Visualizzazione post con etichetta diogeneonline. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diogeneonline. Mostra tutti i post

venerdì 3 gennaio 2025

Draghi scopre l’acqua calda e propone di affogarci dentro - Gianluca Cicinelli

Immaginate di trovarvi su una nave che imbarca acqua. Mario Draghi, l’uomo al timone, si alza in piedi e dichiara con solennità: “C’è un problema strutturale. La nave non è più sostenibile così com’è”. Applausi. Poi aggiunge: “Ma per ripararla, sacrifichiamo le scialuppe di salvataggio”. Ed è qui che l’analogia con il capitalismo europeo odierno prende forma: un sistema che Draghi stesso riconosce come insostenibile, ma che suggerisce di riformare tagliando ancora pensioni, Stato sociale e diritti fondamentali.

L’ammissione del fallimento del capitalismo finanziario
Non è da tutti ammettere che il modello economico dominante abbia un problema, soprattutto se si è stati tra i protagonisti della sua gestione. Draghi, nel suo intervento al simposio del CEPR a Parigi, ha puntato il dito contro il paradigma europeo basato su esportazioni e bassi salari, un modello che ha compresso la domanda interna e creato una spirale di precarietà per i lavoratori. “Non è più sostenibile”, dice Draghi. E qui, caro Mario, il keynesiano che è in noi applaude: finalmente qualcuno al centro del potere riconosce che una crescita basata sul contenimento dei salari non è solo ingiusta, ma economicamente miope.

Ma non facciamo in tempo a gioire che subito arriva la proposta: non riequilibriamo la nave aumentando la spesa pubblica per rilanciare la domanda interna, come insegnerebbe Keynes. No, meglio scavare ancora più in profondità, tagliando ulteriormente il welfare. Una mossa che somiglia a spegnere un incendio con la benzina.

Ma che grande novita: le pensioni come nemico pubblico
Draghi ci mette davanti cifre impressionanti: passività pensionistiche tra il 150% e il 500% del PIL in Europa. Una cifra “monstre”, dice lui. E la soluzione qual è? Non riformare il sistema per garantire maggiore equità contributiva o migliorare la redistribuzione, ma continuare a presentare le pensioni come un peso insostenibile. Certo, in un sistema che ha scelto di favorire i capitali rispetto al lavoro, le pensioni sembrano un lusso. Ma solo perché il sistema stesso ha reso impossibile pensarle come un diritto collettivo, anziché come un fardello.

Invece di chiedersi come redistribuire ricchezza e risorse per sostenere una popolazione che invecchia, Draghi invita a “migliorare la composizione della spesa fiscale”. Traduzione: tagliare il welfare per finanziare investimenti dei quali – ironia della sorte – beneficeranno solo i soliti noti, quelli che non si preoccupano della pensione.

L’alternativa che Draghi ignora

La diagnosi è corretta: l’Europa ha bisogno di investimenti pubblici significativi per affrontare le sfide del futuro, dalla digitalizzazione alla transizione energetica. Ma Draghi scarta la soluzione più semplice e giusta: emettere debito comune europeo e rilanciare la domanda interna attraverso politiche espansive. In un sistema economico stagnante, è il settore pubblico che deve prendere l’iniziativa, stimolando investimenti e consumi per creare un ciclo virtuoso.

Invece, Draghi preferisce affidarsi al solito mantra delle “riforme strutturali”. Ma anche qui il termine viene reinterpretato: non più tagli ai salari, ma “riqualificazione” dei lavoratori. Un passo avanti, certo, ma senza politiche concrete che garantiscano salari dignitosi e diritti universali, questa riqualificazione rischia di diventare l’ennesimo slogan vuoto.

La finta urgenza delle “cifre monstre”
Uno dei trucchi più vecchi del capitalismo neoliberista è spaventare l’opinione pubblica con cifre astronomiche. Draghi non fa eccezione: passività pensionistiche enormi, 800 miliardi l’anno per investimenti in difesa, energia, digitalizzazione. Certo, sono numeri impressionanti. Ma è davvero impossibile trovare risorse? O forse è il sistema fiscale europeo, costruito per favorire i grandi capitali, che andrebbe riformato?

Keynes suggerirebbe di guardare dove si accumula la ricchezza: nei profitti delle grandi multinazionali, nei paradisi fiscali, nei mercati finanziari. Un’imposta minima europea sui profitti, una vera lotta all’evasione fiscale, e un debito comune sarebbero sufficienti a finanziare quegli investimenti senza sacrificare pensioni e welfare. Ma Draghi, come tanti altri, preferisce ignorare queste soluzioni.

Un modello di sviluppo diverso è possibile
Il problema di fondo è che Draghi – come molti altri difensori del capitalismo finanziario – non riesce a immaginare un modello di sviluppo diverso. L’Europa potrebbe puntare su una crescita inclusiva, basata su investimenti pubblici, redistribuzione e rafforzamento dello Stato sociale. Ma questo richiederebbe una svolta politica e culturale che metta al centro il benessere delle persone, non i profitti.

In conclusione, Draghi ci offre un’ammissione di colpa e una promessa di perseverare nell’errore. Riconosce che il capitalismo finanziario ha fallito, ma propone soluzioni che perpetuano le disuguaglianze. Non è troppo tardi per cambiare rotta, ma serve il coraggio di abbandonare vecchi dogmi e immaginare un futuro diverso. E questo coraggio, purtroppo, sembra mancare.

da qui

lunedì 15 luglio 2024

Metà popolazione Usa ritiene probabile una seconda guerra civile

Un sondaggio svolto nel maggio scorso dalla Marist, un’università statunitense di New York, ha rivelato che la metà dei cittadini di quella nazione, il 47% per l’esattezza, ritiene che sia molto probabile o probabile assistere a una seconda guerra civile, 160 anni dopo la prima.

Scomponendo questa rilevazione troviamo che tra chi pensa di assistere a questo evento, scopriamo che tra i repubblicani la percentuale è del 53%, tra i democratici del 40% e tra gli indipendenti del 41%.

Ne hanno maggiore certezza i più giovani. All’interno della cosiddetta generazione Z (i nati tra fine dei ’90 e il 2010) e quella dei Millennials (nati tra inizio anni ’80 e il 2000) la percentuale arriva al 58%, scende al 46% tra la generazione X (1965-80) e al 34% tra i baby boomer (1946-64). Cala nettamente, al 19% nella generazione “silenziosa” (nati tra il 1928 e il 1945).

Vede vicina la guerra civile il 51% delle donne e il 57% degli afroamericani. Tra questi ultimi il 22% la ritiene molto probabile. Anche Il 50% dei latinoamericani e il 43% dei bianchi pensa che un conflitto interno sia molto probabile o probabile che accada durante la loro vita.

Dopo i crudi numeri alcune riflessioni. Coloro che erano già nati o nacquero subito dopo che furono assassinati John Kennedy, Martin Luther King, Bob Kennedy, Malcom X, sono meno propensi a vedere nella situazione attuale i segni di una guerra civile imminente.

D’altronde la violenza politica è quasi una tradizione negli Stati Uniti d’America, iniziata con l’omicidio del presidente Abraham Lincoln nel 1865, dopo la sua vittoria nella guerra di secessione e passata per l’assalto della folla trumpiana a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 (5 morti e decine di feriti) culminato con scontri armati tra dimostranti e polizia, ritenuto da molti un tentativo di colpo di Stato.

Il Congressional Research Service ci dice che si sono verificati 15 attentati alla vita di presidenti, ex presidenti e candidati alla presidenza Usa, di cui cinque mortali (Lincoln, Garfield, McKinley, John Kennedy e Robert Kennedy) e quattro con ferimento (Roosevelt, Wallace, Reagan e Trump).

Su 45 presidenti Usa 13 hanno subito attentati e, tra loro, sette tentativi di omicidio hanno riguardato gli ultimi nove presidenti. C’è però un collegamento tra la violenza politica e la violenza sociale che non viene fatto molto volentieri dai mezzi d’informazione.

Nell’anno record 2020 si sono verificati 21.500 omicidi negli Usa, 5 mila in più rispetto al 2019, il 77% dei quali commesso con armi da fuoco. Nel 2023, finiti i disordini sociali causati dalla pandemia di Covid-19, dall’omicidio di George Floyd da parte della polizia e dal tentato golpe di Trump, il numero di omicidi è e sceso del 15,6% secondo l’Fbi.

Parliamo comunque di una media di 20 mila omicidi l’anno negli Usa. Di sicuro la facilità con cui procurarsi un’arma è una causa molto importante di tanta furia assassina, ma non può essere isolata dal contesto sociale conflttuale in cui si verificano i delitti.

Con crudo cinismo, ma supportati dalle cifre, possiamo quindi concludere che la violenza politica negli Usa verso i politici è speculare alla violenza sociale nelle strade e nelle case dei comuni cittadini statunitensi. Episodi che avvengono con maggiore frequenza, ovviamente, dei delitti politici.

Il motivo principale per cui in particolare i più giovani ritengono probabile una guerra civile negli Usa non risiede quindi negli sporadici episodi di violenza politica eclatanti come l’attentato a Trump, ma nella violenza sociale e politica diffusa tutti i giorni in tutta la società.

Sessant’anni dopo le marce per i diritti civili, i neri sono ancora il bersaglio privilegiato delle forze dell’ordine, la diffidenza verso i latinos è cresciuta, i cittadini di origine asiatica sono stati vittiime di violenza durante il covid, buona parte della società wasp (bianchi, anglo-sassoni, protestanti, l’etnia storicamente dominante negli Stati Uniti) è ancora profondamente razzista e non inclusiva.

La facilità nel reperire armi da fuoco è di sicuro un moltiplicatore di episodi violenti, ma la loro radice profonda risiede nei grandi passi indietro compiuti dalla società statunitense nel suo complesso negli ultimi cinque decenni.

Intorno alle organizzazioni classiche della violenza politica Usa, come il Ku Klux Klan e le milizie separatiste in molti stati del Sud, sono cresciuti i gruppi armati scaturiti dai deliri nati nella rete virtuale di gruppi come Qanon.

Occupati come sono stati negli ultimi due decenni a invadere paesi stranieri per combattere il terrorismo esterno, gli Usa hanno trascurato completamente quello interno. Perchè nel frattempo molti membri di organizzazioni reazionarie o direttamente complottiste sono diventati deputati, senatori e governatori, locali e nazionali, dando dignità politica alla violenza.

Non ultima questione rispetto alla divisione in due del Paese, la frattura tra città e campagna. Un elemento che proprio gli ultimi anni e il presunto ruolo di Donald Trump come difensore del cittadino “assediato” dalle tasse dai migranti e dal potere federale hanno fatto emergere.

La conclusione inquietante è che non c’è in questo momento negli Usa una figura politica o culturale in grado di riunire il Paese. L’unica speranza, e non soltanto a quella latitudine, è che tra i trentenni di oggi emerga una nuova classe dirigente in grado di superare le divisioni, di riunire il Paese ricostruendo lentamente e dal basso un tessuto sociale coerente. La certezza è che l’attuale classe dirigente Usa, per età e per cultura, può riproporre soltanto divisione.

da qui

martedì 21 maggio 2024

Sono morte le notizie, circondate dall’affetto dei loro cari - Gianluca Cicinelli

Sul numero che trovate oggi online di Diogene, di venerdì 17 oltretutto, abbiamo dedicato molto spazio alla libertà di stampa. Avviso subito che non apparteniamo alla schiera di coloro che vedono fascismo e dittatura dappertutto, ma è nostro dovere, proprio per la natura del nostro quotidiano e dell’agenzia stampa a esso collegata, denunciare la scomparsa dell’elemento principale del nostro lavoro: le notizie.

Ciò che accade è diverso dalla semplice censura. Censura è quando volontariamente si omettono informazioni. Ne sono protagonisti, ad esempio, i telegiornali nazionali, che hanno un concetto del diritto alla protesta molto preciso: non ne parlano. Anzi, senza timore per il ridicolo, è il governo, il governo non antifascista, per sua stessa definizione, che grida alla censura.

La scomparsa delle notizie è invece un problema culturale, geografico ed economico che va oltre quello politico. E forse è anche più difficile da affrontare. Su Diogene non trovate quasi mai le prime quattro o cinque notizie che hanno tutti i giornali. non avrebbe molto senso, a meno che non decidiamo di offrire una nostra lettura particolare su di un fatto relativo al nostro ambito d’interesse, ovvero la povertà.

In compenso la nostra giornata inizia con la lettura di un centinaio di giornali da tutto il mondo e di una decina di agenzie internazionali. Provate a discutere di premierato in italia sapendo quanto accade in Nuova Caledonia, per esempio. Magari pensando che il colonialismo sia un frutto del novecento, mentre una delle democrazie più avanzate in Europa è in realtà ancora oggi una potenza coloniale.

Che la Nuova Caledonia sia “una proprietà extratteritoriale francese” (“collettività francese d’oltremare sui generis”, la definisce Wikipedia) non è molto chiaro dai giornali. Come non è molto chiaro che in un paese dove vige il semipresidenzialismo, che in qualche modo assomiglia al confuso progetto di Giorgia Meloni e del suo Gran Consiglio, il “capo”, in questo caso il presidente, può inviare sull’isola le forze armate per sedare la ribellione senza consultare il Parlamento. Potrebbe farlo in italia se passasse il progetto Meloni?

Sarebbe uno spunto interessante per parlare di politica. Invece no. Perchè nelle redazioni hanno appreso dell’esistenza della Nuova Caledonia dalle agenzie stampa. Si generalizza naturalmente, e non è giusto, naturalmente, ma aprite i sei quotidiani principali italiani e provate a trovare qualche ragionamento che vada oltre la violenza della protesta.

Soltanto in rete sono reperibili centinaia di giornali da ogni parte del mondo. Di notizie, che renderebbero diversi e caratterizzati i giornali italiani e con un pubblico più largo, che significa soldi, ce ne sono migliaia. Ma passano sotto gli occhi di redattori e caporedattori come se il resto del mondo non esistesse.

Così come per un Assange che finisce dietro le sbarre ci sono altri cento Assange in tutto il mondo che sono abbandonati a se stessi sempre per la pigrizia di non cercare le notizie. Oggi su Diogene parliamo del caso di David McBride finito in una galera australiana per aver rivelato i crimini commessi in Afghanistan dall’esercito di Canberra. Perchè se Assange è il simbolo di una lotta più generale, sono proprio gli Assange che nessuno conosce quelli da far conoscere e tutelare all’opinione pubblica.

Difficile, ad esempio, immaginare che nell’ex democratica Inghilterra diventi reato criticare la sentenza di un processo penale. Ne abbiamo parlato in un articolo dove raccontiamo l’incredibile vicenda del servizio dello statunitense, nonchè prestigioso, New Yorker, che ha sollevato dubbi su un processo recente, con il risultato che quella pagina non è più consultabile dal Regno Unito perchè la legge lo permette. Nella patria di John Locke.

Se queste due notizie, due tra tante, ci ricordano quanto si stia stringendo intorno al collo dei giornalisti il cappio del controllo della politica e della magistratura sul loro lavoro, e non soltanto in Italia come abbiamo visto, dovremmo essere incentivati ancora di più a guardarci intorno e a raccontare ciò che vediamo.

Ma nelle redazioni impera oggi, al di là delle scelte degli editori, una tipologia di stronzetti che confonde il marketing con il giornalismo, e soprattutto confonde la propria limitata conoscenza del condominio in cui vive con il mondo. Il layout è più importante delle notizie. L’articolo deve essere breve. Sulla pagina devono esserci le stesse notizie del quotidiano concorrente. Rapporti confidenziali con le Procure a parte.

La povertà fa tristezza e la omettono, tranne per il barbone che vince la lotteria e fa simpatia, ci redime. L’informazione scientifica viene sempre più usata a scopo terroristico e non di conoscenza. Ma soprattutto, riprendendo il tema portante del ragionamento, cercando di piegare le notizie a un piccolo angolo di terra anzichè rapportarle al mondo.

Te lo insegnano appena entri in una scuola di giornalismo, che un morto occidentale ne vale almeno un centinaio nel sud-est asiatico. Il piccolo problema è che nel sud-est asiatico si sta riorganizzando l’intera produzione mondiale di beni e finanche di servizi, informatici e finanziari, e magari parlarne aiuterebbe a capire anche cosa accade a Corviale o a Tor Bella Monaca o al Giambellino o a Rogoredo.

Soluzioni non ne abbiamo, se non quella di fare ogni giorno Diogene, provando a dare un respiro globale ai problemi locali. Ma sarebbe onesto prima di parlare di censura del potere interrogarsi sull’autocensura dei sudditi, che porta alla mancanza di una dialettica che contrapponga le redazioni alle direzioni sui contenuti.

Il giornalista e partigiano Massimo Rendina, che ebbe nell’Anpi molti ruoli apicali, raccontava sempre che la prima cosa che facevano i partigiani quando entravano nelle città liberate era di aprire un giornale. Era quello secondo lui il segnale culturale di maggiore discontinuità con la dittatura. Oggi invece se ne chiudono sempre di più. Tirate voi le conclusioni.

da qui

giovedì 13 luglio 2023

In Uk cresce l’abbandono scolastico dei minori a causa della povertà

 

Le ragioni dell’aumento dei livelli di assenza degli alunni in Inghilterra sono molteplici e complesse. Alcuni problemi erano già presenti prima della pandemia di Covid, ma si sono acutizzati in seguito alla chiusura delle scuole e alla interruzione dell’istruzione di milioni di persone. Questi problemi hanno colpito un numero enorme di alunni e delle loro famiglie. Le ragioni includono l’ansia e i problemi di salute mentale, la povertà, l’abitazione, la malattia, la presenza dei genitori che lavorano da casa, i bisogni educativi speciali e le disabilità, e la difficoltà di uscire dall’abitudine.

La scarsa salute mentale tra i giovani è diventata un problema sempre più grave, con un aumento dei disturbi mentali nel 2022 rispetto al 2017. I servizi di salute mentale del NHS sono già sovraccaricati e non riescono a far fronte alla crescente domanda. L’ansia e la mancanza di supporto per la salute mentale stanno contribuendo all’aumento degli alunni che perdono la scuola, con alcuni bambini che faticano persino a lasciare la casa. Inoltre, i tagli al sostegno pastorale a scuola hanno ridotto i servizi disponibili per gli alunni in difficoltà.

La povertà è sempre stata una barriera alla frequenza scolastica, ma la crisi economica causata dal Covid ha portato molte più famiglie a trovarsi in difficoltà finanziarie. Gli alunni che dipendono dai pasti scolastici gratuiti hanno tassi di assenza più elevati. Alcuni genitori non possono permettersi di garantire ai propri figli un’uniforme pulita o il costo del trasporto giornaliero in autobus. La scelta tra cibo e scuola diventa un dilemma per queste famiglie.

La qualità e la sicurezza delle abitazioni sono diventate un ostacolo per i bambini che frequentano la scuola. Alloggi insicuri e di scarsa qualità, come rifugi per vittime di violenza domestica o alloggi di emergenza, possono trovarsi a lunghe distanze dalla scuola, rendendo i viaggi costosi. Inoltre, i bambini che vivono in spazi angusti e inadatti spesso non hanno un luogo adeguato per fare i compiti, il che può influire negativamente sul loro coinvolgimento nello studio e sulla regolarità delle presenze.

Oltre all’assenza dovuta alla malattia da Covid, i bambini che hanno perso molti contatti sociali durante i blocchi nazionali sono diventati più suscettibili alle malattie comuni. Le infezioni stagionali e il continuo impatto del Covid hanno contribuito all’aumento delle assenze scolastiche. I genitori, influenzati dai messaggi di sanità pubblica associati alla pandemia, hanno maggiori probabilità di tenere a casa i bambini anche per tosse e raffreddore lievi anziché mandarli a scuola.

I nuovi modelli di lavoro, compreso il lavoro ibrido e da casa, hanno influenzato le assenze scolastiche. È diventato più facile per alcuni genitori restare a casa per prendersi cura dei bambini che non stanno bene, che non possono o non vogliono andare a scuola. L’atteggiamento dei genitori verso l’assenza scolastica è diventato “leggermente più rilassato”, come evidenziato dalla commissaria per i bambini per l’Inghilterra, Dame Rachel de Souza. Durante la pandemia, molti genitori lavoravano da casa, il che ha portato a un aumento dell’assenza degli alunni, soprattutto il venerdì, quando i genitori erano più propensi a permettere ai loro figli di rimanere a casa.

I bambini con bisogni educativi speciali e disabilità sono sempre stati a rischio di assenza scolastica, ma questa connessione è diventata ancora più evidente dopo la pandemia. Molti di questi alunni hanno perso la possibilità di frequentare a causa di appuntamenti sanitari, ma più spesso l’assenza è stata causata dalla mancanza di adeguamenti e di un ambiente di apprendimento adatto fornito dalla scuola stessa.

Un altro fattore che ha contribuito all’aumento delle assenze scolastiche è la difficoltà di riprendere le vecchie routine dopo la pandemia. Durante i blocchi nazionali, le famiglie hanno avuto la possibilità di organizzare autonomamente il proprio tempo, perdendo così la routine di alzarsi e andare a scuola ogni mattina. Questo è stato particolarmente difficile per alcune famiglie che già affrontavano altre sfide. L’abitudine e la capacità di seguire una routine regolare sono state compromesse, e per alcuni alunni è diventato difficile tornare a quella routine preesistente.

In conclusione, le ragioni dell’aumento dei livelli di assenza degli alunni in Inghilterra sono varie e interconnesse. L’ansia e i problemi di salute mentale, la povertà, la qualità delle abitazioni, le malattie, la presenza dei genitori che lavorano da casa, i bisogni educativi speciali e le disabilità, e la difficoltà di riprendere le vecchie routine scolastiche sono tutti fattori che contribuiscono a questo problema. Affrontare queste sfide richiederà un approccio olistico e un impegno congiunto da parte delle scuole, delle famiglie, delle comunità e delle istituzioni per garantire un’istruzione equa e accessibile per tutti gli alunni.

da qui

lunedì 22 maggio 2023

L’economia dei paesi più poveri sta crollando a causa del rimborso dei debiti con la Cina

 

Un’analisi condotta dall’Associated Press su una dozzina di paesi altamente indebitati con la Cina ha rivelato che il pagamento di quel debito sta consumando una percentuale sempre maggiore delle entrate fiscali necessarie per mantenere servizi essenziali come scuole, elettricità, cibo e carburante.

Questo processo sta anche prosciugando le riserve di valuta estera di questi paesi, che vengono utilizzate per pagare gli interessi sui prestiti cinesi, lasciando a molti di loro solo pochi mesi prima che i fondi si esauriscano.

La Cina ha adottato una posizione di riluttanza nel condonare il debito e ha mantenuto estrema segretezza sulle cifre e sulle condizioni dei prestiti concessi, il che ha impedito ad altri importanti prestatori di intervenire per fornire aiuto. Inoltre, è emerso che ai paesi debitori è stato richiesto di depositare contanti in conti di deposito a garanzia segreti, il che ha posto la Cina in cima alla lista dei creditori da soddisfare.

Nell’analisi dell’AP, i paesi presi in considerazione avevano fino al 50% dei loro prestiti esteri provenienti dalla Cina, e la maggior parte di essi destinava più di un terzo delle entrate governative per il rimborso del debito estero.

Due di questi paesi, lo Zambia e lo Sri Lanka, sono già in default, incapaci persino di pagare gli interessi sui prestiti che finanziano progetti infrastrutturali come porti, miniere e centrali elettriche.

Nel contesto di queste problematiche, si stanno verificando gravi conseguenze sociali ed economiche. Ad esempio, in Pakistan, milioni di lavoratori nel settore tessile sono stati licenziati a causa dell’elevato debito estero del paese, che impedisce al governo di fornire energia elettrica sufficiente per far funzionare le fabbriche.

In Kenya, il governo ha trattenuto gli stipendi dei dipendenti pubblici al fine di risparmiare denaro per il rimborso dei prestiti esteri. Questa situazione ha portato il capo consigliere economico del presidente a twittare: “Stipendi o default? Fai la tua scelta.”

Le conseguenze negative si estendono anche alla popolazione generale di questi paesi. Nel caso dello Sri Lanka, ad esempio, dopo essere andato in default un anno fa, il paese ha sperimentato una perdita di mezzo milione di posti di lavoro, un tasso di inflazione superiore al 50% e un aumento della povertà in molte regioni.

Gli esperti avvertono che se la Cina non adotterà una posizione più flessibile riguardo ai prestiti ai paesi più poveri, si potrebbe verificare un’ulteriore ondata di insolvenze e instabilità politica. Attualmente, molte di queste nazioni stanno affrontando una carenza di valuta estera, inflazione elevata, alti tassi di disoccupazione e diffusa fame.

In passato i grandi istituti di credito governativi come Stati Uniti, Giappone e Francia spesso negoziavano condoni del debito, con ogni prestatore che comunicava chiaramente l’importo e le condizioni del debito, evitando così sentimenti di inganno.

Tuttavia, la Cina non ha seguito queste pratiche. All’inizio, si è persino rifiutata di partecipare a negoziati multinazionali, preferendo trattare separatamente con i paesi come lo Zambia e mantenendo un alto grado di segretezza che impediva agli altri prestatori non cinesi di conoscere i termini dei prestiti e se la Cina aveva previsto una via per il rimborso.

La Cina ha mostrato riluttanza nel subire ingenti perdite sui suoi prestiti, nonostante le richieste del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Ciò ha fatto sì che molti paesi rimanessero intrappolati nel ciclo del rimborso degli interessi, ostacolando la crescita economica che potrebbe aiutarli a liberarsi del debito.

Le riserve di valuta estera di molti paesi, tra quelli presi in considerazione dall’AP, sono diminuite, con una media del 25% in meno nell’arco di un anno. In alcuni casi, come in Pakistan e nella Repubblica del Congo, le riserve sono diminuite di oltre il 50%.

Senza un piano di salvataggio, molti paesi dispongono di solo pochi mesi di riserve estere per pagare importazioni essenziali come cibo e carburante. Ad esempio, alla Mongolia restano solo otto mesi, mentre a Pakistan ed Etiopia circa due.

I paesi più poveri hanno affrontato in passato carenze di valuta estera, inflazione elevata, alti tassi di disoccupazione e fame diffusa, ma mai come nell’ultimo anno.

Oltre ai problemi strutturali come la cattiva gestione del governo e la corruzione, due eventi imprevisti hanno contribuito a questa crisi: la guerra in Ucraina, che ha portato all’aumento dei prezzi del grano e del petrolio, e la decisione della Federal Reserve americana di aumentare i tassi di interesse per ben dieci volte consecutivamente, l’ultima volta proprio questo mese. Ciò ha reso i prestiti a tasso variabile improvvisamente più costosi per questi paesi.

Alcuni paesi hanno preso decisioni drastiche per far fronte alla crisi. Ad esempio, l’Honduras, pesantemente indebitato, ha stabilito relazioni diplomatiche formali con la Cina e ha interrotto i legami con Taiwan, citando “pressioni finanziarie” come ragione.

Il Pakistan, invece, per evitare nuovi black-out, ha recentemente raggiunto un accordo per l’acquisto di petrolio scontato dalla Russia, rompendo con gli sforzi guidati dagli Stati Uniti per isolare finanziariamente il presidente Vladimir Putin.

In Sri Lanka, le proteste hanno scosso il paese lo scorso luglio, con incendi alle case dei ministri del governo e l’assalto al palazzo presidenziale da parte dei manifestanti. Queste proteste sono state scatenate dalla rabbia popolare nei confronti dei pesanti accordi con la Cina.

In risposta alle critiche, il Ministero degli Affari Esteri cinese ha respinto l’idea che la Cina sia un prestatore senza scrupoli e ha attribuito la colpa principalmente alla Federal Reserve. Hanno sostenuto di aver offerto aiuto attraverso la proroga delle scadenze dei prestiti, l’erogazione di prestiti di emergenza e il supporto a programmi temporanei di sospensione dei pagamenti degli interessi durante la pandemia di coronavirus. Inoltre, hanno affermato di aver condonato 23 prestiti senza interessi a paesi africani, sebbene gli esperti siano scettici sulla portata e l’impatto effettivo di tali condoni.

Gli esperti avvertono che se la Cina non sarà disposta ad adottare una posizione più flessibile nei confronti dei suoi prestiti ai paesi più poveri, ci potrebbe essere un’ulteriore ondata di insolvenze e instabilità politica.

Questa crisi del debito sta mettendo a dura prova l’economia di molti paesi, costringendoli a tagliare la spesa per settori cruciali come l’istruzione, l’assistenza sanitaria e l’agricoltura. Senza interventi significativi e un coordinamento globale, le conseguenze a lungo termine potrebbero essere catastrofiche per i paesi indebitati e per l’intero sistema finanziario internazionale.

da qui