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sabato 1 ottobre 2022

ragazze in Iran e in Iraq

L’uccisione di una ragazza irachena da parte di soldati USA e i doppi standard dell’occidente - Francesco Guadagni

 

Nei giorni scorsi, vi abbiamo parlato della vicenda della giovane iraniana Mahsa Amini morta, in circostanze ancora da chiarire del tutto, in seguito ad un alterco con agenti della “Polizia morale”. Istituzioni, politici, cittadini iraniani chiedono giustamente che si faccia quanto prima chiarezza e giustizia per questa ragazza.

In seguito alla sua morte sono scoppiati dei disordini in varie città dell’Iran. Qualcuno c’è sempre che approfitta della situazione per destabilizzare in un momento delicato per il paese persiano sia per le criminali sanzioni USA che incidono sulla popolazione che per il mancato accordo sul nucleare.

In questi giorni, nel frattempo, sono scesi in piazza anche gli iraniani che chiedono la fine dei disordini e delle violenze di coloro che hanno manifestato in seguito alla morte di Amini.

L’occidente, con i suoi media e i suoi governi non hanno perso tempo per condannare Teheran ed esercitare pressioni.

Un altro evento però mostra quanto sia pelosa ed ipocrita la solidarietà tanto al chilo dell’occidente.

Forse nessun media mainstream, saremmo contenti di sbagliarci, ha riportato la notizia che una ragazza irachena di 15 anni è stata uccisa a sangue freddo martedì scorso, nei pressi della base militare statunitense ‘ Victory’ vicino all'aeroporto internazionale di Baghdad.

La giovane studentessa e contadina, si chiamava Zainab Essam Majed Al-Khazali. Secondo le prime ricostruzioni, è stata uccisa da un proiettile vagante durante le esercitazioni militari statunitensi nella loro base militare vicino alla prigione di Abu Ghraib dove innocenti iracheni, arabi e non sono stati torturati e uccisi quando l’ex Il presidente degli Stati Uniti George Bush diede il via libera all'occupazione dell'Iraq, con le conseguenze che quelle popolazioni vivono ancora adesso.

I media mainstream, sebbene noti per sfruttare le narrazioni per rovesciare governi sovrani e indipendenti non hanno mostrato il minimo senso di decenza umana o empatia e nemmeno hanno chiesto un'indagine sull'accusa delle forze statunitensi di aver compiuto uccisioni disumane di civili minorenni in terra straniera.

Amini come Zainab meritano giustizia, allo stesso modo. Attenzione però, all’occidente non importa nulla sia di Amini che di Zainab. Solo che Amini può essere usata per perseverare i loro scopi colonialisti.

da qui

 

 

Masih Alinejad, l’Fbi e la "rivolta del velo" (che parte da lontano) - Davide Malacaria

 

La morte di Mahsa Amini ha suscitato una nuova ondata di proteste in Iran. La donna sarebbe stata arrestata, torturata e picchiata dalla polizia a causa del mancato rispetto della norma che impone il velo. Così la narrativa ufficiale.

In tutto l’Iran si sono verificate manifestazioni di piazza contro il governo, che hanno trovato come simbolo la rimozione del velo (l’hijab, che copre i capelli, non quello integrale, che copre il viso, in uso in altri Paesi arabi).

Secondo autorità di Teheran dietro le manifestazioni ci sarebbero le Agenzie straniere, in particolare Washington, alla quale hanno rimproverato, in maniera legittima, di piangere “lacrime di coccodrillo” per la sorte delle donne iraniane, mentre, allo stesso tempo, con le sanzioni che stringono il Paese in una morsa di ferro, le affamano (Irna).

L’ennesimo tentativo di regime-change iraniano

Insomma, sarebbe in atto un tentativo di regime-change, cosa che Washington alimenta a minaccia da anni. Ne scriveva, ad esempio, James Dobbins sul sito della Rand Corporation – organismo che ha stretti legami con la Cia – criticando delle dichiarazioni rese in tale prospettiva dall’allora Segretario di Stato Mike Pompeo.

Rigettando l’ipotesi di dar vita a un regime change iraniano, Dobbins scriveva: “La follia è a volte descritta come fare la stessa cosa ripetutamente e aspettarsi risultati diversi. Promuovere il cambio di regime in Iran si adatterebbe a questa definizione. Nel 2012, le rivolte popolari hanno rovesciato i governi di cinque paesi del Medio Oriente. Dopo qualche esitazione, l’amministrazione Obama ha espresso sostegno a queste rivoluzioni e in un paio di casi ha anche fornito supporto materiale. Sei anni dopo, Libia , Siria e Yemen sono ancora sconvolte da una guerra civile. L’Egitto ora ha un governo ancora più repressivo di quello che il popolo ha rovesciato”. Solo la Tunisia, perché meno interessante per l’America, ne è uscita non devastata.

Ma tant’è. A quanto pare ci risiamo, con i soliti corollari: alle manifestazioni di piazza dei ribelli rispondono quelle a sostegno del governo; alle violenze dei ribelli risponde quella della polizia etc. Si contano vittime e non solo della repressione, sul conto delle quali non è possibile alcuna verifica, stante che le notizia riguardanti Teheran sono spesso distorte e che le fonti governative sono di parte.

Tutto questo per una morte che potrebbe non essere avvenuta come raccontano: un video diffuso dalle autorità fa vedere quanto avvenuto alla stazione di polizia. Nel filmato si vede Amini che si accascia dopo un diverbio acceso, ma senza alcun contatto fisico, con un’altra donna, che dovrebbe essere in forza alla polizia (il video si può vedere cliccando qui). Peraltro, poi l’altra donna accorre in suo aiuto.

Sulla vicenda le autorità iraniane, compreso l’ajatollah Khamenei, hanno espresso dolore e hanno chiesto di far chiarezza. Il capo della magistratura si è impegnato in tal senso.

Resta, certo, la restrizione del velo, ma è pur vero che strumentalizzare tale vicenda per dar vita a un regime-change non fa che incrementare esponenzialmente la violenza nel Paese. Quanto avvenuto in Libia, Siria e Yemen fa intravedere la devastazione di cui è foriera tale spinta.

Che ci sia una spinta internazionale in tal senso lo indicano tanti fattori, tra cui gli attacchi di cui sono state bersaglio le ambasciate iraniane. Attacchi si sono registrati in Belgio, Svezia e Grecia. Arduo ritenere che si tratti solo di espatriati inferociti, dal momento che tali azioni implicano un coordinamento, come anche un certo lassaiz faire da parte delle forze di sicurezza straniere che dovrebbero tutelare le sedi diplomatiche, come lamenta Teheran.

Né l’America dà segno di essere indifferente a quanto accade, anzi: Washington ha deciso di sostenere in tutti i modi la rete internet iraniana, che Teheran aveva chiuso come hanno fatto in anni recenti altre nazioni interessate a tentativi di regime-change.

Per sostenere la rete usata dai ribelli iraniani il Dipartimento di Stato si è rivolto anche a Elon Mask e alla sua rete di satelliti Starlink. Sul punto si tenga presente un titolo di Politico: “UkraineX: come i satelliti spaziali di Elon Musk hanno cambiato la guerra a terra”. Insomma, di fatto, gli Usa stanno trattando quanto avviene in Iran alla stregua di una vera e propria guerra…

Masih Alinejad, l’Fbi e la rivolta del velo

Ma sulla genesi della rivolta del velo è più che istruttivo quanto si legge sul New Yorker: “Donne provenienti da tutto l’Iran si stanno togliendo l’hijab e gli stanno dando fuoco, prendendo in giro i teocrati dalla barba grigia del paese, in un susseguirsi di scene drammatiche di una popolazione che lotta per la libertà”.

“Di tutte le cose che stupiscono di quanto sta emergendo nella Repubblica islamica, forse il più notevole è il fatto che l’Iran sia stato portato a questo punto, almeno in parte, da una madre di quarantasei anni, non finanziata, che lavora in un rifugio dell’FBI a New York”.

“Masih Alinejad, una giornalista iraniana che è stata condannata all’esilio tredici anni fa, ha contribuito a galvanizzare le donne del paese, accumulando circa dieci milioni di follower sui suoi social media e spingendole a distruggere il simbolo più potente dell’apartheid di genere legalizzato del regime: l’hijab, il copricapo obbligatorio per tutte le donne adulte”.

“La maggior parte dei seguaci di Alinejad vive in Iran, il che la rende una delle voci più potenti del Paese. Dal 2014 ha lavorato seguendo una formula semplice, dall’effetto devastante. Ha invitato le donne all’interno dell’Iran a registrarsi mentre sfidano la regola dell’hijab e a inviarle le prove”.

“Migliaia di donne hanno obbedito e Alinejad ha pubblicato video e foto che mostrano i loro capelli su account di Instagram, Twitter e Facebook. Quei siti sono stati bloccati dalla dittatura del Paese, ma, facendo uso di reti private virtuali, molti iraniani li hanno visti comunque. Milioni di persone hanno potuto assistere al coraggio dei loro concittadini e vedere quanto ampiamente sono condivise le loro opinioni, cosa che, nell’ambiente soffocante dell’Iran moderno, sarebbe altrimenti impossibile”.

Così, quando la settimana scorsa sono esplose le proteste, continua il giornale, Alinejad “ha visto finalmente concretizzarsi anni di organizzazione”. Un tweet del Ron Paul Institute riprende l’articolo del New Yorker corredandolo con una bella fotografia della giornalista “non finanziata” accanto a un sorridente Mike Pompeo.

Insomma, una rivolta che parte da lontano, addirittura dal 2014. Poco da aggiungere, se non che questo caos è scoppiato in concomitanza della riunione generale dell’Onu, nella quale l’Iran ha ribadito la sua volontà di giungere a un accordo sul nucleare con gli Stati Uniti.

Interessante, sul punto, un cenno del New Yorker: “Alinejad appare raramente in pubblico. All’inizio di questa settimana, ha guidato una folla per protestare contro l’arrivo del presidente iraniano, Ebrahim Raisi , alle Nazioni Unite”.

In questo clima infuocato, anche questo ennesimo tentativo per raggiungere un’intesa sul nucleare verrà procrastinato. E se scorrerà sangue per le vie di Teheran, sarà sotterrato definitivamente.

da qui


sabato 23 luglio 2022

Logistica pericolosa, per i lavoratori

 

Inchiesta per associazione a delinquere contro i sindacati di base: arresti e denunce

Questa mattina un’ampia operazione di polizia per conto della procura di Piacenza ha colpito sindacalisti e lavoratori di Si Cobas e Usb attivi da anni nelle lotte per la logistica. 350 pagine di ordinanze, quattro arresti, misure cautelari e decine di denunce. Le accuse sono di associazione a delinquere per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio. Usb ha convocato per questa sera, dalle 20 di oggi alle 20 di domani, uno sciopero generale nel settore della logistica

 

MISURE CAUTELARI E PERQUISIZIONI CONTRO L’UNIONE SINDACALE DI BASE E LE LOTTE DI CLASSE: USB PROCLAMA LO SCIOPERO GENERALE DELLA LOGISTICA. GIÙ LE MANI DA USB!

Da questa mattina all’alba è in corso un’operazione di polizia su input della Procura di Piacenza nei confronti di dirigenti sindacali dell’USB e del Si Cobas della logistica. Con ben 350 pagine di ordinanza si costruisce un vero e proprio “teorema giudiziario” sulla scorta di un elenco interminabile di “fatti criminosi” quali picchetti, scioperi, occupazioni dei magazzini, assemblee ecc. Numerosi i dirigenti sindacali posti agli arresti domiciliari e le perquisizioni. La logistica è uno degli snodi centrali dell’economia capitalista di nuova generazione, la circolazione delle merci è un ganglio determinante della catena del valore ed è lì che la contraddizione si esprime a livello più alto: sfruttamento della manodopera, per lo più straniera e ricattabile, utilizzo senza freni degli appalti e subappalti a cooperative anche con infiltrazioni, nemmeno troppo sotterranee, della malavita organizzata, diritti sindacali inesistenti e sistematicamente violati e quindi è lì che le lotte, il conflitto sono più dure e determinate e lì colpisce la repressione.

La USB è nel mirino del Ministero degli Interni e delle Procure di mezz’Italia ormai da troppo tempo, dalle denunce a raffica nei confronti di chi si oppone alla guerra e all’invio di armi, alle condanne per chi manifestava contro l’assassinio del nostro delegato proprio della logistica Abd El Salam durante un picchetto proprio a Piacenza per cui nessuno ha pagato, al “ritrovamento” di una pistola in un bagno della Federazione nazionale USB che si prova ad accollare ad un dirigente sindacale proprio della logistica. È quindi evidente il tentativo, questo sì criminale, di cercare di impedire che nei magazzini della logistica, nei luoghi della produzione e della commercializzazione delle merci cresca e si rafforzi il sindacato di classe, conflittuale, che non cede di un millimetro sui diritti dei lavoratori. La USB proclama lo sciopero generale della logistica a partire dalle ore 20 di oggi 19 luglio alle ore 20 di domani 20 luglio, lancia un appello a tutte le proprie federazioni perché attivino presidi di protesta in ogni città e sta valutando con i propri legali la controffensiva giudiziaria per smontare questo vero e proprio teorema antisindacale e le ulteriori iniziative di lotta.

Unione Sindacale di Base

 

IL COMUNICATO DELLE CAMERE DEL LAVORO AUTONOMO E PRECARIO

Questa mattina all’alba è scattata un’operazione di polizia, coordinata dalla Procura di Piacenza, ai danni di alcuni dirigenti sindacali dell’USB e del SiCobas, ora agli arresti domiciliari. Un fatto di una gravità inaudita che costruisce un teorema associativo, i cui fatti criminosi risulterebbero essere gli scioperi, i picchetti, le assemblee nei poli della logistica piacentina.

Le lotte nella logistica hanno rappresentato, negli ultimi anni, l’unico argine allo sfruttamento indiscriminato, spesso perpetrato ai danni della forza lavoro migrante, più fragile e ricattabile, al caporalato, alla logica degli appalti e subappalti senza soluzione di continuità, agli affari della criminalità organizzata che pervadono il settore, alla carenza di diritti sindacali.

Gli scioperi e i picchetti, uniche armi in mano ai lavoratori, hanno ottenuto anche considerevoli vittorie, pagando a volte un prezzo altissimo, come è stato per gli omicidi di Adil e di Abd El Salam, investiti entrambi proprio durante dei picchetti davanti ai magazzini.

Se c’è un disegno criminale dietro a tutto questo è quello organizzato da chi vuole continuare a fare affari e profitti sulla pelle di chi lavora, spalleggiato anche dal governo che, con un colpo di mano, modifica pochi giorni fa l’articolo 1677 del Codice Civile, cancellando la responsabilità in solido del committente negli appalti.

Ci sentiamo complici e solidali con chi è al momento sottoposto a misure cautelari, rendendoci disponibili fin da subito a sostenere scioperi e iniziative di lotta che verranno proclamate. Lottare, scioperare, partecipare ai picchetti, strappare tavoli alle aziende per migliorare le condizioni di lavoro vuol dire semplicemente fare attività sindacale, conquistare diritti e tutele in un mercato del lavoro dove vige da troppo tempo la legge del più forte, dove lo sfruttamento è la misura del lavoro, dove le paghe non permettono più di arrivare alla fine del mese, dove i contratti a termine, il lavoro nero, il sommerso la fanno da padroni.

Aldo, Arafat, Carlo, Bruno, Ryad, Roberto liberi subito, la lotta non si arresta!

 

COMUNICATO DI SI COBAS

All’alba di stamattina, su mandato della procura di Piacenza, la polizia ha messo agli arresti domiciliari il coordinatore nazionale del SI Cobas Aldo Milani e tre dirigenti del sindacato piacentino: Mohamed Arafat, Carlo Pallavicini e Bruno Scagnelli. Le accuse sono di associazione a delinquere per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio. Tale castello accusatorio sarebbe scaturito dagli scioperi condotti nei magazzini della logistica di Piacenza dal 2014 al 2021: secondo la procura tali scioperi sarebbero stati attuati con motivazioni pretestuose e con intenti “estorsivi”, al fine di ottenere per i lavoratori condizioni di miglior favore rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale…

Sul banco degli imputati figurano tutte le principali lotte e mobilitazioni condotte in questi anni: GLS, Amazon, FedEx-TNT, ecc. È evidente che ci troviamo di fronte all’offensiva finale da parte di stato e padroni contro lo straordinario ciclo di lotte che ha visto protagonisti decine di migliaia di lavoratori che in tutta Italia si sono ribellati al caporalato e condizioni di sfruttamento brutale.

È altrettanto evidente il legame tra questo teorema repressivo e il colpo di mano parlamentare messo in atto pochi giorni fa dal governo Draghi su mandato di Assologistica, con la modifica dell’articolo 1677 del codice civile tesa a ad eliminare la responsabilità in solido delle committenze per i furti di salario operati dalle cooperative e dalle ditte fornitrici. Ci troviamo di fronte a un attacco politico su larga scala contro il diritto di sciopero e soprattutto teso a mettere nei fatti fuori legge la contrattazione di secondo livello, quindi ad eliminare definitivamente il sindacato di classe e conflittuale dai luoghi di lavoro. Come da noi sostenuto in più occasione, l’avanzare della crisi e i venti di guerra si traducono in un’offensiva sempre più stringente contro i proletari e in particolare contro le avanguardie di lotta.

Contro questa ennesima provocazione poliziesca, governativa e padronale il SI Cobas e i lavoratori combattivi, al di là delle sigle di appartenenza, sapranno ancora una volta rispondere in maniera compatta, decisa e tempestiva.
Invitiamo sin da ora i lavoratori e tutti i solidali a contattare i rispettivi coordinamenti provinciali per concordare le iniziative da intraprendere.

Seguiranno aggiornamenti. Le lotte contro lo sfruttamento non si processano. La vera associazione a delinquere sono stato e padroni.

ALDO, ARAFAT, CARLO E BRUNO: LIBERI SUBITO!

SI cobas nazionale

da qui

 

 

Lotta di classe e conflitto: Associazione a delinquere? - Federico Giusti


La solidarietà di "Cumpanis" ai delegati e dirigenti Sicobas e Usb della logistica arrestati con accuse pesantissime che trasformano, agli occhi dell' opinione pubblica, il conflitto sindacale in una vera e propria associazione a delinquere. Fermiamo la criminalizzazione delle lotte sindacali frutto del partito unico della guerra e della normalizzazione sociale

Perquisizioni e arresti all’alba del 19 Luglio contro dirigenti nazionali del Sicobas e di Usb, inchiesta avviata da tempo dalla Procura di Piacenza ; le accuse ai sindacalisti sono pesantissime, si parla di associazione a delinquere per avere compiuto atti di violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio, interruzione di pubblico servizio in occasione di scioperi e picchetti .

Siamo di fronte ad una operazione della Magistratura che si sarebbe avvalsa di lunghe indagini, quello che è evidente è l’applicazione dei Pacchetti Sicurezza che avevano già previsto pene assai dure contro reati di piazza e legati al conflitto nei luoghi di lavoro, azioni che fino a pochi anni fa erano considerate legittime dentro una vertenza sindacale ma oggi sono equiparate a reati che comportano anni di carcere.

Si vuole delegittimare, con il codice penale, tutte le azioni a supporto degli scioperi; il classico blocco stradale o il picchettaggio dei cancelli sono ormai considerati un’ autentica minaccia alla pace sociale costruita ad arte sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici che in 40 anni hanno perso potere di acquisto e di contrattazione.

Le accuse mosse agli attivisti Si Cobas e Usb non sono nuove, ci sono già state inchieste analoghe con arresti e centinaia di denunce, innumerevoli processi sono ancora in corso condannando gli attivisti ad anni di carcere e pesanti pene pecuniarie (lo strumento economico è assai utile per piegare la resistenza), si parla ormai esplicitamente di azioni illegali, di una vera e propria associazione a delinquere costruita per “estorcere” da padroni e padroncini condizioni di “miglior favore” non a beneficio dei lavoratori ma solo per la visibilità e le casse del sindacato. Un’autentica narrazione tossica che trasforma il conflitto nella logistica in azione a delinquere, le lotte contro le cooperative e le aziende che non applicano contratti nazionali diventano una sorta di perseverante azione illegale e penalmente perseguibile.

Pochi giorni fa le associazioni datoriali della Logistica (ne hanno parlato l’Indipendente e l’Osservatorio Repressione oltre a varie realtà sindacali come Cub, Sicobas, Adl e altri ancora) avevano ottenuto dal “Governo dei Migliori” una deroga al codice degli appalti, ossia la deresponsabilizzazione del committente davanti ai mancati pagamenti della forza lavoro negli appalti: il datore, da oggi in poi, potrà dormire sonni tranquilli e accertarsi solo della regolarità del durc (documento unico di regolarità contributiva), salvo poi disinteressarsi delle condizioni di vita e di lavoro negli appalti. Viene così meno ogni responsabilità della committenza e si favoriscono i processi di delocalizzazione e di esternalizzazione, si porta acqua al mulino delle privatizzazioni in un settore nevralgico per il capitalismo italiano come quello dei servizi.

Non ci meraviglia che davanti a questi fatti prosegua il silenzio assenso della Cgil, che invece si è dimostrata, nei giorni della crisi governativa, assai solidale con il premier Draghi sostenendo il governo con innumerevoli interviste e comunicati indecorosi.

Equiparare la lotta di classe ad una associazione a delinquere è possibile non solo perchè esiste un codice penale che prevede pene pesantissime per i reati di piazza ma perchè nel nostro paese esiste, inalterata, da 40 anni una legislazione di emergenza rafforzata dai pacchetti sicurezza 1 e 2 che prevedono pene pesantissime per reati stradale e il picchettaggio che poi sono armi storiche del conflitto sindacale.

Noi crediamo che questa, l’ennesima, manovra repressiva sia la risposta del “Governo dei Migliori” e dei suoi sostenitori al conflitto sociale e sindacale, alla mera rivendicazione di salario e diritti sociali. Da anni ormai i sindacati rappresentativi hanno scelto la strada degli scioperi virtuali dentro quel rinnovato consociativismo con le associazioni datoriali alle quali accordano deroghe ai contratti nazionali, gli stessi sindacati che da anni rinnovano i contratti nazionali al di sotto del costo della vita e a mero discapito delle tutele collettive ed individuali.

Quanto accade a Piacenza, dopo anni di arresti, denunce, processi e dopo l’uccisione di due attivisti sindacali travolti ai cancelli dei magazzini mentre partecipavano a picchetti, ci riguarda tutti\e, non solo i sindacati direttamente coinvolti ma l’intero mondo del lavoro, le realtà sociali e di movimento.

Che la repressione avvenga nella logistica non è un fatto nuovo perchè in questi magazzini transitano le merci destinate al mercato: bloccando la circolazione delle merci il sistema capitalistico italiano entrerebbe in una nuova crisi che il “Governo dei Migliori” e i sindacati complici non possono permettersi.

da qui

 

 

Arresto sindacalisti Si Cobas e Usb, un atto da governo fascista - Francesco Guadagni

 Il messaggio doveva essere chiaro. Sette anni di lotta, dal 2014 al 2021 in un comparto strategico della logistica, con il raggiungimento anche di alcune vittorie sindacali, non potevano passare impuniti. Ed ecco quindi, che Polizia e Magistratura, al servizio del padronato, sono passate alla contro offensiva arrestando il coordinatore nazionale del Si Cobas Aldo Milani e tre dirigenti del sindacato piacentino: Mohamed Arafat, Carlo Pallavicini e Bruno Scagnelli. Agli arresti anche due appartenenti all’Unione Sindacale di Base.

Ai sindacalisti sono stati addebitati capi d’accusa infamanti, come quelli di estorsione oltre ad associazione a delinquere, violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio.

Accuse gravissime per mostrare come delinquenti all’opinione pubblica chi invece lotta per i diritti e migliori condizioni dei lavoratori. Intanto, il sindacato Si Cobas in un comunicato ricorda che quello che è successo questa mattina “è un pesantissimo attacco alla libertà sindacale e al diritto di sciopero, portato da un settore della magistratura che si è già distinto negli anni per il suo livore antisindacale con denunce, arresti, fogli di via e divieti di dimora. Con accuse di “violenza” e di “estorsione” vogliono reprimere le lotte dei lavoratori contro lo sfruttamento e per il salario, in un momento in cui padroni e speculatori italiani e internazionali stanno rapinando i salari con aumenti dei prezzi dell’8% (del 10% per le famiglie a basso reddito), e più che mai è urgente una lotta generalizzata per difendere il potere d’acquisto dei salari.”

Dal sindacato di base, rilanciano la mobilitazione: “L’unica risposta a questo nuovo e più pesante atto di repressione e di intimidazione antioperaia è la lotta più ampia di tutti i lavoratori, per il diritto di organizzarsi in sindacato e di lottare a difesa delle proprie condizioni. Non possono fermare i lavoratori con le manette! Sciopero di tutti i lavoratori da questa sera per tutta la giornata di mercoledì 20! Presidio sotto la Prefettura di Milano dalle ore 10 di domani!”

Di un tale provvedimento contro rappresentanti sindacali non si ha notizia nella storia dell’Italia repubblicana. Bisogna risalire all’Italia del ventennio fascista.

In fondo, il Governo Draghi, in Ucraina, con pretesto di difendere la popolazione dall’invasore russo, non appoggia milizie dichiaratamente fasciste con armi e finanziamenti di vario genere? La coerenza non è mancata a questo esecutivo, anche in questa circostanza, si mostrato il vero volto del sistema neocapitalista, il fascismo dei tempi moderni.

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sabato 19 febbraio 2022

Propaganda e gruppi armati, gli USA pronti di nuovo a destabilizzare la Siria - Francesco Guadagni

 

Come se non bastassero le provocazioni in Ucraina e a Taiwan, l'amministrazione USA guidata da Jo Biden, il democratico, non dimentica un altro fronte dove Washington è fonte di destabilizzazione. Parliamo della Siria e di un preoccupante allarme lanciato dall'intelligence russa.

Infatti, gli Usa con i loro militari presenti illegalmente in Siria, in quanto la loro presenza non è stata autorizzata dal governo siriano, con il pretesto di combattere l'ISIS-Daesh stanno usando la loro intelligence per mobilitare gruppi estremisti ed attaccare le forze siriane, i consiglieri iraniani e russi nelle province di Damasco e Latakia. 

L'allarme è stato lanciato dal Servizio di intelligence estero russo. "Per raggiungere i loro obiettivi in ??Siria, gli americani stanno utilizzando attivamente i loro stretti contatti con la cosiddetta opposizione armata e, di fatto, con i gruppi islamisti radicali" si legge nella nota dell'agenzia russa riportata da Sputnik.

Inoltre, la stessa agenzia precisa che "le agenzie di intelligence statunitensi hanno in programma di dirigere le 'cellule dormienti' degli estremisti nella capitale Damasco, nella regione adiacente e nella provincia di Latakia per svolgere azioni mirate contro membri delle forze dell'ordine siriane, nonché consiglieri militari iraniani e personale militare russo".

Non è finita qui. Alle azioni militari poteva non mancare la propaganda e la preparazioni di proteste? No, e, al tal proposito, il servizio stampa russo ha anche svelato che gli Stati Uniti intendono lanciare una campagna mediatica per ispirare proteste in Siria. Tali proteste causate da un malcontento sociale dovuto proprio alle sanzioni di Washington ma che dovrebbero ritorcersi contro il governo siriano.

"Le informazioni ricevute dal Russian Foreign Intelligence Service dimostrano che l'amministrazione statunitense mira a mantenere la sua presenza in Siria, impedendo la stabilizzazione della situazione in questo Paese. Washington intende lanciare un'ampia campagna mediatica, anche sui social network in lingua araba, per fomentare proteste nella società siriana", ha sottolineato il servizio stampa.

Inoltre, il Russian Foreign Intelligence Service ha ricordato che Washington partecipa attivamente al commercio ombra di petrolio siriano, poiché le truppe statunitensi accompagnano i camion di petrolio dalla Siria al Kurdistan iracheno.

"In questo contesto, continua il saccheggio delle risorse naturali siriane da parte delle compagnie statunitensi. Washington rimane attivamente coinvolta nel commercio illegale di petrolio prodotto nei territori occupati della Siria nord-orientale. Dai campi petroliferi delle province di Hasaka, Raqqa e Deir ez-Zor, ogni mese, vengono estratti fino a 3 milioni di barili di materie prime. Circa un terzo del petrolio rubato, attraverso la mediazione degli americani, viene venduto alla Regione Autonoma Curda dell'Iraq al prezzo di 35-40 dollari al barile", precisano dai servizi di intelligence russa.

Molte volte in passato le agenzie di intelligence russa hanno avvertito di attacchi con armi chimiche ad opera dei gruppi terroristici per dare la colpa al governo siriano e scatenare l'intervento dell'occidente, circostanza che si è verificata nel 2017 e nel 2018.

Altro che propaganda russa, gli USA e la NATO non lasceranno nulla di intentato. Sono un impero al collasso e disperatamente, con ogni mezzo, tenteranno di evitare una capitolazione, nonostante sia inevitabile.

da qui