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mercoledì 23 giugno 2021

Tattiche diffuse di intimidazione a chi è impegnato nel diritto al dissenso

 

Le querele per diffamazione sono solo una delle modalità con le quali la legge ed il diritto vengono usati in maniera arbitraria per perseguire i difensori dei diritti umani e dell’ambiente. Altra modalità è quella della criminalizzazione di chi pratica solidarietà con i migranti o di chi si batte per la tutela dei territori, come ben evidenziato nel caso di Dana Lauriola , attivista No TAV, in carcere solo per aver espresso la propria opposizione al treno ad alta velocità in Val Di Susa. Quel che si pensava fosse un problema di oltreconfine, ossia l’agibilità civica ed il diritto a difendere i diritti umani, è quindi questione che riguarda anche il nostro paese, e si estende ad ogni forma di dissenso o di resistenza, dal diritto all’informazione, al diritto allo sciopero, a quello di proteggere vite umane.

SLAPP, acronimo che in inglese riassume una delle strategie e tattiche diffuse di intimidazione a chi è impegnato nel diritto di informare e chi si attiva per la protezione dell’ambiente. Sta per “ Strategic Lawsuits against Public Participation”, ossia l’uso della legge ed il ricorso a querele per diffamazione per mettere a tacere voci critiche con la minaccia di ingenti risarcimenti.

Secondo l’ultimo rapporto sullo stato dei diritti civili in Europa a cura di Civil Liberties Union for Europe(rappresentata in Italia dalla CILD)1 tale pratica è in crescita soprattutto in Croazia, Polonia, Slovenia, e Spagna, ma sta diventando sempre più comune anche in Francia, Irlanda ed Italia. Non a caso è stata lanciato un osservatorio europeo sulle SLAPP che l’Osservatorio Balcani Causaso Transeuropa 2, realtà attiva anche nel nodo trentino della rete In difesa Di, ha contribuito a fondare. Inoltre, il Parlamento Europeo, dopo aver approvato due risoluzioni sul tema nel 2018 e nel 2020, ha iniziato a occuparsi concretamente della questione nel maggio scorso. 3

 

Pochi giorni dopo, in una sua dichiarazione il Commissario per i Diritti Umani Dunja Mijatović, ha esortato a prendere iniziative per assicurare la tutela dei difensori dell’ambiente in Europa4. Lo stesso Consiglio d’Europa nel rapporto annuale sulla protezione e la sicurezza dei giornalisti pubblicato quest’anno, ha denunciato l’aumento significativo di ricorsi agli SLAPP nel 20205. Le querele per diffamazione sono solo una delle modalità con le quali la legge ed il diritto vengono usati in maniera arbitraria per perseguire i difensori dei diritti umani e dell’ambiente.

Altra modalità è quella della criminalizzazione di chi pratica solidarietà con i migranti o di chi si batte per la tutela dei territori, come ben evidenziato nel caso di Dana Lauriola, attivista No TAV, in carcere solo per aver espresso la propria opposizione al treno ad alta velocità in Val Di Susa. Su caso di Dana Lauriola Centro Riforma dello Stato, Fondazione Basso ed altre importanti realtà italiane lanciarono un appello sottoscritto da migliaia di personalità6, seguito poi da due importanti iniziative sulla repressione del dissenso. 7

Quel che si pensava fosse un problema di oltreconfine, ossia l’agibilità civica ed il diritto a difendere i diritti umani, è quindi questione che riguarda anche il nostro paese, e si estende ad ogni forma di dissenso o di resistenza, dal diritto all’informazione, al diritto allo sciopero, a quello di proteggere vite umane, come appunto nei casi di Mediterranea, SeaWatch, Open Arms, o Linea d’Ombra. O nei casi recentemente venuti alla luce delle intercettazioni ai danni della giornalista Nancy Porsia o di difensori dei diritti umani quali Alessandra Ballerini o Don Mussie Zerai. 8

O nei casi dei movimenti No TAP o No TAV o delle Mamme contro l’operazione Lince e contro la Repressione in Sardegna, e delle mamme No PFAS nel Veneto. Quest’ultimo caso è stato analizzato anche da una delegazione dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, l’OSCE che ha visitato l’Italia lo scorso anno, proprio per svolgere una valutazione della situazione relativa ai difensori dei diritti umani nel paese e che è in procinto di pubblicare un rapporto contenente una serie di raccomandazioni alle istituzioni italiane competenti.

Vale la pena di ricordare che il nostro paese è tenuto a rispettare ed applicare la Dichiarazione ONU sui Difensori dei Diritti Umani 9anche nella dimensione “interna” come anche le linee guida OSCE /ODIHR per i difensori dei diritti umani10. L’OSCE ha infatti adottato delle linee guida sui difensori dei diritti umani che sono valide anche per l’Italia sia per le rappresentanze diplomatiche nei paesi OSCE che a livello nazionale. 11

In particolare, le linee-guida invitano testualmente le istituzioni statuali ed i pubblici funzionari ad evitare di essere coinvolti in campagne di diffamazione, delegittimazione o stigmatizzazione dei difensori dei diritti umani ed il loro lavoro, e dovrebbero “intraprendere iniziative per contrastare tali campagne di stigmatizzazione dei difensori anche da parte di terzi”. Inoltre, i governi e le istituzioni statuali ad ogni livello dovrebbero “condannare pubblicamente queste manifestazioni ed ogni attacco ai difensori dei diritti umani.

Ciononostante, sia nei casi di criminalizzazione della solidarietà che in quelli degli attivisti No TAP o No TAV le autorità nazionali preposte a contribuire all’applicazione e rispetto delle linee guida e della Dichiarazione ONU quando non sono state attivamente coinvolte e complici, hanno comunque omesso di impegnarsi effettivamente per il loro rispetto e riconoscerne pubblicamente il ruolo.

Ciò è senz’altro frutto di una mancata consapevolezza di chi oggi è un difensore dei diritti umani, di una ancor poco diffusa cultura dei diritti umani, della mancata formazione ai diritti umani, di un’eccessiva frammentazione delle competenze a livello istituzionale, e dell’assenza nel nostro paese di una Autorità Nazionale indipendente sui diritti umani preposta a vigilare sul loro rispetto, sullo sfondo di scelte politiche decisamente orientate verso la repressione e la criminalizzazione del dissenso e della disobbedienza civile.

Basti pensare al Decreto Sicurezza nelle parti relative alla gestione dell’ordine pubblico, o all’uso ricorrente del DASPO per limitare la libertà di movimento di attivisti in ogni parte del paese. O delle SLAPP, come accennato in precedenza. L’attenzione internazionale, e degli organismi di tutela verso l’Italia continua quindi ad essere alta, e ciò può offrire un’importante sponda per lanciare un’iniziativa nazionale che veda partecipare una gamma il più ampia possibile di realtà, organizzazioni, associazioni e singoli individui preoccupati per il rispetto dei diritti umani, della libertà di associazione, manifestazione, espressione, ed in generale della qualità stessa della democrazia.

Un’iniziativa rivolta ai più alti vertici dello Stato affinché si intervenga con un programma nazionale per la protezione e tutela dei difensori dei diritti umani e del diritto al dissenso, e che offra gli strumenti necessari per assicurare trasparenza, responsabilizzazione delle autorità competenti all’applicazione della Convenzione ONU sui Difensori dei Diritti Umani e delle linee guida OSCE. Per far ciò sarà anzitutto urgente istituire l’Autorità Nazionale indipendente per i diritti umani (tuttora al vaglio della Camera a venti anni circa dall’approvazione della risoluzione dell’Assemblea Generale ONU che impegnava gli stati membri a istituire tali organismi indipendenti) e prevedere l’inclusione nel proprio mandato la verifica ed il monitoraggio del rispetto e sostegno agli Human Rights Defenders. L’Autorità potrebbe predisporre e coordinare un programma nazionale per la protezione dei difensori dei diritti umani che operi con la partecipazione attiva della società civile e che assicuri il coordinamento inter-istituzionale, e capacità di indagine e seguito a eventuali violazioni dei diritti dei difensori dei diritti umani.

In attesa della creazione dell’Autorità, sarà comunque necessario mettere a punto un piano di azione nazionale (possibilmente di competenza del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani – CIDU) che assicuri il coordinamento e la coerenza per quanto riguarda i rapporti con gli organismi internazionali di tutela degli Human Rights Defenders, (ONU, Fundamental Rights Agency (FRA) della Unione Europea, Consiglio d’Europa, OSCE). E’ giunto pertanto il momento per lavorare ad una campagna alla quale possano convergere e collaborare tutte quelle realtà e soggetti che in varia maniera si occupano nel nostro paese di difendere i diritti umani, e dell’ambiente, il diritto alla liberà di espressione e assemblea. A maggior ragione mentre ci si appresta a ricordare quelle giornate di venti anni fa, quando a Genova rappresentanti di movimenti di ogni parte del mondo si trovarono al centro della più drammatica sospensione dello stato di diritto del secondo dopoguerra.

 

Note:

1 https://www.liberties.eu/en/stories/demanding-on-democracy-liberties-report-2020/43366

2 https://www.balcanicaucaso.org/Occasional-papers/SLAPP-la-querela-che-minaccia-la-liberta-di-espressione

3 https://www.balcanicaucaso.org/aree/Italia/Contro-le-querele-bavaglio-una-nuova-spinta-dall-Europarlamento-210690

4https://www.coe.int/en/web/commissioner/-/let-us-make-europe-a-safe-place-for-environmental-human-rights-defenders

5https://rm.coe.int/final-version-annual-report-2021-en-wanted-real-action-for-media-freed/1680a2440e

6 https://centroriformastato.it/liberta-per-dana/

7 A questi link le registrazione dei due convegni svolti ad aprile e maggio scorso su “Pensiero Unico, Dissenso e Repressione” promossi da CRS, Controsservatorio Valsusa, Fondazione Basso, Società della ragione, Studi sulla questione criminale, UDI Palermo e Volere la Luna https://www.fondazionebasso.it/2015/publications/video-22-iv-2021-pensiero-unico-dissenso-repressione/

https://www.societadellaragione.it/primo-piano/pensiero-unico-dissenso-repressione/

8 A questo link la registrazione di un webinar tenutosi il 6 maggio 2021 su diritto all’informazione e difensori dei diritti umani a cura di Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. https://fb.watch/5KcTBEnI2O/

9 https://www.ohchr.org/en/issues/srhrdefenders/pages/declaration.aspx

10 Interessante notare come le linee guida siano state utilizzate come strumento di monitoraggio indipendente della situazione dei difensori dell’ambiente in Salento https://ecor.network/italia/un-dossier-sulla-criminalizzazione-dei-movimenti-salentini/

11 https://www.osce.org/it/node/384705

 

da qui

mercoledì 21 aprile 2021

Libia, bel suol d'amore

 

Salvataggi - Alessandra Ballerini


In molti non riusciamo a darci pace. Le parole, dovrebbero avere sempre precisione e peso. Soprattutto alcune, che sono sacre. La parola “salvataggio” è una di queste. Per ringraziare “dei dittatori di cui si ha bisogno per collaborare” se ne dovrebbero scegliere altre.

Si può ringraziare, appunto, per la collaborazione, ma non per i salvataggi. Il salvataggio è un dovere giuridico, una responsabilità, un principio, una speranza. Non può essere sciupato per ingraziarsi chi quel dogma viola costantemente. Bisognerebbe leggere a chiunque creda o solamente dica che la Libia fa salvataggi, quanto precisamente descritto dal Tribunale di Messina che ha punito i torturatori di

“centinaia di migranti che venivano privati della libertà personale e sottoposti a sistematiche vessazioni e atrocità al fine di ottenere dai loro congiunti il versamento di somme di denaro, ovvero, in assenza del pagamento, venivano alienati ad altri trafficanti di uomini per il loro sfruttamento sessuale o lavorativo o talora uccisi…. sottoposti a reiterate costanti violenze fisiche consistenti in sistematiche percosse con bastoni, calci dei fucili, tubi di gomma, frustate e somministrazione di scariche elettriche, ripetute minacce gravi poste in essere con l’uso delle armi o picchiando brutalmente altri migranti quale gesto dimostrativo, accompagnate dalla mancata fornitura di beni di prima necessità quali l’acqua potabile, e di cure mediche per le malattie contratte o le gravi lesioni riportate in stato di prigionia, acute sofferenze fisiche e traumi psichici e un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona… sottoposti a sevizie fino a giungere alla perpetuazione di veri e propri atti di tortura talvolta culminati in omicidi ciò al fine di lucrare sulla condizione di disperazione in cui i prigionieri versavano costringendo i loro familiari a pagare consistenti somme di denaro quale prezzo della loro liberazione, quanti non riuscivano ad assecondare i desiderata della dell’associazione finivano per essere trucidati o venduti ad altri trafficanti di esseri umani”.

Questa la sorte per chi transita dalla Libia o verso la Libia viene riportato dalla guardia costiera di quel Paese. Nessun salvataggio. Nessuna salvezza. Lo sanno bene i profughi che da quelle “atrocità” scappano e che quando capiscono che potrebbero essere rinviati in Libia supplicano di essere uccisi piuttosto che precipitare di nuovo in quell’orrore. Così quando è capitato che alcuni di loro si ribellassero contro l’equipaggio della nave italiana che dopo averli intercettati in mare, lungi dal “salvarli” li stava conducendo in Libia, il Tribunale li ha assolti riconoscendo l’esimente della legittima difesa e ribadendo che le convenzioni del mare impongono “un obbligo di salvataggio in mare della vita umana, che comporta il dovere di individuazione di un porto sicuro dove sbarcare le persone… e non consentono affatto il rimpatrio in Libia dei migranti soccorsi”.

Chi, come noi, ha visto i loro corpi, ustionati, oltraggiati, percossi, mutilati sa bene che la Libia non è e non pratica “salvataggio” e sa che non si possono stringere le mani sporche di sangue di dittatori e generali e credere di riuscire a mantenere pulite le proprie

da qui

 

 

Nel centro di detenzione si sparaStefano Bleggi


 

Un morto e due feriti, è il bilancio di una sparatoria avvenuta giovedì 8 aprile in un centro di detenzione a Tripoli. Sul posto è intervenuto un team di Medici Senza Frontiere che ha prestato i primi soccorsi.

«Due adolescenti di 17 e 18 anni con ferite da arma da fuoco sono stati trasferiti per cure mediche urgenti da un nostro team», rende noto MSF illustrando i motivi della sparatoria. «La notte dell’incidente c’erano tensioni crescenti nel sovraffollato centro di Al-Mabani, che sono culminati in scontri a fuoco indiscriminati nelle celle dove sono detenuti migranti e rifugiati».

Le violenze, riferisce il giornalista Nello Scavo su Avvenire, sarebbero avvenute per “tenere sotto controllo” i migranti appena intercettati e catturati dalla cosiddetta guardia costiera libica che li aveva condotti in un centro di detenzione, quelli che l’ex ministro dell’interno Minniti in un suo commento uscito ieri su Repubblica continua a nominare come “centri di accoglienza“.

Secondo le équipe mediche di MSF, le tensioni all’interno dei centri di detenzione in Libia sono aumentate e le condizioni di trattenimento di donne, bambini e minori non accompagnati sono deplorevoli.

I centri sono diventati sempre più sovraffollati da inizio febbraio, quando è aumentato il numero delle persone migranti in fuga dalla Libia intercettati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica, finanziata dall’UE e nuovamente dal governo italiano.
Secondo l’inchiesta di 
Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, «tra la fine del 2020 e i primi tre mesi del 2021, i soli appalti in capo al Centro navale della Guardia di Finanza sono stati oltre 50 per un valore complessivo di circa sette milioni di euro (da aggiudicare o in via di imminente aggiudicazione)». L’ultimo risale al febbraio 2021 e riguarda la manutenzione straordinaria da parte del nostro Paese di due motovedette cedute a Tripoli “nell’ambito del protocollo di cooperazione Italia-Libia”, meglio noto come “memorandum Italia-Libia“.

L’Italia dalla firma di quell’infame accordo di quattro anni fa, in totale continuità con l’approccio europeo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ha speso la cifra record di 785 milioni euro per bloccare i flussi migratori in Libia e finanziare le missioni navali italiane ed europee [1]. Dal 2017 sono 50mila le persone intercettate e respinte, di cui 12mila solo nel 2020.

Da inizio anno le persone catturate e riportate nei centri sono quasi 6.000. «Nella prima settimana di febbraio – conferma MSF – il numero delle persone detenute a Al-Mabani è passato da 300 a 1.000 in pochi giorni. Il centro ospita attualmente circa 1.500 persone».

Le condizioni di reclusione sono ignobili, ma evidentemente non così importanti per Draghi che ha elogiato i libici per il lavoro svolto, sorvolando sulle violenze e le violazioni dei diritti umani.
L’equipe medica che ha visitato le persone recluse ad Al-Mabani denuncia che «hanno poca luce naturale e poca areazione, cibo e acqua potabile sono insufficienti e mancano strutture igieniche. Il forte sovraffollamento, fino a tre persone per metro quadrato, spesso non lascia spazio nemmeno per sdraiarsi. Malattie infettive come scabbia e tubercolosi sono diffuse. Il distanziamento fisico è impossibile».

L’uso della forza fisica da parte dei sorveglianti libici è all’ordine del giorno tanto che nel mese di febbraio, i medici di MSF hanno curato 36 persone per fratture, traumi contusivi, abrasioni, lesioni agli occhi, ferite da arma da fuoco e debolezza degli arti in vari centri di detenzione; 15 di questi pazienti sono stati trasferiti in ospedale per ulteriori cure. «Le ferite erano recenti, a dimostrazione che sono state provocate all’interno dei centri di detenzione».

MSF ribadisce la sua richiesta di porre fine alla detenzione arbitraria in Libia e chiede il rilascio immediato di tutte le persone attualmente trattenute nei centri a cui va garantita una sistemazione sicura e l’accesso ai servizi di base.

Ma fino a quando si continuerà a considerare la Libia un enorme paese prigione da finanziare per bloccare i flussi migratori e l’accordo Italia-Libia non sarà stralciato, difficilmente si assisterà ad un miglioramento della situazione. Le proposte ci sono, tuttavia non si intravvede nel governo Draghi nemmeno un minimo segnale di discontinuità dai precedenti.

Note

[1] Accordo Italia-Libia: quattro anni di torture, abusi e violazioni dei diritti umani https://www.meltingpot.org/Accordo-Italia-Libia-quattro-anni-di-torture-abusi-e.html#.YHFqixLOM1k

Fonte: Melting Pot Europa

da qui

lunedì 22 marzo 2021

storie di donne

 

Troppo bella per essere umana - Linda Bergamo

 

Sono nata nella Repubblica Democratica del Congo, a Kinshasa, che è la capitale. Quando avevo 7 anni, è morto mio padre. I soldi mancavano sempre a casa, ce la cavavamo a stento grazie a lui e al suo lavoro giornaliero. Abbiamo fatto un funerale, c’erano tante persone in quella chiesa non molto grande. Andavamo spesso nella Chiesa del Risveglio, il pastore parlava dell’Apocalisse e di come i buoni sarebbero stati salvati da Dio. Dio era la risposta a tutto, qualsiasi cosa succede per volontà di Dio.

Il pastore ha indicato me, in mezzo alla folla, come strega responsabile della malasorte di mio padre. Ero io a portare il malocchio alla famiglia. Ero troppo bella per essere soltanto umana. Durante la notte mi trasformavo in una donna bellissima, incantavo gli uomini, rubavo loro l’anima. Potevo far sparire il loro pene o decidere della loro impotenza. Ero una sirena.

Nascosto, mistico, parallelo al mondo in cui viviamo e che vediamo coi nostri occhi c’è quello che chiamiamo il Secondo Mondo. È popolato di spiriti, sirene, uomini-leopardo, zombie che sono responsabili delle sfortune della gente, delle malattie, della morte, della povertà. Il pastore in chiesa parla della potenza del mondo occulto, è la stregoneria che regola e influenza i nostri rapporti sociali.

Il dito puntato su di me. Strega tra i presenti, maleficio del secondo mondo, dovevo essere guarita. L’orrore negli occhi di mia madre. Il fiato sospeso dei miei fratelli. Il disprezzo negli occhi dei miei nonni. Il silenzio.

Il pastore ha sentenziato la mia condanna, e poi ha proposto a mia madre l’esorcismo. La cura. Per la somma di 10mila franchi, sarei stata purificata dal male che era in me.

Mi hanno tenuta in una stanza buia per tre settimane. Non ho visto la luce. Mi hanno lasciata senza cibo finché non sono svenuta, per purificare il mio corpo, dicevano. Mi hanno spruzzato l’acqua salata negli occhi. Avevo solo sette anni, urlavo, piangevo, spiegavo che non ero una sirena, non avevo fatto niente.

C’erano dei momenti di terapia collettiva, per esempio il pastore ci chiamava alla preghiera a mezzanotte, perché è a quest’ora che si svegliano gli spiriti. Abbiamo fatto anche delle sedute private, il pastore mi faceva delle domande sui miei poteri, ricostruiva la storia delle sventure della mia famiglia e del mio ruolo distruttore. Sono stata torturata fino a confessare. Anzi, fino a crederci davvero.

La terapia della liberazione è finita.

Ma la porta di casa è chiusa. Non mi vogliono. Hanno troppa paura di me. I vicini li hanno messi in guardia, mi hanno vista vestita come una donna matura affamata di uomini.

A Kinshasa ci sono tanti bambini per strada. Quando andavamo in giro mia madre mi impediva di parlarci, erano sporchi e pericolosi. Li chiamavamo “monaci” o “shege“. Sono abitati dagli spiriti: rubano, uccidono e poi mangiano le loro vittime.
A otto anni sono entrata in una casa in cui c’erano già altre bambine e ragazze di strada. Mi hanno accolta, e mi hanno spiegato come guadagnare dei soldi con gli uomini. Le ragazze più grandi spiegano alle più piccole come fare, dove andare, dove trovare i clienti che pagano meglio.

Sono stata in strada per tanto tempo, all’inizio mi prostituivo da sola. Un cliente si avvicinava, parlavamo rapidamente del prezzo, della prestazione e poi andavamo in un hotel pagato da lui, o nei posti che conoscevo. La concorrenza è feroce, siamo tante e i prezzi sono bassi. Guadagnavo quanto bastava per mangiare e comprare altri vestiti. Vivevo con le altre bambine, ascoltavamo la musica di giovani un po’ più grandi di noi che avevano avuto successo.

Poi un giorno, un uomo che veniva regolarmente mi ha proposto di lavorare per lui. Aveva un giro di clienti, teneva una specie di agenda coi numeri di telefono. Organizzava lui gli incontri, spesso avvenivano in un bar, e si teneva il 60% del totale. Guadagnavo comunque di più che da sola e in strada.

Gli affari andavano bene per Jean Michel, non ero la sola con cui “collaborava“. Ha deciso che avrei potuto ambire ancora di più, all’Europa. Ha organizzato un viaggio per la Turchia, eravamo in quattro ragazze. Mi ha fatto giurare di rimborsare un debito di 8000 euro in un anno. Avevo quindici anni, nessuna famiglia da cui tornare, nessun parente che mi accettasse, nessun legame, solo gli spiriti nella testa che mi guidavano nel rapporto con gli uomini.

Sono arrivata in Turchia. Li’ ho incontrato Jolie. Era lei a fare da tramite tra noi e Jean Michel a Kinshasa. L’impatto con la violenza nella prostituzione che ho vissuto ad Ankara è stato uno shock. Ero sorvegliata, gli scagnozzi di Jolie mi picchiavano, i clienti mi trattavano con disprezzo. Non capivo la lingua, negoziavo il prezzo della prestazione, mi davano meno della metà, perché sapevano che ero straniera e non capivo quello che dicevano. E ancora botte perché non guadagnavo abbastanza. E i furti. Jolie mi ha spiegato come fare, cosa dire, come contrattare. Tra Ankara e Istanbul, ho resistito otto mesi.

Sono scappata in Grecia, mi ha aiutato un trafficante che ho pagato ottocento euro, faticosamente messi da parte, nascosti, complici della mia fuga su uno zodiac di notte. Sono arrivata a Moria. Tra i trafficanti di passaporti falsi e i trafficanti di droga, e i trafficanti di donne e uomini disperati.

Ricordo ancora una donna incinta che mi guarda, che ci guarda, dalla porta. Anche lei si prostituiva, la vedevo ogni tanto nella sala delle donne. Noi eravamo nella sala dei bambini. Della prostituzione dei minori. Ci guardava con un misto di orrore, sconforto, pena, paura. Forse pensava al suo bambino nella pancia, se anche lui un giorno sarebbe finito qui tra noi.

Ho 22 anni e sono a Grenoble da uno. Ho abitato con una coppia di congolesi qualche mese, ma le cose si sono complicate quando l’uomo di casa mi ha messo gli occhi addosso.

La moglie mi ha buttato fuori: sirena, strega, incantatrice. Non posso farci niente. Ho uno spirito nella testa che mi guida da sempre, da quando sono stata nella Chiesa del Risveglio per l’esorcismo. Ho provato a smettere la prostituzione. Ci penso spesso, soprattutto quando i clienti mi picchiano, mi trattano come un oggetto, arrivano gentili per ottenere un trattamento di favore e mi sputano addosso quando ripartono, “puttana“.

Faccio la prostituta da quando avevo otto anni. Non conosco nient’altro che questo. Lo spirito è li per ricordarmelo ogni giorno.


La storia di Ryta potrebbe essere quella di migliaia di altri bambini di Kinshasa e altre città della Repubblica Democratica del Congo.

Accusare i bambini, femmine e maschi, di stregoneria è un fenomeno molto recente le cui origini sono da cercare nel cambiamento sociale, economico e politico di un’Africa che vive un momento di transizione, di frenetica richiesta di modernità. Il paesaggio urbano cambia, ma anche le gerarchie sociali: i bambini partecipano al commercio dei diamanti, all’esercito, le bambine guadagnano con la prostituzione, padroneggiano lo spazio mediatico, mentre i capofamiglia sono spesso disoccupati. Un cambiamento che va di pari passo con l’evoluzione dello stato post-coloniale e della mondializzazione: le tensioni tra modernità e tradizione trovano una sorta di ragione nella magia.

Tutto cambia molto velocemente, tra crisi economica e frattura generazionale, e le cosiddette Chiese del Risveglio l’hanno capito, e ne approfittano. Non solo contribuiscono alla definizione del “secondo mondo“, alimentando l’immaginario collettivo, ma si prestano a una dinamica particolare: le famiglie che non riescono a mantenere diversi figli, le matrigne o i patrigni che vogliono sbarazzarsi del figlio avuto dal partner con la precedente moglie o marito ingaggiano il pastore per accusare pubblicamente di stregoneria il figlio di cui liberarsi. Le chiese del risveglio, dal canto loro, raccontano la stregoneria, accusano, e poi propongono la cura, l’esorcismo, a pagamento. È un business. È una truffa.

Ryta racconta che lo sfruttamento e la violenza sessuale sono ovunque, in famiglia, in strada. In Congo, la prostituzione delle ragazze e delle bambine è un fenomeno diffuso che trascende le classi sociali. L’entrata in prostituzione è stimata all’età di 6 anni.

Linda Bergamo fa parte della redazione Community di Melting Pot e collabora con Comune

da qui

 

 

Essere creduta… - Alessandra Ballerini

 

Ci eravamo scritte tramite altre donne che a vario titolo l’hanno accolta e si prendono cura di lei. Mi hanno fatto male quasi tutte le sue parole. Avevo tante cose da chiederle e lei a me. Cosi ci siamo incontrate: ero un po’ inquieta mentre l’aspettavo, sono purtroppo abituata a confrontarmi con la sofferenza ma la sua temevo sarebbe stata devastante.

Appena entrata ho ammirato le sue lunghissime trecce blu, ho sorriso istintivamente e mi sono rilassata. Ho voluto credere che se aveva ancora la voglia di concedersi un po’ di colore forse non erano riusciti a spezzarla.

Non c’erano riusciti i genitori che l’avevano ceduta da infante ad una signora che l’aveva ridotta in schiavitù. Aveva sofferto la fatica, la fame, le botte e persino le ustioni, era stata ferita, piegata, ma non l’avevano spezzata. Neppure l’uomo che violando i suoi tredici anni aveva iniziato ad abusare di lei sessualmente, era riuscito a spegnerla. Lei è rimasta viva e vitale tanto da reagire mentre veniva violata e colpire il suo aguzzino con una bottiglia. Resta viva anche quando la vogliono arrestare e deve iniziare a scappare. Non si spezza neppure quando scopre che le persone che si sono offerte di aiutarla per fuggire sono uguali all’uomo che la abusava.

Non la spezzano gli stupri e né i successivi nove anni in Libia dove viene costretta a suon di botte a prostituirsi. Non la uccidono gli uomini che la usano, né la “cannuccia” che le infilavano tra le gambe una, due, sei volte per costringerla ad abortire ogni volta che restava incinta. Non l’uccide l’infezione contratta nell’ultimo aborto prima di prendere la barca né il dolore di vedere la sua amica inghiottita tra le onde.

Neppure il rapimento in Italia da parte della sorella del trafficante al quale doveva ancora “saldare il debito”, le successive violenze, o il disgusto per i nuovi clienti sono mai riusciti a romperla completamente. Una parte di lei resta incredibilmente intatta e si colora.

Ora è seduta di fronte a me e mette insieme tutto il male che ha subito, le ferite del corpo e dell’anima che dovremmo fare refertare: “Sì il mio corpo ha segni: ho delle cicatrici sull’addome per le violenze patite quando ero bambina a casa della signora che mi ospitava: mi tagliava la pancia con un un oggetto simile a un coltello”, si alza la maglia per farmi vedere i tagli che le attraversano l’addome. “Sulle gambe ho segni di bruciature perché questa signora quando avevo sei anni mi faceva cucinare e mi torturava facendomi tenere in mano pentole pesantissime colme di acqua bollente che regolarmente mi cadevano sulle gambe ustionandomi”. Inghiottisce e si ferma a pensare: “Ho subito molte altre violenze ma non si vedono più i segni”.

Le dico che mi spiace tanto per tutto quello che ha dovuto sopportare fino a poche settimane fa e che spero che da adesso in poi il male resterà alle sue spalle. Vorrei anche dirle che finora ha conosciuto solo l’abisso di cui sono capaci gli uomini ma esiste anche altro e che forse lo sta già iniziando a sperimentare tra queste donne che si prendono cura di lei, ma il nodo in gola mi impedisce di formulare altre parole. Mi aggrappo con lo sguardo al blu delle sue trecce.

Rompe lei il silenzio “Non riesco a dimenticarmi tutto quello che ho subito, è come se quest’incubo non finisse mai perché sopraggiungono alla mente ricordi e immagini… Spero di riuscire a dimenticare ma poi risento sempre dolore e sofferenza e ricomincio a stare male”. Alla vigilia del’8 marzo la sua educatrice mi scrive festosa informandomi che le è stata finalmente riconosciuta la protezione da parte della commissione. Non l’ho mai vista così felice, aggiunge. Essere creduta e ricevere protezione sono l’abc della felicità. E la felicità oggi è blu.

da qui

 

 

Donne sempre in rinascita - Paola Fabiani

 

I finanziamenti e il sistema di assegnazione annuale degli appalti per i centri antiviolenza sono sufficienti e funzionali per il tipo di servizio? È una domanda che le addette ai lavori spesso rivolgono alle istituzioni che si occupano dei finanziamenti e degli appalti, ma considerata la situazione generale, è una domanda che non trova ancora riscontro. Gli appalti per la gestione dei centri antiviolenza continuano ad essere, per la maggior parte dei casi, di durata annuale e con finanziamenti poco adeguati.

Alcune casi locali in materia sono molto significativi.

È trascorso un anno da quando Marinella Mariotti, responsabile del centro antiviolenza “Le tre lune” di Setteville di Guidonia (Roma) ha redatto l’ultima relazione della sua attività del centro e i numeri fanno impressione: in un anno ben oltre ottanta donne si sono rivolte al centro “le tre lune”, ma per l’appalto ormai giunto al termine, il Comune sta preparando una nuova gara per l’assegnazione del servizio. Le donne che si sono rivolte al centro fino a quel momento si pongono l’interrogativo di quando e da chi verranno accolte e per quanto tempo.

Dopo un “vuoto” di circa un mese il lavoro del centro antiviolenza riprende grazie alla cooperativa Il Girotondo di Velletri che si aggiudica l’appalto e inizia il servizio a fine marzo 2020. La cooperativa ha esperienza in questo ambito avendo la gestione di altri due centri antiviolenza, uno ad Ariccia e uno a Rocca Priora. Anche il centro ha cambiato nome e ora si chiama Gea che si riferisce alla dea della Terra ma anche in omaggio ad una loro collega che è venuta a mancare.

La responsabile del centro, Camilla Annibaldi, riferisce che il lavoro svolto dal centro antiviolenza da marzo dello scorso anno è stato complicato per alcuni aspetti derivanti dagli obblighi di confinamento a casa delle famiglie e dalle modalità di lavoro che ha dovuto fare più affidamento alla tecnologia che agli incontri di persona. Ma poi il suo tono di voce sembra riprendere energia e aggiunge: “Un anno difficile, ma anche ricco di buone sinergie. Il confinamento a casa dei mesi scorsi può aver acuito alcune situazioni di violenza ma non ha spezzato il desiderio di rinascita delle donne vittime di violenzadonne più consapevoli che riescono a dire con decisione ‘io con quello un’altra quarantena non la faccio’“.

È invece il sistema dei bandi con assegnazioni annuali che può spezzare l’evoluzione di un percorso, un sistema di appalti che non è funzionale per questo tipo di servizio che si trova dopo dodici mesi a tessere nuovamente i rapporti istituzionali, a garantire nuovamente fiducia alle donne che sono sostenute dal centro e molto altro.

Sta volgendo ormai al termine anche il mandato della cooperativa Il Girotondo. Infatti a breve dovrebbe avere termine l’appalto e il servizio verrà messo di nuovo a bando. Per Giulia, Roberta, Michela (nomi di fantasia) e tutte le altre donne che si sono rivolte al centro in questi mesi è il momento di cambiare, ancora una volta, le persone a cui dovranno rivolgersi per proseguire il proprio percorso.

Ricorrendo ad un anglicismo, forse, si potrebbe avere più chiaro il senso e l’obiettivo del lavoro svolto in un centro antiviolenza. ‘To cure’ e ‘to care’ sono due verbi inglesi che foneticamente e graficamente sono molto simili, ma traducendo il loro significato in italiano la differenza è sostanziale: “to cure”, significa curare, mentre “to care” prendersi cura, preoccuparsi per. Un lavoro quest’ultimo che richiede tempo e attenzione, continuità e fiducia.

Il lavoro del centro antiviolenza non si basa sulla cura ma si basa sulla fiducia e ha come oggetto l’intimità e la vita della donna che si rivolge al centro, e già solo per questo, non meriterebbe un’attenzione e una cura diversa? Le istituzioni, si rendono conto che si frammenta il lavoro dei centri antiviolenza con appalti annuali e brevi proroghe per coprire l’attesa del nuovo bando?

A queste domande sembra difficile avere risposte univoche a livello nazionale, ma si spera che possano sollecitare un dibattito e soluzioni concrete, ricordando alle istituzioni che anche il rapporto del Grevio pubblicato il 13 gennaio 2020 esorta ad elaborare soluzioni che permettano di fornire una risposta coordinata e interistituzionale alla violenza, ma soprattutto evidenzia che si dovrebbero stanziare finanziamenti adeguati. Altro annoso problema…. Insomma, mettere a disposizione qualche migliaia di euro, senza garanzia di una continuità di tempo per la piena realizzazione delle attività, non può essere considerata la modalità da prediligere per un centro antiviolenza.

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La guerra di Erdogan contro le donne - Marina Mastroluca

 

 

E alla fine lo ha fatto davvero. Il governo turco ha annunciato il ritiro dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, un accordo di cui la Turchia era stata prima firmataria nel 2011, dando agio a  Recep Tayyp Erdogan di vantare una larghezza di vedute sulle condizione femminile sempre più misconosciuta nei fatti. Era tempo che se ne parlava nelle stanze della politica, mentre le piazze si riempivano della protesta delle donne, come sta accadendo in queste ore in tutto il Paese. Femministe alla sbarra e sconti di pena per gli assassini, la Turchia fanalino di coda nel ranking internazionale sulle disuguaglianze di genere: 130esima su 149 nella classifica del World economic forum. Erdogan  ha sacrificato le donne alla sua idea di potere e società tradizionale, da ultimo sposando le tesi dei gruppi islamici più conservatori nel momento in cui la sua autorità vacilla sotto il peso di un’economia sull’orlo del baratro e si teme ad ore un tracollo della lira alla riapertura dei mercati, dopo la sostituzione del terzo governatore della Banca centrale. Parlare d’altro, in questo momento, è comunque meglio.


Femminicidi non registrati

Nessuna statistica, nessun conteggio ufficiale. Delle donne uccise, da mariti, fidanzati, parenti o pretendenti, non resta traccia, finiscono genericamente tra i casi di morte violenta, senza note a margine mentre nei tribunali torna a risuonare la parola onore, per derubricare un femminicidio a reato minore. Secondo la piattaforma turca “Fermiamo i femminicidi” solo nel 2020 ci sono state 300 donne uccise e 171 casi sospetti: troppe morti vengono classificate come suicidi, quando non come banali incidenti: un fucile inceppato, una caduta. Una corda al collo, un volo dalla finestra. La bilancia della giustizia pende dalla parte dell’uomo che uccide, perché si è sentito respinto, disonorato, “offeso nella propria mascolinità”.

La Convenzione di Istanbul non si è mai tradotta in Turchia in politiche di prevenzione, ma uscirne è comunque un gigantesco passo indietro, tanto più se ispirato da presunte motivazioni religiose. Gli ambienti più conservatori dell’Akp, il partito di Erdogan, sostengono che l’accordo sarebbe in contrasto con i principi dell’islam, minerebbe la solidità della famiglia e favorirebbe l’omosessualità. Il richiamo, espresso esplicitamente dal vicepresidente turco, Fiat Oktay, è alla necessità di  «elevare la dignità delle donne turche» prendendo ispirazione «nelle nostre tradizioni e nei nostri costumi»: non dunque in un accordo internazionale che sancisce la parità dei generi.

Occhi bassi e ventri pieni

Le tradizioni sono quelle che vengono ribadite ad ogni occasione. Perché la guerra di Erdogan contro le donne è cominciata ben prima di quest’ultima sciagurata decisione. Dal suo governo è stato un continuo stillicidio. Ministri che hanno affermato che la disoccupazione è colpa delle donne che pretendono di lavorare (l’occupazione femminile è appena al 34% e, inutile dirlo, in ambiti informali o comunque sottopagati) o che le donne non dovrebbero ridere troppo forte quando sono in pubblico. Occhi bassi e ventri pieni. Erdogan ha paragonato la contraccezione al tradimento, ha affermato che ogni donna turca dovrebbe mettere al mondo almeno tre figli, ha fatto di tutto per rendere l’aborto un diritto solo sulla carta. “Una donna non può essere trattata come un uomo”, sono sue parole. In un G20 del 2019 ha detto che avrebbe promosso università solo per donne, perché si concentrino meglio sugli studi, quando in Turchia come altrove nel mondo il successo scolastico vede una netta supremazia femminile: per le associazioni femministe il rischio della segregazione culturale è quello di un’ulteriore marginalizzazione delle donne.

Segnali che nella società turca sono risuonati come tanti via libera a violenze e discriminazioni. Nei primi 65 giorni del 2021, complice anche la pandemia e i lockdown, ci sono state 65 vittime, una al giorno.

Ma autoritarismo e guerra alle donne non sono prerogativa solo di Erdogan. Nell’Unione Europea, per l’ingresso nella quale la Turchia resta ancora candidata, Polonia e Ungheria hanno fatto del loro meglio per distinguersi in questa attitudine. La prima ha minacciato di uscire dalla Convenzione di Istanbul, la seconda non l’ha ratificata. Sarà il caso che da qualche parte qualcuno si ricordi che i diritti delle donne sono diritti umani, inderogabili.

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martedì 8 dicembre 2020

Conoscenza e riconciliazione - Ascanio Celestini

 

Tre dollari per una bomba a mano sono troppi in un paese povero e i kalashnikov a buon mercato sono pochi per le operazioni di sterminio che si stanno preparando in Rwanda. Già nel marzo del 1992 il governo firma un accordo con l’Egitto per sei milioni di dollari e un altro uguale con il Sudafrica. “Ad anticipare i soldi per il Rwanda è una banca francese” ricorda Daniele Scaglione (Istruzioni per un genocidio EGA). Ma l’arma che diverrà il simbolo di questa eliminazione fisica porta-a-porta è il machete. Arrivano più di mezzo milione di pezzi, maggiormente comprati in Cina, come tutti i prodotti a buon mercato che acquistiamo sulle bancarelle quando non abbiamo il denaro da spendere nei negozi buoni.

L’Onu lascia soli i rwandesi. Soli o male accompagnati dalle nazioni che hanno interessi in quella regione del mondo. Quando il Fronte Patriottico di Paul Kagame dichiara la fine della guerra, a metà luglio, delle 300mila persone che abitavano la capitale Kigali ne restano 50mila. 2 milioni di hutu stanno scappando all’estero.

Nel gennaio del 2001 sono circa 100mila i processi da celebrare in Rwanda. Un milione di morti in tre mesi dall’aprile del 1994 per un genocidio che l’occidente riuscì a non vedere, ma che aveva antropologicamente costruito in cent’anni di scuola di razzismo. Che aveva alimentato con interessi coloniali100mila processi sono troppi in un paese grande come la Lombardia e più o meno con lo stesso numero di abitanti. Impossibile celebrarli. Così si istituiscono i gacaca, i prati della giustizia. Tra l’inizio di febbraio e la metà di marzo del 2002 studenti di legge e magistrati (in tutto 781) agli ultimi anni di corso vengono addestrati per poter preparare i rwandesi che assumeranno il ruolo di giudice nei gacaca. Saranno oltre 200mila e la loro scuola dura sei settimane. In estate comincia il lavoro di registrazione e schedatura dati. Raccolgono i nomi delle vittime e dei sospetti carnefici, poi cominciano le assemblee pubbliche.

Non c’è una sola persona che sia stata solo sfiorata dal genocidio. Tutti sono vittime o carnefici. E chi non appartiene a queste categorie è stato direttamente di sostegno a una delle due.

“Per noi è essenziale sapere come sono morti i nostri familiari e soprattutto dove si trovano i loro corpi, dove, dove, dove…” scrivono Esther Mujawayo e Souâd Belhaddad in Il fiore di Stéphanie (Edizioni E/O). “Non si deve interrompere chi sta parlando” e “è proibito offendere, perpetrare atti di violenza, manifestare il proprio dissenso o proferire minacce”. E questo rispetto deve esserci anche se “l’individuo che hai di fronte ha fatto a pezzi i tuoi”. Devi ascoltare senza cercare i suoi occhi. Non lo devi guardare, non devi reagire impulsivamente e parlare solo dei fatti “senza aggiungere alcun commento o lasciar trapelare una qualsiasi emozione. “Hai una gran voglia di picchiarlo ma non hai neppure il diritto di colpirlo con le parole”.

E qui mi fermo. La storia del Rwanda possiamo andarcela a leggere e sarebbe una buona cosa studiarla anche a scuola. Servirebbe per comprendere che la memoria ci serve per guardarci attorno prima che alle spalle. Dunque mi fermo, interrompo il discorso sul Rwanda per chiedere una riflessione sui gacaca. Cioè un tribunale che non ha come prima finalità la condanna, ma la conoscenza e la riconciliazione. Per quest’ultima credo che la strada sia lunga. Lunghissima. Forse impossibile. Ma la prima è fondamentale. Cosa chiediamo quando partecipiamo a un processo?

Una risposta ce la fornisce Alessandra Ballerini, avvocato specializzato in diritti umani e immigrazione. Tra le persone di cui si occupa ci sono Giulio Regeni e Mario Paciolla. Sulle pagine genovesi di Repubblica scrive: “Le persone che varcano la soglia del nostro studio, sto realizzando negli ultimi giorni, chiedono da noi principalmente due cose: verità e giustizia. Non necessariamente entrambe e non per forza alternativamente, ma certamente in questo ordine” (leggi Verità).

Queste “due cose” mi ricordano un testo di Pier Paolo Pasolini, intellettuale attorno al quale rifletto sempre più spesso in questi mesi. Parlo di Passione e Ideologia (Garzanti). E mi sembra illuminante sostituirle momentaneamente con le “due cose” di Alessandra Ballerini. Prendo a prestito la nota che Pasolini stesso scrive per spiegare le motivazioni della sua pubblicazione.

«“Verità e giustizia”: questo e non vuole costituire un’endiadi (giustizia vera o verità giusta), se non come significato appena secondario. Né una concomitanza, ossia: “Verità e nel tempo stesso giustizia”. Vuol essere invece, se non proprio avversativo, almeno disgiuntivo: nel senso che pone una graduazione cronologica: “Prima verità e poi giustizia”, o meglio “Prima verità, ma poi giustizia”».

Passione e ideologia“: questo e non vuole costituire un’endiadi (passione ideologica o appassionata ideologia), se non come significato appena secondario. Né una concomitanza, ossia: “Passione e nel tempo stesso ideologia”. Vuol essere invece, se non proprio avversativo, almeno disgiuntivo: nel senso che pone una graduazione cronologica: “Prima passione e poi ideologia”, o meglio “Prima passione, ma poi ideologia”.


#giustiziapermariopaciolla
#veritapergiulioregeni
#FreePatrick

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venerdì 19 giugno 2020

Respirando respirando

«Non posso respirare»: in morte di George Floyd - don Andrea Bigalli
Un uomo muore e rantolando cerca di gridare i motivi per cui ciò accade. «Non posso respirare». Implora, chiama sua madre. Proiettandosi nella difficile immagine della nostra morte personale possiamo immaginare che potrebbe essere quanto noi stessi ci troveremo a dire o urlare.
Nella fattispecie l’uomo che muore è a terra e ha il ginocchio di un altro uomo che gli schiaccia la gola. Quest’ultimo ha l’uniforme da poliziotto. Dovrebbe custodire e proteggere. L’uomo a terra è innocente, non ha fatto niente di male: è nero, il poliziotto è bianco.
La memoria collettiva è sempre più tessuta di immagini, con le conseguenze del caso: restano in testa forse non quanto occorrerebbe per una sensibilità storica determinante. Ce lo chiediamo in molti, spesso: riusciremo a fare degli eventi che si succedono uno dietro gli altri una tessitura di significato? La foto di George Floyd che sta morendo sull’asfalto di una strada di Minneapolis segna un passaggio: sappiamo bene che raffigura un sopruso più volte ripetuto, denunciato senza che questo abbia mai del tutto cambiato le cose. Ma questa volta l’immagine ha colpito l’immaginario collettivo. Non sappiamo se farà storia, ma ha mosso indignazione, da qui si muove un ulteriore che non conosciamo.
«Non posso respirare». Un testo fondamentale del cristianesimo si può capire meglio proprio a partire da questo lamento. Nel vangelo di Matteo Gesù pronuncia un lungo discorso che inizia con un versetto famoso: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli». La beatitudine non indica una condizione di privilegio, una felicità esclusiva. Le condizioni delle beatitudini non lo fanno certo pensare. Siamo di fronte a un’armonia che sembra impossibile, ma è quella dell’essere amati, la coscienza del diritto che si afferma nonostante tutto. Un diritto che è quello fondamentale ad essere amati. Se nessun altro lo fa, Dio si. Una beatitudine che richiama alla fede: chi non ce l’ha, sa bene però che ciò è radicalmente vero. Infatti in verità non è questione di fede o no: è questione di coscienza. Per molti secoli si è chiosato su quel «in spirito»: si può essere poveri, in sintonia con Dio, anche se il portafoglio è gonfio, perché lo spirito colloca su di un piano diverso da quello della realtà, aliena dal mondo di tutti. La spiritualizzazione dei testi della Bibbia ha sottratto molto alla comprensione di un testo fortemente radicato nella concretezza, in un contesto estraneo alla metafisica.
Il Cristo si riferisce alla privazione dello spirito/respiro: il soffio di vita che prorompe dai polmoni è il segno dell’esistere e questo dimostra la presenza di Dio. Dove è presente il Vivente la vita è garantita. Il povero di fiato, incurvato dal peso del dolore secondo l’immagine anticotestamentaria, è schiacciato a terra, qualcuno gli spinge la faccia contro il suolo impedendogli di respirare. A chi è in questa condizione di annientamento è dichiarato il possesso del «Regno dei cieli»: questa espressione indica il governo che Dio vuol imprimere all’esistente, riconducendolo a quella tenerezza con cui Egli stesso l’ha creato. L’autorità della compassione contro il potere della forza. Al di fuori di una Parola incarnata nella povertà, Ella stessa fatta oggetto di ingiustizia e destinata a una morte che toglie il fiato come quella in croce, questo passaggio dell’autorità sul mondo ai poveri è incomprensibile. Quel che non si capisce secondo le logiche del mondo diviene credibile secondo l’intelligenza che ti consegna l’amore.
L’immagine del vangelo di Matteo è drammaticamente attualizzata dalle immagini di George Floyd, a cui spegne il motore del vivere un uomo che asseconda da servo le dinamiche peggiori del potere suprematista. Floyd appartiene a una popolazione impoverita, economicamente e nel diritto, nonostante sia parte della nazione più potente del mondo. Incarna il destino di chi è stato reso povero nella dignità per una catena storica di pregiudizio e di segregazione, le cui motivazioni, uscite dal novero delle leggi, vi rientrano dalla fogna di quella parte del sentire popolare che ha messo alla guida degli Stati Uniti un presidente esplicitamente appoggiato dal Ku Klux Klan. Genti a cui è sottratto lo strumento della cultura: che non sanno futuro, quindi.
Come rendere possibile quel legittimo governo della storia che spetterebbe a coloro che ne hanno il diritto? Qualcuno questo diritto lo fa scaturire dal Vangelo: altri dal senso della giustizia che ci fa pensare che chi è privo del potere dovrebbe esercitarlo, sperando che da questa condizione apprenda la capacità di farlo per tutti. Il come in realtà dovremmo conoscerlo, si chiama democrazia.
Le immagini, dicevamo. Nella marea di quelle che hanno seguito quella dell’assassinio di Floyd ne identifico una: il vescovo Mark Seitz, della diocesi di El Paso in Texas, che con i suoi preti si inginocchia nella posa di protesta degli afroamericani durante l’esecuzione dell’inno nazionale americano, gesto che sta assumendo una virtualità globale. Lo hanno fatto per nove minuti, tanto quanto è durata l’agonia di George. Molti pensano che troppi tra noi preti si inginocchiano di fronte ai poteri di questo mondo. I miei confratelli di El Paso sono tutti abituati a inginocchiarsi come me davanti ai segni della presenza del divino, presumo. Questa volta ciò coincide con la protesta per chi muore ingiustamente. Un gesto per noi usuale si riveste di una sacralità indiscutibile, e luminosa.
Possiamo essere tutti seme di qualcosa di nuovo, di qualcosa di diverso. Basta saper decidere se accanto a una persona che muore si sta in ginocchio in soggezione a chi lo sta uccidendo e alla sua forza o inginocchiati con pena e compassione, solidali.
In una citazione celeberrima dal suo Servabo, Luigi Pintor ci spiega bene in quale atteggiamento: «Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi».
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Il diritto di respirare - Alessandra Ballerini
“Se pretendi che finiscano i disordini ma non credi che l’assistenza sanitaria sia un diritto umano, se hai paura di dire che le vite dei neri contano e hai paura di denunciare la brutalità della polizia, allora non stai davvero chiedendo che cessino i disordini: stai chiedendo che l’ingiustizia continui. L’unico modo per risolvere questa situazione e uscirne definitivamente è garantendo giustizia… Se volete che finiscano i disordini, chiedete che le cose cambino“: questo l’accorato e puntuale invito della parlamentare statunitense Ocasio-Cortez in occasione delle manifestazioni per l’uccisione di George Floyd.
Ghandi direbbe: “Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo”.
Ma prima bisognerebbe chiarirsi cosa si vuole. Certamente le decine di migliaia di persone che manifestano in ogni forma, non solo scendendo in piazza, la propria indignata protesta per l‘agonia di un nero inerme soffocato da un poliziotto bianco immobile e sordo alla legge e alle suppliche, vorrebbero che a nessuno essere umano fosse negato il diritto di respirare. E questo ideale minimo di giustizia dovrebbe valere anche nei confronti di chi rischia continuamente di annegare in mare tentando di raggiungere la fortezza Europa.
Un amico con il quale siamo soliti fare scambi di letture mi ha regalato un libro di Yucatàn Noah Harari, Sapiens, da animali a dei, e tra le pagine avvincenti e spassose di questo testo sulla storia dell’umanità viene così sintetizzata l’evoluzione e il primato dell’uomo sapiens:
“La vera differenza tra noi e gli scimpanzé è il collante dei miti, che lega insieme grandi numeri di individui, di famiglie e di gruppi. Questo collante ci ha resi padroni del creato“.
E tra i miti Irrinunciabili che tengono insieme gli esseri umani, ai primi posti c’è quello della Giustizia. Per questo si protesta per l’uccisione del signor Floyd. Per questo volontari da Lampedusa a Ventimiglia tentano tra mille ostilità di offrire accoglienza a profughi e diseredati della terra mentre avvocati e attivisti presentano esposti e denunce chiedendo, appunto Giustizia, per i morti in mare.
E per questo, come dice la parlamentare statunitense, pretendiamo che le cose cambino. Di più, come ci ha insegnato Gandhi, dovremmo essere noi quel cambiamento.
Abbiamo avuto molte settimane per riflettere, gestire paure, coltivare ideali. Abbiamo visto intuito i danni delle cattive politiche sociali e ambientali, abbiamo capito quanto male fanno la corruzione, l’evasione fiscale, l’incompetenza, l’inquinamento, la discriminazione. Abbiamo compreso sulla nostra pelle che diritti e libertà possono essere individuali solo se rispettosamente condivisi e tutelati.
Ora abbiamo compreso cosa vuol dire essere impotenti, vulnerabili, soli. E quanto siano preziose e affatto scontate le nostre libertà e indivisibli i nostri diritti.
Ora non abbiamo davvero più scuse per non pretendere o meglio essere quella Giustizia alla quale dovremmo naturalmente tendere se l’evoluzione della specie è servita a qualcosa.
E proprio in questi giorni, finalmente, il Consiglio della Regione Liguria ha approvato la proposta (di legge dei consiglieri Gianni Pastorino e Francesco Battistini per l’istituzione) del garante delle persone private delle libertà anche in Liguria che era l’unica di Italia ancora rimasta priva di questa fondamentale figura di garanzia. La notizia che il tutto il Consiglio (tranne la Lega che si è astenuta) ha votato a favore, evidentemente consapevole che della necessità di vigilare affinché nessuno, neppure il peggiore degli assassini, nelle mani dello Stato e delle sue divise, subisca le violazioni di quei diritti inviolabili che lo Stato dovrebbe tutelare, lascia sperare che un primo timido ma fondamentale passo verso il cambiamento si stia compiendo. Una boccata di aria buona, anche con la mascherina.
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La catastrofe del respiro - Donatella Di Cesare
Forse ne verremo fuori con una patente di immunità che attesti i nostri anticorpi. Passeremo, quasi per abitudine, fra sofisticati termoscanner e fitti circuiti di videosorveglianza, in luoghi e non-luoghi sanificati, mantenendo la distanza di sicurezza, guardandoci intorno cauti e diffidenti. Le mascherine non ci aiuteranno a distinguere gli amici, e a venirne riconosciuti. A lungo continueremo a scorgere ovunque asintomatici che, ignari, annidano in sé la minaccia intangibile del contagio. Forse il virus si sarà già ritratto dall’aria, scomparso, dissolto; ma ne resterà a lungo il fantasma. E noi avremo ancora l’affanno, il fiato corto.
Potremo raccontare quell’evento epocale che abbiamo vissuto. Lo faremo da sopravvissuti – inconsapevoli, magari, dei rischi che ciò nasconde. Non solo per le insidie della rimozione; né solo per quell’impegno che la vita ha di portare con sé la vita che non c’è più, di riscattarla e indennizzarla, nel lavoro infinito del lutto. La sopravvivenza può inebriare, esaltare. Può diventare una sorta di piacere, una soddisfazione insaziabile, ed essere presa persino come un trionfo. Chi è vissuto oltre, chi è sfuggito alla sorte che si è abbattuta sugli altri, si sente privilegiato, favorito. Questa sensazione di forza, come ha osservato Canetti, prevale persino sull’afflizione. Come se si avesse dato buona prova di sé, e si fosse in un certo senso migliori. Bandito il pericolo, si avverte la prodigiosa, eccitante impressione di essere invulnerabili. Proprio questa potenza del sopravvissuto, la sua rinnovata invulnerabilità, potrebbe rivelarsi un boomerang, un danno di ritorno, spingendolo a credere di poter restare indenne anche in futuro.
Saremo dunque sopravvissuti sani e salvi, immuni e immunizzati, forse già vaccinati, sempre più protetti e assicurati, in lotta per indennizzi e indennità. Celebreremo una certa resistenza, lasciando indistinto il confine tra lotta politica e reattività immunitaria. Non potremo ritenerci reduci o scampati da un conflitto perché, anche se il gergo militare ha dominato la narrazione mediatica, sappiamo che non è stata una guerra. Immaginare così quel che è avvenuto sarebbe un errore reiterato, un ostacolo per ogni riflessione. Non è stata una guerra – nessuno ha vinto. Molti sono stati sopraffatti senza poter combattere; molti hanno perso tutto, integrità e proprietà. Proprio quelli che possedevano meno degli altri, i più indifesi, i più esposti.
Essere usciti indenni da quest’inedita e immane catastrofe del respiro non autorizza a credere di essere intatti e inaccessibili al danno. L’indennità non salva. E l’immunità, più che un successo, si capovolge nel contrario. È come quando il rimedio si rivela un veleno. Perciò fallisce il tentativo di evitare a tutti i costi il danno, di calcolare l’incalcolabile, di innalzare iperdifese. L’organismo che, nell’intento di tutelare la propria indennità, manda in giro la truppa dei suoi anticorpi per impedire l’ingresso agli antigeni stranieri, rischia di autodistruggersi. È quel che mostrano le patologie autoimmuni. Bisogna allora proteggersi dalla protezione. E dal fantasma dell’immunizzazione assoluta.
Il respiro è sempre stato il simbolo dell’esistenza, la sua metonimia, il suo sigillo. Esistere è respirare. Nulla di più naturale, nulla di più emblematico. Eppure, già a partire dal secolo scorso, il respiro è stato bersaglio sistematico. Basti pensare all’impiego sempre più esteso e sofisticato di gas e veleni: dal cloro, sul primo fronte bellico, all’acido cianidrico, nello sterminio, dalla contaminazione radioattiva alle armi chimiche. Anche in seguito sembra che la scienza delle nubi tossiche e la teoria degli spazi irrespirabili abbiano fatto progressi. Al punto che si può parlare, come ha suggerito Peter Sloterdijk, di «atmoterrorismo», dato che non si prende di mira la vittima designata, bensì l’atmosfera in cui vive. Non più colpi diretti, né responsabilità palesi. Chi muore cade sotto il proprio stesso impulso a respirare. Di chi sarà la colpa? La manipolazione dell’aria ha messo fine al privilegio ingenuo goduto dagli esseri umani prima della cesura novecentesca, quello di respirare senza preoccuparsi dell’atmosfera circostante.
Non è un caso che la letteratura abbia guardato a ciò con apprensione. È stato Hermann Broch a intuire che il respiro non sarebbe più stato naturale e a diagnosticare che, mentre l’aria avrebbe finito per diventare un campo di battaglia, la comunità umana sarebbe soffocata dai veleni impiegati contro se stessa. L’atmoterrorismo rivolto all’interno mostrava già caratteri suicidi. Nel suo saggio Il meridiano Paul Celan ha celebrato il respiro, ne ha denunciato lo sterminio, ha raccolto e articolato il rantolo delle vittime e promuovendone il riscatto nella poesia, che ha chiamato «svolta del respiro».

Nessuno avrebbe potuto immaginare questa catastrofe del respiro, provocata da un virus, che sembra però stagliarsi sullo sfondo di un’inquietante continuità. L’aria ha perso da tempo la sua innocenza. E dopo l’effetto serra l’alito dell’esistenza non è più libero, né naturale. La spaesatezza vuol dire anche questo: che l’atmosfera, pervasa da concorrenti microbici, è inabitabile e irrespirabile. S’impone tuttavia la convivenza. È in tale contesto che le nuove scienze scoprono i sistemi immunitari.
Cresce la diffidenza, aumenta il sospetto. A meno di non ricorrere a spazi sottovuoto, occorre vivere in un ambiente contaminato, infettato, avvelenato. L’integrità è un miraggio del passato. Per avere condizioni accettabili l’organismo deve votarsi a una veglia permanente, a una sorveglianza insonne. Virus e batteri sono tra noi. Questi nuovi coinquilini aggressivi invadono anche l’intimità, insidiano l’antica dimora, dove tentato di stanziarsi.
La società dell’igiene chiama a raccolta e l’immunità diventa un’ideologia. La cura ossessiva di sé e la medicalizzazione continua sono lo specchio della chiusura selettiva, del rifiuto convinto alla partecipazione, della conservazione caparbia. I sistemi immunitari sono i servizi di sicurezza specializzati nella protezione e nella difesa contro invisibili invasori, virus migranti che avanzano pretese di occupazione dello stesso spazio biologico. Il miraggio dell’immunità procede di pari passo con la globalizzazione.
Non si tratta solo di metafore allusive. L’edificazione dell’immunità – su cui ha riflettuto non per caso la filosofia più recente, a cominciare da Jacques Derrida – va ben al di là delle categorie biochimiche o mediche e mostra evidenti caratteri politici, giuridici, religiosi, psichici.
Nel globo epidemico la biopolitica, anziché perdere valore e rilevanza, si è potenziata diventando immunopolitica. La catastrofe latente, che attraversa e inquieta i decenni del nuovo secolo, non è un però un semplice rischio, che rientrerebbe nel calcolo governamentale dei rischi. Non si può minimizzarne la portata, sminuirne intensità ed estensione. La catastrofe è ingovernabile e mette allo scoperto tutti i limiti della governance neoliberale. È un’interruzione che segna il corso della storia, scalfisce l’esistenza, cambia habitat, abitudini, abitazione e coabitazione. Ha la tonalità dell’irreversibile e il timbro dell’irreparabile. Nulla sarà più come prima. Il mondo di ieri appare quello di un passato remoto, sfuggito, collassato. Nel presente, impoetico e luttuoso, il respiro è stato sconvolto.
Ma anziché indugiare in un rapporto catastrofico con la catastrofe, occorre considerare l’esigenza che la pandemia globale ha portato alla luce. Non è una lotta di confine quella che si verifica tra virus e anticorpi nell’organismo umano dove il sé e l’estraneo sono invece connessi in un gioco intricato; il sistema immunitario, che interviene con le sue volanti e le sue truppe di sicurezza, rischia di andare troppo a fondo. Nell’intento di eliminare l’altro, il sé finisce per uccidersi o esporsi a malattie autoimmuni. Il sé identitario e sovranista non se la cava bene. Anche perché presume un’integrità che non esiste: al suo interno si verificano sempre microscontri, piccole guerriglie. La cosiddetta «dose infettante» è indispensabile. Per funzionare gli anticorpi devono interpretare la parte degli estranei, senza ostentarsi come fieri autoctoni, e in quella parte – il teatro può aiutare! – riconoscersi stranieri residenti. Questa sarà la salvezza e la salute. La difesa poliziesca non giova neppure qui.
Sarà necessario convivere con questo virus e, forse, con altri. Il che significa coabitare con il resto della vita in ambienti complessi, che si sovrappongono e si incrociano, nel segno di una riscoperta covulnerabilità.
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Non posso respirare – Frei Betto

Sono state le ultime parole di George Floyd: “non posso respirare”. Neanch’io. Non posso respirare in questo Brasile gettato nell’ingovernabilità da militari che minacciano le istituzioni democratiche e esaltano il golpe del 1964, che ha instaurato 21 anni di dittatura; lodano torturatori e miliziani, praticano scambi di favori, un “ prendi là – dammi qua”, con i famigerati politici corrotti dell’ala centrista; imitano in modo ostentato i nazisti; danneggiano simboli ebraici; complottano in riunioni ministeriali per agire in contrasto con la legge; usano parolacce negli incontri ufficiali come se fossero in un covo di gente di malaffare; prendono in giro chi osserva i protocolli di prevenzione della pandemia e scendono in strada indifferenti ai 30.000 morti e alle loro famiglie come per festeggiare una così grande mortalità. “Non posso respirare” quando vedo la democrazia asfissiata; la Polizia Militare che protegge i neofascisti e attacca chi difende la democrazia; il presidente più interessato a rendere disponibili armi e munizioni più che risorse per combattere la pandemia; il Ministero dell’Educazione diretto da un semianalfabeta che minaccia di replicare “la notte dei cristalli” dei nazisti, afferma pubblicamente di odiare i popoli indigeni e propone di imprigionare i “vagabondi” del Supremo Tribunale Federale.
“Non posso respirare” nel vedere i comandanti delle Forze Armate restare in silenzio davanti a un presidente squilibrato che non nasconde di avere come priorità di governo la sicurezza propria e dei suoi figli, tutti sospettati di crimini gravi e di complicità con assassini professionisti. “Non posso respirare” davanti all’inerzia dei partiti cosiddetti progressisti, mentre la società civile si mobilita in potenti manifestazioni di indignazione e per la difesa della democrazia. “Non riesco a respirare” di fronte a questa comunità imprenditoriale che, con l’occhio ai profitti e indifferente alle vittime della pandemia, preme per l’immediata apertura dei suoi affari, mentre i letti d’ospedale sono pieni e le tombe raso terra si moltiplicano nei cimiteri come gengive sdentate di Tanatos.
“Non riesco a respirare” quando, in Brasile e negli Stati Uniti, i cittadini vengono picchiati, arrestati, torturati e assassinati per il “crimine” di essere neri e, quindi, “sospetti”. Mi manca il fiato quando vedo João Pedro, un ragazzo di 14 anni, che perde la vita in casa sua, colpito alla schiena da un fucile mentre gioca con gli amici. O i fattorini dei pacchi che vengono assassinati da agenti di polizia che ci considerano imbecilli nel provare a cercare una spiegazione per la morte di così tanti civili inermi.
“Non riesco a respirare” quando penso che il crimine barbaro commesso contro George Floyd si ripete ogni giorno e rimane impunito per non avere una macchina fotografica in grado di cogliere in flagrante simili omicidi. O nel vedere Trump, dall’alto della sua arroganza, reagire alle proteste anti-razziste minacciando di ridurre al silenzio i manifestanti con l’accusa di terrorismo e con l’intervento dell’esercito. Come posso dare ossigeno alla mia cittadinanza, al mio spirito democratico, alla mia tolleranza, nel vedermi circondato da imitatori del Ku Klux Klan; generali che si improvvisano ministri della salute nel pieno di una tragedia sanitaria; manifestanti che infrangono, impuniti, la legge sulla sicurezza nazionale; e la Borsa che sale, mentre migliaia di bare scendono nelle tombe che accolgono le vittime della pandemia? Ho bisogno di respirare! Non lasciare che soffochino la società civile, i media, la libertà di espressione, l’arte, i diritti civili, il futuro di questa generazione condannata a vivere in questo presente nefasto.
Respiro però quando leggo quello che lo stilista Marc Jacobs ha postato su Instagram dopo che uno dei suoi negozi è stato distrutto dalle proteste a Los Angeles: “Non lasciate mai che vi convincano che i vetri rotti o i saccheggi sono violenza. La fame è violenza. Vivere per strada è violenza. La guerra è violenza. Bombardare la gente è violenza. Il razzismo è violenza. La supremazia bianca è violenza. L’assenza di assistenza sanitaria è violenza. La povertà è violenza. Contaminare le fonti d’acqua per il profitto è violenza. Una proprietà può essere recuperata, le vite no”.
Faccio miei i versi di Cora Coralina: voglio “più speranza nei miei passi che tristezza nelle spalle”.
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Io che posso respirare - Alessandro Ghebreigziabiher
I can’t breatheio non posso respirare. Perché non ci riesco e perché qualcuno ha deciso, giudicato e sentenziato che la mia vita è giunta al termine.
Può accadere così, ora, ma non da un momento all’altro, poiché non v’è alcunché di estemporaneo e singolare, in tale misfatto legalizzato e generalmente tollerato.
I cannot breatheio non posso respirare, sono


state le ultime parole su questa terra di George Floyd.
Ma - ahi loro, tutti, nessuno escluso – non è stato il primo e non sarà di certo l’ultimo a venire ammazzato impunemente, in barba a ogni decenza umana, ancor prima che fondamento giuridico.
I can’t breatheio non posso respirare, è altresì un virale quanto appassionato hashtag del giorno dopo, #icantbreathe, con cui sfogare sdegno e reclamar giustizia sulla digitale lavagna collettiva.
I can’t breatheio non posso respirare - che diventa noi non possiamo subire ancora senza


reagire - è anche l’urlo rabbioso di una porzione di umanità dalla melanina sbagliata solo nel pallido occhio di chi guarda; cittadini come gli altri sulla carta bollata, i quali rovesciano il proprio rancore sullo Stato a cui appartengono, ma che insiste a violentarli istituzionalmente; cosa che peraltro fa ogni santo giorno da quando ne rapì gli antenati oltre oceano.
Tuttavia, I can’t breatheio non posso respirare, è anche l’inascoltato e straziante ultimo appello di un numero orrendamente enorme di nostri simili,


i quali vengono altrettanto assassinati sotto i nostri occhi, in tutti i disumani modi che una perversa immaginazione sia in grado di concepire.
Poiché pure nelle carceri a cielo aperto o posticcio che chiamiamo asetticamente centri campisommersi dai flutti o riversi su ammassi di legno marcio e illuse speranze, al riparo di rifugi che

non riparano affatto e rifugiati tra le grinfie di coloro che promettono riparo - e invece propinano il contrario - vi sono creature innocenti a cui viene tolto l’ultimo respiro; il più delle volte la sola naturale ricchezza sopravvissuta nel corpo.
Per queste e altri miliardi di ragioni, tante quante le vittime programmate che pure in questo momento si vanno ad aggiungere al triste elenco, mi sento in dovere di ricordare che io posso respirare.
can breathe, ovvero io posso respirare, e per questo motivo avverto l’urgenza di non sprecar fiato e al contrario far sentire la mia voce in ogni istante divento testimone, diretto o indiretto, di anche solo una delle sopra citate uccisioni.
A dirla tutta, io che posso respirare ho la possibilità e l’occasione di fare qualcosa ben prima che l’aria innocente venga sottratta dai prepotenti di questo mondo, assassini riconosciuti o camuffati sotto qualsivoglia uniforme.
Io che posso respirare potrei anche rammentarmi di restare in silenzio, talvolta, quando ogni parola è di troppo, e sarebbe già qualcosa.
Perché io che posso respirare ancora, e magari so per certo che domani e anche il dì seguente sarà lo stesso, potrei sfruttare questo tempo per riflettere e studiare una strategia a lungo termine che favorisca sul serio il cambiamento per chi paghi sulla sua pelle la violenza razzista in ogni singolo istante della propria vita; sia che termini bruscamente per l’abuso di un agente come per l’indifferenza di interi continenti.
Le conseguenze di tale improvvisa consapevolezza sarebbero incredibilmente virtuose. Per esempio, io che posso respirare potrei accorgermi finalmente di coloro i quali sono costretti vita natural durante a trattenerlo o anche solo a modularlo con estrema cautela, il respiro, per paura di venire travolti dalla furia del primo passante a portata d’odio.
Coraggio, quindi. Oggi arrestiamo pure i polmoni per unirci alla protesta, ma non dimentichiamo di dare un senso al privilegio della scelta quando il clamore si sarà placato e tutto tornerà sbagliato come prima…

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Immagini, commenti e lezioni dal movimento USA contro razzismo di sistema e violenza della polizia

 

Non chiamiamola “protesta”. Perché quando la protesta di massa si dà parole d’ordine e rivendicazioni comuni, e persegue i suoi obiettivi con pratiche altrettanto di massa, non e’ più una protesta senza “idee”. E’ un movimento che si organizza per realizzare delle rivendicazioni e che comincia a mettere a nudo cosa c’è sotto la punta dell’iceberg del razzismo della polizia, fino a esprimere momenti di lotta radicale contro quel lascito colonialista che è indissolubilmente legato alle origini e allo sviluppo del capitalismo e dello sfruttamento di classe.
La principale rivendicazione del movimento è, ora, “DEFUND THE POLICE” (togliere fondi alla polizia), condivisa dalla gioventù proletaria afroamericana, bianca e ispanica, che a dispetto della pandemia sta sfidando lo Stato americano.
Prima ancora che si chiarisca nei dibattiti pubblici chi sono, per il movimento, gli amici veri amici e quelli  finti (quelli del campo del partito democratico che vorrebbero ridurre il razzismo sistemico ad un problema di “mele marce” nella polizia, e ricondurre il movimento nell’alveo del processo democratico-elettorale), certi chiarimenti fondamentali stanno avvenendo nel vivo della lotta.
Sarebbe complicato ricondurre la richiesta di DEFUND THE POLICE ad una neo-obamiana riforma della polizia. Questa nuova rivendicazione, che nasce proprio dalla delusione per le ‘riforme’ della polizia, è un attacco ad una istituzione chiave dello stato capitalistico statunitense. Un attacco radicale, tant’è che si chiede alla AFL-CIO e agli altri organismi sindacali di espellere i sindacati di polizia dalla “casa comune” dei lavoratori americani.
New York zona di guerra
Ne sono consapevoli i sindacati di polizia, che il 10 giugno, attraverso Ed Mullins, leader di una delle principali organizzazioni del sindacato di polizia, dichiarano alla stampa e a Fox News che la città di New York è zona di guerra, ed invocano un immediato intervento delle istituzioni federali.
La stampa “liberal” e democratica critica questa richiesta sostenendo che la rappresentazione data dai sindacati di polizia su quanto accade a New York non corrisponde alla realtà – le proteste sono pacifiche. Ma la polizia, per mezzo dei suoi sindacati, avverte chiaramente di essere sotto attacco da parte del movimento di massa che richiede il suo smantellamento (sia pure progressivo) in quanto istituzione coercitiva e repressiva dello Stato di classe.
DEFUND THE POLICE non si attarda dietro le illusioni di un nuovo New Deal democratico e riformatore, marcia attraverso il CHAZ
Sebbene nel movimento di massa viva la speranza, e l’illusione, di poter raggiungere i propri obiettivi condizionando con la lotta la contesa elettorale di autunno, esso non sembra paralizzato da questa speranza. E sta cominciando a mettere in atto, attraverso azioni concrete e di massa, la cacciata della polizia dalle città – obiettivo che il movimento si prefigge attraverso la rivendicazione DEFUND THE POLICE. Cancellare i finanziamenti ai dipartimenti di polizia non è semplicemente richiedere una diversa destinazione dei soldi “pubblici”, toglierli alla polizia per destinarli ai “servizi sociali”. Significa immaginare una società dove la polizia sia estromessa dai quartieri proletari e dalle scuole perché la sua unica funzione è quella della repressione. Il messaggio è: le comunità degli sfruttati debbono e possono salvaguardarsi da sé.
A Seattle da alcuni giorni il movimento ha circondato il Dipartimento dipPolizia del distretto orientale. Ha chiuso l’edificio con barricate e ha costretto il corpo di polizia ad evacuare lo stabile. Ha occupato tutta l’area Est intorno, e l’ha dichiarata Capitol Hill Autonomous Zone (CHAZ), “zona libera”, libera dalla polizia.
Decisamente qualcosa di più della riedizione dell’assedio dei no global americani al WTO del 1999 o degli “Occupy Wall Street” del 2011,
Non è solo una azione simbolica; è la messa sotto scacco di un’istituzione chiave dello Stato (non certo solo negli States, ma lì in modo tutto speciale) da parte di un movimento che avverte il bisogno di sfrattarla dalla vita sociale.
L’intero distretto orientale di Seattle è stato dichiarato off limits alle forze di polizia, mettendo in pratica una auto-organizzazione della “società” che dichiara di non aver bisogno delle forze armate dello Stato per tutelarsi. Anzi, sostiene che la vita in sicurezza delle proprie comunità necessità proprio della messa al bando delle forze di polizia.
Si discute su come la società possa organizzare da sé per la “sicurezza” di tutti e di ciascuno. La difesa degli sfruttati afroamericani, bianchi e di ogni colore viene presa in mano da loro stessi, contro chi opera la “sicurezza” (dell’ordine del capitale) contro di loro.
Quindi non è la messa in scacco simbolica (comunque significativa, sia chiaro) delle istituzioni sovranazionali del capitalismo (WTO, G8, banche e borse), è la diretta presa di possesso di una parte di territorio metropolitano che, al di là di quello che pensano i giovani di tutti i colori che animano l’iniziativa, rappresenta una sfida al potere dello Stato. Non una zona autorganizzata nelle periferie desolate, ma una zona auto-organizzata nel cuore della città, costringendo all’inazione uno degli organi di repressione dello Stato del capitale.
La stampa democratica e liberal critica la presa di posizione dei sindacati di polizia che dipingono queste azioni come la creazione di “zone di guerra”, convinti di poter disinnescare dall’interno la “protesta”. In realtà i sindacati della polizia hanno colto la carica di esplosiva pericolosità sociale che questo movimento sta incubando.
E lo Stato di classe, lo stato del capitale?
In che cosa potrà tradursi questo ulteriore passo in avanti del movimento nato dall’assassioni di George Floyd non è facile da prevedere. Ma una cosa è certa: oltre la polizia – attraverso le dichiarazioni dei suoi sindacati – sono lo Stato federale, la Casa Bianca a lanciare l’allarme e dichiarare che questo esperimento va estirpato orasubito. Si tratta di terrorismo all’interno del paese, che richiede azioni militari immediate di risposta.
Trump, infatti, continua ad invocare il dispiegamento dell’esercito per riportare la legge e l’ordine, riprendere possesso delle 6 “zone liberate”  e, con esse, il pieno controllo della città.
Gli Stati Uniti d’America, leader del capitalismo e dello sfruttamento mondiale, per la prima volta nella loro storia, si confrontano con un movimento di massa, di fatto radicale, che pone, inconsapevolmente si dirà (e ci può stare), le premesse per una più generale battaglia, a venire, sulla questione del potere (Nel febbraio e nel novembre 1919 sempre la città di Seattle fu il teatro di potenti scioperi e manifestazioni di solidarietà con la rivoluzione russa; allora, però, la locomotiva era altrove, oggi è qui).
Ci saremmo aspettati che gli apparati statali statunitensi, con il proprio esercito, polizia e corpi di intelligence facessero piazza pulita in un battibaleno. E invece questi stessi apparati sono scossi da acute contraddizioni, e varie istituzioni sfuggono alle direttive del comandante in capo.
Il fatto più clamoroso è la polemica tra la Casa Bianca e i capi del Pentagono sull’impiego dell’esercito per sedare le rivolte. Una polemica che ha prodotto una (parziale) impasse dello Stato ad esercitare la repressione. Sappiamo bene che questo non fermerà la controffensiva del capitale, che potrà essere “legale” e democratica, o anche “illegale”, con le squadracce bianche che abbiamo visto agire nelle città americane durante le prime settimane della pandemia.
Questi scricchiolii cominciano a farsi sentire oltre oceano, e speriamo anche tra le sterminate masse sfruttate dall’imperialismo, in Africa e in Medio Oriente. E la cosa sta complicando maledettamente tutti i piani di azione e di ordine che il capitale USA stava prospettando per uscire dalla crisi: compattare un ampio fronte sociale nazional-popolare contro la Cina e gli “alleati” europei filo-cinesi. Questo movimento si erge anche come un ostacolo insormontabile contro i tentativi della destra trumpista di accorpare i proletari bianchi in un nuovo slancio nazionalista e popolare.
La crisi innescata dal nuovo coronavirus ha accelerato le dinamiche di polarizzazione sociale negli USA. La crisi  economica è precipitata disastrosamente, evidenziando l’oppressione di classe che il trumpismo e l’obamismo avevano tentato di nascondere sotto il tappeto. I giovani bianchi senza riserve e/o certezze hanno deciso di rompere il lock down a dispetto della pandemia. E non perché abbiano raccolto l’invito di Trump a difendere la propria “libertà individuale” sottomettendosi all’imperativo della produzione: il profitto. Tutto al contrario: hanno raccolto l’invito ad unirsi con gli afroamericani nella lotta contro un regime oppressivo e razzista, che colpisce doppiamente gli afroamericani, ma non offre alcuna salvezza nemmeno ai proletari bianchi. Un regime che di fatto è neo-colonialista anche al suo interno, perche’ le genti di colore e le nuove generazioni di latino americani immigrate negli USA subiscono tutti i giorni i meccanismi di un razzismo sistemico e di classe che ne fa carne da macello per i profitti del capitale. Una lezione che gli operai dell’agro-industria e della lavorazione delle carni, prevalentemente latino-americani, stanno imparando attraverso 20 giorni di scioperi e battaglie per la difesa della salute loro e delle famiglie, contro un sistema di produzione che non può essere fermato, costi quel che costi.
Il movimento di lotta contro il razzismo della polizia torna alle origini del razzismo, e rimette in discussione la storia e i suoi segni
Durante queste ultime giornate di lotta abbiamo assistito all’abbattimento delle statue dei mercanti di schiavi e dei generali confederali in tante città degli Stati Uniti. Con una partecipazione, questa volta, davvero di massa (non come il teatrino inscenato a suo tempo con l’abbattimento della statua di Saddam, dai commedianti del Pentagono e della CIA).
Questa azione è stata emulata in tante piazze della Gran Bretagna. Ed è tutt’altro che meramente simbolica. Esprime la convinzione che sotto la punta dell’iceberg della violenza razzista della polizia, c’è un’intera impalcatura politica, sociale ed economica che la riproduce di continuo. E viene da lontano: dal colonialismo storico, appunto. Non basta dunque fare piazza pulita ai vertici della polizia; è necessario riprendere le fila di una lotta radicale contro la società di classe e razzista, che ha prodotto e produce colonialismo e razzismo – schiavitù con catene metalliche e moderna schiavitù salariata -, e continua ad onorare i propri progenitori razzisti.
Viene ridiscussa e rivista la storia con gli occhi degli sfruttati, che si rifiutano di onorare i simboli dello schiavismo e del colonialismo.
Anche Cristoforo Colombo, il mercante di schiavi genovese che Leone XIII voleva beatificare e il cardinale Bagnasco addirittura, se possibile, santificare, il celebre “scopritore” del nuovo mondo, viene preso a bersaglio dalla molto razionale collera del movimento anti-razzista, come espressione di un sistema sociale che, sin dalle sue origini, ha fatto progressi  sulla rapina, sulla violenza, sull’oppressione e sulla più bestiale schiavitù delle popolazioni native e nere da parte di una minoranza di avidi colonizzatori bianchi (non singoli uomini “avventurosi”, ma pedine di ben identificabili stati e centri di interessi bancari e commerciali).
La critica di massa non risparmia nessuno, nemmeno gli “eroici” condottieri delle nazioni democratiche durante il macello del secondo conflitto mondiale imperialista: tutti strumenti di un comune sistema di classe e razzista.
In pochi giorni, questo movimento sta mettendo all’indice l’infame storia scritta dall’ideologia dominante. Churchill non è più “l’eroe” che “ha difeso il mondo libero” (come la propaganda borghese ufficiale pretende farci credere), ma un razzista a capo di uno dei più brutali Stati colonialisti della storia.
I simulacri dell’ideologia capitalista vengono giustamente profanati. Questa iconoclastia del movimento è già ora un’espressione radicale di opposizione al capitalismo mondiale, che le lotte negli USA stanno diffondendo al resto del mondo.
Potranno queste prime espressioni di radicale denuncia del colonialismo, come causa prima del razzismo sistemico che domina nelle cittadelle occidentali dell’imperialismo, rappresentare anche un primo passaggio verso il sostegno delle lotte nei pasi da esso dominati, dall’Africa al Medio Oriente all’estremo Oriente?
Certo governi borghesi e servi del capitale non dormono sonni tranquilli. E non gli sarà facile continuare le manovre di manomissione che Washington, Londra, Parigi, Roma, Berlino e Tokyo hanno potuto condurre “indisturbati” negli ultimi anni, ai danni di tutti gli sfruttati dall’imperialismo.
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