lunedì 31 ottobre 2016

Non siamo razzisti (un decalogo) - Piergiorgio Paterlini

I negri puzzano. E se puzzano, puzzano.
Ma non sono razzista.
I miei migliori amici sono tutti omosessuali. Sposarsi però no.
Ma non sono razzista.
Donne e bambini profughi non devono mettere piede in paese. Abbiamo già i nostri guai.
Ma non siamo razzisti.
Le donne hanno il cervello più piccolo di noi maschi, lo dice la scienza.
Ma non sono razzista.
Gli zingari rapiscono i nostri figli. Li rapiscono, lo dice anche la tv.
Ma non sono razzista.
Ci vengono a togliere il lavoro a noi.
Ma non siamo razzisti.
Mi chiamo Salvini.
Ma non sono razzista.
Le case prima a loro che a noi, è giustizia questa?
Ma non siamo razzisti.
Guarda, un prete, si farà sicuramente i bambini.
Ma non sono razzista.
Con quella faccia da arabo avrà certamente addosso una cintura esplosiva.
Ma non sono razzista.
Razzista io? Razzista a chi? Razzista iooooo???!!! Esci subito di qui, puzzolente di un negro pedofilo terrorista di merda.
Razzista io, ma sentilo.

La tratta arabo-islamica e l'odio per gli africani neri - Antonella Sinopoli

Il termine inglese rende bene, uncomfortable truth. E di verità sgradevoli, scomode ce ne sono a bizzeffe. Soprattutto le verità storiche. Una di queste riguarda la schiavitù, la tratta degli schiavi. C'è però una sottile e immensa questione, perché della tratta europea non si fa fatica a parlare mentre molto meno accade per quella perpetrata dal mondo arabo/islamico? Sembra - almeno nella memoria di molti - che addirittura non sia mai esistita. Molti ne ignorano l'entità, le motivazioni, i luoghi. E spesso, appunto, che sia mai avvenuta. Qualcuno dice che c'entri la religione, appunto, passi del libro sacro dell'Islam - che toccherebbe così disconoscere - ma anche la scarsità di gruppi di opinione e di lobby per la sua condanna e, soprattutto, il fatto che ancora venga perpetrata... Tempo fa John Azumah- religioso e studioso di origini ghanesi, da anni residente e docente negli States - ha pubblicato un libro dal titolo che non lascia spazio a dubbi, The legacy of Arab-Islam in Africa, colmando di fatto un vuoto esistente in materia. Se centinaia, migliaia di testi sono stati pubblicati e discussi riguardo alla tratta atlantica, molto meno esiste invece sull'"esercizio" della schiavitù a cui il mondo arabo si è dedicato a partire dall'epoca dell'Impero romano e fino al Ventesimo secolo. Quattordici secoli - non 400 anni quanto più o meno durò la schiavizzazione da parte degli europei - e che avrebbe prodotto secondo gli studiosi tra i 20 e i 30 milioni di schiavi. A partire dal Nord Africa, poi verso Occidente e, infine, verso Est, nel momento in cui i mercanti europei presero il controllo delle coste a ovest del continente.



Una storia fatta di abusi, violenze inenarrabili, conversioni forzate. Ovviamente sotto l'egida della fede - e come fanno notare gli studiosi - del libro sacro dell'Islam, che riconosce la presenza degli schiavi e il loro possesso. Del resto accadeva lo stesso per l'altra parte - l'Europa cattolicissima o protestante - che a furia di bolle papali e di diritti presunti di superiorità sui neri primitivi si arrogava le loro vite. Basta andare in uno qualunque dei forti lungo le coste dell'Africa occidentale - ultima tappa per gli schiavi che sarebbero poi stati imbarcati - per vedere le belle e curate chiesette o cappelle all'interno di ognuno di essi. Qui si pregava, forse per il buon esito delle trattative sulla pelle nera. Del resto la religione ha finito per essere motivo, arma e anche scusa e giustificazione per i crimini più efferati, compreso - appunto - quello di ridurre in schiavitù altri esseri umani e farne oggetti privati. Nonostante le "dimenticanze" di chi preferisce non sapere, i documenti a portata di mano sono infiniti - garantiti, da una certa epoca in poi, anche dalle nuove tecniche di registrazione degli eventi, come macchine fotografiche e cineprese. Su YouTube ne circolano non pochi di docufilm che hanno un grande valore testimoniale.


Una delle domande che gli storici si sono posti è come mai le discendenze degli schiavi sono assai visibili negli USA, in Brasile e - ovviamente - nella Repubblica Dominicana e Haiti - ma lo stesso non è accaduto nei Paesi del Medio Oriente, Iraq, Iran, Arabia Saudita, ect. Nonostante la tratta da parte degli arabi sia durata molti secoli e aveva preceduto di 700 anni quella europea. Mentre ai "neri d'America" e alle loro donne era consentita in un certo qual modo una vita "privata", le donne nei regni arabi e orientali venivano utilizzate come concubine per accrescere gli harem - dunque solo a fini sessuali o di servizio - e per gli uomini era largamente praticata l'evirazione. Uno su cinque rimaneva in vita. Quelli che sopravvivevano non avrebbero potuto "nuocere" al loro padrone. Molti poi venivano usati negli eserciti e anche lì la loro vita non durava certo a lungo. Solo una minima parte aveva funzione di forza lavoro in piantagioni. Il Maafa, l'olocausto africano è durato un tempo infinito e per alcuni - a dire il vero - non è mai veramente terminato. Non è finito perchè generato non da motivi economico-commerciali (che nel caso della tratta da parte degli arabi era un elemento secondario) ma dall'odio, dal disprezzo, dalla convinzione profonda dell'inferiorità degli africani neri. Basta riflettere sul modo in cui vengono trattati non solo nei Paesi arabi, ma anche in Cina e in India, per esempio. Mentre nulla di nuovo sotto il sole avviene nel Nord Africa - in Libia ad esempio - dove gli africani costretti oggi a transitarci per cercare lavoro o per tentare il passaggio del Mediterraneo, finiscono per diventare vittime di soprusi, stupri, rinchiusi a marcire nelle carceri e trattati come delinquenti. E non si tratta di politiche per frenare l'immigrazione, no, si tratta di odio e disprezzo che continua ad alimentarsi. I neri rimangono Adb, schiavi, inferiori. Nessuna umanità concessa o riconosciuta. Quindi, non è storia passata, purtroppo. È oggi, adesso, continua. La tratta di esseri umani - dei neri - è ancora in atto, praticata sotto gli occhi di tutti. Ma nel denunciare - nel raccontare la storia - non basta e non serve accusare. John Azumah non ha scritto solo la storia della schiavitù perpetrata tra gli arabi per secoli sul suo continente, ha scritto libri sul dialogo, la conciliazione, l'incontro tra le due religioni. Salire su un pulpito e proporre la Storia in modo manicheo distoglie dal centro e il centro è questo: chi ha fatto e fa queste cose sono gli uomini, non le loro religioni. Sono i fatti che contano. Sentirli raccontare da Marcus Gravey è una grande lezione di Storia, elaborata con ironia e ancora ricorrendo alle fonti cartacee, i libri. È una lunga conferenza questa di Garvey, un documento prezioso fatto di competenza, misura e orgoglio. L'odio sarebbe stato di troppo e pare non appartenere a questa "razza inferiore" che sono i neri.

domenica 30 ottobre 2016

Quando capiterà - Pabuda


quando capiterà a voi –
perch’è triste dirlo
ma è quasi certo:
prima o poi
accadrà pure a voi –
di dover lasciare
le case native bombardate
dall’aviazione
della “vostra” stessa
nazione
o da velivoli alleati
(di chi non si capisce mai
esattamente,
ma non fa niente:
nemici e amici
distruggono sempre
con accuratezza, ugualmente),
di dover abbandonare
terre natali dilaniate
dalla cosiddetta guerra civile,
o di dover trovare scampo
dalla terribile siccità,
dall’ultima inondazione
o da ordinaria inedia, fame,
denutrizione,
da cronica disoccupazione,
o da certi mestieri che…
dove siete nati
ce n’è soltanto di sottopagati
e da morire tanto son faticosi,
nocivi e pericolosi,
o di dover scappare
da una famiglia infestata
di maschi prepotenti,
vanitosi e violenti,
o di dover fuggire da leggi –
in/civili & religiose –
che vogliono impiccati
tutti gli omosessuali,
o, ancora, di dover lasciare
un paese dissanguato
da super corrotti governanti
– alcuni colti, altri ignoranti –,
da megalomani generali,
da preti, santoni, monaci, terroristi,
vari lobbisti
e quotatissime multinazionali,
o di dovere, per dire, fuggire da un delta
o da un estuario
ormai privo di pesce
– scomparso dalle sue acque contaminate
dal greggio o dal mercurio –
ecco… quando vi capiterà
d’inciampare in queste
(o anche in una sola di queste)
diffusissime calamità
e, per allontanarvene, di mettervi in viaggio
alla ricerca di miglior fortuna:
vivrete nel terrore d’andare a sbattere
in un villaggio dimenticato
della provincia marcia
d’un paese sconosciuto, strano e malfidente
ai margini – addirittura –
d’un altro continente…
popolato dai vostri
doppi

Bomba intelligente - Francesco Di Giacomo

Viaggi sicuri, mete concordate, integrazione. Un nuovo modello per l’arrivo dei migranti: i corridoi umanitari - Fabrizio Anzolini


I corridoi umanitari non solo rispondono alla grande crisi umanitaria generata dalla guerra in Siria, ma sono anche liberazione dai mercanti delle vite umane, dai padroni dei barconi, dai signori della morte, che obbligano tanti a un viaggio incredibile. Questo accogliervi è un orgoglio italiano, vorremmo che fosse un orgoglio europeo”.
Con queste parole Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, già ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione durante il governo Monti, ha accolto lunedì scorso a Fiumicino una settantina di richiedenti asilo siriani in arrivo con un volo da Beirut grazie all’esperimento dei “corridoi umanitari”, un tentativo di risposta diverso alla crisi migratoria esplosa in seguito alla  guerra in Siria e alle emergenze di altre zone dell’Africa e del vicino Medio Oriente.
Ma cosa sono, nello specifico, i “corridoi umanitari”? Frutto di un protocollo di intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese con il Ministero degli Esteri e quello dell’Interno, i corridoi umanitari sono un progetto pilota che prevede l’organizzazione di viaggi sicuri verso l’Italia dopo il rilascio di un visto umanitario che permette ai richiedenti asilo di entrare legalmente nel nostro Paese.
Come funzionano lo spiega la stessa Comunità di Sant’Egidio, uno dei motori più importanti dell’iniziativa: “La selezione e il rilascio dei visti umanitari avviene su questa base: le associazioni proponenti, attraverso contatti diretti nei paesi interessati dal progetto o segnalazioni fornite da attori locali (Ong locali, associazioni, organismi internazionali, Chiese e organismi ecumenici ecc.) predispongono una lista di potenziali beneficiari. Ogni segnalazione viene verificata prima dai responsabili delle associazioni, poi dalle autorità italiane; l’azione umanitaria si rivolge a tutte le persone in condizioni di vulnerabilità, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o etnica; le liste dei potenziali beneficiari vengono trasmesse alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti per permettere il controllo da parte del Ministero dell’Interno; I consolati italiani nei paesi interessati rilasciano infine dei Visti con Validità Territoriale Limitata, ai sensi dell’art. 25 del Regolamento visti (CE), che prevede per uno Stato membro la possibilità di emettere dei visti per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali. Le organizzazioni che hanno proposto il progetto allo Stato italiano si impegnano a fornire: assistenza legale ai beneficiari dei visti nella presentazione della domanda di protezione internazionale; ospitalità ed accoglienza per un congruo periodo di tempo; sostegno economico per il trasferimento in Italia; sostegno nel percorso di integrazione nel nostro Paese”.

Un progetto ambizioso che mira, dunque, a salvare chi scappa dalle guerre e a farlo entrare direttamente e in maniera legale in Italia, evitando viaggi pericolosi e sempre più spesso mortali, permettendo tutti i controlli necessari ancor prima dell’ingresso. Un’idea innovativa e sperimentale che può permettere una più efficiente regolazione dell’immigrazione, che consente un inserimento diretto nella società ospitante e, soprattutto, che potrebbe salvare la vita di migliaia di persone. E’ di ieri, infatti, la notizia che secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati solo nel 2016 ci sarebbero già 3.740 morti e dispersi tra chi cerca di attraversare il Mediterraneo.
Ma quanto costerebbe l’attuazione dei corridoi umanitari? Ad oggi il progetto è totalmente autofinanziato e prevede l’arrivo di circa 1.000 rifugiati in due anni dal Libano (dove attualmente risiedono più di un milione e mezzo di richiedenti asilo siriani), dal Marocco e dall’Etiopia. Ma in futuro potrebbe essere istituzionalizzato e diventare una pratica dello Stato. Il budget, fatti due rapidi calcoli, sarebbe ben inferiore di quello messo in campo oggi per tutto il sistema dei richiedenti asilo, dalle navi di pattuglia nel Mediterraneo agli spostamenti, i riconoscimenti, i centri di prima accoglienza… Non a caso, infatti, da Sant’Egidio trapela la notizia che anche altri Stati dell’Unione sarebbero interessati all’esperimento, in particolare Francia, Spagna e soprattutto la Polonia sotto la pressione della chiesa locale.

sabato 29 ottobre 2016

venerdì 28 ottobre 2016

Crítica Ética al Capitalismo - Teresa Forcades



grazie a Maddalena per avermene parlato

L’accordo con il Canada ha tirato fuori il meglio e il peggio dell’Ue - Francesca Spinelli


Nel luglio del 2015 a Bruxelles ho conosciuto Denise Gagnon, energica e loquace rappresentante del Réseau québécois sur l’intégration continentale (Rqic). Denise aveva attraversato l’oceano per partecipare a un incontro sulla campagna internazionale contro i due accordi di libero scambio che l’Unione europea stava negoziando, il primo con il Canada (l’ormai celebre Ceta, Accordo economico e commerciale globale), il secondo con gli Stati Uniti (il Ttip, Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti).
Era una di quelle impegnative giornate estive belghe, quando di estivo c’è solo il mese sul calendario e tocca mettere la giacca per uscire a prendere una boccata d’aria. Denise mi aveva spiegato che il Canada e l’Unione europea avevano già raggiunto l’intesa sul contenuto dell’accordo. Era cominciata la fase dell’esame giuridico, che sarebbe durata oltre un anno.
L’Rqic, e così tutti i gruppi e le associazioni canadesi contrari al Ceta, speravano che il risultato delle elezioni politiche del 19 ottobre 2015 potesse rimettere in discussione il trattato, voluto dal governo conservatore di Stephen Harper e accusato di anteporre gli interessi delle multinazionali ai diritti dei consumatori e dei lavoratori e alla tutela dell’ambiente.
Il potere di otto parlamenti
La vittoria dei liberali guidati da Justin Trudeau non ha portato al ripensamento sperato. In Canada la campagna contro il Ceta è andata avanti, ma con gli occhi puntati sull’altra sponda dell’Atlantico: ormai solo gli europei avevano il potere di modificare o bloccare il trattato.
Un anno dopo la mia chiacchierata con Denise, nel luglio del 2016, la Commissione ha accolto la richiesta di alcuni stati membri, dichiarando che il Ceta era un accordo misto (comprende cioè disposizioni di competenza europea e nazionale).
Per entrare in vigore, dopo il via libera dei governi degli stati membri e la firma ufficiale tra l’Unione europea e il partner commerciale, un accordo misto deve essere approvato non solo dal parlamento europeo ma anche dai parlamenti di tutti e ventotto gli stati membri. La Commissione può tuttavia decidere l’applicazione provvisoria dell’accordo, nelle parti di competenza europea, subito dopo l’approvazione del parlamento europeo, nell’attesa che si pronuncino gli altri parlamenti. C’è un unico stato membro che chiede ai suoi deputati di pronunciarsi sugli accordi misti prima della firma ufficiale: il Belgio, che di parlamenti ne ha otto.
Dall’inizio dei negoziati sul Ceta, nel 2009, ong, sindacati, associazioni di categoria, esponenti di parlamenti nazionali ed eurodeputati si sono interessati al trattato, hanno analizzato i documenti disponibili, hanno espresso perplessità, in particolare sul meccanismo di risoluzione delle controversie tra aziende e stati, che favorirebbe gli interessi delle aziende attraverso la creazione di tribunali speciali. È stata lanciata una petizione contro il Ttip e il Ceta che ha raccolto più di tre milioni di firme.
Anche i deputati del parlamento vallone hanno fatto il loro lavoro: hanno studiato il testo, organizzato audizioni di esperti, segnalato alla Commissione europea i punti che non li convincevano, e questo già a ottobre del 2015. La Commissione sapeva benissimo che il Ceta, senza modifiche sostanziali, rischiava di non essere approvato dal parlamento vallone, e quindi neanche dal Belgio, ma ha preferito tirare dritto, convinta che una regione non avrebbe mai osato compromettere la firma di un accordo europeo.
Brusco risveglio dell’informazione
Poi, all’inizio di ottobre, dopo una lunga indifferenza, i mezzi d’informazione europei hanno improvvisamente scoperto il Ceta, la sua importanza, la sua firma imminente e “l’irresponsabile determinazione” con cui la regione Vallonia minacciava di far saltare anni di negoziati, compromettendo le relazioni con il Canada e condannando l’Unione europea a un “inarrestabile declino commerciale”.
Le cose non sono andate così, e la Commissione lo sapeva benissimo, ma ha preferito alimentare la sorpresa e l’indignazione, moltiplicando gli ultimatum al Belgio e le mezze concessioni senza nessun valore giuridico nella speranza che la situazione si sbloccasse in tempo per la visita di Justin Trudeau a Bruxelles, il 27 ottobre.
Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha formulato una tetra profezia: “Il Ceta potrebbe essere l’ultimo accordo commerciale” negoziato dall’Unione europea. Il governo federale belga, guidato da una coalizione di centrodestra a maggioranza fiamminga, si è detto preoccupato dalla “radicalizzazione” delle posizioni valloni.
L’Unione europea è ostaggio di un pugno di parlamentari esaltati che rappresentano meno dell’1 per cento della popolazione europea: ecco come è stata presentata la situazione.
Da qualche giorno comincia a farsi avanti un’altra analisi. Sempre più commentatori denunciano la malafede delle istituzioni europee, che da un lato auspicano una maggiore partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni dell’Unione e dall’altro non accettano che questi stessi cittadini esercitino il loro diritto di sorveglianza democratica.
In Belgio, altri tre parlamenti (quello della regione Bruxelles-Capitale, quello della Comunità francese e quello della Commissione comunitaria francese) hanno bocciato l’accordo, ma la Vallonia è diventata il simbolo di questa resistenza.
Europeista convinto
Il merito è del suo giovane ministro-presidente, il socialista Paul Magnette, che non si è lasciato intimidire dalla pioggia di pressioni e ha continuato a difendere con eloquenza la posizione espressa dal parlamento: no al trattato nella sua forma attuale, ma piena disponibilità a ridiscuterlo per raggiungere una nuova intesa.
Magnette è un europeista convinto, sensibile alla crisi del rapporto tra istituzioni e cittadini dell’Unione europea fin dai tempi del suo lavoro di ricerca all’Université libre de Bruxelles.
Opporsi al Ceta per lui non vuol dire opporsi all’Unione europea, ma a un certo modo di fare politica al livello europeo: con condiscendenza, scarsa trasparenza, tanta premura verso le grandi aziende e minore attenzione agli interessi dei cittadini. Lo spiega in un bel discorso pronunciato il 14 ottobre, che consiglio di ascoltare (o leggere) a chiunque desideri ritrovare un po’ di fiducia nella classe politica europea.
Ora non è chiaro che fine farà il Ceta. Da lunedì circolano informazioni contrastanti. Donald Tusk e Justin Trudeau hanno dichiarato che l’incontro del 27 è ancora possibile anche se tutto indica il contrario.
Secondo l’eurodeputato italiano Gianni Pittella un nuovo accordo potrebbe essere raggiunto nel giro di due o tre settimane, altri ipotizzano tempi più lunghi. L’eurodeputato belga Guy Verhofstadt ha suggerito una soluzione più radicale: il Consiglio potrebbe chiedere alla Commissione di tornare sui suoi passi e annullare il carattere misto del Ceta. Di certo la Commissione, spinta dal Canada e con il sostegno del governo federale belga, cercherà in tutti i modi di piegare o di aggirare l’opposizione della Vallonia.
Comitato di accoglienza
È altrettanto certo che dovrà affrontare una resistenza rinforzata dalle vicende di queste ultime settimane. In Canada, Denise e gli altri membri del Réseau québécois sur l’intégration continentale hanno accolto con entusiasmo la notizia della “paralisi del Ceta”: “È frutto di una formidabile mobilitazione sociale dai due lati dell’Atlantico che è cominciata nel 2010 e si è intensificata negli ultimi mesi”, si legge in un comunicato del 24 ottobre. “Il Ceta presenta delle lacune così profonde che nulla può giustificarne l’adozione se non l’ostinazione di un’élite politica ed economica che non esita a calpestare la democrazia e insiste nel portare avanti un modello neoliberista che rappresenta una sconfitta per i popoli e per l’ambiente”.
Il comunicato si conclude con un invito a Trudeau: “Farebbe meglio a restare in Canada e a cominciare a consultare la società civile per capire cos’è che non va nel Ceta”. Se dovesse venire a Bruxelles, troverà ad aspettarlo un animato comitato di accoglienza. Decine di associazioni belghe, all’origine della campagna di protesta Ttip game over, avevano infatti programmato da tempo un’azione contro la firma del Ceta, azione dal nome premonitore: “Ceta hang over”, il rinvio del Ceta.
da qui


giovedì 27 ottobre 2016

Ti ho amata per la tua voce - Nassib Sélim

Ahmad Rami (qui), poeta, racconta in prima persona, voce narrante e protagonista, la storia di Umm Kalthum.
Ahmad Rami era diventato famoso per aver tradotto in arabo le quartine del poeta persiano Omar Khayyám (il cui nome la maggior parte di noi ha conosciuto ascoltando “Via Paolo Fabbri 43, di Francesco Guccini, qui).
il romanzo di Nassib Sélim sarà anche di fantasia e sarà ispirato alla vera storia, di sicuro quando lo leggi resti stregato, sei immerso in quella storia.
che è la storia di una voce, di un amore, di un popolo, e altro ancora.
prova a leggere ascoltando le canzoni di Umm Kalthum, per sentire l'effetto che fa - franz












Vita e amori della più grande cantante araba di tutti i tempi: l'egiziana Umm Kalthum, definita la Stella d'Oriente, morta alla fine degli anni '70, la cui voce e talento straordinari costituiscono tuttora un mito per il mondo arabo. La storia è raccontata attraverso gli occhi del poeta Ahmad Rami, che amò Umm con passione per oltre cinquant'anni e che scrisse 137 delle 283 canzoni da lei interpretate. Personalità affascinante e contraddittoria, Umm Kalthum ebbe una vita sentimentale travolgente, ricca di amori leggendari, in particolare quelli femminili, e di relazioni politiche importanti (fu amica del re Fuad e poi di Nasser).

Rami viene completamente rapito dalla voce della cantante, diventando il suo più fervente ammiratore. Oltre che una collaborazione, nacque anche un amore da parte del poeta mai corrisposto da Umm Kulthum. Il primo poema che Rami scrisse per lei, “Hayart Albi Maak” (mi hai confuso il cuore) divenne la sua prima incisione. Umm Kulthum cantò quella canzone con tanto fervore da ottenere un successo enorme.
Non avevo mai sentito un applauso così sfrenato, la sua voce aveva raggiunto il punto che libera il dolore. Era terribile perché quel dolore era il mio, e lei lo aveva compreso in un attimo, aveva preso il mio dolore, lo aveva portato alla piazza della città e aveva suscitato un un’incredibile reazione. Ogni uomo in quella stanza divenne me, ogni uomo aveva bevuto da quella fonte e si struggeva per un amore impossibile da abbondonare. Era troppo. La reazione del pubblico al di là di ogni misura, qualche altra cosa doveva esserne la causa. Andò oltre il cerchio dell’amore, o altrimenti ogni cosa era il cerchio dell’amore, la nostra situazione, l’epoca, l’intero paese
L’autore tratteggia il tutto con uno stile letterario particolare, poetico e affascinante. Forse non ci si chiede mai quale genere di star o personalità leggendarie vengono consacrate in Oriente nel mondo arabo, che tanto pensiamo siano chiusi in certi comportamenti o rigide convinzioni. La risposta possiamo trovarla in questo romanzo che ci presenta la più grande cantante della canzone araba…

Storia d'amore impossibile e quindi bellissima e romantica. Lei è Oum Khaltoum, la leggendaria cantante egiziana, patrimonio culturale del mondo arabo, lui è Ahmad Rami, poeta e paroliere di molte delle canzoni della Stella d'Oriente. Lui rimane stregato da quella voce e da quella ragazzina che agli inizi canta vestita da uomo. Poi le porte dei teatri, dei palazzi presidenziali si spalancano per questa donna che incarna lo spirito di un popolo. L'amore di Rami è destinato a restare platonico per via dell'omosessualità di lei, ma il popolo e il potere di turno sono disposti a perdonarle qualsiasi cosa. La voce di Oum Khaltoum accompagna i momenti drammatici dell'Egitto, dall'indipendenza al sogno di Nasser, essa riecheggia nelle strade e scalda i cuori perchè Oum Khaltoum è l'essenza stessa dell'unità egiziana. E' difficile spiegare cos'è stata Oum Khaltoum per l'Egitto e cosa è ancor oggi per tutto il mondo arabo, forse vederla attraverso gli occhi innamorati di Rami ci restituisce la magia e l'incanto di una cantante che non ha avuto eguali.

Il libro è davvero notevole. Scritto con stile asciutto, non solo racconta con estremo amore la vita di una donna che per l’Egitto fu molto più che una cantante, ma lo fa dando preziosi riferimenti sulla musica araba e soprattutto sulla storia del paese nordafricano. Perché la voce di Umm Kulthum, che continua ad essere adorata e, come è accaduto a molte interpreti di amori strazianti, è diventata un’icona della comunità gay locale, ebbe un peso effettivo nella storia del suo paese. E per questo, a quarant’anni dalla sua morte, la stella di Umm Kulthum continua a brillare, leggendaria e immota.

Il libro è una testimonianza, seppur romanzata, di un’esistenza grandiosa, quella di una donna che ha segnato la storia di un popolo, lasciando dietro di sé un ricordo personale ed un patrimonio artistico-musicale inestimabili. La narrazione in prima persona, come una sorta di diario postumo dei giorni che furono, rende perfettamente il significato dell’affinità e del sentimento che legò il poeta alla cantante, qui ritratta nella sua grandezza, ma anche nella sua umana fragilità…





ecco Ahmad Rami:

Salvare di nascosto i rifugiati - Phil Wilmot


Certo, la Danimarca ha una legge sul sequestro dei beni ai migranti, ha diversi gruppi i neonazisti e un insopportabile Partito del Popolo danese. Tuttavia, lontano dalle attenzioni dei “grandi” media migliaia di persone comuni negli ultimi mesi hanno cominciato a disobbedire alle leggi e a fornire ai rifugiati letto caldo, via clandestine per raggiungere la Svezia, indumenti e spesso anche chiavi per una casa. Tutto in modo informale e spontaneo. Si tratta in realtà di strumenti ritagliati dai ricordi della II Guerra mondiale, quando migliaia i danesi portarono di nascosto alla salvezza centinaia di famiglie ebree..
Martedì 18 ottobre, circa cento danesi, vecchi e giovani, stavano in piedi davanti al tribunale cittadino al freddo vento che arrivava dal mare, per mostrare la loro solidarietà a quattro attivisti sospettati di avere illegalmente aiutato dei rifugiati ad attraversare il mare dalla Danimarca alla Svezia.
Mentre soltanto due degli accusati sono cittadini danesi, tutti sono membri di MedMenneskeSmuglerne, o “Coloro che fanno entrare di nascosto il loro amico”  – un “prodotto” dell’iniziativa con una b
ase più ampia. Benvenuti in Danimarca, che accoglie i migranti e i rifugiati in questo paese. L’anno scorso, oltre un milione di migranti provenienti da Siria, Afghanistan, Eritrea e da altre regioni instabili, hanno affrontato i rischi di un esodo in Danimarca, e in altre parti di Europa. Molti sono morti durante il viaggio o sono finiti in campi profughi per periodi prolungati. Questa ondata migratoria si correla direttamente alla crescente xenofobia e allo spostamento a destra in atto in molti paesi europei, compresa la Danimarca.
“Praticamente tutte le organizzazioni di sinistra in Europa hanno trascurato di considerare il flusso dei rifugiati nelle loro agende”, ha detto Mimoza Murato, una delle attiviste non-danesi che quel giorno affrontava accuse penali. “Avremmo dovuto essere preparati perché conosciamo il panorama politico”.
Mentre gli accusatori danesi forse non erano d’accordo, il loro caso alla fine è stato rigettato per mancanza di prove sostanziali. I quattro membri di MedMenneskeSmuglerne sono stati accolti da applausi trionfali dalle loro coorti di Benvenuti in Danimarca, fuori dall’edificio del tribunale.
Fornire ospitalità per chi cerca asilo
Quando Trime Simmel, una giovane attivista danese di Aarhus, ha visto alla televisione le masse di migranti che si riversavano nella penisola danese dello Jutland, attraversando il confine tedesco, nel settembre 2015, si è messa in contatto con i suoi amici per capire che cosa potevano fare per provvedere alle necessità elementari per i nuovi arrivati. I migranti venivano scortati dai poliziotti nello Jutaland e quindi i giovani all’inizio hanno programmato di aspettare su un cavalcavia dove potevano lasciar cadere dei pacchi pieni di indumenti caldi, di prodotti per l’igiene e altri articoli essenziali. I migranti, tuttavia, avevano il  sospetto di poter essere scortati dalle autorità statali e si sono sparsi nelle foreste, e questo ha reso molto più difficile rintracciarli.
 “I giovani residenti nello Jutland telefonavano ai loro genitori per riunire quattro o cinque macchine, in modo che le scarpe e altri articoli simili potessero essere distribuiti – ha spiegato Simmel – Quando gli autisti incontravano i migranti, gli offrivano i pacchi di generi alimentari e chiedevano loro dove volevano andare all’interno della Danimarca”.
Un buon numero di rifugiati decideva di andare a Copenhagen, appena al di là del mare dalla Svezia, dove alcuni avevano già dei familiari.
“Molte persone apolitiche si facevano avanti per aiutare a guidare coloro che camminavano lungo i binari – ha detto Simmel – Molte di queste persone avevano contesti familiari come immigrati e provavano comprensione, ma di solito non erano attivi rispetto a problemi politici”. Una rete di ospitalità informalenota come Venligboerne, che comprende oltre 150.000 membri in tutta la Danimarca, ha contribuito a facilitare gli sforzi dei volontari.
Attivisti come Simmel sentivano che questa crisi offriva l’occasione di allontanarsi dai tipici doveri di un attivista di incontri e dimostrazioni, e di fornire un servizio diretto. L’afflusso dei rifugiati dava uno strattone alle loro coscienze.
“Proprio come mio nonno, dovetti decidere da quale parte della storia volevo stare – ha detto Simmel – I politici ci demonizzavano perché mettiamo fotografie su Facebook di migranti che venivano aiutati, ma anche i danesi durante la II Guerra Mondiale furono demonizzati e considerati trasgressori della legge [perché aiutavano gli ebrei]”.
Far rivivere una tradizione di far entrare di nascosto i rifugiati
La Danimarca è stato l’unico paese in Europa che ha ridotto le dimensioni delle sue forze armate all’inizio della II Guerra Mondiale, e tuttavia è stata senza dubbio tra le più operative a opporsi all’occupazione tedesca. Poco dopo un’invasione notturna della Danimarca, il 9 aprile 1940, lo studente diciassettenne di Slagelse, Arne Sejr, divenne frustrato a causa della passività danese verso il dominio straniero. Tornò a casa da scuola e usò la sua macchina da scrivere per stampare 25 copie dei suoi “Dieci Comandamenti per i Danesi”. L’ultimo di questi diceva: “Proteggerai chiunque venga inseguito dai tedeschi.”
I giovani danesi componevano in modo nascosto dei volantini di questo tipo nel corso dell’occupazione tedesca. Gruppi come l’Associazione della Gioventù Danese guidato dal professore di teologia Hal Koch e il Club Churchill ad Alborg sabotavano regolarmente le autorità tedesche, a volte distruggendo i veicoli che trasportavano armi e munizioni. Le comunità cristiane facevano circolare messaggicontro l’occupazione tedesca per mezzo delle loro prediche. Questo provocò l’uccisione di Kaj Munk, che era tra gli ecclesiastici più espliciti  che sostenevano l’autogoverno danese.
Tra tutte le tattiche impiegate, i danesi dell’epoca della II Guerra Mondiale sono forse ricordati soprattutto per aver efficacemente fatto entrare di nascosto, attraverso il confine, in Svezia i rifugiati ebrei. Nel corso di pochi mesi, nel 1943, 7.220 ebrei, quasi l’intera popolazione ebraica della Danimarca, riuscirono a scappare in Svezia con l’aiuto dei loro compagni danesi. Soltanto 472 furono catturati all’inizio di ottobre durante i raid dei nazisti.
“All’inizio, usavamo questa storia del servizio diretto ai rifugiato, come nostra motivazione”, ha detto l’organizzatore di Benvenuti in Danimarca, Søren Warburg.
Fornire un letto caldo, una via  clandestina per la Svezia, indumenti caldi e una chiave per una casa: queste sono tattiche letteralmente ritagliate dai ricordi della II Guerra mondiale e appiccicate all’attuale contesto della migrazione in Europa. Anche mentre l’attuale governo della Danimarca si è reso intenzionalmente sgradevole ai richiedenti asilo politico, i danesi stessi – rafforzati da una storia di sindacati e di organizzazione di comunità – stanno fornendo i servizi che i loro rappresentanti eletti nello stato sociale, si rifiutano di concedere.
Riflettendo sull’aiuto danese ai rifugiati ebrei, la portavoce di Benvenuti in Danimarca, Line Søgaard  ha detto: “Avevamo la sensazione che qualcosa di storico stava accadendo di nuovo”. Secondo lei, cinquecento danesi hanno inizialmente risposto all’invito all’azione e hanno formato gruppi di lavoro, che si focalizzano sia su una campagna politica che sui servizi diretti”.
Dato che Copenhagen è situata circa venti miglia al di là dello Stretto di Öresund da Malmö, in Svezia, i membri della comunità che voleva aiutare i rifugiati a cercare i membri delle loro famiglie, o degli amici, decisero di agire. Raccolsero una lista di quasi vemto nomi di proprietari di barche   e organizzarono il trasporto dei migranti come pubblico atto di sfida.
“All’inizio non pensavamo che nessuno sarebbe stato perseguito – ha detto Søgaard – Ci sono veri trafficanti di esseri umani che potrebbero essere perseguiti, ma invece i capi  dicono che noi siamo quelli che tradiscono la nazione”.
Salire di nuovo sulla barca non è una cosa facile per i rifugiati che sono sopravvissuti all’attraversamento del Mar Mediterraneo. “Molti dei migranti che abbiamo aiutato a raggiungere la Svezia di solito ci mandavano messaggi audio dopo che erano  sollevati per il fatto di aver raggiunto i membri della loro famiglia”, ha detto Søgaard.
“C’era questa sensazione che stessimo continuando l’eredità della II Guerra mondiale di assistenza ai rifugiati, che avevano cominciato alcuni membri della nostra famiglia. Eravamo rimasti attaccati al nostro senso della morale e dell’etica anche quando la legge contro l’uscita clandestina dei migranti  è sbagliata”.
Attraversare il mare, non era, tuttavia, l’unico modo di raggiungere la Svezia. Calle Vangstrup, uno degli altri quattro attivisti che affrontano accuse penali, lavorava con i membri del suo movimento per fornire assistenza ventiquattro ore su ventiquattro alle stazioni di Rødby, Padborg e a quella centrale, tre importanti punti di incontro da dove i migranti che di solito non parlano danese o che non sono in grado di capire il sistema dei trasporti, potrebbero partire per la Svezia in treno.
“C’erano gruppi di persone che erano disponibili ad aiutare secondo la legge e quelli che volevano infrangerla (che proibisce l’assistenza durante il trasporto al di là del confine]”, ha detto Vangstrup. “Fortunatamente, gli svedesi sono più aperti in questi giorni, al contrario che durante la II Guerra mondiale quando spesso rimandavano indietro gli ebrei fatti entrare di nascosto e mettendoli di nuovo a rischio”.
Vangstrup crede che i membri dei gruppi nazisti danesi e il Partito del Popolo danese, populista, sono stati quelli avevano visto MedMenneskeSmuglerne nel notiziario e che li hanno denunciati alla polizia. “Come socialista e come essere umano penso che non dovrei godere di così tanti diritti quando i rifugiati non ne hanno nessuno”, ha detto Vangstrup.
Anche se la polizia ha compiuto indagini che hanno provocato accuse contro Vangstrup e i suoi amici attivisti, la polizia non sempre ha perpetuato quella xenofobia che caratterizza la crescente ideologia politica di destra della Danimarca.
Durante la II Guerra mondiale, migliaia di poliziotti furono arrestati dalle autorità tedesche. La polizia danese ha sviluppato la reputazione di essere inaffidabile e spesso deliberatamente trascurava gli atti di sabotaggio compiuti dai giovani danesi contro gli occupanti.
Questo tipo di umanità tra la polizia è riemersa durante il recente flusso di migranti in Danimarca. “Molte persone chiedevano alla polizia che cosa potevano fare per aiutare i rifugiati”, ha detto Line Søgaard. “La polizia non sapeva neanche in che modo consigliare le persone, e quindi alcuni guardavano dall’altra parte quando i trasportatori continuavano il loro lavoro”.
Dopo che i quattro attivisti accusati di traffico di esseri umani sono stati assolti dalle accuse, hanno parlato a una conferenza stampa, incoraggiando chi aiuta direttamente i migranti e i rifugiati, a continuare il loro lavoro.
“Non siamo neanche un gruppo estremista”,  ha detto Line Søgaard. Diciamo soltanto le stesse cose che dicono i gruppi come l’Onu [circa la crisi dei migranti]. Tuttavia c’è ancora opposizione ai nostri sforzi”. Alla fine della giornata, i cosiddetti trafficanti di esseri umani stavano proprio aiutando altre persone che avevano bisogno di un passaggio dovunque andassero.
“Tutti abbiamo diritto alla sicurezza e a un posto sicuro per noi e i nostri figli – ha continuato – Non possiamo soltanto chiudere i confini e vivere una vita confortevole”.
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Fonte: https://zcomm.org/. Originale: Waging Nonviolence. Traduzione di Maria Chiara Starace per znetitaly.org (che ringraziamo). Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0