La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
lunedì 1 giugno 2026
martedì 23 settembre 2025
Austerità, militarismo, censura: Trump ci mostra il loro legame - Clara Mattei
Le università controllate, la distruzione del welfare per finanziare politiche securitarie e sgravi ai ricchi, il sostegno a Israele nel massacro in Palestina
Quasi 700
giorni di genocidio a Gaza e lo strazio continua. Solo un paio di settimane fa,
con un largo voto bipartisan, il Senato americano ha ancora una volta affossato
il tentativo di fermare la vendita di bombe e fucili a Israele per un valore di
675 milioni di dollari. Una cifra ridicola, simbolica rispetto a quanto
annualmente gli Stati Uniti spendono per rifornire di armi quel Paese, che
testimonia la complicità della classe politica statunitense con il massacro in
corso. Intanto le università statunitensi si preparano a riaprire in un clima
culturale che sembra aver ormai superato per intensità repressiva persino
quello del maccartismo: molte oggi appaiono come ghetti militarizzati,
con check point elettronici e sorveglianza costante sui
docenti.
Rashid
Khalidi, professore
emerito alla Columbia e titolare della cattedra Edward Said, ha recentemente
rinunciato al suo insegnamento. In una lettera aperta al presidente
dell’università, ha denunciato l’impossibilità di insegnare liberamente la
storia del Medio Oriente dopo che l’ateneo ha firmato un accordo con
l’amministrazione Trump, adottando la definizione IHRA di antisemitismo:
volutamente ambigua, confonde critica politica e odio razziale. Non è un caso
isolato. Columbia è il baricentro simbolico delle Ivy League: università
d’élite che oggi si rivelano per ciò che sono sempre state, istituzioni
governate come corporation, dove gli studenti si indebitano per
essere indottrinati dal sapere dominante. Trump non fa altro che mostrare
questa realtà nella sua forma più cruda. Antonio Gramsci l’aveva già compreso:
l’università è parte integrante dell’apparato del potere statale, essenziale
nella costruzione del consenso per un ordine socio-economico fondamentalmente
antidemocratico. Se un tempo la maschera era quella del pluralismo, oggi il
volto è apertamente autoritario.
Abbiamo
quindi un compito urgente: squarciare il velo dell’ideologia liberale, analizzando
con lucidità le radici economiche di questo mondo capovolto, dove il valore
d’uso della vita è subordinato al valore monetario. Non vi è metafora più
potente: bambini scheletro, amputati, trucidati… e il titolo in borsa di
Leonardo S.p.A. che schizza a +274% da ottobre 2023. L’intera economia globale
è coinvolta. Nel suo rapporto all’Onu del luglio 2025, Francesca Albanese
denuncia una fitta rete di facilitatori che alimentano l’industria bellica:
studi legali, società di consulenza, trafficanti d’armi, agenti, broker. Una
rete tentacolare che trasforma la distruzione della vita palestinese in
dividendi record per giganti come Alphabet, Amazon, Microsoft, Vanguard,
BlackRock e le grandi multinazionali del petrolio e delle materie prime.
Il caso
palestinese non è un’eccezione, è una chiave di lettura. È la metafora della
nostra economia: un sistema che può sopravvivere solo attraverso austerità e
militarismo. La spesa sociale è una minaccia per l’ordine di classe: dare
risorse ai cittadini significa ridurre la dipendenza dal mercato e aprire
varchi per costruire alternative economiche. La spesa militare, invece, non
apre conflitti redistributivi, non politicizza l’economia e serve anche a
risolvere un problema cronico: la sovrapproduzione. Le aziende producono più
beni di quanti i salariati possano acquistare, ma la domanda statale per armi e
controllo sociale garantisce nuovi mercati, nuovi investimenti, nuova
“crescita”.
Lo conferma
l’ultima manovra firmata Trump: il “One Big Beautiful Bill”, approvato
il 4 luglio, rappresenta l’aritmetica perfetta dell’austerità. Quasi 200
miliardi di dollari tagliati all’assistenza alimentare – che lasceranno due
milioni di statunitensi senza cibo – serviranno a finanziare centri di
detenzione, sorveglianza di frontiera e tecnologia bellica. Oltre 1.000
miliardi verranno tagliati da Medicaid, causando la perdita di copertura
sanitaria per 16 milioni di persone, ma chi guadagna più di mezzo milione
l’anno riceverà sgravi fiscali per 168 miliardi. E invece di ridurre il debito,
la legge lo aumenterà di oltre 3.000 miliardi in 10 anni. Altro che prudenza
economica! L’austerità è un meccanismo di controllo, pensato per piegare le
aspirazioni collettive e garantire l’obbedienza sociale. Povertà,
disoccupazione e disuguaglianza non sono “effetti collaterali”: sono strumenti
con cui il sistema si preserva. Basti pensare che oggi, negli Usa, il Paese più
ricco del mondo, il 44% dei lavoratori americani a tempo pieno non guadagna
abbastanza per soddisfare i propri bisogni fondamentali e oltre la metà della
popolazione vive senza sicurezza economica. L’ordine del capitale non potrebbe
reggersi senza il duetto inscindibile tra militarismo e austerità. Trump, con
la sua brutalità, ci fa un favore: ci costringe a vedere ciò che la retorica
liberale ha sempre nascosto. Tocca a noi ora decidere cosa fare di questa
consapevolezza.
domenica 26 gennaio 2025
Perché l’austerità piace tanto alle banche centrali, alla UE, ai governi nazionali e a Meloni - Clara Mattei
“Le tre forme delle politiche di austerità – fiscale, monetaria e industriale – lavorano all’unisono per disarmare le classi lavoratrici ed esercitare una pressione discendente sui salari”, scrive Clara E. Mattei in “Operazione austerità” (Einaudi 2022). Una ricostruzione davvero pertinente.
Quali sono,
dunque, le dinamiche della coercizione esercitata dall’austerità? Ecco uno
schema di analisi, tratto dal libro di Mattei, che ci aiuta a capire le
politiche economiche che muovono attualmente la Ue e i governi nazionali,
compreso il governo Meloni.
* * * *
I. Dall’austerità fiscale all’austerità monetaria
L’austerità
fiscale si traduce in tagli al bilancio, soprattutto al welfare, e in una
tassazione regressiva (che chiede una percentuale superiore di denaro a chi ne
ha di meno).
Entrambe le
riforme permettono di trasferire risorse dalla maggioranza dei cittadini a una
minoranza – le classi dei risparmiatori-investitori – per garantire i rapporti
di proprietà e la formazione del capitale.
Contemporaneamente,
i tagli al bilancio contengono l’inflazione grazie a due meccanismi principali.
La prima
cosa, la riduzione e il consolidamento del debito pubblico diminuiscono la
liquidità in circolazione. Perché i detentori del debito non possono più usare
le obbligazioni in scadenza come mezzo di pagamento.
In secondo
luogo, i tagli al bilancio riducono la domanda aggregata: famiglie e imprese
godono di un minore reddito disponibile e lo Stato stesso riduce gli
investimenti.
Un calo
della domanda di beni e capitali significa che i prezzi all’interno di un paese
si mantengono bassi. Inoltre, questo strozzamento della domanda aggregata
accresce il valore della moneta sui mercati esteri, scoraggiando le
importazioni e migliorando così la bilancia commerciale (per cui le
esportazioni supereranno le importazioni).
Il valore di
una moneta sui mercati esteri è di fatto favorevole se la bilancia commerciale
di un Paese è positiva.
II. Dall’austerità monetaria all’austerità fiscale
L’austerità
monetaria (o deflazione monetaria, come è stata descritta sopra) comporta una
decurtazione del credito nell’economia e coincide in primo luogo con un aumento
dei tassi di interesse.
Questa
cosiddetta “politica del denaro caro”, in cui il denaro è più difficile
da prendere a prestito, fa crescere per il governo i costi dell’indebitamento e
dunque ne limita i piani espansivi, specialmente di welfare.
Nel corso
del XX secolo, le limitazioni alla spesa dello Stato aumentarono quando fu
stabilito il gold standard (cosa che in Gran Bretagna accadde
nel 1925): per mantenere la parità aurea, la prima cosa da è la fuoriuscita dei
capitali, per cui la politica fiscale all’interno del proprio Paese. Lo fa
minimizzando la spesa governativa e creando un ambiente favorevole al capitale
sottoponendolo a una tassazione inferiore.
III. Dall’austerità industriale all’austerità
monetaria
Con
l’espressione austerità industriale ci si riferisce all’imposizione
della pace industriale, vale a dire rapporti di produzione gerarchici al
riparo da contestazioni.
Una “pace”
del genere è ovviamente alla base dell’accumulazione capitalistica, perché
consente di proteggere i diritti di proprietà, le relazioni salariali e la
stabilità monetaria nel lungo periodo.
L’austerità
industriale favorisce inoltre la deflazione monetaria, che aumenta il valore
della moneta nazionale. Infatti, una rivalutazione riuscita (cioè un aumento
del valore della moneta) richiede soprattutto aggiustamenti di prezzo verso il
basso, e in particolare un aggiustamento verso il basso dei prezzi del lavoro
(il che significa salari inferiori), al fine di tagliare i costi di produzione.
Questo
perché costi del lavoro inferiori tengono bassi i prezzi delle merci, il che a
sua volta promuove la competitività internazionale nel momento in cui un Paese
decide di migliorare i suoi tassi di cambio con un aumento delle esportazioni.
Quando la
moneta si rivaluta, ridurre i costi di produzione diventa ancora più essenziale
al fine di compensare un calo di competitività e dunque non perdere quote sul
mercato estero, giacché i beni in quella valuta diventano più cari.
Se lo Stato
può contare su poteri coercitivi sufficienti, come fu per lo Stato fascista,
può intervenire direttamente con un’azione legislativa per tagliare i salari
nominali, garantendo aggiustamenti di prezzo immediati e la competitività
necessaria a rispettare il gold standard.
Naturalmente,
anche in società meno autoritarie, come quella britannica (negli Anni 30,
ndr), leggi del lavoro restrittive possono limitare la legittimità delle
contestazioni industriali, per esempio criminalizzando gli scioperi di
solidarietà.
La pace
sociale e la repressione dei salari sono altrettanto importanti per attivare
capitali ed evitarne la fuoriuscita, altra prerogativa della convertibilità in
oro.
Un livello
salariale basso riduce infine la domanda di consumo, che a sua volta fa
scendere le importazioni e dunque ha un effetto positivo sulla bilancia
commerciale che favorisce la rivalutazione monetaria.
IV. Dall’austerità monetaria all’austerità Industriale
La politica
del denaro caro fa sì che l’economia rallenti, perché indebitarsi diventa più
costoso e gli imprenditori sono disincentivati a prendere a prestito denaro da
investire.
Quando parte
la deflazione e i prezzi scendono, le aspettative pessimistiche degli
imprenditori riguardo al futuro riducono ulteriormente gli investimenti.
Minori
investimenti significano meno occupazione.
Una disoccupazione
più elevata non soltanto riduce i salari dei lavoratori; garantisce anche la
“pace industriale” annientando la leva politica e la militanza del lavoro.
V. Dall’austerità industriale all’austerità fiscale
Una classe
lavoratrice debole e docile è tale per cui la pressione per ottenere misure
sociali, una tassazione progressiva e altre politiche redistributive viene
subordinata alle priorità dettate dall’austerità di spostare risorse a favore
delle classi dei risparmiatori-investitori.
I sindacati
rinviano le proposte e le pratiche radicali che sfidano la proprietà privata e
sono disposti a collaborare per aumentare l’efficienza della produzione in nome
della causa nazionale.
VI. Dall’austerità fiscale all’austerità industriale
I tagli al
bilancio significano diminuzione delle opere pubbliche e del pubblico impiego
più in generale, il che porta a un ampliamento dell’esercito di riserva del
lavoro (il bacino di coloro che desiderano un’occupazione) e dunque danneggia
il potere contrattuale dei sindacati, deprime i salari e accresce la
competizione tra i lavoratori.
[…]
Queste
dinamiche possono suonare tutt’ora famigliari, essendo precorritrici del
rapporto che gli esperti del Fondo Monetario Internazionale hanno stretto e
instaurato con gran parte dei Paesi periferici del mondo odierno, un rapporto
basato su: prestiti condizionati a politiche di austerità; focus sulla ‘libertà
economica’, più che politica; obbligo di aprire l’economia nazionale allo
scrutinio internazionale.
La storia
dell’Italia aiuta a leggere anche i casi di austerità più recenti con occhi
maggiormente smaliziati.
A un esame
ravvicinato, i programmi di aggiustamento strutturale del Fmi rivelano il
medesimo obiettivo di fondo: costringere le popolazioni a produrre di più e a
consumare di meno, al fine di salvaguardare l’accumulazione capitalistica.
venerdì 10 maggio 2024
Non distogliere lo sguardo da Rafah (e dalla Cisgiordania)!

articoli e video di Mehdi Hasan, Gideon Levy, Clara Mattei, Francesca Albanese, Giacomo Gabellini, Naomi Klein, Aviva Chomsky, Jorge Matfud, George Galloway, Chris Hedges, Yama Wolasmal e un disegno di Mr Fish
Cosa sono peggio, le menzogne di Israele su Gaza o i suoi sostenitori occidentali che le ripetono? – Mehdi Hasan
Gli utili idioti continuano a ripetere a pappagallo le false argomentazioni israeliane. La prima volta che mi inganni la colpa è tua, la seconda volta la colpa è mia…
Gli italiani hanno un proverbio,” ha scritto nel XVII secolo il cortigiano britannico Anthony Weldon: “Chi mi inganna una volta è per colpa sua, ma la seconda la colpa è mia.”
Oggi riassumiamo comunemente quell’antico proverbio italiano con “la prima volta che mi inganni la colpa è tua, la seconda la colpa è mia.”
Dall’orribile attacco del 7 ottobre il governo israeliano di estrema destra e il suo esercito di propagandisti hanno ingannato e preso in giro politici e giornalisti occidentali non una volta o due, ma molte volte.
Ci sono troppe menzogne, distorsioni e falsità di cui tener conto. Quaranta bambini decapitati da Hamas? Non è mai successo. Bambini cotti nei forni o appesi sui fili della biancheria? Falso. Un nascondiglio in stile James Bond sotto l’ospedale al-Shifa? Macché. I palestinesi di Gaza ripresi da una telecamera che fingono di essere feriti? Una totale invenzione. La lista degli ostaggi presi da Hamas trovata su un muro dell’ospedale pediatrico al-Rantisi? Spiacenti, erano solo i giorni della settimana su un calendario in arabo.
Che dire delle atrocità di cui sono credibilmente accusate le forze israeliane, che poi hanno sonoramente negato, e di cui in seguito… sono state ritenute responsabili? Il massacro della farina a febbraio? Il bombardamento di un convoglio di profughi lo scorso ottobre? L’attacco con il fosforo bianco nel sud del Libano, sempre in ottobre?
Come ha elencato il mio amico, l’analista palestinese-americano Omar Baddar, in un tweet diventato virale:
Cronologia che si ripete continuamente:
Israele commette un massacro
Israele nega il massacro
I media dicono di non sapere chi ha commesso un massacro
Indagini rivelano che Israele ha commesso un massacro
Il ciclo delle notizie va avanti
Le persone comuni non sanno che Israele sta sistematicamente commettendo massacri.
Eppure gli israeliani continuano a raccontare menzogne e i nostri politici e media in Occidente continuano a farsi prendere in giro. Che siano loro a vergognarsi.
Tuttavia nessuna bugia israeliana è stata tanto dannosa, distruttiva e mortale dell’affermazione che l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Sostegno e il Lavoro per i Profughi palestinesi in Medio Oriente, la principale organizzazione responsabile di fornire aiuti a Gaza, è collusa con Hamas, e, peggio ancora, che 12 dipendenti dell’UNRWA hanno partecipato all’attacco terroristico del 7 ottobre. Perché? Perché è stata una menzogna così grave che ha contribuito a creare le basi di una devastante, continua carestia creata dall’uomo all’interno della Striscia di Gaza.
A fine gennaio, dopo un’incessante campagna contro l’UNRWA da parte di Israele e dei suoi alleati in Occidente, culminata con l’accusa senza prove che alcuni dipendenti dell’UNRWA avevano partecipato alle atrocità del 7 ottobre, 16 Paesi donatori, tra cui gli Stati Uniti, il principale finanziatore dell’UNRWA, hanno sospeso circa 450 milioni di dollari di fondi per l’agenzia.
Questi Paesi sono stati avvertiti che danneggiare l’UNRWA, la principale organizzazione umanitaria a Gaza, avrebbe rischiato di “accelerare la carestia”. Sono stati avvertiti che il tanto decantato dossier dell’intelligence israeliana sull’UNRWA conteneva solo “inconsistenti accuse senza prove.”
Ma hanno creduto a Israele.
Negli ultimi 3 mesi, mentre i bambini palestinesi stavano letteralmente morendo di fame, molti di quei Paesi, compreso il governo tedesco, che è la seconda principale fonte di finanziamento dell’agenzia, hanno tardivamente ripreso a finanziare l’UNRWA.
Perché? La scorsa settimana una verifica indipendente del lavoro dell’UNRWA, guidata dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna, ha concluso che l’agenzia “rimane fondamentale nel fornire aiuto umanitario salvavita e servizi sociali essenziali” e “come tale, l’UNRWA è insostituibile e indispensabile per lo sviluppo umano ed economico dei palestinesi.”
Soprattutto, in riferimento all’esplosiva denuncia del governo israeliano secondo cui dipendenti dell’UNRWA erano stati coinvolti negli attacchi di Hamas, il rapporto di Colonna afferma che “Israele deve ancora fornire prove a sostegno” di quelle affermazioni. Ha anche evidenziato come di fatto ogni anno l’UNRWA “condivide la lista del suo personale” sia con Israele che con gli Stati Uniti e ha rivelato che “dal 2011 il governo israeliano non ha informato l’UNRWA di alcuna perplessità riguardante alcun dipendente dell’UNRWA in quella lista del personale.”
Dal 2011. Quindi era tutta una menzogna. Da parte di Israele. Di nuovo.
Ora, per chiarezza, come ha informato Julian Borges del Guardian, “è in corso un controllo separato su specifiche accuse secondo cui dipendenti dell’UNRWA avrebbero preso parte all’attacco del 7 ottobre”, ma “l’ultima volta che c’è stato un rapporto di valutazione… Israele ha negato la collaborazione” anche con quella verifica (persino nell’improbabile caso in cui quest’altro controllo concludesse che una dozzina di dipendenti vi abbia preso parte, si tratterebbe di 12 su 13.000 dipendenti dell’UNRWA a Gaza, ovvero circa lo 0,1% della forza lavoro totale!).
Ciononostante gli Stati Uniti si sono rifiutati di tornare a sostenere l’UNRWA: infatti il Congresso ha approvato una legge che vieta di finanziare l’agenzia almeno fino al marzo 2025.
Ingannami una volta… o decine di volte? Prendete in considerazione i politici ed editorialisti creduloni che si sono schierati ed hanno ripetutamente sostenuto la falsa narrazione di Israele sull’UNRWA.
Il senatore repubblicano Ted Cruz, per esempio, ha twittato sei volte sull’UNRWA tra gennaio e marzo, sostenendo che l’agenzia “appoggia il terrorismo”, è “complice di Hamas” ed ha “almeno 12 dipendenti… coinvolti nell’attacco terroristico del 7 ottobre.”
David Frum, che scriveva i discorsi di George W Bush, ha affermato che è “ormai tempo di chiudere l’UNRWA,” e l’ha accusata di “fornire appoggio materiale a un’organizzazione terroristica.”
L’UNRWA, ha scritto l’opinionista neoconservatore Bret Stephens sul New York Times, “pare essere infestata da terroristi e loro simpatizzanti” e “dovrebbe essere chiusa”.
Sono tutti in errore, tutti diffondono menzogne, tutti spacciano propaganda israeliana.
E, tristemente, non si è trattato solo di repubblicani e persone di destra. C’è stato anche un certo numero di democratici della Camera che hanno ripetuto ciecamente le affermazioni infondate del governo Netanyahu sull’UNRWA.
Per esempio il parlamentare democratico Josh Gottheimer, come Ted Cruz, tra gennaio e marzo ha pubblicato una mezza dozzina di tweet che attaccano l’UNRWA, dichiarando che “le prove sono chiare: il 7 ottobre dipendenti dell’@UNRWA hanno appoggiato Hamas.” Il deputato democratico Brad Sherman ha detto di aver applaudito la decisione dell’amministrazione Biden di sospendere i finanziamenti all’UNRWA e ha affermato che il personale dell’agenzia è stato “denunciato come terrorista”. Il parlamentare Ritchie Torres ha twittato che l’UNRWA ha “governato Gaza su richiesta di Hamas.”
Da quando è stato reso noto il rapporto indipendente la scorsa settimana nessuno di questi importanti democratici ha ritrattato queste false affermazioni sul proprio account twitter, né ha mai menzionato i risultati di quel rapporto.
Tuttavia ancora peggio è stata la dichiarazione fatta il 29 gennaio da Antony Blinken, il segretario di stato democratico, quando ha ammesso che gli Stati Uniti non hanno avuto “la capacità di indagare [sulle accuse] da soli”, ma poi ha continuato definendo quelle accuse israeliane non verificate “molto, molto credibili.”
Eppure solo qualche settimana dopo lo stesso Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli USA ha affermato di ritenere “poco convincente” che personale dell’UNRWA abbia partecipato all’attacco del 7 ottobre. (La comunità dei servizi di informazione USA definisce “poco convincente” come “inadeguato, discutibile o molto approssimativo”, l’esatto contrario di “molto, molto credibile”).
Blinken deve ancora scusarsi, o persino ritrattare, le sue false affermazioni.
Ci chiediamo: cos’è peggio? Le menzogne israeliane o le persone in Occidente che continuano a crederle e le diffondono? Le accuse senza fondamento del governo israeliano contro l’UNRWA o i governi occidentali che poi le hanno accolte come un dato di fatto e hanno immediatamente tagliato i fondi alla principale agenzia umanitaria a Gaza?
Israele ha affamato la gente di Gaza. Che la vergogna ricada sugli sciocchi che hanno contribuito a giustificarlo.
Mehdi Hasan è capo-redazione di Zeteo [organizzazione di monitoraggio sull’accuratezza dell’informazione, negli USA ndt.] ed editorialista del Guardian negli USA.
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)
Lasciamo che i leader israeliani vengano arrestati per Crimini di Guerra – Gideon Levy
Tutti gli israeliani perbene devono porsi le seguenti domande: il loro Paese sta commettendo Crimini di Guerra a Gaza? Se sì, come dovrebbero essere fermati? Come dovrebbero essere puniti i colpevoli? Chi può punirli? È ragionevole che i Crimini non vengano perseguiti e che i Criminali vengano scagionati?
Naturalmente si può rispondere negativamente alla prima domanda: Israele non sta commettendo alcun Crimine di Guerra a Gaza, rendendo così superflue le altre domande.
Ma come rispondere negativamente di fronte ai fatti e alla situazione di Gaza: circa 35.000 persone uccise e altre 10.000 disperse, circa due terzi dei quali civili innocenti, secondo le Forze di Difesa Israeliane; tra i morti ci sono circa 13.000 bambini, quasi 400 operatori sanitari e più di 200 giornalisti; Il 70% delle case sono state distrutte o danneggiate; Il 30% dei bambini soffre di malnutrizione acuta; ogni giorno due persone su 10.000 muoiono di fame e di malattie. (Tutti i dati provengono dalle Nazioni Unite e da organizzazioni internazionali.)
È possibile che queste cifre orribili siano emerse senza la commissione di Crimini di Guerra? Ci sono guerre la cui causa è giusta e i cui mezzi sono Criminali; la giustizia della guerra non giustifica i suoi Crimini. Uccisioni, Distruzioni, Fame e Sfollamenti di questa portata non avrebbero potuto verificarsi senza la commissione di Crimini di Guerra. Gli individui che ne sono responsabili devono essere assicurati alla Giustizia.
L’Hasbara israeliana, o diplomazia pubblica, non cerca di negare la realtà di Gaza. Si limita a sostenere l’antisemitismo: perché prendersela con noi? E il Sudan e lo Yemen? La logica non regge: un automobilista fermato per eccesso di velocità non scende sostenendo che non è l’unico. I Crimini e i Criminali restano. Israele non perseguirà mai nessuno per questi reati. Non l’ha mai fatto, né per le sue guerre né per la sua Occupazione. Nel migliore dei casi, perseguirà un soldato che ha rubato la carta di credito di un palestinese.
Ma il senso umano di Giustizia vuole che i Criminali siano assicurati alla Giustizia e che venga loro impedito di commettere Crimini in futuro. Seguendo questa logica, possiamo solo sperare che la Corte Penale Internazionale dell’Aja faccia il suo lavoro.
Ogni patriota israeliano e chiunque abbia a cuore il bene dello Stato dovrebbe augurarselo. Solo così cambierà la norma morale di Israele, secondo la quale tutto è permesso. Non è facile sperare nell’arresto dei capi del proprio Stato e del proprio esercito, e ancor più difficile ammetterlo pubblicamente, ma esiste un altro modo per fermarli?
Le uccisioni e le distruzioni a Gaza hanno messo Israele in una situazione al di sopra delle sue possibilità. È la peggiore catastrofe che lo Stato abbia mai dovuto affrontare. Qualcuno lo ha portato a questo punto, no, non l’antisemitismo, ma piuttosto i suoi leader e ufficiali militari. Se non fosse stato per loro, dopo il 7 ottobre la situazione non si sarebbe trasformata così rapidamente da un Paese amato e ispiratore di compassione a uno Stato reietto.
Qualcuno dovrà essere processato per questo. Così come molti israeliani vogliono che Benjamin Netanyahu venga punito per la corruzione di cui è accusato, così dovrebbero desiderare che lui e i perpetratori a lui subordinati siano puniti per Crimini ben più gravi, i Crimini di Gaza.
Non si può permettere che rimangano impuniti. Né è possibile incolpare solo Hamas, anche se ha un ruolo nei Crimini. Siamo noi che abbiamo ucciso, fatto morire di fame, sfollato e distrutto su scala così massiccia. Qualcuno deve essere assicurato alla Giustizia per questo. Netanyahu è il capo, ovviamente. La foto di lui imprigionato all’Aja insieme al Ministro della Difesa e al Capo di Stato Maggiore dell’IDF è roba da incubi per ogni israeliano. Eppure, probabilmente è giustificato.
È altamente improbabile, tuttavia. Le pressioni esercitate sulla Corte da Israele e dagli Stati Uniti sono enormi (e sbagliate). Ma le tattiche intimidatorie possono essere importanti. Se nei prossimi anni i funzionari si asterranno effettivamente dal viaggiare all’estero, se vivranno davvero nella paura di ciò che potrebbe accadere, possiamo essere sicuri che nella prossima guerra ci penseranno due volte prima di inviare i militari in Campagne di Morte e Distruzione di proporzioni così folli. Almeno possiamo trovare un po’ di conforto in questo.
Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo ultimo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.
Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org
giovedì 2 maggio 2024
Il genocidio e la pulizia etnica continuano senza sosta
Alessandro Orsini - Le democrazie occidentali, le dittature e l'antropologia culturale
C’è questa idea senza alcun fondamento empirico secondo cui le democrazie occidentali sono sempre migliori delle dittature. Lo studio della storia smentisce questo pregiudizio.
Ci sono dittature che non uccidono nessuno e democrazie che compiono massacri. Gli Stati Uniti e Israele sono due democrazie occidentali. Eppure stanno sterminando il popolo palestinese. Di contro, la Corea del Nord è una dittatura, ma non sta sterminando nessuno.
Sotto il profilo dell’antropologia culturale, l’idea secondo cui le democrazie occidentali sono sempre “migliori” è radicata nella concezione razzista del mondo tipica dell’uomo europeo. Un tempo gli europei pensavano che i bianchi fossero superiori ai neri. Poi il razzismo dell’uomo europeo si è spostato dal colore della pelle al tipo di regime politico. Tuttavia, la conclusione è sempre la stessa: gli europei sono superiori. Gli intellettuali occidentali hanno elaborato molte strategie cognitive per preservare la credenza che l’Occidente sia una civiltà superiore. Poi, periodicamente, arriva una nuova Gaza.
Sono centinaia i corpi nelle fosse comuni di Khan Yunis – Michele Giorgio
300 cadaveri palestinesi allo Shifa, altri 283 corpi recuperati nella fossa comune dell’ospedale Nasser, terminato l’assedio israeliano. Donne, bambini, anziani, alcuni giustiziati e irriconoscibili. L’ennesimo crimine di guerra che l’occidente non vede
di Michele Giorgio da il manifesto
«Vorrei dargli una sepoltura degna e pregare sulla sua tomba, solo questo», diceva ieri in un video una donna affacciandosi sulla fossa comune individuata accanto all’ospedale Nasser di Khan Yunis. Si riferiva al figlio 21enne scomparso da due mesi nella zona del complesso medico più importante nel sud di Gaza, occupato dalle truppe israeliane nelle scorse settimane. Difficilmente riuscirebbe a identificarlo. I corpi sono in avanzato stato di decomposizione. Appena recuperati, per ragioni sanitarie, vengono subito avvolti in sudari bianchi. Solo alcuni sono stati identificati grazie al ritrovamento dei documenti.
Ieri ne sono stati recuperati altri 73, da tre fosse comuni. In quella più grande, scoperta sabato, sono stati trovati 210 cadaveri di giovani e anziani e di donne. «Alcuni erano ammanettati e spogliati dei vestiti, altri sono stati giustiziati a sangue freddo» ha detto un medico del Nasser accusando l’esercito israeliano di aver cercato di «nascondere i suoi crimini» seppellendo frettolosamente i morti. La stessa accusa rivolta a Israele dalle squadre della Protezione civile che nei giorni scorsi hanno recuperato i corpi di circa 300 persone uccise da bombardamenti e combattimenti dentro e intorno all’ospedale Shifa di Gaza city. «Ci aspettiamo di trovare altri 200 corpi nelle fosse comuni», ha previsto Ismail Thawabta, direttore dell’ufficio stampa governativo.
Il calvario di Khan Yunis non è terminato. Nella parte orientale della città ridotta in gran parte in macerie, ieri sono rientrate all’improvviso le truppe israeliane mettendo in fuga le famiglie tornate da pochi giorni nelle abitazioni ancora in piedi. Sono scappate ad Abasan oppure hanno raggiunto i rifugi dell’Onu già pieni di sfollati. Bombe anche su Rafah dove la popolazione e un milione di sfollati attendono l’assalto di Israele. Netanyahu due giorni fa ha annunciato l’avvio di intense operazioni militari a Gaza come unica strada per «distruggere» Hamas e riportare a casa gli oltre 100 ostaggi israeliani.
Tra domenica e lunedì i raid aerei hanno uccisi 22 civili, tra di essi numerosi bambini, a Tel Al Sultan e altre zone di Rafah. I medici dell’ospedale degli Emirati hanno fatto venire alla luce un bimbo operando un taglio cesareo sulla madre, uccisa da un raid aereo. In un video si vede la concitazione dei sanitari dopo il salvataggio e il piccolo che poi viene messo in un’incubatrice. «La madre, Sabrin Sakani, era incinta alla trentesima settimana – ha raccontato un medico – Le condizioni del neonato sono stabili, dovrà restare qui tre 3-4 settimane. Poi dopo andrà dai nonni, zii, uno dei familiari». Un bambino che è nato già orfano.
In Cisgiordania resta forte lo sdegno per l’uccisione di almeno 14 palestinesi, diversi dei quali combattenti, durante la lunga incursione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Nur Shams e in alcune aree della adiacente città di Tulkarem. Domenica si sono tenuti i funerali delle vittime, tra cui però non figura più Mohammed Jaber, detto Abu Shujaa, un giovane capo militare del Jihad Islami molto popolare a Nur Shams. Dato per ucciso da Israele, Abu Shujaa è invece riapparso ed è stato portato in spalla da decine di persone. Cadono nel vuoto, intanto, le proteste per i raid dei coloni israeliani nei villaggi palestinesi tra Nablus e Ramallah. Dopo l’uccisione di un adolescente israeliano, almeno quattro palestinesi, tra cui un autista di ambulanza, sono stati uccisi dal fuoco di coloni.
Netanyahu e un po’ tutto Israele, hanno accolto con rabbia l’ipotesi di sanzioni degli Usa, per «violazioni dei diritti umani» in Cisgiordania, al Battaglione Netzah Yehuda. Secondo il premier e il leader centrista Benny Gantz, l’eventuale passo americano sarebbe «il massimo dell’assurdità» e hanno annunciato un’opposizione netta alla decisione. Il Battaglione Netzah Yehuda è stato fondato nel 1999 ed è formato da religiosi ultraortodossi. Ora è impiegato a Gaza. Negli ultimi anni i suoi soldati sono stati accusati varie volte di gravi abusi a danno di civili palestinesi. Se la decisione sarà confermata, rappresenterà un precedente anche per le corti internazionali competenti per crimini di guerra.
Ieri però più che del battaglione degli ultraortodossi, in Israele si parlava della lettera di dimissioni presentata da Aharon Haliva, il generale al comando dell’intelligence militare il 7 ottobre, quando Hamas ha attaccato il sud dello Stato ebraico (circa 1.200 morti, 253 presi in ostaggio). Spiegando che resterà in carica fino alla nomina di un sostituto, Haliva si è assunto la responsabilità per il «fallimento» di quel giorno in cui, assieme ai suoi uomini, si è fatto cogliere di sorpresa da Hamas. Le dimissioni accresceranno le pressioni su Netanyahu che pubblicamente ha ammesso solo in parte le sue colpe e ha rinviato ogni decisione alla fine della guerra. «Sarebbe opportuno che il primo ministro Netanyahu facesse lo stesso», ha prontamente commentato il capo dell’opposizione Yair Lapid.
È il momento della rivincita dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi. Israele «deve ancora fornire prove a sostegno» delle accuse secondo cui alcuni dipendenti dell’agenzia sono membri di Hamas. Lo afferma l’indagine indipendente guidata dall’ex ministro degli Esteri francese Catherine Colonna. Il rapporto commissionato sulla scia dell’accusa israeliana che almeno 12 dipendenti dell’Unrwa avrebbero partecipato al 7 ottobre, rileva che l’agenzia umanitaria aveva regolarmente fornito a Israele elenchi dei suoi dipendenti da sottoporre a controllo e che «il governo israeliano non ha informato l’Unrwa di alcuna preoccupazione relativa al suo personale». A causa delle accuse israeliane gli Usa, l’Italia e altri paesi occidentali hanno tagliato i finanziamenti all’Unrwa nonostante le enormi necessità di 2,3 milioni di palestinesi a Gaza.
QUI Le bambine e i bambini di Gaza salutano gli studenti solidali delle università statunitensi

