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lunedì 28 giugno 2021

Silenzio sul Kurdistan irakeno - Linda Bergamo

In questo momento, a Erbil, nel Kurdistan iracheno, ci dovrebbe essere una delegazione internazionale per la pace e la libertà costituita da 150 persone, uomini e donne provenienti da 14/15 diversi paesi europei. L’idea della delegazione era soprattutto di mettere sotto gli occhi dei governi europei una nuova testimonianza diretta sull’orrore della campagna militare che la Turchia di Erdogan sta portando avanti nel Kurdistan iracheno.

Lo scopo dichiarato di questa guerra, mai raccontata abbastanza nei paesi alleati del regime di Erdogan (la Ue lo finanzia perché continui ad impedire l’esodo di chi fugge verso l’Europa e per la comune partecipazione alla Nato), è sempre lo stesso: annientare il PKK, il partito dei lavoratori curdo, che peraltro resta nella lista nera del Consiglio Europeo ed è ancora ritenuto un’«organizzazione a scopo terroristico». Tra bombardamenti e pressioni militari, nella “Regione del Kurdistan”, il nome ufficiale dell’entità federale autonoma dell’Irak, la Turchia si avvale della stretta collaborazione del partito maggioritario di Mas’ud Barzani, il Kurdistan Democratic Party (KDP). Il KDP, che governa a Erbil, si è unito in una coalizione con il Patriotic Union of Kurdistan (PUK), in maggioranza a Suleimani, controllato dal clan della famiglia Talabani che, con il clan dei Barzani, si è sempre conteso e/o spartito il controllo del territorio. Insieme ad altri partiti più piccoli, collaborano con il governo e formano oggi una forza unita di sostegno all’invasione turca, contro gli stessi curdi.

La delegazione della solidarietà internazionale doveva contare 150 persone tra universitari, persone impegnate in politica, attivist* etc. Ma la gran parte dei partecipanti non ha potuto raggiungere il Kurdistan iracheno. Ad almeno 27 persone è stato impedito di partire da Düsseldorf, in Germania. Anche a due catalani è stato impedito il decollo. Cinque italiani sono stati fermati negli aeroporti di Istambul e Doha e rispediti con la forza in Italia. Federico Venturini è stato costretto a tornare in Italia da Erbil (qui si può leggere la sua intervista concessa al rientro in Italia). Altri sono stati espulsi una volta arrivati in Irak, su ordine del Governo regionale del Kurdistan. Quale sia il fondamento giuridico delle espulsioni non è chiaro. Tra le motivazioni, il fatto che «sembrano essere politicamente orientati», oppure che in passato, come attivist*, avevano sostenuto delegazioni che si erano unite alla lotta armata al fianco del popolo curdo.

«Nell’ultimo anno, le autorità della regione del Kurdistan iracheno hanno condotto un’incessante repressione nei confronti di giornalisti, attivisti e manifestanti che esercitano il loro diritto alla libertà di espressione, in particolare tramite arresti arbitrari e sparizioni forzate» [1] scrive Amnesty International. Le repressioni alla libertà d’espressione fanno seguito alle proteste di massa per chiedere migliori servizi pubblici e impegno del governo nella lotta alla corruzione. Quello del clan corrotto dei Barzani è un governo che non accetta critiche.

Il risultato di questo sabotaggio è dunque che a Erbil invece di 150 ora ci sono solo 30 internazionalist*. Il 16 giugno il KDP ha fatto naturalmente di tutto per impedire lo svolgersi della conferenza di pace, l’evento principale organizzato dalla delegazione internazionale. La conferenza era stata prevista davanti alla sede delle Nazioni Unite di Erbil. È stata tenuta comunque in un hotel circondato da militari, di lì non si poteva uscire. Due tentativi di protesta pacifica sono stati repressi: un sit-in davanti all’hotel con canti e slogan contro l’invasione turca e poi, una volta costretti i manifestanti a rientrare, un momento conviviale con danze nella hall dell’hotel.

Il governo regionale del Kurdistan iracheno si è dichiarato contrario alla presenza della delegazione e non ha tardato a dimostrarlo. Ha impedito agli internazionalist* di entrare in contatto con molte ONG e altri attori locali, intimidendoli e spingendoli ad annullare gli appuntamenti già fissati. L’esercito ha inoltre impedito il raggiungimento dei villaggi del nord, evacuati in seguito ai bombardamenti turchi. Le dichiarazioni del governo accusano il PKK di servirsi della presenza degli stranieri europei per destabilizzare la regione. Nessuna solidarietà al popolo curdo è permessa, neanche da parte dei curdi stessi. L’esercito turco interviene nel nord, il KPD di Barzani dal sud. C’è una, piccola, resistenza in atto: 180 peshmerga (combattenti curdo-iracheni) hanno rifiutato di combattere contro il PKK, deponendo le armi e denunciando la politica del KDP che vuole dividere il popolo curdo. C’è però un malcontento crescente tra la popolazione del Basur (cioè del Sud della regione del Kurdistan, che è nel Nord dell’Irak), sull’incapacità dei partiti curdi di far fronte comune contro l’invasione turca.

Impedire l’arrivo della delegazione permette di evitare testimonianze “occidentali” sui crimini di guerra turchi: bombardamenti al fosforo bianco, raccolti e foreste distrutti, attivazione di cellule jihadiste sotto il controllo di Erdogan per esercitare una pressione costante sulle popolazioni curde, le forze di autodifesa del PKK, le YPG e le YPJ. La narrazione “ufficiale” classifica queste tre organizzazioni come “terroristiche”, ma è necessario ricordare che sono le uniche forze che si battono contro il modello imperialista ed estremista islamico turco, contro Daesh (o Isis) e il suo possibile ritorno nella regione. Viene completamente rimossa la resistenza curda a Kobane, a Raqqa, a Ifran e la vittoria contro Daesh a suo tempo, quando serviva gente disposta a farsi ammazzare per fermare l’avanzata dell’Isis, tanto elogiata in tutto il mondo occidentale. La narrazione “ufficiale” viene invece mantenuta anche al Consiglio Europeo, senza dubbio per non infastidire la Turchia.

L’invasione e la violenza dell’esercito turco infrangono le legislazioni internazionali. Le violazioni dei diritti umani sono flagranti. Evidente è la volontà di Erdogan di annientare l’esperienza rivoluzionaria del nord del Kurdistan iracheno, tanto quanto quella del Rojava. Erdogan viene ricevuto al vertice NATO. Come se niente fosse. L’ipocrisia e la posizione conciliante dei governi europei diventa sempre più inaccettabile.

Il 13 giugno la security aeroportuale del Governo Regionale curdo ha arrestato tre rappresentanti dell’amministrazione autonoma del Nord-Est della Siria. Erano venuti all’aeroporto di Erbil per accogliere un gruppo di 12 persone della Delegazione Internazionale, poi deportato direttamente. I tre rappresentanti sono spariti. Da allora di loro non si hanno più notizie. La preoccupazione per le loro sorti è enorme.
Il servizio di sicurezza interna e intelligence del governo regionale kurdo, chiamato Asayish, è conosciuto a livello internazionale per le pratiche inumane, le violazioni dei diritti umani, il mancato rispetto della legge e la pratica della tortura. L’Asaysh, così come altre forze di sicurezza e intelligence, è responsabile di arresti per ragioni politiche che possono durare anni.

A Sulemania, intanto, le manifestazioni continuano.

Il 17 giugno Deniz Poyaraz, militante del partito democratico filo-kurdo HDP, è stata uccisa a Izmir per mano di un esponente di un gruppo paramilitare al servizio della coalizione del governo turco AKP-MHP. Manifestazioni per ricordarla e denunciare la sua morte si sono svolte in tante città curde e europee.


Deniz Poyaraz, uccisa nell’assalto a una sede dell’HDP il partito legale filo-curdo in Turchia

Il 19 giugno un drone turco ha ucciso altre due persone e ne ha ferita una terza, attaccando il villaggio di Galala, non lontano da Sulemania.

Il 21 giugno le forze di sicurezza del governo hanno impedito alla delegazione internazionale, e a decine di altre persone, di raggiungere Qandil, una zona controllata dal PKK. In seguito a una protesta spontanea, pacifica, dei civili presenti, il servizio di sicurezza ha sparato sulla folla. Un manifestante è stato ferito.

Il 23 giugno, infine, 6 rappresentanti tedeschi della delegazione sono stati arrestati all’aeroporto Düsseldorf, di ritorno da Erbil.
Questo, così come altri arresti di membri della delegazione per la pace di ritorno in Europa, non può lasciarci indifferenti. Arrestando i suoi cittadini per aver partecipato a una manifestazione di pace, la Germania e gli altri paesi dell’Unione Europea dimostrano ancora una volta, al di là della retorica delle dichiarazioni, di voler sostenere nei fatti la Turchia proprio nelle sue mai celate ambizioni di guerra senza fine al popolo curdo.

Definire coloro che partecipano ad azioni pacifiche di solidarietà internazionale “terroristi”, pericolosi perché “politicamente orientati”, vuol dire che l’Europa mette in discussione la libertà di espressione e di pensiero che invece a parole solennemente rivendica, tra risoluzioni dell’ONU e promozione della democrazia, della good governance in tutti gli altri Stati economicamente meno influenti. La Turchia, che partecipa al vertice NATO e ha il secondo esercito dei paesi che vi aderiscono, è un alleato “irrinunciabile”. Che commetta ogni giorno crimini di guerra contro i curdi, finanzi cellule di Daesh, promuova un discorso infarcito di fanatismo islamico, utilizzi armi chimiche, imprigioni in modo sistematico gli oppositori politici, impedisca ai curdi di Turchia di parlare la loro lingua e utilizzi la tortura importa poco o niente. Mica si può essere perfetti.

La nota di Amnesty International

[1https://www.amnesty.org/fr/latest/news/2021/06/kurdistan-region-of-iraq-arbitrary-arrests-and-enforced-disappearance-of-activists-and-journalists/

Questo articolo è uscito anche su Progetto Melting Pot

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lunedì 22 marzo 2021

storie di donne

 

Troppo bella per essere umana - Linda Bergamo

 

Sono nata nella Repubblica Democratica del Congo, a Kinshasa, che è la capitale. Quando avevo 7 anni, è morto mio padre. I soldi mancavano sempre a casa, ce la cavavamo a stento grazie a lui e al suo lavoro giornaliero. Abbiamo fatto un funerale, c’erano tante persone in quella chiesa non molto grande. Andavamo spesso nella Chiesa del Risveglio, il pastore parlava dell’Apocalisse e di come i buoni sarebbero stati salvati da Dio. Dio era la risposta a tutto, qualsiasi cosa succede per volontà di Dio.

Il pastore ha indicato me, in mezzo alla folla, come strega responsabile della malasorte di mio padre. Ero io a portare il malocchio alla famiglia. Ero troppo bella per essere soltanto umana. Durante la notte mi trasformavo in una donna bellissima, incantavo gli uomini, rubavo loro l’anima. Potevo far sparire il loro pene o decidere della loro impotenza. Ero una sirena.

Nascosto, mistico, parallelo al mondo in cui viviamo e che vediamo coi nostri occhi c’è quello che chiamiamo il Secondo Mondo. È popolato di spiriti, sirene, uomini-leopardo, zombie che sono responsabili delle sfortune della gente, delle malattie, della morte, della povertà. Il pastore in chiesa parla della potenza del mondo occulto, è la stregoneria che regola e influenza i nostri rapporti sociali.

Il dito puntato su di me. Strega tra i presenti, maleficio del secondo mondo, dovevo essere guarita. L’orrore negli occhi di mia madre. Il fiato sospeso dei miei fratelli. Il disprezzo negli occhi dei miei nonni. Il silenzio.

Il pastore ha sentenziato la mia condanna, e poi ha proposto a mia madre l’esorcismo. La cura. Per la somma di 10mila franchi, sarei stata purificata dal male che era in me.

Mi hanno tenuta in una stanza buia per tre settimane. Non ho visto la luce. Mi hanno lasciata senza cibo finché non sono svenuta, per purificare il mio corpo, dicevano. Mi hanno spruzzato l’acqua salata negli occhi. Avevo solo sette anni, urlavo, piangevo, spiegavo che non ero una sirena, non avevo fatto niente.

C’erano dei momenti di terapia collettiva, per esempio il pastore ci chiamava alla preghiera a mezzanotte, perché è a quest’ora che si svegliano gli spiriti. Abbiamo fatto anche delle sedute private, il pastore mi faceva delle domande sui miei poteri, ricostruiva la storia delle sventure della mia famiglia e del mio ruolo distruttore. Sono stata torturata fino a confessare. Anzi, fino a crederci davvero.

La terapia della liberazione è finita.

Ma la porta di casa è chiusa. Non mi vogliono. Hanno troppa paura di me. I vicini li hanno messi in guardia, mi hanno vista vestita come una donna matura affamata di uomini.

A Kinshasa ci sono tanti bambini per strada. Quando andavamo in giro mia madre mi impediva di parlarci, erano sporchi e pericolosi. Li chiamavamo “monaci” o “shege“. Sono abitati dagli spiriti: rubano, uccidono e poi mangiano le loro vittime.
A otto anni sono entrata in una casa in cui c’erano già altre bambine e ragazze di strada. Mi hanno accolta, e mi hanno spiegato come guadagnare dei soldi con gli uomini. Le ragazze più grandi spiegano alle più piccole come fare, dove andare, dove trovare i clienti che pagano meglio.

Sono stata in strada per tanto tempo, all’inizio mi prostituivo da sola. Un cliente si avvicinava, parlavamo rapidamente del prezzo, della prestazione e poi andavamo in un hotel pagato da lui, o nei posti che conoscevo. La concorrenza è feroce, siamo tante e i prezzi sono bassi. Guadagnavo quanto bastava per mangiare e comprare altri vestiti. Vivevo con le altre bambine, ascoltavamo la musica di giovani un po’ più grandi di noi che avevano avuto successo.

Poi un giorno, un uomo che veniva regolarmente mi ha proposto di lavorare per lui. Aveva un giro di clienti, teneva una specie di agenda coi numeri di telefono. Organizzava lui gli incontri, spesso avvenivano in un bar, e si teneva il 60% del totale. Guadagnavo comunque di più che da sola e in strada.

Gli affari andavano bene per Jean Michel, non ero la sola con cui “collaborava“. Ha deciso che avrei potuto ambire ancora di più, all’Europa. Ha organizzato un viaggio per la Turchia, eravamo in quattro ragazze. Mi ha fatto giurare di rimborsare un debito di 8000 euro in un anno. Avevo quindici anni, nessuna famiglia da cui tornare, nessun parente che mi accettasse, nessun legame, solo gli spiriti nella testa che mi guidavano nel rapporto con gli uomini.

Sono arrivata in Turchia. Li’ ho incontrato Jolie. Era lei a fare da tramite tra noi e Jean Michel a Kinshasa. L’impatto con la violenza nella prostituzione che ho vissuto ad Ankara è stato uno shock. Ero sorvegliata, gli scagnozzi di Jolie mi picchiavano, i clienti mi trattavano con disprezzo. Non capivo la lingua, negoziavo il prezzo della prestazione, mi davano meno della metà, perché sapevano che ero straniera e non capivo quello che dicevano. E ancora botte perché non guadagnavo abbastanza. E i furti. Jolie mi ha spiegato come fare, cosa dire, come contrattare. Tra Ankara e Istanbul, ho resistito otto mesi.

Sono scappata in Grecia, mi ha aiutato un trafficante che ho pagato ottocento euro, faticosamente messi da parte, nascosti, complici della mia fuga su uno zodiac di notte. Sono arrivata a Moria. Tra i trafficanti di passaporti falsi e i trafficanti di droga, e i trafficanti di donne e uomini disperati.

Ricordo ancora una donna incinta che mi guarda, che ci guarda, dalla porta. Anche lei si prostituiva, la vedevo ogni tanto nella sala delle donne. Noi eravamo nella sala dei bambini. Della prostituzione dei minori. Ci guardava con un misto di orrore, sconforto, pena, paura. Forse pensava al suo bambino nella pancia, se anche lui un giorno sarebbe finito qui tra noi.

Ho 22 anni e sono a Grenoble da uno. Ho abitato con una coppia di congolesi qualche mese, ma le cose si sono complicate quando l’uomo di casa mi ha messo gli occhi addosso.

La moglie mi ha buttato fuori: sirena, strega, incantatrice. Non posso farci niente. Ho uno spirito nella testa che mi guida da sempre, da quando sono stata nella Chiesa del Risveglio per l’esorcismo. Ho provato a smettere la prostituzione. Ci penso spesso, soprattutto quando i clienti mi picchiano, mi trattano come un oggetto, arrivano gentili per ottenere un trattamento di favore e mi sputano addosso quando ripartono, “puttana“.

Faccio la prostituta da quando avevo otto anni. Non conosco nient’altro che questo. Lo spirito è li per ricordarmelo ogni giorno.


La storia di Ryta potrebbe essere quella di migliaia di altri bambini di Kinshasa e altre città della Repubblica Democratica del Congo.

Accusare i bambini, femmine e maschi, di stregoneria è un fenomeno molto recente le cui origini sono da cercare nel cambiamento sociale, economico e politico di un’Africa che vive un momento di transizione, di frenetica richiesta di modernità. Il paesaggio urbano cambia, ma anche le gerarchie sociali: i bambini partecipano al commercio dei diamanti, all’esercito, le bambine guadagnano con la prostituzione, padroneggiano lo spazio mediatico, mentre i capofamiglia sono spesso disoccupati. Un cambiamento che va di pari passo con l’evoluzione dello stato post-coloniale e della mondializzazione: le tensioni tra modernità e tradizione trovano una sorta di ragione nella magia.

Tutto cambia molto velocemente, tra crisi economica e frattura generazionale, e le cosiddette Chiese del Risveglio l’hanno capito, e ne approfittano. Non solo contribuiscono alla definizione del “secondo mondo“, alimentando l’immaginario collettivo, ma si prestano a una dinamica particolare: le famiglie che non riescono a mantenere diversi figli, le matrigne o i patrigni che vogliono sbarazzarsi del figlio avuto dal partner con la precedente moglie o marito ingaggiano il pastore per accusare pubblicamente di stregoneria il figlio di cui liberarsi. Le chiese del risveglio, dal canto loro, raccontano la stregoneria, accusano, e poi propongono la cura, l’esorcismo, a pagamento. È un business. È una truffa.

Ryta racconta che lo sfruttamento e la violenza sessuale sono ovunque, in famiglia, in strada. In Congo, la prostituzione delle ragazze e delle bambine è un fenomeno diffuso che trascende le classi sociali. L’entrata in prostituzione è stimata all’età di 6 anni.

Linda Bergamo fa parte della redazione Community di Melting Pot e collabora con Comune

da qui

 

 

Essere creduta… - Alessandra Ballerini

 

Ci eravamo scritte tramite altre donne che a vario titolo l’hanno accolta e si prendono cura di lei. Mi hanno fatto male quasi tutte le sue parole. Avevo tante cose da chiederle e lei a me. Cosi ci siamo incontrate: ero un po’ inquieta mentre l’aspettavo, sono purtroppo abituata a confrontarmi con la sofferenza ma la sua temevo sarebbe stata devastante.

Appena entrata ho ammirato le sue lunghissime trecce blu, ho sorriso istintivamente e mi sono rilassata. Ho voluto credere che se aveva ancora la voglia di concedersi un po’ di colore forse non erano riusciti a spezzarla.

Non c’erano riusciti i genitori che l’avevano ceduta da infante ad una signora che l’aveva ridotta in schiavitù. Aveva sofferto la fatica, la fame, le botte e persino le ustioni, era stata ferita, piegata, ma non l’avevano spezzata. Neppure l’uomo che violando i suoi tredici anni aveva iniziato ad abusare di lei sessualmente, era riuscito a spegnerla. Lei è rimasta viva e vitale tanto da reagire mentre veniva violata e colpire il suo aguzzino con una bottiglia. Resta viva anche quando la vogliono arrestare e deve iniziare a scappare. Non si spezza neppure quando scopre che le persone che si sono offerte di aiutarla per fuggire sono uguali all’uomo che la abusava.

Non la spezzano gli stupri e né i successivi nove anni in Libia dove viene costretta a suon di botte a prostituirsi. Non la uccidono gli uomini che la usano, né la “cannuccia” che le infilavano tra le gambe una, due, sei volte per costringerla ad abortire ogni volta che restava incinta. Non l’uccide l’infezione contratta nell’ultimo aborto prima di prendere la barca né il dolore di vedere la sua amica inghiottita tra le onde.

Neppure il rapimento in Italia da parte della sorella del trafficante al quale doveva ancora “saldare il debito”, le successive violenze, o il disgusto per i nuovi clienti sono mai riusciti a romperla completamente. Una parte di lei resta incredibilmente intatta e si colora.

Ora è seduta di fronte a me e mette insieme tutto il male che ha subito, le ferite del corpo e dell’anima che dovremmo fare refertare: “Sì il mio corpo ha segni: ho delle cicatrici sull’addome per le violenze patite quando ero bambina a casa della signora che mi ospitava: mi tagliava la pancia con un un oggetto simile a un coltello”, si alza la maglia per farmi vedere i tagli che le attraversano l’addome. “Sulle gambe ho segni di bruciature perché questa signora quando avevo sei anni mi faceva cucinare e mi torturava facendomi tenere in mano pentole pesantissime colme di acqua bollente che regolarmente mi cadevano sulle gambe ustionandomi”. Inghiottisce e si ferma a pensare: “Ho subito molte altre violenze ma non si vedono più i segni”.

Le dico che mi spiace tanto per tutto quello che ha dovuto sopportare fino a poche settimane fa e che spero che da adesso in poi il male resterà alle sue spalle. Vorrei anche dirle che finora ha conosciuto solo l’abisso di cui sono capaci gli uomini ma esiste anche altro e che forse lo sta già iniziando a sperimentare tra queste donne che si prendono cura di lei, ma il nodo in gola mi impedisce di formulare altre parole. Mi aggrappo con lo sguardo al blu delle sue trecce.

Rompe lei il silenzio “Non riesco a dimenticarmi tutto quello che ho subito, è come se quest’incubo non finisse mai perché sopraggiungono alla mente ricordi e immagini… Spero di riuscire a dimenticare ma poi risento sempre dolore e sofferenza e ricomincio a stare male”. Alla vigilia del’8 marzo la sua educatrice mi scrive festosa informandomi che le è stata finalmente riconosciuta la protezione da parte della commissione. Non l’ho mai vista così felice, aggiunge. Essere creduta e ricevere protezione sono l’abc della felicità. E la felicità oggi è blu.

da qui

 

 

Donne sempre in rinascita - Paola Fabiani

 

I finanziamenti e il sistema di assegnazione annuale degli appalti per i centri antiviolenza sono sufficienti e funzionali per il tipo di servizio? È una domanda che le addette ai lavori spesso rivolgono alle istituzioni che si occupano dei finanziamenti e degli appalti, ma considerata la situazione generale, è una domanda che non trova ancora riscontro. Gli appalti per la gestione dei centri antiviolenza continuano ad essere, per la maggior parte dei casi, di durata annuale e con finanziamenti poco adeguati.

Alcune casi locali in materia sono molto significativi.

È trascorso un anno da quando Marinella Mariotti, responsabile del centro antiviolenza “Le tre lune” di Setteville di Guidonia (Roma) ha redatto l’ultima relazione della sua attività del centro e i numeri fanno impressione: in un anno ben oltre ottanta donne si sono rivolte al centro “le tre lune”, ma per l’appalto ormai giunto al termine, il Comune sta preparando una nuova gara per l’assegnazione del servizio. Le donne che si sono rivolte al centro fino a quel momento si pongono l’interrogativo di quando e da chi verranno accolte e per quanto tempo.

Dopo un “vuoto” di circa un mese il lavoro del centro antiviolenza riprende grazie alla cooperativa Il Girotondo di Velletri che si aggiudica l’appalto e inizia il servizio a fine marzo 2020. La cooperativa ha esperienza in questo ambito avendo la gestione di altri due centri antiviolenza, uno ad Ariccia e uno a Rocca Priora. Anche il centro ha cambiato nome e ora si chiama Gea che si riferisce alla dea della Terra ma anche in omaggio ad una loro collega che è venuta a mancare.

La responsabile del centro, Camilla Annibaldi, riferisce che il lavoro svolto dal centro antiviolenza da marzo dello scorso anno è stato complicato per alcuni aspetti derivanti dagli obblighi di confinamento a casa delle famiglie e dalle modalità di lavoro che ha dovuto fare più affidamento alla tecnologia che agli incontri di persona. Ma poi il suo tono di voce sembra riprendere energia e aggiunge: “Un anno difficile, ma anche ricco di buone sinergie. Il confinamento a casa dei mesi scorsi può aver acuito alcune situazioni di violenza ma non ha spezzato il desiderio di rinascita delle donne vittime di violenzadonne più consapevoli che riescono a dire con decisione ‘io con quello un’altra quarantena non la faccio’“.

È invece il sistema dei bandi con assegnazioni annuali che può spezzare l’evoluzione di un percorso, un sistema di appalti che non è funzionale per questo tipo di servizio che si trova dopo dodici mesi a tessere nuovamente i rapporti istituzionali, a garantire nuovamente fiducia alle donne che sono sostenute dal centro e molto altro.

Sta volgendo ormai al termine anche il mandato della cooperativa Il Girotondo. Infatti a breve dovrebbe avere termine l’appalto e il servizio verrà messo di nuovo a bando. Per Giulia, Roberta, Michela (nomi di fantasia) e tutte le altre donne che si sono rivolte al centro in questi mesi è il momento di cambiare, ancora una volta, le persone a cui dovranno rivolgersi per proseguire il proprio percorso.

Ricorrendo ad un anglicismo, forse, si potrebbe avere più chiaro il senso e l’obiettivo del lavoro svolto in un centro antiviolenza. ‘To cure’ e ‘to care’ sono due verbi inglesi che foneticamente e graficamente sono molto simili, ma traducendo il loro significato in italiano la differenza è sostanziale: “to cure”, significa curare, mentre “to care” prendersi cura, preoccuparsi per. Un lavoro quest’ultimo che richiede tempo e attenzione, continuità e fiducia.

Il lavoro del centro antiviolenza non si basa sulla cura ma si basa sulla fiducia e ha come oggetto l’intimità e la vita della donna che si rivolge al centro, e già solo per questo, non meriterebbe un’attenzione e una cura diversa? Le istituzioni, si rendono conto che si frammenta il lavoro dei centri antiviolenza con appalti annuali e brevi proroghe per coprire l’attesa del nuovo bando?

A queste domande sembra difficile avere risposte univoche a livello nazionale, ma si spera che possano sollecitare un dibattito e soluzioni concrete, ricordando alle istituzioni che anche il rapporto del Grevio pubblicato il 13 gennaio 2020 esorta ad elaborare soluzioni che permettano di fornire una risposta coordinata e interistituzionale alla violenza, ma soprattutto evidenzia che si dovrebbero stanziare finanziamenti adeguati. Altro annoso problema…. Insomma, mettere a disposizione qualche migliaia di euro, senza garanzia di una continuità di tempo per la piena realizzazione delle attività, non può essere considerata la modalità da prediligere per un centro antiviolenza.

da qui

 

 

La guerra di Erdogan contro le donne - Marina Mastroluca

 

 

E alla fine lo ha fatto davvero. Il governo turco ha annunciato il ritiro dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, un accordo di cui la Turchia era stata prima firmataria nel 2011, dando agio a  Recep Tayyp Erdogan di vantare una larghezza di vedute sulle condizione femminile sempre più misconosciuta nei fatti. Era tempo che se ne parlava nelle stanze della politica, mentre le piazze si riempivano della protesta delle donne, come sta accadendo in queste ore in tutto il Paese. Femministe alla sbarra e sconti di pena per gli assassini, la Turchia fanalino di coda nel ranking internazionale sulle disuguaglianze di genere: 130esima su 149 nella classifica del World economic forum. Erdogan  ha sacrificato le donne alla sua idea di potere e società tradizionale, da ultimo sposando le tesi dei gruppi islamici più conservatori nel momento in cui la sua autorità vacilla sotto il peso di un’economia sull’orlo del baratro e si teme ad ore un tracollo della lira alla riapertura dei mercati, dopo la sostituzione del terzo governatore della Banca centrale. Parlare d’altro, in questo momento, è comunque meglio.


Femminicidi non registrati

Nessuna statistica, nessun conteggio ufficiale. Delle donne uccise, da mariti, fidanzati, parenti o pretendenti, non resta traccia, finiscono genericamente tra i casi di morte violenta, senza note a margine mentre nei tribunali torna a risuonare la parola onore, per derubricare un femminicidio a reato minore. Secondo la piattaforma turca “Fermiamo i femminicidi” solo nel 2020 ci sono state 300 donne uccise e 171 casi sospetti: troppe morti vengono classificate come suicidi, quando non come banali incidenti: un fucile inceppato, una caduta. Una corda al collo, un volo dalla finestra. La bilancia della giustizia pende dalla parte dell’uomo che uccide, perché si è sentito respinto, disonorato, “offeso nella propria mascolinità”.

La Convenzione di Istanbul non si è mai tradotta in Turchia in politiche di prevenzione, ma uscirne è comunque un gigantesco passo indietro, tanto più se ispirato da presunte motivazioni religiose. Gli ambienti più conservatori dell’Akp, il partito di Erdogan, sostengono che l’accordo sarebbe in contrasto con i principi dell’islam, minerebbe la solidità della famiglia e favorirebbe l’omosessualità. Il richiamo, espresso esplicitamente dal vicepresidente turco, Fiat Oktay, è alla necessità di  «elevare la dignità delle donne turche» prendendo ispirazione «nelle nostre tradizioni e nei nostri costumi»: non dunque in un accordo internazionale che sancisce la parità dei generi.

Occhi bassi e ventri pieni

Le tradizioni sono quelle che vengono ribadite ad ogni occasione. Perché la guerra di Erdogan contro le donne è cominciata ben prima di quest’ultima sciagurata decisione. Dal suo governo è stato un continuo stillicidio. Ministri che hanno affermato che la disoccupazione è colpa delle donne che pretendono di lavorare (l’occupazione femminile è appena al 34% e, inutile dirlo, in ambiti informali o comunque sottopagati) o che le donne non dovrebbero ridere troppo forte quando sono in pubblico. Occhi bassi e ventri pieni. Erdogan ha paragonato la contraccezione al tradimento, ha affermato che ogni donna turca dovrebbe mettere al mondo almeno tre figli, ha fatto di tutto per rendere l’aborto un diritto solo sulla carta. “Una donna non può essere trattata come un uomo”, sono sue parole. In un G20 del 2019 ha detto che avrebbe promosso università solo per donne, perché si concentrino meglio sugli studi, quando in Turchia come altrove nel mondo il successo scolastico vede una netta supremazia femminile: per le associazioni femministe il rischio della segregazione culturale è quello di un’ulteriore marginalizzazione delle donne.

Segnali che nella società turca sono risuonati come tanti via libera a violenze e discriminazioni. Nei primi 65 giorni del 2021, complice anche la pandemia e i lockdown, ci sono state 65 vittime, una al giorno.

Ma autoritarismo e guerra alle donne non sono prerogativa solo di Erdogan. Nell’Unione Europea, per l’ingresso nella quale la Turchia resta ancora candidata, Polonia e Ungheria hanno fatto del loro meglio per distinguersi in questa attitudine. La prima ha minacciato di uscire dalla Convenzione di Istanbul, la seconda non l’ha ratificata. Sarà il caso che da qualche parte qualcuno si ricordi che i diritti delle donne sono diritti umani, inderogabili.

da qui