Visualizzazione post con etichetta Julia Kristeva. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Julia Kristeva. Mostra tutti i post

venerdì 20 febbraio 2026

Fratelli – Carmelo Samonà

sembra un piccolo libro, nel senso di poche pagine, ma è un grande libro, pieno di vita e di complicati rapporti umani.

è la storia di due fratelli, che stanno nella vecchia casa di famiglia, la scrive il fratello "sano" che ha preso l'impegno di stare insieme al fratello non autosufficiente.

chi racconta s'immedesima nel fratello a cui va data cura, entrando nel mondo del fratello, con difficoltà, certo, i due fratelli stanno alla pari.

un libro da non perdere, da leggere e rileggere, per provare a capire l'Altro, a essere l'Altro.

ps: dice Julia Kristeva riprendendo Freud: «lo strano è dentro di me, quindi siamo tutti degli stranieri. Se io sono straniero, non ci sono stranieri». (da qui)


 

 

 

 

Chi scrive è il savio:"Vivo in un vecchio appartamento,nel cuore della città,con un fratello malato".E' in una dimora cava,vuota,in silente decadenza che due figli dello stesso sangue s'incontrano.Carcere proprietario,sede d'afonia,regno del magico "facciamo che io ero",la casa è teatro pirandellianamente inallestito:"Le stanze sono ampie,le suppellettili rare.Arnesi dall'uso incerto interrompono la sequenza dei vuoti:penombre di velluti,pezzi d'argento,miniature in legno,bracieri,armature di latta,porcellane".Residui d'intimità in trasloco tra "poltrone coperte da teli","finestre spoglie","letti ridotti a brande".E' un assito in cianfrusaglia il luogo d'apparenza in cui due ombre si con-fondono d'appartenenza.Nome,età,fisici dettagli:d'esse tutto sfugge perchè nulla sfugga.Samonà porta in scena due corpi che son due voci che son due mondi.E li costringe a confrontarsi.Si legga il romanzo come testimonianza d'una convivenza col disagio e sarà racconto dotto di chi vive col malato.O si guardi meglio:Samonà racconta d'uomini ma allude a come gli uomini raccontano.E' un confronto in carne tra modi d'espressione "Fratelli":in esso sibili,sospiri, ammicchi son parole;braccia,gambe,occhi son discorsi;legami,fughe,strazi sono storie.In esso due fratelli son linguaggi.Così il folle delle vie traverse,dello scavo d'unghia,delle dimore d'aria s'esprime per distonie insane,metafore indiscete,digressioni improvvide generando "universi aleatori nei quali si trasferisce" e vive.Mentre il saggio dal passo retto,dalla mano ferma,dalla mente lucida,biro in mano s'organizza "un piccolo recinto d'annotazioni e commenti" da cui il fratello è escluso:"Quando il foglio è immobile e bianco sullo scrittoio posso tutto".Ecco "Fratelli":è il contrasto tenero e rabbioso,crudele e sospensivo,perverso e limaccioso tra causalità stagnante e casualità apparente,tra coscienza ferma ed infermità incosciente,tra irreale in scena e reale o-sceno.Tra quel falso vero e vero falso dalla cui mistura dipende la misera grandezza della parola letteraria.

da qui

 

…Il fratello è l’ignoto, l’irrazionale e insieme la spontaneità animale, la fisicità che non ha bisogno di razionalizzazioni. In questa sua ricerca e ansia (che è intellettuale, come volontà di conoscere l’ignoto; ma è religiosa in questo rispetto per il sacro), il sano finisce per caricare anche la pazzia del fratello di dimensioni troppo colte: e questo potrebbe essere l’unico neo del testo. Rimane, comunque, un libro inquieto e misterioso, che si potrebbe definire, anche se il termine è generico, “spirituale”. In questa dimensione si può leggere infatti tutto un capitolo, il settimo, in cui il malato mantiene una sua segreta inconoscibilità, o inconsistenza, diventando agli occhi del fratello carico di tanti aspetti e risposte:

“Sono tre leggeri colpi di nocche alla porta a vetri della mia stanza, scanditi e trattenuti più con affanno, direi, che con forza; poi la sagoma di una figura giovanile ancora imprecisa si disegna nella smerigliatura dei vetri e resta per un poco così, immobile ed implorante, in attesa della mia voce... Cercami – è la sua strana risposta: la voce è tremula e sorda, le parole, sillabate staccate l’una dall’altra, ripropongono un vecchio invito. Cercami di nuovo – aggiunge – anche se mi hai trovato”.

da qui

 

Impalpabile nell’apparire lo è anche nell’evocazione che abbiamo del suo dileguarsi, dilatata in un indistinto passato di cui rimane “il desiderio di cosa remotamente posseduta e goduta”. L’incanto di quell’abbraccio vittorioso nella lotta col disordine, con tutto il disordine del mondo, non può che essere e rimanere un desiderio. La ricerca dell’altro e il conflitto che ne deriva è un moto destinato a perpetuarsi, un territorio da conquistare e riconquistare continuamente ma impossibile da pacificare per sempre. E l’aspirazione di trovare la chiave per conoscere e capire il fratello è destinata a fallire così come quella di afferrare la chiave per stabilire un qualche tipo di rapporto col mondo. “Fratelli” è per questo un romanzo fatto di attese e sulla condizione dell’attesa, entrambe le quali non hanno fine e non possono averla. Da qui lo sprigionarsi di quel senso di tempo immobile, di metafisica senza mondo. “Fratelli” è uno dei più bei romanzi del nostro Novecento, così come Samonà è stato uno dei nostri più grandi scrittori, entrambi, oggi, colpevolmente dimenticati. Un romanzo di una intima e struggente bellezza, fatta da quelle sue infinite sfumature, rese da una prosa eterea e poetica, capace di produrre una inverosimile poliedricità introspettiva che è la continua presa di coscienza di un senso delle cose inesorabilmente destinato a sfuggire.

da qui

 

Perché leggere Fratelli oggi? Una domanda che ha più risposte. Una tra le tante possibili è dello stesso Samonà, intervistato da Sira Testi a pochi mesi di distanza dalla pubblicazione del romanzo:

«Dal suo libro – domanda la Testi – mi pare emerga un grande insegnamento; l’amore è ancora lo strumento necessario ad appianare le difficoltà apparentemente insanabili che tormentano la vita e le relazioni dell’uomo moderno. Le sembra giusta questa chiave di lettura?»

«Sì, se per amore intende la tensione misteriosa e la volontà di conoscenza che ci spinge verso gli altri, e non dà alla parola – che è vecchia quanto il mondo ed è piena di significati diversi – un’accezione patetica o solo genericamente affettiva. Ma mi domando: è così importante il parere dell’autore in casi come questi? Io credo che siano i lettori, a cominciare da lei stessa, che danno autorità e consistenza a una chiave interpretativa. Il resto lo dirà, ovviamente, il tempo».

Quarant’anni sono sufficienti, non è ancora troppo tardi. Ora, come suggerisce lo scrittore, sta a noi la responsabilità di ricordarlo.

Quasi assente dalle librerie, ignorato da quasi tutti i manuali e dalle antologie, amato oggi da una piccola nicchia di intenditori, come potrebbe, Fratelli, ottenere il riconoscimento che gli spetterebbe? A un appassionato di Calvino o di Manganelli, di Del Giudice o di Lodoli, insomma dei narratori che nonostante il nuovo orizzonte esistenziale della letteratura seppero rinnovarsi, mantenendo allo stesso tempo una certa aderenza a una tradizione più umanistica secondo cui scrivere ha anche una valenza alta e conoscitiva, l’esordio narrativo di Samonà potrebbe senz’altro piacere. Conoscerlo significa anche porsi delle domande profonde sul presente e insieme rinunciare alla pretesa di trovarvi una risposta.

È possibile leggerlo interrogandosi sulle relazioni umane, sulla vita domestica di una malattia. rileggerlo ancora, più volte, per accorgersi che da questo esile libricino nascerà ogni volta un nuovo spunto di riflessione. Le qualità di questo romanzo naturalmente sussistono a prescindere dalla sua modernità. Siccome anche a distanza di anni sa ancora comunicare così tanto, non bisogna compiere l’errore di lasciarselo scappare.

da qui

venerdì 25 marzo 2016

Un nuovo umanesimo in dieci principi - Julia Kristeva



Che cos'è l'umanesimo? Un grande punto interrogativo da affrontare con la massima serietà? È nella tradizione europea, greco-giudaico-cristiana, che si è prodotto questo evento che non cessa di promettere, di deludere e di rifondarsi. Quando Gesù si descrive (Giovanni 8,24) negli stessi termini di Elohim che si rivolge a Mosè (Esodo 3,14), dicendo: «Io sono», egli definisce l'uomo - anticipando così l'umanesimo - come una «singolarità indistruttibile» (secondo l'espressione di Benedetto XVI).
Singolarità indistruttibile che non solo lo ricollega al divino attraverso la genealogia di Abramo (come faceva già il popolo di Israele), ma che innova. Giacché l'«Io sono» di Gesù si estende dal passato e dal presente al futuro e all'Universo; il Roveto ardente e la Croce diventano universali.
Quando il Rinascimento con Erasmo, poi l'Illuminismo con Diderot, con Voltaire, con Rousseau, ma anche con il Marchese de Sade, e via via fino a quell'ebreo ateo che è stato Sigmund Freud, proclamano la libertà degli uomini e delle donne di ribellarsi contro i dogmi e le oppressioni, la libertà di emancipare gli spiriti e i corpi, di mettere in discussione ogni certezza, comandamento o valore - aprono forse essi la porta a un nichilismo apocalittico? Attaccandosi all'oscurantismo, la secolarizzazione ha dimenticato di interrogarsi sul bisogno di credere che è sotteso al desiderio di sapere, così come sui limiti da porre al desiderio di morte - per vivere insieme. Tuttavia, non è  l'umanesimo, sono le derive settarie, tecnicistiche e negazionistiche della secolarizzazione che sono precipitate nella «banalità del male», e che oggi favoriscono l'automatizzazione in atto della specie umana. «Non abbiate paura!», queste parole di Giovanni Paolo II non erano rivolte solamente ai credenti, che incoraggiavano a resistere al totalitarismo. L'invocazione di questo Papa - apostolo dei diritti dell'uomo - ci incita anche a non temere la cultura europea, ma al contrario ad osare l'umanesimo: costruendo complicità tra l'umanesimo cristiano e quello che, scaturito dal Rinascimento e dai Lumi, ambisce a rischiarare le vie rischiose della libertà. Grazie oggi al Papa Benedetto XVI per avere invitato per la prima volta in questi luoghi degli umanisti tra voi.
Ecco perché, in questa vostra terra d'Assisi, i miei pensieri si rivolgono a san Francesco: che non cerca «tanto di essere compreso, ma di comprendere», «non tanto di essere amato, ma di amare»; che suscita la spiritualità delle donne con l'opera di santa Chiara; che pone il bambino nel cuore della cultura europea creando la festa di Natale; e che, poco prima di morire, da vero umanistaante litteram, manda la sua lettera «a tutti gli abitanti del mondo». Penso anche a Giotto che dispiega i testi sacri in un insieme di immagini viventi della vita quotidiana degli uomini e delle donne del suo tempo, e sfida il mondo moderno a scuotersi dal rito tossico dello spettacolo oggi onnipresente.

Ed è Dante Alighieri che mi interpella in questo istante, quando celebra san Francesco nel Paradisodella sua Divina Commedia. Dante ha fondato una teologia cattolica dell'umanesimo dimostrando che l'umanesimo esiste solo ed in quanto noi trascendiamo il linguaggio attraverso l'invenzione di nuovi linguaggi: come lui stesso ha fatto, scrivendo in uno «Stil novo» la lingua italiana corrente, e inventando neologismi. «Oltrepassare l'umano nell'umano» («trasumanar», Paradiso, I, 69), questo - dice Dante - sarà il cammino della verità. Si tratterà di «annodare» - nel senso di «accoppiare», di vedere come si annodano il cerchio e l'immagine dentro un rosone (come l'una si «indova» nell'altra, come si posiziona, come si mette in quel «dove», Paradiso, XXXIII, 138) - si tratterà di annodare il divino con l'umano nel Cristo, di annodare il fisico e lo psichico nell'umano.

Di questo umanesimo cristiano, inteso come un «oltrepassamento» dell'umano, come l'accoppiamento dei desideri e del senso attraverso il linguaggio - purché si tratti di un linguaggio d'amore - l'umanesimo secolarizzato è l'erede spesso inconsapevole. Se ne separa, affinando le sue proprie logiche, di cui vorrei delineare dieci principi. Che non sono dieci comandamenti, ma dieci inviti a pensare dei ponti tra di noi.

1. L'umanesimo del XXI secolo non è un teomorfismo. L'Uomo Maschile non esiste. Non esistono né «valori» né «fini» superiori, non c'è nessun approdo del divino presso gli atti più alti di quegli uomini che dal Rinascimento in poi si sono chiamati «genii». Dopo la Shoah e il Gulag, l'umanesimo ha il dovere di ricordare agli uomini e alle donne che se noi ci consideriamo come i soli legislatori, è solo grazie alla continua messa in discussione della nostra situazione personale, storica e sociale che possiamo decidere della società e della storia. Oggi lungi dalla demondializzazione, è necessario inventare nuove norme internazionali per regolamentare e controllare il mondo della finanza e dell'economia globalizzate e creare infine un'autorità mondiale etica universale e solidale.

2. Processo di continua rifondazione, l'umanesimo si sviluppa necessariamente attraverso rotture che sono innovazioni (il termine biblico hiddouch significa inaugurazione-innovazione-rinnovamento; enkainosis e anakainosis; novatio e renovatio). Conoscere intimamente l'eredità greco-giudaico-cristiana, metterla sotto rigoroso esame, trasvalutare (Nietzsche) la tradizione: non c'è altro mezzo per combattere l'ignoranza e la censura, e facilitare così la coabitazione delle memorie culturali costruitesi nel corso della storia.

3. Figlio della cultura europea, l'umanesimo è l'incontro di differenze culturali favorite dalla globalizzazione e dall'informatizzazione. L'umanesimo rispetta, traduce e rivaluta le varianti dei bisogni di credere e dei desideri di sapere che sono patrimonio universale di tutte le civiltà.

4. Umanisti, «noi non siamo angeli ma abbiamo un corpo». Così si esprimeva, nel secolo XVI, santa Teresa d'Avila, inaugurando l'età barocca, che non è una Contro-Riforma, ma una Rivoluzione barocca che avvia il secolo dei Lumi. E tuttavia il libero desiderio è un desiderio di morte. E bisognava aspettare la psicoanalisi per raccogliere nell'unica e ultima regolamentazione del linguaggio questa libertà dei desideri che l'umanesimo né censura né blandisce, ma che si propone di mettere in evidenza, di accompagnare e di sublimare.

5. L'umanesimo è un femminismo. La liberazione dei desideri doveva necessariamente condurre all'emancipazione delle donne. Dopo i filosofi dei Lumi che hanno aperto la via, le donne della Rivoluzione francese l'hanno pretesa, questa emancipazione, con Théroigne de Méricourt, con Olympe de Gouges, e via via con Flora Tristan, con Louise Michel e con Simone de Beauvoir, accompagnate dalle lotte delle suffragette inglesi; e voglio ricordare qui le donne cinesi della Rivoluzione borghese del 4 maggio 1919. Le lotte per una parità economica giuridica e politica richiedono una nuova riflessionesulla scelta e la responsabilità della maternità. La secolarizzazione è la sola civiltà ad essere ancora priva di un discorso sulla maternità. Il legame passionale tra la madre e il bambino, questo primo altro, aurora dell'amore e della ominizzazione - quel legame nel quale la continuità biologica diventa senso, alterità e parola è un confidare, un affidarsi. Differente dalla religiosità come dalla funzione paterna, la fiducia materna le completa entrambe, partecipando così a pieno titolo all'etica umanistica.

6. Umanisti, è attraverso la singolarità condivisibile dell'esperienza interiore che possiamo combattere quella nuova banalità del male che è l'automatizzazione dellaspecie umana cui stiamo assistendo. Dal momento che noi siamo esseri parlanti e scriventi, siccome disegniamo, e dipingiamo, e suoniamo, e giochiamo, e calcoliamo, e immaginiamo, e pensiamo: proprio perciò non siamo condannati a diventare degli «elementi di linguaggio» nell'iperconnessione accelerata. L'infinito delle capacità di rappresentazione è il nostro habitat , la nostra dimensione profonda e liberatrice, la nostra libertà.

7. Ma la Babele delle lingue genera anche caos e disordini che l'umanesimo non riuscirà mai a regolare con il semplice ascolto, per quanto attento, prestato alle lingue degli altri. È venuto il momento di riprendere i codici morali di un tempo: senza indebolirli con la pretesa di problematizzarli, e rinnovandoli al cospetto delle nuove singolarità. Lungi dall'essere dei puri arcaismi, i divieti e le limitazioni sono degli argini che non si possono ignorare, se non si vuole sopprimere la memoria che costituisce il patto degli umani tra di loro e con il pianeta, con i pianeti. La storia non appartiene al passato: la Bibbia, i Vangeli, il Corano, il Rigveda, il Tao, abitano il nostro presente. È utopico creare nuovi miti collettivi, e non basta nemmeno interpretare quelli antichi. Ci tocca riscriverli, ripensarli, riviverli: dentro i linguaggi della modernità.

8. Non c'è più un Universo; la ricerca scientifica scopre e indaga continuamente il Multiverso .Molteplicità di culture, di religioni, di gusti e di creazioni. Molteplicità di spazi cosmici, di materie e di energie che coabitano con il vuoto, che si compongono con il vuoto. Non abbiate paura di essere mortali. Capace di pensare il multiverso, l'umanesimo è chiamato a confrontarsi con un compito epocale: iscrivere la mortalità nei multiversi della vita e del cosmo.

9. Chi potrà fare questo? L'umanesimo, perché esso se ne sa prendere cura. Si dirà che la cura amorevole dell'altro, la cura ecologica della terra, l'educazione dei giovani, l'assistenza ai malati, agli handicappati, agli anziani, ai deboli non arrestano né la corsa in avanti delle scienze né l'esplosione del denaro virtuale. L'umanesimo non sarà un regolatore del liberalismo: piuttosto sarà in grado di trasformarlo, senza rovesciamenti apocalittici, o promesse di avvenire gloriosi. Prendendosi il suo tempo, creando una nuova vicinanza e delle solidarietà elementari, l'umanesimo accompagnerà la rivoluzione antropologica che già è annunciata tanto dalla biologia che emancipa le donne, quanto dal lasciar-fare della tecnica e della finanza e dall'impotenza del modello democratico-piramidale, che non riesce a canalizzare le innovazioni.

10. L'uomo non fa la storia, ma la storia siamo noi. Per la prima volta Homo Sapiens è capace di distruggere la terra e se stesso in nome delle sue religioni, credenze o ideologie. E per la prima voltagli uomini e le donne sono capaci di rivalutare in totale trasparenza la religiosità costitutiva dell'essere umano. L'incontro delle nostre diversità, qui ad Assisi, testimonia che l'ipotesi della distruzione non è la sola possibile. Nessuno sa quali esseri umani succederanno a noi che siamo impegnati in questa trasvalutazione antropologica e cosmica senza precedenti. La rifondazione dell'umanesimo non è né un dogma provvidenziale, né un gioco dello spirito: è una scommessa.
L'era del sospetto non basta più. Di fronte alle crisi e alle minacce sempre più gravi, è venuta l'era della scommessa. Dobbiamo avere il coraggio di scommettere sul rinnovamento continuo delle capacità degli uomini e delle donne di credere e di sapere insieme. Perché, nel multiverso circondato di vuoto, l'umanità possa perseguire a lungo il suo destino creativo.
Julia Kristeva

Assisi, 27 ottobre 2011
(Traduzione di Adelina Galeotti) © 2011 Julia Kristeva - Donzelli editore