Il governo dovrebbe
smetterla di chiamare con l’appellativo di “Piano Mattei” il
suo programma per la strategia energetica e la collaborazione con i Paesi
africani. Lo ha chiesto formalmente Pietro Mattei, il nipote dello storico
fondatore dell’Eni, con una mail pec inviata il 27 marzo scorso all’indirizzo
della presidenza del consiglio dei ministri. La missiva digitale “diffida all’utilizzo
del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto Piano Mattei”, come
riportato dal quotidiano La Stampa, che pubblica ampi stralci.
Enrico morì nel 1962 in un tragico incidente aereo ancora avvolto nel mistero.
Era sposato ma senza figli, solo nipoti tra gli eredi incluso Pietro,
8 anni al momento del decesso dello zio.
Pietro
Mattei è pronto a portare palazzo Chigi in tribunale, secondo il
quotidiano torinese: “Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una
scatola vuota”. Al momento il Piano Mattei resta legato al programma gestito
dalla struttura di coordinamento a Palazzo Chigi guidata dal consigliere
diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio. La decisione della diffida è giunta
dopo tre anni di governo e due dall’avvio del Piano, perché “Mattei aveva
sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe
essere stato ucciso proprio per questo”. Il fondatore dell’Eni, nel secondo
dopoguerra, aveva sfidato le sette sorelle (il cartello petrolifero americano)
firmando accordi con i Paesi africani più redditizi per loro, ma vantaggiosi
anche per l’Italia. In questo modo, Mattei gettava le basi per slegarsi dagli
Usa che non gradirono affatto. Secondo il nipote Pietro, “il contrario di
quello che sta facendo Meloni. All’inizio ho detto ‘vediamo che fanno’. Ma
adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo.
Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti.
(…) Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington
e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a
questo?”. Invece di perseguire “la sovranità energetica nazionale” il governo
mostra “una marcata subordinazione agli interessi degli Usa”. Secondo Pietro,
l’uso del nome sarebbe solo “finalizzato a scopi di propaganda”, con il rischio
di “distorcere” la memoria storica di Enrico Mattei. Il nipote prende le
distanze anche dalle politiche sull’immigrazione, distanti dalla visione dello
zio: Mattei “selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e
li rimandava nei loro Paesi. Un approccio lontano dall’attuale utilizzo del
tema migratorio per fini politici”.
Ho letto con attenzione e partecipazione la proposta di Marco Aime sul boicottaggio delle multinazionali USA (qui) e mi viene in mente qualche pensiero.
Visto che non possiamo aspettarci niente dai nostri governi, servi del padrone a stelle e strisce senza nessuna dignità, ho pensato a cosa poter fare, nel nostro piccolo (come colibrì, citando la storiella che racconta Marco Aime), per boicottare il Moloch USA (notoriamente il paese più terrorista del mondo) e anche decolonizzare le nostre menti.
Come spiega chiaramente Federico Greco (qui) il cinema che arriva dagli Usa, quando autorizzato dalla CIA, o da qualche loro agenzia, è uno strumento per colonizzare il nostro immaginario, penso per esempio ai film dei supereroi, declinati nei nostri cinema in mille salse (sono i film che attirano più spettatori, soprattutto fra i giovani). Lasciamo perdere questi film tutti uguali, e in fondo noiosi, e ascoltiamo gli eroi di Caparezza (qui).
Già ci manca Goffredo Fofi, per orientarci nelle ideologie che stanno dietro alle produzioni cinematografiche (e magari nei film e nelle serie che inondano le nostre case).
Mi vengono un paio d’esempi terra terra.
Vi sarà capitato, al supermercato, di trovare confessioni di frutta secca e anche di prugne che arrivano dalla California (quello stato dove le città hanno nomi ispanici, i braccianti sono ispanici, ma non è uno stato del Messico), perché non lasciare quelle buste colorate al supermercato?
E Amazon, che arriva nelle case di tutti, perché non comprare le stesse cose in un negozio, o dal sito dell’impresa produttrice?
La retorica della consegna fino a casa è nei tanti posti di lavoro che si creano (Ken Loach insegna), la stessa che si usa per i centri commerciali, quanta occupazione nuova creano! Peccato che per ogni posto di lavoro, spesso precario, se ne cancellano cinque nella piccola distribuzione, desertificando città grandi e piccole.
Ma torniamo ad Amazon, smettiamo di comprare da Bezos, che con i nostri soldi si può comprare Venezia, deamazoniamoci.
So che sembra una lotta contro i titani, ma le vittorie dei lillipuziani contro il gigante Gulliver potrebbero ispirarci.
E poi, qualcuno si ricorda che la strategia della tensione è opera della CIA e della Nato (qui)?
Che gli Usa hanno basi militari in Italia e siamo un paese a sovranità molto limitata, come Panama, per esempio.
Che dietro tutte le stragi e gli omicidi eccellenti, da Mattei a Moro, da Falcone a Borsellino, c’è una manina o una manona a stelle e strisce?
Diceva Henry Kissinger: Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale.
Chissà se riusciremo mai a essere meno amici degli Usa, a ideare e far funzionare un BDS contro gli Usa, sul modello del BDS contro lo stato genocida d’Israele.
Prof. Sidoti: "Il petrolio è il latte della mamma
del nostro capitalismo"
Ha fatto scalpore la rivelazione dai nuovi documenti della CIA - secretati
sull'omicidio Kennedy - dove l'ex presidente dell'ENI Enrico Mattei viene fatto
passare per "fascista" e per "per la Cia. Scriveva Repubblica
che ha dato ampio risalto alla "notizia": "Le accuse che
riscrivono la storia del fondatore dell’Eni nelle carte sul delitto Kennedy. In
13.173 documenti Italia citata sei volte. Gli Usa criticano il dirigente
italiano che avrebbe acquistato per 5 milioni il titolo di generale del
Cln".
Abbiamo chiesto un commento a Francesco Sidoti, Professore di sociologia
all'Università dell'Aquila e importante criminologo a livello internazionale.
"Sappiamo bene come questi archivi sono in realtà formati da dicerie,
fonti poco affidabili e, spesso, aggiustati con documenti apocrifi o ad arte.
L'affidabilità di questi archivi è molto bassa", ci dichiara Sidoti.
"Erano stato fascisti Giorgia Bocca e altri dirigenti comunisti per
vari motivi nella fase iniziale. La discriminate è il momento dello scontro tra
partigiani e la degenerazione del fascismo. Nello scontro tra partigiani e
fascisti c'è la biografia di Pietra, partigiano insieme a lui, che fa chiarezza",
prosegue Sidoti. "La linea ufficiale era che si trattasse di un
incidente. Quando Calia scopre il depistaggio rimangono tutti zitti. Anche per
quel che riguarda Pasolini dichiara che "la morte sia più che plausibile
che sia connessa".
E il movente per SIdoti è chiaro in entrambi i casi. "Il petrolio è il
latte della mamma del nostro capitalismo e del nostro modello di sviluppo. E'
Medio Oriente. C'è la guerra, ci sono le morti. La lezione dell'omicidio Mattei
è chiara: la verità ufficiale china la testa. Tutti si tappano la bocca e
chinano la testa. L'Eni cambia immediatamente politiche e va nella direzione
strategica delle sette sorelle. Solo grazie a Calia sappiamo che è stato
ucciso"
Gli uomini hanno i riflessi lenti; in genere capiscono solo nelle generazioni successive – Stanislaw J. Lec
In economia c’è uno strumento di analisi per capire e studiare un certo prodotto, si chiama ciclo di vita del prodotto, e suddivide la vita di un prodotto in quattro fasi, introduzione, crescita, maturità, declino.
In realtà si ispira al concetto di ciclo di vita dell’essere umano, e può essere utile per osservare non solo i prodotti, ma tante manifestazioni che con l’umano hanno a che fare.
Proviamo a utilizzare questo modello per analizzare la vita degli imperi e interpretarne i comportamenti.
Quello che ci interessa per gli imperi è quella fase chiamata declino. Nel sistema capitalistico, in economia, il declino porta poi alla sostituzione di un prodotto con un altro (di una stessa impresa o di un‘altra, adesso non è importante), faccio un esempio, quando era in declino l’auto che si chiamava Uno, la Fiat stava già studiando la Punto, che poi ha sostituito la Uno. Questo passaggio non ha causato grandi problemi, per quello che sappiamo.
Il declino e la morte di un impero invece lascia infiniti lutti e l’umanità ancora non ha saputo gestire la caduta degli imperi, che è prevedibile e prevista (qui).
Adesso vorrei provare a capire e spiegare il declino dell’impero americano (che non è solo il titolo di un bel film di Denys Arcand, canadese del 1986), a partire dal dollaro.
Nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods (qui) fu deciso che i commerci internazionali avvenissero in dollari e che ci fossero rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro.
Erano delle regole, ma gli Usa – il Paese più terrorista del mondo, in tanti sensi – non hanno mai seguito le regole, gli indiani d’America furono i primi a scoprirlo.
La regola era che ogni Paese potesse stampare moneta in un rapporto con l’oro, cioè ogni Stato doveva avere riserve d’oro che garantissero il valore della sua moneta.
Gli Usa, contro gli accordi di Bretton Woods, che loro stessi avevano “imposto”, battevano molta più moneta di quanto avrebbero potuto sulla base dell’oro che stava nelle riserve di Fort Knox.
Se avete visto qualche film western ricorderete che il problema dell’oro era spesso presente, in quelle banche che emettevano dollari, o moneta bancaria.
I dollari erano (e sono) pezzi di carta in cambio dei quali venivano comprate merci ovunque nel mondo: un affare, così pagavano le guerre e il loro tenore di vita.
Il primo ad accorgersene fu De Gaulle, che dal 1965 volle convertire i dollari che possedeva la Francia in oro, non riuscendoci.
Nel 1971 Richard Nixon (cioè il governo degli Usa) decise il 15 agosto (qui)di dichiarare l’inconvertibilità del dollaro, cioè un dollaro valeva un dollaro, senza nessuna convertibilità in oro; traduzione: se qualcuno ha qualcosa in contrario si rivolga all’esercito degli Usa, ma sappiamo che non lo farete.
Disse allora John Connally, segretario di stato al Tesoro, “E’ la nostra moneta, ma il vostro problema!”.
Dal Vietnam in poi tutte le guerre a stelle e a strisce sono state finanziate con pezzi di carta chiamati dollari in cambio di merci e servizi.
Dal 15 agosto 1971 gli Usa resero pubblico il loro essere bari, banditi*, “paria” della comunità economica internazionale, ma nessuno fiatò (De Gaulle ormai era fuori dai giochi).
Quello fu il momento dell’inizio del tramonto dell’impero Usa (e di tutto l’Occidente, che ne è parte integrante).
Tecnicamente quando un’impresa comincia a non pagare i debiti l’orizzonte è il fallimento.
Per un impero il fallimento non è previsto; un impero per definizione è eterno, fino a prova contraria.
Se è un impero a non pagare i debiti, e di questo tutti sono a conoscenza, allora la strada è segnata, è iniziato il declino.
Un’impresa può rallentare il declino di un prodotto in diversi modi, per esempio aumentando di molto la pubblicità o facendo variazioni tecniche ai prodotti per convincere i clienti che si tratta di prodotti ancora concorrenziali.
Anche un impero si comporta in modi non troppo diversi: la pubblicità si trasforma in spettacolo, si usano anche la corruzione, il soft power e l’hard power, con nuove guerre e punizioni, per chi si smarca, dissente o si oppone all’Impero.
Chi ha provato ad alzare la testa contro il potere imperiale deve essere messo fuori gioco, senza esclusione di colpi, Julian Assange e Leonard Peltier lo sanno bene, e non ci si ferma fino alla morte dei nemici (in Italia, secondo alcuni Enrico Mattei e forse anche Aldo Moro fecero e dissero le cose sbagliate, e pagarono con la morte).
Se è uno Stato a mettersi di traverso contro l’impero, ci sono molti modi per zittirlo, dalle rivoluzioni “arancioni” fino alla guerra: molti golpe e milioni di morti, in tutto il mondo lo dimostrano.
Saddam Hussein e Gheddafi avevano in mente di utilizzare una valuta alternativa al dollaro per le vendite dl petrolio, ma – che coincidenza – hanno fatto una brutta fine, loro e i loro Paesi: il dollaro non si può discutere, che ci prova muore (**).
Chavez voleva fare lo stesso per il petrolio del Venezuela: un cancro, pare, se lo è portato via, senza bisogno di un’invasione.
Cercate La moneta, di John Kenneth Galbraith e capirete quanta verità c’è nella frase di Falcone “segui i soldi ì e troverai la mafia”.
Russia, Cina e India stanno per introdurre una nuova moneta per gli scambi delle loro merci e materie prime, e sanno quello che rischiano.
Quando inizia il declino di un impero ci sono tre modi per arrivare alla fine: una caduta ordinata, controllata e concordata col resto del mondo, magari con gli imperi nascenti (mai successo); il crollo improvviso e la lotta per impossessarsi di territori e ricchezze dell’impero crollato (sempre successo); e infine la guerra, in tutti i modi possibili e impossibili, leciti e illeciti, per continuare a essere i padroni del mondo (***), ovvero quel “secolo americano” che alcuni vorrebbero eterno.
Come avete capito non si parla solo degli Stati Uniti, ma di tutto l’Occidente, Europa inclusa, che ormai si trova dalla parte sbagliata della storia, fra quelli che il resto del mondo percepisce come oppressori.
Due frasi sono il terreno su cui poggiano le guerre passate, presenti e future.
Le parole sono pietre, dicevano ai tempi in cui la pietra era l’arma più micidiale. Noi continuiamo a usare dell’espressione, in realtà le parole possono essere (e a volte, come oggi sono) mine anticarro, missili, bombe atomiche.
Leggete queste frasi, sono dichiarazioni di guerra permanente.
“Il nostro tenore di vita non è in discussione” disse tanti anni fa Ronald Reagan
e, se non si era capito,
George Bush senior (1989) affermò che “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”
Traduzione:
dato un pianeta con risorse finite, se negli ultimi cinquant’anni gli abitanti dell’Occidente sono sempre un miliardo e la popolazione totale è passata da 4 a 8 miliardi, gli Usa e l’Occidente faranno la guerra al resto del mondo, se qualcun altro pretende più delle briciole.
Noi Usa – dicono in tutti i modi – siamo i più furbi, prepotenti e terroristi del mondo, con l’aiuto concreto e necessario dell’Occidente (che coincide con la Nato) vi costringeremo ad attaccare, oppure vi attaccheremo uno ad uno: vi distruggeremo.
Iniziamo dalla Russia: un Paese con petrolio, gas, minerali preziosi.
E siccome siamo furbi, una volta che riusciremo a far sciogliere i ghiacci artici, potremo lasciare quelle ricchezze a quei russi poco democratici? Certo che no.
E poi toccherà ai cinesi.
La Cina ha lavorato per 30 anni per le imprese Usa ed europee, ha tanti di quei dollari (in cambio di lavoro schiavistico per produrre merci a prezzi stracciati) da comprarsi una parte importante degli Stati Uniti d’America.
Prima che la Cina incassi il suo credito, secondo le regole di San Capitalismo, ci sarà la guerra, i banditi non pagano i debiti, fanno e disfano le regole, stampano altri dollari, creano inflazione e scatenano guerre.
Qualche illuso si ostina a credere che gli europei siano meglio degli statunitensi, che abbiano una qualche superiorità morale.
La guerra durante un attacco di gas – Otto Dix
Gli statunitensi erano europei sul Mayflower, e le ondate di esseri umani che arrivavano laggiù erano europei, all’inizio.
Chi erano questi europei?
Erano i pacifisti della guerra dei trent’anni, o quelli della guerra dei cent’anni?
Gli Stati europei e gli Usa (e tutto l’Occidente, aggiungiamo Canada e Australia, e l’America Latina, non sono anch’essi nati da europei migranti?) si capiscono bene: i loro governi sono razzisti, compiono genocidi (verso gli indigeni, ma non solo), la loro economia è quella degli scambi ineguali (qui uno scambio che ha fatto scuola). Sono colonialisti e neocolonialisti, amano le guerre, odiano gli immigrati (che loro stessi creano con le guerre che scatenano, usando soldati, droni, direttamente o per procura, o con inique “guerre economiche”, ecco da dove nascono i migranti, altrimenti chi vorrebbe lasciare la sua casa?), odiano i poveri. Sono Paesi “maccartisti”, imperialisti, schiavisti, non amano i sindacati liberi, la loro legge è il capitalismo, hanno gli stessi valori: sono stati (e sono ancora, troppo spesso) fra i governi più spregevoli del mondo.
Ormai gli Stati occidentali sono diventati una minaccia per l’umanità, anche per i loro stessi cittadini, quando fanno capire in tutti i modi che il tenore di vita degli occidentali (intendono gli occidentali ricchi, per quelli poveri ci sono le ultime briciole del welfare) non è negoziabile.
Quando la maggior parte dei Paesi presenti nell’Onu non vota a favore delle sanzioni verso la Russia sarà perchè quegli Stati avranno avuto qualche brutto ricordo e si saranno fatti una domanda.
Come mai nelle guerre precedenti i Paesi (occidentali) invasori mettevano le sanzioni contro i Paesi invasi – Iraq e Afghanistan, per esempio – e adesso la “regola” è che chi invade (la Russia) deve subire le sanzioni?
Gli imperi in declino possono cambiare le regole secondo le loro convenienze, finchè ne hanno la forza. Intanto altri Paesi – che rappresentano anche la maggior parte della popolazione mondiale – possono dissociarsi dagli ordini dell’impero, o contro di loro si farà la guerra?
Il declino degli imperi che si credono eterni sarà sempre più doloroso quanto più dura la caduta. (****)
(*) E, come nei film western, quando i banditi hanno molte pistole, e scelgono lo sceriffo e il giudice, e quando gli impiccati dondolano al vento, quei banditi diventano rispettabili.
(***) Nel suo discorso di commiato del 17 gennaio 1961, trasmesso per radio e televisione, il presidente Dwight Eisenhower avvertì il popolo degli Stati Uniti riguardo al pericolo costituito dal “complesso militare-industriale”. (da qui )
Matteo Renzi e il fallimento della sua politica estera – Paola Caridi
È stato sempre un problema, per la
Firenze di oggi, il rapporto con la sua storia. E che storia, letteraria e
culturale e di pensiero! Uno di quei pesi che ti schiacciano, se non li sai
usare nella maniera giusta. Uno di quei pesi che hanno reso, per molti aspetti,
Firenze una città più provinciale di quanto si pensi, incapace di liberarsi –
appunto – degli antichi fasti. Compreso il Rinascimento. Compreso Machiavelli.
C’è chi, invece, pensa che si possa
ancora cavalcare la pesantissima eredità fiorentina, sicuro che il suo
stereotipo possa ancora aprire una breccia in un parterre internazionale. E
d’altro canto, come fargliene una colpa, a Matteo Renzi? Firenze ospita fior di
università americane ed è la sede della più prestigiosa istituzione europea di
studio e ricerca, l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. C’è la
tradizione dei cosiddetti anglobeceri, della comunità intellettuale non solo
anglofona che ha scelto Firenze come sua nuova patria culturale e spirituale. E
anche chi scrive a Firenze deve molto di quello che sa, per i quasi cinque anni
trascorsi a formarsi e vivere in un museo a cielo aperto, per un dottorato in
storia delle relazioni internazionali.
Parto dunque proprio da Firenze. E
parto da un altro sindaco che aveva una visione internazionale, una visione
decisamente antitetica a quella di Matteo Renzi. Parto da Giorgio La Pira,
l’uomo della pace. Non perché tutti si debba essere santi, idealisti e
visionari. Ma perché, come La Pira, si cammini. Non è un esercizio poi così
difficile. Si mette un piede appresso all’altro e si cammina, si percorrono le
strade, si incontrano le persone, si guardano i luoghi, si impara molto della
terra e della dignità degli altri.
Giorgio La Pira, come Matteo Renzi,
andava oltre i confini della città di Firenze. Andava nella Mosca sovietica
assieme a Vittorio Citterich, Vittorino, come lo chiamava lui. Erano i tempi in
cui le chiese erano sostanzialmente chiuse e vigeva l’ateismo di Stato, e
quando – durante la visita in una chiesa ortodossa di Mosca – Vittorio
Citterich si lamentò col suo mentore che a pregare c’era solo una vecchina, La
Pira lo rimproverò perché proprio quella vecchina dimostrava che c’era una
chiesa viva (lo raccontò proprio Citterich negli ultimi anni di vita, con il
suo solito sorriso sornione).
Quando invece andava al Cairo –
perché La Pira andava anche al Cairo, a Gerusalemme, ad Algeri, spesso
accompagnato proprio da Citterich -, il sindaco di Firenze si recava a Shubra,
alla scuola dei salesiani, quella che ancora oggi forma i ragazzi egiziani a
diventare meccanici, falegnami, tecnici. Incontrava, insomma, la gente, le
persone. Non visitava solo i palazzi del potere, ma per aiutare la pace e la comprensione
degli equilibri mediterranei, incontrava la realtà e di questo si faceva forte
per i suoi colloqui di pace che poi, questi sì!, resero famosa e molto meno
provinciale Firenze, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anni, è bene
ricordarlo, in cui il peso specifico della nostra politica estera ed energetica
era di altro tipo e spessore. C’era La Pira. C’era Enrico Mattei, l’ex
partigiano cattolico Enrico Mattei che, con l’Eni, stravolgeva gli equilibri
petroliferi delle Sette Sorelle e si poneva come nuovo interlocutore con i
regimi che stavano uscendo dal giogo coloniale. Un interlocutore che, per
esempio in Algeria, in Libia, sino in Iran, offriva dividendi maggiori e
decisamente più dignitosi ai governi che stavano aprendo una nuova stagione
nazionale e di decolonizzazione.
Si sa come andò a finire, per
Enrico Mattei. E neanche il sogno del Mediterraneo come un nuovo lago di
Tiberiade, immaginato da Giorgio La Pira, ha poi visto la luce. Forse per
questo Matteo Renzi ha scelto una strategia opposta? Forse per questo, durante
tutta la sua carriera politica e di governo, Renzi ha pensato di poter mettere
nel cassetto la questione dei diritti e di mediazioni equilibrate di pace?
Perché tanto con gli ideali non si fa politica e neanche affari economici, e
quindi meglio schiacciarsi sulla solita Realpolitik? D’altro canto, viene
considerato un sempreverde con cui non si sbaglia mai. I soldi arrivano, gli
affari pure, e il Cairo e Ryadh valgono bene un funerale celebrato sui diritti
umani.
Il problema è che, a ben guardare,
per ciò che Renzi ha fatto da presidente del consiglio dei ministri e ora da
senatore della Repubblica, il guadagno per l’Italia non è stato un granché.
Siamo stati, se proprio ci è andata di lusso, semplici esecutori senza una
strategia di spessore, a scapito – peraltro – della nostra immagine costruita
in decenni di vecchia politica dell’equidistanza.
Gli esempi sono sempre lì, nel
Mediterraneo, proprio il Mediterraneo che La Pira conosceva così bene…
Renzi e i suoi
quattro amici. Nemici dei diritti umani – Guido Rampoldi
Prima derubricati dai maggiori giornali a prodotto di
comune venalità sulla quale al più sorridere, quindi frettolosamente
dimenticati, i salamelecchi di Matteo Renzi al
principe ereditario saudita Mohammed bin Salman rivelati
da Domani meritano qualche ulteriore riflessione: non solo
sulla presunta identità liberale dell’ex premier e sulle sue idee in politica
estera, ma soprattutto sul mondo riservato che si intravede dietro quelle
quinte mediorientali.
La questione è ben più interessante dell’eventuale diritto
di un senatore di sputtanare l’Italia nel pianeta, o dell’ingaggio cui si fa
risalire la comparsata araba, 80mila dollari, nel caso una mancia quasi
offensiva anche per il politico irrilevante di un Paese irrilevante. In realtà
quel denaro era già nelle tasche di Renzi,
quale gettone annuale che percepisce come consulente della fondazione saudita
organizzatrice dell’amichevole incontro.
I quattro “baluardi” contro gli
estremisti
Prestandosi ad una manifestazione che intendeva mimare
la riammissione del quasi-re saudita nel consesso internazionale, dove Mohammed
bin Salman è un appestato (i leader europei evitano perfino
di avvicinarlo per non essere fotografati con lui) Renzi ha dato prova di
coerenza, non di avidità: egli davvero crede, o preferisce credere, che Mbs sia
un “baluardo contro l’estremismo islamico”.
E infatti aveva regalato una qualifica altrettanto
entusiastica, “salvatore del Mediterraneo”, ad un altro dittatore che combatte
‘estremisti’ e ‘terroristi’, intesi come i Fratelli musulmani, con metodi
altrettanto brutali, al Sisi.
Alleati di al Sisi e di MbS sono
altri due amici di Renzi, Netanyahu e Mohammed
bin Zayed, uomo forte degli Emirati arabi, tra i finanziatori della fondazione
renziana Open.
La lobby del nemici dei diritti umani
Cosa hanno in comune i quattro baluardi? Sono tutti
nemici giurati non solo dei Fratelli musulmani, ma anche di ogni opposizione o
dissidenza ostile ai sodalizi di generali e di teste coronate che governano
Paesi arabi con le sale di tortura. Sono dunque nemici dei diritti umani, al
pari dei loro avversari iraniani. Non sono compatti come una lobby vera
e propria, ma certo rappresentano una filiera poderosa, sommando enormi
disponibilità di petro-dollari sauditi ed emiratini, strumenti di sorveglianza
(israeliani), think-tank di scuola culturalista, accessi ai media legati alla
destra occidentale, contiguità con grandi imprese (innanzitutto petrolifere) a
loro volta influenti nella politica e nell’editoria. Renzi non
ha scelto per caso i suoi amici.
Nulla esclude che le sue convinzioni non siano
opportunistiche. Ma di sicuro difendendo al Sisi e MbS,
Renzi fa propria una prospettiva che è totalmente estranea a qualsiasi onesto
liberalismo: semmai spartisce con quelle destre dure che considerano i diritti
umani un trastullo per imbecilli. L’auto-smascheramento di Renzi non
ha colpito l’informazione italiana, dove del resto le sue convinzioni sono i
retro-pensieri di tanti e le identità ideologiche spesso sembrano vestiti di
Arlecchino.
Ma è perlomeno bizzarro che nessuno si chieda, da
un’angolazione semplicemente ‘patriottica’, se non occorra esercitare la
circospezione verso chi gravita in giri di fondazioni internazionali che
operano come agenti di politica estera, per non dire di propaganda e di
manipolazione.
La denuncia di Foreign Affairs
Grossomodo è il problema che poneva undici anni
fa Foreign Affairs. La rivista americana stimava in un centinaio i
Paesi che affidavano a società di lobbying il
compito di proteggere e promuovere l’interesse nazionale con le pratiche
spregiudicate che sarebbe imprudente affidare alle ambasciate.
E’ assai probabile che nel frattempo se non il loro
numero sia aumentata quella che Foreign Affairs allora
chiamava la “privatizzazione della diplomazia, con un crescente impatto sul
modo in cui gli Stati Uniti conducono la propria politica estera” (poiché i
committenti sono quasi sempre governi, forse sarebbe più esatto parlare di
relativizzazione della sovranità).
I contratti in uso di solito definiscono le attività
di lobbying con la formula
“Identificare gruppi di interesse alleati del Cliente e coordinarne il
supporto”. Trovare e coordinare alleati non significa necessariamente comprare:
ma chi entra nel network ottiene presumibilmente vantaggi, non ultimo quello di
diventare membro di un sodalizio ramificato e potente.
Lobbing, la privatizzazione delle
diplomazie
E affidarsi alle società di lobbying a
quanto pare dà risultati. Altrimenti non capiremmo, ad esempio, perché negli
ultimi anni Arabia saudita ed Emirati da una parte, Qatar dall’altra, abbiano
pagato oltre cento milioni di dollari a società di lobbying americane per
screditare gli avversari, cooptando in gran segreto, innanzitutto negli Stati
Uniti, politici, imprese, accademici, opinionisti, diplomatici, presumibilmente
spioni.
Queste attività ovviamente sono riservate. Ma talvolta
capita che una fuga di notizie illumini quel mondo d’ombre. Per esempio due
anni la società Consulum, che lavora per Arabia saudita e governo di Hong Kong,
mise allo studio un progetto per ‘riabilitare’ l’ìmmagine internazionale del generale
Haftar, di cui si cominciavano a conoscere i misfatti.
In seguito abbandonato per motivi che Consulum non
precisa, il progetto fu affidato ad un diplomatico britannico in congedo
temporaneo, non uno qualunque: il vice-capo dell’ufficio Africa e Medio Oriente
del Foreign Office. E’ probabile che in seguito Haftar si sia rivolto ad
un’altra società di lobbying,
come del resto il suo avversario al Serraj (il governo di Tripoli ha pagato due
milioni di dollari all’americana Mercury per tentare di smussare l’ostilità di
Trump).
E se la lobby avesse agito contro il
governo Conte?
Se la politica estera americana subisce influenze
straniere, come affermava Foreign Affairs, non è possibile che
qualcosa di analogo accada, fosse pure in micro, anche in Italia? Non si tratta
di indulgere al complottismo, o di convincersi che il governo Conte
sia stato sgambettato da un “lobbista al servizio di poteri non tanto italiani
o europei, quanto extra-europei”, il sospetto esotico avanzato da Barbara Spinelli.
Ma sarebbe ora che cominciassimo a domandarci se rischiamo di scoprire che
segmenti rilevanti della nostra sovranità sono profilati all’estero, e non solo
a Washington come da tradizione.
Anche per questo converrà prestare attenzione a certi
giochi di sponda, come pure alla nostra informazione, dove da tempo il lobbyismo globale
non ha difficoltà a trovare volenterosi associati. La questione è attuale, i
negoziati in corso per la formazione del nuovo governo investiranno
gli assetti della Farnesina e dei servizi segreti. Uno dei non molti meriti che
si potevano riconoscere al governo Conte2
era la sua estraneità alle lobbies e al capitalismo di relazione. Sarebbe assai
triste scoprire che con il nuovo esecutivo rientrano in gioco tanto i portavoce
di alcune grandi corporates quanto filiere internazionali parecchio opache.
È stato sempre un problema, per la
Firenze di oggi, il rapporto con la sua storia. E che storia, letteraria e
culturale e di pensiero! Uno di quei pesi che ti schiacciano, se non li sai
usare nella maniera giusta. Uno di quei pesi che hanno reso, per molti aspetti,
Firenze una città più provinciale di quanto si pensi, incapace di liberarsi –
appunto – degli antichi fasti. Compreso il Rinascimento. Compreso Machiavelli.
C’è chi, invece, pensa che si possa
ancora cavalcare la pesantissima eredità fiorentina, sicuro che il suo
stereotipo possa ancora aprire una breccia in un parterre internazionale. E
d’altro canto, come fargliene una colpa, a Matteo Renzi? Firenze ospita fior di
università americane ed è la sede della più prestigiosa istituzione europea di
studio e ricerca, l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. C’è la
tradizione dei cosiddetti anglobeceri, della comunità intellettuale non solo
anglofona che ha scelto Firenze come sua nuova patria culturale e spirituale. E
anche chi scrive a Firenze deve molto di quello che sa, per i quasi cinque anni
trascorsi a formarsi e vivere in un museo a cielo aperto, per un dottorato in
storia delle relazioni internazionali.
Parto dunque proprio da Firenze. E parto
da un altro sindaco che aveva una visione internazionale, una visione
decisamente antitetica a quella di Matteo Renzi. Parto da Giorgio La Pira,
l’uomo della pace. Non perché tutti si debba essere santi, idealisti e
visionari. Ma perché, come La Pira, si cammini. Non è un esercizio poi così
difficile. Si mette un piede appresso all’altro e si cammina, si percorrono le
strade, si incontrano le persone, si guardano i luoghi, si impara molto della
terra e della dignità degli altri.
Giorgio La Pira, come Matteo Renzi,
andava oltre i confini della città di Firenze. Andava nella Mosca sovietica
assieme a Vittorio Citterich, Vittorino, come lo chiamava lui. Erano i tempi in
cui le chiese erano sostanzialmente chiuse e vigeva l’ateismo di Stato, e
quando – durante la visita in una chiesa ortodossa di Mosca – Vittorio
Citterich si lamentò col suo mentore che a pregare c’era solo una vecchina, La
Pira lo rimproverò perché proprio quella vecchina dimostrava che c’era una
chiesa viva (lo raccontò proprio Citterich negli ultimi anni di vita, con il
suo solito sorriso sornione).
Quando invece andava al Cairo –
perché La Pira andava anche al Cairo, a Gerusalemme, ad Algeri, spesso
accompagnato proprio da Citterich -, il sindaco di Firenze si recava a Shubra,
alla scuola dei salesiani, quella che ancora oggi forma i ragazzi egiziani a
diventare meccanici, falegnami, tecnici. Incontrava, insomma, la gente, le
persone. Non visitava solo i palazzi del potere, ma per aiutare la pace e la
comprensione degli equilibri mediterranei, incontrava la realtà e di questo si
faceva forte per i suoi colloqui di pace che poi, questi sì!, resero famosa e
molto meno provinciale Firenze, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anni, è bene
ricordarlo, in cui il peso specifico della nostra politica estera ed energetica
era di altro tipo e spessore. C’era La Pira. C’era Enrico Mattei, l’ex
partigiano cattolico Enrico Mattei che, con l’Eni, stravolgeva gli equilibri
petroliferi delle Sette Sorelle e si poneva come nuovo interlocutore con i
regimi che stavano uscendo dal giogo coloniale. Un interlocutore che, per
esempio in Algeria, in Libia, sino in Iran, offriva dividendi maggiori e
decisamente più dignitosi ai governi che stavano aprendo una nuova stagione
nazionale e di decolonizzazione.
Si sa come andò a finire, per Enrico
Mattei. E neanche il sogno del Mediterraneo come un nuovo lago di Tiberiade,
immaginato da Giorgio La Pira, ha poi visto la luce. Forse per questo Matteo
Renzi ha scelto una strategia opposta? Forse per questo, durante tutta la sua
carriera politica e di governo, Renzi ha pensato di poter mettere nel cassetto
la questione dei diritti e di mediazioni equilibrate di pace? Perché tanto con
gli ideali non si fa politica e neanche affari economici, e quindi meglio
schiacciarsi sulla solita Realpolitik? D’altro canto, viene considerato un
sempreverde con cui non si sbaglia mai. I soldi arrivano, gli affari pure, e il
Cairo e Ryadh valgono bene un funerale celebrato sui diritti umani.
Il problema è che, a ben guardare, per
ciò che Renzi ha fatto da presidente del consiglio dei ministri e ora da
senatore della Repubblica, il guadagno per l’Italia non è stato un granché.
Siamo stati, se proprio ci è andata di lusso, semplici esecutori senza una
strategia di spessore, a scapito – peraltro – della nostra immagine costruita
in decenni di vecchia politica dell’equidistanza.
Gli esempi sono sempre lì, nel
Mediterraneo, proprio il Mediterraneo che La Pira conosceva così bene…