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domenica 25 gennaio 2026

Toussaint Louverture. La Rivoluzione francese e il problema coloniale - Aimé Césaire

 


Aimé Césaire racconta e spiega bene cosa è successo nell'isola di Haiti dopo la rivoluzione francese.

le parole Liberté, Égalité, Fraternité hanno affascinato il mondo, e nell'isola caraibica, sotto la guida di Toussaint Louverture, i neri si sono sollevati contro gli occupanti e colonialisti francesi.

a loro spese hanno capito che quel motto valeva solo per i francesi bianchi, e neanche tutti, e i governanti francesi, quelli della rivoluzione francese, dei neri colonizzati se ne fottono, la schiavitù e lo sfruttamento non saranno messi in discussione.

Anna Seghers (qui) aveva raccontato l'eroe Toussaint da giovane, Aimé Césaire racconta la storia della rivoluzione quasi riuscita, sotto la guida di Louverture, con documenti e relazioni della guerra contro la Francia.

grazie ad Aimé Césaire possiamo leggere un libro avvincente, istruttivo e chiarissimo sulla insurrezione di Haiti, fino alla morte omicidio di Toussaint.

buona (imperdibile) lettura.





Toussaint Louverture morì prigioniero dei francesi, a Fort de Joux, il 7 aprile del 1803, pochi mesi prima che venisse proclamata l’indipendenza della prima «repubblica nera» della storia umana, Haiti, il 28 novembre «a nome dei neri e degli uomini di colore», mentre in Francia la schiavitù era stata appena reintrodotta – e sarebbe rimasta in vigore per altri quattro decenni –, alla faccia del decreto del 1794. 

Come disse in quel frangente Jacques-René Hebert, pochi giorni dopo assassinato durante il Terrore, «arriverà un giorno, spero, in cui tutti i popoli della terra, dopo aver sterminato i propri tiranni, formeranno una sola famiglia di fratelli. Forse un giorno turchi, russi, francesi, inglesi e tedeschi, riuniti nello stesso Senato, comporranno una grande Convenzione con tutte le nazioni d’Europa. Sarebbe un bel sogno che, tuttavia, potrebbe realizzarsi. Non credo però che, come profetizza Anacharsis [Cloots], dovremmo fare i don Chisciotte e intraprendere una crociata universale per convertire alla libertà coloro che ancora non sono degni di conoscerla. Sta al tempo e alla ragione un tale miracolo. Cominciamo a stabilire da noi la libertà!».

La Rivoluzione francese, «al cospetto della questione coloniale» aveva dovuto «affrontare sé stessa», e a confrontarsi «con i princìpi da cui era nata», scrive ancora Césaire: esitò, tentennò, e arrivò a fagocitare sé stessa. Ma imparò anche, grazie alla determinazione di Toussaint Louverture e del suo esercito di schiavi, che la libertà non è una forza che puoi fermare a tuo piacimento. Che gli oppressi non hanno bisogno del permesso dei tiranni, per spezzare le catene: la fronda può diventare rivolta, e la rivolta rivoluzione. 

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giovedì 10 aprile 2025

La missione Rubio fallisce in Giamaica: l’assistenza medica cubana resta. E lui si vendica - Flavio Bacchetta

 

Non sapremo mai cosa si sono detti Donald Trump e Marco Rubio al rientro del Segretario di Stato a Washington dopo il meeting multilaterale a Kingston con Barbados, Giamaica, Haiti, Trinidad e Tobago, più altri stati caraibici collegati da remoto, e i due successivi in Guyana e Suriname.

Rubio era partito convinto di avere gioco facile con le isole anglofone, ma ha dovuto incassare un sonoro rifiuto alla richiesta di annullamento dell’accordo per l’assistenza medica fornita da Cuba. Gli Stati caraibici hanno fatto quadrato per difendere il programma concordato con l’Avana. Dal Covid in poi, dottori e infermieri cubani si sono rivelati pressoché insostituibili nel sostenere un servizio sanitario traballante, che diventa inesistente nel caso di Haiti.

Riguardo al petrolio importato nei Caraibi dal Venezuela, e negli stessi Stati Uniti dalla Guyana, il veto sull’energia è sfumato in partenza, dal momento che per ora i dazi su petrolio e gas non sono contemplati nell’agenda Trump. La Giamaica – che ha una partnership solida con Caracas per greggio e gas liquido – ha tirato un sospiro di sollievo, mentre la Guyana, forte dei suoi nuovi pozzi off shore, ha avuto gioco più facile, essendo già nella lista Usa dei paesi fornitori di petrolio.

Dal bastone alla carota

Rubio si è trovato subito in difficoltà: partito a spron battuto, minacciando i premier convenuti di ritirare a loro e al personale diplomatico il visto per entrare negli Stati Uniti se non avessero provveduto ad annullare i permessi che consentono ai medici cubani di agire all’estero, ha dovuto registrare il netto rifiuto degli alleati.

Dopo il timido no di Andrew Holness, primo ministro giamaicano, partner storico dei Rep Usa, Mia Mottley, primo ministro di Barbados, e Ralph Gonsalves per St. Vincent e Grenadine si sono detti pronti a restituire il visto seduta stante se il segretario di stato avesse insistito nel ricatto. Rubio ha cercato di svicolare con la tattica del divide et impera, chiedendo incontri separati con i singoli paesi, ma la Mottley lo ha inchiodato, accusandolo apertamente di voler indebolire i capi di governo convenuti. La leader delle Barbados aveva già negli anni passati fatto valere le sue ragioni, rimuovendo il 30 novembre 2021 la Regina dalla carica simbolica di Capo di Stato, proclamando la repubblica e uscendo così dal Commonwealth Realm, che ne limitava l’indipendenza amministrativa, vincolando l’economia bajana agli interessi del Regno Unito.

Fu uno smacco notevole per gli inglesi – che i bajani dileggiano chiamandoli redlegs (gambe rosse) – per i quali Barbados e Bahamas rimanevano colonie con le Cayman loro cassaforte. Dal 2021 Barbados affianca le isole gemelle di Trinidad & Tobago, già repubbliche dal 1970 pur mantenendo rapporti d’affari con l’ex impero. La Mottley aveva poi sferzato duramente i capi di stato convenuti al summit Onu sul cambiamento climatico, tacciandoli di ipocrisia e inerzia. Parole profetiche oggi che la questione clima è praticamente svanita dagli impegni Usa e il combustibile fossile salito di nuovo in cattedra dopo un decennio di parole al vento, letteralmente, su energie rinnovabili e auto elettriche.

Ipocrisia stelle e strisce

La strategia di Rubio si è dimostrata subito fallimentare, accusando i presenti di sfruttare il personale medico cubano in combutta con il governo centrale che secondo il Segretario di Stato usa i suoi medici come merce di scambio, togliendo loro il passaporto e incassando direttamente gli stipendi. In realtà Cuba trattiene il 60% delle spettanze per finanziare il programma che comprende anche la scholarship, l’istruzione gratuita per gli studenti che provengono da famiglie indigenti.

Gli stati ospitanti hanno dichiarato compatti che i medici immigrati sono trattati allo stesso livello dei sanitari locali. Per esperienza diretta, posso dire che diversi in Giamaica lavorano anche dentro strutture private che sono al di fuori del programma governativo, quindi nel complesso il trattamento di cui usufruiscono, pur se non privo di lacune, è comunque una via d’uscita visto che in patria – quando va bene – arrivano a stento a cento dollari al mese. I medici, non gli infermieri, claro.

L’ipocrisia di Rubio cozza con la realtà e il suo tentativo, se fosse riuscito, avrebbe causato un collasso del sistema sanitario caraibico e africano, senza contare che anche in Italia i dottori cubani si sono rivelati preziosi, in un SSN che da anni è diventato un colabrodo scarseggiando cronicamente di mezzi e personale.

Conclusioni

A Rubio è andata male anche in Guyana, che ha tenuto duro sul programma condiviso con Cuba, mantenendo duty free i prodotti petroliferi esportati negli Usa, frutto del greggio ricavato dalle estrazioni in mare. D’altra parte gli Stati Uniti ci tengono a mantenere buoni i rapporti con la nazione confinante col Venezuela non solo per il petrolio, ma anche per un eventuale intervento militare ai danni del nemico storico, ergendosi a difensori della Guyana sul contenzioso che Maduro ha iniziato, reclamando per sé la regione guyanese di Essequibo, ricca anch’essa di petrolio e che oltretutto equivale a circa un terzo del piccolo Stato caraibico.

È giocoforza per Trump sorvolare sulla questione ideologica, evitando di applicare dazi sulla materia prima importata dal suo alleato, essenziale per gli Stati Uniti.

Ps. La vendetta di Rubio non si è fatta attendere: l’ambasciata Usa ha emesso un nuovo Travel Warning per scoraggiare l’afflusso turistico verso Barbados, Colombia, Cuba, Giamaica (a cui era stata promessa la rimozione), Haiti, Messico e Venezuela per non aver ceduto ai suoi ricatti. Colpire le economie dei paesi in via di sviluppo che non si piegano alla volontà degli Stati Uniti è una specialità della Casa (Bianca) da sempre.

da qui

 

 

“Nella storia di Washington gli operatori sanitari di Cuba erano spie, ora sono vittime”

Omar Stainer Rivera è un ricercatore e scrittore cubano e ha pubblicato diversi articoli su quella che definisce la “strategia di boicottaggio” del governo degli Stati Uniti contro le missioni mediche cubane nel mondo ora, ancora una volta, colpito dalle recenti sanzioni promosse dal Segretario di Stato Marco Rubio. Stainer è anche l’autore del libro “The White House vs. White Coats”, che approfondisce questo argomento, e sta preparando un nuovo libro sull’argomento. Abbiamo condotto questa intervista al IV Colloquio Internazionale Patria 2025, tenutosi dal 17 al 19 marzo presso l’Università dell’Avana.

 

Stainer spiega che la strategia è cambiata. Fino a pochi anni fa, i medici cubani in tanti paesi erano presentati, nella retorica di Washington e in quella di certa stampa collegata, come “agenti del governo cubano”, anche come “spie” o “propagandisti del comunismo”, quando si trattava di cooperazione in paesi i cui governi non erano legati all’Avana; o, come strumenti per sostenere “le basi di appoggio al governo”, quando era alleato di Cuba, come nel caso del Venezuela. In entrambi i casi, l’account diplomatico e mediatico ha aggiunto due messaggi: l’incapacità professionale di questo personale cubano e l’accusa di aver “tolto il lavoro” al personale indigeno. Successivamente, la Casa Bianca ha cambiato il discorso e ha ritenuto più efficace presentare il personale di assistenza medica come vittima della “tratta di esseri umani” o del “lavoro schiavo”, una narrazione che si mantiene ancora oggi.

In ogni caso, l’obiettivo di questa strategia è quello di cancellare o rendere impossibile qualsiasi accordo medico di Cuba all’estero, sia annullandolo, sia rendendolo così difficile da renderlo impossibile firmarlo e attuarlo. Per cosa? Distruggere l’immagine della cooperazione cubana e porre fine alle entrate che, in alcuni paesi, Cuba ottiene per il suo sistema sanitario pubblico interno.

Per fare questo, il governo degli Stati Uniti utilizza vari attori subordinati: i media (il caso del “Wall Street Journal” è uno dei più significativi), le ONG come Prisoners Defenders, i membri del Congresso e i sindacati medici, tra gli altri.

Per quanto riguarda i Difensori dei Prigionieri, Omar Stainer indica che è la principale fonte del Governo degli Stati Uniti nei suoi rapporti sul “traffico di esseri umani” a Cuba, in un trattamento “circolare”, in cui il Governo e la suddetta ONG, che risponde al cento per cento ai suoi interessi, si alimentano a vicenda con storie, esempi e linguaggio.

Omar Stainer Rivera Carbó (La Sierpe, Sancti Spíritus, 1984): Laureato in Psicologia e master in Scienze della Comunicazione. Diplomato presso il Centro di Formazione Letteraria Onelio Jorge Cardoso. Ha vinto premi e menzioni al Concorso di Racconti Brevi dell’Editorial Capitán San Luis 2014 e 2015, così come al Premio 26 de Julio, dove ha ottenuto una menzione di ricerca e un premio nel genere biografico per il romanzo ancora inedito, su Félix Varela, Yo no sé callar. È stato finalista al Premio Fantoches 2019 con il romanzo Yo maté a Mella, dove vengono ricreati brani della vita di Julio Antonio Mella. Ha pubblicato Un país bajo la lluvia, Editorial Oriente, 2019.

X di Omar Stainer: @omar_stainer

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venerdì 16 febbraio 2024

«Il mondo sta entrando in un’era di caos» avverte l’Onu impotente - Ennio Remondino

 

«Il nostro mondo sta entrando in un’era di caos» lancia l’allarme il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, criticando le divisioni senza precedenti del Consiglio di Sicurezza, incapace di agire di fronte ai «terribili conflitti che stanno aumentando»«Non è la prima volta che il Consiglio è diviso. Ma è la cosa peggiore, l’attuale disfunzione è più profonda e pericolosa», ha avvertito Guterres presentando all’Assemblea generale le sue priorità per il 2024.

 

ll multilateralismo negato dai più forti

Guterres ha sottolineato che «i governi stanno ignorando e minando i principi stessi del multilateralismo, senza responsabilità. Il Consiglio di Sicurezza, il principale strumento per la pace nel mondo, è in un vicolo cieco a causa delle spaccature geopolitiche».

Consiglio di Sicurezza o di ricatto?

Criticando le divisioni senza precedenti del Consiglio di Sicurezza, Guterres ha sottolineato che «durante la Guerra Fredda, meccanismi ben consolidati hanno contribuito a gestire le relazioni tra le superpotenze, ma nel mondo multipolare di oggi tali meccanismi sono assenti. Il nostro mondo sta entrando in un’era di caos».

Il caos del tutti contro tutti

«E vediamo i risultati: un pericoloso e imprevedibile tutti contro tutti, nella totale impunità», ha denunciato ancora, dicendosi preoccupato per una nuova proliferazione nucleare e lo sviluppo di «nuovi mezzi per uccidersi a vicenda e per annientare l’umanità».

Tragedia Gaza e attacco a Rafah

All’assemblea generale dell’Onu, Guterres ha messo in guardia da un attacco di terra israeliano a Rafah, che avrebbe «conseguenze regionali incalcolabili».

Agenda Onu 2024

La nostra organizzazione è stata fondata sulla ricerca della pace, eppure, la cosa che manca in modo più drammatico oggi è la pace. Mentre i conflitti infuriano e le divisioni geopolitiche crescono, la polarizzazione si approfondisce e i diritti umani vengono calpestati. Con l’esplosione delle disuguaglianze, la pace con la giustizia viene distrutta. E mentre continuiamo la nostra dipendenza dai combustibili fossili, ci facciamo beffe di qualsiasi idea di pace con la natura.

Guerre di parole. Guerre per il territorio. Guerre culturali

  • Gaza. Non esiste alcuna giustificazione per la punizione collettiva del popolo palestinese. Eppure, le operazioni militari israeliane hanno portato alla distruzione e alla morte a Gaza con una portata e una velocità senza eguali.
  • Rafah. Sono particolarmente allarmato dalle notizie secondo cui l’esercito israeliano intende concentrarsi su Rafah, dove centinaia di migliaia di palestinesi sono stati schiacciati nella disperata ricerca di sicurezza. Cessate il fuoco, rilascio ostaggi e due Stati
  • Ucraina. In Ucraina, ribadisco l’appello per una pace giusta e sostenibile, in linea con la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale – per l’Ucraina, per la Russia e per il mondo.
  • Sahel. In una serie di paesi del Sahel, il terrorismo sta aumentando e i civili stanno pagando un prezzo terribile.
  • Corno d’Africa. Azione collettiva nel Corno d’Africa per consolidare le conquiste ottenute con fatica contro Al Shabaab e per preservare il principio dell’integrità territoriale evitando nuove crisi.
  • Sudan. I combattimenti devono finire in Sudan prima che distruggano ancora più vite e si diffondano.
  • Libia. La precarietà del cessate il fuoco, ma il popolo libico merita pace e stabilità durature, a cominciare dall’impegno per elezioni libere ed eque.
  • Congo. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo, gruppi armati a deporre le armi e leader regionali a dare priorità al dialogo.
  • Yemen. Nello Yemen, appello a tutte le parti affinché allentino le tensioni nel Mar Rosso sulla base del principio della libertà di navigazione.
  • Myanmar. In Myanmar, abbiamo bisogno di un’attenzione a livello internazionale per un percorso verso il ritorno al governo civile.
  • Haiti. Ad Haiti l’illegalità è in aumento e milioni di persone si trovano ad affrontare una grave insicurezza alimentare.
  • Balcani occidentali. E nei Balcani occidentali, alcuni leader continuano ad alimentare tensioni e retorica etno-nazionalistica.

Il nostro mondo sta entrando in un’era di caos

Dopo decenni di disarmo nucleare, gli Stati sono in competizione per rendere i propri arsenali nucleari più veloci, più furtivi e più accurati.

Aiuti umanitari e conflitti

Con il proliferare dei conflitti, i bisogni umanitari globali sono ai massimi storici, ma i finanziamenti non tengono il passo. Gli operatori umanitari stanno salvando vite umane e alleviando le sofferenze in tutto il mondo. Rendo omaggio ai loro sforzi eroici e a quegli operatori umanitari che hanno pagato il prezzo più alto, più recentemente e tragicamente a Gaza.

Nuova Agenda per la Pace

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve essere in grado di prendere decisioni e attuarle. E diventare più rappresentativo. Inaccettabile che il continente africano sia ancora in attesa di un seggio permanente. Anche i metodi di lavoro del Consiglio devono essere aggiornati.

Armi nucleari, Internet e Intelligenza artificiale

La Nuova Agenda per la Pace affronta i rischi strategici sulle armi nucleari, misure per mitigare l’impatto della competizione geopolitica sulle persone e prevenire la frammentazione delle regole del commercio globale, delle catene di approvvigionamento, delle valute e di Internet. E sollecita lo sviluppo di norme per regolamentare l’uso delle nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale, in ambito militare.

La storia di due canali

Il commercio attraverso il Canale di Suez è diminuito del 42% dall’inizio degli attacchi Houthi alle navi nel Mar Rosso, più di tre mesi fa. Il commercio attraverso il Canale di Panama è diminuito del 36% nell’ultimo mese, a causa del basso livello dell’acqua, un sottoprodotto della crisi climatica. Che la causa sia il conflitto o il clima, il risultato è lo stesso: interruzione delle catene di approvvigionamento globali e aumento dei costi per tutti.

Le economie in via di sviluppo

Quest’anno i paesi più poveri del mondo dovranno pagare di più in termini di servizio del debito rispetto alla loro spesa pubblica per sanità, istruzione e infrastrutture messe insieme. Nel frattempo, i governi sono costretti a tagliare gli investimenti e i servizi essenziali.

Le regole della finanza

La finanza e le sue regole oltre Bretton Woods. L’architettura è obsoleta, disfunzionale e ingiusta. Favorisce i paesi ricchi che lo hanno progettato quasi 80 anni fa. Non riesce a offrire ai paesi i finanziamenti accessibili e non garantisce una rete di sicurezza finanziaria per tutti i paesi in via di sviluppo.

Tecnologia e Intelligenza artificiale

Dobbiamo sfruttare il potere della tecnologia per portare avanti gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Dall’assistenza sanitaria all’istruzione, dall’azione per il clima ai sistemi alimentari, l’intelligenza artificiale è lo strumento potenziale più importante per costruire economie e società inclusive, verdi e sostenibili.

Ma l’intelligenza artificiale già discrimina

Ma l’intelligenza artificiale sta già creando rischi legati alla disinformazione, alla privacy e ai pregiudizi. È concentrato in pochissime aziende – e ancora meno paesi.  L’intelligenza artificiale influenzerà tutta l’umanità, quindi abbiamo bisogno di un approccio universale per affrontarla.

Summit del Futuro

Il nostro organo consultivo sull’intelligenza artificiale riflette il ruolo centrale di convocazione delle Nazioni Unite, riunendo governi, aziende private, mondo accademico e società civile.

La guerra con la natura

Stiamo facendo esplodere sistemi che ci sostengono emettendo emissioni che fanno implodere il nostro clima; avvelenando la terra, il mare e l’aria con l’inquinamento e decimando la biodiversità, provocando il collasso degli ecosistemi. La crisi climatica rimane la sfida decisiva del nostro tempo.

In una forma o nell’altra, tutto si collega alla ricerca della pace

La pace può realizzare meraviglie che le guerre non potranno mai realizzare. Le guerre distruggono. La pace costruisce. Ma nel mondo travagliato di oggi, costruire la pace è un atto consapevole, coraggioso e persino radicale. È la responsabilità più grande dell’umanità. E questa responsabilità appartiene a tutti noi, individualmente e collettivamente. A partire da qui. A partire da adesso.

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venerdì 27 agosto 2021

L’industria della morte dalla Colombia all’Afghanistan - Geraldina Colotti

 

Samuel Moncada, ambasciatore del Venezuela all’Onu, ha denunciato presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite la persistenza di “una rete transnazionale del crimine organizzato, composta da mercenari colombiani e statunitensi che hanno perpetrato atti di terrorismo, omicidio o tentato omicidio di presidenti, come nel caso di Haiti e del Venezuela”. Moncada è tornato così a mettere l’accento su un’industria della morte su vasta scala, una macchina internazionale di assassini su commissione, di mercenari, che hanno nella Colombia una delle fonti più abbondanti di manodopera, esportata in tutto il mondo.

Oggi esiste un mercato globale legato all’appalto della sicurezza che raggiunge circa 400 miliardi di dollari e interessa principalmente Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna e paesi del Commonwealth, Francia e paesi francofoni. Più recente l’ingresso della Cina (dove, però, le imprese private per la sicurezza dipendono dallo Stato), e della Russia.

Le società militari e quelle della sicurezza privata (Private Military and Security Companies -PMS’Cs -) prevedono tre tipologie di contractors: Combattente legittimo, Civile al seguito delle Forze Armate, oppure Civile, definite dal tipo di impresa che li ha ingaggiati. Dagli Stati Uniti all’Europa, il crescente peso del complesso militare-industriale nell’economia globale capitalista crea però il cosiddetto effetto “revolving doors”: l’intreccio tra interventi militari e “antiterrorismo”, guerre commerciali e politiche, con relativi passaggi di ruoli direttivi dalle forze armate alle grandi società e agli incarichi pubblici, e viceversa. Un ibrido che si rispecchia anche nell’opacità di indirizzo delle PMS’Cs.

Le principali PMS’Cs, soprattutto dedite alla protezione della proprietà privata e a compiti di addestramento degli eserciti nei paesi occupati, come Iraq o Afghanistan, sono di origine europea o statunitense. La manovalanza mercenaria, però, viene reclutata soprattutto in America Latina o nei paesi che hanno vissuto lunghi conflitti armati, specialmente nel continente africano: perché sono più a buon mercato, a differenza del personale Usa e europeo proveniente di solito dai corpi speciali e dagli eserciti più competitivi a livello tecnologico e di intelligence.

Il primo posto nel campo della difesa e della sicurezza, in America Latina, è occupato dal Brasile, dove il settore rappresenta circa il 4% del Pil, più o meno pari a 50.000 milioni di euro, e dà lavoro a oltre 60.000 persone. La spesa militare del Brasile, in crescita dopo l’arrivo di Bolsonaro, è d’altronde la più alta della regione (circa 30.000 milioni di euro), quasi tre volte di più del secondo paese latinoamericano, la Colombia, che spende circa 11.000 milioni di euro.

In America Latina, secondo un rapporto del Centro para el Control Democrático de las Fuerzas Armadas de Ginebra (DCAF), già nel 2017 le imprese di difesa e di sicurezza privata erano oltre 16.000 e conoscevano un aumento esponenziale, dando lavoro a più di 2,4 milioni di persone. Un mercato che in Colombia, in 10 anni è cresciuto del 126%, mentre in Cile è aumentato del 50% in 5 anni. Moncada ricorda che, in Colombia, nel 2014 esistevano oltre 740 compagnie private per la sicurezza. Nel 2018, il mercato valeva 11 miliardi di dollari. Per il 2024, si prevede che arriverà a 47 miliardi di dollari.

Oggi, in Colombia, Brasile e Messico, per un membro delle forze dell’ordine vi sono 4 guardie per la sicurezza privata, e in paesi come il Guatemala o l’Honduras, il rapporto può essere di 1 a 7. C’è inoltre da calcolare che molti poliziotti fanno il doppio lavoro, sia per lo Stato che per le imprese private.

I mercenari colombiani provengono dall’eccedenza di manodopera allenata per l’interminabile guerra civile, che data dal 1948, quando venne ucciso il leader liberale Eliecer Gaitán. Ogni anno tra 10-15.000 soldati si congedano, e un elevato numero di loro va ad alimentare il mercato mercenario internazionale, giacché la loro pensione è di 400 dollari al mese, mentre un contractor può guadagnare fino a 200.000 dollari annuali esentasse.

I mercenari sono sempre esistiti, ma le imprese private per la sicurezza hanno cominciato a diffondersi dopo la Seconda guerra mondiale e sono cresciute nel corso dei processi di decolonizzazione che si sono prodotti negli anni Sessanta e Settanta come strumento usato dalle antiche potenze coloniali per salvaguardare i propri interessi.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, le PMS’Cs sono diventate sempre più un elemento consustanziale all’economia di guerra e alla strategia del “caos controllato”, utile ai processi di “balcanizzazione” del mondo messi in atto dall’imperialismo nordamericano e dai suoi alleati.

La globalizzazione capitalista ha costituito l’occasione per molti governi neoliberisti di privatizzare sempre più sia l’industria del controllo e dell’ordine pubblico all’interno, sia gli interventi militari all’estero nelle guerre per procura che evitano ai governi imperialisti di pagare un prezzo elevato in termini di soldati morti negli attacchi di terra, e le reazioni di rigetto nell’opinione pubblica come ai tempi della guerra del Vietnam.

Le PMS’Cs non hanno bisogno di autorizzazione parlamentare, possono rapidamente operare in ogni parte del mondo senza alcun intoppo burocratico, e il peso della loro morte di contractor in patria non è certo paragonabile a quella dei soldati.

Le lobby che sostengono le PMS’Cs all’interno del complesso militare-industriale, le presentano come un risparmio per i governi e per i contribuenti, perché hanno un costo intermittente e forniscono servizi a prezzi inferiori. Erik Price, ed ex capo della compagnia Blackwater, che ha erogato servizi bellici alla Cia e al dipartimento di Stato Usa sia in Afghanistan che in Iraq, ha proposto a Trump di privatizzare la guerra in Afghanistan, appunto, per ridurne i costi e 5 miliardi di dollari annuali rispetto ai 50 che Washington spendeva in media. Il minor investimento militare di Obama in politica estera, ha fatto d’altronde registrare un incremento stellare dei contractors nelle missioni all’estero. Una tendenza destinata a crescere anche nell’attuale situazione in Afghanistan e in Iraq.

Oggi, queste imprese offrono i propri servizi a oltre 100 paesi. Servizi diversificati, che vanno dalla presenza nei teatri di guerra alla protezione delle grandi multinazionali come Shell o Coca Cola, alla gestione delle carceri private, alla sicurezza delle ambasciate o a quella delle Ong, e anche a quella del personale Onu. Attività tradizionalmente svolte dalla polizia e dall’esercito, ma sempre più subappaltate perché confinate in una zona grigia sul piano giuridico, che vieta molti imbarazzi ai governi neoliberisti avvezzi alla retorica sui “diritti umani” (ma sempre in casa d’altri). Gli esempi non mancano, basta ricordare il caso della Spearhead Ltd di Yair Klein, ex militare israeliano che compare nelle inchieste come addestratore dei sicari del cartello di Medellin di Pablo Escobar e dei paramilitari che formeranno gli assassini delle AUC colombiane.

Il senatore progressista colombiano, Gustavo Petro, ha denunciato che gli assassini del presidente haitiano Juvenel Moise erano stati contrattati da una delle imprese che ha fornito il software per le elezioni in Colombia: comprese le consultazioni per il referendum sugli accordi di pace, che hanno dato la vittoria al No a ottobre del 2016. Secondo il senatore, si tratta di firme legate ai circoli uribisti di Miami. Dalle indagini seguite all’assassinio del presidente haitiano, è stato accertato il coinvolgimento della CTU Security, registrata come Counter Terrorist Unit Federal Academy LLC, con sede en Doral Beach, Miami, e diretta dall’oppositore venezuelano Antonio Enmanuel Intriago Valera.

Secondo gli inquirenti haitiani e colombiani, la Ctu security ha contrattato gli ex militari colombiani Duberney Capador e Germán Rivera, i quali si sono incaricati poi di reclutare il resto dei mercenari. Da Miami, gli avvocati di Intriago hanno detto che il loro assistito è rimasto “vittima di uno schema per la presa del potere ad Haiti”. La compagnia sarebbe stata assunta per prestare servizi di sicurezza a un progetto di infrastruttura “umanitario” ad Haiti. In corso d’opera, sarebbe stata informata che la missione aveva “cambiato direzione” e che i mercenari contrattati avrebbero dovuto accompagnare un giudice e personale di polizia a consegnare al presidente Moise un mandato di arresto. Appartenevano a imprese per la sicurezza privata statunitense anche i mercenari contrattati a Miami dall’autoproclamato presidente a interim Juan Guaido, per invadere il Venezuela con l’operazione Gedeon.

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martedì 27 luglio 2021

Tribù indiane, capitale, proletari nella storia del Nord America - Giorgio Stern

Prima di tutto Giorgio Stern ci ricorda che non c’è mai stata “la scoperta dell’America”, ma “l’invasione europea delle Americhe”, e le parole sono importanti, importantissime.

 

Bartolomè de Las Casas parlava, nel 1543, di 15 milioni di nativi assassinati; nel Messico centrale, da 25 milioni di abitanti nel 1519 ne era rimasto un milione alla fine del secolo, mentre in quel territorio chiamato ora Usa i nativi (quelli che sono stati chiamati indiani, per il destino strano e ignorante per il quale se quel continente era l’India, allora gli abitanti erano indiani) passarono in trecento anni (dal 1500 all’inizio del 1800) da 16 milioni a seicentomila. (p.20).

 

E, siccome le parole sono importanti, a questi numeri possiamo dare a quei numeri il nome di incidenti di percorso nella convivenza dei “selvaggi” americani con i “civili” europei, oppure sistematico sterminio, genocidio, olocausto (a scelta).

 

La differenza fondamentale fra i “selvaggi” americani e i “civili” europei era in sostanza economica, per i “selvaggi” tutto il territorio e le sue risorse erano beni comuni, che non si potevano comprare e vendere, per i “civili” europei tutto era da accatastare, da rubare, da uccidere (quello che non si poteva rubare), lo sterminio dei bisonti, perseguito scientemente, era un modo per sottrarre ai nativi le risorse vitali per la sopravvivenza, insieme al furto delle terre.

 

In tutte le grandi crescite economiche, l’accumulazione originaria* (ne parla un certo Karl Marx, che di economia e di storia dell’economia un po’ ne sapeva) aveva bisogno di grandi spazi e di manodopera a prezzi stracciati.

Le grandi compagnie ferroviarie si appropriavano degli spazi necessari, chiunque li abitasse e li vivesse, e anche le miniere (si parla quelle di carbone, non dei cercatori d’oro) avevano bisogno, come le ferrovie, di manodopera obbediente**. Per questo nel libro (come indica il titolo) appaiono insieme indiani e lavoratori, e i soldati che combattevano nativi e lavoratori erano gli stessi (assassini in uniforme, sicari di mandanti intoccabili).


Quello che noi sappiamo di indiani e minatori (tutta brutta gente, antiamericani di sicuro) ce lo ha raccontato il cinema, veicolo di propaganda (e di conoscenza, falsa) principe del secolo breve. Tutti hanno conosciuto le cose, e solo quelle, che la propaganda del cinema faceva passare (per esempio che lo scalpo è una terribile pratica degli indiani***), fino a quando qualcuno ha cominciato a usare (anche) il cinema per cambiare la narrazione. Ed è sempre il Potere che ha la narrazione, è difficile cambiarla, anche al cinema. E quando il tarlo della verità arriva al grande pubblico, prima ignorante e manipolato, gli stermini sono stati già compiuti.

 

Giorgio Stern fa poi il paragone con la Palestina, senza parole, bastano le carte geografiche (a p.162), c’è una continua sottrazione di territori, ci sono i coloni, in entrambi i casi i media, embedded o solo pigri (e quindi disonesti), hanno parlato sempre di guerra, fra i nativi americani e palestinesi, e i coloni e i loro rappresentanti politici, quando in realtà i nativi sono stati e ancora sono costretti a una lotta di Resistenza, che si paga troppo spesso con la galera.

 

Naturalmente nel libro leggerete, tra l’altro, di Custer, di Little Bighorn, di Leonard Peltier, di Wounded Knee, dell’American Indian Movement, e dei trattati troppo spesso truffaldini.


(“Nel 1973 portai a Trieste Vernon Bellecourt, esponente di punta dell’American Indian Movement. Assieme a il manifesto e Lotta Continua organizzammo, un lunedì 28 maggio, una manifestazione che si rivelò al calor bianco. Il libro appena uscito per le edizioni Zambon è dedicato a questo militante combattente antimperialista”, scrive Giorgio Stern)

Buona, imperdibile, lettura

 

 

* da qui

** obbedienti non lo erano, i nativi, lo sfruttamento schiavistico era impossibile, lo sterminio fu la scelta.

***  a proposito degli scalpihttps://it.abcdef.wiki/wiki/Scalping


 

Ps: 

Il “selvaggio west” del popolo dalla pelle rossa è stato così descritto da un esponente Sioux, Standing Bear, nel 1890: “Noi non abbiamo mai considerato le grandi pianure, la distesa delle colline e i tumultuosi torrenti fiancheggiati da folti cespugli, come qualcosa di “selvaggio”. Solo per l’uomo bianco la natura era un “mondo selvaggio”, e solo per lui la terra era “infestata” da animali selvaggi e da gente “selvaggia”: Per noi tutto era famigliare e domestico. La terra ci ricopriva di doni ed eravamo circondati dalle benedizioni del Grande Mistero. Solo quando l’uomo peloso venuto dall’est con la sua brutale frenesia rovesciò ingiustizie, su di noi e sulle cose che amavamo, questo mondo divenne “selvaggio”. Quando gli stessi animali della foresta cominciarono a fuggire davanti ai suoi passi, ebbe inizio per noi l’epoca del “Selvaggio West”.

da qui

 

 

scrive Giorgio Stern:

Nel 1976 ero ospite nella “riserva” degli Cheyenne del Nord, nel Montana, per assistere al pow wow annuale della tribù, quando un violento temporale abbatté la mia minuscola tendina da campeggio ed un indiano mi ospitò nel suo tipii. Davanti al fuoco che asciugava l’umidità gli raccontavo di aver visitato al mattino un chiosco di creazioni artigianali dove un’anziana della tribù aveva insistito nel mostrarmi un libro, e siccome io non parlavo la sua lingua e lei non parlava inglese, quando me lo mise in mano mi accorsi che era una “bibbia” tradotta in cheyenne. Ero molto sorpreso perché fino a qualche anno prima gli indiani avevano le “lingue tagliate”, era loro proibito adoperare o esprimersi pubblicamente nel loro idioma, mentre ora, dieci anni dopo, c’era una “bibbia”, o una sua sintesi, tradotta in cheyenne. L’uomo aspettò che finissi poi, sorridendo, rispose, …vedi è sempre stato così, prima noi avevamo la terra e loro la bibbia, poi loro hanno preso la terra e a noi hanno lasciato la bibbia. Un libro da leggere per riuscire a comprendere la storia dal punto di vista degli “altri”, per vincere i nostri pregiudizi e distruggere alcune delle nostre certezze “hollywoodiane” più radicate. Lo sapevate che la barbara usanza del “taglio dello scalpo” è stata introdotta dalle autorità nordamericane che, prima di pagare il “giusto compenso” pretendevano la prova dell’avvenuta eliminazione fisica dei “selvaggi”?

da qui

 

 

Viaggiando negli sconfinati territori nordamericani si va per regioni disabitate dove un tempo erano popoli dalla secolare esistenza ed è difficile capire perché quella gente ne sia stata scacciata e sterminata. Seppur nella perversa logica di aprire il loro spazi vitali, l’invasione dei bianchi ha edificato la sua nazione con centri e città sulle due opposte coste di quel paese scrivendone la controversa storia, ma rimane incomprensibile lo sterminio di quei popoli dalle foreste del nord ovest alle grandi pianure e i deserti meridionali ove di quella pretesa nuova civiltà si trova poco. Eppure in un pugno di decenni sono stati sterminati confinando i sopravvissuti in anguste e miserabili riserve solo per cacciarne i bisonti e commerciarne le pelli mentre per quella gente erano vita, tracciare piste di coloni e poi ferrovie verso l’ovest, inseguire l’effimero miraggio di corse all’ oro e invadere terre nell’ epopea dei pionieri celebrati nel il mito del Far West che per gli indiani fu solo sangue e lacrime. Dal nord alle Grandi Pianure fino agli aridi territori meridionali cercarono di resistere valorosamente all’ incontenibile, devastante e sanguinaria avanzata di pionieri, coloni e avventurieri d’ ogni risma protetti dall’ esercito della grande democrazia statunitense decisa a farne genocidio. Quella stessa che ha fondato parte la sua storia con gli orrori della Schiavitù dei neri e ha scritto il suo più nefando capitolo nei territori di quel Far West che ha celebrato come mito mentre ne ha consumato lo spaventoso Genocidio indiano

https://www.travelgeo.org/genocidio-indiani-d-america/

 

 

…Questa politica delle concessioni simboliche è la norma tra le élite progressiste: quante volte avete visto avvertenze con le quali una particolare istituzione o individuo ammette di trovarsi su un territorio “non concesso” dai popoli autoctoni, cioè sottratto? Eppure quanti sarebbero disposti a rinunciare a quel terreno o ai redditi derivanti dalle istituzioni che occupano quella terra?

La realtà è che raddrizzare un’ingiustizia storica come quella affrontata dai popoli indigeni del Canada è un argomento complesso, e non ci sono risposte facili. Ed è altrettanto vero che, se ogni terreno rivendicato fosse effettivamente restituito, il Canada come lo conosciamo cesserebbe di esistere. È il caso di tutti i paesi del mondo in cui i coloni invadono e poi si impadroniscono della terra dei popoli nativi, i quali finiscono per diventare una piccola sottoclasse emarginata.

Gli indigeni canadesi rappresentano solo il 5 per cento della popolazione. La cruda verità è che non hanno un peso elettorale, a differenza di altri gruppi minoritari. Ecco perché Trudeau o chi dovesse sostituirlo può accontentarsi di una politica di concessioni simboliche, sapendo bene che, semplicemente, non esiste la pressione politica necessaria ad affrontare in modo significativo la situazione.

https://www.internazionale.it/opinione/rupa-subramanya/2021/06/10/canada-indigeni-discriminazioni

 

 

si può tracciare un filo rosso, che lega i nativi americani al Congo del serial killer belga Leopoldo, che pagava gli assassini dei nativi alla consegna, non dello scalpo, ma delle mani.

 

https://it.aleteia.org/2017/07/27/violenza-europei-congo-colonialismo/

https://www.peacelink.it/kimbau/a/10354.html

https://www.storicang.it/a/tragedia-congo-belga_14624

 

o anche ad Haiti, che i civili francesi, quelli della “Liberté, Égalité, Fraternité”, costrinsero alla fame tutti gli haitiani, per secoli, per l’offesa di non voler essere più colonia della Francia rivoluzionaria.

 

https://www.vocidallastrada.org/2017/11/haiti-dalla-tratta-al-debito.html

http://znetitaly.altervista.org/art/23652

https://www.kenyavacanze.org/africa-ultime-notizie/le-stragi-del-colonialismo-in-africa/


Alcuni versi di Fabio Pusterla:


Sono andati di fretta
nessuno li ha salutati
nessuno li rammenta
nessuno li ha guardati.
Adesso sono scomparsi
persi nel nulla estinti.
Le stelle si sono spente
nel cielo dei vinti.

da qui


giovedì 11 ottobre 2018

Haiti contro Moïse, presidente spalleggiato dagli USA - Robert Roth




 [Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Robert Roth pubblicato su Pambazuka]

6 luglio 2018, Haiti esplode. Gli abitanti, a decine di migliaia, si riversano nelle strade di Port-au-Prince per chiedere le dimissioni del presidente Jovenel Moïse. A scatenare le proteste la comunicazione del governo di voler ridurre o, comunque, di tagliare i sussidi sul carburante. Azione, questa, che avrebbe comportato un aumento del 38% nel prezzo della benzina e del 50% in quello del cherosene a 4 dollari al gallone [circa 95 cent/litro NdT].
Da qui la rapida diffusione dell’insurrezione nel Paese per tre giorni interi. Port-au-Prince era come paralizzata. Nelle strade, i manifestanti in collera hanno eretto barricate, incendiato pneumatici e saccheggiato i negozi dei ricchi, così come gli hotel di lusso nella zona di Pétion-ville.
Subito dopo, il Governo ha revocato l’aumento dei prezzi sul carburante (almeno per ora) e il Primo Ministro, Jack Guy Lafontant – lo stesso che lo aveva annunciato – ha rassegnato le dimissioni. Nel Paese è stato poi inviato un gruppo di marines americani con lo scopo, forse, non solo di rafforzare la sicurezza all’ambasciata americana ma anche di lanciare ai cittadini un infausto avvertimento su ciò che sarebbe successo se le proteste fossero continuate.
Il Governo Moïse aveva aspettato fino all’inizio dei Mondiali prima di rendere ufficiale la notizia, nella speranza che gli abitanti fossero così intenti a festeggiare da ignorare l’ennesimo attacco alle loro già precarie condizioni di vita. Ma i segni premonitori erano evidenti già da febbraio, allorché il nuovo Governo aveva raggiunto un accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) su un pacchetto di austerità in cambio di un prestito di 96 milioni di dollari. Anche dopo le proteste, il FMI ha insistito sulla necessità di introdurre quel brusco aumento di prezzi ma in maniera più graduale. Chiaramente, questa vicenda non si è ancora conclusa.
Anche i principali media americani sono stati colti di sorpresa da questa potente impennata popolare. Dopo aver ignorato per mesi le continue manifestazioni contro le elezioni “rubate” che hanno portato al potere l’attuale Governo haitiano, organi di stampa, tra questi New York Times e Miami Herald, potevano solo immaginare le cause alla base della rivolta. CNN, ad esempio, nei suoi servizi, si è concentrata sulla difficile condizione dei missionari americani rimasti “intrappolati” nel Paese. I media erano inoltre strapieni delle solite parole cariche di imprecazioni razziste come: “rivoltosi“, “sciacalli“, “violenza“.
Ciò che i titoli di giornale, però, non dicevano era che il Governo Moïse agisse già in un’atmosfera di generale diffidenza e rabbia, sentimenti questi, originatisi ben prima dello scoppio della rivolta. L’attuale Governo, nato da due tornate elettorali così piene di brogli e soppressioni di voti, denunciate dai partiti di opposizione come “colpi di Stato elettorali”, non gode di alcuna legittimità tra i cittadini. Il primo round di elezioni nel 2015 era stato annullato dopo settimane di proteste di massa sostenute da Fanmi Lavalas, il partito del primo presidente di Haiti eletto democraticamente, Jean-Bertrand Aristide.
Le manifestazioni, nella stragrande maggioranza pacifiche, sono state accolte da manganelli, agenti chimici, gas lacrimogeni e proiettili, ma nonostante ciò il movimento popolare ha resistito, costringendo, infine, ad annullare le elezioni e programmarne di nuove per l’ottobre 2016. Quest’ultime sono state ancora un’altra farsa e si sono concluse, nel febbraio 2017, con l’insediamento di Jovenel Moïse come il nuovo presidente.
Un simile procedimento elettorale ha generato una presidenza corrotta. A seguito di un’indagine da parte di un agenzia di controllo bancaria, è risultato che Moïse, ancor prima di insediarsi come presidente, era stato implicato in una faccenda di riciclaggio di denaro sporco. Fin dal 2012, quando era al potere il suo mentore, l’ex presidente Michel Martelly, il riciclaggio di denaro sporco avrebbe fruttato a Moïse oltre 5 milioni di dollari. Così, in uno dei suoi primi atti da presidente c’è stato quello di sostituire il direttore dell’agenzia investigativa con uno dei suoi accoliti allo scopo di sopprimere l’indagine.
Gli organizzatori rurali si sono pronunciati contro la decisione di Moïse di espropriare i terreni nel Nord del Paese per coltivare le sue piantagioni di banane. In questo modo, i piccoli agricoltori non solo hanno perso la terra ma quella tanto acclamata attività di esportazione ora sembra essere stata un’effimera trovata elettorale.
In realtà, sono stati spesi 25.000 dollari per esportare in Germania solo un container di banane che ne valeva 10.000. Ciò è parte di uno schema in cui i funzionari di Governo promuovono i progetti, ottengono finanziamenti, si appropriano dei terreni e poi intascano i soldi anziché occuparsi dello sviluppo dell’agricoltura o delle infrastrutture del Paese.
Inoltre, sta per scoppiare un enorme scandalo in seguito al furto pari a 3,8 miliardi di dollari nei prestiti di Petrocaribe concessi ad Haiti da parte del Governo venezuelano. Non è un errore, si tratta di 3,8 miliardi di dollari. Questi fondi servivano per ridurre i costi energetici e finanziare l’istruzione, l’agricoltura e le infrastrutture, invece sono finiti nelle casse dei funzionari di governo, compresi i membri del Parlamento. Dov’è il denaro di Petrocaribe? chiedevano insistentemente gli haitiani in una manifestazione anti-governativa lo scorso 24 agosto. Dov’è il denaro per gli ospedali alla disperata ricerca di sangue e di nuove attrezzature mediche? Dov’è il denaro per l’istruzione, mentre le famiglie si preparano a mandare i propri figli a scuola con pochissimi o quasi nessun sussidio per acquistare materiali scolastici e uniformi?
Nella regione di Artibonite, il cuore dell’agricoltura haitiana, le piogge recenti hanno provocato pericolose alluvioni dovute alla presenza di infrastrutture trascurate. Eppure, gli operatori ecologici non sono stati ancora pagati per ripulire i canali e gli scarichi fognari, nonostante la stagione degli uragani sia alle porte.
A Port-au-Prince, la polizia ha bruciato le bancarelle del mercato delle donne, una forma di gentrificazione particolarmente crudele che lacera il cuore della vita economica di Haiti e la capacità di così tante famiglie di riuscire a sopravvivere. Le prigioni di Haiti traboccano di detenuti e molte e frequenti sono epidemie che si diffondono rapidamente da una sovraffollata cella all’altra.
Quando i cittadini sono scesi in strada lo scorso luglio, chiedevano di porre fine a tutto ciò. In pratica, stavano comunicando al Governo che non ci sarebbe stata pace senza giustizia. La loro protesta andava ben oltre la richiesta di ridurre l’aumento dei prezzi del carburante e riguardava soprattutto la richiesta di dimissioni del Governo Moïse.
Le proteste dovevano ricordare che il movimento popolare di Haiti – da tempo bersaglio sia del Governo americano che dell’élite haitiana – resta vitale e potente. Malgrado i due colpi di Stato orchestrati dagli USAcontro i Governi dell’ex presidente Aristide, malgrado una sofisticata campagna sullo stile COINTELPRO mirata a dividere ed emarginare Fanmi Lavalas e i suoi alleati, malgrado i 14 anni di occupazione militare delle Nazioni Unite, malgrado le elezioni “rubate” e, infine, malgrado la feroce miseria economica a cui fa fronte la maggior parte delle famiglie, il movimento popolare è sopravvissuto.
Perché? Questo è un movimento che ha radici profonde e resta la forza centrale nel Paese capace di costruire un’alternativa alla corruzione e alla repressione. Durante gli anni di Governo del partito Lavalas sono state costruite più scuole che in tutta la storia precedente di Haiti. In tutto il Paese sono sorte delle cliniche, dopo le insolite somme di denaro spese dal Governo di Aristide sulla sanità. Quando poi il terremoto ha colpito il Paese nel 2010, uccidendo oltre 300.000 persone e costringendone più di un milione a vivere sotto i tendoni allestiti in campi estremamente sovraffollati, sono stati i semplici militanti a darsi subito da fare, anche se con fondi limitati, per mettere su delle cliniche mobili e fornire scorte di cibo.
In seguito alla devastazione provocata dall’uragano Matthew nel 2016, Fanmi Lavalas ha allestito delle carovane per fornire aiuti alle regioni colpite. Col peggiorare delle condizioni di vita dei cittadini, le organizzazioni locali sono state accanto ai poveri – sostenendo gli insegnanti in sciopero, gli operai del settore tessile, gli studenti, le donne che lavorano nei mercati, nella difesa contro gli attacchi del Governo ma anche aumentando la portata dei media indipendenti al fine di combattere le menzogne delle stazioni radio e televisive coordinate dalle élite che gestiscono le frequenze nel Paese.
Un primo esempio della visione del movimento per una Haiti democratica e aperta a tutti può essere osservato nel lavoro dell’Università della Fondazione Aristide (UniFA). Fondata nel 2001 con l’inizio di un nuovo mandato del presidente Aristide, la scuola medica di UniFA venne violentemente chiusa dopo il colpo di Stato del 2004 e il suo campus fu occupato dalle truppe americane e dell’ONU. Quando il presidente e sua moglie, nonché collega, Mildred Trouillot Aristide, tornarono ad Haiti nel 2001 dopo l’esilio forzato in Sudafrica, ecco l’annuncio che UniFA sarebbe stata riaperta e ampliata. Come promesso, infatti, a sette anni dal suo ritorno, UniFA ha tenuto la sua prima cerimonia di laurea.
Davanti a oltre 1000 persone, UniFA ha fatto laureare 77 medici, 46 infermieri e 15 avvocati. Molti dei laureati provenivano da comunità povere con uno scarso accesso all’istruzione superiore. Inoltre, i medici laureati ad UniFA lavorano in zone che hanno visto raramente, se non mai, un medico prima d’allora. Con 1600 studenti di medicina, infermieristica, giurisprudenza, ingegneria, fisioterapia e formazione continua, questo è solo l’inizio, un microcosmo dei tipi di progresso che Haiti potrebbe fare avendo al potere un autentico Governo popolare. Il contrasto non potrebbe essere più marcato – istruzione o militarismo, democrazia o autoritarismo, inclusione o esclusione, sviluppo o corruzione, autodeterminazione oppure occupazione. Con la rivolta di luglio, il popolo di Haiti ha nuovamente reso noto la propria decisione.

domenica 4 novembre 2012

Ettore Mo, da Haiti


È un sollievo poter confermare che la violenza con cui l'uragano Sandy ha investito nei giorni scorsi (24 e 25 ottobre) l'isola di Haiti è stata meno devastante di quanto annunciato nelle previsioni: resta tuttavia il fatto che l'epidemia di colera scatenata dall'immane terremoto nei Caraibi del gennaio 2010 continua ad imperversare. Oltre 7.000 le vittime entro il febbraio di quest'anno. Un bilancio che rimane approssimativo. I fiumi hanno sfondato gli argini, travolgendo con ondate di fango città e villaggi, dozzine di ponti distrutti, strade interrotte e impraticabili che hanno provocato l'isolamento di intere comunità, specie nella fascia Sud occidentale dell'isola. Particolarmente colpite, dopo la capitale, le città di Les Cayes, Léogâne e Jacmel. Si ritiene che almeno 200.000 persone siano state evacuate e abbiano trovato rifugio e sistemazione provvisoria nei vari centri d'accoglienza, già super affollati.
 Decine di ponti sono crollati e ciò ha reso ancora più ardua la possibilità di muoversi e spostarsi per raggiungere le zone maggiormente colpite e tentare una valutazione dell'entità dei danni. Ormai superano il mezzo milione i casi di epidemia del colera, dovuti in gran parte al fatto che il 31% della popolazione non ha accesso ad una fonte garantita di acqua potabile e vive in condizioni anti igieniche, che favoriscono la diffusione del male. Poiché il batterio del colera si trova nelle feci umane, la scarsità dei bagni chimici nei campi dove vivono migliaia di sfollati costituisce un elemento totalmente negativo. Oxfam, confederazione internazionale, specializzata in progetti di sviluppo e aiuto umanitario, è tra le organizzazioni non governative che ha avvertito la necessità di latrine decenti.
Suo il progetto, già realizzato, di costruirne 2 mila in cima ad una collina dove il fiume La Digue, uscito dagli argini, aveva allagato un villaggio sommergendolo: l'altro fatto positivo è di aver coinvolto la popolazione nei lavori. Raccontando succintamente la vicenda, il sindaco ha assicurato che la gente «avrà cura delle proprie latrine». A Port-au-Prince visito Camp Marassa, dove sono accampate 453 famiglie per un totale di 3.500 persone. Una tendopoli ben ordinata, coi tetti delle tende che luccicano nel sole. Il capo del villaggio è un uomo di 48 anni, sposato con 6 figli, il quale ammette che, nonostante qualche aiuto sporadico (250 dollari, recentemente), la sua gente soffre, perché «non c'è abbastanza per mangiare» e recentemente «due persone sono morte di fame». Tragedia che non sembra coinvolgere per nulla un ragazzino che indossa una maglietta su cui è scritto: Kiss me, I'm half Irish , baciami sono metà irlandese. Un'atmosfera quasi incredibile di normalità se non di allegria cui contribuisce Natasha, 13 anni e fiocchi bianchi nelle treccine nere, che sta pompando acqua nei secchielli da portare a tutti i nonni e nonne del campo. Ci fa da guida Poleg Charls, che ci accompagna a visitare un minuscolo asilo-nido e un piccolo locale dove, due volte a settimana, un medico fa le consultazioni e i controlli, ma i pazienti sono pochi...