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domenica 22 marzo 2026

Violenza epistemica - Pasquale Pugliese

 

 

La massima potenza militare sul pianeta è concentrata nelle mani di un uomo che l’8 gennaio scorso ha dichiarato al New York Times, senza alcun pudore o ipocrisia, di non aver bisogno del diritto internazionale perché i suoi poteri sono limitati solo dalla sua morale personale e dalla sua mente. Per quanto riguarda la moralità di Donald Trump, al netto dei 34 capi di imputazione per i quali è stato giudicato colpevole nel proprio Paese che ne fanno formalmente un presidente criminale, i confini interni sono definiti dalla melma che eruttano i files di Epstein che lo coinvolgono; i confini esterni dalla complicità attiva con il criminale di guerra e contro l’umanità Benjamin Netanyahu. Per quanto riguarda la sua mente, rimando all’ottima ricognizione delle diagnosi che ne ha fatto Oliviero Ponte di Pino su Doppiozero (Trump e gli psichiatri).

A quattro giorni dall’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, nel quale tra i governi europei si sono sprecate le formule di rito su “l’aggressore e l’aggredito” che sostiene armi e sanzioni contro il primo, Netanyahu e Trump hanno aggredito militarmente e congiuntamente l’Iran, un paese sovrano, uccidendo anche la massima autorità politico-religiosa, producendo una “violazione clamorosa della norma fondamentale della Carta delle Nazioni unite” – come scrive il giurista Luigi Ferrajoli (il manifesto, Il crollo della ragione e del diritto) – che ci pone “di fronte al crollo del diritto internazionale”. Sostituito dalla logica brutale della violenza, senza alcuna mediazione. Si tratta della torsione mafiosa delle relazioni internazionali, come avevamo visto anche poche settimane fa con l’aggressione Usa al Venezuela e il rapimento del suo presidente, e confermato con il comitato d’affari per la razzia delle terre palestinesi, radunato sotto il nome di copertura di Board of peace.

Ma rispetto alla nuova catastrofe della guerra all’Iran, la reazione dell’Unione e dei governi europei è stata afasica, incapace – tranne il governo spagnolo – di esprimere la minima condanna, ma ingaggiata nell’eterna retorica della lotta del bene (i “nostri”, a prescindere) contro il male (tutti gli “altri”, a prescindere), a qualunque costo e contro qualsiasi evidenza. Fino a condannare piuttosto la risposta iraniana, mentre i governi inglese, tedesco e francese sono pronti a collaborare all’aggressioneUn esempio da manuale di “violenza epistemica” – come definita dalla filosofa Roberta De Monticelli in Umanità violata, in riferimento alla complicità con il genocidio israeliano dei palestinesi – contro le opinioni pubbliche:

“Una violenza che non uccide la vita del corpo, ma quella della mente: spegne la luce delle ragioni, strozza l’ansia di verità, riduce il linguaggio a una orwelliana amministrazione di conformismi e tabù e decapita il polo dell’idealità, ghigliottinando la mente delle persone”.

La violenza epistemica ripete oggi il mantra della “guerra preventiva” – rispolverata dalle aggressioni di George W. Bush all’Afghanistan e all’Iraq, che hanno generato catastrofi umanitarie e terrorismi dilaganti – nei confronti del programma nucleare iraniano, che ricorda le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, ingannando il tavolo di trattative in corso a Ginevra. Come ha evidenziato l’Ican (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), “questi attacchi sono del tutto irresponsabili e rischiano di provocare un’ulteriore escalation, aumentando il pericolo di proliferazione nucleare e l’uso di armi nucleari. L’azione militare non è una soluzione praticabile né duratura per prevenire la proliferazione nucleare”. Ma la prevenzione della proliferazione non è l’obiettivo degli Usa né di Israele, che non vogliono minimamente rinunciare alle proprie testate nucleari, tanto meno aderire al Trattato che le rende illegali, solo non avere nuovi concorrenti nella cupola atomica.

L’altra narrazione ricorrente nella violenza epistemica giustificatrice della violenza delle bombe, se sganciate dai “buoni”, è quella della guerra per la liberazione delle donne iraniane, che – oltre ad essere un ossimoro, sia in sé che in relazione ai due soggetti “liberatori” – si è subito infranta nel bombardamento della scuola primaria femminile Shajaba Tayyiba nella città di Minab, nel sud dell’Iran, avvenuto già nella mattina di sabato 28 febbraio, dove si contano ad oggi almeno 165 giovanissime vittime e 96 feriti (fonte: Il Sole 24 Ore), nel sito verificato dalla Cnn. Un’interpretazione quantomeno distorta del principio “Donna, vita e libertà” del movimento di lotta iraniano.

Le ragioni storiche dell’aggressione militare per Trump stanno, invece, nella ricchezza petrolifera dell’Iran – terzo al mondo per quantità di riserve, dopo il Venezuela, appunto, e l’alleata Arabia saudita – e per il governo israeliano nell’essere il vero ostacolo alla realizzazione della Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate, più volte rivendicata da Netanyahu. Le ragioni prossime sono i rispettivi sondaggi elettorali che hanno bisogno, per entrambi i criminali, di una vittoria militare per provare a cambiare di segno e allontanare il carcere. La violenza epistemica contro di noi è solo la fornitura delle coperture ideologiche per nascondere le verità dietro la violenza esplicita contro i “nemici”. Per questo Gandhi chiamava la nonviolenza “forza della verità”, ossia fermezza nel disvelamento della menzogna: ma già questo richiede coraggio, che di questi tempi è virtù assai rara.

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lunedì 6 ottobre 2025

Milano, gli arresti prima degli scontri a volto scoperto - Mario di Vito*

 

La singolare dinamica dei fatti accaduti alla stazione centrale di Milano: i 5 fermi alla stazione subito dopo pranzo. Nessuna regia, i tafferugli non erano stati previsti dalla questura. In due sono già state rilasciate. I minori attendono le decisioni del gip al Beccaria. FdI elogia la polizia, Mattarella chiama Piantedosi. Zerocalcare, Carlotto, Dazieri e altri: “bloccare stazione non è vandalismo. Scontri evitabili, violenza è carcere minorile per manifestanti”

Prima i fermi e poi gli scontri. È singolare la dinamica della giornata di mobilitazione per Gaza andata in scena a Milano lunedì: le cinque persone prese dalla polizia, infatti, non sono state portate dentro al culmine della tensione del pomeriggio, ma molto prima: intorno alle 14, alla stazione Centrale, mentre da parte dei manifestanti era in atto il tentativo di bloccare per qualche ora i treni, cosa peraltro accaduta in altre città italiane senza conseguenze troppo gravi. Invece qui il clima si è fatto subito pesante.

Ed è stata quasi una sorpresa: né in questura né negli ambienti più militanti erano previsti tafferugli. Infatti il grosso degli scontri è sorto spontaneamente, prova ne sia che gran parte dei protagonisti dei disordini si aggirava a volto scoperto, segno che non c’era nulla di organizzato. Adesso la digos è al lavoro sui filmati ed è probabile che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane arriveranno denunce per i danneggiamenti, anche se il lavoro degli investigatori sarà meno facile del previsto: va bene i volti scoperti che aiutano le identificazioni, ma la nebbia creata da lacrimogeni e fumogeni non è d’aiuto per il software in uso presso la polizia, il «Sari», che compara i volti riconosciuti sia alle foto presenti in archivio sia a quelle dei social. I denunciati, a quanto si apprende, sarebbero già almeno una decina.

Comunque, per quanto riguarda i cinque fermati, due sono minori: un ragazzo e una ragazza, entrambi di diciassette anni, entrambi incensurati, entrambi arrestati in flagranza per resistenza aggravata ed entrambi studenti del liceo Carducci. Al momento sono in custodia al Beccaria, l’istituto minorile di Milano, dove ieri pomeriggio si è tenuto un presidio per chiederne la liberazione. Il gip deciderà entro venerdì. Altre due ragazze, di 21 e 22 anni, militanti del centro sociale Lambretta, pure accusate di resistenza aggravata ed incensurate (erano finite a processo per l’occupazione del cinema Splendor ma sono state assolte), hanno visto il loro arresto convalidato dal giudice ma sono state messe in libertà con l’obbligo di firma giornaliero. «La loro è una posizione molto marginale rispetto a quello che pare essere avvenuto – spiegano gli avvocati Mirko Mazzali e Guido Guella -, l’accusa è di essersi divincolate al momento dell’arresto e aver avuto una colluttazione all’ingresso della stazione quando c’era tutto il corteo dietro. Loro hanno detto che si sono trovate davanti perché spinte dalle persone dietro. Non avevano nessuna intenzione di sfondare alcunché». Processate per direttissima, in aula le due hanno «negato ogni comportamento violento o minaccioso».

Più complessa la posizione del quinto arrestato, un 37enne incensurato, in attesa della decisione del gip sulle sue accuse: resistenza aggravata e lesioni aggravate perché, nel cercare di fermarlo, un agente ha rimediato cinque giorni di prognosi. L’uomo, stando a quanto ha scritto nella richiesta di convalida il pm Elio Ramondini, avrebbe uno «spiccato profilo criminale, tanto più pericoloso» perché «non ha esitato a sfondare il cordone di contenimento» e ha «persistito nell’azione violenta pur di perseguire il proprio fine e non abbandonare il proposito collettivo criminoso», ovvero «il raggiungimento dei binari della stazione ferroviaria».

Gli episodi milanesi, com’era in fondo scontato, hanno avuto una vasta eco nel dibattito politico. Intervenendo alla Camera in apertura della commemorazione di Charlie Kirk, il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami si è prodotto in un lungo elogio delle forze dell’ordine – sono stati sessanta i poliziotti feriti negli scontri, secondo la questura: Mattarella ha chiamato Piantedosi per esprimere la sua solidarietà e fare gli auguri- e ha puntato il dito contro il centrosinistra, a suo dire quantomeno corresponsabile delle violenze. Il leghista Alberto Bagnai, per non essere da meno, ha tirato fuori in maniera ironica il vecchio adagio dei «compagni che sbagliano», in una prosecuzione ideale, si fa per dire, dei parallelismi tra il dibattito odierno e la lotta armata che da giorni le forze di maggioranza rilanciano tra dichiarazioni e post. «Sono centinaia di migliaia gli italiani che sono scesi in piazza pacificamente, ma voi parlate solo dei disordini», ha replicato Marco Grimaldi (Avs), con una kefiah al collo. E poi anche Elly Schlein, in apertura della direzione del Pd: «Noi abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza politica perché non la riteniamo mai giustificabile e perché non è il nostro metodo, non lo è mai stato. Non possiamo accettare però di vedere che la violenza di qualche centinaio di manifestanti che hanno colpito la stazione copra quelle decine di migliaia di persone che pacificamente in tutto il paese hanno manifestato per Gaza».

E che manifesteranno ancora e ancora nelle prossime settimane: gli appuntamenti in agenda continuano a moltiplicarsi in tutta l’Italia, perché quello che è successo ovunque lunedì non è stato un episodio di ordine pubblico. Non le hanno viste arrivare, queste persone. Continuano a non vederle.

L’appello: “Bloccare stazione non è vandalismo. Scontri evitabili, violenza è carcere minorile per manifestanti

Immagini e parole sono il nostro strumento di lavoro, sappiamo essere qualcosa di vivo che può mutare significato velocemente. Lunedì 22 settembre l’Italia è stata bloccata: in oltre 100 città si è manifestato per dire basta al genocidio a Gaza e per chiedere la fine del massacro del popolo palestinese. Stanche e stanchi di anni di connivenza da parte dei governi del mondo, persone di ogni tipo, età, classe, religione hanno deciso che era necessario cambiare registro. Da ieri la politica parla di “violenza” e “vandalismo” per un paio di vetrate della stazione Centrale di Milano cadute durante scontri tra manifestanti e polizia. Scontri evitabili se chi governa e gestisce l’ordine pubblico sapesse fare il proprio lavoro e gestire la forza moltitudinaria che assediava la Centrale, mentre in altre città altre stazioni, porti e autostrade erano bloccati. Violenza è stare in silenzio davanti al massacro di un popolo, violenza è portare in un carcere minorile chi ha manifestato, violenza è costruire una narrazione di comodo davanti a una massiva espressione di contrarietà alla guerra, all’occupazione coloniale e all’inazione del governo Meloni.
Chi ha cercato di entrare in Centrale ha certo usato modalità muscolari per forzare il blocco di polizia, ma non ha seminato il panico come hanno fatto invece gli agenti che, a un certo punto, hanno sparato decine e decine di lacrimogeni, alcuni anche verso chi faceva foto dai balconi di via Vittor Pisani. Come artisti e artiste sogniamo un mondo di pace, ma non cadiamo nel tranello di trasformare momenti di resistenza e di rabbia collettiva in una subdola giostra di trasformazione di concetti e immagini. Violenza è tante cose, tante cose che rinneghiamo e disprezziamo, ma la violenza non è bloccare una stazione in un giorno di sciopero generale per provare a fermare il più grande genocidio di questo secolo, né l’insubordinazione ai silenzi complici di chi ci governa.
Confidiamo che chi è stato arrestato sia presto liberato e che il governo italiano si attivi per fermare il genocidio a Gaza, iniziando a cancellare tutte le forme di rapporto economico con Israele.

Massimo Carlotto, Punkreas, Chullu, kuTso, Massimo Roccaforte, Cinzia Delorenzi, Ratzo, Shah, Paolo Sollecito (insegnante di Yoga), Collettivo Micorrize, Robin Scheller, Assalti Frontali, Frode, Andrea Van Cleef, Atomo Tinelli, Bandabardò, Ivan il Poeta, Marco Teatro, Shandon, The Magnetics, The Soul Rockets, Giorgia Battocchio, Bull Brigade, Kiv, Modena City Ramblers, Walls of Milano, Gik, Zibe, Lilo, Max Pisu, Beatrice Schiros, Paui Galli, Nicoletta Daino, Giulio Cavalli, Cristina Donati Meyer, Marco Philopat, Mattia Tombolini, Flavio Ferri, Lele Sacchi, Alberto “Bebo” Guidetti, Anna Altobello, Riccardo Iellen, Manolo Perazzi, Cult of Magic, Mowlab/Il filo di paglia, Zerocalcare, Vintage Violence, Sandrone Dazieri, Banda degli Ottoni, Lara Guidetti e Saverio Bari / Sanpapiè, Alessio Tagliento

*da il manifesto

da qui

domenica 22 dicembre 2024

“È ora di passare a una mentalità di guerra”, dice Rutte. Un’ossessione a cui bisogna disobbedire - Pasquale Pugliese

 

Quando alcuni giorni fa dicevo agli insegnanti partecipanti al Seminario organizzato da Libera-Roma e FLC-CGIL Lazio sulla “violenza giovanile” che la domanda fondamentale da porsi di questi tempi è se sia possibile, e come, formare i più giovani a relazioni nonviolente, in un contesto storico permeato non solo dalle guerre ma dal bellicismo, ossia l’ideologia di guerra, dilagante (mostrando anche i dati dell’aumento stratosferico delle spese militari negli ultimi dieci anni, specie in rapporto agli investimenti per l’istruzione) non potevo immaginare che appena qualche giorno dopo il neo segretario generale della Nato, Mark Rutte, avrebbe confermato clamorosamente le mie parole.

Giovedì 12 dicembre, alla Fondazione Carnagie Europe di Bruxelles, Rutte diceva che ormai “è ora di passare a una mentalità di guerra”, aggiungendo che non è sufficiente l’obiettivo del 2% del Pil da dedicare alle spese militari dei Paesi membri della Nato, ma è necessario aumentarlo ulteriormente – nonostante essi coprano già il 55% della spesa militare globale (a fronte del 12% della Cina e del 4% della Russi, dati SIPRI) – recuperando ulteriori risorse a questo scopo “dalle pensioni, dalla sanità e dalla previdenza sociale”. Rutte non è nuovo a queste dichiarazioni, se possibile più violentemente oltranziste di quelle del suo predecessore Stoltenberg: già ad inizio dicembre aveva intimato ai ministri degli Esteri dei paesi Nato di avere, rispetto alla guerra in Ucraina, “meno idee su come organizzare il processo di pace” e dare “più aiuti militari”.

Un’ossessione bellicista da “cattivo maestro” indirizzata a modificare la “mentalità” pacifista dei popoli europei, particolarmente radicata nel nostro Paese grazie ad una importante tradizione di educatori di pace – da Maria Montessori ad Aldo Capitini, da don Lorenzo Milani a Danilo Dolci, da Alex Langer a Gianni Rodari – ed all’implicita pedagogia pacifista svolta dall’Articolo 11 della Costituzione, che nel “ripudio della guerra come mezzo di risoluzione della controversie internazionali” ha indicato a generazioni di italiani la strada della ricerca e della costruzione di mezzi alternativi e nonviolenti per affrontare i conflitti. Ne sono conferma sia il Rapporto del Censis 2024, secondo il quale circa il 70% degli italiani è contrario all’aumento delle spese militari e il 66,3% ritiene i paesi occidentali (Usa in testa) come “principali responsabili delle guerre in corso in Ucraina e in Medio Oriente”, che la recente ricerca Demopolis per la Caritas, secondo la quale l’80% degli italiani considera le guerre “avvenimenti evitabili” nei quali la “Comunità internazionale” dovrebbe “intervenire con la mediazione politica senza l’uso della forza”.

Quanto poi le spese militari siano già impattanti sull’economia e la società italiane lo certifica anche la nuova Controfinanziaria del Rapporto Sbilanciamoci che, appoggiandosi alla metodologia dell’Osservatorio sulle spese militari italiane Milex, ne denuncia un aumento nel 2024 del 5,5% rispetto al 2023, assestandosi a 28,1 miliardi di euro, indicando la strada virtuosa della loro sensibile riduzione, con tagli – a cominciare da quelli ai nuovi sistemi d’arma e ai programmi militari del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (!) – e risparmi che garantirebbero maggiori entrate per circa sette miliardi e mezzo di euro, da destinare subito ai programmi di sicurezza sociale dei cittadini. Invece, come indica Rutte, la strada già intrapresa è quella di una gigantesca riconversione militare delle risorse civili, all’interno della progressiva ristrutturazione di una economia di guerra che fa esplodere gli extraprofitti dell’industria bellica.

Ma affinché questo sia politicamente accettabile è necessario, dunque – secondo i vertici Nato – lavorare al cambiamento radicale di mentalità dei popoli europei, rendendo non la pace, ma la guerra e la sua preparazione legittime e auspicabili. Il meccanismo propagandistico utile allo scopo, che da tempo è in atto anche nel nostro Paese, non è certo nuovo ma è stato codificato anche dal gerarca nazista Hermann Goering nel colloquio nel carcere di Norimberga con lo psicologo statunitense Gustave Gilbert (Norimberg Diary1947): “Ovviamente, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese”.

Ecco, il compito dei pacifisti oggi – già ampiamente sottoposti da governi e media alle accuse di Goering – è organizzare l’obiezione di coscienza e la disobbedienza culturale, prima ancora che civile, rispetto a questa nuova offensiva bellicista, affinché stavolta essa non funzioni. Ed essere buoni maestri fino in fondo: esempi credibili, anche per i più giovani.

da qui

lunedì 25 ottobre 2021

Violenza - Enrico Euli

Nella visione democratico-liberale solo lo Stato detiene il monopolio della violenza legittima: solo lo Stato quindi può esercitare legalmente l’aggressione, sia all’interno di sé (attraverso le istituzioni che mantengono l’ordine pubblico), sia all’esterno (attraverso gli eserciti). E solo lo Stato può discriminare tra comportamenti violenti e non violenti dei cittadini (sia tra i cittadini, sia tra questi e lo Stato stesso), in primo luogo attraverso l’istituzione giudiziaria.

In questo modo, all’interno di questa visione, lo Stato si assicurerebbe univocamente il potere di definire, agire e sanzionare la violenza. Ma, in numerose esperienze ed evenienze storiche, è avvenuto che: lo Stato stesso sia stato promotore di atti violenti ed illegali (secondo le sue stesse leggi o leggi di livello sovrastatale); lo Stato sia stato contestato da minoranze/maggioranze di cittadini in relazione a singole leggi da esse considerate violente e quindi da superare/cambiare (il “legale” può essere considerato, cioè, non “legittimo”, a partire da motivazioni extra-sovralegali (morali, politiche, culturali…).

Attualmente, gli Stati democratici-liberali accolgono sempre più come forme legali e non violente di contestazione soltanto le forme ritualizzate di protesta: petizioni, manifestazioni pacifiche, scioperi regolamentati con preavviso. Qualunque altra forma, anche non violenta nelle modalità d’azione, è considerata illegale: ad esempio boicottaggi e interruzione di servizi, di (accesso alle) produzioni, di commerci e trasporti.

E sin qui ci troviamo appieno nella tradizione delle lotte nonviolente: la disobbedienza civile è sempre illegale, e non lo nega. La novità sorge nel momento in cui quel che lo Stato considera legittimamente “illegale” viene immediatamente tacciato anche di “violenza”, in quanto aggressione verso la libertà di muoversi, produrre, consumare, adire ai pubblici servizi. E quindi non solo “non legale” (giuridicamente), ma anche “non legittimo” (socio-politicamente).

Ma, se si accetta questa visione, ci sarebbe da chiedersi come mai i liberali (centrodestri e centrosinistri) di casa nostra si mobilitino (a parole) per le manifestazioni anti-regime di Hong Kong, ad esempio. I dissidenti, si sa, piacciono solo se stanno in altri Stati. La risposta che i liberali darebbero, lo so, è che qui siamo in una democrazia e quindi i cittadini hanno la possibilità di cambiare le leggi attraverso la rappresentanza, mentre lì no. Ma così si giungerebbe al paradosso che la lotta nonviolenta non sarebbe agibile da noi perché siamo democratici (e quindi non ce ne sarebbe bisogno) e da loro perché la democrazia non c’è (e quindi non si può protestare in alcun modo). Il conflitto sociale e politico verrebbe non più solo canalizzato e ostruito, ma – a questo punto – legalmente abolito.

Anche da noi, non siamo così lontani dall’aver raggiunto questa condizione. Lo dimostra il fatto che si consideri violento uno scioperante se lo fa senza preavviso. Ma perché dei lavoratori che non si riconoscono nel sindacato dovrebbero accettare regolamentazioni stabilite da accordi tra lo Stato e i sindacati? Lo dimostra il fatto che si consideri violento e asociale chi rifiuta l’obbligo vaccinale e/o di certificazione. Ma allora perché esiste la libertà di cura? E perché il Trattamento sanitario obbligatorio è sottoposto a complicate condizioni e procedure, ma non in questo caso? Lo dimostra il fatto che, per essere considerati violenti, non è più necessario devastare, aggredire e/o reagire controggressivamente all’azione di sgombero della polizia.

Ma perché, se sono disposto ad accettare di essere punito dalle leggi per le mie azioni nonviolente, dovrei anche accettare di essere definito violento da chi, nel frattempo, mi sta picchiando e mi reprime, in nome dello Stato e delle leggi?

Cosa resta della democrazia (anche liberale) se il conflitto e la lotta (anche se agiti non violentemente) sono immediatamente contrassegnati dal marchio della violenza?

Apparentemente: le elezioni (almeno sino a quando anche l’astensione non sarà considerata violenza).

Sostanzialmente: nulla.

da qui