Lo hanno
messo nero su bianco, riguardo all’Italia, anche i tecnici della Commissione
europea nel loro linguaggio esangue: “Esiste un margine per spostare una parte
del carico fiscale relativamente elevato che grava sul lavoro verso altre basi
imponibili attualmente poco sfruttate, comprese la ricchezza patrimoniale e le
successioni” (la tassazione su queste ultime è così scandalosamente bassa,
aggiungiamo noi, da sfiorare il ridicolo). Dunque hanno fatto benissimo
Elly Schlein, Nicola Fratoiannni e altri a cominciare a parlarne. Anche
perché, fermo restando che un’imposizione fiscale sui super-ricchi può essere
realizzata in vari modi, esiste già una proposta da cui partire: quella
proveniente dalla Cgil di Maurizio Landini che concernerebbe, con un prelievo
dell’1,3%, i patrimoni superiori ai due milioni di euro (vedi qui). Si deve poi considerare che
la flat tax per gli autonomi, così come le recenti riduzioni
dell’Irpef a vantaggio soprattutto del ceto medio, hanno incoraggiato una
tendenza che, nel tempo, ha finito col cancellare il principio della
progressività, invece ancora operante negli anni Settanta del Novecento, come
del resto prescritto dalla Costituzione (vedi qui).
Allora che
dire della levata di scudi di personaggi politici e del mondo dell’informazione
contro il fatto stesso che si ricominci a discutere di ridistribuzione
della ricchezza – perché di questo si tratta quando si parla di come
raddrizzare la fiscalità? Nient’altro che fanno il loro mestiere di difensori
delle diseguaglianze sociali e delle sperequazioni economiche, al servizio dei
più agiati. D’altronde, l’argomento messo in campo è vecchio come il
cucco: i capitali fuggirebbero dal Paese e tutta l’economia ne
soffrirebbe. Alla base c’è sempre l’assurda teoria dello “sgocciolamento”:
i ricchi svolgerebbero una funzione sociale perché, con i loro investimenti e
le loro attività in genere, farebbero “sgocciolare” un po’ della ricchezza a
vantaggio di tutti. Balle che nessuno più dovrebbe avere il coraggio di
ripetere. Anzitutto, la gran parte dei soldi accumulati se ne va in spese
voluttuarie improduttive, diciamo così, e nella costituzione di enormi
posizioni di rendita a tutto vantaggio degli eredi (in modo particolare in Italia,
dove c’è ancora un “capitalismo familiare” appoggiato a
un’ideologia familistica); inoltre, la tendenza a portare i propri beni
all’estero, a nasconderli nei paradisi fiscali, sussiste indipendentemente dal
tipo di tassazione in vigore; infine – e questo è decisivo –, insieme con
l’introduzione di una patrimoniale va fatta una legge che impone, a chi
intenda trasferire la propria residenza fiscale all’estero, di seguitare a
pagare le tasse nel Paese di origine per cinque o dieci anni.
Tra le forze
del “campo largo”, si registra la contrarietà dei5 Stelle
di Conte. Sulla patrimoniale i sedicenti “progressisti indipendenti” fanno
asse con Renzi, con la parte più immobilista del Pd, e soprattutto con un
certo elettorato piccolo-borghese e qualunquistico, che teme di vedere
minacciati i propri privilegi, reali o presunti che siano. Nel parlamento
europeo, gli ex grillini siedono nei banchi della Sinistra (gli stessi in cui
troviamo anche Ilaria Salis, per dire) dopo essere stati, in passato, alleati
perfino di Farage; ma evidentemente il loro “populismo di centro” –
termine con cui un tempo ci capitò di definirli – non è stato ancora superato.
Dovrebbero ormai arrivare a chiarirsi: vogliono rimanere quell’agglomerato
informe che, prendendo voti da tutte le parti, fu alla base del loro effimero
grande successo, oppure, archiviata quella vicenda, vogliono essere una forza
veramente progressista? Una scelta si impone, anche perché (come ha dimostrato,
una volta di più, il recente voto di Venezia: vedi qui) i loro elettori sono ondivaghi, e,
per non assumere una posizione netta, rischiano di smarrirli sia a destra sia a
sinistra. È facile caratterizzarsi, nella coalizione di centrosinistra, sulla
questione della guerra in Ucraina: perché decidere di questa, in sostanza, non
è in potere di un eventuale governo italiano di alternativa, quanto piuttosto
di Putin, di Zelensky, dell’Europa (che dovrebbe prossimamente cercare di avviare
un’iniziativa diplomatica), mentre restare nel vago sui progetti di riforma
fiscale, seguendo un basso copione elettoralistico, significa non
affrontare il nodo essenziale di una politica progressista.
La domanda è
infatti sempre la stessa: da dove si prendono le risorse per finanziare la
sanità pubblica, l’istruzione, la formazione e l’innovazione tecnologica, la
transizione ecologica, e per sostenere i più poveri? Le risposte possono essere
le più varie, ma tutte si risolvono in una sola: ristabilire la
progressività della tassazione. Nel programma comune del “campo largo” una
posizione su questo dovrà esserci. Anche perché – ed è probabilmente
l’argomento decisivo – soltanto marcando una forte distinzione dalle
destre nella politica fiscale si può sperare di richiamare alle urne quelli che
non votano più, o quelli che non hanno mai votato, rassegnati come sono a
non vedere alcun mutamento nella loro condizione e nello stato generale delle
cose.
Tassare i grandi patrimoni: una proposta dal basso - Alfonso Gianni
Sono ormai
molteplici gli studiosi, anche, se non soprattutto, al di fuori del nostro
paese, che sostengono la necessità urgente di introdurre un’imposta
sulle persone dotate di grandi ricchezze. Ce lo spiega con la consueta
precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della materia, in un piccolo,
quanto prezioso, libro recentemente uscito anche in edizione italiana (I
miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi,
2026). In realtà la questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si
può dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo
maturo, dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito
individuale, uno dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito
di raggiungere una giustizia fiscale.
La ragione è
facilmente comprensibile: i ricchi riescono facilmente a strutturare la
composizione del loro patrimonio in modo tale che alla fine il reddito
tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta guardare a quello
che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit – ProPublica
– ha dimostrato che per diversi anni notissimi miliardari,
quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno pagato quasi nessuna imposta sul loro
reddito individuale. Anzi, per quanto sia incredibile, Bezos in
un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere chiedere e ottenere i
sussidi familiari previsti per le persone effettivamente povere. Un altro
studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro economisti italiani
(Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro) ha chiarito come anche in Italia le
casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione fiscale – che pure
esiste e va ovviamente combattuta – cioè da chi si sottrae completamente al
fisco, quanto dall’elusione fiscale, ottenuta attraverso una serie di artifici
a cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza possono
accedere. Il che peggiora enormemente il quadro fiscale del nostro paese,
già reso ingiusto dalla drastica riduzione del criterio di progressività che
pure è contenuto a chiare lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra
Costituzione.
I dati a
disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli – non sto rivelando
segreti di Stato – dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo
leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito,
mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Questo fa sì
che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che un cittadino medio
onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa essere giunti in questa
situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va cercata in quelle
teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate neoliberiste, che si sono
imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.
Per quanto
riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo la cosiddetta curva di Laffer. Dal
2015 i visitatori del Museo nazionale di storia americana, possono vedere
esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un
pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale
tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva per
convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la
presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con il presidente
George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state
le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan
accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai
governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta
anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta,
il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per
le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che
– prendendo sempre ad esempio gli Usa – nel 1960 l’aliquota marginale
era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del
reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di
un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate
in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima
del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per
cento. Eppure il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita
dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.
Quelle
elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di super ricchi, unitamente ad un sistema
progressivo, corrispondevano non solo a un principio di maggiore giustizia
fiscale e sociale, ma anche alla convinzione – storicamente dimostrata – che l’estrema
diseguaglianza danneggia la società da ogni punto di vista, mentre
l’economia funziona assai meglio se si scoraggia la rendita, sia che questa
provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari. È proprio questo
elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo, creando il mito
dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la società.
Nel caso
italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974,
aveva introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di
reddito, con aliquote
progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote (la
maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat
tax. La conseguenza è che il peso del gettito fiscale grava in modo
prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati, impossibilitati sia ad
evadere quanto ad eludere, e la capacità di spesa dei governi è limitata,
soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo del pareggio di bilancio
introdotto in Costituzione, all’articolo 81, nel 2012). Cosicché si è costretti
a pietire in sede europea la sospensione del Patto di stabilità, come sta
facendo il Governo Meloni, ricevendo finora risposte negative.
È chiaro che
ci vorrebbe un ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri
di progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro
complesso, che tuttavia potrebbe bene entrare nel programma di un Governo
alternativo a quello attuale. In attesa che maturino le condizioni perché ciò
accada, abbiamo sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una
legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi
patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli
europei. Abbiamo quindi previsto di istituire una imposta patrimoniale
annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2
milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote
previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i
2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso
progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro. Non è la
rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello Stato
di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i
bisogni dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. È evidente che tale
misura non aggraverebbe la tassazione per la stragrande maggioranza della
popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che hanno grande
capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e sociale e nello
stesso tempo di sostegno per una economia sociale basata sui bisogni dei
cittadini e la difesa dell’ambiente.
Perché la proposta di legge possa essere discussa dal
Parlamento servono almeno 50mila firme da raccogliere in sei mesi, a partire
dal 13 maggio, ma ci auguriamo di poterne ricevere molte di più. Naturalmente
sappiamo che i rapporti di forza parlamentari non ci sono favorevoli. Ma il
regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini di
tempo precisi una Lip venga discussa e votata. In questo modo possiamo
contribuire ad accendere un dibattito attorno a questo tema anche nelle
istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo integrale della Lip e
altre notizie utili, fra cui l’indicazione di come firmare sulla apposita
piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it. Per
raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid
o Cie: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014 .
La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi - Chiara Brusini
Il Global
Justice Report degli economisti del World Inequality Lab, tra cui Thomas
Piketty, propone una radicale trasformazione dell’ordine economico mondiale di
qui al 2100 per evitare la catastrofe ambientale: "La compressione delle
disuguaglianze è condizione necessaria". Il reddito medio mensile di tutti
gli Stati convergerebbe a 5mila euro.
Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui
super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima
alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro
al mese di reddito per tutti e un fondo globale che
redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di
finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica,
istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale,
ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della
Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty,
per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso.
Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in
occasione dell’inizio della World Inequality Conference
2026, sono ben
lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica
di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al
2100. Vasto programma, a dir poco.
Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per
evitare il collasso
La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento
delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di
ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la
stabilità climatica. E senza una
drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la
catastrofe ambientale. “La
compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una
profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione
necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”.
Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di
aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare
su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico
– dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il
lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per
arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4%
l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5%
l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno
ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure
più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.
Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo
sovrano mondiale
Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo
globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla
convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e
della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni
anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque
volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo
monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo
sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a
gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico),
soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con
aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha
oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa
mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai
vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è
simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo
dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori –
tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel
Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo
ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei
miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In
altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per
spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali
in clima, sanità e istruzione.
A ogni Paese dividendi in base alla popolazione
Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si
stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero
sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero
distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti
condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di
riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi,
riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che
i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo,
è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse
dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil
mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”,
sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni
cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici
inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.
Cinquemila euro al mese per tutti
Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada
alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati
a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando
l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord
America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale
pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla
crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza
sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La
metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2%
della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità
vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay
gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più
ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di
quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale,
l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre
meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero
inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie
condizioni.
Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la
settimana cortissima
Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione
ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che
costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento
dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le
autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle
nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e
tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il
pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce
“sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e
dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo,
nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le
ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della
produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000
all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.
La camera di compensazione sognata da Keynes
Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di
riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni
climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile
e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la
piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e
monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni
finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di
popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema
“una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e
una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale
come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods
per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie
ricche.
Utopia o scelta politica?
Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme
delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella
Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata
e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità.
Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce
opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche
quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia
di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata
su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche
se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi
precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio
universale alla riduzione degli orari di lavoro
grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione
– che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste
consolidate.
“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta
politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire
una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società
civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe
proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’
che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e
del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio
di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per
compensare i suoi danni climatici.
Trump mente: l’Europa non succhia risorse all’America. È vero il contrario.
I dati sulla bilancia dei pagamenti lo dimostrano
Il presidente americano Trump afferma che l’Europa succhia soldi
all’America e che i rapporti economici tra Stati Uniti ed Europa sono
fortemente squilibrati a danno degli USA: ma questo è falso. La bilancia
commerciale tra Europa e USA è deficitaria per l’America, ma le partite
correnti – che comprendono la bilancia commerciale (gli scambi di beni e di
servizi), il saldo dei redditi (da capitale e lavoro) e i trasferimenti
unilaterali – sono equilibrate, e sul piano finanziario gli USA succhiano
capitale dall’Europa. Occorre sottolineare che, quando si parla di flussi
internazionali di fondi, ciò che conta davvero non è la bilancia commerciale di
beni e servizi ma il saldo complessivo delle partite correnti, che è equilibrato.
Gli USA hanno un forte deficit commerciale con la Cina, intorno ai 295
miliardi di dollari (dati 2024). Il deficit commerciale (beni e servizi) con
l’Europa è molto minore, pari a 57 miliardi di euro. Infatti, secondo la BCE,
nel 2024 i Paesi dell’area euro hanno presentato un surplus degli scambi
commerciali di beni rispetto agli Stati Uniti pari a 213 miliardi di euro. Al
tempo stesso i Paesi dell’eurozona presentano un deficit per gli scambi di
servizi (servizi digitali, di intrattenimento, servizi finanziari e di
consulenza, ecc.), quasi altrettanto rilevante: in questo caso gli USA sono in
surplus per ben 156 miliardi, sempre nel 2024. Gli USA registrano un forte
surplus, pari a 52 miliardi, anche sui trasferimenti di redditi, grazie agli interessi
e ai dividendi che riscuotono sui capitali investiti in Europa.
Alla fine, calcolando le altre poste di interscambio, risulta che nel 2024
il surplus di partite correnti dell’area euro verso gli USA è di appena 3
miliardi di euro, dopo che nel 2023 questa voce era invece risultata in deficit
per 30 miliardi (lo 0,2% del PIL europeo): nel 2023 erano quindi gli USA a
essere in forte surplus. Nel complesso gli scambi tra Europa e USA sono quindi
equilibrati e non possono destare alcuna preoccupazione per gli americani,
nonostante le false lamentele di Trump. Il problema è che presto questi scambi
diventeranno prevedibilmente squilibrati a sfavore dell’Europa.
Infatti, il surplus europeo sulle merci cresce, ma lentamente: è aumentato
del 68% rispetto ai 127 miliardi di surplus del 2015. Il surplus americano sui
servizi aumenta invece molto rapidamente: il surplus USA di 156 miliardi del
2024 è aumentato quasi 7,5 volte rispetto ai 21 miliardi del 2015. La Banca
Centrale Europea sottolinea che dal 2019, a parte il 2024, le partite correnti
per la UE sono deficitarie verso gli USA “come conseguenza delle attività delle
multinazionali statunitensi nell’area euro”. Vale a dire che società come
Amazon, Apple, Microsoft, Netflix e Google, e banche e società finanziarie come
JP Morgan e BlackRock, hanno prodotto un crescente surplus americano grazie al
deflusso dei loro profitti negli USA.
Dai dati sopra si rileva che, in prospettiva, se non ci saranno
significativi cambiamenti rispetto alle tendenze attuali, la bilancia tra
Europa e USA – sia per quanto riguarda le partite commerciali sia per quelle
correnti – diventerà presto deficitaria per il vecchio continente. Quindi gli
USA estrarranno ancora più risorse dall’Europa.
E il risparmio europeo corre ad arricchire gli Stati Uniti
Un altro elemento di rilievo di cui tenere conto è il forte deflusso di
investimenti europei che si dirigono verso l’economia statunitense. Gli USA
sono la prima destinazione di investimenti transfrontalieri per l’area euro.
Alla fine del 2024 gli asset finanziari dell’eurozona rispetto agli Stati Uniti
ammontavano a 12.380 miliardi di euro, l’82% del PIL, un aumento dell’83%
rispetto al 2015. Questa crescita è dovuta soprattutto all’aumento degli
investimenti europei su titoli azionari statunitensi. Dall’altra parte, anche
gli USA sono la principale fonte esterna di investimenti finanziari nell’area
euro, con un ammontare complessivo che alla fine del 2024 ha raggiunto 8.410
miliardi di euro, il 56% del PIL dell’area.
Tutto questo significa che i surplus guadagnati dagli operatori europei
vendendo merci agli Stati Uniti sono stati in gran parte investiti nei mercati
azionari e obbligazionari statunitensi e hanno finanziato l’economia americana:
ma se i capitali europei corrono in America, sono tolti all’economia europea.
Trump quindi non può lamentarsi di nulla. La sua guerra all’Europa che “si
arricchisce alle spalle dell’America” è del tutto ingiustificata e pretestuosa:
è vero il contrario, l’America si arricchisce alle spalle dell’Europa.
Da questi dati si desume anche che Ursula von der Leyen dovrebbe essere
licenziata perché – anche a causa della pressione di Giorgia Meloni e del
cancelliere tedesco Friedrich Merz, entrambi amici del presidente americano –
non ha neppure tentato di reagire al bullismo di Trump e ai dazi squilibrati e
ingiustificati che ha posto ai prodotti europei. L’impero americano è già in
posizione di forte privilegio in Europa.
Le multinazionali americane (e anche quelle del resto del mondo) hanno
generalmente sede in Irlanda, il paradiso fiscale europeo, e pagano tasse
irrisorie. In più, Germania, Francia e Italia hanno già garantito agli USA che
le multinazionali statunitensi non pagheranno la Global Minimum Tax, la tassa
minima del 15% concordata in sede OECD, l’organizzazione dei Paesi avanzati, a
livello globale. Quindi i tre più importanti Paesi europei si sono già
inchinati ai voleri imperiali di Trump. Se Bruxelles attuasse veramente una
politica che difendesse gli interessi europei, dovrebbe cominciare a tassare le
multinazionali americane come quelle europee. E dovrebbe cominciare a
introdurre verso gli Stati Uniti quelle strategie di de-risking e
di decoupling che ha già introdotto verso la Cina, prima che
l’Europa diventi completamente una colonia americana.
Il rapporto Mind the Gap della Commissione è il primo
tentativo di analizzare le lacune fiscali dell'Unione. In Italia quasi il 60%
dell’Irpef attesa dagli autonomi non viene versata, l’evasione Iva nel 2023 è
tornata a salire e solo una minima parte degli importi accertati viene
effettivamente incassata
L’Italia
continua a distinguersi in Europea per il livello di evasione fiscale
concentrato sul lavoro autonomo e una riscossione che fatica a
trasformare gli accertamenti in incassi. Sono alcune delle evidenze che emergono
dal nuovo rapporto Mind the Gap della Commissione
europea, primo tentativo di offrire una fotografia comparabile dei “buchi”
fiscali nei 27 Stati membri. Il documento, che distingue tra mancati introiti
dovuti all’infedeltà dei contribuenti e gap determinati da scelte
politiche come agevolazioni, esenzioni e sgravi di vario tipo, non
consente però di creare una classifica europea dell’evasione:
solo per l’Iva, che è un’imposta comunitaria, esistono infatti stime
armonizzate per tutti i 27 Paesi. I dati sulle imposte dirette restano
invece scarsamente comparabili, perché solo pochi Paesi pubblicano stime disaggregate per
categoria di reddito.
Il primato italiano
L’Italia
almeno da questo punto di vista è virtuosa perché è tra i pochi Stati che
stimano ogni anno sia il tax gap (differenza tra le imposte dovute e quelle
effettivamente versate) relativo alla tassazione del reddito di impresa sia
quello che riguarda l’Irpef, la tassazione personale. E rende pubbliche le
previsioni nella Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione
fiscale e contributiva. Ma le buone notizie finiscono qui. La scheda Paese
ricorda che nel 2022 l’evasione complessiva è tornata a superare i 100 miliardi di cui 37 (dai 35 dell’anno
prima) non versati dai lavoratori autonomi e piccole imprese,
la cui propensione al nero è poco sotto il 60% (59,8%). Un
confronto con gli altri Paesi Ue come detto è impossibile per mancanza di dati
comparabili. Ma per esempio la Svezia, che pubblica (non tutti gli
anni) stime dettagliate sul tax gap dell’imposta personale, stando a controlli
causali ha registrato tra 2014 e 2018 per i redditi da “business activities” un
gap del 21%. Non minuscolo, comunque lontano anni luce dai livelli italiani.
In aumento
anche il gap sull’Ires, cioè l’imposta sugli utili delle imprese: è
salita al 19,5% per un valore assoluto di 10,3 miliardi, dai 7,6 del 2021.
Stando al rapporto, la media sulla base delle stime disponibili per 23 Paesi Ue
è del 10,9%. Al contrario, l’evasione è residuale tra i lavoratori dipendenti:
il gap si ferma al 2,1% per i lavoratori irregolari e al 5,7% se si considerano
le addizionali regionali.
Non
sorprende che il peso sul pil dell’economia sommersa – attività non
dichiarate, sottostimate o illegali, lavoro nero – sia soffocante: uno studio
del Parlamento europeo nel 2022 l’aveva quantificato nel 20,2%
del Pil, quasi tre punti percentuali sopra la media Ue (17,5%). Secondo le
ultime stime Istat, nel 2023 l’economia non osservata valeva circa 198 miliardi di euro, pari al 10,2% del Pil, in
aumento di oltre 15 miliardi rispetto all’anno precedente. Lo scarto tra le due
quantificazioni dipende da differenze metodologiche.
La riscossione che arranca
La
Commissione riconosce che l’Italia ha fatto progressi importanti sul fronte
della digitalizzazione grazie a fatturazione
elettronica, interoperabilità delle banche dati e utilizzo
di strumenti di analisi avanzata, che nel medio periodo hanno
ridotto il tax gap complessivo dal 19,6% del 2018 al 17% circa. Ma la
dimensione resta elevata e il recupero effettivo delle imposte
accertate è limitato. Nel 2024, a fronte di 72,3 miliardi di evasione fiscale
accertata, il recupero effettivo si è fermato a 12,8 miliardi, pari al 17,7%.
La riscossione coattiva arranca ancora di più, con incassi
fermi al 3,1% a fronte di 40,7 miliardi di euro di somme accertate. Un dato che
fotografa una debolezza strutturale della fase finale del sistema di contrasto all’evasione: quella che va
dall’accertamento all’effettivo incasso. Nel 2023, le cartelle pendenti a fine
anno ammontavano al 180,8% delle entrate nette complessive, a
fronte di una media Ue del 30,7%. La gran parte di questi crediti è considerata
di fatto non riscuotibile. Da vedere se la riforma messa in campo nell’ambito della delega fiscale sarà sufficiente per invertire
la rotta.
Non aiuta
che la legge di Bilancio 2026 prevede una nuova rottamazione delle
cartelle. Il rapporto richiama a questo proposito le valutazioni della Corte
dei conti, secondo cui l’aspettativa diffusa di future sanatorie e condoni fiscali
può indurre i contribuenti a rinviare il pagamento confidando di farla franca o
al massimo salire sul carro della prossima definizione agevolata.
L’evasione Iva aumentata nel 2023
A livello
europeo, l’evasione Iva nel 2023 è stimata in 128 miliardi di euro, pari
a circa il 9,5% della base imponibile teorica. L’Italia si
colloca ancora sopra la media Ue. Negli anni 2021-2022 la Penisola aveva
registrato un forte calo del gap dal 19 al 15%, in parte
legato al boom dell’edilizia e al Superbonus 110%, che ha incentivato
l’emersione delle transazioni nel settore delle costruzioni. Ma nel 2023 si è
registrato – così come in diversi altri Paesi membri – un nuovo aumento a circa 25 miliardi. Il peggioramento potrebbe essere
stato determinato in parte dalla progressiva abolizione della maxi detrazione e
in parte dalla normalizzazione della domanda dopo il rimbalzo
post-pandemico: in particolare il buon andamento di turismo,
servizi ricreativi e ristorazione, caratterizzati da livelli di
compliance fiscale sotto la media, potrebbe spiegare perché la riduzione
dell’evasione ha conosciuto una battuta d’arresto.
In aggiunta,
anche il gap dovuto a misure introdotte dalla politica (riduzioni
ed esenzioni) è sopra la media Ue: nel 2023 era pari al 55% del gettito
potenziale, contro una media del 51%.
Il buco nero delle tax expenditure
E per
restare ai “buchi” creati da chi è al governo, il rapporto ricorda che in
Italia le agevolazioni fiscali o tax expenditure introdotte anno dopo anno e
mai cancellate si tradurranno nel 2025 in mancate entrate per ben 119
miliardi di euro. Vale a dire circa l’11,4% del gettito fiscale totale riscosso
dallo Stato, il 5,8% del pil. Vengono monitorate in un rapporto ad hoc e da
anni si parla della necessità di “disboscarle”, ma nessuno ha avuto il coraggio
di metterci mano pesantemente visto che dietro ogni agevolazione ci sono gli
interessi di piccole o grandi platee di contribuenti.
Ve la do io la progressività fiscale! - Francesco Pallante
Se la
politica italiana avesse realmente a cuore l’interesse generale, da tempo
avrebbe preso atto del fallimento delle politiche economiche seguite negli
ultimi decenni. La tesi, tutt’ora dominante, che il bene dei ricchi
corrisponda al bene dell’intera società – dal momento che favorire chi
sta in alto non solo agevola lo sviluppo del sistema economico complessivo, ma
opera a vantaggio anche di chi sta in basso, grazie all’effetto sgocciolamento
– trova una smentita particolarmente incisiva proprio nell’Italia
degli ultimi trent’anni: a fronte di una dinamica economia rimasta sostanzialmente
piatta, la forbice delle disuguaglianze si è aperta a dismisura. I
ricchi si sono arricchiti come non mai; e continuano ad arricchirsi. I poveri
sono cresciuti di numero come non mai; e continuano ad aumentare.
L’economia è rimasta bloccata in uno stato comatoso; e non accenna a
risvegliarsi.
Eppure,
l’intero sistema dei partiti presenti in Parlamento, con l’eccezione di Avs,
non mostra moti di ravvedimento. Che la destra stia dalla parte dei benestanti
non stupisce (merita, semmai, attenzione critica il cinismo con cui riesce,
ciononostante, a guadagnare e mantenere il consenso di parte degli indigenti).
Stupisce, invece, l’ostinazione con cui, sebbene attraverso toni differenti,
tanto il Pd, quanto il M5S continuano a rifiutarsi di porre, con la serietà che
sarebbe necessaria, le questioni della fiscalità e della ricchezza
all’ordine del giorno. E persino quando la responsabilità di guidare il
Paese è stata affidata a tecnici di grande prestigio e favore mediatico – Mario
Monti e Mario Draghi – anch’essi non hanno fatto altro che proseguire le
consuete politiche anti-egualitarie, senza che per ciò l’economia ne abbia
tratto beneficio.
Sullo
sfondo, emerge un doppio tradimento del dettato costituzionale: l’abdicazione
della politica dal proprio ruolo di guida dell’economia, sino all’inversione radicale del
rapporto tra l’una e l’altra in una patente – e persino rivendicata –
sudditanza della politica nei confronti dell’economia; e l’abbandono
del principio costituzionale della progressività del sistema tributario,
strettamente correlato al contestuale abbandono dell’idea stessa
dell’uguaglianza in senso sostanziale.
Le misure a
favore dei contribuenti più ricchi contenute nel progetto dell’ultima manovra
finanziariadel Governo (https://volerelaluna.it/economie/2025/11/10/la-bufala-del-taglio-dellirpef-per-i-ceti-medi/) sono, in questo quadro,
nient’altro che la prosecuzione di quanto già in atto da tempo: in fondo, dal
momento stesso in cui fu per la prima volta istituita l’Irpef nel 1974,
con trentadue scaglioni e aliquote variabili tra il 10% e il 72%. Da
allora, tale imposta, già di per sé insoddisfacente per via della limitatezza
della base imponibile ristretta ai soli redditi da lavoro e da pensione, ha
visto la propria portata progressiva gradualmente rattrappirsi, sino all’attuale
articolazione in appena tre aliquote, con la minima più che raddoppiata al 23%
e la massima quasi dimezzata al 43%. Inutile sottolineare che in tale
processo involutivo – così come in tutti quelli che hanno coinvolto i diritti
sociali, inattuabili senza risorse adeguate – il centrosinistra non ha segnato
un’apprezzabile discontinuità con la destra.
Il risultato
è un sistema tributario che oramai per i più ricchi opera con effetti
regressivi – in modo
tale, cioè, da diminuire, anziché aumentare, il carico fiscale al crescere
della ricchezza – con il conseguente enorme afflusso di risorse nei patrimoni
di una ristretta cerchia di soggetti. Sarà difficile riequilibrare la posizione
di strapotere di cui costoro si ritrovano oggi a godere se non ricorrendo
a forme di imposizione patrimoniale volte a colpire l’ingiustificabile
accumulo di questi decenni. Nello stesso tempo, solo la ricostruzione della
progressività del prelievo ordinario e la reintroduzione di una credibile
imposizione successoria potrà realmente prevenire l’ulteriore aumento delle
disuguaglianze.
Facile a
dirsi, impossibile a farsi? Certamente il contesto politico e mediatico non
aiuta. Occorre ripartire dai fondamentali. Mettere in chiaro il costo di tutti
i diritti costituzionali: meno tasse significa, inevitabilmente, meno
diritti. Ma ancor prima, sconfessare la retorica per la quale le tasse
aumentano o diminuiscono ugualmente per tutti, come se i contribuenti
appartenessero tutti a una sola categoria.Ovviamente, non è così,
e anzi: proprio il fatto che i contribuenti appartengono a categorie diverse –
vi sono i ricchissimi, i ricchi, il ceto medio, i poveri – è ciò che consente
di configurare progressivamente il sistema tributario. Dire che le
tasse sono aumentate o diminuite non significa nulla: decisivo è capire a quali
categorie sono state aumentate o diminuite. Avendo chiaro che se si vuole
tornare al disegno costituzionale è necessario operare nei due sensi
contemporaneamente: vale a dire, aumentare le tasse ai ricchi e,
soprattutto, ai ricchissimi, per potere allo stesso tempo diminuire le tasse al
ceto medio e ai poveri.
La bufala del taglio dell’Irpef per i ceti medi - Rocco Artifoni
La
matematica è soltanto un’opinione. Evidentemente la pensa così il ministro
dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che – durante le audizioni del 6
novembre nelle Commissioni bilancio riunite di Camera e Senato – ha risposto
alle osservazioni dell’Istat, della Banca d’Italia, dell’Ufficio parlamentare
di bilancio e della Corte dei conti sul taglio dell’aliquota dal 35% al 33% del
secondo scaglione dell’Irpef inserito dal Governo nella manovra economica.
Francesco
Maria Chelli, presidente dell’Istat, ha detto chiaramente che a beneficiare del
taglio dell’aliquota Irpef saranno i più ricchi: «Ordinando le famiglie in base
al reddito disponibile equivalente e dividendole in cinque gruppi di uguale
numerosità emerge come oltre l’85% delle risorse siano destinate alle
famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito: sono
infatti interessate dalla misura oltre il 90% delle famiglie del quinto più
ricco e oltre due terzi di quelle del penultimo quinto. Il guadagno medio va
dai 102 euro per le famiglie del primo quinto ai 411 delle famiglie
dell’ultimo. Per tutte le classi di reddito il beneficio sul reddito familiare
è inferiore all’1%».
Fabrizio
Balassone, vice capo Dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia,
ha evidenziato che il taglio dell’Irpef e le misure della manovra a sostegno
dei redditi non comportano variazioni significative della disuguaglianza nella
distribuzione del reddito. In particolare, «la riduzione dell’aliquota
dell’Irpef per il secondo scaglione di reddito favorisce i nuclei dei due
quinti più alti della distribuzione, ma con una variazione percentualmente
modesta del reddito disponibile. Gli effetti dei principali interventi in
materia di assistenza sociale si concentrano invece sui primi due quinti delle
famiglie e sono anch’essi modesti».
Ancora più
netta la posizione dell’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, che sottolinea
come la riduzione di due punti di aliquota Irpef «riguarderà poco più del 30%
dei contribuenti (circa 13 milioni, che sono oltre i 28.000 euro di reddito),
determinando a regime una riduzione di gettito Irpef di circa 2,7 miliardi». La
presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, ha evidenziato che «circa il 50% del
risparmio di imposta va ai contribuenti con reddito superiore ai 48.000 euro,
che rappresentano l’8% del totale», precisando che «il beneficio medio è
pari a 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati e 23 euro per gli operai;
per i lavoratori autonomi è di 124 euro e per i pensionati di 55 euro».
Sul taglio
dell’Irpef è intervenuta in modo critico anche la Corte dei conti. «Non si può
tuttavia non osservare come oltre il 44% delle risorse a ciò destinate
sia riferibile a contribuenti con reddito compreso tra 50 e 200 mila euro»,
ha detto Mauro Orefice, il presidente di coordinamento delle Sezioni riunite in
sede di controllo della Corte dei Conti.
Il ministro
dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, dopo aver ascoltato tutte queste
autorevoli valutazioni tendenzialmente negative, come se nulla fosse
stato detto, ha comunque rivendicato la riduzione dell’aliquota dell’Irpef dal
35% al 33%, poiché «tutela i contribuenti con redditi medi, ed estendendo
la platea di chi aveva beneficiato del cuneo fiscale coinvolge il 32% del
totale dei contribuenti per un valore del beneficio medio atteso di 218 euro
all’anno, che arriva a toccare per la fascia più alta interessata i 440 euro».
Tutti i calcoli matematici e le istituzioni preposte smentiscono che
l’intervento di riduzione dell’Irpef riguardi sostanzialmente il ceto medio.
Persino il ministro Giorgetti di fatto ammette che il beneficio andrà
soprattutto a favore della fascia più alta dei redditi, ma contemporaneamente –
in modo palesemente contraddittorio – persiste nel sostenere che si tratta dei
“redditi medi”.
Sarebbe più
onesto che il Ministro dicesse con chiarezza che la propaganda è diversa dalla
realtà. La propaganda è che si tagliano le tasse al ceto medio. La
realtà che si regalano 2,7 miliardi ai redditi più elevati. Con quei soldi
sicuramente si potrebbe fare qualcosa di più utile e necessario per questo
Paese.
Il rapporto di Tax Justice Network: Italia rapinata
dai paradisi fiscali. Saccheggio da 22 miliardi – Chiara Brusini
Il sistema.
L’elusione fiscale delle multinazionali ha tolto 1.700 miliardi ai Paesi. Con
Trump gli Usa sono diventati la meta dei colossi a suon di favori
Tra il 2016
e il 2021 l’Italia ha perso 22,3 miliardi di dollari di tasse che sarebbero
dovute entrare nelle casse pubbliche. Soldi rimasti invece nei bilanci di
grandi multinazionali che hanno registrato i propri profitti in Paesi dove le
imposte sono più leggere: non solo Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo, ma anche
– e per una fetta importante – Stati Uniti. Il nuovo rapporto State of
Tax Justice 2025 di Tax Justice Network, rete internazionale che da
anni analizza l’elusione delle imprese e dei super-ricchi, aggiorna le stime
sul costo globale degli abusi delle grandi imprese. E arriva alla conclusione
che il mancato gettito sia ammontato solo in quei sei anni all’astronomica
cifra di 1.700 miliardi di dollari, poco meno del Pil della Spagna, di cui 495 miliardi
(il 29% del totale) per effetto delle strategie fiscali delle sole
multinazionali statunitensi. Soldi che avrebbero potuto essere utilizzati per
finanziare sanità, istruzione e altri servizi pubblici…
Paradisi fiscali, capitalismo estrattivo e democrazia derubata - Mario Sommella
In sei anni
l’Italia si è vista sfilare 22,3 miliardi di dollari che dovevano finire in
scuole, ospedali, trasporti, sostegno alla non autosufficienza. Non sono
spariti per magia. Hanno semplicemente preso la strada che la finanza globale e
le grandi corporation hanno apparecchiato da anni: registrare i profitti dove
si pagano meno tasse, anche se quei profitti sono stati generati qui. È la
fotografia che emerge dal rapporto di Tax Justice Network che hai riportato, e
che combacia con l’andamento globale del fenomeno: le multinazionali spostano
centinaia di miliardi di utili ogni anno in giurisdizioni amichevoli, lasciando
i conti pubblici dei Paesi reali a fare i salti mortali. Su scala mondiale
parliamo di oltre mille miliardi di profitti spostati e di centinaia di
miliardi di gettito bruciati ogni anno.
Questo non è
un incidente tecnico della fiscalità internazionale. È l’effetto logico di un
capitalismo che si è fatto politica, che ha trasformato gli Stati in
contenitori da cui estrarre rendita fiscale, e che usa la concorrenza tra Paesi
come arma per pagare sempre meno. È la famosa corsa al ribasso. E quando le
imprese pagano meno del dovuto, non è che il costo scompare: viene scaricato
sulla collettività, cioè sui cittadini che pagano l’Irpef, sull’Iva, sui
piccoli imprenditori che non possono aprire una controllata in Delaware.
Il ruolo
degli Stati Uniti dopo il taglio Trump
La parte più
interessante e più scandalosa del quadro è il comportamento degli Stati Uniti
dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017. Quella riforma, presentata come leva
per riportare investimenti in patria, ha in realtà trasformato Washington in un
rifugio fiscale per le proprie multinazionali e per molte straniere: imposta
federale sulle società più bassa, regole più morbide, e soprattutto la
possibilità di far atterrare negli USA profitti prodotti altrove pagando
aliquote effettive molto più basse. Risultato: tra il 2016 e il 2024 gli utili
dichiarati in patria sono saliti, ma le tasse effettivamente pagate sono scese.
Non è un paradosso, è un disegno.
Così gli USA
sono diventati un nuovo polo di attrazione per i profitti sottratti ai Paesi
dove sono stati davvero generati, scalzando perfino paradisi fiscali europei
più tradizionali. E nello stesso momento Washington ha sabotato o rallentato
tutti i tentativi internazionali di far pagare una quota equa alle big tech e
alle altre multinazionali, dal fragile accordo OCSE sulla minimum tax fino ai
tentativi di tassare i servizi digitali. Perché? Perché quando hai reso il tuo
Paese un magnete del profitto altrui non hai alcun interesse a far tornare quei
soldi a casa d’altri.
Europa e
Italia: le casse bucano, i servizi arretrano
Dentro
questo quadro l’Italia sta nel gruppo dei Paesi che perdono senza avere
strumenti adeguati per reagire. La cifra che hai riportato, 22,3 miliardi di
dollari tra 2016 e 2021, va letta così: è come se avessimo lasciato aperto un
rubinetto fiscale verso l’estero proprio negli anni in cui si diceva che “non
ci sono risorse” per scuola, sanità, disabilità, politiche abitative. È una
sottrazione silenziosa, perché non passa dal Parlamento, non richiede un
decreto, non ha opposizione: avviene nelle note integrative dei bilanci delle
multinazionali.
I dati
europei confermano che non è un problema solo nostro: Francia e Germania
perdono ancora di più in valore assoluto, la Spagna vede evaporare una quota di
gettito pari a più del 5 per cento della spesa sanitaria di quegli anni. Vuol
dire che i sistemi pubblici stanno pagando la concorrenza fiscale decisa
altrove. E vuol dire che quando ci dicono che bisogna “aziendalizzare” la
sanità, o aumentare i ticket, o privatizzare pezzi di welfare perché “mancano i
soldi”, stanno in realtà scaricando sui cittadini il conto di un trasferimento
di ricchezza verso i board delle corporation.
Le
multinazionali si sono fatte politica
Qui sta il
punto politico che va detto con chiarezza. Il problema non è solo il
Lussemburgo che fa il furbo o l’Irlanda che offre aliquote basse. Il problema è
che le grandi imprese hanno conquistato negli anni un potere di interlocuzione
diretto con i governi, tale da far scrivere le regole fiscali in modo
compatibile con le loro strutture societarie. Non si limitano a usufruire delle
norme: le orientano. E siccome sono transnazionali e gli Stati no, la
trattativa è sempre sbilanciata.
Questa è la
forma aggiornata della subalternità politica al capitale: non più solo lobbying,
ma vera e propria co-scrittura delle regole contabili, fiscali e di
trasparenza. A livello OCSE si è deciso che i dati che mostrano dove le
multinazionali fanno profitti e dove pagano le imposte restano in gran parte
riservati, quindi i cittadini non possono vedere chi paga e chi no. Gli USA,
già nel decennio scorso, hanno voluto che la rendicontazione paese per paese
non fosse pubblica. Senza trasparenza non c’è neppure conflitto democratico.
La partita
ONU e l’astuzia del Nord globale
Per questo è
importante che all’ONU sia partita la trattativa per una Convenzione fiscale
internazionale, cioè per spostare dal club dei Paesi ricchi al sistema
multilaterale la regia sulla tassazione delle multinazionali. È una richiesta
che arriva da anni dal Sud globale, perché sono proprio i Paesi a medio e basso
reddito quelli che, in proporzione, perdono di più rispetto alle loro entrate
complessive. Ma i Paesi guida del capitalismo occidentale hanno già fatto muro
e continueranno a farlo, perché un vero registro pubblico e una vera tassazione
dove si genera il valore taglierebbero le gambe alle loro stesse imprese e alle
loro piazze finanziarie. 
Se la
Convenzione ONU riuscisse a introdurre la rendicontazione pubblica paese per
paese e il principio che il profitto si tassa dove si produce, secondo le stime
di Tax Justice si potrebbero recuperare ogni anno centinaia di miliardi. È
esattamente ciò che oggi manca ai bilanci pubblici per finanziare i diritti
sociali senza doverli trasformare in servizi a pagamento.
Un problema
di modello, non di furbetti
Qui è utile
togliere di mezzo la retorica dei singoli evasori. Non stiamo parlando del
professionista che non emette una fattura. Stiamo parlando di un’architettura
pensata per permettere a gruppi con fatturati da Stato medio di sottrarsi alla
progressività fiscale. È un problema sistemico, prodotto dall’aziendalizzazione
della politica: gli Stati hanno interiorizzato l’idea che per essere
“attrattivi” bisogna costare poco alle imprese. Il risultato è che si compete al
ribasso, e chi vince sono i soggetti globali che possono muovere una riga di
bilancio da un continente all’altro con un clic.
Ed è un
problema che rompe la democrazia fiscale. Perché se i grandi non pagano, i
piccoli pagano di più. Se i grandi portano fuori 22 miliardi in sei anni, lo
Stato deve recuperarli altrove: tagliando spesa sociale, vendendo patrimonio,
aumentando la pressione su chi non può spostarsi in Irlanda. È la
socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili, la cifra di questo
capitalismo.
Cosa dire,
allora
Primo, che i
paradisi fiscali non sono un’anomalia distante, sono incorporati nel
funzionamento del capitalismo occidentale. Secondo, che l’Italia non può
continuare a presentare come inevitabili i tagli a sanità, scuola e disabilità
finché non mette al centro la lotta al drenaggio di base imponibile. Terzo, che
la battaglia per la trasparenza fiscale internazionale è oggi una battaglia
democratica: sapere chi paga le tasse è un diritto politico, non un vezzo di
tecnici.
E soprattutto
va detto che questo drenaggio non è neutro. Ogni miliardo che esce per
compiacere una multinazionale è un miliardo sottratto alla vita quotidiana
delle persone, ai territori, ai servizi. È un trasferimento dal basso verso
l’alto reso possibile da regole scritte dall’alto. Finché non spezziamo questo
circuito, continueremo a discutere di micro-bonus, di privatizzazioni
necessarie e di austerità “inevitabile”, mentre i veri soldi, quelli che
potrebbero cambiare la vita delle persone, seguiranno la rotta invisibile dei
paradisi fiscali.
Tutto il mondo occidentale ha seri problemi economici.
Ma quelli dell’Italia sono particolarmenteseri, come evidenziato
dal fatto che il nostro Paese sta rapidamente perdendo terreno nei
confronti internazionali. Nel 1995, fatto 100 il PIL pro capite
dell’Italia, il valore della Francia era 93.2, quello del Regno Unito 86.3,
quello della Germania 101.5 e quello della Spagna 75.6. In sostanza, l’economia
italiana stava bene come quella tedesca, stava assai meglio di quelle della
Francia e del Regno Unito, e stava molto meglio di quella della Spagna. Nel
2022 la situazione era invece la seguente (sempre facendo 100 per l’Italia):
Francia 111.6, Regno Unito 110.1, Germania 126.0, Spagna 92.4 (dati IMF a
parità di potere d’acquisto). Tre anni fa quindi l’economia italiana stava poco
meglio di quella della Spagna, assai peggio di quelle della Francia e del Regno
Unito, e molto peggio di quella della Germania (forse ultimamente si è
recuperato qualcosa, ma solo per i disastri degli altri paesi). È evidente che
esiste un “problema Italia” specifico e, appunto, grave.
Cosa dovrebbe fare la sinistra in queste condizioni,
se fosse al governo, e cosa deve quindi proporre dall’opposizione? I problemi
da affrontare sono molti, ma due sono prioritari: quello del conflitto
con l’Europa e quello della assenza di una seria imposta
patrimoniale. Il motivo per il quale questi problemi sono prioritari è
che qualsiasi politica di sinistra richiede risorse, e richiede che
non si sprechino quelle che ci sono. Ne segue che l’Italia non può
permettersi di continuare a versare parecchie decine di miliardi ogni anno nel
pozzo senza fondo dei vincoli europei; e dato che non si può espandere
ulteriormente il debito e che tassare i redditi elevati implica che questi
scappino all’estero (cosa che in presenza di una legislazione opportuna la
ricchezza non può fare) bisogna tassare la ricchezza dei più ricchi,
preferibilmente quella finanziaria (non si faccia troppo affidamento
sulla lotta all’evasione: i veri ricchi non evadono ma elidono, e obbligare
l’idraulico a pagare è giusto, ma non si aggiungono risorse, si spostano solo
risorse da un soggetto – l’idraulico – a un altro, lo Stato). E poiché i ricchi
continueranno a portare i loro redditi all’estero, e i vincoli europei ci
obbligheranno a sprecare sempre più risorse, il trend di decrescita dell’Italia
continuerà, così come il suo progressivo allontanamento dall’Europa, se non si
interviene con la necessaria energia.
Magari con qualche piccola variante, quanto sopra
dovrebbe essere considerato corretto dagli economisti di sinistra. Sicuramente
lo è per me (sono in pensione, ma prima ero professore ordinario di politica
economica). Corretto e preoccupante; al punto che ho cercato di parlarne coi
responsabili economici di Sinistra Italiana e del Partito Democratico,
naturalmente (anche se non dovrebbe essere così) cercando di contattarli non
tramite canali ufficiali ma tramite contatti personali. Non ci sono riuscito.
In un primo tempo ho pensato a una normale maleducazione; poi mi sono accorto
che la realtà è molto peggiore, e molto più preoccupante: i grandi
problemi economici non interessano ai partiti della sinistra. Il PD
e SI non hanno un programma, e quindi a fortiori non hanno un
programma sui temi di cui sopra; e più in generale gli uffici, dipartimenti o
quello che sono che si occupano di economia in Sinistra Italiana e nel PD,non
esistono – o se esistono sono ben nascosti, e le strategie da essi
elaborate non sono rintracciabili sul loro sito.
Credo che sia impossibile sopravvalutare la gravità di
questo fatto. Fermiamoci un momento a considerarne le implicazioni: di
fronte a gravissimi problemi economici e alla necessità di interventi di ampio
respiro, quei due partiti non hanno una linea, anzi non se ne occupano nemmeno.
I motivi di ciò andrebbero studiati seriamente, e spero che qualcuno lo faccia,
o lo abbia fatto; io posso solo suggerire delle ipotesi.
Un primo motivo, e il meno importante, che penso valga
soprattutto per SI, consiste nel fatto che la selezione dei dirigenti si basa
sulla militanza. Semplificando un po’, diventa dirigente la persona più attiva
nella partecipazione e organizzazione di manifestazioni, nel volantinaggio e in
attività simili. Questa persona avrà poco tempo da dedicare allo studio, ancora
meno ad attività, come l’elaborazione di proposte, che allontanano dal lavoro
di massa. (Un ricordo di gioventù: nel ‘68 spesso si usava dire “la questione è
politica” per indicare qualcosa di cui si sapeva poco ma che andava affrontata
con la mobilitazione, e che quindi non richiedeva di essere conosciuta meglio).
Semplificando, i dirigenti hanno troppe cose da fare, e troppo poco
tempo, per potere occuparsi di cose di cui sanno poco e difficili da capire,come
le regole europee sul debito pubblico. Ciascuno avrà le sue idee, poco
elaborate e poco sicure, e cercare di produrre una linea comune è inutile, dato
che i partecipanti alla discussione sanno bene di saperne poco. Anzi, è
sbagliato, perché si rischia poi di fare proposte campate in aria o
contraddittorie; meglio restare sul terreno sicuro dell’opposizione
senza proposte impegnative, peraltro anch’esso importante e nel quale c’è
moltissimo da fare, per esempio per il salario minimo o per il rilancio della
sanità. Che le politiche alternative a quelle del governo richiedano risorse
può essere trascurato, si fa affidamento sulla (presunta) indignazione
dei cittadini per avere il loro consenso.
Però il secondo motivo, che ritengo riguardi
soprattutto (ma non solo) il PD, è più importante, ed è radicato nella natura
stessa del partito. Esso rappresenta interessi di diversi soggetti più o
meno potenti, più o meno onesti, più o meno importanti per l’economia locale, e
così via; e quindi anche gli interessi dei dirigenti sono diversi, e facilmente
contraddittori. In queste condizioni si hanno inevitabilmentedue
conseguenze negative. La prima è che i temi divisivi (e i grandi temi
economici lo sono di sicuro) vengono messi da parte. La seconda è che
ciascun dirigente deve fare molta attenzione alla sua carriera (il rapporto fra
“carriera” e “affermazione delle proprie idee” è molto ambiguo, qui non ce ne occupiamo); sollevare
grosse questioni riguardanti la “linea generale” del partito non propizia
certamente tale carriera. Ci aspettiamo quindi che si cerchi di ovviare
alla mancanza di idee sui grandi temi con molta demagogia su quelli enormi,
molti compromessi su quelli locali e un’opposizione molto urlata, contando
anche qui sulla (presunta) indignazione delle masse per avere comunque il loro
appoggio. Ed è quello che vediamo.
Ma le masse sono davvero disposte a seguire queste
politiche? Anche su questo punto sarebbe necessaria un’indagine specifica; il
mio suggerimento è che sono stanche di sentire proposte generiche e/o
demagogiche. Il soggetto tipico (come direbbe un sociologo; un
economista userebbe la locuzione “elettore mediano”, meno chiara, che vuole
dire la stessa cosa), sa benissimo, o almeno intuisce, che i suoi
problemi quotidiani hanno molto a che fare col debito pubblico e le
distorsioni del sistema fiscale, e – giustamente – considera poco serio chi
gli dice che, per esempio, che bisogna rilanciare la Sanità Pubblica senza dire
dove si trovano i soldi, o che la questione più importante è Fermare il
Fascismo che avanza (tra l’altro, sappiamo che l’avanzata del fascismo è
molto propiziata dall’incapacità della sinistra di affrontare i grandi problemi).
Che le cose stiano così è dimostrato dalla enorme, e crescente, tendenza
all’astensione. Ho interrogato un sito di IA su “cosa pensano gli italiani
della politica”, ottenendo questa risposta: “Gli italiani percepiscono un
diffuso clima di sfiducia e stanchezza verso la politica e i politici,
considerandoli spesso inaffidabili e dediti a interessi personali piuttosto che
al bene comune”. E che ciò dipenda dalla natura dei partiti è suggerito
dal fatto che i partiti di sinistra fanno pochissimi sforzi per recuperare gli
elettori che si astengono. Tipicamente, in presenza di “qualunquismo”, non
modificano le loro proposte, ma aumentano le iniziative propagandistiche a loro
sostegno.
Insomma, da qualsiasi punto di vista osserviamo la
questione, vediamo che trascurare i grandi problemi economici (cioè
l’Europa e le politiche fiscali redistributive) è molto dannoso per la
sinistra, persino sul piano dell’esito elettorale, nonostante che il
mettere al primo posto l’obbiettivo di “vincere comunque le elezioni” sia molto
probabilmente, come abbiamo visto, il motivo principale di questa
trascuratezza. Questa è la situazione, e questa situazione ha
radici profonde e non può essere modificata solo con degli appelli o delle
denunce.
C’è qualcuno che può fare qualcosa, possibilmente
prima che la rabbia degli elettori li porti a guardare con speranza a un Uomo
Della Provvidenza che risolva tutto lui? Forse si. In
Italia ci sono molte e-riviste e molti blog di sinistra. Molti di coloro
che scrivono o intervengono su di essi sono militanti e studiosi (e spesso
militanti e studiosi) con buona preparazione e buone capacità di
analisi. La maggior parte, anzi la quasi totalità dei loro interventi è
finalizzata a criticare le scelte del governo e quelle della sinistra tradizionale,
o ad avanzare proposte che si collocano su un piano troppo elevato (“come
salvare il pianeta”) o troppo poco elevato (“occorre una riforma della sanità”)
rispetto ai grandi problemi di cui sopra. In buona parte
ci scambiamo messaggi solo fra di noi, dicendo l’uno all’altro cose su cui
siamo sostanzialmente tutti d’accordo. Tutto questo non basta. Bisogna
assumere un atteggiamento più politico, bisogna porsi espressamente
il compito di indicare una linea di politica economica su quei due grandi
problemi. Occorrerà prendere delle iniziative e forse anche delle misure
organizzative. E prima di tutto, quindi, cominciare a parlare di questa
necessità. Mi permetto di chiudere suggerendo agli autori di interventi sui
blog e sugli e-giornali (intendiamoci: sono molto spesso di alto livello e bene
informati) di ridurre il peso del tradizionale approccio “dal basso in
alto”, indicare cosa bisogna fare senza dare indicazioni su chi deve
farlo, per assumere maggiormente un atteggiamento “dall’alto in basso”:
individuare ciò che manca ai partiti di sinistra, e studiare il modo di
rimediare a questa lacuna.
«L’Italia
attrae ricchi stranieri grazie al suo regime fiscale estremamente vantaggioso.
Due banchieri svizzeri hanno recentemente approfittato di questo sistema, che
consente loro di dedurre milioni di euro di tasse». La frase a prima vista
sembra una fake news. Se non fosse che è stata pubblicata sul sito in
lingua francese della Radio Televisione Svizzera…
In effetti
dal 2017 l’Italia offre un sistema fiscale vantaggioso per i ricchi stranieri
che stabiliscono la propria residenza fiscale in Italia, pagando un’imposta
forfettaria. Fino all’agosto del 2024 si trattava di 100.000 euro, poi
raddoppiati, in cambio di un’esenzione totale sui patrimoni e sui redditi
esteri: dividendi, affitti, plusvalenze o eredità. Questo regime fiscale è
valido per 15 anni. Secondo la Radio TV Svizzera diverse centinaia di
persone hanno già beneficiato di questo schema. Tra questi, dirigenti
senior, pensionati svizzeri e persino celebrità. Il caso più
emblematico rimane quello di Cristiano Ronaldo, che si è trasferito a Torino al
momento del suo passaggio alla Juventus, poco dopo l’entrata in vigore del
programma. Recentemente due banchieri svizzeri hanno scelto di stabilire la
propria base imponibile in Italia. A dimostrazione che la penisola italiana
continua ad attrarre ricchi individui grazie a questa leva fiscale.
Interessante
il commento della TV elvetica: «Questo sistema, tuttavia, non è sfuggito alle
critiche. In particolare, è stato denunciato un sistema fiscale a due livelli,
inaccessibile ai cittadini comuni, che vede le classi medie italiane sottoposte
ad alcune delle pressioni fiscali più elevate d’Europa». In effetti, il
Documento di Finanza Pubblica approvato dal Governo italiano ad aprile 2025
certifica che la pressione fiscale in Italia nel 2024 è salita al 42,6%
rispetto al 41,4% del 2023. Recentemente l’ISTAT ha segnalato che il
potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori, soprattutto a causa
dell’inflazione, negli ultimi quattro anni è diminuito del 9%. In
sintesi: per i lavoratori italiani più tasse e meno soldi effettivi.
La
conclusione della Radio Televisione Svizzera è chiara: «Nonostante queste
tensioni, l’Italia persiste nella sua strategia. Mentre altri Paesi, come il
Portogallo, stanno riducendo o abbandonando questo tipo di regime fiscale, Roma
sembra determinata a mantenere questo strumento di attrattività». L’attuale
compagine governativa utilizza abbondantemente la retorica della difesa
dell’italianità (contro gli immigrati stranieri) e delle tasche degli italiani
(contro il fisco esoso). In realtà si privilegiano fiscalmente gli stranieri a
scapito degli italiani. Ma in politica è noto che la coerenza non è più una
virtù.