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sabato 30 luglio 2022

IL SALARIO DIGNITOSO È UN DIRITTO UNIVERSALE

 

Una proposta per l'Italia, a partire dal settore moda

La Campagna Abiti Puliti lancia il nuovo rapporto “Il salario dignitoso è un diritto universale. Una proposta per l’Italia, a partire dal settore moda”. 

La povertà lavorativa è un fenomeno sociale complesso, che va oltre la pura questione salariale e dipende da diversi fattori (individuali, familiari, istituzionali) e dalla configurazione delle catene globali del valore. Per essere affrontata e aggredita nelle sue cause strutturali, sono necessarie misure diverse e complementari di politica economica e fiscale, di natura legislativa e contrattuale, a livello sia nazionale che internazionale.

Elaborando i dati OCSE relativi al periodo 2000-2020 emerge come le retribuzioni abbiano subito una contrazione in termini reali nel periodo considerato, determinando un’erosione del potere di acquisto dei lavoratori. Ulteriore preoccupazione è determinata da una dinamica inflattiva tra fine 2021 e inizio 2022 particolarmente sostenuta, spinta dai prezzi dei beni energetici e in misura minore da quella dei beni alimentari. Nel 2019, Eurostat rilevava per l’Italia un tasso di rischio di povertà lavorativa per i lavoratori di età compresa tra 18-64 anni dell’11,8% ovvero 2,8 punti percentuali al di sopra della media UE-27.

In questo rapporto affrontiamo nello specifico il tema del salario quale prima, ma non unica, questione urgente su cui intervenire per aggredire il problema della povertà lavorativa e della diseguaglianza in Italia, a partire dalle filiere della moda.

In particolare, sulla scia della proposta di salario dignitoso nel settore TAC avanzata dall’European Production Focus Group relativamente ai paesi dell’Europa centrale, orientale e sudorientale, a sua volta ispirata all’iniziativa del 2009 dell’Asian Floor Wage Alliance per il continente asiatico, abbiamo calcolato un valore del salario minimo dignitoso pari a €1.905 netti mensili (ipotizzando una settimana lavorativa standard di quaranta ore settimanali, tale salario equivale a €11 netti all’ora).

Il concetto di salario minimo dignitoso a cui ci riferiamo, diritto umano riconosciuto nel diritto internazionale e nella nostra Costituzione, è definito come il valore della retribuzione base netta in grado di garantire al lavoratore e alla sua famiglia il soddisfacimento dei bisogni primari e condizioni di vita dignitose. Si differenzia dal salario minimo legale perché non si basa su valori di mercato. Sono considerati bisogni primari il cibo, il vestiario, i trasporti (abbonamenti ai trasporti pubblici), l’alloggio (spese per l’affitto o rate del mutuo, manutenzione ordinaria della casa), utenze domestiche (elettricità, riscaldamento, acqua, raccolta rifiuti, telefono, internet), istruzione, cultura e tempo libero, spese mediche ordinarie, vacanze (un viaggio della durata di una settimana per tutta la famiglia all’interno del proprio paese).

Il calcolo del salario dignitoso si basa su una metodologia piuttosto semplice, in modo da essere replicabile e aggiornabile nel tempo. L’idea centrale è quella di suddividere la spesa complessiva delle famiglie in due grandi componenti: spesa per generi alimentari e altre spese. Una volta definito il valore monetario della spesa alimentare familiare e assumendo che questa rappresenti una certa quota percentuale della spesa complessiva, otteniamo il valore del salario dignitoso come somma della spesa alimentare e della spesa non alimentare a livello familiare.

Il pagamento di salari dignitosi a tutti i lavoratori della filiera, diritto umano e sociale fondamentale, rappresenta un passo determinante poiché obbligherebbe le imprese a produrre meno e meglio, con impatti potenzialmente positivi sul benessere dei lavoratori, sull’ambiente e sulla stessa economia. Si potrebbe così finalmente virare verso un nuovo modello di organizzazione di impresa più sostenibile, democratico e basato su un ripensamento dei tempi di vita e di lavoro” dichiara Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti

È noto che la povertà lavorativa sia un fenomeno complesso e multidimensionale e richieda pertanto una molteplicità di strumenti e di misure, di carattere economico, legislativo, contrattuale e culturale. Per questo, a corredo del salario dignitoso di base e per incentivare rapporti di lavoro stabili, sicuri e duraturi, nel rapporto auspichiamo l’attuazione di altre misure che potrebbero essere sperimentate a partire dal settore TAC per poi essere estese all’intera economia: l’introduzione di strumenti di integrazione e sostegno dei redditi da lavoro più bassi, il c.d in-work benefit  e  l’avvio di un percorso pluriennale e graduale di riduzione collettiva degli orari di lavoro, a parità di salario dignitoso di base, in un’ottica di netto miglioramento della qualità della vita per i lavoratori.

Le raccomandazioni alle istituzioni politiche e alle imprese dettagliate nel rapporto sono volte ad affrontare in maniera sistemica e strutturale il problema della povertà lavorativa nonché della urgente transizione verso una industria della moda sostenibile, che potrà dirsi tale solo se inclusiva, equa e democratica.

da qui

domenica 11 aprile 2021

Un altro salario è possibile - Deborah Lucchetti

 

In quest’area, solo nell’industria dell’abbigliamento, lavorano più di 2,3 milioni di persone, prevalentemente donne, con salari netti minimi legali inferiori alle soglie di povertà definite dall’Unione Europea. Marchi e distributori della moda, che continuano a realizzare ingenti profitti, anche durante la pandemia, usano la minaccia della delocalizzazione per beneficiare della concorrenza internazionale tra Paesi e regioni. In questo modo aumentano la propria capacità di comprimere i costi, indebolendo il potere contrattuale di lavoratori e sindacati.

Nonostante il salario dignitoso sia un diritto umano riconosciuto dal diritto internazionale e dall’Unione Europea, gli stipendi minimi sono così bassi che le persone, pur lavorando, sono costrette in condizioni di povertà. “Ci sono giorni che non abbiamo nulla da mangiare” ci ha raccontato una lavoratrice ucraina.

In risposta a questa situazione inaccettabile, la Clean Clothes Campaign ha sviluppato l’Europe Floor Wage, un benchmark transfrontaliero dei salari basato sul costo della vita in 15 Paesi europei di produzione di abbigliamento, di cui 7 membri dell’Unione Europea.

È uno strumento concreto per mostrare a marchi e governi quale sia il salario necessario per vivere dignitosamente, utile alle organizzazioni del lavoro e ai sindacati per rafforzare il loro potere contrattuale.

Secondo i calcoli elaborati, mediamente, i salari minimi legali dei vari Paesi analizzati equivalgono a ¼ del livello considerato dignitoso. Un dato che rivela l’urgenza di porre mano ad una effettiva redistribuzione del valore generato nelle catene globali di fornitura a favore dei lavoratori.

Sei i marchi hanno seriamente intenzione di pagare salari dignitosi nelle loro catene di fornitura questo è lo strumento da utilizzare. Ora non ci sono più scuse

 

È tempo che lavoratori e lavoratrici europei che producono abiti e calzature per i mercati internazionali, a partire dai loro concittadini in Europa, ricevano un salario dignitoso.

Chiediamo quindi ai marchi della moda e ai distributori di definire tappe pubbliche, concrete e misurabili del percorso che intendono intraprendere perché questo avvenga in un lasso di tempo ragionevole.

Ai governi nazionali e alle istituzioni europee chiediamo di proteggere il diritto umano al salario dignitoso implementando salari minimi legali davvero utili a combattere la povertà e le crescenti diseguaglianze…

da qui

mercoledì 17 febbraio 2021

Le lavoratrici e i lavoratori in attesa di una giustizia che non arriva

 

RINA ha scelto ancora di ignorare le vittime della Ali Enterprises

 

La società di auditing italiana RINA Services S.p.A. si è rifiutata di assumersi le sue responsabilità per aver certificato come sicura una fabbrica di abbigliamento a Karachi (Pakistan) in cui, un mese dopo la certificazione, sono morte oltre 250 persone. I sopravvissuti pakistani, le famiglie dei deceduti e le organizzazioni per i diritti dei lavoratori insieme ad alleati europei avevano presentato istanza al Punto di Contatto Nazionale (PCN) dell’OCSE in Italia nel Settembre 2018. Dopo mesi di mediazione, quando ormai si era arrivati a un passo dalla chiusura, almeno storica, di questa drammatica vicenda, RINA ha deciso di non firmare l’accordo che avrebbe garantito un sollievo economico alle famiglie colpite e obbligato l’azienda a migliorare le proprie pratiche di certificazione.

L’11 settembre 2012 un incendio ha travolto lo stabilimento Ali Enterprises. Solo tre settimane prima RINA aveva certificato l’azienda conforme alla norma SA8000, uno standard internazionale stabilito da Social Accountability International. L’auditor aveva trascurato una serie di obblighi di sicurezza, come la necessità di avere un sistema di allarme antincendio funzionante o uscite di emergenza sufficienti ed efficaci. Successivamente sono venute a galla una serie di altre violazioni dei diritti dei lavoratori ignorate dall’auditor.

Sebbene RINA abbia certificato la fabbrica come sicura, in realtà è stata una trappola mortale che è costata la vita a mio figlio e ad altre 250 persone“, ha dichiarato Saeeda Khatoon, presidente dell’Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association (AEFFAA). “Come familiari delle vittime e sopravvissuti chiediamo giustizia e responsabilità. Siamo molto delusi dal rifiuto di RINA di firmare l’accordo.”

 

Scrivi a RINA e chiedi spiegazioni

 

Come impresa situata in un Paese membro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), RINA deve attenersi alle Linee guida per le imprese multinazionali. In risposta alla nostra istanza di giustizia, RINA ha respinto ogni responsabilità e ha affermato di aver debitamente verificato l’edificio secondo le norme. Ha sostenuto di non essere in grado di risolvere da sola i problemi del settore dell’auditing e ha ritenuto che la mediazione presso il Punto Nazionale di Contatto non fosse la strada giusta per fornire un risarcimento alle famiglie colpite. Il PCN ha tuttavia riconosciuto il merito della denuncia e ha organizzato il processo di mediazione dando incarico ad un’esperto esterno alla struttura del Mise che gestisce e ‘ospita’ il PCN stesso.

 Come punto di compromesso di un lungo processo di mediazione, il PCN ha proposto innanzitutto che RINA si impegnasse a pagare 400.000 dollari alle persone colpite dall’incendio e che un rappresentante dell’azienda incontrasse le famiglie per esprimere la propria solidarietà. In secondo luogo, ha suggerito all’azienda di promuovere un miglioramento dei sistemi di certificazione globali, includendo ad esempio le pratiche di acquisto dei marchi committenti nei processi di audit, oltre a migliorare le sue pratiche di due diligence. Ciò includerebbe trasparenza sulle politiche in materia di gestione del rischio, corruzione e conflitto di interessi.

Ritenendolo un compromesso accettabile – anche se non avrebbe reso piena giustizia alle famiglie colpite – le organizzazioni titolari dell’istanza (associazioni vittime, sindacati) hanno firmato l’accordo nel marzo 2020. RINA, invece, ha improvvisamente ritirato il suo impegno nel processo e si è rifiutata di firmare prima della scadenza, considerando il contributo economico alle famiglie come il più grande ostacolo. Nella sua dichiarazione finale il PCN raccomanda a RINA di compiere comunque un “gesto umanitario” per le famiglie attraverso l’erogazione di un sostegno economico ed esprimendo cordoglio di persona.

Il comportamento di RINA mostra chiaramente la necessità di regole obbligatorie per le aziende di condurre due diligence sui diritti umani che possano essere imposte anche attraverso i tribunali“, ha affermato Miriam Saage-Maaß, responsabile  del Programma per le imprese e i diritti umani presso l’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR).

L’incendio della Ali Enterprises è un esempio eclatante del fallimento delle società di auditing nel condurre il proprio lavoro nell’interesse dei lavoratori: i problemi nel settore sono endemici e strutturali. Un articolo investigativo (link) sulle strategie commerciali di RINA pubblicato all’inizio di quest’anno ha mostrato come l’azienda abbia costantemente e strutturalmente ricavato profitti sulla pelle delle persone, nonostante il loro obiettivo dichiarato sia di migliorare le condizioni di lavoro nell’industria dell’abbigliamento. Serve una modifica radicale di tutto il sistema per ottenere miglioramenti significativi e concreti, a partire dalla trasparenza fino alla responsabilità legale delle società di auditing per le loro ispezioni. 

Incentivi perversi, mancanza di tempo e assenza di un effettivo coinvolgimento e informazione dei lavoratori creano un sistema che protegge l’immagine delle aziende piuttosto che i lavoratori“, ha affermato Deborah Lucchetti, coordinatrice  della Campagna Italiana Abiti Puliti. Gli Stati inoltre dovrebbero rafforzare gli ispettorati del lavoro per garantire il rispetto delle normative, ripristinando il primato del controllo pubblico invece di una pericolosa deriva verso la sua privatizzazione.

A parte l’amarezza per un nulla di fatto dopo mesi di lavoro, e per non essere riusciti ad aiutare i familiari delle vittime e tutti i soggetti coinvolti a mettere almeno la parola fine a questa storia terribile -afferma Alessandro Mostaccio Segretario generale del Movimento Consumatori copresentatore dell’istanza al PCN – rimane la nostra disponibilità nel rispettare e perseguire le raccomandazioni ricevute dal PCN e la nostra determinazione a spingere in tutti i modi perché Rina abbia ‘cuore’ di aumentare i propri standard di due diligence”

Leggi la dichirazione finale del PCN

 

da qui

 

 

Pubblichiamo l’approfondimento di Internazionale, a cura di Maria Hengeveld, su RINA, il sistema delle certificazioni e il caso Ali Enterprises. 

 

Quando nel 2001 Kishore Sharfudeen, un uomo cordiale con due figli originario del Tamil Nadu, nel sud dell’India, fu assunto come capo del personale dal calzificio Snqs International Socks, davanti a lui si spalancarono nuovi mondi. Otto anni come avvocato gli avevano fatto perdere ogni illusione, e il suo nuovo datore di lavoro, nella città di Coimbatore, sembrava offrirgli una vita più facile in un’azienda che forniva calze a marchi europei come Primark e H&M.

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Ripulire abiti dalla violenza di genere - Giuditta Pellegrini

 

Il via libera da parte del Senato, lo scorso 12 gennaio, alla ratifica della Convenzione n. 190 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro per il contrasto alla violenza e alle molestie sui luoghi di lavoro è un passo importante che fa da apripista per la presa in carico di un problema purtroppo in crescita a livello globale.

LA RATIFICA PER LA PRIMA VOLTA STABILISCE gli obblighi legali dei singoli Stati per agevolare l’accesso alla giustizia in caso di violenze o molestie, subite non solo sul luogo di lavoro, ma anche sul trasporto per arrivarci e implementa il monitoraggio attribuendo maggiori poteri agli ispettori.

Obbligando i singoli stati ad aggiornare il proprio sistema giuridico affinché ne sia resa possibile l’attuazione, anche in presenza di contratti precari, la convenzione permetterà di «non lasciare alla discrezionalità del singolo giudice la gestione di questi casi» come ha diramato all’indomani del voto l’associazione nazionale D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, attraverso la voce della legale Francesca Garisto.

Ma la ratifica ha anche il merito di portare l’attenzione su come le violenze di genere siano facilitate dai processi di produzione sregolati del mercato.

LA CAMPAGNA ABITI PULITI, CHE DA TEMPO SI BATTE per la ratifica della Convenzione ILO 190, sottolinea come a livello internazionale la pressione produttiva, che ha effetti nefasti sull’ambiente, abbia forti conseguenze anche a livello lavorativo.

Il comparto tessile, dove l’85% per cento della forza lavoro globale è femminile, ne è un esempio.

CON UN VALORE DI MERCATO CHE SUPERA I 400 miliardi di dollari, l’industria della moda è una delle più attive nel mondo e una delle più inquinanti.

Gli ultimi studi parlano di un consumo di abiti pressoché raddoppiato negli ultimi 15 anni, mentre decresce la percentuale di tempo del loro utilizzo.

Quello che ne deriva è in pratica «un largo impiego di risorse non rinnovabili per produrre vestiti che spesso vengono usati per un breve periodo» come afferma il report sull’economia tessile di Ellen Macarthur Foundation, secondo il quale l’impiego di petrolio, fertilizzanti e prodotti sintetici per accompagnare l’intero ciclo produttivo, dalla materia prima allo smaltimento, consuma annualmente 98 milioni di tonnellate di risorse non rinnovabili e 93 miliardi di metri cubi d’acqua.

L’INCENTIVAZIONE ALL’ACQUISTO SI TRADUCE nel fenomeno del cosiddetto fast fashion, che offre abiti economici per un rapido consumo.

Ma il basso costo, si sa, ha delle ricadute, sia ambientali che sociali.

«Le pratiche di acquisto estremamente competitive si riversano sui lavoratori delle filiere internazionali, in particolare le donne, costrette a lavorare con paghe sempre più ridotte in un sistema sociale gerarchico come è quello patriarcale.

Spesso sono le uniche a lavorare in famiglia e si trovano quindi in una situazione di vulnerabilità in cui non si sentono di denunciare» spiega Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti.

«Questo ci fa capire come la violenza di genere abbia origine anche da una violenza economica strutturale, reiterata dalle dinamiche di acquisito e da condizioni e prezzi troppo bassi imposti dai brand internazionali».

Dall’ultimo position paper della Clean Clothes Campaign, basato su una ricerca condotta da Bangladesh Center for Workers Solidarity (BCWS) e il network femminista panafricano Femnet, emerge che il 75% delle donne intervistate ha avuto esperienze di violenza di genere sul luogo di lavoro.

Una percentuale altissima a cui fanno seguito poche denunce, per la paura di ritorsioni o di perdere il posto di lavoro e le cui criticità ritroviamo in maniera trasversale anche in tutti gli altri ambiti in cui le donne sono costrette a lavorare in situazioni di forte precarietà.

«UN SISTEMA DI QUESTO TIPO AGGRAVA IL PROBLEMA delle molestie, perché nel momento in cui la manodopera è interscambiabile, con contratti di lavoro sempre meno tutelati, lo sfruttamento è sicuramente più diffuso».

A parlare è Stefania Prandi, giornalista e fotografa che ha realizzato il reportage pubblicato nel libro Oro rosso, Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo.

A partire dalle testimonianze dirette e dal lavoro sul campo, l’inchiesta ha puntato i riflettori sulle condizioni di sfruttamento in cui vertono delle donne impiegate nella filiera agricola industriale e i conseguenti abusi, innescando manifestazioni di protesta soprattutto in Spagna e la costituzione del collettivo di donne Jornaleras de Huelva en Lucha, che fa un monitoraggio attivo sulle situazione.

IN ITALIA IL COMPARTO DELL’AGRICOLTURA INTENSIVA, che vede il maggior numero di donne migranti impiegate insieme a quello del lavoro domestico e di cura, con salari ancora più bassi di quelli degli uomini e la mancanza di contratti che permettano di accedere a misure di welfare, è uno dei settori più esposti agli abusi, come evidenzia anche l’ultimo rapporto Agromafie e caporalato a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto e di Flai-Cgil.

Anche qui, nelle condizioni definite dalle Nazioni Unite come nuove forme di schiavismo e generate da un mercato dominato dalle grandi aziende distributive, le donne soffrono di uno sfruttamento nello sfruttamento, che non ha fatto che aggravarsi durante il periodo non ancora terminato della pandemia, e di fronte al quale gli appelli alla responsabilità sociale purtroppo non bastano.

LA CONVENZIONE ALLORA POTREBBE ESSERE un principio di maggiore trasparenza nelle filiere internazionali della grande distribuzione, affinché tutti gli attori ne siano responsabili.

«Quanto potrebbe cambiare la situazione delle donne al lavoro se i costi pagati dai grandi marchi fossero giusti e comprendessero salari equi, sottraendole in questo modo dal giogo della vulnerabilità economica?» si chiede Deborah Lucchetti

«E’ molto importante attribuire delle responsabilità anche a chi normalmente è tenuto fuori dal gioco, perché le cause strutturali della violenza di genere sono da ricercare nella natura estrattivista e violenta del sistema capitalista globale».

(Articolo di  Giuditta Pellegrini, pubblicato con questo titolo l’11 febbraio 2021 su “L’Extraterrestre” allegato al quotidiano “il manifesto” di pari data)

da qui