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giovedì 26 settembre 2024

Nessun dolore andrà perduto - Mauro Armanino

 

Per il dolore è come per l’ingiustizia. Non ci si dovrebbe mai abituare alla loro pervasiva presenza. Molto spesso il dolore è una conseguenza dell’ingiustizia. Entrambi sono a loro modo una rivelazione. Il dolore è una delle risposte, quella forse più immediata e drammatica, alla separazione tra la realtà e l’anelito alla pienezza di vita. Rivela un disagio, spesso incomunicabile, con se stessi, gli altri e il mondo. L’ingiustizia si esprime come un tradimento perpetrato alla persona che viene privata del primo e fondamentale diritto che è il riconoscimento della sua inalienabile dignità umana.

“Dov’è il dolore, là il suolo è sacro”, scrisse il drammaturgo e poeta di origine irlandese Oscar Wilde. Il Sahel è dunque un luogo sacro e come tale andrebbe accolto e rispettato. Il suolo di cui parla il poeta non è solo quello geologico o geopolitico. Il primo suolo sacro è costituito dalle persone, i corpi, le speranze e l’immaginario che caratterizzano ogni umana avventura. Il dolore che non trova parole per raccontarsi perché indicibile e prezioso come un pianto di madre. Il dolore che sembra arrivare ancora prima di nascere al mondo. Il dolore dei poveri che lo trasmettono, in silenzio, da padre a figlio.

Il dolore della morte per la fame che, secondo l’Ufficio di coordinazione delle azioni umanitarie, mette a rischio la vita di 33 milioni di persone nel Sahel. Questa carestia è la conseguenza di crisi che, come il deterioramento della sicurezza, l’instabilità e il clima, minacciano i mezzi di sussistenza delle famiglie. La violenza dei conflitti armati obbliga milioni di persone a fuggire dalla case e dalle terre per cercare un futuro precario altrove. Una vita passata scappando da un luogo all’altro e da una guerra alla seguente. Sembra difficile trovare un dolore che somigli a quello raccontato dagli scampati.

Perché il dolore è una maledizione, un mistero, un silenzio, parole che non bastano, un miracolo non accaduto e un grido inascoltato. C’è un dolore collettivo che non è la somma dei dolori individuali e che neppure i libri di storia riescono ad evidenziare. Il dolore lo si porta dentro come fanno i padri che la vita ha reso curvi e fieri per non aver pianto davanti ai figli. C’è il dolore del parto e quello che sembra del tutto irriverente e sterile. Il dolore tace perché difficilmente trova una riva dove approdare con la sicurezza di essere compreso. Come quello dei bambini che pochi sanno decifrare.

Il loro dolore, quello dei bambini, non ha ancora trovato un lessico capace di trasmetterlo alle generazioni che verranno. I bambini presi come ostaggi per farne mendicanti sulle strade delle città e per impietosire i distratti consumatori di beni. Obbligati a lavorare nei cunicoli scavati in terra in cerca di minerali preziosi per l’industria e il commercio dei grandi. Il dolore dei bambini strappati troppo in fretta dall’abbraccio delle madri e dal futuro che i consigli del padre non potrà più ascoltare. Un recente rapporto sul Sahel rivela che i bimbi costretti a fuggire da casa sono circa 1,8 milioni.

Il dolore del tradimento sofferto o perpetrato non ha ancora trovato un’unità di misura per stimarlo. Le conseguenze di scelte politiche funzionali alle ideologie dominanti aggiungono dolore ai poveri che il sistema di dominazione ha reso inutile periferia. Il dolore dei giovani a cui vengono espropriati, venduti e manipolati i sogni di un futuro possibile. L’accanimento globale contro i migranti che ne sono una delle espressioni più libere e pure, genera rivoli di dolore che come fiumi sotterranei prepara sorgenti nel deserto. Nessun dolore andrà perduto perché scritto sulla palma della mano, sacra, di una madre.

da qui

lunedì 25 ottobre 2021

La fame nel mondo sconfitta dai paesi del C8 - Alessandro Ghebreigziabiher

  

A quanto pare, recenti proiezioni hanno rivelato che gli obiettivi globali per sradicare la fame nel mondo entro il 2030 non saranno raggiunti a causa di una sorta di “cocktail tossico” tra la crisi climatica, i vari conflitti ancora in atto e la pandemia di Covid-19.

A causa diper colpa di qualcosa o qualcuno. Nondimeno, comprendere le radici di una situazione tragica in un paese specifico nel mondo, con scenari all’orizzonte ulteriormente nefasti, richiede una riflessione complessa.

A mio modesto parere, è doveroso considerare anche la storia trascorsa di ogni Stato, navigando tra gli eventi maggiormente determinanti del passato più o meno recente. Magari, sottolineando quale mero spunto di riflessione gli elementi in comune tra le differenti zone del mondo che si trovano ad affrontare crisi umanitarie di proporzioni enormi.

Per esempio soffermandoci sulle cinque nazioni che nella classifica mondiale diffusa in questi giorni mostrano i livelli di fame peggiori, definiti non a caso allarmanti: Madagascar, Repubblica Democratica del Congo, il Ciad, la Repubblica Centrafricana, lo Yemen e la Somalia, in ordine di gravità crescente.

Da cui, l’immaginaria riunione urgente dei paesi del C8:

Lo storico incontro si svolge su una nave in mezzo al mare. Una nave… diciamo pure un barcone, va’. Ma è solo una precauzione, sapete? Se i nostri provano a fuggire, si toglie il tappo e l’imbarcazione di giustizia, più che fortuna, va a picco.

È un semplice contrappasso, siamo assai distanti da ogni costa e ciascun aiuto è vietato perché loro se ne devono restare a casa… anzi, no, se ne sarebbero dovuti restare a casa propria nel secolo scorso, non so se mi spiego.

Signore e signori, delegati, segretari e ambasciatori tutti, siamo qui per far sì che l’obiettivo di sradicare la fame nel mondo entro il 2030 sia raggiunto dimostrando piena responsabilità delle vostre azioni presenti, passate e future”, fa un bambino dalla carnagione clandestina e gli occhi affamati di equità, connubio quanto mai letale per i professionisti della memoria ritoccata.

Per la cronaca, sono presenti all’assemblea sulla fragile e oscillante carretta i rappresentanti di PortogalloPaesi Bassi, più che mai Francia Gran BretagnaBelgioItaliaArabia Saudita e, ovviamente, Stati Uniti e Russia.

Il ragazzino prende un foglio, inforca gli occhiali più per scena che reale necessità, e legge con uno strano sorriso sulle labbra: “Come saprete dal promemoria che vi è stato consegnato quando vi siete svegliati su questa specie di zattera, che finora avevate visto solo in tv e quasi sempre mentre affondava, ciascuna delle nazioni da voi rappresentate avrà occasione di rimediare ai torti compiuti nel secolo scorso. Allora, andiamo per ordine. Allo sradicamento della fame in Madagascar si dedicherà un bel gruppetto di voi: il Portogallo, prima di tutto, ma anche i Paesi Bassi, la Gran Bretagna e la Francia.”

Well, but…”borbotta l’inglese. “Mas…” ripete in coro il portoghese.

Silenzio, prego, ricordatevi il tappo.” E il silenzio si fa assordante, ovviamente.

La fame della Repubblica Democratica del Congo sarà invece sconfitta ancora una volta dal Portogallo e i Paesi Bassi, ma più che mai dal Belgio, mentre quella del Ciad dalla Francia. Saranno di nuovo il Belgio e la Francia a risolvere il problema della fame nella Repubblica Centrafricana.”

Oui, mais…” provano entrambi a obiettare.

Oui, cioè certo che sì, ma senza mais e neppure si, ovvero senza se e senza ma. Infine, la fame nello Yemen sarà debellata dai britannici e dagli arabi – quelli col petrolio, per capirci – mentre in Somalia scenderanno in campo ancora questi ultimi, insieme a italiani francesi. Naturalmente, per ovvie ragioni, Stati Uniti Russia, al contrario di ciò che hanno fatto in passato, daranno il loro supporto economico per la virtuosa realizzazione dell’umano scopo, invece di profittare dell’insuccesso.”

Fame nel mondo risolta, fine della riunione del C8, ovvero gli otto paesi colonialisti. O, se preferite, colpevoli.

E a tutt’oggi impuniti.


da qui