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sabato 25 novembre 2023

Le società di consulenza privatizzano i governi

 

Intervista di Chiara Giorgi e Nicoletta Dentico all’economista Mariana Mazzucato sul suo ultimo libro «Il grande imbroglio»: “Gli stati sono deboli e si fanno corrompere facilmente”. Il ruolo della società di consulenza McKinsey anche nel vaglio dei progetti del nostro Pnrr.

Sarebbe difficile includerla nel novero delle rivoluzionarie. Ma da tempo il suo lavoro di ricerca illumina alcune storture dell’economia e della politica. Stiamo parlando di Mariana Mazzucato, economista e docente all’University College London, dove dirige l’Institute for Innovation and Public Purpose. L’abbiamo incontrata a Roma in occasione del lancio del suo ultimo libro scritto con Rosie Collington, Il Grande Imbroglio, tradotto da Laterza. Un’indagine sul ruolo delle società di consulenza, come McKinsey, Deloitte, Kpmg, a cui i governi affidano sempre più spesso il disegno e la gestione degli orizzonti strategici da perseguire.

Questa volta ha deciso di rompere il silenzio su una delle strutture intermedie più influenti e opache che oliano gli ingranaggi del capitalismo contemporaneo.
Tutto il mio lavoro ruota intorno alla stessa domanda: come governiamo e come risolviamo le sfide del nostro tempo (salute, clima, digital divide)? E la questione è sempre la stessa, il ruolo della funzione pubblica, lo Stato che ha smesso di investire sulle proprie capacità e ha preso a imitare il settore privato, con le sue parole d’ordine, le sue logiche, perdendo il controllo della situazione. La pervasiva presenza, del tutto inefficiente e tossica, delle società di consulenza dentro le stanze decisionali della funzione pubblica a livello globale non è che una delle manifestazioni meno conosciute di questo processo di privatizzazione occulta, e in ultima analisi di “infantilizzazione” dei governi e delle loro funzioni.


Quindi sta dicendo che i governi devono recuperare un nuovo senso di sé e delle responsabilità che sono chiamati a esercitare?

Precisamente. Dopo Thatcher e Reagan ai governi è stato riservato il ruolo di riparare i fallimenti del mercato nella migliore delle ipotesi, più spesso di togliersi di mezzo. Ai governi spetta trovare i soldi, spetta facilitare (la più subdola parola al mondo), ridurre i rischi per gli investitori. Ma perché mai lo Stato dovrebbe assorbire il rischio d’impresa? Occorre sovvertire le narrazioni sulle incapacità della funzione pubblica. Dobbiamo esigere una politica che sia capace di rischiare, sperimentare, orientare le proprie azioni verso missioni strategiche. La funzione pubblica deve essere in grado di riprendere la regia rispetto al settore privato, non il rapporto sregolato e parassitario oggi in essere. Altro che società di consulenza, con i loro power point sempre uguali: non capiscono nulla di funzione pubblica!

Eppure sono ovunque ormai, spesso invisibili alla società.
Per questo si affronta il tema nel libro. Sono ovunque, parassiti di sistema. È il motivo per cui non ho firmato il rapporto della Commissione Colao, di cui facevo parte, in pieno Covid-19. Al primo incontro eravamo una quindicina fra accademici ed esperti, ma nella stanza c’erano anche 13 persone di McKinsey, infiltratesi silenziosamente. Ho chiesto conto della loro non neutrale presenza. In tutta risposta, Colao mi ha assicurato che prestavano la consulenza a titolo gratuito e che la funzione pubblica italiana non avrebbe potuto gestire la cosa. Primo, non è vero. Secondo, qui si parlava di fondi, di scelte strategiche, di cosa mettere o non mettere nelle misure del governo. E infatti nel rapporto finale ci avevano messo anche il patent box (agevolazioni fino al 50% dei redditi per incentivare investimenti in ricerca e sviluppo, e l’utilizzo di beni immateriali come i brevetti). Una misura sbagliata di cui ho scritto tutta la vita. Che senso ha incentivare i brevetti, monopoli che già assicurano sconfinati profitti? Certo, ha senso per McKinsey e i suoi clienti privati. E ora la selezione dei progetti del Pnrr è nelle mani di queste società di consulenza.

Una forma di colonizzazione insomma.
Esatto, colonizzatori che riescono a farti parlare la loro lingua, veicolando le loro idee, quelle del settore privato. Perché uno Stato debole e impaurito, un governo che facilita si fa catturare facilmente, si fa corrompere, questo è il problema. Succede in Italia, negli Stati Uniti, in Africa.

Quale è la relazione fra le società di consulenza e la privatizzazione e finanziarizzazione della agenda sociale?
Il libro è pieno di esempi, più o meno recenti, anche nei paesi che hanno investito in capacità pubblica, come l’Australia, dove però hanno elargito a McKinsey 6 milioni di dollari per redigere una strategia climatica notoriamente pessima, piena di conflitti di interesse. Oppure la Gran Bretagna: durante il Covid ha firmato un contratto di 1 milione di sterline al giorno con Deloitte per tracciare i test. Un disastro, che ne capisce questa di contagi?

Dunque, che fare?
Non siamo contro i consulenti, siamo contro l’industria delle consulenze e la sua velenosa pervasività nella funzione pubblica. Il segno di una insicurezza che va sanata. Proponiamo diverse soluzioni. In primis, occorre intervenire sui conflitti di interesse e sui termini della relazione con i privati. Serve re-immaginare il ruolo dello Stato dopo queste catastrofi. Cambiare la cultura dei governi, rendere la pubblica amministrazione creativa e agile, per una economia di missione è possibile. Necessario, direi.

Intervista pubblicata da il manifesto del 22 novembre 2023

da qui

lunedì 3 maggio 2021

Non sarà il capitalismo a salvarci dal covid - Mariana Mazzucato

 

Boris Johnson ha attribuito il successo della campagna vaccinale del Regno Unito “al capitalismo” e “all’avidità”. Si tratta di commenti di pancia, ma se le parole del primo ministro offrono una qualche indicazione sulla sua idea di come il Regno Unito potrà riprendersi dalla pandemia, le implicazioni per le scelte politiche del paese in patria e all’estero sono preoccupanti. Non è la prima volta che Johnson trae le lezioni economiche sbagliate dalla crisi del covid-19. Pochi mesi fa con lo stesso spirito si era rivolto alle “persone di sinistra, convinte che tutto possa essere finanziato dai soldi dei contribuenti”, dicendo che “arriva il momento in cui lo stato deve fare un passo indietro e lasciare che sia il settore privato a entrare in gioco”.

Johnson non è la prima persona a considerare i vaccini un successo del settore privato. Ma vale la pena di ricordare che il vaccino AstraZeneca è stato creato dagli scienziati dell’università di Oxford, e in seguito sviluppato e distribuito dal gigante farmaceutico anglosvedese. Eppure a essere celebrati pubblicamente sono stati solo i privati.

La verità è che nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione dei vaccini è stata riversata una quantità senza precedenti di fondi pubblici. Si stima che i sei candidati principali abbiano ricevuto 12 miliardi di dollari (circa dieci miliardi di euro) di denaro pubblico e dei contribuenti, di cui 1,7 miliardi di dollari (circa 1,4 miliardi di euro) per il vaccino Oxford-AstraZeneca e 2,5 miliardi di dollari (circa 2,1 miliardi di euro) per quello di Pfizer-Biontech. Questo livello d’investimenti rappresenta un enorme rischio, ma non è l’unico che il settore pubblico ha corso. I governi hanno usato degli “impegni anticipati di mercato” per garantire alle aziende private che sono riuscite a produrre un vaccino contro il covid-19 di essere ampiamente ricompensate con cospicui ordini.

I fondi pubblici spesi per la ricerca e lo sviluppo hanno spesso una natura imprenditoriale, nel senso che i governi investono nelle prime e più rischiose fasi dell’innovazione sanitaria, prima che esista un mercato. Questo è uno dei motivi per cui le aziende sono riuscite a sviluppare un vaccino per il covid-19 in tempi record. Come ha chiarito un recente rapporto dell’Industrial strategy council (Consiglio per la strategia industriale) britannico, la svolta nelle vaccinazioni contro il covid-19 sarebbe stata impensabile senza il coinvolgimento dello stato. Un efficace e “mirato” coordinamento governativo – fatto di politiche industriali d’investimento scientifico, appalti pubblici strategici e collaborazione tra pubblico e privato – è stato fondamentale per il successo della campagna di vaccinazione contro il coronavirus.

Il senno di poi
C’è però da fare un’importante precisazione. Nonostante il governo conosca la forza del Regno Unito nel settore delle scienze biologiche, e voglia sostenerlo con due nuovi accordi di settore, la capacità del paese di produrre dosi sufficienti non è scontata. La storica incapacità britannica di sostenere la sua base produttiva nazionale è evidente nei recenti litigi tra Bruxelles e Londra sulla fornitura del vaccino Oxford-AstraZeneca. Prima della crisi, il Regno Unito non era interessato a investire in una base industriale locale per la produzione di massa di vaccini e altri prodotti scientifici. Se il governo avesse proposto un piano d’investimento in fabbriche di questo genere prima della pandemia, probabilmente sarebbe stato accolto in maniera non proprio entusiastica.

Questo è chiaro con il senno di poi. Ma il senno di poi ci dice anche quanto sia vitale avere una strategia industriale a lungo termine, che investa nella produttività e nella crescita economica, e al tempo stesso abbia obiettivi più ambiziosi, come affrontare la crisi climatica e le future pandemie. Invece di considerare il presente come il momento migliore in cui delineare un simile piano, Johnson sta rinunciando a una strategia industriale sensata. La soppressione, da poco annunciata, dell’Industrial strategy council, un organismo indipendente di consulenza che dà consigli al governo sulla strategia industriale da seguire, fa pensare che non si farà tesoro del prezioso lavoro di questa istituzione. Il governo si è impegnato a raddoppiare la spesa pubblica per la ricerca e lo sviluppo del Regno Unito, portandola a 22 miliardi di sterline all’anno entro il 2024 o il 2025, ma propone anche di tagliare il bilancio dello Uk research and innovation, un dipartimento pubblico che finanzia la ricerca, dimezzando i fondi per i progetti internazionali di sviluppo.

Nel Regno Unito i tagli alla ricerca durante una pandemia lanciano un messaggio preoccupante

Se questo indebolirà l’infrastruttura fondamentale per il successo dei vaccini nel Regno Unito, come sembra probabile, allora l’Agenzia per l’invenzione e la ricerca avanzata (Aria), da poco creata dal governo, rischia di essere una costosa distrazione. Negli Stati Uniti il modello dell’Agenzia per i progetti di ricerca avanzati (Arpa), a cui s’ispira l’Aria, è stato un grande successo perché si muove all’interno di un’infrastruttura vitale e decentralizzata, sostenuta da investimenti pubblici nella scienza, che l’amministrazione Biden prevede di rafforzare ulteriormente.

Il fatto che i tagli alla ricerca britannica avvengano durante una pandemia globale lancia un messaggio preoccupante sulle priorità del primo ministro. Quando ha parlato di avidità, Johnson in realtà ha identificato il problema del sistema, non qualcosa che merita un elogio. Da solo un vaccino non può bastare per ingabbiare il covid-19, e il Regno Unito non sarà al sicuro dal virus finché la maggioranza della popolazione mondiale non sarà vaccinata. È molto difficile capire come l’avidità possa rendere il vaccino disponibile a tutti, in tutti i paesi, e gratuitamente.

Affrontare il monopolio delle case farmaceutiche sulla scienza, sulle competenze tecniche e sulla tecnologia, e condividere questa missione con più paesi possibili, sarà fondamentale per aumentare e decentralizzare la produzione di vaccini in tutto il mondo. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha creato il programma Covid-19 technology access pool- (C-Tap), per permettere ai governi e alle aziende di fare proprio questo. Parallelamente il Sudafrica e l’India hanno inviato all’Oms la proposta, sostenuta da più di cento paesi, di rinunciare temporaneamente ad alcuni vincoli sulla proprietà intellettuale per le tecnologie legate al covid-19. Da un recente sondaggio nel Regno Unito è emerso che il 74 per cento degli intervistati è favorevole a queste posizioni. Per tutta risposta il governo ha ignorato il C-Tap e respinto la sospensione temporanea sulla proprietà intellettuale.

Quando un governo è guidato dalla filosofia dell’avidità, l’apartheid vaccinale è garantito. Il 56 per cento delle oltre 455 milioni di dosi del vaccino contro il covid-19 è già andato a persone in paesi ad alto reddito, e solo lo 0,1 per cento è stato distribuito nei 29 paesi più poveri. È improbabile che il programma Covax dell’Oms, il cui obiettivo è vaccinare fino al 27 per cento della popolazione in 92 tra i paesi più poveri, basti.

Avendo fatto bene con il suo programma vaccinale, il Regno Unito dovrebbe essere ora in buona posizione per contribuire a una campagna di vaccinazione globale. La promessa del governo britannico di donare il surplus di vaccini è un buon inizio, ma non basta. Serve una leadership forte e una speranza. Invece Boris Johnson sembra attaccato all’ idea anacronistica e controproducente che saranno il capitalismo e l’avidità a vaccinare il mondo e a contribuire alla ricostruzione dopo la pandemia.

 

(Traduzione di Federico Ferrone)

 

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sabato 24 agosto 2019

Mazzucato: ‘Se non cambiamo il capitalismo ci sarà l’avanzata di un nuovo fascismo cavalcato dai Salvini e dai Trump’


  

(intervista di Gea Scancarello)

Spendere, ma per fare il bene pubblico. Creando valore, e non sottraendolo alla collettività. Guardando al lungo periodo, e non all’immediato: perché gli strumenti per ripensare l’economia sono gli stessi capaci di produrre inclusività, giustizia sociale, attenzione alla diversità. In altre parole, una società migliore.
Mariana Mazzucato, https://marianamazzucato.com, economista, docente di Innovation and Public Value all’University College di Londra, direttrice dell’Institute for Innovation and Public Purpose e autrice di The value of everything (Il valore di tutto)  da tempo racconta l’esigenza di un cambio di paradigma nei modelli economici dominanti, a partire da una consapevolezza: se non si cambia rotta il rischio molto concreto è quello di una nuova ondata di fascismo, perché gli effetti di scelte economiche sbagliate si misurano non solo sul Prodotto interno lordo, ma soprattutto sulla società.


Partiamo dall’inizio: il capitalismo è davvero “rotto”?
“Direi di sì, e le ragioni sono diverse. La prima è che c’è stata una finanziarizzazione spaventosa dell’economia, il che significa sia che il settore finanziario è diventato più importante dell’economia reale, sia che l’economia reale è diventata finanziarizzata: con un gioco di parole, la finanza finanzia la finanza”.
Cosa significa concretamente?
“Gli investimenti si concentrano nei settori che in inglese si indicano con l’acronimo FIRE: Finance, Insurance, Real Estate (finanza, assicurazioni e immobiliare). Va poi anche detto che l’enfasi delle aziende, a livello globale, è più nel ricomprare le proprie azioni che nell’investire lo stesso denaro sul capitale umano, o per altri investimenti produttivi: soltanto le imprese del cosiddetto Fortune 500 hanno speso tre trilioni di dollari in shares buyback”.
Sostanzialmente, fanno salire il valore delle proprie azioni usando la finanza piuttosto che creare le condizioni per una crescita di lungo periodo.
“Esatto. C’è poi una terza questione che spiega perché il capitalismo è “rotto”.  Se infatti anche gli investimenti ci fossero, servirebbe una profonda trasformazione del modo in cui vengono erogati e gestiti. Prendiamo il settore dell’acciaio, che è in crisi seria sia in Italia che nel Regno Unito.  Le aziende hanno affrontato la crisi semplicemente richiedendo fondi e altre forme di sostegno al governo, spesso ottenendoli. Ma non è accettabile: i governi non devono distribuire denaro,  devono creare le condizioni per la trasformazione del comparto in crisi. Qualsiasi settore dovrebbe poter ricevere sostegno solo a condizione che metta in piedi le condizioni per trasformarsi, e che evolva in qualcosa che porti benefici alla società nel suo complesso. Questo è l’approccio che è stato usato in Germania, per esempio, ma è un caso abbastanza isolato. Ironicamente, sono i Paesi in via di sviluppo quelli più inclini a trasformazioni che vadano in direzione della sostenibilità ambientale”.
E l’Italia?
“L’Italia affronta una crisi massiccia, politica ed economica, da prima dell’introduzione dell’euro: vent’anni caratterizzati da zero crescita della produttività, da bassissimi investimenti pubblici e privati e da una relazione parassitaria tra il settore pubblico e quello privato. Il governo gialloverde in carica finora ha fatto  promesse populiste che portano immediata soddisfazione – la flat tax, per esempio – mentre servirebbero investimenti massicci in tutto quello che può garantire e strutturare una crescita di lungo periodo: scuola, ricerca, scienza e via discorrendo”.
C’è sempre la questione dei conti pubblici.
“Si continua a parlare del deficit,  ma non è un problema reale. Infatti è stato molto basso per anni eppure il rapporto tra il debito e il Pil ha continuato ad alzarsi perché il denominatore non cresce. A livello puramente teorico, il rapporto potrebbe crescere all’infinito se non si fa qualcosa per far crescere il Pil. Non sono a favore della Brexit o di alcuna uscita dall’euro, ma uno dei problemi dell’Europa è che deve capire che il problema dei Paesi del Sud – Italia, Grecia, Portogallo – non è l’eccesso di spesa, bensì gli investimenti scarsi, l’assenza di un ecosistema di innovazione, la produttività ferma, la mancanza di cambiamenti strutturali. La diagnosi sbagliata del problema produce effetti: la prolungata enfasi sul tagliare – è così ancora adesso – ha reso il deficit basso una scusa per non cambiare le componenti strutturali dell’economia”.
Quali sono gli effetti di un capitalismo che non cambia, e di governi che sbagliano gli interventi, sulla società?
“L’avanzata di un nuovo fascismo. Per capirlo bisogna fare un passo indietro. La crisi finanziaria ha avuto enormi conseguenze che ancora persistono, e che ancora animano la rabbia della gente: basti dire che nel novembre del 2010, 120 mila case furono pignorate solo negli Stati Uniti e nessuna delle persone impiegate nelle banche e nel settore finanziario – responsabili della crisi – sono state chiamate a rispondere legalmente delle proprie azioni. Questo ha contribuito ad alimentare l’insoddisfazione anche nei confronti della politica, e la crescita delle destre. Così, in assenza di una contronarrativa e di una seria strategia alternativa per la crescita, basata sull’inclusività e non sulla mera redistribuzione a qualcuno, che è uno degli  argomenti facili del populismo, emergono personaggi come Salvini in Italia o Trump negli Stati Uniti, capaci di intercettare e fare crescere questa onda di insoddisfazione, un po’ come è successo negli Anni 30”.
La redistribuzione però è importante.
“Infatti nelle nostre priorità deve esserci sì risolvere la questione del cambiamento climatico, per cui abbiamo soltanto 12 anni rimasti o saremo tutti sott’acqua, ma c’è anche con parimenti forza l’esigenza di risolvere la crisi del populismo: altrimenti rischiamo di avere un pianeta sostenibile, ma senza la giustizia sociale, la tolleranza, l’inclusività. L’esigenza di lottare per una società tollerante ed equa, basata sulla collaborazione e sulla cooperazione, in cui si rispettano le diversità, va di pari passo con l’importanza della definanziarizzazione dell’economia e con la lotta ai cambiamenti climatici. Le tre cose sono assolutamente collegate, perché  lavorare sulle prime significa spingere per una crescita sostenibile, verde, inclusiva.  Significa passare da un modello di estrazione del valore a uno di creazione del valore”.
Come si traduce in concreto?
“A un livello di politiche, significa letteralmente rendere più premiante “il lungo periodo” piuttosto che il breve. Un esempio semplice è una tassa che renda le transazioni finanziarie che avvengono in millisecondi meno profittevoli degli investimenti nell’economia reale. Questo coincide esattamente con l’idea di premiare la creazione di valore, e non la sua estrazione. Invece, per effetto della finanziarizzazione di cui parlavamo all’inizio, le aziende si preoccupano prevalentemente dei prezzi di Borsa, e non della ricerca e sviluppo, delle risorse umane, della formazione del personale in modo che non resti sopraffatto dalla rivoluzione tecnologica. C’è di più: molte corporation hanno ricevuto massicci benefici dai governi, senza che fossero condizionati all’impiegarli per fare anche il bene pubblico. Negli Usa per esempio l’industria farmaceutica riceve 40 miliardi di dollari all’anno di investimenti, che andrebbero utilizzati non solo per sviluppare i farmaci che servono ma anche per renderli disponibili a costo sostenibile per la popolazione. Purtroppo, siamo abbastanza lontani dal vederlo succedere: per lo più siamo ancora con un modello economico in cui le aziende “estraggono” valore dal pubblico,  ma non lo creano”.
È una dinamica parassitaria del capitalismo: le aziende assorbono i benefici, ma non restituiscono nulla.
“Tutti parlano dei robot e di come ci stiano rubando il lavoro, ma non è vero. Il problema non è la tecnologia, è che le aziende non investono sui lavoratori: ci vorrebbe una sorta di contratto sociale obbligatorio che regoli i benefit di cui godono le aziende e quello che devono restituire al pubblico. Il posto in cui si vede questo meccanismo all’opera è la Silicon Valley, dove le società del tech che hanno approfittato massivamente da investimenti pubblici, evadono le tasse penalizzano quindi i fondi pubblici per le scuole e ed altre infrastrutture critiche per i cittadini”..
Qual è invece la responsabilità dei governi?
“I governi dovrebbero fare almeno due cose importanti. In primis, assicurarsi di fare investimenti, specie quando c’è un problema di investimenti privati; poi, premiare le aziende che fanno investimenti di lungo periodo, così come quelle che lavorano concretamente per spingere la transizione a un altro modello. Si deve mettere denaro pubblico nell’economia verde, o usare le tasse e gli stimoli per spingere il cambiamento”.
Questi temi sono stati trattati più di una volta. Si fanno conferenze, gli economisti lo dicono, se ne parla sui giornali. Perché la classe politica – in Italia e non solo – non sembra afferrare l’urgenza del cambio di paradigma?
“Bè, intanto non credo che siano davvero molti gli economisti  che la pensano così: basta pensare a quello che scrivono Alesina e Giavazzi, in Italia, che è più o meno l’opposto. Anche nel Regno Unito e in America la dottrina economica predominante è ancora su posizioni molto diverse per quello che riguarda gli investimenti pubblici e la tassazione, e influenza la pratica politica. Ci sono alcuni economisti che sostengono le cose che abbiamo detto in questa chiacchierata, ma non sono abbastanza e forse non c’è abbastanza attenzione dei media tradizionali. Soprattutto, però, per capire come mai non si cambia prospettiva bisogna considerare il denaro: l’ideologia che predica il contrario di quello che abbiamo appena detto serve enormi interessi economici. Non solo perché si possono fare profitti – per esempio se alle aziende o a certi settori industriali vengono offerti sgravi fiscali – ma perché dietro all’aumento dei profitti ci sono quantità enormi di denaro speso in lobbying. Tutti sappiamo che Google non paga abbastanza tasse, ma la vera questione sono i denari spesi e gli accordi presi sottobanco per riuscirci. Il che peraltro non fa che aumentare il populismo, e non produce nessun effetto reale sull’economia. Ci vorrebbero risorse enormi per combattere quella propaganda…”.
Quindi, come si inverte la rotta?
“Ci vuole molta più coordinazione e bisogna anche capire che l’innovazione non è solo una questione di buone o cattive idee. Questa è l’estate in cui celebriamo lo sbarco sulla luna, forse l’impresa più grande compiuta dall’uomo, e dimostra che possiamo fare cose grandiose se ce lo diamo come obiettivo e costruiamo un mind set, una cornice mentale per ottenerlo.
Dopo la crisi economica, per esempio, non ci siamo dati come obiettivo il cambiamento del sistema finanziario, e non perché non fossimo capaci: non eravamo abbastanza determinati. Per cambiare il modello serve coordinamento tra Paesi con uno sforzo internazionale, trainato da qualche governo illuminato: il livello nazionale non basta. Ma ci vogliono anche un pensiero sistematizzato e moltissime risorse: se potessimo mettere insieme gli economisti, i ricercatori, gli avvocati e i media in una coalizione per creare una narrazione alternativa dei fattori chiave di una crescita di lungo periodo e della lotta al cambiamento climatico, dell’esigenza di creare nuovi tipi di partnership provato pubblico, ogni risultato sarebbe alla nostra portata. Bisogna solo capire che è davvero una battaglia”.
E tuttavia, considerato il mondo in cui viviamo, in cui si sfarinano persino le intese già fatte come quella sul cambiamento climatico, non sembra uno scenario realistico.
“È vero, ma la cosa importante è concentrarsi sugli esempi che funzionano: per esempio se si prende il settore dell’acciaio è chiaro che bisogna fare come la Germania e non come l’Italia e il Regno Unito. La Danimarca, un Paese molto piccolo, è diventato il fornitore numero uno di servizi high tech al settore dell’economia verde cinese, che investe nella trasformazione energetica 1,7 trilioni di dollari. Questo è possibile perché a livello locale la Danimarca ha saputo costruire un ecosistema sostenibile, creando connessioni rilevanti tra i servizi e il settore manifatturiero: ora quel know how è al servizio della più grande economia mondiale, e possono insegnarlo al resto del mondo.
È da qui che bisogna ripartire: quello che non mi piace dell’economia predittiva è che spesso non si prende il giusto tempo per provare a cambiare le cose dal basso, o anche solo a imparare dalle esperienze degli altri per poi “teorizzare”. In questo momento storico, non abbiamo bisogno di più critici, ma di più persone che facciano”.