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mercoledì 18 giugno 2025

Le verità del potere. E quello che (non) sappiamo - Guglielmo Ragozzino

 

Le morti di Kennedy e di Moro, l’11/9 2001, il 7 ottobre ’23: quattro eventi in cui le narrazioni del Potere sono fotografie sfocate, poco convincenti. Ma noi sappiamo altre cose, possiamo non farci prendere in giro da questo o da quel Potere quando decide di riscrivere il presente.

Tonto è chi crede a tutto quello che s’inventano i Potenti, per far bella figura, o per mostrare la propria forza? Per nascondere l’insuccesso, la ridicola sconfitta? Oppure è tonto quello che nega tutto, non crede, è certo del complotto pieno di misure segrete che si sapranno domani, se si avrà fortuna o il Potere cambierà di mano? Due posizioni limite, che esistono, ma sono carenti entrambe. Solo aiutano a tirare avanti, perché è più facile vivere accontentandosi di ciò che si sa.

Nella politica, soprattutto quella internazionale, capitano occasioni in cui noi, personecomuni, finiamo per credere a ogni cosa ci viene suggerita o propinata. I Potenti hanno spesso inserito un “aiuto” di mezzi e agenti per confondere il pubblico e rendere accettabile (o anche obbligatorio) quel che le persone normali avrebbero altrimenti rifiutato. Il fatto è che per vivere c’è bisogno di un livello minimo di certezze – leggende o miti, trucchi, falsità, imbrogli che siano, perché altrimenti è a rischio la nostra necessità/capacità di credere, un’essenza di vita irrinunciabile. Per quieto vivere, o per tirare avanti, rimandiamo la prova, per poi dimenticare, di fronte a un altro fatto maiuscolo.

Nella seconda metà del ventesimo secolo vi sono due avvenimenti che hanno dato luogo a molta incertezza tra le popolazioni istruite, presenti nel micromondo del benessere occidentale. Altri due seguiranno in questo secolo (e millennio) e li indicheremo per ora con due date: 11 settembre 2001 e 7 ottobre 2023: e saranno avvenimenti mondiali. In tali due casi i Poteri – per non dire il Potere, sia pure con un briciolo di ulteriore cedimento al più conosciuto dei complotti segreti, quello del Verbo unificato dell’altissima finanza, per non dire addirittura dei Savi di Sion ammodernati, si sono dati da fare. In tali casi infatti, due riconoscibilissimi governi, Usa e Israele, hanno forse facilitato gli attacchi terroristici di loro nemici irriducibili, per poi passare “legittimamente” a terribili reazioni che costituivano effettivamente il loro intendimento. Torniamo però ai casi enormi del secolo scorso.

Il primo è stato l’assassinio di JFK – il presidente Usa John Kennedy – il 22 novembre del 1963, a Dallas negli Usa. Il secondo è stato il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, 15 anni dopo, tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978, l’inizio e la fine degli indimenticabili 55 giorni (come furono chiamati). Davvero indimenticabili? Sembra a volte che ci ricordiamo del nostro passato pochissimo e male. 

1. Nel caso di Kennedy, i risultati della Commissione Warren, preposta alla ricerca della Verità non convinsero che pochi, abituali sostenitori di ogni dichiarazione delle autorità. Si scherzò molto sull’antico fucile, italico e quasi risorgimentale, un Carcano un po’ modificato, capace di sparare colpi a ripetizione e in tempi assai ristretti; e sulla di lui pallottola, capace di cambiare due o tre volte direzione per svolgere – con disciplina e onore – il compito assegnatole: uccidere il presidente e ferire il governatore del Texas. Il risultato nascosto era decisivo: far di tutt’erba un fascio del kennedismo, annessi e connessi, e farne un grande falò, accompagnato da danze rituali di amici e nemici, dem e rep. A ricordo del grande capo, bello, ricco, amato da tutte le donne, amante della Pace e del Progresso. Un po’ troppo, in una volta sola.

2. Più facile, a prima vista, il caso Moro, rapito e poi ucciso da un gruppo di militanti ben noto: le Bierre. Non si perse tempo a discutere se le Bierre fossero o meno l’espressione estremistica di una divisione del mondo, tutto il mondo, che poco dopo fu chiamato “sessantotto”. E neppure di una propaggine della imperante altra divisione del mondo, allora di moda, detta “Guerra fredda”.  La discussione che coinvolse tutti in Italia, si imperniò allora su una questione che vista adesso sembra marginale, la cosiddetta “trattativa”. Trattare per la vita e la libertà di Moro con i suoi rapitori? Il campo si divise subito tra chi era favorevole a trattare e chi contrario. Sbrigativamente erano contro la trattativa con le Bierre (perché si riteneva che così quel gruppo avrebbe ricevuto una sorta di consacrazione) i maggiori partiti, democrazia cristiana e partito comunista, il governo e l’opposizione, spalleggiati da tutti gli apparati – ministeri, giornali, ecc., collegati con essi. A favore della trattativa erano socialisti, sinistra varia, e noi, cani sciolti. Fin qui la trattativa “figurata”. 

Quella vera – ci fu raccontato molto dopo – era un po’ diversa, meno variopinta. Da una parte, per Moro, era lo Stato. Posto però che a trattare da una parte fosse lo Stato, per la salvezza del suo esponente, chi era la controparte?  Figurativamente la controparte dello Stato erano i rapitori, le Bierre. A rigore di logica anche le Bierre non potevano che essere favorevoli alla trattativa. Perché mai altrimenti lo avrebbero tenuto in vita se non per “trattare”? Avrebbero chiesto ovviamente ben di più di ciò che lo Stato fosse disposto a concedere, in prima battuta, ma della trattativa erano a favore.  Vista così, la discussione sulla trattativa cambiò oggetto: nel mondo delle persone normali, coinvolte nella vicenda umana del rapito, nei giornali, che anch’essi auspicavano complessivamente il lieto fine, la trattativa significava la vittoria della vita. 

Ma si sapeva che lo Stato aveva leggi insuperabili e per il povero Moro non c’erano speranze.  Quella partita, cui tutti guardavano, era dunque chiusa prima di cominciare. La partita vera era però forse un’altra ed era discussa solo nelle stanze segrete. Nei riposti “servizi”, nazionali o extra, ci si chiedeva se fosse meglio andare o meno all’assalto di via Montalcini, là dove da settimane era rinchiuso Aldo Moro. Perché qualcuno – forse più di qualcuno – senza dirlo a voce tonante, lo sapeva. Molti sospettavano e tacevano. La trattativa “vera” era dunque su questo: si potevano affrontare i rischi di un’irruzione, con possibile (o probabile) sparatoria o era meglio lasciar fare alla natura? E la “natura” comprendeva anche le normali forze di polizia e di investigazione. 

Questa sembra essere diventato, nei frenetici giorni del maggio 1978, il patteggiamento vero, secondo la ricostruzione di  Ferdinando Imposimato, giudice istruttore in quello e in vari altri casi molto importanti della nostra storia e poi senatore della sinistra politica che nel suo ultimo libro sul caso Moro, “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia”, XIII edizione 2013, dava per certo che attraverso i “servizi”, Cossiga, ministro dell’Interno, poi premiato a capo del governo e presidente della repubblica, era in qualche modo a conoscenza di dove Moro era prigioniero, Via Montalcini, ma fosse contrario a disporre della sua liberazione, convinto dal suo gruppo di consiglieri – fossero il famoso uomo di Kissinger, Steve Pieczenick, oppure gente di Gladio, della P2, dei servizi tedeschi di Stasi e di Raf (Rote Armee Fraktion), dell’alleato americano, o di tutti insieme, riuniti in una conventicola dagli incerti confini – a non peggiorare le cose con una eventuale sparatoria.

Per essere più precisi, il mondo di allora, incombente la guerra fredda, aveva da una parte e dall’altra, grandi progetti, democrazia e comunismo, spesso concorrenti, più spesso ancora decisi a non infastidirsi, a darsi una mano; e Moro che procedeva contro mano, era malvisto di qua e di là; e di qua e di là volevano farlo fuori, per poi, risolta quella bagatella, continuare, nemici come prima, la consueta, schietta e tuttalpiù sleale partecipazione alla guerra fredda. 

3. Nel nostro secolo, subito all’inizio, è avvenuta poi la più straordinaria mistificazione che i libri di storia ricordino. Ci si è raccontato che il 9/11 (l’undici settembre, come diremmo noi), due grandi aerei passeggeri siano andati a sbattere, uno dopo l’altro, a distanza di mezz’ora, contro le torri gemelle, alte 400 metri, del World Trade Center di New York, causando migliaia di morti. Gli aerei erano pilotati da due dilettanti, che insieme a un pugno di colleghi, armati di taglierini, si erano impadroniti dei velivoli, partiti ambedue dall’aeroporto di Boston. Centinaia di milioni di persone, forse miliardi, videro e rividero la scena alla televisione. I cosiddetti complottisti, perlopiù ritenendo trattarsi di un gigantesco plot hollywoodiano, ne scrissero in seguito decine di libri, per negare tutto e spiegare il vero e il falso, il come e perché. Ma non basta. Un terzo aereo di altrettanto grandi dimensioni, anch’esso fu catturato e dirottato da altri nemici dell’Occidente (forniti anch’essi di taglierini), all’aeroporto di Washington (che tra l’altro si chiama Dulles, il nome evocativo del segretario di stato e di suo fratello capo dei servizi). Diretto a Los Angeles, aveva percorso forse cento chilometri prima di cambiare del tutto rotta, tornare indietro e infine percorrere un migliaio di metri a bassissima quota, strisciando quasi sul terreno, per infrangere un’ala del Pentagono, a Washington. 

Un quarto aereo, forse destinato a colpire la Casa Bianca di Washington, dimora del presidente, l’obiettivo preferito da Bin Laden, probabilmente mente e leader dei dirottatori incursori come capo di Al Qaeda e che ci teneva a colpire il Capo nemico, il suo pari grado; aereo forse destinato alla cupola del Congresso, a segno indelebile della sconfitta dei cristiani prepotenti e schiavisti, bersaglio preferito di quelli dell’Isis, non arrivò a bersaglio. 

3+1/2. Il quarto aereo precipitò per la lotta di alcuni passeggeri contro i dirottatori, in una regione pianeggiante, ancora lontana dalla capitale americana, vicino a Shankville in Pennsylvania. La lotta dei passeggeri contro i dirottatori – in parte la si può ascoltare in varie telefonate dall’aereo alle famiglie – è la prova che si poteva tentare almeno di fare qualcosa per evitare lo sconquasso che si stava verificando.

Questa fantastica sequenza è stata discussa e criticata a fondo, davanti agli occhi e alle intelligenze mondiali. Si sono messe in evidenza decine di incongruenze e impossibilità tecniche.  Si è ricostruita la trafila dei futuri dirottatori, ostacolati dagli uffici e dalle scuole di volo Usa che badavano a rendere aspra la vita a possibili terroristi; contemporaneamente si è riferito degli ostacoli, opposti agli ostacoli, da altri uffici – la Cia, l’Fbi e altri ancora, più sofisticati e moderni, tutti sempre in litigio tra loro, tutti sempre tesi al raggiungimento dell’obiettivo comune: una guerra contro l’Afghanistan regno del terrore e contro i pezzi di Al Qaeda, in particolare contro Osama bin Laden, da ritrovare ed uccidere, come compito primario degli Usa. Osama doveva essere punito e anche un’intera guerra armata poteva scatenarsi contro di lui, purché vincente e sicura. Quando anni dopo Osama fu raggiunto in Pakistan e ucciso, il governo americano, riunito per seguire l’assalto finale alla villetta o compound di bin Laden, festeggiò con barbarica allegria e levò i calici senza minimamente vergognarsi. Al dunque si è preferito però fingere che si trattasse di un poco normale episodio di guerra acerrima non dichiarata, perfino guerra di religioni, e svolta in un imprevedibile terreno politico sociale, con tutti i silenzi e i misteri del caso. La guerra contro l’Isis, di solito arabi, oltretutto maomettani, di religione diversa dalla “nostra”, di noi americani: anzi le due guerre, in Iraq e in Afghanistan, con distruzioni, stermini e migliaia di morti, hanno tenuto alto l’equivoco. Una dura vendetta contro l’odiosa, immotivata, improvvisa aggressione delle due Torri e del Pentagono.

Una vendetta, forse esagerata, me che se riferita a un’aggressione del nemico, con l’attacco a Torri Gemelle e perfino al Pentagono, diventava più credibile. Di conseguenza la risposta, dovuta, a quell’attacco, il successo conseguito, attenuava il clamore provocato da tutte le sbadataggini (per dir così) che avevano reso possibile o almeno assai più facile la grandiosa avventura dei tre o quattro dirottamenti. Forse esiste ancora un libro a fumetti (Sid Jacobson e Ernie Colòn, 9/11. Il rapporto illustrato della commissione americana sugli attacchi terroristici dell’11 settembre. Tutto quello che accadde prima, durante e dopo) che offre una visione accettabile della trafila del 9/11. C’è il riassunto di tutto quello che, senza saperlo, le autorità Usa, di ogni ordine e grado, hanno messo in campo, quasi volessero davvero facilitare l’azione dei terroristi. I poteri americani sembrarono frastornati, incapaci di prendere provvedimenti ragionevoli, terrorizzati di sbagliare, mettere a rischio il presidente, lontano dalla capitale e trattenuto, nell’impossibilità di volare. Il mondo reagì con una sorta di manifesto/dichiarazione con scritto a grandi lettere “siamo tutti americani” ma in realtà facendo rapidi conti sul disastro e sui nuovi poteri emergenti e sconosciuti. 

Le dichiarazioni ufficiali, spesso riconosciute false (caso Blair, caso Powell) orientarono il mondo intero a sostenere le due guerre, contro Iraq e contro Afghanistan. Tra gli elementi costitutivi dell’attacco vi erano le armi chimiche proibite a livello internazionale, le famose cariche di antrace. Tony Blair, primo ministro britannico assicurava di aver viste personalmente armi similari. Ci fu poi l’allora segretario di Stato americano, Colin Luther Powell che mostrò, nel suo intervento alle Nazioni Unite, una boccetta contenente un infernale preparato di origine irachena. Anni dopo, nel 2019, poco prima di morire di Covid nel 2021, Powell si scusò con il mondo intero per quel suo inganno probabilmente involontario – ritenne sempre di essersi fatto giocare dai suoi e fu forse la disperazione che lo uccise, più del Covid – ma elaborato dagli Uffici responsabili dei vertici americani. Ai falsi seguì una duplice guerra, una sorta di neoguerra coloniale con mezzi immensi contro due paesi deboli, caratterizzati ormai da elezioni, parlamenti e governi, a imitazione dei modelli occidentali. In conseguenza della loro sconfitta, di un numero enorme di vittime civili e di distruzioni irrecuperabili, i governi esistenti furono ribaltati e i massimi dirigenti giustiziati. Cosa sia avvenuto dopo è, nei fatti, la storia di prima che torna, forse peggiore di sempre.

4. Un altro episodio straordinario del nuovo secolo, del millennio appena iniziato, è l’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas a Israele che stringeva d’assedio Gaza, rifugio di due milioni di palestinesi. Hamas compì e diresse una sortita contro gli assedianti, simile a Ettore all’assedio di Troia. La sortita ebbe pieno effetto, allora e oggi. Ma poi Troia fu incendiata e distrutta, come la Gaza dei nostri giorni. Ettore ucciso. Allora furono gli dei dell’Olimpo a decidere lo svolgimento dei fatti e poi il seguito, nei secoli, senza che nessun mortale potesse opporsi effettivamente alle scelte dei Potenti dell’Olimpo; più tardi, alcuni dei troiani scampati si costruirono una nuova città sul biondo Tevere e dettero vita a un paio di imperi. 

Oggi Netanyahu comanda, gli israeliani per lo più lo seguono, lo sterminio dei palestinesi continua e continua…

E’ noto che l’imprendibile Troia fu presa con un inganno: ce ne andiamo – dissero – e vi lasciamo un cavallo, in pegno di pace.  Nel caso dei nostri giorni vi fu una sortita dei guerriglieri organizzati di Hamas, forza più vitale e integra dei palestinesi assediati a Gaza. Non ne abbiamo le prove, ma l’Idf, l’esercito israeliano, mise in atto o si servì dell’occasione di una grande Rave messo in funzione nella notte di sabato 7 ottobre, fine di Sukkot, solenne festa ebraica. Del Rave si sapeva e non sapeva. Del resto è così per ogni Rave. I soldati, gli ufficiali, il governo israeliano, Netanyahu stesso, forse facevano finta di non esserne al corrente, in ogni caso indebolirono le difese tanto da ingannare più che Hamas, gli osservatori delle democrazie occidentali, i pressoché miopi osservatori dell’Olimpo. Forse era un tranello per i capi di Hamas che buttarono, allo sterminio della festa e tutt’intorno, le loro migliori squadre. L’attacco sanguinoso ai ragazzi in festa riuscì in pieno; ci rimangono i resoconti desolati delle ragazze soldato del Kibbutz Nahal Oz che nessuno all’Idf e al governo d’Israele volle ascoltare.

Il testo che segue, ripreso dalla rete, è da ricordare

Si chiamano Yael Rotenberg e Maya Desiatnik. Sono soldatesse israeliane. Tredici loro compagne sono state uccise a sangue freddo, da distanza ravvicinata, da membri della unità di élite di Hamas. Altre rapite, o disperse. Adesso Yael (ferita da una bomba a mano) e Maya hanno deciso di parlare con la televisione pubblica Kan. Malgrado la loro giovane età, seguendo ora per ora quanto avveniva dentro Gaza ad un chilometro di distanza dai loro strumenti, avevano intuito che Hamas stava preparando qualcosa di grande e avevano riferito ai superiori, senza ottenere successo. 
Nelle settimane, e ancora di più nei giorni precedenti all’attacco – ha riferito Rotenberg – erano avvenuti “episodi strani”. “Improvvisamente abbiamo visto 200 militari di Hamas. Un mese prima sono cominciate le loro esercitazioni. Ci hanno detto che era normale. Ma poi le esercitazioni hanno assunto il ritmo di una al giorno, anche due al giorno. E questo era eccezionale. Abbiamo anche visto come si addestravano a prendere il controllo di un carro armato”. Una loro compagna – Hadar Cohen, assassinata da Hamas – era molto inquieta: aveva segnalato, secondo Rotenberg, che ufficiali di Hamas facevano sopralluoghi lungo il confine con grandi carte geografiche, che indicavano le località ebraiche più vicine. “Il nostro comandante le fece anche complimenti. Ma poi non abbiamo saputo cosa sia successo col suo rapporto”. 
Intanto come si è scritto, in Israele si celebrava il Sukkot, la Festa dei Tabernacoli, e molti militari di Nahal Oz erano in licenza. 
L’attacco di Hamas è iniziato il sabato mattina con un possente bombardamento che “ha fatto tremare le pareti ed i nostri schermi. Li abbiamo visti arrivare in massa. Incredibile: conoscevano tutti i punti deboli del reticolato di confine”. 
Nelle settimane precedenti Hamas aveva organizzato manifestazioni ‘popolari’ durante le quali aveva lanciato numerosi ordigni che avevano indebolito le strutture. Quando c’è stato l’attacco le altre vedette erano ancora nei loro letti. 
Yael e Maya si sono salvate miracolosamente dal massacro. I soldati che dopo ore le hanno tratte in salvo hanno detto loro di chiudere gli occhi, per non vedere i corpi delle amiche trucidate. Fra i ricordi più agghiaccianti le telefonate di addio delle compagne ai genitori, quando avevano ormai compreso che non sarebbero uscite vive dalla base di Nahal Oz. 

Il testo che precede che abbiamo ripreso quasi integralmente, offre qualche elemento di comprensione sull’intento del governo e dell’esercito israeliano in occasione del 7 ottobre. 

Nahal Oz è una località a mezzo chilometro da Gaza, in cui mezzo secolo fa israeliani e palestinesi convivevano, superando le difficoltà e gli attriti immancabili. Yael e Maya hanno fatto quel che potevano per difendere Israele ed evitare una guerra. Non hanno potuto evitare l’assalto, hanno vissuto la guerra.

Abbiamo riaperto un album di fotografie. Per così dire, certo sono foto non tutte nitide, più spesso non bene a fuoco, senza una mano ferma dietro all’obiettivo. Sono le nostre foto, è nostra la memoria. Potremmo dire che ci dobbiamo accontentare e risolvere così ogni questione, ma sappiamo tutti bene che per fortuna non c’è un’unica cassetta per la raccolta di tutte le foto, da chiunque scattate. Come non c’è un unico obiettivo, di un’unica macchina fotografica. Non lasciamoci intimorire; raccogliamo più foto, più scritti, più idee, più verità che sia possibile per poter dire la nostra sui fatti del mondo, per avere qualche prova, qualche futura memoria, per non lasciarci prendere in giro da questo o da quel Potere quando decide di riscrivere il presente (cambiandolo semmai un po’. E con esso la nostra vita).

E detto tra noi: non perdiamoci di vista.

da qui

venerdì 26 luglio 2024

I 10 principi per la pace perpetua nel XXI secolo - Jeffrey Sachs

 Le strutture basate sulle Nazioni Unite sono fragili e hanno bisogno di un aggiornamento urgente; dovremmo prendere in considerazione questo aspetto al Vertice del futuro delle Nazioni Unite di settembre.

 

L'anno prossimo ricorrerà il 230° anniversario del celebre saggio di Immanuel Kant sulla “Pace perpetua” (1795), nel quale il grande filosofo tedesco propose una serie di principi guida per raggiungere la pace tra le nazioni del suo tempo. Alle prese con un mondo in conflitto e con il rischio terribile dell'Armageddon nucleare, dovremmo applicare l'approccio kantiano al nostro tempo e proporre una serie di principi aggiornati per la pace perpetua al Vertice Onu del Futuro che si terrà a settembre.

Kant era pienamente consapevole che le sue proposte avrebbero incontrato lo scetticismo dei politici “pratici”:  


Il politico pratico assume l'atteggiamento di guardare con grande autocompiacimento al teorico politico come a un pedante le cui idee vuote non minacciano in alcun modo la sicurezza dello Stato, in quanto lo Stato deve procedere su principi empirici; così al teorico è permesso di giocare il suo gioco senza interferenze da parte dello statista che sa come va il mondo.

 

Tuttavia, come ha notato lo storico Mark Mazower nel suo magistrale resoconto sulla governance globale, quello di Kant è stato un “testo che ha influenzato in modo costante generazioni di pensatori sul governo mondiale fino ai nostri giorni”, contribuendo a gettare le basi per le Nazioni Unite e il diritto internazionale sui diritti umani, la pratica di guerra e il controllo degli armamenti.

Le proposte principali di Kant erano incentrate su tre idee. In primo luogo, il diniego degli eserciti permanenti, che “minacciano incessantemente gli altri Stati con il loro apparire in ogni momento pronti alla guerra”. In questo modo, Kant ha anticipato di un secolo e mezzo il famoso avvertimento del Presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower sui pericoli di un complesso militare-industriale. In secondo luogo, Kant chiedeva di non interferire negli affari interni di altre nazioni. Da questo punto di vista, il filosofo tedesco anticipava la condanna di quelle operazioni segrete che gli Stati Uniti hanno usato senza sosta per rovesciare governi stranieri. In terzo luogo, Kant chiedeva una “federazione di Stati liberi”, che nel nostro tempo è diventata l'ONU, una “federazione” di 193 Stati che si impegnano a operare secondo la Carta delle Nazioni Unite.

Kant riponeva grandi speranze nel repubblicanesimo, in contrapposizione al governo di una sola persona, come freno alla creazione di guerre. Il filosofo Tedesco, infatti, ragionava sul fatto che un singolo governante avrebbe ceduto facilmente alla tentazione della guerra:

 

... una dichiarazione di guerra è la cosa più facile del mondo da decidere, perché la guerra non richiede al sovrano, che è il proprietario e non un membro dello Stato, il minimo sacrificio dei piaceri della sua tavola, della caccia, delle sue case di campagna, delle sue funzioni di corte e simili. Può quindi decidere di fare la guerra come una festa di piacere per i motivi più banali, e lasciare con perfetta indifferenza la giustificazione che la decenza richiede al corpo diplomatico che è sempre pronto a fornirla.

 

Al contrario, secondo Kant:

 

... se per decidere di dichiarare la guerra è necessario il consenso dei cittadini (e in questa costituzione [repubblicana] non può che essere così), non c'è nulla di più naturale che essi siano molto cauti nell'iniziare un gioco così povero, decretando per sé tutte le calamità della guerra.

 

Kant era troppo ottimista sulla capacità dell'opinione pubblica di limitare la guerra. Sia la repubblica ateniese che quella romana erano notoriamente bellicose. La Gran Bretagna è stata la principale democrazia del XIX secolo, ma forse la potenza più guerrafondaia. Per decenni, gli Stati Uniti si sono impegnati in guerre senza sosta e in rovesciamenti violenti di governi stranieri.

Ci sono almeno tre ragioni per cui Kant si è sbagliato. In primo luogo, anche nelle democrazie, la scelta di scatenare guerre spetta quasi sempre a un piccolo gruppo elitario, di fatto largamente isolato dall'opinione pubblica. In secondo luogo, e altrettanto importante, l'opinione pubblica è relativamente facile da manipolare attraverso la propaganda che riesce a portare le masse a sostenere il conflitto. In terzo luogo, l'opinione pubblica può essere isolata nel breve periodo dagli alti costi della guerra, finanziando la guerra con il debito piuttosto che con le tasse, e affidandosi ad appaltatori, a reclute pagate e mercenari piuttosto che alla coscrizione.

Le idee fondamentali di Kant sulla pace perpetua hanno contribuito a portare il mondo verso il diritto internazionale, i diritti umani e la condotta dignitosa in guerra (come le Convenzioni di Ginevra) nel XX secolo. Tuttavia, nonostante le innovazioni nelle istituzioni globali, il mondo rimane terribilmente lontano dalla pace. Secondo il Doomsday Clock del Bulletin of Atomic Scientists, mancano solo 90 secondi alla mezzanotte: siamo più vicini alla guerra nucleare che in qualsiasi altro momento dall'introduzione dell'orologio nel 1947.

L'apparato globale delle Nazioni Unite e il diritto internazionale hanno probabilmente impedito una terza guerra mondiale fino ad oggi. Il Segretario generale dell'ONU U Thant, ad esempio, ha svolto un ruolo fondamentale nella risoluzione pacifica della crisi dei missili di Cuba del 1962. Tuttavia, le strutture delle Nazioni Unite sono fragili e necessitano, con urgenza, di essere riformate.

A tal fine, invito a formulare e adottare una nuova serie di principi basati su quattro realtà geopolitiche chiave del nostro tempo.

In primo luogo, viviamo con la spada di Damocle nucleare sopra le nostre teste. Il Presidente John F. Kennedy lo disse in modo eloquente 60 anni fa nel suo famoso discorso sulla pace, quando dichiarò:

Parlo di pace a causa del nuovo volto della guerra. La guerra totale non ha senso in un'epoca in cui le grandi potenze possono mantenere grandi forze nucleari relativamente invulnerabili e rifiutarsi di arrendersi senza ricorrere a tali forze. Non ha senso in un'epoca in cui una sola arma nucleare contiene quasi 10 volte la forza esplosiva erogata da tutte le forze aeree alleate nella Seconda guerra mondiale.

 

In secondo luogo, siamo arrivati a un vero multipolarismo. Per la prima volta dal XIX secolo, l'Asia ha superato l'Occidente in termini di produzione economica. Abbiamo superato da tempo l'era della Guerra Fredda in cui dominavano gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, o il “momento unipolare” rivendicato dagli Stati Uniti dopo la scomparsa dell'Unione Sovietica nel 1991. Oggi gli Stati Uniti sono una delle diverse superpotenze, tra le quali annoveriamo Russia, Cina e India, oltre a diverse potenze regionali (tra cui Iran, Pakistan e Corea del Nord). Gli Stati Uniti e i loro alleati non possono imporre unilateralmente la loro volontà in Ucraina, in Medio Oriente o nella regione indopacifica. Gli Stati Uniti devono imparare a cooperare con le altre potenze.

In terzo luogo, oggi disponiamo di un insieme storicamente senza precedenti di istituzioni internazionali per la formulazione e l'adozione di obiettivi globali (ad esempio, in materia di clima, sviluppo sostenibile e disarmo nucleare), per l'applicazione del diritto internazionale e per l'espressione della volontà della comunità globale (ad esempio, nell'Assemblea generale e nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite). Certo, queste istituzioni internazionali sono ancora deboli quando le grandi potenze scelgono di ignorarle, ma offrono strumenti preziosi per costruire una vera federazione di nazioni nel senso kantiano del termine.

In quarto luogo, il destino dell'umanità è più strettamente interconnesso che mai. I beni pubblici globali - sviluppo sostenibile, disarmo nucleare, protezione della biodiversità della Terra, prevenzione della guerra, prevenzione e controllo delle pandemie - sono molto più centrali per il nostro destino comune che in qualsiasi altro momento della storia umana. Anche in questo caso, possiamo ricorrere alla saggezza di JFK, che vale oggi come allora:

 

Non siamo ciechi di fronte alle nostre differenze, ma concentriamoci anche sui nostri interessi comuni e sui mezzi con cui queste differenze possono essere risolte. E se non possiamo porre fine alle nostre differenze, almeno possiamo contribuire a rendere il mondo sicuro per la diversità. Perché, in ultima analisi, il nostro legame comune più fondamentale è che tutti noi abitiamo questo piccolo pianeta. Respiriamo tutti la stessa aria. Abbiamo tutti a cuore il futuro dei nostri figli. E siamo tutti mortali.

 

Quali principi dovremmo adottare nel nostro tempo per contribuire alla pace perpetua?  

Propongo 10 principi per la pace perpetua nel XXI secolo e invito gli altri a rivedere, modificare o creare il proprio elenco.

I primi cinque principi sono i Principi di coesistenza pacifica proposti dalla Cina 70 anni fa e successivamente adottati dai Paesi non allineati. Questi sono:

 

  1. Rispetto reciproco dell'integrità territoriale e la sovranità di tutte le nazioni;
  2. Non aggressione reciproca;
  3. Non interferenza reciproca di tutte le nazioni negli affari interni di altre nazioni (ad esempio attraverso guerre di scelta, operazioni di cambio di regime o sanzioni unilaterali);
  4. Uguaglianza e vantaggi reciproci nelle interazioni tra le nazioni.
  5. Coesistenza pacifica di tutte le nazioni.

 

Per attuare questi cinque principi fondamentali, ne raccomando altri cinque che richiedono azioni specifiche:

 

  1. La chiusura delle basi militari all'estero, di cui gli Stati Uniti e il Regno Unito ne hanno di gran lunga il maggior numero.
  2. La fine delle operazioni segrete di cambio di regime e delle misure economiche coercitive unilaterali, che sono gravi violazioni del principio di non interferenza negli affari interni di altre nazioni. (La politologa Lindsey O'Rourke ha documentato attentamente 64 operazioni segrete di cambio di regime da parte degli Stati Uniti nel periodo 1947-1969 e la pervasiva destabilizzazione causata da tali operazioni).
  3. Adesione di tutte le potenze nucleari (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) all'articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare“Tutte le Parti devono perseguire negoziati in buona fede su misure efficaci relative alla cessazione della corsa agli armamenti nucleari e al disarmo nucleare, e su un trattato sul disarmo generale e completo sotto un rigoroso ed efficace controllo internazionale”.
  4. L'impegno di tutti i Paesi “a non rafforzare la propria sicurezza a scapito della sicurezza di altri Paesi” (come da Carta dell'OSCE). Gli Stati non stringeranno alleanze militari che minaccino i loro vicini e si impegneranno a risolvere le controversie attraverso negoziati pacifici e accordi di sicurezza sostenuti dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
  5. L'impegno di tutte le nazioni a cooperare nella protezione dei beni comuni globali e nella fornitura di beni pubblici globali, compreso l'adempimento dell'accordo di Parigi sul clima, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile e la riforma delle istituzioni delle Nazioni Unite.

 

 

Gli attuali scontri tra grandi potenze, in particolare i conflitti degli Stati Uniti con la Russia, la Cina, l'Iran e la Corea del Nord, sono in gran parte dovuti al continuo perseguimento dell'unipolarismo da parte dell'America attraverso operazioni di cambio di regime, guerre di scelta, sanzioni coercitive unilaterali e la rete globale di basi e alleanze militari statunitensi. I 10 principi sopra elencati contribuirebbero a portare il mondo verso un multilateralismo pacifico governato dalla Carta delle Nazioni Unite e dallo Stato di diritto internazionale.

 

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

Fonte: https://www.commondreams.org/opinion/10-principles-peace-21st-century

da qui

giovedì 23 novembre 2023

Caso Kennedy: 60 anni di bugie - Massimo Mazzucco

Nonostante siano emerse dozzine di prove a favore del complotto, e nonostante alcuni degli assassini abbiano confessato la loro partecipazione all'attentato di Dallas, le nostre televisioni continuano a raccontarci che fu Lee Harvey Oswald ad uccidere il presidente Kennedy.

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domenica 25 dicembre 2022

“Sí, la CIA è stata coinvolta nell’assassinio di JFK” - Michele Metta


Il Potere, quello che principia con una maiuscola “P” che pare quasi una sorta di corona a sormontarlo, sa ammantarsi di una tale pseudo sacralità da apparire inscalfibile. L’insegnamento pasolininiano ci dice, invece, che può essere scalfito eccome. Tramite scelte semplici, quanto coraggiose. Non sappiamo se Tucker Carlson, noto volto della emittente televisiva statunitense Fox News, abbia mai letto Pier Paolo Pasolini. Per certo, ha fatto proprio una scelta caratterizzata da tali due nobilissimi aggettivi.

Credo, in effetti, che quanto compiuto da Carlson sia uno spartiacque. Assieme a me, lo pensa anche il figlio di Robert Kennedy, RFK, Jr. che su Twitter lo ha descritto in questi inequivocabili termini:

“The most courageous newscast in 60 years. The CIA’s murder of my uncle was a successful coup d'état from which our democracy has never recovered.”

Tradotto: “Il più coraggioso momento di informazione da 60 anni a questa parte. L’assassinio di mio zio a opera della CIA è stato un golpe messo a segno da cui la nostra democrazia non si è mai più ripresa”.

Ma andiamo con ordine.

Risale a pochissimi giorni fa la decisione dell’amministrazione Biden di permettere la pubblicazione di una serie di documenti riguardanti l’assassinio di John Kennedy. Sono che, per l’ennesima volta, a parte gli omissis, sono altresì stati mantenuti segreti una impressionante quantità di altri documenti su tale omicidio. Stiamo parlando di migliaia di pagine di documenti dopo quasi 60 anni da quella uccisione. Il che vuol dire, come anche Carlson ha sottolineato, che non è più possibile invocare, a giustificazione, la tutela di soggetti ancora in vita.

“È per proteggere un’istituzione”, ha quindi giustamente esclamato Carlson in diretta, sottintendendo la CIA. E, immediatamente, ha aggiunto questa basilare domanda: “Ma perché?”.

Proprio per rispondere a tale quesito, Carlson, come ho anticipato, ha imboccato la strada della semplicità coraggiosa. Quale?

Ha parlato con qualcuno che ha avuto accesso a questi documenti della CIA ancora nascosti, una persona -Carlson ha precisato- “che conosce profondamente ciò che contenevano”. A tale persona, per il momento anonima, il giornalista ha chiesto senza giri di parole: “La CIA ha avuto un ruolo nell’omicidio di John F. Kennedy, un presidente degli Stati Uniti?” La risposta è giunta, e Carlson l’ha dapprima mostrata su lo schermo al suo fianco, per poi leggerla ad alta voce: “La risposta è sì. Sono certo del suo coinvolgimento. È un Paese completamente diverso da quello che pensavamo fosse. È tutto finto”.

Ha quindi fissato la telecamera e, dopo aver sottolineato come il suo informatore sia tutt’altro che un dietrologo, ha pronunciato frasi che meritano d’essere riportate integralmente. Eccole:

“È qualcuno con conoscenza diretta delle informazioni che ancora una volta vengono nascoste al popolo degli Stati Uniti. E la risposta che abbiamo ricevuto è stata inequivocabile. Sì, la CIA è stata coinvolta nell’assassinio del presidente. Ora, alcune persone non saranno sorprese di avere conferma di ciò che hanno sempre sospettato. Ma non importa come ci si senta al riguardo, o cosa si pensi dell’assassinio di Kennedy, fermati un attimo a pensare cosa tutto questo significa.

Significa che all’interno del governo degli Stati Uniti ci sono forze completamente al di fuori del controllo democratico. Queste forze sono più potenti dei funzionari eletti che, si suppone, le sovrintendono. Queste forze possono influenzare i risultati elettorali. Possono persino nascondere la loro complicità nell’assassinio di un presidente americano. In altre parole, possono fare praticamente tutto ciò che vogliono. Costituiscono un governo nel governo che si fa beffe, con la loro stessa esistenza, dell’idea di democrazia. Per quanto forte ormai sia il nostro cinismo dopo 30 anni passati a guardare i funzionari del governo ignorare gli elettori che li hanno scelti, siamo rimasti scioccati nell’apprenderlo. Non è accettabile.

A partire dall’uccisione di John F. Kennedy, il popolo degli Stati Uniti si è fidato ogni anno meno del proprio governo. Forse, questo è il motivo. E le persone ne sono a conoscenza da molto tempo. Le persone che sanno, includono tutti i direttori della CIA dal novembre del 1963. E quella lista include il direttore della CIA di Obama, John Brennan, una delle figure più sinistre e disoneste nella storia degli Stati Uniti.”

Ciò detto, Carlson si è quindi fermato per un istante, e in quell’istante ha mostrato il volto di un uomo tradito, dentro il cui corpo c’è stata la deflagrazione di una bomba che ne ha demolito le ossa. E quell’uomo, sé stesso, ha fatto capire che non avrebbe fatto sconti a nessuno, nemmeno al capo della CIA durante l’amministrazione Trump, Mike Pompeo, malgrado Carlson ne sia amico:

“Mike Pompeo lo sapeva. Abbiamo chiesto a Pompeo di unirsi a noi stasera e, anche se raramente rifiuta un’intervista televisiva, si è rifiutato di venire. Speriamo ci ripensi.”

Tutto ciò, al termine di una premessa di fuoco, dove, e a ragione, non è stato lesinato anche il più feroce sarcasmo. Pure questa è meritevole di essere riportata da cima a fondo. Buona lettura:

“Non molto tempo dopo aver visto Jack Ruby sparare a Lee Harvey Oswald davanti alla telecamera nel seminterrato del quartier generale della polizia di Dallas, molti statunitensi hanno iniziato a porsi domande sull’assassinio di Kennedy. È stata, bisogna ammetterlo, una sequenza di eventi piuttosto straordinaria. Un assassino solitario uccide il presidente degli Stati Uniti. E poi, meno di 48 ore dopo, quell’unico uomo armato viene a sua volta assassinato da un altro assassino solitario.

Quali sono le probabilità che ciò avvenga? Una cosa è essere colpiti da un fulmine: raro ma possibile. Ma se anche ogni membro della tua famiglia viene colpito da un fulmine, tutti in giorni diversi, potresti iniziare a sospettare che non si tratti di eventi del tutto naturali. Ma oh, ha risposto il governo degli Stati Uniti, lo sono. Questa bizzarra catena di omicidi è stata del tutto naturale.

Quindi, meno di un anno dopo l’assassinio di JFK, la Casa Bianca di Johnson pubblicò qualcosa chiamato Rapporto della Commissione Warren. E il rapporto concludeva che mentre le loro motivazioni rimanevano poco chiare, sia Lee Oswald che Jack Ruby avevano agito da soli. Nessuno li ha aiutati. Non c’era alcun tipo di cospirazione. Caso chiuso. Bisogna andare avanti.

E molti americani sono andati avanti. A quel tempo, non avevano idea di quanto scadente e corrotta fosse la Commissione Warren. Sarebbero passati quasi 50 anni prima che la CIA fosse costretta ad ammettere che, in realtà, aveva nascosto informazioni agli investigatori sulla propria connessione con Lee Harvey Oswald.

Ma anche allora, all’epoca, prima che si sapesse, la spiegazione del governo non sembrava del tutto plausibile. E alcune persone hanno iniziato a fare domande ovvie al riguardo. E a quel punto, quando gli americani iniziarono a dubitare della versione ufficiale, ecco che il termine teoria del complotto entra all’improvviso nel nostro lessico. Come sottolinea il professor Lance DeHaven-Smith nel suo libro sull’argomento, «Negli Stati Uniti, il termine teoria del complotto non esisteva come frase d’uso comune prima del 1964. Nel 1964, l’anno in cui la Commissione Warren pubblicò il suo rapporto, il New York Times pubblicò cinque storie in cui appare la teoria del complotto».

Ora, oggi, ovviamente, il termine teoria del complotto appare praticamente in ogni articolo del New York Times sulla politica USA. È brandita, oggi come allora, come un’arma contro chiunque faccia domande a cui il governo non voglia rispondere. Ma, nonostante 60 anni di insulti, quelle domande non sono scomparse. In realtà, si sono moltiplicate nel tempo.

Ed eccone una. Nell’aprile del 1964, uno psichiatra di nome Louis Joylon West visitò Jack Ruby nella sua cella di isolamento in una prigione di Dallas. Secondo la valutazione scritta di West, ha scoperto che Jack Ruby era “tecnicamente pazzo” e necessitava di un immediato ricovero psichiatrico. Quelle sono conclusioni a cui stranamente nessuno che aveva parlato con Jack Ruby in precedenza era giunto. Ruby era sembrato perfettamente sano di mente alle persone che lo conoscevano. Louis Jolyon West lo ha dichiarato pazzo.

Ma ciò che West non ha detto è che all’epoca lavorava per la CIA. Louis Jolyon West era uno psichiatra a contratto per l’agenzia di spionaggio. Era anche un esperto di controllo mentale e un personaggio di spicco dell’ormai famigerato programma MKUltra in cui la CIA dava potenti farmaci psichiatrici a cittadini degli Stati Uniti a loro insaputa.

Quindi, tra tutti gli psichiatri del mondo, cosa diavolo ci faceva questo tizio nella cella della prigione di Jack Ruby? I media non sembravano interessati a scoprirlo. In effetti, il New York Times, in un ampio necrologio di West del 1999, non ha mai menzionato il fatto che avesse lavorato per la CIA, tanto meno il tempo da lui trascorso nella cella di Jack Ruby, cosa che, invece, mi sembra rilevante. Quindi, è facile capire perché le persone sane di mente si chiedano cosa sia realmente accaduto. E, naturalmente, molti se lo sono chiesto.

Nel 1976, cosa da troppo tempo finita nel dimenticatoio, la Camera dei Rappresentanti istituì una commissione speciale per indagare nuovamente sull’assassinio di JFK. La loro conclusione bipartisan? Jack Kennedy è stato quasi certamente assassinato a seguito di una cospirazione. Ma la domanda è: una cospirazione di chi? Ebbene, l’ovvio sospettato sarebbe la CIA. Altrimenti, perché mai l’agenzia avrebbe nascosto prove chiave agli investigatori? C’è una spiegazione innocente per questo, per aver mantenuto questo livello di segretezza per così tanti anni? No, per quanto a nostra conoscenza. Ed è illegale.”

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