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domenica 7 luglio 2024

Le basi istituzionali di un panico morale - Donatella Della Porta

 

Note sulla repressione della solidarietà con la Palestina in Germania: come si costruisce il folk devil

Nell’aprile del 2024, la filosofa Nancy Fraser, lei stessa ebrea, ha visto il suo contratto per la cattedra Albertus Magnus rescisso unilateralmente dall’università di Colonia. Nella dichiarazione firmata dal rettore dell’università si legge che: «è con grande rammarico che la cattedra Albertus Magnus 2024 non sarà assegnata. Il motivo è la lettera pubblica ‘Filosofia per la Palestina’ del novembre 2023, firmata dalla professoressa di filosofia Nancy Fraser, invitata alla cattedra Albertus Magnus. In questa lettera si mette in discussione il diritto di Israele di esistere come ‘Stato etno-suprematista’ dalla sua fondazione nel 1948. Gli attacchi terroristici di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 vengono elevati ad atto di resistenza legittima. I firmatari chiedono il boicottaggio accademico e culturale delle istituzioni israeliane». Dopo una serie di proteste da parte di professori e istituzioni accademiche, che tra l’altro hanno contestato l’interpretazione del contenuto della lettera pubblica come tendenziosa, l’università ha pubblicato un’appendice in cui si poneva l’accento sull’appello al boicottaggio, citando i numerosi legami con le istituzioni accademiche israeliane come componente centrale delle attività dell’università: «Quando si considera la questione, non si tratta di decidere se alla signora Fraser viene data o meno una piattaforma all’Università di Colonia. Si tratta piuttosto del fatto che la cattedra Albertus Magnus è un onore speciale conferito dall’intera università. Naturalmente è difficile conciliare questo con l’invito a boicottare le istituzioni partner israeliane contenuto nella dichiarazione “Filosofia per la Palestina”, quando noi dell’Università di Colonia abbiamo così tanti legami con istituzioni partner in Israele». Mentre la decisione di offrire la cattedra era stata presa nel 2022 e la lettera aperta era datata novembre 2023, la cancellazione è avvenuta poche settimane prima che la professoressa tenesse la sua lezione, quando il rettore era in visita in Israele.

Come ha controbattuto Nancy Fraser, nella sua intervista alla Frankfurter Rundschau, ricordando anche lo «scolasticidio» di Gaza con la distruzione della maggior parte degli edifici universitari e l’uccisione di un centinaio di professori universitari e di 9 rettori di università, «la gente in Germania si è abituata a una visione molto ristretta di cosa significhi la libertà di parola e in cosa consistano le libertà democratiche e politiche», mentre la visione degli ebrei «si restringe alla politica statale del governo israeliano attualmente al potere. “Maccartismo filosemita” è una buona definizione. Un modo per mettere a tacere le persone con il pretesto di difendere gli ebrei”.

Come ha notato l’autrice, nella loro identificazione degli ebrei con Israele, le istituzioni tedesche discriminano e addirittura prendono di mira gli ebrei che non si riconoscono in una definizione etno-nazionalistica dell’ebraismo: «è davvero importante che i tedeschi capiscano qualcosa della complessità e dell’ampiezza dell’ebraismo, della sua storia, della sua prospettiva. Stanno sostenendo un’idea di giuramento incondizionato di fedeltà a Israele come responsabilità dei tedeschi – un sostegno incondizionato allo Stato di Israele. Considerando ciò che attualmente Israele sta facendo, questo è un tradimento di quelli che definirei gli aspetti più importanti e pesanti dell’ebraismo come storia, prospettiva e corpo di pensiero. Mi riferisco all’ebraismo di Maimonide e di [Baruch] Spinoza, di Sigmund Freud, Heinrich Heine ed Ernst Bloch».

 

La lotta all’antisemitesimo nella narrazione tedesca

Questo è solo uno dei casi più recenti di campagne aggressive da parte di media e politici, che sfociano nella repressione contro artisti e intellettuali progressisti, per lo più provenienti dal Sud globale ma anche ebrei critici, accusati di violare la narrazione tedesca su quella che è stata definita una «guerra contro l’antisemitismo». Tra il 2021 e la fine del 2023, una Ong chiamata Diaspora Alliance ha raccolto informazioni su 59 cancellazioni di dibattiti, spettacoli, mostre o contratti a partire dal 2021 sulla base dell’accusa di antisemitismo, spesso legata alla critica a Israele. L’ultimo rapporto sullo Stato dei diritti umani nel mondo di Amnesty International, relativo all’anno 2023, afferma: «Dopo il 7 ottobre, sono state imposte diverse restrizioni alla libertà di espressione, in particolare contro coloro che esprimevano solidarietà con i palestinesi». «A maggio, le autorità dell’Assemblea di Berlino hanno imposto preventivamente divieti generalizzati alle proteste in solidarietà con i diritti dei palestinesi in occasione della Giornata della memoria della Nakba, in violazione del diritto di riunione pacifica. Le motivazioni dei divieti violavano anche il diritto alla non discriminazione, in quanto si basavano su stereotipi stigmatizzanti e razzisti delle persone percepite come arabe o musulmane. Inoltre, dopo il 7 ottobre, numerose proteste in solidarietà con i palestinesi sono state preventivamente vietate. I media hanno riferito di un uso non necessario ed eccessivo della forza da parte della polizia, di centinaia di arresti e di un aumento del profiling razziale di persone percepite come arabe o musulmane nel contesto di queste proteste». Il Centro europeo di sostegno legale (Elsc ha documentato 202 casi di repressione politica tra il 7 ottobre 2023 e il 31 gennaio 2024, con 68 minacce di azioni legali, nonché 57 casi di molestie, intimidazioni o violenze contro individui o gruppi che sostengono i diritti dei palestinesi; 39 casi si riferiscono al rifiuto di accedere o utilizzare luoghi specifici, mentre in 20 casi l’interferenza fisica da parte di individui o gruppi ha interrotto eventi legati alla Palestina.

Mentre la preoccupazione per le crescenti prove di antisemitismo è stata innescata principalmente dagli attacchi dell’estrema destra, questa ondata di repressione ha preso di mira soprattutto il cosiddetto «nuovo antisemitismo», che include la critica alle politiche dello Stato di Israele. In realtà, erano già emerse controversie, anche in ambito accademico, tra i sostenitori della concettualizzazione più classica dell’antisemitismo, che si riferisce alle reazioni negative nei confronti degli ebrei e dell’ebraismo, e le nuove nozioni che includono la critica a Israele e mancano invece del legame semantico con gli ebrei e l’ebraismo. Queste trasformazioni scoraggianti sono avvenute in un contesto caratterizzato dalla mobilitazione di gruppi filo-israeliani intorno a una nuova definizione del rapporto tra Israele e gli ebrei, incorporata in recenti modifiche legislative. In particolare, i «Principi fondamentali» che fanno da cornice alla legge sullo Stato-nazione approvata dalla Knesset nel 2018, hanno definito Israele come lo Stato-nazione degli ebrei attribuendo esclusivamente al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione nello Stato. La legge infatti così recitava: «La Terra d’Israele è la patria storica del Popolo ebraico, nella quale è stato fondato lo Stato d’Israele. Lo Stato di Israele è lo Stato nazionale del Popolo ebraico, nel quale esso realizza il suo diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione. L’esercizio del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unico per il Popolo ebraico». La stessa Legge fondamentale si è occupata anche delle competenze israeliane nei confronti degli ebrei non israeliani in quanto, all’art. 6, afferma che «Lo Stato agisce all’interno della diaspora per rafforzare l’affinità tra lo Stato e i membri del popolo ebraico» e «Lo Stato agisce per preservare il patrimonio culturale, storico e religioso del popolo ebraico tra gli ebrei della diaspora». Questa attribuzione unilaterale di rappresentanza entra in evidente tensione con le posizioni di quegli ebrei della diaspora che non si riconoscono nello Stato israeliano e sono sempre più bersagliati come «traditori» o addirittura «antisemiti» dalle istituzioni israeliane.

 

La memoria trasformata in struttura di potere

In Germania, la politicizzazione del dibattito sull’uso repressivo di una definizione specifica di antisemitismo era emersa qualche anno fa, in occasione del disinvito dell’influente teorico politico camerunense Achille Mbembe (che aveva già ricevuto in Germania diversi premi come il Geschwister-Scholl-Award nel 2015 e il Gerda-Henkel-Award e l’Ernst-Bloch-Award nel 2018) ad aprire la Ruhr-Triennale nel marzo 2020. La polemica è iniziata con una lettera aperta contro Mbembe scritta dal portavoce per la politica culturale del Partito Liberale Democratico (Fdp) Lorenz Deutsch, a cui si sono immediatamente uniti il commissario per l’antisemitismo Felix Klein, il Consiglio centrale degli ebrei in Germania e un redattore capo della Faz. Il dibattito accademico innescato dal caso di Mbembe si è concentrato sull’unicità storica della Shoah come unica, sull’attenzione esclusiva nei confronti dell’antisemitismo nella memoria collettiva dei crimini nazisti e, di conseguenza, della rimozione dei crimini razzisti perpetrati dai nazisti nei confronti di altre vittime ma anche più in generale dalla Germania e dall’Europa attraverso il colonialismo e il razzismo. Mentre la costruzione della cultura della memoria dell’Olocausto negli anni Novanta e nei primi anni Duemila si basava su questo presupposto di unicità, nella nuova controversia questa stessa concezione è stata messa in discussione dall’accresciuta centralità del colonialismo, della schiavitù e del razzismo anti-nero.

Come argomenterò in seguito, quella specifica codifica della memoria collettiva del passato nazista ha certamente giocato un ruolo nel momento in cui la lotta all’antisemitismo, inizialmente promossa dalla società civile progressista, si è trasformata nella costruzione di un apparato statale e di una struttura di potere ufficiale come strumento di razzializzazione e repressione. Ciò che il dibattito intorno all’accusa di antisemitismo nei confronti di Mbembe e di razzismo nei confronti dei suoi detrattori ha lasciato da parte sono stati tuttavia i meccanismi attraverso i quali questa concezione dell’antisemitismo viene attuata attraverso la repressione dei devianti e la criminalizzazione delle opinioni dissenzienti. Per colmare questa lacuna, i recenti sviluppi degli studi sui movimenti sociali possono offrire un’utile prospettiva grazie alla loro attenzione alle dinamiche relazionali dei conflitti politici, come campo dinamico in cui diversi attori intervengono, mobilitandosi su questioni conflittuali.

Il concetto di panico morale è stato usato per riferirsi a una paura diffusa e in una certa misura esagerata che qualche individuo o forza malvagia stia attaccando la cultura o il benessere di una società.

Nel suo Folk Devils and Moral Panics, Stanley Cohen ha osservato che il panico morale si scatena quando «una condizione, un episodio, una persona o un gruppo di persone emergono per essere definiti come una minaccia ai valori e agli interessi della società». Ciò implica di solito «esagerare la gravità, l’estensione, la tipicità e/o l’inevitabilità del danno». In questo processo, i folk devils vengono stigmatizzati come devianti, considerati come estranei rispetto ai valori sociali tradizionali e costituenti una minaccia nei confronti di tali valori, essendo responsabili di quello che finisce per essere definito come un problema sociale. Gli imprenditori morali – dai giornalisti ai politici, dagli opinionisti ai legislatori – innescano e guidano il sentimento di panico, con le potenziali conseguenze di consentire nuove leggi che aumentano il controllo sulla società stessa. Tempi difficili possono essere particolarmente inclini al panico morale, che può essere usato per punire chi espone, protesta e dissente, stigmatizzandolo come un folk devil che sfida il consenso sociale e politico di base.

 

Il panico morale in Germania

La mia ricerca si basa su un’analisi empirica approfondita di casi di panico morale caratterizzati da accuse di antisemitismo contro intellettuali progressisti e antirazzisti in Germania. Al fine di individuare le dinamiche del panico morale, ho analizzato in profondità sette casi incentrati su campagne che hanno riguardato: a) le dimissioni anticipate di Peter Schaefer dalla carica di direttore della Fondazione del Juedische Historical Museum di Berlino nel giugno 2019; b) il disinvito del teorico politico camerunense Achille Mbembe dalla Ruhr-Triennale nel marzo 2020; c) le dimissioni dell’artista Ranjit Hoskote dal comitato di selezione (Findungskommission) del festival artistico Documenta nel novembre 2023: d) il ritiro della cerimonia di conferimento del premio Hannah Arendt per il pensiero politico, assegnato dalla Fondazione Heinrich Böll, affiliata ai Verdi, alla giornalista Masha Gessen nel dicembre 2023; e) il licenziamento dell’antropologo Ghassan Hage dal suo contratto di visiting scholar presso l’Istituto Max Planck per l’antropologia sociale di Halle nel febbraio 2024; f) gli attacchi al regista Basel Adra e al giornalista israeliano Yuval Abraham dopo le loro dichiarazioni alla cerimonia di premiazione del festival cinematografico della Berlinale nel febbraio 2024; g) il licenziamento della filosofa Nancy Fraser dalla cattedra Albertus Magnus dell’Università di Colonia nell’aprile 2024. Per tutti questi casi, la mia ricerca si basa sull’analisi dei materiali relativi alle pagine web delle istituzioni coinvolte e su una ricerca sui mass media in tedesco e in inglese.

La Germania è considerata un caso particolare per l’intensità e la portata della lotta all’antisemitismo, anche per quanto riguarda il «nuovo antisemitismo». Concentrarsi su questo caso offre quindi la possibilità di osservare i meccanismi coinvolti nella politica conflittuale dell’antisemitismo attraverso una sorta di lente d’ingrandimento. Saranno ovviamente necessarie ulteriori ricerche comparative per verificare l’equilibrio tra analogie e differenze in altri paesi.

La dinamica del panico morale può essere individuata in diversi casi recenti di campagne che utilizzano l’accusa di antisemitismo e che hanno come bersaglio intellettuali progressisti, spesso cittadini non tedeschi o tedeschi con background migratorio. Nei casi che ho analizzato, si tratta di promotori di spicco di visioni antirazziste, accusati all’interno della narrazione di un «nuovo antisemitismo». In tutti i casi, i tentativi di creare panico morale hanno seguito una sequenza simile a quella già abbozzata per il licenziamento della teorica politica Nancy Fraser da parte dell’Università di Colonia:

1.      Gli imprenditori del panico morale: giornalisti, politici di vari partiti, l’ente amministrativo specializzato in antisemitismo, istituzioni culturali e accademiche, gruppi di pressione come i rappresentanti ufficiali della comunità ebraica e rappresentanti israeliani.

2.      folk devil: intellettuali progressisti stranieri che erano stati critici nei confronti delle politiche israeliane ma anche contro il razzismo, e non avevano mai pronunciato parole di odio contro gli ebrei, in alcuni casi essendo essi stessi ebrei.

3.      Il disciplinamento: campagne di caccia alle streghe con ritiro di premi, cerimonia di conferimento, nomine e contratti.

Un elemento importante nell’uso dell’accusa di antisemitismo come strumento di repressione di studiosi e artisti progressisti è l’istituzionalizzazione di una specifica concezione di antisemitismo. Masha Gessen, nell’articolo del New Yorker che è stato stigmatizzato dagli imprenditori del panico morale (2023) così ricostruisce questo processo di burocratizzazione: «a un certo punto, lo sforzo ha cominciato a sembrare statico, messo sotto una teca, come se si trattasse di uno sforzo non solo per ricordare la storia, ma anche per assicurare che solo questa particolare storia sia ricordata e solo in questo modo». I casi di panico morale che ho analizzato sono infatti inseriti in un contesto istituzionale caratterizzato dalla burocratizzazione delle politiche contro l’antisemitismo. I passi principali che ho individuato in questo processo sono: a) l’adozione di una definizione altamente contestata di antisemitismo che include la critica a Israele; b) la definizione del boicottaggio non violento dei prodotti israeliani da parte della campagna Bds come antisemitismo; c) la creazione di un organismo burocratico dedicato alla lotta contro l’antisemitismo, separato da altri già esistenti che prendevano di mira l’antisemitismo insieme al razzismo e alla discriminazione in generale.

 

La definizione di antisemitismo comprende anche le critiche a Israele

Nei casi analizzati di panico morale, una delle principali accuse mobilitate contro gli intellettuali coinvolti è stata quella di «antisemitismo legato a Israele». Un pilastro dell’approccio tedesco alla lotta contro il cosiddetto «nuovo antisemitismo» è l’adozione della definizione proposta nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra). Legalmente non vincolante, essa afferma che «l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei. Le manifestazioni retoriche e fisiche dell’antisemitismo sono dirette verso individui ebrei o non ebrei e/o verso le loro proprietà, verso le istituzioni delle comunità ebraiche e gli edifici religiosi». In particolare, rompendo con la principale definizione accademica e legale che definiva l’antisemitismo in relazione al popolo ebraico, il documento introduceva riferimenti a Israele come: «Le manifestazioni possono includere la presa di mira dello Stato di Israele, concepito come collettività ebraica. Tuttavia, critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite». Questa definizione di base è stata accompagnata da esempi, tra cui «negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza di uno Stato di Israele è un’impresa razzista»; «paragonare la politica israeliana contemporanea a quella dei nazisti»; o «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele».

La definizione dell’Ihra è stata fin dall’inizio molto contestata nella sua forma e nel suo contenuto. La prima parte generale della definizione è stata criticata in quanto imprecisa e selettiva. Inoltre, gli esempi forniti sono stati criticati per la mancanza di chiarezza sulle condizioni in cui le critiche a Israele devono essere considerate antisemite e quando no, estendendone arbitrariamente l’uso per limitare le critiche alle politiche israeliane. Uno sviluppo correlato è stato infatti la tendenza generale a considerare antisemita non solo il negazionismo dell’Olocausto, ma anche qualsiasi paragone dei concetti legati all’Olocausto con altri casi, così come la menzione di ghetti, apartheid o genocidio in relazione alle politiche del governo israeliano.

La definizione dell’Ihra è stata adottata in Germania nella formazione scolastica e giuridica, nonché nella formazione degli agenti di polizia. Nel novembre 2019, poco dopo l’attacco alla sinagoga di Halle, la Conferenza dei rettori tedeschi ha reso la definizione di antisemitismo una linea guida vincolante per le università. Inoltre, la definizione adottata includeva la disposizione secondo cui «le manifestazioni di antisemitismo possono essere rivolte anche contro lo Stato di Israele, che viene così inteso come collettività ebraica», eliminando la clausola di limitazione che affermava che «Tuttavia, le critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite».

Contestando la definizione dell’Ihra, nel 2020 un gruppo di 220 studiosi dell’Olocausto e dell’antisemitismo ha firmato una Dichiarazione di Gerusalemme che, nel tentativo di distinguerlo dalla critica a Israele, definisce l’antisemitismo come «la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o contro le istituzioni ebraiche in quanto ebree)». Come hanno notato, «poiché la definizione dell’Ihra non è chiara in alcuni aspetti chiave ed è ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e generato controversie, indebolendo così la lotta all’antisemitismo”. Nonostante il coinvolgimento di studiosi di molte istituzioni prestigiose, la definizione di Gerusalemme non è mai stata presa in seria considerazione a livello istituzionale, mentre gruppi di pressione e politici hanno promosso la definizione di antisemitismo strategicamente legata a Israele.

 

L’istituzione del Commissario per la lotta all’antisemitismo

I casi di panico morale che ho studiato hanno visto il coinvolgimento, come imprenditori del panico morale, di specifici organismi burocratici incaricati di combattere l’antisemitismo. La definizione dell’Ihra è stata adottata in 25 Stati membri dell’Ue e negli Stati uniti, e in Germania le risorse pubbliche sono state investite specificamente nella creazione di una burocrazia dedicata alla lotta all’antisemitismo in un modo che l’ha separata dalla lotta al razzismo e alla discriminazione in generale. Nel 2018, una risoluzione del governo tedesco, sottolineando il crescente antisemitismo alimentato dagli eventi in Medio Oriente, ha chiesto la nomina di un commissario per l’antisemitismo per coordinare le attività tra i diversi ministeri nazionali e gli Stati federali. È stato anche menzionato il rafforzamento legale della capacità di espellere gli stranieri sulla base di accuse di antisemitismo. Il Parlamento federale ha poi approvato l’istituzione della carica di Commissario del Governo federale per la vita ebraica in Germania e la lotta all’antisemitismo, con sede presso il Ministero federale degli Interni e della Comunità. Al Commissario è stato assegnato il compito di «coordinare le misure pertinenti adottate da tutti i ministeri federali. Egli fungerà inoltre da referente per i gruppi e le organizzazioni ebraiche e da collegamento per le misure federali, statali e della società civile volte a combattere l’antisemitismo. Il commissario coordinerà anche una commissione permanente congiunta federale e degli Stati composta da rappresentanti degli enti responsabili e fornirà informazioni al pubblico, nonché educazione civica e culturale per aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica sulle forme attuali e passate di antisemitismo».

Dati i limiti poco chiari delle competenze di questo nuovo organismo rispetto a quelle di altri già esistenti, attivi contro il razzismo e altre forme di discriminazione, nonché della polizia e della magistratura, tale decisione ha innescato la costruzione di quella che Masha Gessen ha definito «una vasta burocrazia che comprende commissari a livello statale e locale, alcuni dei quali lavorano negli uffici delle procure o nei distretti di polizia […] Non hanno un’unica descrizione delle mansioni o un quadro giuridico per il loro lavoro, ma gran parte di esso sembra consistere nel mettere pubblicamente alla gogna coloro che considerano antisemiti, spesso per aver “de-singolarizzato l’Olocausto” o per aver criticato Israele. Quasi nessuno di questi commissari è ebreo. Anzi, la percentuale di ebrei tra i loro bersagli è certamente più alta».

La vaghezza delle competenze dei commissari, i criteri poco chiari per la loro selezione e la tendenza ad ampliare il loro raggio di azione discrezionale sono stati spesso citati in relazione ai casi di panico morale analizzati, ma anche più in generale come causa di una moltiplicazione di norme semi-legali. Per fare un esempio, dopo gli attentati di Hamas, il Commissario del Governo Federale per la Vita Ebraica in Germania e la Lotta all’Antisemitismo, ha messo in guardia da un «odio antisemita e anti-Israele» legato allo slogan «From the river to the sea, Palestine shall be free», che a suo avviso «nega il diritto di Israele a esistere». La conseguenza è stata che questo slogan «è ora legalmente vietato in Germania e soggetto a procedimento penale per “incitamento all’odio”, anche se si presume che coloro che invocano lo statuto del Likud non riceveranno un procedimento simile».

La composizione degli uffici dei vari commissari per la vita ebraica e la lotta all’antisemitismo, con scarse conoscenze effettive sull’ebraismo e sulla questione ebraica, ha aumentato l’influenza dell’ambasciata israeliana e del Consiglio centrale per gli ebrei in Germania. Come ha osservato Susan Neiman, direttrice del Centro Einstein di Potsdam e lei stessa ebrea, «nessuno dei commissari è cresciuto come ebreo, anche se uno si è convertito subito dopo la sua nomina; la maggior parte di loro ha una scarsa comprensione della complessità o della tradizione ebraica […] Per compensare la loro scarsa familiarità, i commissari si affidano a due fonti di informazione su ebrei, israeliani e palestinesi: l’ambasciata israeliana e il Consiglio centrale per gli ebrei in Germania, una delle organizzazioni ebraiche più di destra al mondo». Anche le organizzazioni finanziate dal Commissario per la Vita Ebraica e la Lotta all’Antisemitismo sono state accusate di promuovere campagne contro attivisti e gruppi che si mobilitano in solidarietà con la Palestina.

 

La (semi)criminalizzazione della campagna Bds

In molti dei casi di panico morale analizzati, l’accusa principale era legata alla firma di petizioni o altre iniziative di organizzazioni che facevano parte del movimento non violento Boycott, Disinvestment and Sanctions (Bds), che è una rete di organizzazioni diverse. Un ulteriore pilastro nell’uso di procedure non legalmente vincolanti è infatti legato a una mozione congiunta approvata dal Bundestag (il parlamento federale) che raccomandava di negare i finanziamenti statali a eventi e istituzioni collegate alla campagna Bds, definita come organizzazione antisemita.

Nella sessione del Parlamento federale, tenutasi il 17 maggio 2019, l’estrema destra Alternative fuer Deutschland (AfD) – che, come altri partiti di estrema destra, si è convertita a forti posizioni filo-israeliane – nella sua mozione, respinta, aveva affermato che il movimento Bds, «ha le sue origini nelle iniziative antisemite e antisioniste di gruppi arabi che erano già attivi molto prima della fondazione dello Stato di Israele e che erano in stretto e amichevole contatto con il governo nazionalsocialista della Germania tra il 1933 e il 1945». Seguendo presupposti simili, la mozione approvata, sostenuta da Cdu/Csu, Spd, Fdp e da ampi settori di Alleanza 90/Verdi, sosteneva che, poiché l’appello al boicottaggio «porta a marchiare i cittadini israeliani di fede ebraica nel loro complesso», era quindi da considerarsi «inaccettabile». Il comunicato stampa del Parlamento federale tedesco riportava che «Il Bundestag si oppone quindi risolutamente a qualsiasi forma di antisemitismo non appena emerga e condanna la campagna Bds e l’appello al boicottaggio. Inoltre, nessuna organizzazione che metta in discussione il diritto all’esistenza di Israele dovrebbe ricevere un sostegno finanziario. I progetti che invitano al boicottaggio o sostengono il movimento Bds non dovrebbero ricevere alcun sostegno finanziario».

Non essendo giuridicamente vincolante, la dichiarazione del Bds come antisemita non è passata al vaglio della Corte costituzionale. Mentre i tribunali amministrativi hanno spesso accolto i reclami contro il ritiro di risorse pubbliche per eventi con la partecipazione di sostenitori della campagna Bds la mozione è stata utilizzata per delegittimare e disciplinare singoli e gruppi, tra cui molti ebrei (che sono molto presenti all’interno della campagna). Infatti, l’adozione di tale dichiarazione ha penalizzato molti individui e gruppi che fanno parte di reti più ampie a cui appartengono anche la campagna Bds.

Come per la dichiarazione su Bds, la Nationale Strategie gegen Antisemitismus und fuer Juedisches Leben (Nasas), approvata dal governo tedesco nel 2022, stabilisce che «Anche l’antisemitismo deve essere ostracizzato, se si esprime in atti non punibili penalmente». Senza ulteriori specificazioni, il documento conferma che «il sostegno finanziario alle organizzazioni che mettono in discussione il diritto all’esistenza di Israele è escluso, così come il finanziamento di progetti che invitano al boicottaggio di Israele o sostengono attivamente il movimento Bds». Viene citato il concetto di wehrhafte Demokratie, ovvero una democrazia in grado di difendersi da sola: «Tutte le forme di discriminazione antisemita e la diffusione dell’odio verso gli ebrei devono essere affrontate con coerenza. Una democrazia difensiva non deve fornire mezzi o spazi per questo».

 

La retorica da scontro di civiltà

In sintesi, sia la criminalizzazione della campagna Bds che l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Ihra, così come alcune delle attività del Commissario per la Vita Ebraica in Germania e della Lotta all’Antisemitismo, fanno parte di una tendenza alla giuridificazione, come tendenza a estendere la regolamentazione legale a un numero sempre maggiore di aspetti della vita, ma anche a farlo su basi semi-legali. La mancanza di una codificazione in leggi di pratiche di dubbia costituzionalità mette a dura prova la capacità delle vittime di chiedere un risarcimento giudiziario. In realtà, essi forniscono le basi istituzionali per l’uso del panico morale come meccanismo di repressione attraverso la stigmatizzazione e il silenziamento dell’opposizione politica alla politica israeliana e, più in generale, alla diffusione di una retorica da scontro di civiltà.

Seguendo la concettualizzazione del panico morale, l’affermazione, empiricamente non supportata, di un crescente antisemitismo negli ambienti di sinistra è stata mobilitata dai mass media e dai gruppi di interesse pro-Israele e poi seguita dai politici di tutti i principali partiti (compreso quello di estrema destra). Ciò ha comportato la cancellazione delle posizioni antirazziste di individui che, oltre ad aver lavorato contro il razzismo, avevano spesso una storia familiare di vittime dell’olocausto.

L’analisi di alcuni di questi episodi permette di approfondire le basi istituzionali del panico morale. La mia ricerca sul panico morale ha individuato alcune condizioni di portata generale in una società a rischio in cui la paura e il risentimento sono diffusi dall’insicurezza. Ha anche evidenziato il loro sviluppo contingente in tempi di cambiamenti rapidi e sconvolgenti. Queste spiegazioni generali possono effettivamente aiutare a comprendere la diffusione di un panico morale che si basa su una definizione altamente contestata di antisemitismo in un momento in cui molteplici crisi (da quella sanitaria a quella economica, da quella bellica a quella climatica) interagiscono, alimentando insoddisfazione e sfiducia.

Questo articolo indica anche alcuni elementi contestuali che aiutano a spiegare il focus specifico del panico morale come mirato contro gli intellettuali antisionisti e antirazzisti che si collocano a sinistra. A tal fine, suggerisco che il concetto di panico morale debba essere collegato ad altri concetti.

Innanzitutto, gli imprenditori del panico morale operano in un contesto istituzionale che hanno contribuito a costruire. In particolare, la burocratizzazione della narrazione dell’antisemitismo in Germania si è basata sulla costruzione di un ramo specifico dell’amministrazione, dotato di risorse materiali rilevanti ma con un campo d’azione vago, che lotta per espandere il proprio potere e le proprie competenze. Man mano che la lotta contro l’antisemitismo si è separata dalla lotta contro la discriminazione e il razzismo, la sua definizione amministrativa è stata incorporata in decisioni su basi giuridicamente incerte, come l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Ihra, considerata vaga e aperta a usi discriminatori da alcuni esperti, e l’assimilazione della campagna Bds, che promuove il boicottaggio non violento delle merci israeliane, all’antisemitismo. Queste decisioni hanno aperto la strada a pratiche amministrative che convergono non solo sul divieto di simboli palestinesi, di rivendicazioni di libertà e persino di espressione di solidarietà con le vittime civili di Gaza, ma anche sul ritiro di fondi ad associazioni e individui che sono stati definiti (senza un giusto processo) come vicini alla campagna Bds o, ancora più vagamente, come odiatori di Israele. In questo modo, le libertà di parola, di espressione e di protesta sono state di fatto subordinate a un processo di etichettatura in cui comportamenti perfettamente legali sono stati stigmatizzati sulla base dell’attribuzione arbitraria di motivazioni antisemite da parte degli imprenditori del panico morale.

La selettività delle politiche contro l’anti-antisemitismo rischia in particolare di alienare due gruppi della popolazione. Da un lato, c’è il gran numero di musulmani, arabi o migranti tout court, che vengono usati come capri espiatori e razzializzati all’interno di una narrazione di scontro di civiltà. Dall’altro lato, c’è il numero crescente di ebrei che non si identificano con Israele, non appoggiano il Consiglio ebraico (che si dice rappresenti solo circa la metà degli ebrei che vivono in Germania) e sono colpiti da quelle che alcuni di loro definiscono forme istituzionali di antisemitismo. Più in generale, riduce la qualità della democrazia sia attraverso la diffusione di una regolamentazione semi-legale da parte di organismi semi-responsabili, sia attraverso la riduzione dello spazio per la libertà di espressione, comprese le libertà accademiche e artistiche.

da qui

domenica 22 settembre 2019

IL FEMMINISMO È UNO DEI FRONTI DELLA LOTTA DI CLASSE - Nancy Fraser, Rebeca Martinez


Negli ultimi anni abbiamo assistito alla crescita di un movimento femminista working class, dalle proteste globali contro la violenza domestica e le molestie sul luogo di lavoro fino agli scioperi di massa che hanno caratterizzato l’8 marzo in Spagna, Polonia e oltre. Eventi che ci parlano di un femminismo anti-sistemico, capace di andare oltre la variante liberale e individualistica promossa da gente come Hillary Clinton.
Un’espressione di questa nuova ondata è il manifesto Femminismo per il 99% (Laterza, 2019). Le autrici insistono sul fatto che il femminismo non sia un’alternativa alla lotta di classe, ma rappresenti invece un fronte decisivo nella lotta per un mondo libero dal capitalismo e da tutte le forme di oppressione.
Nancy Fraser è co-autrice del manifesto, insieme a Cinzia Arruzza e Tithi Bhattacharya. Rebeca Martínez di Vientosur ha parlato con lei del libro, della sua critica al cosiddetto «liberalismo progressista», e della sua idea di un femminismo che metta la voce delle donne working class e razzializzate al centro della scena.
Cos’è esattamente il Femminismo per il 99%, e perché scrivere oggi un manifesto del genere?
Un manifesto è uno scritto breve che si vorrebbe non accademico, ma popolare e accessibile. L’ho scritto insieme alla femminista italiana Cinzia Arruzza, che vive a New York, e a Tithi Bhattacharya, donna anglo-indiana che insegna negli Stati Uniti.
Questa è la prima volta dal ‘68 – sono stata un’attivista negli anni Sessanta e Settanta – che ho scritto un libro di vera propaganda politica. D’altra parte, sono soprattutto una professoressa di filosofia. Ma la situazione oggi è così grave, la crisi della politica così acuta, che ho sentito di dover dare un contributo concreto e provare a raggiungere un pubblico più ampio. Il manifesto prova ad articolare un nuovo percorso per il movimento femminista, che nelle ultime due decadi è stato dominato dall’ala liberal-aziendalista del femminismo, personificata negli Stati Uniti da Hillary Clinton.
Si tratta di un femminismo proprio della classe professionale-manageriale, di donne relativamente privilegiate – donne della classe media o medio alta, con un buon livello di istruzione e per lo più bianche – che stanno provando a farsi strada nel mondo degli affari, o dell’esercito, o dei media. Il loro progetto è di scalare la gerarchia aziendale, di essere trattate allo stesso modo degli uomini della loro stessa classe, con la stessa paga e lo stesso rispetto.
Non è un femminismo genuinamente egalitario – non ha molto da offrire alla vasta maggioranza delle donne che sono povere e working class, che non hanno i loro privilegi, che sono migranti, che non sono bianche, che sono trans o non cis-gender. E questo femminismo dell’1 percento o, forse, al massimo, del 10 percento, ha davvero macchiato il buon nome del femminismo. Ha associato la nostra causa all’elitismo, l’individualismo, l’aziendalismo. Ha dato una pessima reputazione al femminismo, accomunandolo al neoliberismo, alla finanziarizzazione, alla globalizzazione, alle politiche contro la working class.
Noi tre abbiamo pensato che fosse un buon momento per inserirci e provare a creare un’esposizione, breve e accessibile, di una visione e un progetto di femminismo che partano dalla situazione delle donne povere e delle lavoratrici, e si chiedano di cosa abbiamo davvero bisogno per migliorare le vite delle donne. Certamente, noi tre non siamo le uniche in questo: ci sono altre femministe di sinistra che stanno provando a sviluppare un’alternativa.
Alternativa che sta già emergendo nei grandi cortei e nelle manifestazioni per l’8 marzo [la Giornata Internazionale della Donna]: queste proteste hanno un carattere anti-sistemico, dato che mettono in discussione l’austerità e l’assalto alla produzione sociale. Un movimento che punti a soddisfare i bisogni delle donne non può essere incentrato solamente sulle questioni femminili tradizionalmente intese, come il diritto all’aborto – anche se queste questioni sono ancora molto importanti. Deve anche pensare in maniera allargata alla crisi più ampia della società e articolare politiche e programmi per tutte e tutti. È per questo che lo chiamiamo il femminismo per il 99 per cento. Non significa semplicemente il 99 per cento delle donne, ma il 99 per cento degli esseri umani sul pianeta.
Hai menzionato l’8 marzo e gli scioperi femministi che sono stati organizzati sin dal 2017 in diversi paesi, inclusa la Spagna. In realtà, anche al di là dell’8 marzo, in Spagna negli ultimi anni la maggior parte delle proteste sul lavoro sono state portate avanti dalle donne, per esempio dalle lavoratrici domestiche o dalle badanti. Stiamo forse assistendo a una nuova ondata interna al femminismo? E a quale fase del capitalismo neoliberista sta rispondendo?
Credo che sì, sia una nuova ondata, o almeno ha le potenzialità per diventarlo, se riesce a separarsi dal femminismo liberal-aziendalista. E penso che ci siano molti segnali in questa direzione.
Il neoliberismo ha ingaggiato un assalto feroce a quella che chiamiamo la sfera della riproduzione sociale, e cioè a tutte le attività e i programmi che supportano le persone e la loro riproduzione: dalla nascita e la crescita dei figli, alla cura degli anziani e al lavoro interno alle abitazioni private, fino a cose come l’educazione pubblica, l’assistenza sanitaria, i trasporti, le pensioni, il mercato immobiliare. Il neoliberismo ha spremuto profitto da tutto questo. Sostiene che le donne debbano essere impiegate a tempo pieno nella forza lavoro salariata, e che allo stesso tempo lo stato debba tagliare le spese sociali per tener fede ai programmi di austerità e finanziarizzazione.
E così assistiamo sia al ritirarsi del supporto pubblico in questi settori, sia all’insistenza sul fatto che le donne debbano mettere il loro tempo a disposizione per produrre profitto per il capitale. Questo vuol dire una crisi reale della cura e della riproduzione sociale. È questa la sfera in cui, come dici tu, avvengono gli scioperi e le controffensive più militanti.
Nella crisi degli anni Trenta, al centro della rivolta militante stava il lavoro salariale – i nascenti sindacati, le lotte per i diritti sul lavoro, e così via. Oggi la situazione è diversa, in parte a causa della deindustrializzazione e della delocalizzazione del manifatturiero nel sud del mondo. Oggi al centro sta la riproduzione sociale.
Hai citato alcuni scioperi importanti guidati dalle donne; aggiungo che negli Stati Uniti abbiamo avuto un’ondata impressionante di scioperi delle e degli insegnanti. È straordinario: le e gli insegnanti sono pagati così poco che molte e molti di loro devono fare un secondo lavoro, magari la sera da Walmart, per poter avere abbastanza da mantenersi, o da mantenere le loro famiglie. Ma le e gli insegnanti non hanno scioperato soltanto per avere paghe più alte: hanno chiesto anche più fondi per l’educazione, per rendere le scuole migliori. E così hanno avuto un supporto incredibile.
È un esempio di come la sfera della riproduzione sociale possa essere un terreno di lotta privilegiato. E so che le grandi manifestazioni dell’8 marzo e gli scioperi in Spagna sono stati anche proteste contro i tagli alla spesa sociale in tutti questi settori. Oggi le lotte sulla riproduzione sociale sono l’avanguardia della lotta di sinistra, anti-sistema e anti-capitalista, e le donne sono in prima linea. Questo fatto deve essere al centro di un nuovo modo di pensare a cosa significhi politica femminista.
Come pensi che questa lotta per la riproduzione sociale interagisca con la lotta di classe e con i movimenti antirazzisti e Lgbtq?
Prima di tutto, dobbiamo ripensare a cosa intendiamo per lotta di classe. Di nuovo: la nostra immagine della lotta di classe affonda le sue radici negli anni Trenta – operai maschi e bianchi interni a un sindacato. Secondo me le lotte per la riproduzione sociale sono esse stesse lotta di classe, perché non si può avere produzione e lavoro industriale senza qualcuno che faccia il lavoro di produrre e reintegrare i lavoratori, e badi alla generazione successiva che dovrà rimpiazzarli. La riproduzione sociale è essenziale alla produzione capitalista.
Il lavoro che produce queste persone e queste forme di socialità è lavoro tanto quanto quello che si svolge nelle fabbriche. A fare la classe non è soltanto la relazione di lavoro all’interno della fabbrica, ma anche la relazione di riproduzione sociale che produce i lavoratori. E dunque, fa tutto parte della lotta di classe.
Nel passato la nostra concezione di lotta di classe è stata fin troppo ristretta. Non penso che un femminismo per il 99 per cento sia alternativo alla lotta di classe. È un altro fronte della lotta di classe, e dunque dovrebbe allearsi ai movimenti sul lavoro più tradizionali così come alle altre lotte che citavi prima – le lotte antirazziste, la lotta per i diritti dei migranti, e la lotta per i diritti Lgbtq.
È un punto importante anche per via delle nuove divisioni di classe e razza interne alle donne. Le donne istruite, della classe medio-alta, che combattono le discriminazioni e raggiungono i livelli aziendali più alti, lavorano sessanta ore a settimana in luoghi di lavoro estremamente esigenti. E così assumono donne non bianche, spesso donne migranti, per farsi carico della quota di lavoro domestico, per il babysitteraggio o la pulizia della casa, per cucinare per i figli, badare ai genitori anziani nelle case di riposo, e così via. In questo modo le donne liberal-femministe si appoggiano al lavoro delle donne razzializzate. Quest’ultime sono vulnerabili: non hanno diritti sul lavoro, sono pagate molto poco, e sono soggette ad aggressioni e abusi.
Queste dimensioni di classe e razza interne al femminismo devono essere messe al centro della riflessione. Il femminismo per il 99 percento dev’essere un movimento antirazzista. Deve farsi carico della situazione delle donne povere, working class e razzializzate – cioè la maggioranza delle donne – e mettere al centro i loro bisogni, non le necessità di quante vogliono scalare i vertici delle aziende e rompere il tetto di cristallo.
Allo stesso modo, all’interno del movimento Lgbtq esiste un’ala liberale che è stata egemonica, e una grande massa di persone i cui bisogni e le cui necessità sono state marginalizzate. Per questo ritengo che ci sia una lotta simile interna al movimento Lgbtq sul fatto che questi temi debbano essere messi al centro. Mi piacerebbe vedere il nostro femminismo per il 99 percento parlare per le donne trans, queer e lesbiche, e mi piacerebbe vedere un movimento Lgbtq per il 99 percento, che ne sarebbe l’alleato naturale.
È chiaro che la lotta per la riproduzione sociale potrebbe costruire un fronte contro il neoliberismo e il capitalismo. Ma riguardo le relazioni patriarcali – possiamo combattere la violenza maschile nei termini della lotta sulla riproduzione? Possiamo usare questo fronte per cambiare la nostra relazione con le altre donne e, soprattutto, con gli uomini?
Fammi iniziare citando il movimento #MeToo. L’immagine pubblica di questo movimento è focalizzata su Hollywood, sulle attrici profumatamente pagate, sugli artisti, i media, e così via. Ma un’ampia maggioranza di donne molto meno privilegiate è ancora più vulnerabile alle molestie sessuali e agli abusi sui luoghi di lavoro. Sto parlando delle lavoratrici dell’agricoltura, alcune delle quali non hanno nemmeno i documenti, e la cui mancanza di potere e risorse le rende estremamente vulnerabili alle richieste dei capi e dei capireparto. Lo stesso vale per le lavoratrici degli hotel – per esempio, il caso di Dominque Strauss-Kahn – o per quante puliscono gli uffici. Le persone che lavorano nelle abitazioni private come collaboratrici domestiche sono notoriamente soggette a stupri e molestie sessuali.
Il movimento #MeToo, se lo consideri in senso ampio, è una lotta sui luoghi di lavoro. È la lotta per un luogo di lavoro sicuro, dove non ci sia il rischio di abusi. Il fatto che i media si concentrino sui piani alti è spiacevole, perché fa sì che non sembri più una lotta di classe. Ma il problema della riproduzione sociale ha a che fare, in fondo, con il cambiare le relazioni tra produzione e riproduzione e, di conseguenza, cambiare i rapporti di potere nella famiglia.
La riproduzione sociale non dovrebbe essere connotata come lavoro esclusivamente femminile. È un lavoro importante all’interno della società, e alcuni suoi aspetti sono davvero piacevoli e creativi. Gli uomini dovrebbero avervi accesso e sentire la responsabilità di fare la loro parte e metterci il massimo. Cambiare le dinamiche interne alla casa significa anche questo. E, ovviamente, un femminismo per il 99 per cento è contro tutti i tipi di violenza sulle donne, sulle persone trans, sulle persone non-cis, sulle persone razzializzate, e così via.
Il patriarcato è una parola, direi, che non mi piace usare molto, perché suggerisce un’immagine di potere come sistema diadico – c’è un padrone e c’è un servo che gli obbedisce. Per certi versi questa dinamica esiste ancora, non c’è dubbio. Ma le forme di potere davvero centrali nella nostra società sono molto più impersonali e strutturali, e limitano le opzioni della working class e delle persone povere.
Penso dunque che sia importante avere un’immagine diversa del potere. Il potere opera attraverso le banche e l’Fmi, attraverso le organizzazioni della finanza e dell’industria, e attraverso la costruzione genderdizzata e razzializzata del mercato del lavoro. Questo è ciò che determina chi ha accesso alle risorse, e chi può rivendicare una parità di richieste e funzioni persino all’interno della famiglia e delle relazioni personali.
Quando parli di giustizia sociale distingui tre livelli. C’è quello della distribuzione (economia), ma anche quello del riconoscimento (cultura) e della rappresentazione (politica). Fino a che punto questi tre livelli sono inclusi nel nuovo ciclo di femminismo?
Penso che siano presenti tutte e tre i livelli, che del resto sono collegati tra di loro. Non puoi cambiare la sfera economica e le relazioni distributive se non cambi anche le altre cose.
Ciò che conta a livello politico è spesso definito nei termini di ciò che conta a livello economico. Le forze del capitale insistono sul fatto che i problemi che riguardano i luoghi di lavoro dovrebbero essere risolti dal mercato, o dai capi, e che questi problemi non sono decisivi per l’autodeterminazione democratica, politica e collettiva. C’è una linea di demarcazione tra ciò che decidono i proprietari privati di capitale e ciò che decide la maggioranza democratica.
Molto di questo ha a che fare con una questione culturale, con i linguaggi che abbiamo a disposizione per comprendere la situazione. Abbiamo a disposizione concetti come molestia sessuale o stupro, una terminologia con la quale descrivere i torti interni alla società, parlare delle nostre esperienze e avanzare le nostre rivendicazioni?
Il femminismo ha fatto molto per creare un nuovo linguaggio e, in questo senso, per cambiare la cultura, per cambiare la comprensione di ciò che le persone sono legittimate a fare e di ciò che non sono tenute a sopportare. In questo modo, ha allargato la sfera del discorso politico e di ciò che è potenziale terreno di decisione democratica e non di decisione privata della famiglia o dell’azienda.
Al presente, abbiamo fatto più progressi a livello culturale di quanti non ne abbiamo fatti a livello di cambiamento e trasformazione istituzionale, sia nella sfera politica che in quella economica. Ma fra queste tre cose c’è sempre una stretta correlazione.
Hai fatto notare come il neoliberismo si sia appropriato di alcune delle critiche e delle richieste sviluppate e sollevate dalla seconda ondata del femminismo e da altri movimenti degli anni Settanta, incorporandole a proprio vantaggio. Potrebbe succedere di nuovo con le forme emergenti di femminismo? Cosa possiamo fare per evitarlo?
Il femminismo liberal, insieme con l’antirazzismo e i movimenti Lgbtq, sempre di stampo liberal, e a ciò che viene chiamato «capitalismo verde», sono stati egemonizzati – incorporati da – un blocco di potere egemonico che negli Stati uniti ha preso la forma di ciò che io chiamo «neoliberismo progressista».
Questi movimenti danno in prestito il loro carisma, le loro idee, a politiche orribili – la finanziarizzazione, la precarizzazione del lavoro, l’abbassamento dei salari – affinché abbiano una patina pro-gay, pro-donne, e così via. Questo è senza dubbio avvenuto in passato, e per questo è così importante che la nuova ondata di femminismo rompa i legami con questo tipo di femminismo e tracci un nuovo sentiero.
È sempre possibile essere egemonizzati e assorbiti da forze più potenti, i cui obiettivi sono profondamente in contrasto con i nostri. È importante che i movimenti di sinistra e d’emancipazione stiano costantemente in guardia per evitarlo.
Oggi, ci viene detto che abbiamo soltanto due opzioni – o i populismi autoritari di destra, razzisti e xenofobi, o il ritorno dei nostri protettori liberali e il neoliberismo progressista. Ma questa è una falsa scelta, e dobbiamo rifiutare entrambe le opzioni.
È un momento di grande crisi in cui abbiamo l’opportunità di segnare un percorso differente, costruire un movimento realmente antisistemico per il 99 per cento, nel quale il femminismo per il 99 percento si accompagni al movimento sul lavoro, all’ambientalismo per il 99 per cento, alla lotta per i diritti dei migranti per il 99 percento, e così via.
Hai scritto che lo stato nazione (in ciò che chiami il quadro westfaliano-keynesiano) è entrato in crisi con il neoliberismo e che i suoi confini sono ora più diffusi. L’hai chiamata politica del deframing. Ma qual è il ruolo dello stato nazione oggi? È forse scomparso?
No, non è scomparso. Storicamente, la forza principale che assicurava a lavoratrici e lavoratori sicurezza e protezione dal capitale a tutti i livelli è stata lo stato nazione. E ancora oggi è lo stato il soggetto principale a cui si rivolgono le nostre richieste. Quando vogliamo protezione, supporto sociale, a chi lo chiediamo? Al governo.
La politica è ancora largamente organizzata su base nazionale, e le campagne elettorali nazionali sono la principale attività politica a livello nazionale. Ma rimane il fatto che lo stato nazione sia ormai inadeguato.
Lo si può vedere per quanto riguarda le migrazioni, che sono una grossa occasione di conflitto, anzi una vera e propria crisi. Esistono persone in tutto il mondo che non hanno stati in grado di proteggerli o di dare loro nulla di ciò che negli stati ricchi pretendiamo dai nostri governanti. Vivono in stati falliti, in campi profughi, sono costretti a partire dalle violenze politiche, dalle persecuzioni religiose, dal fatto che gli Stati uniti hanno invaso e distrutto i loro paesi, dalla crisi climatica, dai molti aspetti della crisi globale in cui viviamo.
Quando queste persone arrivano, i movimenti populisti di destra raddoppiano le politiche nazionaliste e di esclusione. Qual è lo slogan di Trump? «Make America Great Again», «rendere l’America di nuovo grande», cioè come era prima che tutta questa gente scura di pelle iniziasse a invadere e rovinare la nostra nazione. Questa è l’ideologia del movimento populista.
Abbiamo bisogno di pensare a un modo transnazionale e globale di assicurare i diritti sociali a tutte le persone del mondo. Hanno bisogno di questi diritti, così che non debbano mettersi su una barca e rischiare la loro vita solo per trovare un posto decente in cui vivere, da qualche parte in mezzo al pianeta.

(Nancy Fraser è professoressa di filosofia e politica alla New School for Social Research. È autrice di Fortunes of Feminism, Unruly Practices, e co-autrice di Femminismo per il 99% (Laterza). Rebeca Martínez è ricercatrice e collaboratrice della rivista spagnola Vientosur. Questa intervista è uscita su Vientosur e su JacobinMag. La traduzione è di Gaia Benzi)