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giovedì 3 luglio 2025

Il metodo storico (e quello di Valditara) - Luca Casarotti

Se ci sono forze politiche i cui militanti esprimono nostalgie fasciste e se ci sono fonti che lo documentano, lo storico ha il dovere di dire che le cose stanno così

Già l’esibizione cinica di qualche mese fa, cinica in senso etimologico, non morale né filosofico, aveva mostrato la caratura intellettuale dell’Onorevole Augusta Montaruli. E a voler accedere alla polemica strapaesana (cit. Alessandro Laterza), chi conosce l’Onorevole da prima che lo fosse, cioè da quando frequentava giurisprudenza a Torino e faceva la rappresentante degli studenti, ovviamente all’estrema destra (mi si perdoni il link), potrebbe aggiungere ai latrati televisivi altri aneddoti d’analoga caratura. Ma lasciamo lo strapaese a Longanesi e ai nostalgici dell’epoca sua. E accontentiamoci di dire che la sortita recente dell’Onorevole contro un manuale di storia per le superiori, purtroppo, consolida la sua reputazione. Anche se a contare, qui, non sono le parole della povera Montaruli, che s’arrangia come può: non si bastona il cane che affoga. Conta invece l’orchestra politica di cui Montaruli ha voluto attribuirsi la prima parte solista. 

Evidentemente impegnata nello stretto scrutinio e nell’esegesi rigorosa (qualche studioso esterofilo direbbe close reading) d’ogni pagina d’ogni manuale adottato in ogni istituto scolastico della Nazione, l’Onorevole Montaruli inizia la lettura dell’opera di Caterina Ciccopiedi, Valentina Colombi e Carlo Greppi, Trame del tempo (3 volumi, Laterza, 2022-2025). Con lo scrupolo che è di dovere nell’esegesi, ella decide di confrontare le due  edizioni dell’opera: quella con la copertina blu, apparsa nel 2022, e quella con la copertina rossa, apparsa nel 2025. Quasi al termine di questo sforzo filologico, e non certo per imbeccata altrui, s’imbatte in una pagina del terzo volume dell’edizione recenziore, quella rossa: la nota cromatica non abbisogna di commenti. Come se non bastasse, nel pdf del volume, la pagina dello scandalo è la n. 666: in un libro comunista poteva mancare lo zampino di Belzebù?

La rabbia dell’Onorevole è alle cronache. Il Giornale non disdegna di farsene megafono (di nuovo mi si perdoni il link, inserito a solo scopo probatorio). Dimostrando un coraggio non comune nello sfidare la dittatura del marxismo culturale che opprime l’Italia, il quotidiano montanellian-berlusconiano trascrive la censuranda pagina, perché tutti ne possano leggere e indignarsi; senza tema d’opporsi al Soviet di Palazzo Chigi, dà il dovuto risalto alle parole, vibranti di giusta collera, della parlamentare di maggioranza Montaruli; e soprattutto annuncia l’irreprensibile reazione governativa a venire. Reazione tanto più inevitabile, se l’autore dell’orrenda pagina apostata dalla religione meloniana, il reprobo Carlo Greppi, ha avuto l’ardire di rivendicare a mezzo di rete sociale il giudizio espresso nel libro. 

Sulla sortita dell’Onorevole Montaruli ci siamo ripromessi di non infierire. Ma sull’iniziativa ministeriale che n’è seguita sia lecito farlo. Anzitutto ci si permetta un consiglio di comunicazione. Onde non alimentare facili ironie, sarebbe opportuno se ad annunciare l’intendimento del ministero dell’Istruzione e del Merito di provvedere contro un manuale che rileva la vicinanza di Fratelli d’Italia all’eredità del fascismo fosse persona diversa dal Sottosegretario Paola Frassinetti: la quale  si sdilinquisce per il brasillachiano fascismo immenso e rosso, e ha più di qualche legame con l’ambiente neonazista di Rainaldo Graziani.

In secondo luogo, non ce ne voglia il Signor Ministro, Chiarissimo Professor Giuseppe Valditara, ma duole doverlo richiamare alla sua etica di studioso eminente, e metterlo in guardia affinché su di essa non prevalga la mendace faziosità del politico. Il Signor Ministro, nella sua altra veste d’accademico integerrimo, prima d’annunciar censura avrà certamente letto per intero il testo censurando. E vi avrà trovato duri giudizi come questo, sulle torsioni autoritarie da destra e da sinistra in America latina:

Anche nell’America meridionale e centrale, due macroregioni che dopo la fine delle dittature militari avevano iniziato un faticoso percorso di democratizzazione, negli ultimi due decenni si è assistito […] a un’erosione significativa delle democrazie, con l’avvento al potere anche di militari – seppur dichiaratamente di sinistra come il populista venezuelano Hugo Chávez (presidente dal 1999 alla sua morte, nel 2013) – o di leader autoritari come Jair Bolsonaro in Brasile.

O passaggi inequivoci come quest’altro, sulle purghe staliniane:

Sotto il dominio incontrastato di Stalin, il sogno della rivoluzione si trasforma in un incubo che si alimenta con il terrore di uno Stato di polizia. Le vittime della collettivizzazione forzata delle campagne si contano a milioni, mentre l’industrializzazione generalizzata del paese passa attraverso campagne propagandistiche che impongono doppi turni di lavoro e sfruttamento diffuso. Cresce anche l’arcipelago Gulag, i campi di detenzione, rieducazione e lavoro dove finiscono tutti gli indesiderati. Sul «sole dell’avvenire» – il simbolo evocativo del pensiero socialista – cala la notte del totalitarismo: i rivoluzionari di un tempo (Kamenev, Zinov’ev, Radek, Bucharin) sono processati e condannati a morte; Trockij, in esilio in Messico, è ucciso da un sicario. Il trionfo di Stalin gronda sangue, ma l’opinione pubblica internazionale non pare accorgersene.

Il fatto però è che questo giochino, di mettere sulla bilancia le critiche alle opposte fazioni, piacerà magari ai politici, ma di certo svilisce il mestiere di storico. Lo storico non è obbligato a compiacere il governo: ci sono storici che l’hanno fatto e lo fanno, ma ciò è affar loro. La qualità della loro storiografia sarà giudicata inter pares, come quella di tutti gli altri. Invece, lo storico ha come tutti gli altri il diritto d’esprimere giudizi: e ha l’onere d’argomentarli persuasivamente, perché la sua tesi possa attrarre il consenso di colleghi e discenti. Dice: «Ma Greppi critica solo l’estrema destra Meloniana»! E cosa dovrebbe fare: dire che i raduni del Pd sono selve di braccia tese, per par condicio? «Ma magari sono invece stese di falci e martelli»! A parte che l’evenienza pare piuttosto improbabile, no, questa non è un’obiezione. Se nell’arco parlamentare ci sono forze politiche i cui militanti non solo di base esprimono nostalgie fasciste, se ci sono fonti che lo documentano, e se queste fonti sono trattate come il metodo storico esige che siano trattate, lo storico ha non il diritto ma il dovere di dire che le cose stanno così. Se ci sono altre forze che fanno cose incostituzionali o illegali, dirà anche questo: ma non è che le eventuali cattive condotte altrui elidono le proprie, e palla al centro. Dice: «va bene, lo storico può fare le critiche che vuole, se argomenta: ma può farlo in un libro di scuola»? Sì, può e deve. Per spiegare come mai può e deve, e come mai questo è il punto fondamentale, non strapaesano, di tutta la vicenda, concediamo per un momento credito al Ministro Valditara e a tutta la compagine ministeriale. Non è così, ma ipotizziamo che Valditara abbia letto fin troppo bene il manuale di Ciccopiedi, Colombi e Greppi: ipotizziamo che lo conosca a menadito, e che proprio a questo in realtà si debba l’improvvisa levata di scudi. Ma se fosse così, se davvero conoscesse bene quel manuale, il Ministro Valditara lo troverebbe censurabile per intero. Altro che una frase su Fratelli d’Italia: sarebbe l’impianto stesso dell’opera a riuscire indigesto al Signor Ministro e alla sua dichiarata ideologia della storia. Perché tutto il manuale, dalla prima pagina del primo volume all’ultima del terzo, si sforza di presentare la storia per quello che è veramente: vale a dire una disciplina non ordinata a indottrinare ma a porre problemi, che per fine non ha la propaganda della nazione ma l’interpretazione dei fatti come le fonti li documentano. 

Ligio a questa consegna di probità scientifica, Trame del tempo, al pari di ogni buon manuale di storia, prova a condurre gli studenti nel laboratorio della storiografia: confidando nella mediazione consapevole del docente, presentando fonti e interpretazioni di fonti; educando cioè al dibattito metodologicamente controllato attorno ai dati di realtà e alla loro rappresentazione; contribuendo quindi, per quanto di sua ragione, alla formazione della cittadina e del cittadino d’uno Stato democratico. Piaccia o meno al bureau dell’istruzione sovranista, la storia è quella che insegnano i manuali come Trame del tempo, non quella che vorrebbero imporre le Indicazioni ministeriali. E quale che sia la filosofia della storia professata dal Ministro Valditara e dalle sue commissioni d’esperti, prospettare la censura d’un libro non allineato all’ortodossia governativa aiuta poco a stornare dalle forze di governo il sospetto che quanto detto nel censurando manuale sia vero.

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sabato 25 febbraio 2023

(Valdi) Tara, pericoloso ministro senza troppo peso

Lettera a un Ministro - Luca Casarotti

Chiarissimo Professore, Signor Ministro Valditara,

Ella avrà certo letto la mia precedente del novembre scorso. Con le medesime umiltà, osservanza e deferenza, nuovamente mi rivolgo a Lei, felice di aver trovato nel suo giudizio sul pestaggio fascista di Firenze una conferma di quanto scrivevo in detta missiva. Sostenevo, lo ricorderà, che Ella avesse in odio non solo l’idea comunista, ma anche – e forse soprattutto – quella rivoluzionaria. Mi devo però scusare con Lei, perché ho approssimato per difetto. Non avevo infatti considerato, insisto nel domandarLe venia, che avesse in spregio persino l’antifascismo. Non che ciò sorprenda, almeno se s’intende l’antifascismo per quello che è realmente: ossia un progetto di cambiamento dello stato delle cose, quindi un impulso rivoluzionario e non una maschera vuota da indossare con un certo fastidio nelle feste comandate. Con ferreo sillogismo e invidiabile coerenza, Ella disdegna perciò l’antifascismo come la rivoluzione. E non è forse vero che ancor più lo disdegna, in quanto l’identifica con il comunismo, come usa presso la parte politica che Ella illustra con la sua scienza? Recitando la formula che anch’Ella ha imparato al primo anno di Giurisprudenza, e che poi ha tante volte ripetuto nella sua folgorante carriera di giusromanista prestato alla politica: id postulo aias an neges, le chiedo se lo afferma o lo nega.

Essendo Ella il mio unico lettore, poiché questa è una lettera privata e non una rubrica di Jacobin Italia, non c’è bisogno che rammenti i fatti per cui Le scrivo. Non dirò, del resto è già stato detto, che Ella ha ostinatamente taciuto sul franco confronto democratico che c’è stato sabato mattina davanti al liceo Michelangiolo di Firenze: «dialettica veloce», la chiama un tale che conosco. Ma dopo l’ennesimo episodio di raccapricciante violenza, la lettera di una preside in solidarietà agli antifascisti pestati (pardon: usciti soccombenti dal franco confronto democratico), Ella non ha più potuto restare in silenzio. A fronte di un gesto tanto sconsiderato, intendo la lettera, non certo le mazzate velocemente dialettiche di quelli di Azione studentesca, che sono invece la sana espressione dell’atletico vitalismo tipico della gioventù italiana, Ella ha irrogato l’inevitabile condanna: punienda è la dirigente scolastica che parla d’antifascismo! Due volte punienda, l’insubordinata, poiché s’è addirittura permessa di citare il Gramsci, così mostrando di non aver a sufficienza ponderato l’anticomunismo di cui all’epistola da Lei largita al principio del suo tribunato.

Veda, Signor Ministro, mercoledì sera ho avuto la ventura di presiedere una conferenza in una sala comunale della mia città. A sentirla c’era uno che, venendo invece dalla città che fu quella del fondatore del pensiero di destra italiano, mi ha detto di conoscere uno per uno i liceali pestati. Senza alcun dubbio si penserebbe male se si dicesse che anch’Ella ha qualche conoscenza in questa faccenda di giovani atletici e presidi esecrande: ad esempio quel Donzelli Giovanni, il Donzelli dalla lingua sciolta (non il fratello accusato di bancarotta), che è emerso dalle file della stessa organizzazione a cui appartengono i sei atleti che hanno avuto ragione dei due comunisti: «venti a uno è la tua forza…», dice il verso che non si insegna al primo anno di Giurisprudenza. Si penserebbe male, dicevo: e ancor peggio si penserebbe se si dicesse che c’è un nesso tra questa contiguità d’area e il suo lungo silenzio, che per nostra fortuna l’inconsulta iniziativa della Dirigente Annalisa Savino l’ha determinata a rompere.

Ironia della sorte, la conferenza di cui le scrivevo, Chiarissimo Professore, s’intitolava così: «il Msi partito della destra democratica e altre favole contemporanee». Cosa vuole farci: il tema era nell’aria, da molto prima di sabato scorso. È un peccato che Ella non abbia potuto assistervi. Con questo non voglio ovviamente dire che sarebbe stata per lei un’occasione d’apprendimento. So benissimo che Ella conosce i due libretti recenti, Sull’uso pubblico della storia e L’Anima nera d’Europa, scritti da uno dei relatori della conferenza, lo storico Davide Conti. Sono libri molto agili, si leggono in un batter d’occhio. Più o meno come il suo sull’immigrazione a Roma, perfetto saggio di uso pubblico (o meglio propagandistico) della storia romana, strumento brandito tra gli altri nella battaglia d’estrema destra contro l’immigrazione.

So altrettanto bene che dei libri di Conti Ella condivide appieno anche i contenuti: dice Conti che l’antifascismo, nato dall’urto con la dottrina totalitaria dello stato fascista, si è fatto a sua volta teoria dello stato, processo costituente di uno stato altro, e che in questa dimensione valoriale, assiologica, mantiene un’attualità che oltrepassa la sua genesi storica.

Di tutto ciò Ella è perfettamente consapevole. Il fatto che dagli schermi di Canale 5 abbia scomunicato la Preside vel dirigente scolastica che ha richiamato il fondamento assiologico del sistema educativo italiano, e cioè il paradigma antifascista, è quindi da imputarsi a una sua momentanea perdita di lucidità: non, sicuramente, al tentativo di negare ulteriore agibilità al paradigma antifascista da parte del titolare di un ministero che, in quanto ministero della Repubblica  italiana, sta nel perimetro della legalità costituzionale che ne consente l’esistenza solo se accetta quel paradigma. Lo accetta sostanzialmente; non solo formalmente, come in un nicodemismo della democrazia antifascista.

Mercoledì mattina, Radio Popolare ha mandato in onda qualche intervista presa al grande corteo in solidarietà agli studenti aggrediti che il giorno prima ha attraversato Firenze. Una signora ha detto più o meno così: «io ho 76 anni. Ho manifestato per la prima volta contro la guerra del Vietnam: sono cinquant’anni che vado alle manifestazioni, e questi giovani sono esattamente com’ero io».

Chiarissimo Professore, Signor Ministro Valditara, Ella sogghignerà: «voi potete manifestare quanto volete», dirà, «tanto al potere ci siamo noi». Ma il potere è transeunte, Ella m’insegna: come la gloria mundi. E la tenacia dell’antifascismo, ben esemplificata dalla manifestante fiorentina con cinquan’tanni di piazze davanti a sé, ha nella storia la sua prova. A Lei va dato atto che, con le sue epistole law and order e i suoi procedimenti disciplinari a mezzo Mediaset, ci dà molteplici occasioni di dimostrarglielo.

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La Carta è antifascista, ma Valditara la ignora - Tomaso Montanari


Non il pestaggio squadrista degli studenti del Liceo Michelangiolo di Firenze per mano di militanti di Azione Studentesca (organizzazione di Fratelli d’Italia). Non il comportamento della dirigente dello stesso Liceo, che non ha avvertito né la famiglia del ragazzo colpito né chiamato i sanitari (perché il fatto era avvenuto “fuori dalla scuola”!). Non i tentativi politici di falsificare l’evidenza (per fortuna certificata dai video, e confermata dalla Digos) nascondendo un’aggressione a freddo dietro una inesistente “rissa” tra opposti estremismi.

No: a svegliare l’indecente ministro dell’Istruzione e del merito del governo Meloni è stata una circolare della dirigente del liceo Leonardo da Vinci di Firenze. Lo sdegno di Giuseppe Valditara si è tradotto in queste incredibili parole: “Non compete a una preside lanciare messaggi di questo tipo e il contenuto non ha nulla a che vedere con la realtà: in Italia non c’è alcuna deriva violenta e autoritaria, non c’è alcun pericolo fascista, difendere le frontiere non ha nulla a che vedere con il nazismo. Sono iniziative strumentali che esprimono una politicizzazione che auspico che non abbia più posto nelle scuole; se l’atteggiamento dovesse persistere vedremo se sarà necessario prendere misure”.

Non si sa da dove cominciare. La dirigente aveva ricordato che il fascismo “è nato ai bordi di un marciapiede qualunque, con la vittima di un pestaggio per motivi politici che è stata lasciata a se stessa da passanti indifferenti”. E che “chi decanta il valore delle frontiere, chi onora il sangue degli avi in contrapposizione ai diversi, continuando ad alzare muri, va lasciato solo, chiamato con il suo nome, combattuto con le idee e con la cultura”. Non stupirà, dunque, che a condividere lo sdegno del ministro sia stata CasaPound, che col suo Blocco Studentesco ha ieri issato uno striscione sulla scuola della dirigente antifascista in cui si legge: “Non ci fermerà una circolare, studenti liberi di lottare”. Una rivendicazione esplicita di adesione al fascismo. E infatti la preside Annalisa Savino non aveva fatto altro che il suo dovere di dirigente di una scuola di una Repubblica fondata su una Costituzione che è esplicitamente antifascista non solo per la (inattuata) disposizione finale contro la rifondazione di un partito fascista, ma per la sua intera ispirazione. Quanto al nesso genetico tra frontiere e fascismo conviene non dimenticare Primo Levi: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno inconsapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene… allora, al temine della catena, sta il lager”. Dire questo non è “fare politica”, ma ribadire la scelta di campo collettiva che il popolo italiano ha irreversibilmente fatto con la Costituzione del 1948. La politica comincia dopo, e l’educazione civica nelle scuole non è altro che educazione all’antifascismo costituzionale.

Invece, davvero il ministro di un governo imperniato su una forza politica di dichiarata (fin dallo stemma) matrice fascista intende sanzionare come una colpa l’antifascismo? Che farà allora con il dirigente del Duca d’Aosta di Firenze (che ha scritto in una analoga circolare che “l’episodio non può essere rubricato come ‘rissa’. La sua matrice è evidente e non dobbiamo avere timori a catalogarla come vera e propria ‘azione squadristica’ tipica della malapianta del fascismo che è dura a morire e si ripropone come funesto rigurgito anche nel XXI secolo… che nella Repubblica Italiana per Costituzione non può avere assolutamente diritto a esistere”), e con l’intero collegio dei docenti e tutto il consiglio d’istituto dello stesso Michelangiolo (che ieri hanno pubblicato un bellissimo documento in cui si legge: “Colpire gli studenti di una scuola è infatti colpire tutta la Scuola come luogo di cultura, di confronto, di crescita, di dialogo, come presidio di democrazia e di difesa della nostra Costituzione antifascista. Ci si chiede pertanto, a seguito di questo episodio, come mai sia consentita agibilità politica e disponibilità di spazi cittadini a movimenti e gruppi che si richiamano ancora nella teoria e nella prassi al fascismo”)? Accanto a loro, sono per fortuna centinaia di migliaia le e gli insegnanti e dirigenti che ancora credono nella Costituzione antifascista sulla quale il ministro ha (sper)giurato: vorrà quel ministro sanzionarli tutti, violando l’autonomia di insegnamento e calpestando la Costituzione? E davvero non c’è nessuno – nemmeno al Quirinale – disposto a far capire alla presidente del Consiglio che un simile ministro non è degno di rimanere al suo posto?

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sabato 3 dicembre 2022

Controlettera a Giuseppe Valditara - Luca Casarotti

 

Chiarissimo Professore, Signor Ministro Valditara,

Mi permetta d’indirizzarLe una lettera, com’Ella ha appena fatto con le e gli studenti della scuola italiana. Non c’è bisogno che io faccia presente a Lei la ragione per cui scrivo «le e gli studenti»: Le chiedo tuttavia di rammentarla alla presidente di quel consiglio dei ministri che Ella illustra con  la sua statura scientifica. La Presidente Giorgia Meloni non pare aver tenuto in conto che «presidente», come «studente», è un participio presente sostantivato, ed è dunque declinabile nel genere. Si tratta senz’altro di una svista passeggera, non certamente di una precisa affermazione politica: sono sicuro che Ella convincerà la Presidente Meloni a non stravolgere la grammatica della lingua patria. Quella stessa lingua patria (anzi, Lingua Patria) per il cui autarchico impiego strenuamente si batte il Vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, ma che vilmente si oppone alle ardite esegesi dell’Onorevole Andrea Del Mastro, secondo cui il nome «carico» ha lo stesso significato nelle espressioni «carico residuo» e «carico e scarico».

Non mi diffondo oltre nei preamboli, e vengo al contenuto della sua autorevole epistola. Da politico di lungo corso e da esperto studioso delle antiquitates quale Ella è, ha congegnato il suo messaggio  con consumata abilità retorica. Su un piatto della bilancia ha posto la complessità del fenomeno comunista, «uno dei grandi protagonisti del ventesimo secolo, che nei diversi tempi e luoghi ha assunto forme anche profondamente differenti»: «minimizzarne o banalizzarne l’immenso impatto storico», Ella scrive, «sarebbe un grave errore intellettuale». Studiare questa «straordinaria complessità», nelle Sue parole, è stato e sarà compito degli storici. Come non concordare, specie in un momento in cui della complessità più d’uno sospetta

Sull’altro piatto ha posto il giudizio «civile e culturale», sempre per usare le Sue parole, a cui il crollo del Muro di Berlino ha condannato il comunismo in Europa. Ella ha riassunto questo giudizio con astuzia, in modo da mettere all’angolo chi voglia controbatterlo: la realizzazione concreta del comunismo, ha scritto, «comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte». «Perché infatti l’utopia si realizzi», aggiunge, «occorre che un potere assoluto sia esercitato senza alcuna pietà, e che tutto – umanità, giustizia, libertà, verità – sia subordinato all’obiettivo rivoluzionario». «Prendono così forma regimi tirannici spietati, capaci di raggiungere vette di violenza e brutalità fra le più alte che il genere umano sia riuscito a toccare». Senza dubbio non è malizioso quel comparativo assoluto «fra le più alte», quel pudico tacere sulle altre più alte vette d’efferatezza con cui il comunismo rivaleggia. «Non era l’occasione adatta», mi dirà. Ne convengo. Eppure un’occasione adatta ci sarebbe stata, giusto una decina di giorni addietro. Nessuna missiva però il Suo Ministero ha inviato alle ragazze e ai ragazzi, in quella data, quasi come a dire: Non si parla mai dei crimini del comunismo

Ad ogni modo questo silenzio, certamente involontario, non depone contro di Lei: l’efferatezza d’un regime non ne rende meno efferato un altro. E ad appellare una condanna formulata in termini tanto generali quanto quella che traspare dalle Sue parole, si finirebbe respinti dal giudice della storia (anzi, della Storia): «allora giustifichi Stalin e Pol Pot!», ci si replicherebbe a muso duro. Si tratterebbe però di una replica piuttosto capziosa, Ella ammetterà. Certo l’altezza della sua scienza non si abbasserebbe a una polemica tanto triviale, pena il tradire la consegna della complessità di cui la Sua lettera è messaggera.

Ella ovviamente ricorda il luogo del 18 brumaio (citato non per caso all’inizio di un libro recente di Enzo Traverso) in cui Marx scrive: 

Le rivoluzioni proletarie […] criticano continuamente sé stesse; interrompono a ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte a esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi.

Chiarissimo Professore, la sua sensibilità filologica è nota e apprezzata. Non le dispiacerà perciò se, invece della Sua lettera, le ragazze e i ragazzi vorranno prendere sul serio il testo marxiano, magari approfittando della guida di uno studioso che lo conosce profondamente e ne sa spiegare con chiarezza la complessità, come Marcello Musto.

Prima di scrivere la Sua epistola, Ella ovviamente si è misurata con la migliore letteratura sulla Rivoluzione d’ottobre e sulle altre rivoluzioni comuniste, da Trotsky a China Mieville, da Arno Mayer al già citato Enzo Traverso. E quindi sa che questi e tanti altri lavori prendono in carico anche i fallimenti del processo rivoluzionario, i rovesciamenti della rivoluzione nel suo contrario, con una coscienza critica (che talora è un’autocoscienza) ben più acuta del finalismo a poco prezzo di una frase come questa Sua, Signor Ministro: «[il comunismo] nasce come una grande utopia. […] Ma là dove prevale si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande». Proprio perché la Sua lettera è composta con l’abilità di un consumato oratore politico, ogni parola ha il suo peso. In quel «inevitabilmente» si condensa il giudizio che Ella dà del comunismo, non è vero? Come spiegare allora che i socialismi reali, lo ha ricordato ancora di recente Gianluca Falanga (autore tutt’altro che tenero verso la Rivoluzione bolscevica), hanno indirizzato una buona parte del loro sforzo repressivo contro il nemico interno? Non sarà forse che, a dispetto di ogni teleologia a posteriori, il progetto totalitario non è affatto l’unico esito possibile del comunismo, tanto da essere combattuto – anche a costo della vita – da migliaia di comuniste e di comunisti?

Proprio perché ogni parola della Sua lettera ha il suo peso, non deve soprattutto passare inosservata quest’altra sentenza: «Il crollo del Muro di Berlino segna il fallimento definitivo dell’utopia rivoluzionaria. E non può che essere, allora, una festa della nostra liberaldemocrazia». Qui, con uno slittamento solo all’apparenza impercettibile, la Sua condanna eccede il bersaglio del comunismo: mira alla rivoluzione in sé. Un caro amico, che ai Suoi occhi avrà di certo il difetto di essere comunista, ha subito indicato esattamente in Furet e Nolte la matrice storiografica del Suo pensiero: «matrice» è del resto un termine caro alla Presidente del Consiglio dei Ministri che Ella illustra con la sua statura scientifica. 

Mi dirà, forse: «io parlavo della rivoluzione comunista, non della rivoluzione tout court: il contesto è chiaro». Ma Ella è un consumato oratore politico, e sa bene che una frase sentenziosa si staglia dal cotesto per configgersi nella memoria del lettore. 

Anzi, a voler leggere meglio, non c’è nessuno slittamento di senso tra il resto della lettera e questa sentenza. Dalla prima all’ultima parola, Chiarissimo Professore e Signor Ministro, è chiaro che il suo idolo polemico sia la rivoluzione più ancora del comunismo. È chiaro da ciò: che nella Sua lettura del Novecento come scontro tra regimi di opposte ideologie gli unici attori sulla scena sono i poteri statuali: del tutto assente è la massa, tanto nel suo autodeterminarsi quanto nel rapporto che intrattiene con il potere. La massa è parte dell’ontologia della rivoluzione, per citare ancora Enzo Traverso. Disconoscere la massa come soggetto della storia, dunque, significa negare la possibilità della rivoluzione.

In definitiva, Ministro Valditara, questa Sua lettera non è poi il buon pezzo di oratoria politica che appariva all’inizio. Non riesce ad andare oltre un esercizio epidittico sulla superiorità della democrazia liberale al comunismo: esercizio anche modestamente eseguito, se l’unico luogo comune messo a partito è quello della liberaldemocrazia come male minore. Davvero ben poco, al cospetto della complessità che ci aveva promesso. Un consumato oratore politico come Lei avrebbe dovuto conseguire risultati più meritevoli, all’altezza del nome del Suo Ministero.

Le porgo i miei più cordiali saluti, con deferenza, osservanza e speranza. Speranza che il movimento reale darà di nuovo ragione al Moro di Treviri e torto a Lei, e che le ragazze e i ragazzi a cui Ella si rivolge opporranno alla sua lettera la fin de non recevoir.

 

*Luca Casarotti è un giurista. Fa parte del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki. Scrive di uso politico del diritto penale e di antifascismoHa una seconda identità di pianista e critico musicale.

 

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sabato 30 aprile 2022

Bibliografia ragionata degli attacchi all’antifascismo - Luca Casarotti

 

In questo tempo di guerra l'Anpi è divenuto il bersaglio grosso delle critiche allo schieramento pacifista. La posta in gioco è anche la memoria della Resistenza e l'attualità politica della lotta al fascismo

 

Il 25 aprile 2022 giunge con un sovraccarico di tensione. Nell’opinione pubblica italiana, tra le altre cose, la guerra di aggressione all’Ucraina scatenata da Putin ha riorientato la contesa attorno alla memoria della Resistenza. L’Anpi, si sa, è il bersaglio grosso delle critiche allo schieramento pacifista. La polemica poggia su una lettura sbagliata della sua posizione. In una polemica corretta, sarebbe onere degli accusatori provare che l’Anpi abbia messo in questione la legittimità dell’autodifesa ucraina, o giustificato l’invasione di Putin. Sennonché la prova sarebbe impossibile, dato che l’Anpi dice esattamente l’opposto. Così, da ultimo, il presidente Gianfranco Pagliarulo, parlando a Bari lo scorso 23 aprile: «Tutto è nato dall’invasione russa, moralmente e giuridicamente da condannare e condannata, senza se e senza ma, a cui hanno fatto e stanno facendo seguito uno scempio di umanità e di vita del popolo ucraino e una legittima resistenza armata». Questa invece è la risposta del congresso nazionale dell’associazione al saluto inviato dal Presidente della repubblica. Era il 25 marzo, il messaggio esordiva così: «Gentile Signor Presidente della Repubblica, condividiamo profondamente il suo giudizio sull’ingiustificabile aggressione al popolo ucraino da parte della Federazione russa, che abbiamo condannato poche ore dopo l’invasione». 

Quel che di solito non viene colto (oppure viene colto benissimo, et pour causeè che la critica dell’Anpi concerne il fronte interno della politica italiana, e cioè si appunta sul tema dell’aumento delle spese militari. La questione si può riassumere così: dato che la spesa militare occidentale è già ora molto superiore a quella pur ingentissima della Russia (si vedano i dati commentati da Francesco Vignarca sul Manifesto), qual è l’utilità reale di una rinnovata corsa agli armamenti? E quali soluzioni sono precluse all’orizzonte della praticabilità politica, quando il discorso è per intero occupato dalla prospettiva delle armi? I riferimenti al ruolo della Nato sono da collocare all’interno di quest’argomentazione. 

Nel 2006 la Nato indica ai paesi membri di destinare alle spese militari almeno il 2% del prodotto interno lordo (rimando ancora all’articolo di Vignarca per una discussione più dettagliata), ma in Italia l’indicazione si affaccia all’ordine del giorno solo sedici anni più tardi, nel marzo 2022. Inoltre, in un’ottica cronologicamente più lunga, l’Anpi ha sentito la necessità di ribadire che Nato e Federazione russa sono state entrambe attrici dell’instabilità nell’est dell’Europa dopo la caduta del muro di Berlino. Come questa constatazione possa essere interpretata in chiave anti-Ucraina è incomprensibile, dato che un’analisi non diversa (anzi, ancora più critica del ruolo di Stati uniti e Nato in Europa) ha fatto anche Noam Chonsky, di cui è indubbio lo schieramento senza riserve in favore  della resistenza ucraina. 

Il nucleo duro degli attacchi all’Anpi è però più profondo, e ha come posta in gioco anche la storia e la memoria della Resistenza. La polemica fa leva sul tentativo, non nuovo nello schema, di istituire una contrapposizione tra l’antifascismo odierno e il vero partigianato. «Come può l’Anpi essere pacifista», si dice, «senza rinnegare la lotta armata che dell’Anpi è l’evento costitutivo?» Una dicotomia, dunque: antifascismo inautentico vs autentica resistenza. «Basti guardare alla presidenza dell’associazione», insinuano i critici. Pagliarulo è nato nel ’49, non ha fatto il partigiano, quindi non può rappresentare il sentire dei veri partigiani. In più, questo presidente non partigiano (per la cronaca, è il secondo, dopo Carla Nespolo) ha pure una tara biografica: è stato un dirigente comunista, quindi è un nostalgico della potenza di Mosca, e su questa posizione ha trascinato con sé l’Anpi. 

Anche a prenderli sul serio, cioè a sfrondarli dalle diffamazioni, gli argomenti della polemica sono del tutto inconsistenti. Gli ingredienti sono sempre gli stessi, ma il cocktail si può preparare diversamente a seconda della stagione. In tempo di pace, si può dire che l’antifascismo non ha senso d’essere, perché il fascismo è stato sconfitto dalla storia: anzi, il ricordo della violenza partigiana rischia d’immettere il seme del fratricidio nella nazione finalmente pacificata. Meglio allora ricordare la resistenza disarmata. In tempo di guerra, si può dire che l’antifascismo  deve rifarsi alla tradizione della resistenza armata, e che non sa riconoscere i veri nuovi fascisti. Relegata all’astrattezza, la disputa sui principi è circolare. Saltando da una parte all’altra della circonferenza, un modo di confinare l’antifascismo nell’inattualità politica si trova sempre. 

Peccato che quella agitata in faccia all’Anpi per criticarne lo schieramento pacifista sia una resistenza irreale, ridotta a un comune denominatore, ora individuato nel lottarmatismo. Un’altra rappresentazione oleografica della guerra di Liberazione, pendant di quella esistenziale e molto meno guerreggiata che ha dominato la penultima stagione. A differenza della Resistenza mitica edificata a usi contingenti, ieri criminale e oggi d’improvviso eroica, nella Resistenza reale le partigiane e i partigiani in armi avevano idee diverse sul che fare, com’era del tutto naturale in un fronte composito. Che fare, ad esempio, quando nell’autunno del ’44 gli alleati danno appuntamento alla primavera successiva? Ai vertici del partigianato si fronteggiano in sostanza due orientamenti. Le destre sono più inclini a ridurre la lotta armata, perché temono che il peso militare delle formazioni organizzate dal Partito d’azione e soprattutto dal Partito comunista possa tradursi in peso politico, o peggio ancora in forza rivoluzionaria, dopo la Liberazione dal nazifascismo. La posizione delle sinistre, che prevarrà, è nel senso di rigettare la strategia dell’attesa, perché dare continuità politica e militare alla Resistenza avrebbe significato anche rivendicare una maggiore autonomia dall’egida angloamericana. Claudio Pavone ha proposto lo schema delle tre guerre, e altri autori vi si sono rifatti suggerendo ulteriori integrazioni, esattamente per dare conto dell’irriducibile molteplicità di cause che hanno convissuto nella guerra partigiana: la causa della liberazione nazionale, quella della liberazione dal fascismo saloino, quella della lotta di classe e dell’internazionalismo, quella dell’emancipazione femminile, quella decoloniale… 

Non ogni formazione, non ogni partigiano combatteva tutte queste guerre. Non tutti i partigiani combattevano la stessa guerra. Se si tiene presente quest’interpretazione della Resistenza, ormai acquisita alla storiografia, si capisce perché chi ha partecipato alla guerra di Liberazione può avere idee diverse anche sul modo di opporsi all’invasione di Putin; perché il partigiano Carlo Smuraglia può pronunciarsi in modo (in parte) diverso dalla partigiana Mirella Alloisio; e perché l’una e l’altro si riconoscono nell’Anpi, con dispiacere dei detrattori. «Abbiamo impugnato una volta le armi, per non doverle impugnare mai più», hanno detto molte e molti combattenti: è ancora Pavone a parlarne, e non per caso nel capitolo sulla violenza partigiana del Saggio sulla moralità nella Resistenza. Come ogni massima, è chiaro che anche questa non enuncia una verità astorica, valida da sempre e per sempre. Ma nemmeno si può far finta, come invece si sta facendo, che il pacifismo e l’antimilitarismo non siano state idee radicate nel partigianato. Né ci si può inventare che l’Anpi si sia svegliata pacifista il 24 febbraio 2022: Matteo Pucciarelli ha fatto un’istruttiva rassegna di tessere dell’Anpi a tema pacifista, dal 1952 al 1995. Anni in cui, putacaso, a dirigere l’associazione erano tutti e solo partigiani, quelli che i nuovi dirigenti non partigiani starebbero tradendo nello spirito. Ancora, il tentativo di opporre il nuovo antifascismo dell’Anpi al vecchio partigianato va a vuoto. E la ragione è banale. L’ha ricordata Davide Conti, in un intervento come sempre eccellente: è stata la dirigenza partigiana dell’Anpi, nel congresso di Chianciano del 2006, a decidere di aprire i ruoli dirigenziali ai non partigiani, perché l’associazione potesse sopravvivere ai suoi fondatori.

Se c’è un atteggiamento che offende la storia della Resistenza, è quello di chi si arroga il diritto di parlare per i morti in una disputa tra vivi: «Pertini vi avrebbe preso a randellate!», mi ha scritto qualcuno. A dirci cos’avrebbe fatto Pertini non sarà questo spontaneo fiorire di esegeti della domenica, di storici della Resistenza finora in altre faccende affaccendati: è un peccato, perché la professione sembra essere in gran voga. Con nonchalance, il comandante in capo del Battaglione Azov a Mariupol esegue sul Corriere uno dei pezzi più famosi del repertorio neonazi, quello che fa: «la svastica è un antico simbolo che non ha nulla a che fare con il nazismo». E magari «white power!» urlato a braccio teso è un’apprezzamento alle indubbie qualità del vino bianco. C’è da sperare solo di non dover ascoltare, un domani, Dmitry Utkin spiegarci che Wagner è stato un compositore armonicamente innovativo, e per questo il suo gruppo si chiama così. Nessuna dicotomia amico nemico autorizza una deroga tanto smaccata al dovere di verità dell’informazione, quanto quella che ci ha accompagnato al settantasettesimo anniversario della Liberazione. Su queste premesse, nessun dibattito serio sull’uso della forza è possibile.

«I popoli felici non hanno storia», scriveva Queneau. Se la storia è il  suo avvilente uso a scopo di propaganda, allora Queneau ha ragione. Intendiamoci: sarebbe sciocco pretendere che della storia non si faccia uso pubblico alcuno. Né sarebbe auspicabile. Al contrario, vale sempre il monito di Bloch: è quando la storiografia si ritira (o quando si fa di tutto perché si ritiri) dal dibattito generalista, che le propagande hanno briglia sciolta. L’abuso politico della storia è una tattica che si fa più evidente nei momenti di crisi. Il meccanismo è semplice: siccome l’adagio vuole che l’historia sia magistra, l’evocazione di questo o quell’evento trascorso, quasi sempre per proporre un’analogia con l’attualità, diviene il fondo legittimante dell’una o dell’altra posizione. Ma se l’evocazione è disinvolta, cioè se difetta la validazione metodologica della storiografia, la profondità prospettica di questo tipo di discorsi è solo illusoria, e il danno è duplice: a esserne compromessa è sia la comprensione del passato, setacciato all’esclusiva ricerca dell’evento mobilitante, sia la comprensione del presente, schiacciato sotto il peso dell’analogia con quell’evento. Obliterate le differenze, oppure premesso che bisogna tenerne conto (ma la premessa è sovente di facciata), passato e presente si rincorrono nel disegno di una ripetizione continua. In questa storia mandata allo sbaraglio per dilettantismo o per dolo, i fatti sono oggettivi e non ammettono interpretazioni: il che è come dire che esiste una e una sola interpretazione possibile, dunque è essa stessa il fatto. «I popoli felici non hanno storia». Facciamo in modo che Queneau abbia torto.

*Luca Casarotti è un giurista. Fa parte del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki. Scrive di uso politico del diritto penale e di antifascismo. Ha una seconda identità di pianista e critico musicale

https://jacobinitalia.it/bibliografia-ragionata-degli-attacchi-allantifascismo/

mercoledì 1 aprile 2020

«È colpa di quelli come te se c’è il contagio!». Abusi in divisa e strategia del capro espiatorio nei giorni del coronavirus - Pietro De Vivo*




(con una postilla di Luca Casarotti **)

Fino a venerdì 20 marzo, prima dell’annuncio della chiusura di tutte le attività produttive, ho continuato ad andare al lavoro, ovviamente rispettando tutte le precauzioni: abito sulla stessa strada dell’ufficio – a pochi numeri civici di distanza –, nei pochi metri che faccio a piedi non incontro nessuno, e in sede in quei giorni eravamo solo in due e ci tenevamo a distanza. Gli altri lavoravano già da remoto, veniva solo uno dei miei soci, che come me abita molto vicino e non vedeva praticamente nessun altro oltre al sottoscritto.
Era ancora consentito dai decreti (il telelavoro era solo consigliato, non obbligatorio), e oltre a dover usare per forza macchine e software dell’ufficio, trovavo che andare in sede fosse anche una buona pratica: per separare il tempo del lavoro da quello del non lavoro, per prendere un po’ d’aria, vedere un po’ di luce, e scambiare due chiacchiere col mio collega. Vivendo solo con il mio coinquilino, in una casa molto piccola anche per due persone, rischio di impazzire.
Ma ciò che a Roma di solito è un’enorme fortuna – abitare vicino a dove si lavora –, in tempi di quarantena e con le occasioni per camminare ridotte al minimo era diventato una prigione. Avevo preso allora l’abitudine, dopo aver staccato, di fare un giro largo per rincasare. Niente di che, neanche cinquecento metri, praticamente il periplo dell’isolato.
Per noi in questi giorni paradossalmente il lavoro è più del solito, perché ci stiamo sbattendo per cercare in ogni modo di evitare pesanti danni economici alla casa editrice per via della chiusura delle librerie. Quindi spesso ho staccato tardi, tra le 18 e le 20. A quell’ora per strada non c’era quasi nessuno ed era facilissimo rispettare le distanze di sicurezza.
Venerdì ero andato via particolarmente tardi, dopo le 20, e avevo iniziato il mio giro per rincasare. A metà strada, meno di duecento metri da casa, sono stato fermato da uno dei militari che presidiano da anni la zona della movida del quartiere. Mi ha chiesto dove stessi andando e ovviamente gli ho risposto che stavo tornando a casa. Ne è seguita una sfilza di domande tra cui da dove provenissi, che lavoro facessi, dove abitassi, se avessi l’autocertificazione (che non avevo, sapendo che il modulo può essere compilato anche durante il fermo), i documenti, ecc.
Quando gli ho detto dove abitavo mi ha chiesto perché stessi andando nella direzione opposta (avrei svoltato al successivo incrocio per girare intorno all’isolato e tornare indietro) e quando gli ho risposto che approfittavo per fare due passi mentre tornavo a casa, mi ha subito detto che è vietato passeggiare. Da notare: gli avevo risposto che facevo due passi per tornare a casa dal lavoro, lui invece ha subito tirato fuori l’infausta parola su cui si stanno incrostando le peggiori criminalizzazioni: «passeggiata».
Io ovviamente non ci son stato, gli ho detto che non è vietato passeggiare, ma che comunque stavo tornando a casa, ero in prossimità della mia abitazione, e che quindi era tutto consentito. Lui ha iniziato a insistere con toni sgradevoli e ad arrabbiarsi, fino a quando non sono arrivati gli altri cinque che con lui presidiavano la zona. Mi sono ritrovato letteralmente accerchiato, tra l’altro in un assembramento di persone che non rispettavano la distanza di sicurezza né tra me né tra loro.
Hanno prima iniziato a turno a insistere con la storia del divieto assoluto di uscire di casa, poi quando gli ho mostrato dal cellulare il testo del decreto del 9 marzo, smentendoli, hanno cambiato strategia, iniziando a farmi la morale e a colpevolizzarmi elencando tutti i frame tossici di questi giorni: «Se tutti facessero due passi le strade sarebbero affollate», «È colpa di quelli come te se c’è il contagio e la sanità è al limite», «Sei un irresponsabile». Per poi passare a insultarmi: «Noi vorremmo stare a casa e invece dobbiamo stare dietro ai deficienti come te che a casa non ci stanno e diffondono il contagio», «Rischiamo la vita per voi stronzi», e altro che non ripeto.
Inutile spiegargli che io, a casa, ci stavo proprio andando, provenendo dal lavoro, e che ero in prossimità della mia abitazione. Non hanno voluto sentire ragioni, non mi hanno lasciato andare, tirando fuori anche una bizzarra teoria per cui le misure prevedono obbligatoriamente che in caso di spostamento, anche necessario, si debba fare il tragitto più breve dal punto A al punto B e che allungare anche solo di cinquanta metri è vietato.
Ma ovviamente la cosa che li infastidiva di più, oltre il fare due passi, era l’orario. È stato vano spiegargli che se avevo staccato dopo le 20, e i miei legittimi dieci minuti d’ossigeno li stavo prendendo a quell’ora, rischiavo ancora meno di contagiare qualcuno perché la strada era deserta. Ragionavano come se ci fosse il coprifuoco e io lo stessi infrangendo.
Siccome insistevo a dire che non stavo facendo niente di illecito, hanno chiamato i carabinieri per farmi denunciare. Sottolineo: non hanno detto che avrebbero chiamato le forze dell’ordine per controllare e, in caso, denunciare; hanno esplicitamente detto che le avrebbero chiamate per farmi denunciare. Non so perché abbiano chiamato i carabinieri e non la polizia, e ovviamente non so cosa si sono detti ma ho pochi dubbi che la versione fosse di parte per indisporli preventivamente.
Tra la discussione con loro e l’attesa dei carabinieri sono passati più di tre quarti d’ora. Nel frattempo i militari hanno, nell’ordine:
■ fermato un senzatetto che camminava barcollando;
■ fermato un tipo di colore dando per scontato che spacciasse, per poi dirmi: «Vedi, se esci di casa è pericoloso, puoi trovare lui», e quando ho risposto: «Ma lui che c’entra?» mi hanno detto: «Non è razzismo, è che potete contagiarvi», con una excusatio non petita, accusatio manifesta che rivela una coda di paglia lunghissima;
■ guardato male tutti quelli che passavano col cane: «Questi cani sono diventati magrissimi a furia di uscire così spesso»;
■ obbligato una di due signore sudamericane che erano uscite col cane a tornare a casa perché lo si può portare a spasso solo da soli, anche se le signore vivevano palesemente insieme, essendo uscite dallo stesso portone, quindi comunque a contatto tutto il giorno;
■ infine,  parlato male di chi va a correre: «Tutti atleti ora!».
Queste ultime cose a conferma che per loro non si trattava di rispettare o meno le misure, cosa è permesso e cosa no, ma di obbligare le persone a stare barricate in casa in spregio di ogni diritto.
Poi è arrivata la volante coi due carabinieri che sono scesi rivolgendosi subito ai militari, ignorando le mie parole, per rivolgersi solo dopo a me, e subito con toni minacciosi, insultando e urlando. La discussione con loro è stata dello stesso tenore di quella già avuta coi militari, solo che sono stati addirittura ancora più minacciosi, gridando, e ponendosi a distanza ancora più ravvicinata, l’atteggiamento di chi ti urla letteralmente in faccia, e meno male che bisogna evitare il contagio. Oltre ad attribuirmi la colpa delle morti di questi giorni hanno concluso urlando: «Non devi uscire e basta. Devi stare chiuso in casa quaranta giorni!». E hanno iniziato a compilare la denuncia.
Mentre i carabinieri scrivevano uno dei militari mi ha detto: «Hai visto? Se stavi zitto e chiedevi scusa andava tutto bene, hai voluto rispondere e fare storie? Così impari». Confessando di aver chiamato i carabinieri per denunciarmi non perché stessi infrangendo qualcosa, bensì perché avevo osato controbattere. Gli ho risposto che quindi non ero nel torto, non mi denunciavano per un illecito, mi stavano semplicemente facendo i dispetti. Lui ovviamente ha reagito male.
Intanto i carabinieri avevano finito di compilare la denuncia, e anche un’autocertificazione in cui è scritto che alle 20:15 uscivo dal lavoro in via xxx per recarmi al domicilio in via yyy e che stavo passeggiando per tornare a casa. Tra l’altro, mi hanno impedito di compilarla da solo, lo hanno fatto loro e mi hanno obbligato a firmarla. Nell’ora e luogo del controllo c’è scritto «21:15», che in realtà è l’orario di quando hanno finito di redigere la denuncia, mentre i militari mi avevano fermato almeno un’ora prima. Scritto quindi apposta in quel modo per far sembrare che stessi camminando da un’ora. Hanno anche ovviamente specificato l’indirizzo presso il quale sono stato fermato, che dovrebbe dimostrare che per tornare a casa stavo facendo un giro troppo lungo. Dopo avermi fatto firmare la denuncia, mi hanno lasciato andare senza lesinare ovviamente un altro po’ di urla insultanti.
Non mi preoccupa la denuncia, sono abbastanza convinto che sarà archiviata. E comunque ci sono tutti gli estremi per contestarla, visto che stavo tornando a casa (cosa permessa) dopo essere stato al lavoro (cosa in quel momento ancora permessa) e mi trovato in prossimità della mia abitazione.
Non sono preoccupato, ma sono arrabbiato, nervoso e angosciato. Non è la prima volta che mi capita di discutere con le forze dell’ordine, ma essere accerchiato da sei soldati con mitra, e poi ricevere urla in faccia da due carabinieri, è stata una brutta scena. Non ho mai temuto per la mia incolumità fisica, ma sto temendo seriamente per l’incolumità della mia libertà. Mi è sembrata una scena da dittatura militare o da regime fascista, non è stato per niente piacevole e non lo nascondo.
Senza contare la totale inutilità di tutto ciò per la prevenzione del contagio. Ancora fino a quel giorno – venerdì 20 marzo – se fossi stato uno degli operai costretti a lavorare in fabbrica avrei dovuto attraversare mezza città per tornare a casa, in qualsiasi momento del giorno, in fasce orarie in cui avrei probabilmente incontrato molta più gente, dopo essere stato a contatto con decine o centinaia di persone sul posto di lavoro, ma quello sarebbe andato bene.
Quest’episodio – oltre a racchiudere incredibilmente in un colpo solo tutte le assurdità di queste settimane – ha del kafkiano: dal come sono stato fermato a come si è svolta la vicenda, dalle motivazioni fallaci addotte dai militari all’ignorare quanto affermavo decreto alla mano, dai frame tossici con cui mi hanno buttato insulti addossa alla loro violenza – per fortuna per ora solo – verbale. Fino, soprattutto, all’assurdità dell’essere denunciato perché stavo facendo due passi intorno all’isolato per tornare a casa dal lavoro – ma in realtà, come dichiarato da loro stessi, perché non avevo sopportato in silenzio che abusassero arbitrariamente del loro potere.

Pietro De Vivo è editor di narrativa e saggistica per le edizioni Alegre, amministratore del canale Telegram della casa editrice e vicedirettore della collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming 1. Quando trova il tempo scrive di libri su Il lavoro culturale.


Postilla - Luca Casarotti
Per quanto ho potuto leggere e ascoltare finora, non c’è giurista che non critichi la decretazione emergenziale dell’ultimo mese. Sono stati avanzati forti dubbi sulla sua costituzionalità; il che significa, nella nostra lingua eufemistica e brachilogica: i recenti decreti della presidenza del consiglio dei ministri (dpcm) sono incostituzionali, e solo l’opportunità politica li potrà salvare dall’essere dichiarati tali. Così com’è unanime l’opinione che sia stato edificato un impianto sanzionatorio estremamente fragile, che si sgretolerà a emergenza finita. Le denunce verranno archiviate in blocco. Forse arriverà qualche condanna simbolica, perché non si dica che tutta l’operazione s’è risolta in un nulla di fatto.
Premessa questa critica unanime, non sono unanimi le conseguenze che se ne traggono, specialmente rispetto al ruolo assegnato nell’emergenza al diritto penale. C’è chi ritiene che si dovrebbero trasferire in una legge o in un atto con la forza della legge – decreto legislativo o decreto legge –, e poi per legge sanzionare penalmente, i divieti introdotti dai dpcm. Sarebbe così rispettato almeno il principio di legalità, quello secondo cui nessuno può essere punito se non in forza di una legge entrata in vigore prima del fatto commesso (art. 25, comma II, della costituzione).
Attenzione, però. Anche ammesso che ci sia la volontà politica di farlo, per risolvere il problema non basterebbe prendere i divieti così come sono ora e copiarli tali e quali in una legge o atto equiparato. Oltre a quello di legalità, ci sono altri principi costituzionali che una norma incriminatrice deve rispettare. Penso soprattutto al principio di offensività, in base al quale un reato può punire soltanto comportamenti che offendono un bene giuridico (vale a dire un aspetto della vita materiale che il diritto ritiene meritevole di essere tutelato), e a quello di sussidiarietà, per cui il diritto penale deve intervenire solo nei casi in cui non sia possibile alcuna altra forma di sanzione del comportamento illecito. Principi che i divieti stabiliti nelle ordinanze ministeriali e nei dpcm emanati a partire dal 23 febbraio scorso non rispetterebbero nemmeno se venissero previsti dalla legge.
Insomma, per essere per lo meno conformi alla costituzione, quei divieti dovrebbero essere profondamente ripensati. Ciò che il governo, arrivato a questo punto, non può permettersi di fare: non può permettersi di ripensare alcunché, ma non può nemmeno permettersi di trasferire l’esistente in una legge. Sarebbe come ammettere di aver del tutto sbagliato a gestire l’epidemia, dopo oltre un mese dal suo inizio. Sarebbe come dire d’aver scelto strumenti inidonei.
C’è poi un’altra posizione, che chiamerei «utilitaristica» o «del male minore». Quella di chi ritiene che in fondo sia preferibile tollerare questi divieti mal formulati, invece di correre il rischio di ritrovarsi con norme incriminatrici scritte con tutti i crismi. Si sa che questi divieti non porteranno davvero a condanne su vasta scala. Meglio allora denunce infondate oggi, che condanne fondate domani. Intanto però è necessario rappresentare la minaccia di una sanzione penale, che è la strada più efficace per ottenere obbedienza ai divieti.
Ma per essere coerente, chi sostiene questa posizione deve essere anche disponibile ad affermare che quanto raccontato da Pietro non abbia niente di scandaloso. E che sopporterebbe un trattamento simile anche in prima persona, non solo quando tocca agli altri: è una prospettiva che dovrebbe atterrire.
La minaccia d’una sanzione penale, per quanto solo simbolica essa possa essere, implica come esito necessario e molto concreto la mobilitazione dell’apparato repressivo dello stato, che quella minaccia ha il compito di tradurre in pratica.
Più è ampio lo spettro dei comportamenti minacciati di sanzione, più è ampio lo spazio d’intervento dell’apparato repressivo.
E più è ampio lo spazio d’intervento dell’apparato repressivo, più chi ne fa parte si sente investito d’autorità e libertà d’azione.
Più a lungo si protrae il tempo in cui ciò accade, più quest’intervento viene normalizzato.
E più quest’intervento viene normalizzato, più i confini dell’emergenza si dilatano fino a non potersi distinguere da ciò che emergenza non è.
Se si accettano tutte queste implicazioni logiche della premessa di partenza, l’argomento «utilitaristico» o «del male minore» diventa «argomento del piano inclinato»: inclinato verso cosa, lo dice Pietro in chiusura della sua testimonianza.
Se non se ne accettano le implicazioni logiche, allora si dovrebbe, sempre per coerenza, rifiutare anche la premessa.

** Luca Casarotti è un giurista. Fa parte del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki e fornisce consulenza legale alla Wu Ming Foundation. Scrive di uso politico del diritto penale e di antifascismo, principalmente su Giap e su Jacobin Italia. Ha una seconda identità di pianista e critico musicale.