Visualizzazione post con etichetta Thomas Mann. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Thomas Mann. Mostra tutti i post

domenica 6 febbraio 2022

Motus in fine velocior - Gianandrea Piccioli

  

La crisi della democrazia rappresentativa, da noi e non solo, è evidente. E per rendersene conto non c’era bisogno del minuetto tra Capo del Governo e Capo dello Stato, con tutto il dovuto rispetto per entrambi, per il Capo dello Stato in particolare, diventato per alcuni giorni ostaggio della Gondrand. Nella crisi di gennaio ci sono stati momenti da Commedia dell’Arte, soprattutto tra i cosiddetti partiti e il tourbillon dei presunti candidati. Particolarmente gustosa la sequenza con Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato. E il tutto è sembrato un grottesco remake del mitico film di Sergio Corbucci, Gli onorevoli (quello con Totò che col megafono esorta dalla finestra i condomini a votarlo: “Vota Antonio! Vota Antonio!”).

Il bene comune e la sovranità popolare non sono più la stella polare, spodestati dalla governance, letteralmente: amministrazione, gestione; in soldoni: il management ormai totalitario e globale, vero padrone del mondo. Come diceva il compianto Predrag Matvejević, viviamo in “democrature”: della democrazia è rimasta la buccia o, se si preferisce, la forma in cavo.

Lo sa bene Luciano Canfora, che ogni tanto abbandona gli studi classici per scrivere lucidissimi pamphlet politici: a La scopa di don Abbondio, del 2018 e ora ristampato, fa seguito La democrazia dei signori (entrambi Laterza). Pamphlet per struttura e vivacità d’analisi; in realtà testi utilissimi per inquadrare il disastro contemporaneo, italiano e globale.

Nel primo testo di capitolo in capitolo, apparentemente ciascuno autonomo, si sviluppa una sintetica filosofia della storia, e in appendice è riportato anche un breve straordinario discorso che nel 1948 Thomas Mann tenne negli USA denunciando il fascismo americano: non quello caricaturale, sbeffeggiato dai Blues Brothers o da Peter Sellers ne Il dottor Stranamore, ma quello vero, paranoico, dei tanti che accusavano Roosevelt “di far parte di un gigantesco complotto per vendere la nostra democrazia ai comunisti.” Non ci siamo spostati di molto… basta pensare al “democratico” Biden e al suo sereno e confuso tradimento degli accordi tra Kissinger e Gorbacev sulla Nato e sull’autonomia degli Stati europei ex sovietici, Ucraina inclusa (dovevano restare fuori dalla Nato, che si auspicava non avesse col tempo più ragion d’essere). Accordi menzionati più volte in articoli e libri anche da quel noto trinariciuto che è l’ambasciatore Sergio Romano… e ribaditi dagli accordi di Minsk del 2014 e del 2015. Accordi su accordi, tutti inevasi dall’Occidente, e ora siamo sull’orlo di una guerra epocale. Se così, col rinforzo della crisi ecologica la frittata è fatta e non se ne parla più (ma i supermiliardari si stanno già premunendo di rifugi extraterrestri.)

Pagine di straordinaria lucidità Canfora dedica anche al disastro della sinistra italiana, alla sua “disintegrazione mentale e pratica”, alla sua conversione “al più acceso liberismo in economia e al ‘liberalismo’ in politica.” Fino alla conclusione: “Non resta più nessuno; e quella larva di formazione politica che viene chiamata, in modo insapore, ‘partito democratico’ è abitata da figure della più diversa o nulla provenienza: pervase da pulsioni e rivalità di tipo meramente personalistico. (…) Peraltro sembra essere un tratto comune dei partiti politici quello di defungere senza possibilità di una seconda vita.” (La scopa di don Abbondio, pp. 57-58) E infatti ormai impera la governance, “pseudo-concetto grazie al quale è stata mandata in soffitta la sovranità popolare” (ibidem, p.34, dove si cita anche il saggio del canadese Deneault che nel suo Governance, Neri Pozza, “fa a pezzi il management totalitario”.) La gestione sostituisce la politica, e Draghi il 2 settembre 2021 può annunciare tranquillamente (“Com’è buono lei” direbbe Fantozzi): “I partiti svolgano pure il loro dibattito. Il governo va avanti.”

Se ne La scopa di don Abbondio Canfora intreccia di capitolo in capitolo una sorta di filosofia della storia, nel recente La democrazia dei signori denuncia apertamente lo stallo attuale. Intoppo pantografato dal caso-limite di Mario Draghi, calato dall’alto, imposto al Parlamento e giudicato direttamente trasferibile al Quirinale (Ciampi fu eletto alla presidenza della Repubblica 5 anni dopo esser stato Presidente del Consiglio.) Come fece notare Domenico Cella, presidente dell’Istituto De Gasperi citato a p.7: “un governo del presidente esorbita dalla cornice, oltre che dal senso, del nostro ordinamento costituzionale.” E così “il governo Mattarella-Draghi (…) costituisce un tornante nella storia politica italiana.” (p.9) Detto in soldoni: un commissariamento dei partiti. Figuriamoci poi anche il ritorno di Mattarella a furor di popolo. E, nonostante tutto, meno male che è tornato, vista l’impasse in cui il sistema era caduto.

 

Ma indipendentemente dalle nostre peripezie nazionali, comunque sempre condizionate dalla situazione globale, in entrambi i volumi Canfora analizza lucidamente e sinteticamente la situazione globale, richiamando anche qualche preveggente spunto marxista, a partire da una lettera di Marx a Engels in cui Marx scrive (l’8 ottobre 1858!) : “Il compito vero della società borghese è l’instaurazione del mercato mondiale (…). Poiché il mondo è rotondo, questo processo sembra essere arrivato a conclusione con la colonizzazione della California e dell’Australia e con l’apertura al commercio della Cina e del Giappone.” (La scopa di don Abbondio, p.37) E si arriva così all’attuale controllo economico-politico-militare di buona parte del pianeta, ai ricatti verso chi non si piega al sistema, alla devastazione ecologica in nome del decantato sviluppo (ma a vantaggio di chi?), al “progressivo avvicinamento tra le forze politiche un tempo portatrici di programmi ben diversi e visioni del mondo radicalmente contrapposte” (La democrazia dei signori, p.66), quando diventa difficile distinguere tra un Minniti e un Salvini e si concretizza un “partito unico articolato” (ibidem, p.27) mentre “la dilatazione abnorme dell’istituto regionale” ha prodotto “un contropotere paralizzante e caotico”. (ibidem, p.29) 

Si potrebbe continuare a lungo con citazioni da questo breve ma documentato e argomentato “report” sull’anomala situazione italica, sostanzialmente più o meno simile a quella della Grecia di alcuni anni fa ma con diversa importanza nel sistema, e sotto ricatto dell’Europa, con mass-media, quotidiani compresi, servi volontari di poteri forti internazionali prima ancora che locali. Il sistema è compatto, la catastrofe ambientale è arrivata all’ultimo miglio, l’Atlantico non è più il perno del mondo (e le prepotenti intemperanze statunitensi lo confermano): motus in fine velocior

da qui

lunedì 15 novembre 2021

Quel virus inarrestabile - Enzo Scandurra

 

Un altro virus si aggira per l’Europa, non meno socialmente pericoloso del Covid: è quello che potremmo chiamare dell’incattivimento sociale o inimicizia sociale che porta a vedere nell’altro il nemico da cui difendersi o da demolire.

I due virus interagiscono l’uno con l’altro come parti di un sistema finalizzato ad un unico scopo finale: l’autodistruzione della specie.

La manifestazione più evidente e drammatica dell’inimicizia sociale è la sindrome di accerchiamento che spinge ad un odio spietato e molecolare di ognuno contro tutti: il vicino di casa, il commerciante all’angolo della strada, l’immigrato, il medico, colui che professa semplicemente idee diverse dalle nostre.

La sindrome da accerchiamento prende spesso anche la forma più estrema, come nel caso dei due giovani uccisi in auto perché sospettati dal proprietario di una villetta di essere potenziali rapinatori.

Il virus si propaga velocemente, la sua diffusione avviene attraverso i mass media, i talk show televisivi, la pubblicità, giornalisti alla ricerca di gossip e, infine, per mezzo di una classe politica che vede nell’avversario solo un pericoloso nemico da distruggere.

Gli esempi non mancano, anzi si moltiplicano quasi che il paese fosse diventato un arena dove si svolgono combattimenti mortali, come nella serie televisiva Squid Game. Dove masse di diseredati lottano tra loro per conquistare un ricchissimo premio in denaro.

Thomas Mann attraverso la descrizione della vita quotidiana di una famiglia borghese, i Buddenbrook, ci restuì l’immagine della dissoluzione della società borghese e dei suoi valori destinati inesorabilmente a sparire. Oggi ci vorrebbe un’analoga opera letteraria per descrivere la trasformazione antropologica di una famiglia degli anni Cinquanta, dei suoi valori, delle speranze e delle passioni politiche che l’animavano.

Perché c’è stato un tempo, subito dopo la guerra e per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, in cui famiglie di tramvieri, ferrovieri, operai che con il loro lavoro e facendo grandi sacrifici, erano sorrette da una fede nel futuro e c’era un clima di convivenza pacifica cui contribuiva l’opera di assistenza del Partito comunista e del sindacato.

Le sezioni di strada accoglievano chiunque si affacciasse alla loro porta, le discussioni politiche favorivano l’emancipazione dei singoli, una solidarietà universale tra lavoratori creava quella cornice di convivenza pacifica.

Ora quelle famiglie senza più guida sono state catturate dalle lusinghe di una destra rancorosa: al momento del voto il figlio più piccolo non va alle urne, quello più grande forse sceglie 5S, la mamma vota Salvini e il vecchio padre, un tempo militante comunista, non lo dichiara, vergognandosene un po’.

 

Un furore collettivo anima le piazze dove un tempo le persone si ritrovavano accomunate da passioni e sentimenti di cambiamento. Ognuno con le sue motivazioni personali come è dato osservare a proposito delle manifestazioni no-vax, no green-pass.

Prevalgono individualismo, trasgressività conformista, edonismo permissivo, azioni fuori da ogni ideologia e da ogni finalità politica: rabbia, furore, risentimento, rancore, frustrazione.

Le cause sono note ma spesso mal dibattute: la sfiducia nella classe politica tutta, l’impoverimento generale in un mondo dove la gente povera diventa sempre più povera e quella ricca sempre più ricca, la delusione per le aspettative della globalizzazione, salutata negli anni Novanta, anche dalla sinistra, come benefica e portatrice di un nuovo progresso, la disoccupazione, il cinismo di gruppi padronali che delocalizzano fabbriche in base ai costi della manodopera, l’informazione carente e contraddittoria sul Covid. Ne è testimone la bassa affluenza alle urne e la disaffezione, fattasi rancore, per tutta la sinistra.

Sembra cadere anche il naturale sentimento di rispetto per gli anziani: la famosa metafora attribuita a Newton dove i giganti (i vecchi) hanno il compito di portare sulle loro spalle i nani (i giovani) ancora incapaci di muoversi autonomamente.

Ora i giganti, umiliati ed offesi, vagano smarriti privati di questo nobile ruolo e molti giovani, liberi da tutte le regole di convivenza, credono di acquisire prestigio attraverso gadget e oggetti e scambiano la felicità con il consumo.

La parata del G20 a Roma è stata un ulteriore elemento di frustrazione: vedere la città paralizzata mentre file di suv blindati impazzavano per consentire ai Grandi della Terra di gettare monetine nella Fontana di Trevi. Parata smisurata se confrontata coi magri risultati ottenuti.

Quant’è lontana questa manifestazione smodata e teatrale da quella silenziosa di Papa Francesco che, in mesta solitudine attraversava via del Corso o a quella dello stesso Francesco che, solitario, saliva le scale della Basilica di San Pietro per inginocchiarsi di fronte alla croce. Forse, di questi tempi, un po’ di umiltà e sobrietà farebbe bene anche alla sinistra.


Articolo pubblicato anche su il Manifesto


da qui