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mercoledì 10 giugno 2026

“Mi hanno interrogato per tutta la notte e poi messo in cella. I Mondiali erano il mio sogno”: il racconto dell’arbitro somalo Artan, sbattuto fuori dagli Usa - Daniele Fiori

“Avevo i documenti giusti”. Omar Abdulkadir Artan racconta così, al telefono con il New York Times, la notte che ha cancellato il suo sogno mondiale. L’arbitro somalo, scelto per partecipare ai Mondiali di calcio di quest’estate, non potrà prendere parte al torneo dopo che gli è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti al suo arrivo a Miami, su un volo proveniente da Istanbul. La sua vicenda è diventata il simbolo dell’intolleranza che sta caratterizzando questi Mondiali, tra visti negati e perquisizioni alle Nazionali.

Artan ha spiegato di essere arrivato negli Usa convinto di avere tutto in ordine: “Avevo i documenti e tutto il resto in regola”. Secondo il suo racconto, una volta sbarcato è stato portato in una piccola stanza dell’aeroporto, dove gli agenti lo hanno interrogato per tutta la notte. Undici ore di domande, durante le quali gli sarebbe stato chiesto il motivo del viaggio negli Stati Uniti e anche della politica somala. L’arbitro ha detto di aver mostrato i documenti della Fifa e alcune foto della sua carriera da direttore di gara.

Il passaggio successivo è stato ancora più duro. Dopo l’interrogatorio, Artan ha riferito di essere stato trasferito in una cella di detenzione, dove è rimasto per altre ore, prima di essere imbarcato su un volo di ritorno verso Istanbul e poi rientrare a Mogadiscio. “Sono molto, molto deluso. Sono semplicemente un arbitro che cerca di vivere il suo sogno, il più grande sogno della mia vita, venire ai Mondiali”, ha detto al New York Times.

Artan sarebbe potuto diventare il primo arbitro somalo a dirigere una partita dei Mondiali. Nel 2025 era stato nominato miglior arbitro maschile dell’Africa ed era stato scelto dalla Confederazione Africana di Calcio per partecipare al torneo. Ma dopo il respingimento negli Stati Uniti, la Fifa se n’è lavata le mani e ha confermato che non prenderà parte alla competizione.

Il direttore di gara ha dichiarato di non essere stato informato del motivo preciso per cui gli è stato negato l’ingresso nel Paese. La spiegazione ufficiale fornita dalle autorità statunitensi resta generica. Un portavoce della dogana e della protezione delle frontiere aveva dichiarato alla CNN che Artan era stato sottoposto a un controllo aggiuntivo, una procedura definita di routine per verificare le informazioni o stabilire l’ammissibilità del viaggiatore. Al termine dell’ispezione, era stato ritenuto inammissibile “a causa di problemi di verifica”.

“Penso che abbiano un problema con il mio paese”, ha aggiunto Artan. La Somalia rientra infatti tra i Paesi colpiti dalle restrizioni di viaggio introdotte nell’ambito della stretta sull’immigrazione dell’amministrazione Trump. Il caso ha provocato la protesta del governo somalo, che ha chiesto spiegazioni agli Stati Uniti e alla Fifa. Che, da parte sua, ha dichiarato di non avere competenza diretta sulle procedure migratorie del Paese ospitante. “La FIFA non è coinvolta nei processi di immigrazione del Paese ospitante, comprese le procedure di rilascio dei visti, ed è stata informata dalle autorità che lo status del signor Artan non subirà modifiche al momento”, ha dichiarato un portavoce.

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Mondiali 2026, i peggiori di sempre? Intolleranza e prepotenza sotto i nostri occhi - Stefano Boldrini

S’intuiva che sarebbe stato il mondiale dell’intolleranza, della prepotenza spacciata come sicurezza, delle paranoie sull’immigrazione, dello strapotere della parte peggiore dell’America, ma le prime immagini che viaggiano sul web in tempo reale ci hanno descritto nelle ultime ore, quando ancora il torneo deve iniziare, uno scenario ancora più oscuro. L’arbitro somalo Omar Artan – il migliore della confederazione africana – rispedito a casa dalla polizia di Miami dopo lunghissimi controlli. Le delegazioni di Senegal e Uzbekistan sottoposte a ispezioni minuziose, con tanto di cani antidroga e al limite dell’umiliante – coinvolti anche Fabio Cannavaro ct della nazionale asiatica e star mondiali come l’ex Liverpool Sadio Mané e l’ex Napoli Koulibaly -. Il giocatore iracheno Ayman Hussein bloccato in aeroporto e sottoposto a sette ore di interrogatorio. Persino il Belgio di De Bruyne costretto a fare i conti con i metal detector sotto le scarpe. L’Iran è un caso a parte: appare già surreale la presenza della squadra con il fronte di guerra aperto con gli Usa e non sorprende quindi se sia stato concesso di entrare negli Stati Uniti poche ore prima delle partite e di uscire subito dopo.

Il mondiale della prepotenza, del trionfo della cultura – cultura? – MAGA, del trumpismo appare già lanciato verso il titolo del peggiore di sempre. Peggio sicuramente di Italia 1934 in salsa mussoliniana, di Qatar 2022 e dei divieti imposti alle comunità LGBTQ+, di Russia 2018 e del rinascimento putiniano. L’unico per ora accostabile a quello che andrà in scena in Canada, Messico e Usa dall’11 giugno al 19 luglio, il primo a 48 squadre e con un totale di 104 partite, è quello di Argentina 1978 e dei generali macellai, con la caserma ESMA a poche centinaia di metri dallo stadio Monumental di Buenos Aires dove vennero torturate e uccise migliaia di persone, anche durante le gare. Quarantotto anni fa non esisteva internet. Il regime di Videla eresse un muro di fronte alle sue vergogne. Solo la nazionale olandese cercò di scuotere le coscienze, nell’indifferenza generale. Gli Oranje arrivarono a giocarsi il titolo nella finale contro i padroni e la persero ai supplementari, dopo aver colpito un palo all’89’ quando il match viaggiava sull’1-1: se un ciuffo d’erba avesse deviato il tiro di Rensenbrink, forse la storia dell’Argentina sarebbe stata diversa e la dittatura sarebbe caduta prima del 1983.

Chiariamo subito: non sono paragonabili la giunta argentina figlia di un golpe e il trumpismo americano. Donald è stato rieletto dal voto presidenziale. Ha ottenuto la maggioranza dei voti in una consultazione democratica. Ma il modello MAGA (Make America Great Again) sta producendo un attacco violento alle libertà e alla libertà. Si alimenta di nazionalismo ottuso, di sovranismo, di suprematismo bianco, di lotta all’immigrazione, di autoritarismo che dà carta bianca ai metodi brutali delle forze dell’ordine. I controlli severissimi alle frontiere, in un paese che è insieme a Israele il bersaglio numero uno del terrorismo internazionale, erano annunciati, ma le immagini di questa vigilia sono state un colpo di frusta. Sembrava fantasia la caccia agli immigrati negli stadi durante le partite da parte dell’ICE, ma a questo punto, sarà la conseguenza logica di quanto sta avvenendo.

Uno scenario brutale, di cinque settimane pesanti, nelle quali spicca il silenzio della Fifa e del suo presidente, Gianni Infantinocontro il quale si è rivolto in tribunale Michel Platini, dopo i fatti e misfatti che portarono alla caduta dell’ex fuoriclasse della Juventus nel 2015, all’epoca numero uno dell’Uefa e lanciato verso il trono del football mondiale. Infantino è un sodale di Trump. Si vanta di essere amico del presidente statunitense e con una pagliacciata in pieno stile americano gli ha consegnato, lo scorso dicembre, un surreale premio della pace. Infantino è amico dei potenti, da Putin ai reali delle monarchie arabe, ma è ancora più amico di Trump. Affinità ideologiche e amore viscerale per gli affari sono il collante con King Donald. Il mondiale 2026, secondo la propaganda di Infantino, “sarà il più grande evento di sempre”. Il sito della BBC, che non rappresenta un mondo ultra dell’informazione, suggerisce questa descrizione del torneo: “Il più politicizzato, per esempio. E il più costoso. Potenzialmente il più caldo, o il più inquinante. Certamente, il più redditizio per la FIFA. A prescindere dal punto di vista, sembra certo che, al di là dello spettacolo in campo, questa Coppa del Mondo in formato gigante potrebbe essere tra le più controverse di sempre. Dai costi per i tifosi all’impatto della geopolitica, dalle politiche sull’immigrazione fino alla sicurezza, alle condizioni meteorologiche estreme, alla sostenibilità e al ruolo del presidente Donald Trump, questo mondiale suscita apprensione ed entusiasmo”.

E’ vietata anche la critica sportiva, vedi quella dell’allenatore argentino Marcelo Bielsa, ct dell’Uruguay, che ha definito pessima l’organizzazione del torneo parlando dei campi di allenamento. La Fifa ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti. “Ci proibiscono di parlare. Chi prova a criticare viene sanzionato”, il suo atto d’accusa. A questo punto siamo arrivati con Infantino: un allenatore non può dire che una struttura tecnica non è degna di un mondiale.

Dall’11 giugno, con il match Messico-Sudafrica che aprirà il torneo, detterà legge il calcio giocato: quarantotto squadre, 1248 giocatori pronti a scendere in campo, tre nazioni, tre fusi orari, distanze enormi da percorrere e una montagna di gol in arrivo. Questa sbornia collettiva riuscirà ancora una volta a oscurare le coscienze? La vera sfida è questa. Noi italiani, costretti per la terza volta di fila a vivere il mondiale da semplici spettatori, abbiamo la possibilità di sottrarci a questo delirio, anche se, visti i fatti dell’ultima giornata di campionato, il livello della nostra classe politica e il liquame che scorre abitualmente nei social, non c’è da essere ottimisti.

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lunedì 1 giugno 2026

Romanzo mondiale. Il gioco sporco del potere – Marco Niro

(letto da Francesco Masala) – una storia che sembra di fantasia, ma purtroppo sa di realtà, direbbe Tersite Rossi

(Garrincha edizioni, 2026, 15 euro)

Ai tempi di Gigi Riva, Georges Best, Diego Maradona, Roberto Baggio, Gianfranco Zola (fra gli altri) il romanzo di Marco Niro sarebbe stato classificato come fantacalcio, o romanzo d’anticipazione (per i pessimisti).

Invece oggi questo romanzo è ormai un libro di cronaca, e ogni giorno la realtà corre sempre più verso l’abisso, senza nessuna alternativa e opposizione.

Povero calcio, sport che tutti da bambini abbiamo amato e adesso fa proprio schifo, per colpa dei padroni del pallone.

Marco Niro racconta una storia semplice e complessa insieme, il tramonto di un mondo che sembrava inossidabile, basta seguire l’odore (o la puzza) dei soldi, come diceva Giovanni Falcone, e tutto diventa possibile, anche l’impossibile, e tutto diventa facile da capire.

C’è chi tira le fila, c’è un abile corruttore (oggi si chiamerebbe facilitatore), e poi ci sono i corrotti, sembrano giganti, sono solo pedine di un gioco nel quale dire non esiste la parola NO, se non vuoi essere distrutto.

E poi ci sono gli schiavi, motore dell’economia di sempre (come questi giorni in Italia, governata da chi odia i migranti e ama gli schiavi, si scopre che a Milano il consolato Usa, paese governato da chi odia i migranti e ama gli schiavi, è costruito da schiavi indiani).

Alcuni eventi sono riconoscibili, presi dalla cronaca, e situati in un puzzle, le cui tessere sembrano difficili da mettere nel disegno, ma alla fine tutto torna, anche troppo.

Come in una clessidra la fine è nota, ma bisogna saperla disegnare.

Un romanzo che non annoia per niente, promesso.

https://www.labottegadelbarbieri.org/romanzo-mondiale-il-gioco-sporco-del-potere-marco-niro/

lunedì 11 novembre 2024

Pier Paolo Pasolini: il calcio come metafora di vita e poesia - Marvin Trinca

Pier Paolo Pasolini è stato un poeta, regista e intellettuale dall’intensità controversa, un artista in grado di rappresentare gli strati più complessi e oscuri della società italiana del Novecento. Ma c’è un lato meno noto di Pasolini, un lato che si schiera non solo nelle piazze e nei set cinematografici, ma anche sui campi di calcio. Per Pasolini, il calcio non è mai stato semplicemente uno sport, ma una metafora potente, un’espressione genuina di cultura popolare e un linguaggio universale che riflette le dinamiche sociali, politiche e culturali.

Calcio e cultura popolare: la poetica del pallone

Pasolini amava il calcio, lo giocava e lo viveva, vedendolo come uno dei linguaggi più immediati del popolo. Cresciuto in un Italia postbellica, Pasolini sperimentò un paese spaccato tra il desiderio di modernità e un forte radicamento nelle tradizioni popolari. Nel calcio, Pasolini ritrovava i valori della comunità e della spontaneità: un gioco che, pur essendo terreno, possedeva una sua intrinseca poesia, un’essenza che esprimeva tanto la vitalità quanto l’imperfezione della vita stessa. Per lui, il calcio era un simbolo della cultura proletaria, un campo in cui non era necessario “avere” ma soltanto “essere”: i giocatori, per strada o in un cortile, erano tutti uguali e si ritrovavano uniti dallo stesso amore per la competizione e il divertimento. Il calcio, nel pensiero pasoliniano, era quindi un atto di resistenza culturale contro una società sempre più consumistica e individualista.

Calcio come linguaggio: prosa e poesia

La famosa distinzione pasoliniana tra “calcio di prosa” e “calcio di poesia” è una delle interpretazioni più affascinanti che l’intellettuale abbia dato di questo sport. In un articolo scritto nel 1971, Pasolini definì il “calcio di prosa” come il calcio tecnico, efficace, disciplinato, finalizzato esclusivamente al risultato. È il calcio delle squadre che seguono gli schemi, che cercano di minimizzare l’imprevisto in favore di una tattica consolidata. Eppure, questo non era il calcio che interessava Pasolini. Al contrario, il “calcio di poesia” era per lui quello dell’improvvisazione, della genialità improvvisa, della bellezza istintiva. È il calcio che sfida le convenzioni, che riesce a meravigliare anche l’osservatore più disilluso, come un colpo di pennello inatteso su una tela bianca. Pasolini ritrovava questa forma di calcio nelle azioni geniali dei calciatori più creativi, come nel “tocco di classe” che trasforma un semplice passaggio in un’opera d’arte. Nel suo immaginario, il calciatore-poeta era come un attaccante capace di sovvertire i piani tattici con un gesto audace e inaspettato.

Il campo come teatro sociale

Per Pier Paolo Pasolini, il campo di calcio era molto più che un semplice spazio di gioco: diventava un palcoscenico sociale, una sorta di teatro naturale in cui si svolgevano i drammi e le commedie della vita. Guardando una partita di calcio, Pasolini riusciva a cogliere dinamiche umane e sociali che rispecchiavano le complessità della società italiana del suo tempo, soprattutto le tensioni tra le classi, i sogni di riscatto e le ingiustizie strutturali che la caratterizzavano. Così, il calcio si trasformava in un’arte viva, capace di incarnare speranze, frustrazioni, alleanze e rivalità. Il calcio, infatti, rappresentava per Pasolini un linguaggio universale in grado di unire e, allo stesso tempo, dividere. La stessa partita si caricava di significati simbolici e diventava una metafora delle contraddizioni sociali: ogni squadra poteva rappresentare il popolo e l’élite, l’individuo e la comunità, la periferia e il centro. Nel semplice atto di scendere in campo, i giocatori portavano con sé la propria storia, la propria identità, come attori che recitano, e al tempo stesso vivono, un dramma comune e collettivo.

Gioco e lotta di classe: il calcio come atto di resistenza

Nel suo sguardo attento e appassionato, Pasolini vedeva nelle partite tra ragazzi di borgata una sorta di resistenza naturale alla borghesia e al sistema capitalistico, simile alla lotta di classe che narrava nelle sue poesie e nei suoi film. Il calcio popolare, giocato nelle strade e nei cortili, era per lui una forma di autonomia sociale e culturale, un linguaggio della “subalternità” che poteva essere usato per esprimere l’identità proletaria e contestare le convenzioni imposte dalla società dominante. I giocatori stessi diventavano degli eroi antieroi: ragazzi di periferia, lontani dai privilegi, che si imponevano su un campo da gioco come simbolo di libertà, di gioia, e di appartenenza. Per Pasolini, il calcio era una forma di espressione che, a differenza del linguaggio verbale, non poteva essere strumentalizzata o piegata ai fini del potere. Una partita tra ragazzi, senza arbitri né spettatori, possedeva una sua integrità assoluta, una sua purezza che sfuggiva alla logica commerciale e consumistica della società di massa. Quella stessa società che, a suo parere, stava rapidamente trasformando anche il calcio professionistico in una spettacolarizzazione commerciale, perdendo il contatto con le sue radici autentiche e popolari.

Il campo come spazio di riscatto e ribellione

In una società che tendeva a relegare le classi popolari ai margini, il calcio offriva un’opportunità di riscatto, un momento in cui l’individuo poteva distinguersi, diventare protagonista. Pasolini osservava con attenzione le sfide tra i ragazzi delle periferie, vedendo nel loro gioco una forma di ribellione simbolica. Quei ragazzi, spesso vittime di povertà e ingiustizia, trovavano sul campo di calcio uno spazio di espressione e affermazione personale: il diritto a giocare bene, a fare “il colpo di classe”, diventava una forma di rivendicazione di dignità. Pasolini vedeva in questo aspetto del calcio un parallelo con la lotta dei proletari per il riconoscimento e la giustizia sociale. In campo non c’erano i limiti della burocrazia o delle gerarchie di classe: bastavano due porte improvvisate, un pallone di stracci e la voglia di giocare. In questo modo, il calcio diventava una realtà in cui ogni giocatore poteva riscattare la propria esistenza, scendere in campo da pari a pari, trasformando la passione in azione e il bisogno di identità in un linguaggio collettivo.

Il fascino della “partita infinita”

La passione di Pasolini per il calcio lo accompagnò fino alla fine. In quello sport rivedeva la “partita infinita”, una metafora esistenziale che supera il semplice aspetto sportivo. Il calcio, per Pasolini, rappresentava la speranza di riscatto e il continuo rinnovarsi dell’azione, con ogni partita che dava vita a una nuova storia, dove il risultato non era mai scontato e il finale sempre aperto. Pasolini vedeva nel calcio un sogno collettivo, capace di abbattere le barriere sociali e di unire, in uno spazio comune, persone di ogni ceto e provenienza. L’interesse di Pasolini per il calcio ci ricorda che questo sport può essere molto di più di un semplice passatempo. Come lui stesso ha scritto, il calcio è uno dei pochi riti sopravvissuti nella nostra società secolarizzata. Nella poetica del pallone, Pasolini ritrovava il senso dell’umanità: quella capacità di creare bellezza dal nulla, di agire con slancio e cuore, di rappresentare la vita nelle sue sfaccettature più intime e contraddittorie.

Conclusione: Pasolini, il calcio e il nostro presente

Oggi, a quasi cinquant’anni dalla scomparsa di Pasolini, il suo modo di guardare al calcio come specchio della società ci appare più attuale che mai. Nella modernità, dove il calcio è diventato un’industria sempre più competitiva, le riflessioni di Pasolini ci ricordano il valore intrinseco di uno sport che può ancora raccontare la vita nella sua autenticità. Quel “calcio di poesia” che tanto apprezzava, oggi è forse sempre più raro, ma vive ogni volta che un giovane, in un campetto di periferia, prende un pallone per sognare.

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giovedì 25 gennaio 2024

L'ultimo saluto. A Gigi - Mario Guerrini

 

L'ultimo saluto. A Gigi. Gigi Riva. Sul Colle di Bonaria. Dove sono nato. E dove spero di chiudere gli occhi per l'ultima volta. Anche io. A pochi metri dalla ultima mia casa. Accanto a quella imponente Basilica. Che tanto amo. E che ammiro dalla finestra. Tutti i giorni. È l'ultimo saluto di una città. Di una Regione. A quel mito incredibile di calciatore che è stato Gigi. Con un filo che ci accomuna. Perché io sono figlio di un calciatore rossoblù. Mancino come lui. Ma terzino. Di altra epoca. Con lo stesso destino. Venuto da Livorno. E rimasto per sempre, sino all'ultimo respiro, nella mia Cagliari. Come Gigi. Dalla lombarda Leggiuno. E per questo eroe del pallone c'è appunto un posto particolare nel mio cuore. Perché la mia carriera professionale di radio e telecronista è stata illuminata anche dalla sua grandezza. E dalla nostra reciproca considerazione personale. Perché io ero il cantore sardo delle suegesta. Spero non dimenticato. Ho vissuto con la mia voce le sue glorie e i suoi dolori. Che sono parte indimenticabile della mia esistenza. Oggi Gigi avrà anche il mio saluto. L'ultimo. A quel bravo ragazzo del nord. Che ha voluto vivere al sud. Nell'Isola di Sardegna. E trovare quaggiù il riposo eterno. Come Ilio. Il mio Papà. E come me. Quando sarà. Senza fretta. Perché la vita è bella.

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domenica 20 febbraio 2022

La grande tratta dei calciatori - Daniele Canepa

 

 

Viaggio nel perverso mondo del football trafficking, che ogni anno coinvolge migliaia di giovanissimi che sognano di diventare le nuove stelle del calcio mondiale. Per pochi che ci riescono, ci sono migliaia di disperati che finiscono tra le mani di agenti fittizi e intermediari senza scrupoli. Sfruttati, derubati e abbandonati, molti di loro si ritrovano senza speranze in paesi sconosciuti. Eppure i “trafficanti” di calciatori sono solo una parte di un problema più complesso, che coinvolge famiglie, media e società sportive. (English version)

 

 “C’è una cosa di cui ti convinci, quando cresci circondato dalle gigantografie di campioni come Didier Drogba, Samuel Eto’o o Yaya Touré: se ce l’hanno fatta loro, puoi riuscirci anche tu. Sei giovane e ti sembra di poter realizzare qualsiasi cosa. Poi però arrivi in Europa e se hai la fortuna di fare un provino ti rendi conto che la realtà è diversa, che magari ti devi giocare tutto in una partita e che la temperatura è di dieci gradi e tu non ci sei abituato. Né sei preparato a giocare insieme a un gruppo di sconosciuti che parlano un’altra lingua. E se il provino va male, ti ritrovi abbandonato a te stesso: da solo, in un paese che non conosci”.

Le parole di Joseph*, venticinquenne originario del Senegal arrivato in Italia nel 2014 e oggi residente in Liguria, sintetizzano un’esperienza comune a quella di migliaia di ragazzi provenienti in gran parte dall’Africa Occidentale e vittime di un fenomeno conosciuto a livello internazionale come football trafficking.

Se volessimo tradurre letteralmente dall’inglese, trafficking equivarrebbe a “tratta”, mentre il “traffico” di esseri umani è invece indicato come smuggling. La differenza tra i due termini non è una questione speculativa, in quanto tratta e traffico si configurano come reati diversi e sono punibili in modo differente. Tuttavia, i casi di football trafficking si situano spesso in una zona grigia tra le due casistiche: da qui, la scelta di usare la definizione inglese per indicare tutti gli episodi di migrazioni irregolari nel mondo del calcio. 

Come già si intuisce da questa premessa, il fenomeno è complesso e richiede, come vedremo, un approccio non manicheo di risoluzione della questione in una mera divisione tra buoni e cattivi. Ci sono, è vero, delle vittime e degli sfruttatori, ma alla radice del problema vi è in realtà una visione diffusa nel “sistema calcio” che si esplicita attraverso due metafore pervasive in ambito sportivo: 1) l’atleta come merce; 2) l’atleta come macchina.

Riflettiamo, nel primo caso, sulla nonchalance con cui usiamo espressioni come “comprare”, “vendere”, “prestare” calciatori, come se essi fossero dei pacchi da spostare da un posto a un altro. Nel secondo caso, pensiamo invece a frasi come: “Quell’atleta è una macchina”, “un vivaio che produce talenti in serie”, “il giocatore tal dei tali è un robot”. In entrambe le situazioni, il calciatore è percepito come un prodotto industriale, spogliato delle sue caratteristiche umane.

 

Senza questa riflessione sulla mancata considerazione dell’umanità della persona in questione, peraltro estendibile a un elevato numero di ambiti extra-sportivi, il rischio è di concentrarsi solo sugli effetti del problema senza comprenderne le cause.

Un altro aspetto fondamentale del football trafficking riguarda il sogno, inteso in questo caso come desiderio irrefrenabile ma slegato, purtroppo, da un’analisi consapevole della realtà. Ne parleremo tra poco.

Proprio la forza del sogno calcistico è stata il fondamento del successo di Sadio Mané, calciatore senegalese del Liverpool campione d’Inghilterra e d’Europa con i Reds. “Il calcio è sempre stato la mia vita e, crescendo, non avevo altro desiderio che diventare calciatore,” afferma Mané nel film documentario sulla sua carriera, Made in Senegal. L’ambizione di avere successo nello sport amato, condiviso da milioni di ragazzi in tutto il mondo, è particolarmente sentito laddove “farcela” nel calcio che conta significa non solo realizzare le proprie legittime aspirazioni individuali, ma anche affrancarsi da una situazione economica precaria e aiutare famiglia e amici a farlo. Il desiderio di contribuire al benessere del proprio paese d’origine attraverso le rimesse dall’estero accomuna un numero consistente di calciatori originari del Golfo di Guinea.

Tornando alla vicenda di Joseph, considerati questi presupposti, non risulta difficile intuire le emozioni che lo animano quando, al termine di una partita giocata in un torneo a Dakar, la sua città natale, il ragazzo viene avvicinato da una persona conosciuta nella zona per avere dei contatti nel calcio europeo.

“Vieni con me in Italia e ti farò fare una grande carriera,” gli dice l’uomo. Joseph non sta nella pelle: ha fiducia nelle proprie capacità, accompagnata da un fisico notevole. È vero, la concorrenza in Europa sarà agguerrita, ma a lui non interessa. Continua a ripetere tra sé e sé che, se ce l’hanno fatta i suoi connazionali diventati celebri come Sadio Mané, ce la farà anche lui.

C’è però una cosa che, da subito, a Joseph non quadra. Il suo agente – il termine è improprio in quanto l’uomo agisce senza presentare delle credenziali formali – pretende dalla famiglia del ragazzo una somma di denaro. “Ma come”, si chiede Joseph, “se mi reputa così bravo perché vuole che lo paghi già prima di avermi fatto provare con un club?” Ma la preoccupazione svanisce subito, schiacciata dal desiderio accecante del giovane di giocarsi le sue chance in Europa. La famiglia del ragazzo, però, è contraria al trasferimento. I rischi sono troppo elevati: e se poi le cose non andassero bene? Facendo ignobilmente leva sulle aspettative di Joseph, che vengono usate per mettere pressione sui suoi genitori, l’intermediario riesce a incassare i soldi richiesti e a convincere la famiglia a lasciarlo partire.

Già al momento dell’atterraggio a Roma Fiumicino, però, Joseph intuisce che i suoi dubbi prima della partenza non erano infondati. Quando telefona al suo agente – continuiamo a chiamarlo così per convenzione – la risposta di quest’ultimo sembra sorpresa, come a dire: “Sei venuto davvero”. A ciò si aggiunge il senso di disperazione derivante dal trovarsi da solo, poco più che adolescente, in un paese nuovo, la cui lingua non parla. “Mi veniva da piangere ed ero già pentito della scelta fatta appena sbarcato. Comunque, mi sono fatto coraggio e sono andato avanti”, racconta Joseph. Il ragazzo riesce in qualche modo ad arrivare alla stazione del treno di Roma Termini per dirigersi poi a Milano, dove il suo agente lo attende…

 

*I nomi di tutte le persone citate in questo articolo sono stati modificati.

 

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mercoledì 3 novembre 2021

Token

Fan token: il mercato del nulla - coniarerivolta

“Lui si era accorto che vendevo l’aria a prezzi altissimi…”

Roberto Vecchioni, Pesci nelle orecchie, Ipertensione, 1975

 

In un vecchio film di Totò del 1950, Totò sceicco, a un certo punto il principe della risata si trova assetato in un deserto; improvvisamente ecco presentarglisi un venditore di limonata; Totò paga e fa per bere la limonata… ma si scopre che era invece un miraggio e non ha alcuna limonata in mano; eppure, il “miraggio ladro” aveva preso le 50 lire per pagare la limonata!

Nell’economia di oggi stiamo assistendo alla nascita di qualcosa di molto simile al “miraggio ladro” del famoso film di Totò. È infatti sempre più comune da parte di società calcistiche europee, squadre di basket americane, tornei di tennis, ecc., emettere “titoli digitali” detti fan tokenvere e proprie criptovalute (rientranti nella categoria degli utility token), che forniscono accesso a beni e servizi legati al club per conto del quale vengono emessi.

Il meccanismo è il seguente: una società terza emette questi titoli digitali sponsorizzando la squadra di calcio e ricevendone in cambio la possibilità di utilizzare il nome e l’immagine della squadra; i titoli digitali sono creati, venduti e scambiati tramite l’utilizzo della blockchain, la tecnologia alla base delle criptovalute. Ora, una volta comprati, questi titoli digitali non rendono nulla, né dividendi né interessi, e tantomeno prevedono il rimborso del capitale; vendendoli sul mercato secondario, però, si possono realizzare guadagni (e soprattutto perdite) in conto capitale.

La novità del fan token è che, in cambio dei soldi spesi per il relativo acquisto, esso permette di ricevere video esclusivi, sconti su gadgets o riconoscimenti dello stato di tifoso. Inoltre, tramite i fan token si può votare per decidere alcuni aspetti di marketing e di immagine della squadra tifata, per esempio la grafica della maglietta della squadra. Da un punto di vista di rendimento economico, questi benefit equivalgono praticamente a nulla. Per un’analisi più dettagliata, rimandiamo a questo recente contributo.

L’idea nasce nel 2019 con l’emissione di fan token della Juventus, ma è con la pandemia del 2020-2021 che si diffonde. In quel periodo, infatti, gli stadi sono vuoti, le società calcistiche incassano meno e il pubblico da casa cerca nuovi modi per seguire “a distanza” le proprie squadre preferite.

Passata però la fase più acuta della pandemia, il fan token resta un nuovo strumento che finanzia decine di squadre calcistiche europee (spesso le più ricche e famose), raccogliendo risorse tra i tifosi e i piccolissimi risparmiatori senza dover pagare loro alcun compenso economico. Inoltre, fino a poco tempo fa molti dei benefit che i fan token assicurano erano praticamente gratuiti e certo non oggetto di speculazione finanziaria (se, ad esempio, una squadra lanciava un sondaggio per decidere la grafica della nuova maglia, parteciparvi era quasi certamente gratuito).

Inutile dire che ovviamente il titolo è rischiosissimo in quanto legato alle dinamiche delle criptovalute, all’andamento della squadra nel campionato di calcio, all’andamento borsistico delle azioni delle società calcistiche e all’operato della società che emette le criptovalute. Per esempio, si possono comprare fan token di una squadra a 10, poi questa perde un derby o esce uno scandalo calcistico o societario, il mercato sconta questi fattori e tutti vendono fan token di quella squadra: il valore del titolo passa, ad esempio, da 10 a 1.

Questo può sempre avvenire nel mondo finanziario, ma solitamente gli investimenti sono legati più strettamente all’andamento del sottostante (che garantisce le fluttuazioni del titolo, se non si parla di titoli derivati) e avvengono tramite operatori specializzati che dovrebbero, almeno in teoria, valutare la rischiosità degli investimenti e “proteggere” in qualche misura gli investitori. I fan token invece non sono regolamentati, possono essere acquistati solamente tramite cellulare e sono rivolti a un pubblico del tutto inesperto e indifeso dalle insidie del mondo della finanza. Nulla vieta infatti agli squali finanziari di investire sul titolo, magari al ribasso, rovinando i piccoli investitori.

Per il capitalismo predatorio di oggi, invece, i titoli digitali sono una manna dal cielo per poter reperire risorse senza preoccuparsi di dare nulla in cambio o di dover rispettare i dettami della (seppur blanda) regolamentazione finanziaria. Sfruttare l’amore per la maglia dei tifosi, per fare soldi facili è ovviamente remunerativo. Ma il fenomeno ha tutti i requisiti per estendersi oltre, magari con fan token di cantanti, film, serie tv, e perché no partiti politici (altro che congressi vecchio stile, già praticamente sostituiti dalle “primarie”).

Le grandi squadre europee – le stesse che hanno provato a imporre il progetto della Superlega – ci sono dentro fino al collo. La logica è sempre la stessa: le società continuano nel loro tentativo di aggiustare un modello di business disastroso aumentando le entrate, tramite un ulteriore strumento di finanziarizzazione. Pare invece sempre più evidente la necessità di un ridimensionamento dei costi, grazie anche all’introduzione di un tetto salariale, un limite massimo per la somma che ciascuna società può spendere annualmente per gli ingaggi del proprio organico.

Che il capitalismo sia alla ricerca del profitto alle spese di lavoratori, consumatori e in questo caso tifosi si è sempre saputo e per questo va combattuto; tuttavia, potremmo essere di fronte a una svolta tecnologico-finanziaria dalle implicazioni inimmaginabili. Una prima rivendicazione politica in materia potrebbe essere la richiesta di regolamentare attentamente questo tipo di mercati in modo da tutelare i piccoli risparmiatori. Nel frattempo, alcune tifoserie organizzate, come quella del West Ham, si sono battute contro i fan token, ottenendone il ritiro.

La lotta contro la trasformazione del calcio da sport popolare ad hobby elitario ha mille componenti e diversi livelli di scontro, ma dovrebbe appartenere a tutti quelli che amano questo sport. Per tutti quelli che rifiutano l’equazione tifoso-consumatore e il tentativo di trasformare definitivamente questo sport in uno show è necessario costruire un’altra idea di calcio, di politica, di mondo, che metta sottosopra le dinamiche del calcio moderno. Per fortuna, alcuni tentativi in tal senso sono ormai realtà ben affermate e altre crescono giorno dopo giorno.


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Calcio e Cripto-Finanza - Jacopo Temperini, Riccardo Zolea

 

Il mondo del calcio ed il mondo della “cripto-finanza” si sono incontrati e si sono piaciuti. Il frutto di questo incontro ha dato vita a qualcosa di nuovo, con implicazioni e sviluppi molteplici e imprevedibili. Recentemente, infatti, alcune squadre di calcio europee (tra le più note si trovano Paris Saint-Germain, Barcellona, Atletico Madrid, Manchester City e Arsenal, ma anche le italiane Juventus, Inter, Milan, Roma, Novara e a breve la Lazio[1]) stanno lanciando i cosiddetti fan token. Dietro il solito difficile nome inglese, sta un’operazione finanziaria molto interessante e probabilmente redditizia. Sostanzialmente, delle società terze, legate alle società calcistiche solitamente tramite sponsorizzazioni, emettono titoli che danno diritto a prendere decisioni inerenti alle squadre di calcio, nonché sconti su gadgets, biglietti omaggio e altri simili privilegi.  Queste decisioni riguardano aspetti che interessano il tifoso, come i colori delle maglie dei giocatori ed altre questioni analoghe.

Sul finire del 2019 la piattaforma Socios.com ha lanciato l’emissione del primo fan token dedicato ad una squadra di calcio, la Juventus. È proprio la squadra italiana la prima a vedere il lancio dei propri fan token; di lì a poco la seguiranno altri importantissimi club di calcio in tutto il mondo, leghe professionistiche, squadre di e-sports, case automobilistiche e molti altri ancora.

Ma cos’è un fan token? Chi li emette? A cosa servono? Quanto valgono?

Partendo dal principio, il mondo dei fan token ha origine sulla piattaforma digitale Socios.com e il business di Socios fa capo alla società maltese Mediarex Enterprise Limited, controllata dalla holding, Zokay Investments, avente sede alle British Virgin Island[2]. La “vision” della società è quella di coinvolgere nel mondo dello sport non solo i tifosi e i fan “fisicamente” e direttamente, ma anche di dar voce, spazio e possibilità di scelta a tutti i fan e i tifosi del mondo attraverso la digitalizzazione della loro partecipazione.

A tale scopo, Socios.com ha deciso di utilizzare la tecnologia della Blockchain come strumento in grado di far sì che tifosi e squadre potessero interfacciarsi gli uni con le altre.

È stato quindi prima di tutto creato un “token ERC-20”[3], il cui nome è Chiliz ($CHZ) sulla Blockchain di Ethereum[4], dopodiché è stata costruita una Blockchain laterale che fa direttamente capo alla piattaforma Socios.com. Il funzionamento è il seguente: sulla Blockchain laterale vengono emessi i fan token riferiti a ciascuna società partner di Socios, ed è sempre su questa Blockchain che clienti (fan) e partner (società di calcio, leghe, ecc.) interagiscono tra loro mediante le votazioni e qualsiasi altra forma di partecipazione consentita. Per tutto ciò che invece riguarda lo scambio di fan token tra i fan o l’acquisto e vendita degli stessi, per $CHZ la Blockchain di riferimento è quella di Ethereum[5].

Tale divisione dei ruoli trova il suo senso nelle caratteristiche specifiche delle due Blockchain: il vantaggio di questa separazione dei compiti va ricondotto principalmente alla velocità di convalida di ogni contratto (in termini di Blockchain, infatti, anche una transazione è un contratto). Difatti, mentre Ethereum presenta, al momento, una sistema di convalida chiamata PoW (Proof of Woork[6]), la Blockchain di Socios.com ne utilizza uno chiamato PoA (Proof of Authority[7]), che le permette di verificare e convalidare ciascun contratto in modo molto più veloce e “scalabile”[8] rispetto alla Blockchain di Ethereum.

I libri mastri di Ethereum e della Blockchain di Socios.com sono sempre consultabili da chiunque e, come è noto per chi ha dimestichezza con la tecnologia Blockchain, è possibile ricostruire la storia di ciascun portafoglio, di ciascun token e di ciascun contratto validato sin dalla sua generazione.

Per rispondere alla prima domanda, dunque, si può dire che i fan token sono risorse digitali collezionabili, coniate sulla Blockchain di Socios.com, che forniscono ai proprietari l’accesso a diritti particolari: il possesso di tali token dà il potere di influenzare le decisioni delle squadre preferite in modo commisurato al quantitativo di fan token di quella squadra posseduti, sbloccando premi VIP e l’accesso a promozioni esclusive, giochi, chat e un “riconoscimento da superfan” (un appellativo privo di concreti vantaggi economici). Ovviamente è la società calcistica o la lega stessa a decidere tematiche o quesiti da sottoporre ai possessori dei token. Un esempio di tali scelte potrebbe essere il parere sui colori della terza maglia o sulla grafica del pullman ufficiale della squadra. Chiaramente ciascuna società (o lega[9]) stipula un contratto di sponsorizzazione con Socios.com lasciando che questa possa utilizzare il nome della squadra di calcio per emettere i token.

Riguardo ai numeri, oltre al valore in dollari di ciascun token verificabile direttamente sulla piattaforma di Socios.com, sembra che i fan token abbiano generato oltre 150 milioni di sterline di entrate per i maggiori partner calcistici europei di Socios.com[10] e, piccola curiosità, è emerso che parte dello stipendio che il Paris Saint-Germain paga al calciatore più famoso al mondo, Lionel Messi, è pagato in token del Paris Saint-Germain ($PSG), i quali hanno visto incrementare notevolmente il loro valore.

Il quantitativo di token emettibili è limitato e prestabilito da Socios con ciascuna società in base ai suoi desideri. Per quanto riguarda il loro valore, il funzionamento è il seguente: i token delle nuove squadre, prima di entrare nel mercato “libero”, vengono messi a disposizione degli iscritti a Socios.com ad un prezzo fisso di 2$ acquistabili in $CHZ[11]  (ecco una degli aspetti che rendono sensata l’esistenza di un token proprio della compagnia). I token pre-acquistabili hanno un tetto massimo per ciascun acquirente, in modo da impedire che un solo agente possa comprarne troppi, e ne è bloccato l’acquisto e la vendita tra privati fino al momento del lancio sul mercato. A quel punto i token vengono messi a completa disposizione sia degli acquirenti iniziali, i quali possono decidere se “holdarli” (bloccarli, nel senso di tenerli senza intenzione di venderli) o metterli in vendita, sia eventualmente di nuovi compratori (al prezzo formatosi sul mercato).

Su Socios.com i vari agenti decidono a che prezzo sono disposti a vendere i token: il sistema mostra solamente il valore più basso e fino a che non viene venduto l’intero quantitativo di token offerto a quel prezzo, il prezzo mostrato non si alza. Questo vale per tutti i token; tuttavia, alcuni token, oltre alla suddetta modalità, presentano la possibilità di essere venduti e acquistati su uno o più siti o app di exchange[12] che scambiano criptovalute (per esempio, questo vale per i token del Paris Saint-Germain e della Roma).

Si provi ora ad analizzare il senso economico di una simile innovazione finanziaria. Sostanzialmente, le società emettitrici, nonché indirettamente le società calcistiche, ricevono un finanziamento, in una forma profondamente differente dall’obbligazione (non dovendo restituire il capitale né pagare un tasso d’interesse) e apparentemente più simile all’azione[13]. Tuttavia, questi fan token hanno in realtà molto poco in comune con le azioni. Infatti, le azioni prevedono la distribuzione dei dividendi e la possibilità di avere voce in capitolo nella gestione aziendale (tramite vari sistemi, ma, semplificando, sostanzialmente in proporzione della quantità di azioni posseduta), mentre i fan token non prevedono la distribuzione di alcun dividendo e permettono di prendere decisioni assolutamente irrilevanti dal punto di vista della gestione aziendale. In altre parole, questi “titoli” condividono i rischi delle azioni poiché non è previsto il rimborso del capitale investito, ma non prevedono alcuna forma di remunerazione.

L’unica possibilità per ottenere un guadagno dai fan token è la vendita sul mercato secondario, sperando in guadagni in conto capitale. Eppure, questo titolo ha molto del derivato e risulta quindi alquanto rischioso in quanto legato alle dinamiche delle criptovalute, all’andamento dei campionati di calcio e ovviamente alla speculazione finanziaria.

In qualche modo, questi “titoli” sembrano una sottoscrizione richiesta indirettamente dalle squadre calcistiche ai propri tifosi. In questo caso, infatti, sarebbe molto chiaro per l’acquirente il tipo di operazione finanziaria che sta sottoscrivendo. Tuttavia, la possibilità di coinvolgere i tifosi in decisioni di marketing o di ottenere dei privilegi riguardanti le squadre, fino a poco tempo fa, era in gran parte gratuita e legata magari a fan club, a sondaggi, a incontri con i tifosi ed altri simili metodi. L’innovazione consiste nel far pagare per “diritti decisionali” e privilegi che in precedenza erano fondamentalmente gratuiti (proprio per questo i tifosi del West Ham hanno protestato contro i fan token ottenendo di far naufragare il progetto di emissione dei suddetti token). La novità di richiedere un pagamento ai tifosi in cambio di questi diritti, unita alla possibilità di rivenderli su un mercato secondario, rendono più fumosa la natura di sottoscrizione di questo “titolo”. Infatti, la possibilità di rivendere i fan token sul mercato secondario implica la possibilità di guadagni e di perdite enormi in conto capitale, molto aleatorie in quanto connesse alla molteplicità dei rischi impliciti connessi al sottostante di questi “titoli”: i rischi inerenti alla squadra di calcio, i rischi connessi alla società terza e non ultimi i rischi derivanti dall’estrema volatilità del mondo cripto[14].

Inoltre, il pubblico di riferimento non è quello degli investitori specializzati e degli “squali della finanza” (sebbene essi possano trovare profittevole speculare sul titolo, alle spalle di piccoli risparmiatori e tifosi), ma i tifosi delle squadre, solitamente senza alcuna conoscenza finanziaria o economica. Ne risulta quindi una platea di acquirenti confusi e poco avvezzi alle insidie della finanza che si ritrovano probabilmente senza saperlo a investire su titoli molto rischiosi, magari tramite un cellulare. Si deve poi considerare che i tifosi conoscono le squadre di calcio e magari riescono a prevedere l’andamento del campionato, ma difficilmente conoscono il labirinto finanziario e giuridico che regola l’andamento delle società calcistiche, nonché delle criptovalute, a cui questi titoli sono legati. Ancora, a quanto sembra, al momento questo mercato manca di regolamentazione[15].

Si noti infine che mentre nel caso della gestione aziendale ci sono delle regole e delle leggi piuttosto chiare per la gestione del potere decisionale azionario, nel caso dei fan token si parla di poco più che di sondaggi a pagamento. Se qualcuno detenesse una quota di controllo, i diritti decisionali verrebbero sostanzialmente meno[16] e sembra piuttosto improbabile che uno o più tifosi intraprendano una causa legale contro una società calcistica qualora questa non rispetti le decisioni prese dai sottoscrittori di fan token (a differenza di quanto potrebbe accadere in caso di gestioni non trasparenti nelle società quotate).

Concludendo, i fan token possono essere considerati una mossa geniale da parte del capitalismo contemporaneo per raccogliere fondi senza dover dare in cambio né interessi, né dividendi e né tantomeno garantire il rimborso del capitale. Questo fenomeno momentaneamente legato al settore calcistico e sportivo potrebbe estendersi a dismisura. Per esempio, gli influencers potrebbero emettere fan token per far decidere al pubblico, pagando, come dovrebbero vestirsi nei loro video, oppure si potrebbero emettere fan token per chiedere al pubblico che automobile dovrà guidare James Bond nel prossimo film, o ancora che personaggio rivedere nel prossimo film di Star Wars o del Signore degli Anelli…

Questa prospettiva è tuttavia alquanto inquietante in quanto renderebbe lo sport, lo spettacolo, il cinema sempre più legati a logiche di profitto, sempre più dipendente dalle scelte della massa (adottate in maniera più o meno trasparente) e sempre meno legati al talento individuale o all’espressione artistica. Infine, ovviamente, tutto questo comporta un aumento incredibile del livello generale di rischio della finanza, con le consuete conseguenze legate a cicli espansivi e crisi che purtroppo ben conosciamo[17].


[1] La Lazio, a differenza delle altre, tramite la società Binance:  https://www.sslazio.it/it/news/ultime-news/65439-accordo-con-binance-la-lazio-entra-nel-mondo-dei-fan-token .

[2] Si veda: https://www.calcioefinanza.it/2021/09/10/socios-ricavi-2020-conti-raggi-x/ .

[3] A riguardo si veda https://academy.bit2me.com/it/che-cosa-%C3%A8-erc-20-token/ : “Un token ERC-20 non è altro che un contratto intelligente che ha una struttura dati prestabilita. Questa struttura è progettata per facilitare l’implementazione di varie funzionalità sulla blockchain di Ethereum, facilitando il lavoro di creazione per gli sviluppatori.”.

[4] Ethereum è una tecnologia che permette di inviare criptovalute a chiunque nel mondo con costi relativamente bassi, in modo veloce e garantendone la corretta trasmissione grazie alla tecnologia della Blockchain sottostante. Inoltre, essa è la base per la programmazione di applicazioni al momento non violabili. È una Blockchain “programmabile”. La criptovaluta nativa della Blockchain di Ethereum è l’ETH che ad oggi capitalizza oltre 400 miliardi di dollari (https://ethereum.org/it/eth/), seconda solo al Bitcoin (https://coinmarketcap.com/ ).

[5] Si veda in proposito: https://www.chiliz.com/docs/CHZ_whitepaper.pdf?__cf_chl_jschl_tk__=pmd_zSNj8uWJSpcmxepNvzqVmJAC6eAORdUWHlIu_OKxHXc-1634138478-0-gqNtZGzNAhCjcnBszQml .

[6] “Il termine Proof-of-Work (PoW) indica l’algoritmo di consenso alla base di una rete blockchain. Questo algoritmo viene utilizzato per confermare le transazioni e produrre i nuovi blocchi della catena; PoW incentiva i miner a competere tra loro nell’elaborazione degli scambi, ricevendo in cambio una ricompensa. I miner risolvono il problema, danno vita a un nuovo blocco e confermano tutte le transazioni al suo interno. Il nodo che per primo risolve il puzzle ha diritto di inserire il blocco sulla blockchain e ottiene una ricompensa per incentivare la continuazione del lavoro. Solo in questo modo un utente può essere sicuro che tutte le proprie transazioni vengano incluse nella blockchain.” https://www.blockchain4innovation.it/criptovalute/blockchain-cosa-sono-i-protocolli-pow-e-pos-e-a-cosa-servono/ .

[7] La Proof of Authority è un algoritmo di consenso basato sulla convalida delle transazioni scritte in un blocco della Blockchain tramite la convalida da parte di “validatori” i quali mettono la loro vera identità e reputazione come garanzia di trasparenza e legittimità. È una soluzione pratica ed efficiente rivolta soprattutto alle Blockchain private (https://academy.bit2me.com/it/qual-%C3%A8-la-prova-dell%27autorit%C3%A0-poa/ ).

[8] “La scalabilità è la capacità di una blockchain nel gestire un numero sempre maggiore di transazioni senza che le prestazioni ne risentano.” https://www.criptonauti.it/scalabilita-blockchain-e-criptovalute-cosa-significa/ .

[9] Si veda il lungo elenco dei partner di Socios.comhttps://www.socios.com/socios-partners/ .

[10] Si veda: https://www.calcioefinanza.it/2021/08/28/socios-ricavi-club-fan-token/ .

[11] Il cui valore al 16/10/2021 è di circa 0,32$ (https://coinmarketcap.com/currencies/chiliz/ ).

[12] Per una definizione si veda: https://academy.binance.com/en/glossary/exchange .

[13] Come molti media del settore riportano, per esempio https://www.calcioefinanza.it/2021/07/23/fan-token-cosa-sono/  o https://tecnologia.libero.it/cosa-sono-i-fan-token-delle-squadre-di-calcio-e-come-funzionano-47617 . Per certi versi, essendo i fan token legati indirettamente al sottostante, potrebbero essere considerati strumenti derivati.

[14] Si veda in proposito questa analisi: https://www.blockchain4innovation.it/criptovalute/fan-token-cosa-sono-come-possono-essere-usati-per-finanziars/ .

[15] Come riportato alla pagina: https://www.sporteconomy.it/dalle-figurine-ai-fan-tokens-il-futuro-del-tifo-come-industria/ .

[16] Questo ovviamente avviene per il controllo societario tramite quote di maggioranza delle azioni, ma le azioni comportano il diritto ai dividenti, a differenza dei fan token che garantiscono solamente diritti decisionali in ambito di marketing e pochi altri privilegi legati alle squadre sportive, alle leghe, ecc.

[17] E analizzati da una vasta letteratura; fra tutti si ricorda Minsky H. (1986), Stabilizing an Unstable Economy, Yale University Press, New Haven.

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Squid Game, la criptovaluta era una truffa: i creatori scappano con 2,1 milioni - Francesco Prisco

 

Il token non ufficiale della serie Netflix in 2 settimane spopola, poi Twitter blocca l’account per attività sospette: i creatori sono fuggiti col malloppo

 

Quando a Napoli ti fanno il gioco delle tre carte, non devi guardare il tavolo ma le mani di chi conduce il gioco. Allo stesso modo il personaggio da tenere d’occhio nella serie tv di Netflix Squid Game non è tanto il protagonista, ma l’amico guru finanziario che ha dilapidato i patrimoni di migliaia di onesti risparmiatori promettendo loro facili guadagni. Avrebbero fatto bene a tenerlo presente tutti quelli che, nelle scorse settimane, hanno investito sulla criptovaluta Squid per poi ritrovarsi con un pugno di mosche in mano: a giudicare da com’è andata, è molto probabile che si sia trattato di una truffa.

Il token non ufficiale della serie tv nella giornata di lunedì 1 novembre ha letteralmente collassato a 0,003 dollari, dopo essere cresciuto del 310mila% arrivando a valere 2.861 dollari, con un market cap di 2,1 milioni di dollari. Motivo: Twitter ha limitato temporaneamente l’account della criptovaluta per «attività sospette». Da quanto si apprende, l’operazione è stata tutta un grande «rug pull», situazione che si verifica quando gli sviluppatori di una criptovaluta abbandonano un progetto e scappano con i soldi degli investitori. Il token è stato reso disponibile per l’acquisto il 20 ottobre con l’idea che la criptovaluta sarebbe stata un «pay-to-play» per giocare a un gioco online, ispirato per l’appunto a Squid Game, la serie di successo sudcoreana in cui persone pesantemente indebitate praticano versioni mortali di giochi per bambini allo scopo di vincere denaro.

Il gioco online doveva essere lanciato a novembre e i suoi promotori avevano assicurato che i vincitori sarebbero stati premiati sempre con token Squid. Già quando il prezzo della criptovaluta è salito di valore, la scorsa settimana, hanno cominciato a circolare ipotesi che si trattasse di una truffa: gli investitori riscontravano una certa difficoltà a rivendere i token e qualcuno faceva notare che il whitepaper della criptovaluta era pieno di errori grammaticali. Reuters stima che i creatori del gioco, approfittando dell’hype legata a Squid Game, siano riusciti a portare a casa qualcosa come 2,1 milioni di dollari. La morale di questa storia è che bisogna tenere sempre gli occhi bene aperti quando ci si imbatte in una criptocurrency legata a un popolare meme. Un po’ come succede quando a piazza Garibaldi ci si imbatte in un banchetto del gioco delle tre carte: se si vuol essere sicuri di non perdere, meglio non giocare.

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