giustificando la brutalità dimostrata dalla Guardia Civil e dalla Policía Nacional contro una popolazione civile, contro cittadini che, con o senza ragione, volevano solo andare alle urne e votare». Luis Sepúlveda, scrittore cileno che ha scelto di vivere in Spagna il suo lungo esilio, e di cui è appena uscito in Italia il libro “Storie ribelli” (Guanda) parla con il “Corriere della Sera” mentre in televisione scorrono le immagini della conferenza stampa del premier spagnolo, che ha dato ordine ai reparti antisommossa di usare la forza contro la popolazione: oltre 700 persone ferite da pugni e calci, manganellate e proiettili di gomma. «Fino a pochi giorni fa, il numero dei catalani disposti a partecipare al referendum era la metà di quelli che hanno poi tentato di votare», osserva Sepúlveda, intervistato da Sara Gandolfi. I catalani «non hanno votato per o contro l’indipendenza», sostiene l’autore del bestseller “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. I cittadini di Barcellona e Girona «votavano per il diritto a decidere liberamente, e contro l’arroganza di un governo ottuso, troppo vicino al franchismo, troppo immobile e insensibile ai problemi che si devono risolvere in modo politico e mai con la forza della repressione».
I suoi colleghi Vargas Llosa e Javier Cercas hanno definito il referendum un golpe? «Sciocchezze», taglia corto Sepúlveda: «Chi ha fatto un colpo di Stato? Quelli che sanguinavano nelle strade e negli ospedali della Catalogna?». Come si è arrivati fin qui? Chi sono i “colpevoli” di una tensione degenerata in violenza? «C’è stata una lunga serie di offese e incomprensioni tra lo Stato spagnolo e la Catalogna», dice lo scrittore, «e la situazione si è aggravata quando il Tribunale costituzionale, composto da giudici in maggioranza di destra, ha eliminato lo Statuto d’autonomia catalana, votato e approvato dal Parlamento della Catalogna». Poi, aggiunge Sepúlveda, c’è l’immobilismo della destra iberica: «La tattica di Rajoy è non fare nulla, perché tutto scivoli via, senza curarsi dei costi sociali e politici». Per il romanziere cileno «è mancato il dialogo da entrambe le parti», ma soprattutto «è mancata la volontà politica da parte del governo spagnolo per aprire le porte a questo dialogo: la destra ha sempre fatto affidamento più sulla repressione che sul dialogo».
«Vivo in Spagna da tempo», continua Sepúlveda, «e ho potuto constatare come i settori più retrogradi della società spagnola, quella parte della popolazione con diritto di voto che appoggia senza tentennamenti la destra, ha estratto dai vecchi resti della storia ciò che c’è di più rancido e assurdo del nazionalismo fascista». Secondo lo scrittore, già militante del partito comunista cileno e sostenitore di Salvador Allende, deposto e ucciso da Augusto Pinochet l’11 settembre 1973 nel corso del golpe organizzato dall’élite neoliberista attraverso la Cia, in Spagna «la destra ha avvelenato la politica con l’odio, e lo stesso hanno fatto in Catalogna quelli che credono che l’indipendenza sia un atto di magia». Se la polizia che picchia gli inermi nelle scuole rinvia alla mattanza del G8 di Genova, la tensione tra centro e periferia “ribelle” risveglia i peggiori fantasmi europei, quelli della sanguinosa guerra civile jugoslava. Tra Barcellona e Madrid, ricorda il “Corriere”, ci sono ferite storiche ancora aperte. La transizione democratica non ha funzionato? «La transizione fu un patto del silenzio», dice Sepúlveda. «E nella storia i silenzi si rompono sempre». Da una parte la capitale “franchista” e monarchica, dall’altra la città-leader dei repubblicani democratici, socialisti e anarchici, oggi nazionalisti anti-spagnoli.
Forse, si domanda Sara Gandolfi, alla Spagna serviva un processo di riconciliazione post-dittatura come quello avvenuto in Cile?  Sepúlveda è netto: «In Cile – accusa – si è imposta l’amnesia come ragione di Stato». E aggiunge: «Di quale riconciliazione si parla quando lo Stato ancora non chiede scusa alle vittime, e i torturatori e i loro complici continuano a vivere in situazioni di privilegio, compresi quelli che stanno in carcere?». E allora, come risolvere l’impasse in Spagna? «La soluzione è politica – dice Sepúlveda – e passa da una riforma della Costituzione spagnola». Spiega: «La Spagna deve essere uno Stato federale». Oggi però, dopo la violenta repressione del 1° ottobre «e le dichiarazioni ottuse di Pedro Sánchez», il leader socialista del Psoe (che prende le distanze dalla rivolta civile di Barcellona) in Catalogna «c’è più volontà indipendentista che mai». Così possono iniziare le guerre civili? «La società catalana è colta, civilizzata, dialogante, moderna», assicura Sepúlveda: «I catalani non darebbero mai inizio a una guerra civile». Il problema è un altro: la vera natura statuale della Spagna, monarchia costituzionale che tiene insieme regioni diversissime dove si parla il castigliano e il catalano, il basco, il galiziano, l’asturiano e l’aragonese. Conclude Sepúlveda: «La Spagna è un insieme di nazioni e il suo futuro è federale e repubblicano. O non avrà futuro».

lunedì 2 ottobre 2017

sul referendum catalano ha ragione Rajoy (nel 2006) - bortocal


il video sopra e` incredibile!
parla l’attuale primo ministro spagnolo, che oggi manda la polizia a impedire una consultazione democratica, e 11 anni fa, invece, la voleva.
dice (diceva):
Sollecito formalmente la celebrazione di un referendum.
Confido che il governo sappia essere all’altezza delle sue responsabilità.
Quando i cittadini chiedono un referendum perché vogliono decidere, la risposta non può essere: tranquilli, non succede nulla, confidate in me.
Che scherzo è` questo? 
Non siamo, almeno per il momento, in un regime populista.
Signori, davanti ad una domanda tanto legittima, tanto ragionevole, con un appoggio così vigoroso, non possiamo certamente immaginare che un governo democratico si opponga e lo rifiuti.
Farebbe a pezzi tutti i suoi proclami sul dialogo.
Questa è  la voce dei cittadini, signori.
E` molto facile ascoltarla e conviene farlo.
molto ragionevole, no?
. . .
il referendum del 2006 riguardava in realtà lo Statuto di Autonomia della Catalogna e non una richiesta di indipendenza: si svolse poi il 18 giugno 2006 e sostituì  lo statuto del 1979.
una sentenza del Tribunale Costituzionale Spagnolo del 28 giugno 2010 ne ha poi annullato vari articoli, provocando una manifestazione di protesta, il 10 luglio 2010, a Barcellona, e ponendo le basi della attuale grave crisi politica.
comunque quelle considerazioni suonano tuttora come un gravissimo segno di doppiezza.
ma era il 2006, al governo c’era Zapatero, a capo di un presunto governo di sinistra spagnolo, e non voleva ammettere il referendum in Catalogna neppure lui.
. . .
gioco delle parti: i partiti politici spagnoli, che si dicano di destra o di sinistra, sempre un poco franchisti sono anche oggi.
io non dico nulla sull’indipendenza della Catalogna, è affare dei catalani.
dico la mia sulla repressione di una consultazione popolare definita anti-costituzionale.
. . .
anche il referendum lombardo e veneto del 22 prossimo, nella sostanza, è  incostituzionale, dato che la Corte Costituzionale ha detto, cancellando 4 quesiti dei 5 in origine previsti, che la nostra Costituzione non ammette referendum sulle questioni fiscali.
quindi non ha valore giuridico un referendum fatto per trattenere una quota maggiore delle imposte lombarde in Lombardia, e infatti questo quesito sulla scheda non c’è.
però nella sostanza i leghisti e le destre danno al referendum questo valore, e non quello che c’è scritto sulla scheda – che, del resto, è poco più` di nulla.
per questo non si deve andare a votare il 22 a questo referendum farsa.
. . .
ma, detto questo, vi sembrerebbe accettabile che la polizia dello stato centrale occupasse i seggi e picchiasse i votanti?
una volta si diceva che dio toglie la ragione a chi vuol mandare in malora.
allora, dio vuol mandare in malora parecchia gente di questi tempi.
soprattutto in Spagna.
da qui