Dopo
l’ondata di attenzione e infatuazione mediatica che ha accompagnato il lancio
di ChatGPT e di molti altri strumenti di intelligenza artificiale generativa,
dopo che per molti mesi si è parlato di vantaggi per la produttività, o di
sostituzione del lavoro (soprattutto delle mansioni noiose e ripetitive) con
l’AI, siamo arrivati a un punto dove si intravedono più che altro le prime
sostituzioni di lavoratori. E ciò sebbene la promessa crescita di produttività
lasci ancora molto a desiderare (non parliamo della sostituzione di ruoli).
Mentre gli
stessi lavoratori del settore tech (un’élite che per anni ha viaggiato in prima
classe anche nelle peggiori fluttuazioni del mercato del lavoro) si sono resi
conto di trovarsi in una situazione piuttosto scomoda: più licenziabili, da un
lato, e più esposti ai dilemmi etici di lavorare per aziende che hanno
abbandonato precedenti remore per contratti di tipo militare, dall’altro.
Partiamo proprio dalla guerra
Una parte di
dipendenti di Google DeepMind (l’unità di Alphabet che lavora sull’intelligenza
artificiale e tra le altre cose ha rilasciato Gemini, la famiglia di modelli
linguistici di grandi dimensioni) stanno cercando di sindacalizzarsi per
contestare la decisione dell'azienda di vendere le sue tecnologie ai militari,
e a gruppi legati al governo israeliano.
Nelle ultime
settimane circa 300 dipendenti londinesi di DeepMind (il cui ad Demis Hassabis
è ancora fresco di premio Nobel per la Chimica per AlphaFold) hanno provato
ad aderire al sindacato dei lavoratori della comunicazione (Communication
Workers Union), riferisce il Financial Times.
Tre persone
coinvolte nell'iniziativa di sindacalizzazione hanno dichiarato al FT che la
decisione di Google di voler vendere i suoi servizi cloud e la sua tecnologia
AI al ministero della Difesa israeliano (si tratta di un accordo sul cloud
computing denominato Project Nimbus), avrebbe causato molta
inquietudine.
L'iniziativa
si inserisce nel crescente malcontento interno rafforzatosi dopo che, a
febbraio, Google aveva anche abbandonato l'impegno a non sviluppare tecnologie di
intelligenza artificiale che “causino o possano causare danno alla
collettività”, tra cui armi e sorveglianza. Si trattava di una presa di
posizione adottata nel 2018 e che è sparita dalla revisione dei principi per
una AI responsabile lo scorso febbraio (qui la vecchia versione; qui la nuova).
Ma il clima
rispetto a qualche anno fa è cambiato: le guerre, la nuova amministrazione
Trump, la spinta a commercializzare e rendere profittevoli tecnologie su cui le
aziende stanno scommettendo parecchio. E che non stanno rendendo quanto
promesso.
Interessante
al riguardo uno studio recente che ha esaminato gli effetti sul mercato del
lavoro dei chatbot AI in Danimarca. Gli autori affermano che, malgrado la
diffusione di questi nuovi strumenti (diffusione incoraggiata spesso dagli
stessi datori di lavoro, con relativi investimenti), “l'impatto economico
rimane minimo” e i guadagni di produttività sarebbero modesti. Risultati,
conclude lo studio, che mettono in discussione la “narrazione di
un'imminente trasformazione del mercato del lavoro dovuta all'AI generativa”.
Inoltre,
eventuali risparmi di tempo da parte del lavoratore che usa i chatbot sono a
volte controbilanciati da ulteriori task, da compiti nuovi o aggiuntivi legati
all’uso dello stesso, anche da parte di altri. Un esempio sono gli insegnanti
che devono rilevare se gli studenti usano ChatGPT per i compiti, mentre altri
lavoratori devono controllare la qualità dei risultati dell'AI o cercare di
creare prompt efficaci, commenta Ars Technica (cui rinvio per approfondire il tema
visto che segnala anche altri paper, alcuni più ottimistici. Inoltre lo stesso
studio qua citato non esclude che degli effetti trasformativi possano arrivare
in futuro).
AI e crisi
occupazionale
Malgrado
ciò, quel che sta arrivando ora sono i primi licenziamenti (primi in senso
mediatico, non assoluto) a causa dell’AI (il punto è capire in che senso l’AI
ne sarebbe la causa, visto quanto appena detto).
Duolingo,
una nota app per imparare le lingue, ha annunciato che “smetterà gradualmente
di utilizzare i collaboratori per svolgere il lavoro che l'intelligenza
artificiale è in grado di gestire”, in un'e-mail inviata a tutti i dipendenti
dal cofondatore e amministratore delegato Luis von Ahn. L'azienda - dice
la comunicazione - sarà “AI-first”.
L'email di
von Ahn fa seguito a una nota simile che l'amministratore delegato di Shopify
Tobi Lütke aveva inviato ai dipendenti e recentemente condiviso online.
In quella nota, Lütke affermava che prima che i team potessero chiedere un
aumento dell'organico o delle risorse, dovevano dimostrare “perché non possono
ottenere ciò che vogliono utilizzando l'AI”.
Nel caso
dell’annuncio di Duolingo però non sono mancate critiche e prese di posizione,
anche da utenti, riferisce Unilad.
Ma è il
giornalista Brian Merchant a raccogliere la testimonianza di uno di quei
collaboratori che sarebbero stati lasciati a casa in nome dell’AI. Secondo
questa persona, Duolingo avrebbe già sostituito con sistemi di intelligenza
artificiale fino a 100 dei suoi dipendenti, soprattutto gli scrittori e i traduttori
che creano i particolari quiz e materiali didattici che hanno contribuito a
creare l'identità dell'azienda. Secondo questo resoconto, i traduttori
sarebbero stati licenziati nel 2023, gli scrittori sei mesi fa, nell'ottobre
2024.
“È successo
all’improvviso”, mi ha detto il lavoratore, un autore che ha lavorato per anni
nell'azienda, a condizione di anonimato. Ha detto che è stato “scioccante”
quando ha ricevuto la notizia. “Stavamo lavorando con il loro strumento di
intelligenza artificiale da un po' di tempo, e non era assolutamente in grado
di scrivere delle lezioni senza l'intervento di esseri umani”.
“È uno
spaccato della crisi occupazionale dell'AI - continua Merchant - che si sta
verificando proprio ora, non in un futuro lontano, e che è già più pervasiva di
quanto si possa pensare. Il collaboratore di Duolingo non è affatto solo. Quasi
tutti gli artisti e gli illustratori professionisti che incontro mi raccontano
di aver perso clienti e ingaggi a causa di aziende che si sono affidate all'AI
invece di pagare il lavoro umano; alcuni sono stati espulsi del tutto dai loro
settori. Ho scritto per Wired di manager che stanno usando l'AI per sostituire
artisti e designer nell'industria dei videogiochi. I doppiatori sono in
sciopero da 9 mesi, in cerca di protezione dalle aziende che vorrebbero usare
l'intelligenza artificiale per clonare le loro voci. Proprio questa settimana,
il popolare sito di gaming Polygon è stato venduto alla content farm Valnet,
spesso accusata di usare articoli generati dall'AI: quasi tutto il personale
umano di Polygon è stato licenziato.
Non è chiaro
se questo tipo di licenziamenti sia sufficiente per essere registrato nei dati
economici, anche se ci sono segnali in tal senso. Scrivendo sull'Atlantic di
questa settimana, il giornalista economico Derek Thompson sottolinea un
fenomeno allarmante nel mercato del lavoro: il tasso di disoccupazione dei neolaureati
è insolitamente alto e storicamente alto rispetto al tasso di disoccupazione
generale. Perché? Una teoria: le aziende assumono meno laureati per i lavori
impiegatizi e utilizzano maggiormente l'AI. (…)
Come ho già
scritto in precedenza, la crisi occupazionale dell'AI non è dovuta alla nascita
di programmi senzienti intorno a noi, che sostituiscano inesorabilmente e in
massa i lavori umani. Si tratta invece di una serie di decisioni gestionali
prese da dirigenti che cercano di ridurre i costi del lavoro e di consolidare
il controllo delle loro organizzazioni”.
Lavoratori tech
Licenziamenti
o peggioramento delle condizioni di lavoro stanno colpendo anche la classe
privilegiata dei lavoratori tech, scrive il WSJ. In alcuni casi, commenta un executive
coach di aziende tecnologiche, la riduzione di teste “non è perché le aziende
non abbiano i soldi. Per molti versi, è a causa dell'AI e delle narrazioni che
si sentono in giro su come sia meglio ridurre l'organizzazione".
Quindi, argomenta il noto giornalista e scrittore Cory Doctorow,
dopo l’enshittification delle piattaforme (termine già coniato
dallo stesso che indica il progressivo peggioramento, per usare un eufemismo,
delle piattaforme digitali nel tempo) siamo di fronte all’enshittification dei
lavori tech. Scrive poi Doctorow in riferimento alle narrazioni sull’AI che
causano riduzione di personale: “Non si tratta della realtà effettiva dell'AI,
ma piuttosto della storia secondo cui l'AI consentirebbe di “ridurre
l'organizzazione”, di tagliare gli organici e gli stipendi e di impoverire gli
(ex) prìncipi del lavoro. Lo scopo dell'AI non è rendere i lavoratori più
produttivi, ma renderli più deboli quando contrattano con i loro capi”,
I lavoratori
del settore tecnologico, argomenta Doctorow, possono evitare il destino dei
lavoratori delle fabbriche, dei magazzini e delle consegne solo
sindacalizzandosi.
Cory
Doctorow passa per essere uno scrittore di fantascienza, per la pigrizia delle
classificazioni.
lui
scrive storie che hanno elementi scientifici al loro interno e parlano
dell’oggi e del domani, ci mette in guardia dai pericoli che arriveranno, ma
anche delle occasioni che ci troveremo davanti, dipende da noi.
sono
storie di Resistenza, contro la prepotenza, l’inferno economico, l’oppressione,
e a volte scatta quella cosa meravigliosa che si chiama Solidarietà, o
Fraternità, se uno si ricorda cosa significa.
a volte si vince, a volte no, dice Cory Doctorow : “Questa non è una di quelle battaglie che si vincono, è una di
quelle che si combattono”, un po’ come Paco Ignacio Taibo II, che dice:
“Tanto qui non si gioca più a vincere. Si gioca a sopravvivere e a continuare a
dare fastidio.”
buona,
imperdibile, lettura.
Cory Doctorow è
sempre un bel leggere. La sua verve, la sua visione del futuro e dei problemi
del presente, sono sempre garanzia di letture interessanti e stuzzicanti. Vale
forse soprattutto per i racconti, ed ecco perché non si può perdere il
nuovo Radicalized,
una miniantologia (mini nel senso che contiene solo quattro racconti, ma sono
comunque più di trecento pagine)…
Come negli altri suoi romanzi – almeno quelli
che ho letto finora – Doctorow scrive fiction ma definirla fantascienza è
improprio, visto che le tecnologie di cui tratta sono quasi tutte già
disponibili…
…Furious,
funny, and smart, Cory Doctorow’s Radicalized is
a quick, cracking read, full of the brave ideas and humanistic optimism that
have marked Doctorow as one of our best writers and activists. The four
novellas in Radicalized grow from a
fundamental truth: That things in 2019 America are horrifyingly broken. And the
four novellas in Radicalized show that
Doctorow wants to break them even further…
…Although the novellas are unconnected
and each stand on their own, their interweaving themes of technology, activism,
politics, and society work together to make Radicalized a
cohesive and powerful collection. And it’s timely too. In a recent
interview, Doctorow said that he “didn’t intend to write
ANY of these — they got blurted out while I was working on another book.” The
stories deal with refugees, police brutality, terrorism, preppers, and other
elements of our increasingly dystopian modern world…
In un’intervista
a Cory Doctorow (molto interessante, come sempre lo sono le parole di CD, qui l’intervista, su Rolling Stone,
in italiano) arriva questa domanda:
Come la vedi ora con Joe Biden presidente? Biden ha speso la sua carriera a fare favori alla
grande industria, specie al settore finanziario, di cui le big tech sono
figlie. Ma è un politico dai principi malleabili: potrebbe rivelarsi uno di
quei presidenti centristi – penso a Roosevelt o a Lincoln – spinti verso
posizioni radicali dalle grandi forze della storia e dalle proteste di milioni
di persone per le strade. Possiamo almeno sperarlo. Ma ripeto, perché questo
accada serve un’azione collettiva, e che in ogni Paese la gente faccia pressione
sul proprio governo. I mezzi non mancano: in giro non ci sono mai stati così
tanti gruppi che si battono per la difesa dei diritti digitali e della privacy
digitale. Si è fatta molta strada rispetto a quando le battaglie in questo
campo erano ritenute futili.
Forse Cory Doctorow aveva in mente
quello che ha fatto Lyndon Johnson (un presidente supplente, sul quale nessuno
avrebbe scommesso un centesimo di dollaro).
Riproponiamo il discorso
tenuto da Johnson dopo la marcia di Selma (su cui c’è un gran bel film di Ava duVernay da vedere e rivedere):
Il presidente degli Stati Uniti
Lyndon Johnson nel 1965 di fronte ai membri del congresso
Signor speaker, signor presidente, membri del
congresso:
Questa sera voglio parlarvi della
dignità dell’uomo e del destino della democrazia.
Esorto tutti i membri di entrambe
le parti, gli americani di tutte le religioni e di tutti i colori, in ogni
parte di questa nazione a unirsi a me in questa causa.
A volte la storia e il destino si incontrano in
un tempo preciso in un luogo preciso per dare forma a un punto di svolta nella
ricerca incessante della libertà dell’uomo. Così è stato a Lexington e Concord.
Così è stato un secolo fa ad Appomattox. Così è stato una settimana fa a Selma,
in Alabama.
Lì uomini e donne, vessati da lungo tempo, hanno
protestato pacificamente contro la negazione dei loro diritti come americani.
Molti sono stati brutalmente aggrediti. Un uomo per bene, un uomo di Dio, è
stato ucciso.
Non vi è alcun motivo di orgoglio
per quanto è successo a Selma. Non vi è alcuna ragione all’auto-compiacimento
nella lunga negazione della parità dei diritti di milioni di americani. Ma vi è
motivo di speranza e di fiducia nella nostra democrazia, in ciò che sta
accadendo qui stasera.
Le grida di dolore e gli inni e le proteste dei
popoli oppressi hanno portato alla convocazione di questo grande governo in
tutta la sua grandiosità – il governo della più grande nazione sulla terra.
La nostra missione è allo stesso tempo la più
antica e la più fondamentale di questa nazione: correggere i torti, fare
giustizia, servire l’uomo.
In questo nostro tempo abbiamo
imparato a vivere momenti di grande crisi. Le nostre vite sono state
contrassegnate da dibattiti su grandi temi; questioni di guerra e pace,
problemi di prosperità e di depressione. Ma raramente nel corso della storia,
un problema ha messo così a nudo il cuore segreto dell’America
stessa. Raramente ci si trova ad affrontare una sfida, non in nome di una
nostra crescita o dell’abbondanza, del nostro benessere o della nostra
sicurezza, ma piuttosto in nome di quei valori e dei fini e del senso stesso
della nostra amata nazione.
La causa dell’uguaglianza dei diritti dei negri
americani è una questione di sì fatta natura. E se anche dovessimo sconfiggere
ogni nemico, raddoppiare la nostra ricchezza e conquistare le stelle, se ancora
saremo iniqui verso questo problema allora avremo fallito come popolo e come
nazione.
In quanto nazione, come per un individuo: “Che
giovamento può avere un uomo se guadagna il mondo intero e poi perde la propria
anima?”.
Non è un problema dei negri. Non è un problema
del sud. Non è un problema del nord. E’ un problema di tutta l’America. E ci
siamo riuniti qui stasera come americani, non come democratici o repubblicani.
Ci siamo riuniti qui stasera come americani per risolvere il problema.
Questa è stata la prima nazione
nella storia del mondo a essere nata con uno scopo. Le grandi frasi con tali
propositi ancora risuonano in ogni cuore americano, a nord e a sud: “Tutti gli
uomini sono creati uguali – un governo che deriva i propri poteri dal consenso
dei governati – datemi la libertà o datemi la morte”. Ebbene, queste non sono
solo parole penetranti, non sono solo teorie vuote. In loro nome, per due
secoli, gli americani hanno combattuto e sono morti, e questa sera in tutto il
mondo sono lì come guardiani della nostra libertà, mettendo a rischio la
propria vita.
Quelle parole sono una promessa a ogni cittadino
che avrà diritto a condividere la dignità dell’uomo. Questa dignità non può
basarsi sui beni di un uomo; non può basarsi sul suo potere, o sulla sua
posizione. Essa si basa in realtà sul suo diritto a essere trattato come uomo
avente pari opportunità a tutti gli altri uomini. C’è scritto che deve avere
diritto alla stessa libertà, che deve avere diritto di scegliere i suoi leader,
di educare i suoi figli, e di provvedere alla sua famiglia secondo le sue
capacità e i suoi meriti come essere umano.
Applicare qualsiasi altra prova – negare a un
uomo le sue speranze a causa del colore della sua pelle o della razza, della sua
religione o del suo luogo di nascita, non è solo un’ingiustizia ma vuol dire
anche negare l’America e disonorare i morti che hanno dato la loro vita in nome
della libertà americana.
IL DIRITTO DI VOTARE
I nostri padri credevano che se questa visione
nobile dei diritti dell’uomo era quella di prosperare, doveva essere radicata
nella democrazia. Il diritto più fondamentale di tutti è stato il diritto di
scegliere i propri leader. In gran parte la storia di questa nazione è la
storia dell’espansione di tale diritto a tutti i nostri cittadini.
Molte delle questioni sui diritti
civili sono molto complesse e difficilissime. Ma su questo punto non ci può
essere e non ci deve essere alcuna argomentazione. Ogni cittadino americano
deve avere lo stesso diritto di voto. Non vi è alcun motivo che può
giustificare la negazione di tale diritto. Non esiste impegno che pesi più
pesantemente su di noi che il dovere che abbiamo nel garantire tale diritto.
Eppure la dura realtà è che in molti luoghi in
questa nazione ad alcuni uomini e ad alcune donne viene negato l’accesso al
voto semplicemente perché sono negri.
Ogni meccanismo di cui l’ingegno umano è capace
è stato usato per negare questo diritto. Il cittadino negro può andare a
registrarsi al voto solo per sentirsi dire che è sbagliato il giorno, o che è
troppo tardi, o che il funzionario incaricato è assente. E se egli persiste e
se riesce a presentarsi al cancelliere, egli si ritrova non avente diritto
perché non ha scritto correttamente il suo secondo nome, o perché ha abbreviato
una parola sul modulo di richiesta.
E se riesce a compilare una
domanda gli viene dato un test. Il cancelliere è il solo a poter decidere se ha
passato questo test o no. Gli può venir chiesto di recitare l’intera
costituzione o di spiegare le più complesse disposizioni di legge dello stato.
E neppure una laurea risulta sufficiente a dimostrare che sa leggere e
scrivere.
Poiché l’unico modo per superare queste barriere
è quello di mostrare una pelle bianca.
L’esperienza ha dimostrato chiaramente che
l’esistente progresso della legge non può superare la discriminazione
sistematica e ingegnosa. Nessuna legge che ora abbiamo presente nei libri – e
io ho contribuito a inserirne tre di queste leggi – sono in grado di garantire
il diritto di voto quando i funzionari locali sono determinati a negarlo.
In tal caso il nostro dovere deve essere chiaro
a tutti noi. La costituzione dice che a nessun individuo può essere
impedito di votare a causa della sua razza o del suo colore. Tutti abbiamo
giurato davanti a Dio a sostegno e a difesa di quella costituzione. Ora
dobbiamo agire in ottemperanza a quel giuramento.
GARANTIRE IL DIRITTO DI VOTO
Per impedire che questo diritto venga negato
questo mercoledì sottoporrò al congresso una legge ideata a eliminare queste
barriere illegali.
I principi generali di tale disegno di legge,
domani, saranno nelle mani dei leader democratici e repubblicani. Dopo averli
esaminati, torneranno qui formalmente come disegno di legge. Sono grato
per l’opportunità concessami di essere qui stasera su invito della dirigenza
per riflettere con i miei amici, per condividere con loro le mie opinioni, e
per far visita ai miei ex colleghi.
Avevo preparato un’analisi più completa della
legislazione ed era mia intenzione passarla al cancelliere domani, ma la
sottoporrò agli impiegati stasera. Ma vorrei discutere seriamente con voi ora
brevemente le principali proposte di questa legge dello stato.
Questa legge cancellerà le
restrizioni di voto in tutte le elezioni – federali statali, e locali – usate
per negare ai negri il diritto di voto.
Questo disegno di legge stabilirà uno standard
semplice e omogeneo che non potrà essere utilizzato, per quanto geniale sarà lo
sforzo, a non rispettare la nostra costituzione.
Esso fornirà ai cittadini la possibilità di
essere registrati dai funzionari del governo degli Stati Uniti, qualora i
funzionari dello stato si rifiutassero di registrarli.
Verranno così eliminate le possibilità di
intentare delle cause legali tediose e inutili che ritarderebbero il diritto di
voto.
Infine, questa normativa garantirà che agli
individui correttamente registrati non sia negata la possibilità di votare.
Accoglierò i suggerimenti di
tutti i membri del congresso – e non ho dubbi che ce ne saranno – sui modi e i
mezzi per rafforzare questa legge e per renderla efficace. Ma l’esperienza ha
chiaramente dimostrato che questa è l’unica via per attuare la disposizione
della costituzione.
Per coloro che cercheranno di evitare l’azione
attraverso il loro governo nazionale nelle loro comunità; che vorranno e che
cercheranno di mantenere il controllo puramente locale sulle elezioni, la
risposta è semplice:
Aprite i seggi a tutto il vostro popolo.
Lasciate che gli uomini e le donne si registrino per votare a prescindere dal
colore della loro pelle.
Estendete i diritti di cittadinanza a tutti i
cittadini di questa nazione.
LA NECESSITA’ DELL’AZIONE
Non vi è alcun dilemma costituzionale in questo
caso. La disposizione della costituzione è chiara.
Non vi è alcun dibattito morale. E’ sbagliato –
inequivocabilmente sbagliato – negare a chiunque dei vostri concittadini
americani il diritto di voto in questa nazione.
Non vi è alcuna questione riguardante i diritti
dello stato o i diritti nazionali. C’è solo la lotta per i diritti umani.
Non ho il minimo dubbio su quale sarà la vostra
risposta.
L’ultima volta che un presidente
ha inviato una proposta di legge per i diritti civili al congresso vi era
all’interno una disposizione per proteggere i diritti di voto nelle elezioni
federali. Questo disegno di legge per i diritti civili è stato approvato dopo
otto lunghi mesi di dibattito. E quando questo disegno di legge è arrivato
sulla mia scrivania dal congresso per avere la mia firma, l’essenza della
disposizione di voto era stata eliminata.
Questa volta, su questo tema, non ci devono
essere ritardi, nessuna esitazione e nessun compromesso.
Non possiamo, non dobbiamo rifiutarci di
tutelare il diritto di ogni americano di votare in ogni elezione alla quale
desideri partecipare. E non dovremmo e non possiamo e non dobbiamo aspettare
altri otto mesi prima di arrivare a un disegno di legge. Abbiamo già aspettato
un centinaio di anni e più, non c’è più tempo per aspettare.
Quindi vi chiedo di unirvi a me alle lunghe ore
di duro lavoro – notti e fine settimana, se necessario – per far passare questo
disegno di legge. E non faccio questa richiesta alla leggera. Poiché dalla
finestra dove mi siedo, con i problemi della nostra nazione, mi rendo conto che
fuori da questa aula c’è la coscienza oltraggiata di una nazione, la grave
preoccupazione di molte nazioni, e il duro giudizio della storia sulle nostre
azioni.
WE SHALL OVERCOME
Ma anche se facciamo passare questo disegno di
legge, la battaglia non sarà finita. Quello che è successo a Selma è parte di
un movimento molto più grande che penetra in ogni porzione degli Stati
dell’America. E’ lo sforzo dei negri americani per garantire a se stessi tutti
i benefici della vita americana.
La loro causa deve essere anche la nostra
causa. Perché non si tratta solo della questione dei negri, ma in realtà
ha a che fare con tutti noi che dobbiamo superare l’eredità paralizzante del
bigottismo e dell’ingiustizia.
We Shall Overcome.
Come uomo, le cui radici sono profondamente
radicate nella terra sud, so bene come possano essere agonizzanti i sentimenti
razziali. So quanto sia difficile rimodellare gli atteggiamenti e la struttura
della nostra società.
Ma è passato un secolo, più di un centinaio di
anni da quando i negri sono stati liberati dalla schiavitù. Ma non sono ancora
completamenti liberi.
E’ più di un centinaio di anni fa che Abraham
Lincoln, un grande presidente di un altro partito, firmò la proclamazione di
emancipazione, ma l’emancipazione è una proclamazione e non un fatto.
Un secolo è passato, più di un centinaio di
anni, dal momento in cui è stata promessa l’uguaglianza. Eppure il negro non è
ancora uguale. Un secolo è passato dal giorno della promessa. E la promessa non
è stata mantenuta.
E’ ora giunto il momento di fare
giustizia. Vi dico che credo sinceramente che nessuna forza potrà arrestarla.
E’ cosa giusta agli occhi di Dio e dell’uomo che avanzi. E quando questo
avverrà, penso che quel giorno renderà più lieta la vita di ogni americano. I
negri non sono le uniche vittime. Quanti bambini bianchi non hanno avuto
un’istruzione, quante famiglie di bianchi hanno vissuto nella più profonda
povertà, quante vite di bianchi sono state segnate dalla paura, perché abbiamo
sprecato la nostra energia e la nostra sostanza a mantenere in piedi le
barriere dell’odio e del terrore?
Quindi dico a tutti voi qui presenti, e a tutta
la nazione questa sera che coloro che si rivolgono a voi per tenere in piedi il
passato lo fanno al costo di negarvi il futuro.
Questa grande nazione, ricca, instancabile è in
grado di offrire opportunità e istruzione e speranza a tutti: bianchi e negri,
al nord e al sud, mezzadri e abitanti della città. Questi sono i nemici: la
povertà, l’ignoranza, la malattia. Sono loro i nemici e non i nostri simili,
non il nostro vicino di casa. E anche su questi nemici, la povertà, le malattie
e l’ignoranza, we shall overcome .
UN PROBLEMA AMERICANO
Che nessuno di noi appartenente a un qualsiasi
frammento della società guardi con sprezzante superiorità ai problemi di un
altro frammento, o ai problemi dei nostri vicini.
Non c’è davvero nessuna parte dell’America dove
la promessa di uguaglianza sia stata completamente mantenuta. A Buffalo così
come a Birmingham, a Philadelphia così come a Selma, gli americani stanno
lottando per raggiungere i frutti della libertà.
Questa è una nazione. Quello che succede a Selma
o a Cincinnati è una questione di legittima preoccupazione per ogni
americano. Ma che ognuno di noi guardi nel suo cuore e nelle proprie
comunità, e che ognuno di noi contribuisca allo sforzo di sradicare
l’ingiustizia ovunque esista.
Mentre ci incontriamo qui questa
sera in questa tranquilla e storica aula, degli uomini del sud, alcuni dei
quali erano a Iwo Jima, degli uomini del nord che hanno portato la vecchia
gloria negli angoli più remoti del mondo e l’hanno riportata indietro
immacolata, degli uomini provenienti dall’est e dall’ovest, stanno tutti
combattendo insieme senza considerare a che credo appartengono, o al colore
della loro pelle, o da che ragione provengono, in Vietnam. Uomini, di ogni
regione hanno combattuto per noi in tutto il mondo 20 anni fa.
E in questi pericoli comuni e in questi comuni
sacrifici il sud ha dato il proprio contributo di onore e galanteria non meno
di ogni altra regione della grande repubblica – e in alcuni casi, di gran lunga
di più.
E non ho il minimo dubbio che i retti uomini di
ogni parte di questa nazione, dai grandi laghi al golfo del Messico, dal Golden
Gate ai porti lungo l’Atlantico, si raduneranno ora in nome di questa causa per
rivendicare la libertà di tutti americani. In quanto noi tutti abbiamo questo
dovere; e sono certo che saremo tutti pronti a rispondere.
E’ il vostro presidente che lo chiede a ogni
americano.
IL PROGRESSO ATTRAVERSO IL
PROCESSO DEMOCRATICO
Il vero eroe in questa lotta è il negro
americano. Le sue azioni e le sue proteste, il coraggio di mettere a rischio la
propria sicurezza e anche quello di rischiare la propria vita, hanno
risvegliato la coscienza di questa nazione. Le sue manifestazioni sono state
organizzate per richiamare l’attenzione all’ingiustizia, destinate a provocare
il cambiamento, concepite per suscitare la riforma.
Egli ci chiede di trasformare in
realtà la promessa dell’America. E chi tra noi può dire che avremmo fatto lo
stesso progresso se non fosse stato per il suo tenace coraggio, e la sua fede nella
democrazia americana.
Poiché alla vera e propria radice della
battaglia a favore dell’uguaglianza c’è una convinzione profonda nel processo
democratico. L’uguaglianza non dipende dalla forza delle armi o dei gas
lacrimogeni, ma sulla forza del diritto morale; non sul ricorso alla violenza,
ma sul rispetto della legge e dell’ordine.
Ci sono state molte pressioni sul vostro
presidente e ce ne saranno nei giorni a seguire. Ma mi impegno stasera
nell’intento di combattere questa battaglia lì dove deve essere combattuta: nei
tribunali, e nel congresso, e nel cuore degli uomini.
Dobbiamo preservare il diritto di
libertà di parola e il diritto di riunione. Ma il diritto di libertà di parola
non porta con sé, come si è detto, il diritto di gridare al fuoco in un teatro
affollato. Dobbiamo preservare il diritto alla libertà di riunione, ma la
libertà di riunione non porta con sé il diritto di bloccare delle strade
pubbliche al traffico.
Noi abbiamo il diritto di protestare, e il
diritto di marciare in condizioni che non violino i diritti costituzionali dei
nostri vicini. E ho intenzione di proteggere tutti quei diritti finché mi è
permesso di servire in questo ufficio.
Staremo a guardia contro la violenza, sapendo
che toglie dalle nostre mani le stesse armi che cerchiamo – il progresso,
l’obbedienza alla legge, e la fede nei valori americani.
A Selma come altrove cerchiamo e
preghiamo per la pace. Noi cerchiamo ordine. Cerchiamo l’unità. Ma non
accetteremo la pace dei diritti repressi, o dell’ordine imposto con la paura o
l’unità che soffoca la protesta. Poiché la pace non può essere acquistata al
prezzo della libertà.
A Selma stasera – e abbiamo avuta una buona
giornata lì – e come in ogni città, stiamo lavorando per trovare una soluzione
giusta e pacifica. Dobbiamo tutti ricordare che, dopo il discorso che sto
facendo questa sera, dopo che la polizia e l’Fbi e gli sceriffi se ne sono
andati tutti, e dopo che avrete approvato questo disegno di legge, i cittadini
di Selma e delle altre città della nazione dovranno ancora vivere e lavorare
insieme. E quando l’attenzione della nazione si sarà spostata altrove
dovranno cercare di guarire le loro ferite e di costruire una nuova comunità.
Questo non può essere fatto facilmente su un
violento campo di battaglia, come la storia del sud ci mostra. E’ in
riconoscimento di questo che gli uomini di entrambe le razze hanno dimostrato
una responsabilità così straordinariamente impressionante in questi ultimi
giorni, martedì scorso, e di nuovo oggi.
I DIRITTI DEVONO ESSERE
OPPORTUNITA’
Il disegno di legge che io vi presento sarà
conosciuto come un disegno di legge per i diritti civili. Ma, in un senso più
ampio, la maggior parte del programma che sto consigliando è un programma di
diritti civili. Il suo scopo è quello di aprire la città della speranza a tutte
le persone di tutte le razze.
Poiché tutti gli americani devono
avere il diritto di voto. E ci accingiamo a dare loro questo diritto.
Tutti gli americani devono avere i privilegi
della cittadinanza a prescindere dalla loro razza di appartenenza.E ora stanno
per ottenere quei diritti di cittadinanza a prescindere dalla razza.
Ma vorrei mettervi in guardia e ricordarvi che
per esercitare tali privilegi si va oltre i semplici diritti legali. Richiede una
mente preparata e un corpo sano. Richiede una casa decente e la possibilità di
trovare un posto di lavoro e la possibilità di sfuggire dalle grinfie di
povertà.
Naturalmente, le persone non
possono dare il loro apporto alla nazione se non hanno mai imparato a leggere e
scrivere, se i loro corpi sono rachitici per colpa della fame, se la loro
malattia non viene curata, se vivono un’esistenza nella povertà senza speranza
con il solo scopo di ritirare un assegno sociale.
Quindi, vogliamo aprire le porte alle
opportunità. Ma stiamo anche andando a dare a tutto il nostro popolo, bianchi e
negri, l’aiuto di cui ha bisogno per attraversare quei cancelli.
LO SCOPO DI QUESTO GOVERNO
Dopo il college il mio primo impiego è stato
come insegnante a Cotulla, nel Texas, in una piccola scuola
messicano-americana. Pochi di loro parlavano inglese e io non parlavo molto
spagnolo. I miei studenti erano poveri e spesso venivano in classe senza
colazione, affamati. Alla loro giovane età conoscevano bene il dolore del
pregiudizio. Non riuscivano a capire perché la gente li detestasse. Ma
sapevano che era così perché io lo vedevo nei loro occhi. Spesso tornavo a casa
nel tardo pomeriggio, una volta terminate le lezioni, con il desiderio di poter
fare di più. Ma tutto quello che sapevo fare era insegnare loro il poco che
sapevo, sperando che ciò li potesse aiutare ad affrontare i disagi che li
attendevano.
In qualche modo non si scorda mai cosa la
povertà e l’odio possono fare quando si vedono le cicatrici da essi provocate
sul volto fiducioso di un bambino.
Non ho mai pensato, allora, nel
1928, che mi sarei trovato qui nel 1965. Non mi è mai passato per la mente
neppure nei miei sogni più appassionati che un giorno avrei avuto la
possibilità di aiutare i figli e le figlie di quegli studenti e di aiutare le
persone come loro di tutta la nazione.
Ma io ora ho questa possibilità, e vi svelo un
segreto, intendo farne uso. E spero che anche voi intendiate farne uso con
me.
Questa è la nazione più ricca e più potente di
tutto il globo. La potenza degli imperi del passato è poco rispetto alla
nostra. Ma io non voglio essere il presidente che ha costruito imperi o
cercato grandezza o il potere.
Voglio essere il presidente che
ha insegnato ai bambini le meraviglie del loro mondo. Voglio essere il
presidente che ha contribuito a nutrire gli affamati e a prepararli a essere
contribuenti fiscali e non solo a pagare le tasse.
Voglio essere il presidente che ha aiutato i
poveri a trovare la propria strada e che ha protetto i diritti di ogni cittadino
e li ha portati a votare in ogni elezione.
Voglio essere il presidente che ha contribuito a
porre fine all’odio tra i suoi simili e che ha promosso l’amore tra la gente di
tutte le razze e di tutte le regioni e di tutti i partiti.
Voglio essere il presidente che ha contribuito a
porre fine alla guerra tra i fratelli di questa terra.
E così, su richiesta del vostro amato relatore e
del senatore del Montana; del leader della maggioranza, del senatore
dell’Illinois; del leader della minoranza, del signor McCulloch, e degli altri
membri di entrambe le parti, sono venuto qui stasera, non come fece una volta
il presidente Roosevelt in prima persona a porre il veto su un disegno di legge
bonus, non come fece una volta il presidente Truman per sollecitare l’approvazione
di un disegno di legge sulle ferrovie, ma sono venuto qui per chiedervi di
condividere questo compito con me e di condividerlo con le persone per le quali
lavoriamo. Voglio che questo sia il congresso, fatto sia da repubblicani
che da democratici, che ha fatto tutte queste cose per tutte queste persone.
Al di là di questa grande aula,
laggiù in 50 Stati, ci sono le persone che serviamo. Chi può dire quali
profonde e non dette speranze ci sono nel loro cuore questa sera mentre sono
seduti lì ad ascoltare. Noi tutti possiamo immaginare, traendo dalle nostre
vite, quanto sia spesso difficile la loro ricerca della felicità, quanti
problemi ha ogni piccola famiglia. Guardano più che altro a se stessi per il
loro futuro. Ma penso che guardino anche verso ciascuno di noi.
Sulla piramide sul Gran sigillo degli Stati
Uniti c’è scritto – in latino – “Dio ha protetto il nostro impegno”.
Dio non proteggerà tutto ciò che facciamo. E’
piuttosto nostro dovere indovinare la sua volontà. Ma sono certo che Egli
capisca veramente e che protegga realmente l’impresa che stiamo iniziando qui
stasera.
già
db qui
ne aveva parlato con un entusiasmo totalmente giustificato e condiviso.
anch’io
ho letto prima Homeland,
che è posteriore, ma va benissimo lo stesso.
Little brother dovrebbe essere
un libro di testo nelle superiori, o forse no, è meglio dire che è un libro
pericoloso, da non leggere, così avremo la sicurezza che qualcuno comincerà a
leggerlo.
qualsiasi
ragazza o ragazzo non potrà non essere coinvolto nella storia di Marcus e dei
suoi amici, sarà anche un libro di storia, d’amore ,di educazione civica, di
tecnologia, di politica, d’amicizia, di spionaggio, e molto altro ancora.
e
chiunque saprà da che parte stare (come canta Pete Seeger).
se
mai il mondo sarà salvato il merito andrà anche a ragazzini come Marcus e tanti
altri come lui che esistono nel mondo, alcuni
conosciuti, altri che non lo saranno mai. cercate Little brother, e buona lettura.
…Marcus vive a San Francisco. Va in
una scuola dove viene costantemente controllato: il preside sa quello che cerca
su internet, grazie ai computer che il liceo gli ha regalato, e dove va, grazie
al software per il riconoscimento della camminata.Almeno in
teoria, perché Marcus è un hacker molto dotato, che sa bene come eludere questa
inutile sorveglianza.E',
anche, un appassionato giocatore di ARG ( realtà alternativa) e,
proprio, mentre sta cercando un indizio per un gioco, con la sua squadra
di amici, la città viene colpita da un attacco terroristico. Sospettato
d’essere coinvolto (ma senza delle vere prove), Marcus viene arrestato dal DHS
(Department for Homeland Security), portato in una prigione segreta,
interrogato e sottoposto a violenze psicologiche. Questo cambia
completamente la vita e il modo di pensare del protagonista, che decide di
farsi valere e di trovare un modo per arginare il potere del Dipartimento di
Pubblica Sicurezza.Il romanzo
tratta temi molto interessanti e importanti, che troppo spesso diamo per
scontati come l'importanza della privacy, la sicurezza dei dati, e i diritti
che non possono/devono esserci tolti.Si parla, anche di terrorismo, soprattutto della
paura che genera e di quanto è in grado di cambiare il pensiero delle persone
(tema attualissimo).Doctorow vi farà entusiasmare e incuriosire verso
molte tematiche "nerd", spiegando i concetti informatici in modo
chiaro e intuitivo…
… Little Brotherè un lavoro di denuncia, animato dalla convinzione che –
in tempi di ingiustizia e soprusi d’ogni genere – non esista niente di più
rivoluzionario della giustizia. A questo fine, risulta funzionale la scelta
dell’autore di operare una riscoperta dello spirito della democrazia attraverso
lo scavo nelle radici dell’America contemporanea, a partire dalla stagione di
contestazione e movimentismo per le libertà civili che cominciò a scuotere la
società negli anni Sessanta proprio dall’ideale epicentro di San Francisco.
Il cuore diLittle Brotherè
occupato da una discussione sui principi costituzionali e in particolare sul
Primo Emendamento, e insiste su un particolare passaggio della Dichiarazione di
Indipendenza:
Sono istituiti tra gli uomini
governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo
che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha
il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su
quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a
garantire la sua sicurezza e la sua felicità.
Il dilemma tra libertà
personali e sicurezza collettiva racchiude l’essenza politica del romanzo. Un
finto dilemma, continua a credere Marcus: non è negando l’una che si riesca a
garantire l’altra. Maggiori sono i vincoli e le restrizioni imposte alle
libertà individuali, maggiori sono i pericoli che ne derivano per la nazione.
La sfida sta nel dimostrarne l’assenza di fondamento, contro il senso comune
invalso in un’opinione pubblica eterodiretta dal governo con il sostegno dei
media…
…Little Brotherparla ad esempio di diritti civili, di
conflitto con la sicurezza nazionale.
Ci sono molti elementi che echeggiano nel mio romanzo:
l’11 settembre, il Patriot Act, Guantanamo, la questione Wikileaks… I lettori
“young adult”, espressione che peraltro considero un’etichetta per far trovare
i libri nei negozi, per la maggior parte sono troppo giovani per ricordare
quegli eventi o per averli compresi nella loro complessità, ma vorrei cheLittle Brotherli facesse riflettere sull’ossigeno
politico nel quale sono cresciuti e che stanno ancora respirando. Vorrei
insomma che si chiedessero se le cose possono cambiare, e come.
È quello che
si è augurato Neil Gaiman recensendo questo romanzo. Però Marcus non mi sembra
un diciassettenne comune.
Certo, Marcus è un cittadino consapevole dei suoi
diritti, conosce le leggi, sa come aggirare i controlli, ha obiettivi e
contrasta le ingiustizie , è bravo col computer, sa come risolvere i propri
problemi attraverso l’informatica, ma solo connettendosi con altre persone può
risolvere problemi più grandi, comuni. Diciamo che mi auguro che sempre più
ragazzi diventino come lui, e che riescano ad aggregare persone. In fondo, i
personaggi letterari possono essere anche dei modelli da imitare.