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lunedì 2 giugno 2025

L’AI, i lavoratori e i rapporti di potere - Carola Frediani

 

Dopo l’ondata di attenzione e infatuazione mediatica che ha accompagnato il lancio di ChatGPT e di molti altri strumenti di intelligenza artificiale generativa, dopo che per molti mesi si è parlato di vantaggi per la produttività, o di sostituzione del lavoro (soprattutto delle mansioni noiose e ripetitive) con l’AI, siamo arrivati a un punto dove si intravedono più che altro le prime sostituzioni di lavoratori. E ciò sebbene la promessa crescita di produttività lasci ancora molto a desiderare (non parliamo della sostituzione di ruoli).

Mentre gli stessi lavoratori del settore tech (un’élite che per anni ha viaggiato in prima classe anche nelle peggiori fluttuazioni del mercato del lavoro) si sono resi conto di trovarsi in una situazione piuttosto scomoda: più licenziabili, da un lato, e più esposti ai dilemmi etici di lavorare per aziende che hanno abbandonato precedenti remore per contratti di tipo militare, dall’altro.

 

Partiamo proprio dalla guerra

Una parte di dipendenti di Google DeepMind (l’unità di Alphabet che lavora sull’intelligenza artificiale e tra le altre cose ha rilasciato Gemini, la famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni) stanno cercando di sindacalizzarsi per contestare la decisione dell'azienda di vendere le sue tecnologie ai militari, e a gruppi legati al governo israeliano.

Nelle ultime settimane circa 300 dipendenti londinesi di DeepMind (il cui ad Demis Hassabis è ancora fresco di premio Nobel per la Chimica per AlphaFold) hanno provato ad aderire al sindacato dei lavoratori della comunicazione (Communication Workers Union), riferisce il Financial Times.

Tre persone coinvolte nell'iniziativa di sindacalizzazione hanno dichiarato al FT che la decisione di Google di voler vendere i suoi servizi cloud e la sua tecnologia AI al ministero della Difesa israeliano (si tratta di un accordo sul cloud computing denominato Project Nimbus), avrebbe causato molta inquietudine.

L'iniziativa si inserisce nel crescente malcontento interno rafforzatosi dopo che, a febbraio, Google aveva anche abbandonato l'impegno a non sviluppare tecnologie di intelligenza artificiale che “causino o possano causare danno alla collettività”, tra cui armi e sorveglianza. Si trattava di una presa di posizione adottata nel 2018 e che è sparita dalla revisione dei principi per una AI responsabile lo scorso febbraio (qui la vecchia versione; qui la nuova).

Ma il clima rispetto a qualche anno fa è cambiato: le guerre, la nuova amministrazione Trump, la spinta a commercializzare e rendere profittevoli tecnologie su cui le aziende stanno scommettendo parecchio. E che non stanno rendendo quanto promesso.

Interessante al riguardo uno studio recente che ha esaminato gli effetti sul mercato del lavoro dei chatbot AI in Danimarca. Gli autori affermano che, malgrado la diffusione di questi nuovi strumenti (diffusione incoraggiata spesso dagli stessi datori di lavoro, con relativi investimenti), “l'impatto economico rimane minimo” e i guadagni di produttività sarebbero modesti. Risultati, conclude lo studio, che mettono in discussione la “narrazione di un'imminente trasformazione del mercato del lavoro dovuta all'AI generativa”.

Inoltre, eventuali risparmi di tempo da parte del lavoratore che usa i chatbot sono a volte controbilanciati da ulteriori task, da compiti nuovi o aggiuntivi legati all’uso dello stesso, anche da parte di altri. Un esempio sono gli insegnanti che devono rilevare se gli studenti usano ChatGPT per i compiti, mentre altri lavoratori devono controllare la qualità dei risultati dell'AI o cercare di creare prompt efficaci, commenta Ars Technica (cui rinvio per approfondire il tema visto che segnala anche altri paper, alcuni più ottimistici. Inoltre lo stesso studio qua citato non esclude che degli effetti trasformativi possano arrivare in futuro).

 

AI e crisi occupazionale

Malgrado ciò, quel che sta arrivando ora sono i primi licenziamenti (primi in senso mediatico, non assoluto) a causa dell’AI (il punto è capire in che senso l’AI ne sarebbe la causa, visto quanto appena detto).

Duolingo, una nota app per imparare le lingue, ha annunciato che “smetterà gradualmente di utilizzare i collaboratori per svolgere il lavoro che l'intelligenza artificiale è in grado di gestire”, in un'e-mail inviata a tutti i dipendenti dal cofondatore e amministratore delegato Luis von Ahn. L'azienda - dice la comunicazione - sarà “AI-first”.

L'email di von Ahn fa seguito a una nota simile che l'amministratore delegato di Shopify Tobi Lütke aveva inviato ai dipendenti e recentemente condiviso online. In quella nota, Lütke affermava che prima che i team potessero chiedere un aumento dell'organico o delle risorse, dovevano dimostrare “perché non possono ottenere ciò che vogliono utilizzando l'AI”.

Nel caso dell’annuncio di Duolingo però non sono mancate critiche e prese di posizione, anche da utenti, riferisce Unilad.

Ma è il giornalista Brian Merchant a raccogliere la testimonianza di uno di quei collaboratori che sarebbero stati lasciati a casa in nome dell’AI. Secondo questa persona, Duolingo avrebbe già sostituito con sistemi di intelligenza artificiale fino a 100 dei suoi dipendenti, soprattutto gli scrittori e i traduttori che creano i particolari quiz e materiali didattici che hanno contribuito a creare l'identità dell'azienda. Secondo questo resoconto, i traduttori sarebbero stati licenziati nel 2023, gli scrittori sei mesi fa, nell'ottobre 2024.

Qua riporto direttamente le parole di Merchant:

“È successo all’improvviso”, mi ha detto il lavoratore, un autore che ha lavorato per anni nell'azienda, a condizione di anonimato. Ha detto che è stato “scioccante” quando ha ricevuto la notizia. “Stavamo lavorando con il loro strumento di intelligenza artificiale da un po' di tempo, e non era assolutamente in grado di scrivere delle lezioni senza l'intervento di esseri umani”.

“È uno spaccato della crisi occupazionale dell'AI - continua Merchant - che si sta verificando proprio ora, non in un futuro lontano, e che è già più pervasiva di quanto si possa pensare. Il collaboratore di Duolingo non è affatto solo. Quasi tutti gli artisti e gli illustratori professionisti che incontro mi raccontano di aver perso clienti e ingaggi a causa di aziende che si sono affidate all'AI invece di pagare il lavoro umano; alcuni sono stati espulsi del tutto dai loro settori. Ho scritto per Wired di manager che stanno usando l'AI per sostituire artisti e designer nell'industria dei videogiochi. I doppiatori sono in sciopero da 9 mesi, in cerca di protezione dalle aziende che vorrebbero usare l'intelligenza artificiale per clonare le loro voci. Proprio questa settimana, il popolare sito di gaming Polygon è stato venduto alla content farm Valnet, spesso accusata di usare articoli generati dall'AI: quasi tutto il personale umano di Polygon è stato licenziato.

Non è chiaro se questo tipo di licenziamenti sia sufficiente per essere registrato nei dati economici, anche se ci sono segnali in tal senso. Scrivendo sull'Atlantic di questa settimana, il giornalista economico Derek Thompson sottolinea un fenomeno allarmante nel mercato del lavoro: il tasso di disoccupazione dei neolaureati è insolitamente alto e storicamente alto rispetto al tasso di disoccupazione generale. Perché? Una teoria: le aziende assumono meno laureati per i lavori impiegatizi e utilizzano maggiormente l'AI. (…)

Come ho già scritto in precedenza, la crisi occupazionale dell'AI non è dovuta alla nascita di programmi senzienti intorno a noi, che sostituiscano inesorabilmente e in massa i lavori umani. Si tratta invece di una serie di decisioni gestionali prese da dirigenti che cercano di ridurre i costi del lavoro e di consolidare il controllo delle loro organizzazioni”.

 

Lavoratori tech

Licenziamenti o peggioramento delle condizioni di lavoro stanno colpendo anche la classe privilegiata dei lavoratori tech, scrive il WSJ. In alcuni casi, commenta un executive coach di aziende tecnologiche, la riduzione di teste “non è perché le aziende non abbiano i soldi. Per molti versi, è a causa dell'AI e delle narrazioni che si sentono in giro su come sia meglio ridurre l'organizzazione".

Quindi, argomenta il noto giornalista e scrittore Cory Doctorow, dopo l’enshittification delle piattaforme (termine già coniato dallo stesso che indica il progressivo peggioramento, per usare un eufemismo, delle piattaforme digitali nel tempo) siamo di fronte all’enshittification dei lavori tech. Scrive poi Doctorow in riferimento alle narrazioni sull’AI che causano riduzione di personale: “Non si tratta della realtà effettiva dell'AI, ma piuttosto della storia secondo cui l'AI consentirebbe di “ridurre l'organizzazione”, di tagliare gli organici e gli stipendi e di impoverire gli (ex) prìncipi del lavoro. Lo scopo dell'AI non è rendere i lavoratori più produttivi, ma renderli più deboli quando contrattano con i loro capi”,

I lavoratori del settore tecnologico, argomenta Doctorow, possono evitare il destino dei lavoratori delle fabbriche, dei magazzini e delle consegne solo sindacalizzandosi.

da qui

mercoledì 10 marzo 2021

Radicalized - Cory Doctorow

Cory Doctorow passa per essere uno scrittore di fantascienza, per la pigrizia delle classificazioni.

lui scrive storie che hanno elementi scientifici al loro interno e parlano dell’oggi e del domani, ci mette in guardia dai pericoli che arriveranno, ma anche delle occasioni che ci troveremo davanti, dipende da noi.

sono storie di Resistenza, contro la prepotenza, l’inferno economico, l’oppressione, e a volte scatta quella cosa meravigliosa che si chiama Solidarietà, o Fraternità, se uno si ricorda cosa significa.

a volte si vince, a volte no, dice Cory Doctorow : “Questa non è una di quelle battaglie che si vincono, è una di quelle che si combattono”, un po’ come Paco Ignacio Taibo II, che dice: “Tanto qui non si gioca più a vincere. Si gioca a sopravvivere e a continuare a dare fastidio.”

buona, imperdibile, lettura.

 

 

 

Cory Doctorow è sempre un bel leggere. La sua verve, la sua visione del futuro e dei problemi del presente, sono sempre garanzia di letture interessanti e stuzzicanti. Vale forse soprattutto per i racconti, ed ecco perché non si può perdere il nuovo Radicalized, una miniantologia (mini nel senso che contiene solo quattro racconti, ma sono comunque più di trecento pagine)…

da qui

 

Come negli altri suoi romanzi – almeno quelli che ho letto finora – Doctorow scrive fiction ma definirla fantascienza è improprio, visto che le tecnologie di cui tratta sono quasi tutte già disponibili…

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…Furious, funny, and smart, Cory Doctorow’s Radicalized is a quick, cracking read, full of the brave ideas and humanistic optimism that have marked Doctorow as one of our best writers and activists. The four novellas in Radicalized grow from a fundamental truth: That things in 2019 America are horrifyingly broken. And the four novellas in Radicalized show that Doctorow wants to break them even further…

da qui

 

Although the novellas are unconnected and each stand on their own, their interweaving themes of technology, activism, politics, and society work together to make Radicalized a cohesive and powerful collection. And it’s timely too. In a recent interview, Doctorow said that he “didn’t intend to write ANY of these — they got blurted out while I was working on another book.” The stories deal with refugees, police brutality, terrorism, preppers, and other elements of our increasingly dystopian modern world…

da qui

domenica 22 novembre 2020

intervista a Cory Doctorow

 

In un’intervista a Cory Doctorow (molto interessante, come sempre lo sono le parole di CD, qui l’intervista, su Rolling Stone, in italiano) arriva questa domanda:

Come la vedi ora con Joe Biden presidente?
Biden ha speso la sua carriera a fare favori alla grande industria, specie al settore finanziario, di cui le big tech sono figlie. Ma è un politico dai principi malleabili: potrebbe rivelarsi uno di quei presidenti centristi – penso a Roosevelt o a Lincoln – spinti verso posizioni radicali dalle grandi forze della storia e dalle proteste di milioni di persone per le strade. Possiamo almeno sperarlo. Ma ripeto, perché questo accada serve un’azione collettiva, e che in ogni Paese la gente faccia pressione sul proprio governo. I mezzi non mancano: in giro non ci sono mai stati così tanti gruppi che si battono per la difesa dei diritti digitali e della privacy digitale. Si è fatta molta strada rispetto a quando le battaglie in questo campo erano ritenute futili.

 

Forse Cory Doctorow aveva in mente quello che ha fatto Lyndon Johnson (un presidente supplente, sul quale nessuno avrebbe scommesso un centesimo di dollaro).

Riproponiamo il discorso tenuto da Johnson dopo la marcia di Selma (su cui c’è un gran bel film di Ava duVernay da vedere e rivedere):

Il presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson nel 1965 di fronte ai membri del congresso

Signor speaker, signor presidente, membri del congresso:

Questa sera voglio parlarvi della dignità dell’uomo e del destino della democrazia.

Esorto tutti i membri di entrambe le parti, gli americani di tutte le religioni e di tutti i colori, in ogni parte di questa nazione a unirsi a me in questa causa.

A volte la storia e il destino si incontrano in un tempo preciso in un luogo preciso per dare forma a un punto di svolta nella ricerca incessante della libertà dell’uomo. Così è stato a Lexington e Concord. Così è stato un secolo fa ad Appomattox. Così è stato una settimana fa a Selma, in Alabama.

Lì uomini e donne, vessati da lungo tempo, hanno protestato pacificamente contro la negazione dei loro diritti come americani. Molti sono stati brutalmente aggrediti. Un uomo per bene, un uomo di Dio, è stato ucciso.

Non vi è alcun motivo di orgoglio per quanto è successo a Selma. Non vi è alcuna ragione all’auto-compiacimento nella lunga negazione della parità dei diritti di milioni di americani. Ma vi è motivo di speranza e di fiducia nella nostra democrazia, in ciò che sta accadendo qui stasera.

Le grida di dolore e gli inni e le proteste dei popoli oppressi hanno portato alla convocazione di questo grande governo in tutta la sua grandiosità – il governo della più grande nazione sulla terra.

La nostra missione è allo stesso tempo la più antica e la più fondamentale di questa nazione: correggere i torti, fare giustizia, servire l’uomo.

In questo nostro tempo abbiamo imparato a vivere momenti di grande crisi. Le nostre vite sono state contrassegnate da dibattiti su grandi temi; questioni di guerra e pace, problemi di prosperità e di depressione. Ma raramente nel corso della storia, un problema ha messo così a nudo il cuore segreto dell’America stessa. Raramente ci si trova ad affrontare una sfida, non in nome di una nostra crescita o dell’abbondanza, del nostro benessere o della nostra sicurezza, ma piuttosto in nome di quei valori e dei fini e del senso stesso della nostra amata nazione.

La causa dell’uguaglianza dei diritti dei negri americani è una questione di sì fatta natura. E se anche dovessimo sconfiggere ogni nemico, raddoppiare la nostra ricchezza e conquistare le stelle, se ancora saremo iniqui verso questo problema allora avremo fallito come popolo e come nazione.

In quanto nazione, come per un individuo: “Che giovamento può avere un uomo se guadagna il mondo intero e poi perde la propria anima?”.

Non è un problema dei negri. Non è un problema del sud. Non è un problema del nord. E’ un problema di tutta l’America. E ci siamo riuniti qui stasera come americani, non come democratici o repubblicani. Ci siamo riuniti qui stasera come americani per risolvere il problema.

Questa è stata la prima nazione nella storia del mondo a essere nata con uno scopo. Le grandi frasi con tali propositi ancora risuonano in ogni cuore americano, a nord e a sud: “Tutti gli uomini sono creati uguali – un governo che deriva i propri poteri dal consenso dei governati – datemi la libertà o datemi la morte”. Ebbene, queste non sono solo parole penetranti, non sono solo teorie vuote. In loro nome, per due secoli, gli americani hanno combattuto e sono morti, e questa sera in tutto il mondo sono lì come guardiani della nostra libertà, mettendo a rischio la propria vita.

Quelle parole sono una promessa a ogni cittadino che avrà diritto a condividere la dignità dell’uomo. Questa dignità non può basarsi sui beni di un uomo; non può basarsi sul suo potere, o sulla sua posizione. Essa si basa in realtà sul suo diritto a essere trattato come uomo avente pari opportunità a tutti gli altri uomini. C’è scritto che deve avere diritto alla stessa libertà, che deve avere diritto di scegliere i suoi leader, di educare i suoi figli, e di provvedere alla sua famiglia secondo le sue capacità e i suoi meriti come essere umano.

Applicare qualsiasi altra prova – negare a un uomo le sue speranze a causa del colore della sua pelle o della razza, della sua religione o del suo luogo di nascita, non è solo un’ingiustizia ma vuol dire anche negare l’America e disonorare i morti che hanno dato la loro vita in nome della libertà americana.

IL DIRITTO DI VOTARE

I nostri padri credevano che se questa visione nobile dei diritti dell’uomo era quella di prosperare, doveva essere radicata nella democrazia. Il diritto più fondamentale di tutti è stato il diritto di scegliere i propri leader. In gran parte la storia di questa nazione è la storia dell’espansione di tale diritto a tutti i nostri cittadini.

Molte delle questioni sui diritti civili sono molto complesse e difficilissime. Ma su questo punto non ci può essere e non ci deve essere alcuna argomentazione. Ogni cittadino americano deve avere lo stesso diritto di voto. Non vi è alcun motivo che può giustificare la negazione di tale diritto. Non esiste impegno che pesi più pesantemente su di noi che il dovere che abbiamo nel garantire tale diritto.

Eppure la dura realtà è che in molti luoghi in questa nazione ad alcuni uomini e ad alcune donne viene negato l’accesso al voto semplicemente perché sono negri.

Ogni meccanismo di cui l’ingegno umano è capace è stato usato per negare questo diritto. Il cittadino negro può andare a registrarsi al voto solo per sentirsi dire che è sbagliato il giorno, o che è troppo tardi, o che il funzionario incaricato è assente. E se egli persiste e se riesce a presentarsi al cancelliere, egli si ritrova non avente diritto perché non ha scritto correttamente il suo secondo nome, o perché ha abbreviato una parola sul modulo di richiesta.

E se riesce a compilare una domanda gli viene dato un test. Il cancelliere è il solo a poter decidere se ha passato questo test o no. Gli può venir chiesto di recitare l’intera costituzione o di spiegare le più complesse disposizioni di legge dello stato. E neppure una laurea risulta sufficiente a dimostrare che sa leggere e scrivere.

Poiché l’unico modo per superare queste barriere è quello di mostrare una pelle bianca.

L’esperienza ha dimostrato chiaramente che l’esistente progresso della legge non può superare la discriminazione sistematica e ingegnosa. Nessuna legge che ora abbiamo presente nei libri – e io ho contribuito a inserirne tre di queste leggi – sono in grado di garantire il diritto di voto quando i funzionari locali sono determinati a negarlo.

In tal caso il nostro dovere deve essere chiaro a tutti noi. La costituzione dice che a nessun individuo può essere impedito di votare a causa della sua razza o del suo colore. Tutti abbiamo giurato davanti a Dio a sostegno e a difesa di quella costituzione. Ora dobbiamo agire in ottemperanza a quel giuramento.

GARANTIRE IL DIRITTO DI VOTO

Per impedire che questo diritto venga negato questo mercoledì sottoporrò al congresso una legge ideata a eliminare queste barriere illegali.

I principi generali di tale disegno di legge, domani, saranno nelle mani dei leader democratici e repubblicani. Dopo averli esaminati, torneranno qui formalmente come disegno di legge. Sono grato per l’opportunità concessami di essere qui stasera su invito della dirigenza per riflettere con i miei amici, per condividere con loro le mie opinioni, e per far visita ai miei ex colleghi.

Avevo preparato un’analisi più completa della legislazione ed era mia intenzione passarla al cancelliere domani, ma la sottoporrò agli impiegati stasera. Ma vorrei discutere seriamente con voi ora brevemente le principali proposte di questa legge dello stato.

Questa legge cancellerà le restrizioni di voto in tutte le elezioni – federali statali, e locali – usate per negare ai negri il diritto di voto.

Questo disegno di legge stabilirà uno standard semplice e omogeneo che non potrà essere utilizzato, per quanto geniale sarà lo sforzo, a non rispettare la nostra costituzione.

Esso fornirà ai cittadini la possibilità di essere registrati dai funzionari del governo degli Stati Uniti, qualora i funzionari dello stato si rifiutassero di registrarli.

Verranno così eliminate le possibilità di intentare delle cause legali tediose e inutili che ritarderebbero il diritto di voto.

Infine, questa normativa garantirà che agli individui correttamente registrati non sia negata la possibilità di votare.

Accoglierò i suggerimenti di tutti i membri del congresso – e non ho dubbi che ce ne saranno – sui modi e i mezzi per rafforzare questa legge e per renderla efficace. Ma l’esperienza ha chiaramente dimostrato che questa è l’unica via per attuare la disposizione della costituzione.

Per coloro che cercheranno di evitare l’azione attraverso il loro governo nazionale nelle loro comunità; che vorranno e che cercheranno di mantenere il controllo puramente locale sulle elezioni, la risposta è semplice:

Aprite i seggi a tutto il vostro popolo. Lasciate che gli uomini e le donne si registrino per votare a prescindere dal colore della loro pelle.

Estendete i diritti di cittadinanza a tutti i cittadini di questa nazione.

LA NECESSITA’ DELL’AZIONE

Non vi è alcun dilemma costituzionale in questo caso. La disposizione della costituzione è chiara.

Non vi è alcun dibattito morale. E’ sbagliato – inequivocabilmente sbagliato – negare a chiunque dei vostri concittadini americani il diritto di voto in questa nazione.

Non vi è alcuna questione riguardante i diritti dello stato o i diritti nazionali. C’è solo la lotta per i diritti umani.

Non ho il minimo dubbio su quale sarà la vostra risposta.

L’ultima volta che un presidente ha inviato una proposta di legge per i diritti civili al congresso vi era all’interno una disposizione per proteggere i diritti di voto nelle elezioni federali. Questo disegno di legge per i diritti civili è stato approvato dopo otto lunghi mesi di dibattito. E quando questo disegno di legge è arrivato sulla mia scrivania dal congresso per avere la mia firma, l’essenza della disposizione di voto era stata eliminata.

Questa volta, su questo tema, non ci devono essere ritardi, nessuna esitazione e nessun compromesso.

Non possiamo, non dobbiamo rifiutarci di tutelare il diritto di ogni americano di votare in ogni elezione alla quale desideri partecipare. E non dovremmo e non possiamo e non dobbiamo aspettare altri otto mesi prima di arrivare a un disegno di legge. Abbiamo già aspettato un centinaio di anni e più, non c’è più tempo per aspettare.

Quindi vi chiedo di unirvi a me alle lunghe ore di duro lavoro – notti e fine settimana, se necessario – per far passare questo disegno di legge. E non faccio questa richiesta alla leggera. Poiché dalla finestra dove mi siedo, con i problemi della nostra nazione, mi rendo conto che fuori da questa aula c’è la coscienza oltraggiata di una nazione, la grave preoccupazione di molte nazioni, e il duro giudizio della storia sulle nostre azioni.

WE SHALL OVERCOME

Ma anche se facciamo passare questo disegno di legge, la battaglia non sarà finita. Quello che è successo a Selma è parte di un movimento molto più grande che penetra in ogni porzione degli Stati dell’America. E’ lo sforzo dei negri americani per garantire a se stessi tutti i benefici della vita americana.

La loro causa deve essere anche la nostra causa. Perché non si tratta solo della questione dei negri, ma in realtà ha a che fare con tutti noi che dobbiamo superare l’eredità paralizzante del bigottismo e dell’ingiustizia. 

We Shall Overcome. 

Come uomo, le cui radici sono profondamente radicate nella terra sud, so bene come possano essere agonizzanti i sentimenti razziali. So quanto sia difficile rimodellare gli atteggiamenti e la struttura della nostra società.

Ma è passato un secolo, più di un centinaio di anni da quando i negri sono stati liberati dalla schiavitù. Ma non sono ancora completamenti liberi.

E’ più di un centinaio di anni fa che Abraham Lincoln, un grande presidente di un altro partito, firmò la proclamazione di emancipazione, ma l’emancipazione è una proclamazione e non un fatto.

Un secolo è passato, più di un centinaio di anni, dal momento in cui è stata promessa l’uguaglianza. Eppure il negro non è ancora uguale. Un secolo è passato dal giorno della promessa. E la promessa non è stata mantenuta.

E’ ora giunto il momento di fare giustizia. Vi dico che credo sinceramente che nessuna forza potrà arrestarla. E’ cosa giusta agli occhi di Dio e dell’uomo che avanzi. E quando questo avverrà, penso che quel giorno renderà più lieta la vita di ogni americano. I negri non sono le uniche vittime. Quanti bambini bianchi non hanno avuto un’istruzione, quante famiglie di bianchi hanno vissuto nella più profonda povertà, quante vite di bianchi sono state segnate dalla paura, perché abbiamo sprecato la nostra energia e la nostra sostanza a mantenere in piedi le barriere dell’odio e del terrore?

Quindi dico a tutti voi qui presenti, e a tutta la nazione questa sera che coloro che si rivolgono a voi per tenere in piedi il passato lo fanno al costo di negarvi il futuro.

Questa grande nazione, ricca, instancabile è in grado di offrire opportunità e istruzione e speranza a tutti: bianchi e negri, al nord e al sud, mezzadri e abitanti della città. Questi sono i nemici: la povertà, l’ignoranza, la malattia. Sono loro i nemici e non i nostri simili, non il nostro vicino di casa. E anche su questi nemici, la povertà, le malattie e l’ignoranza, we shall overcome .

UN PROBLEMA AMERICANO

Che nessuno di noi appartenente a un qualsiasi frammento della società guardi con sprezzante superiorità ai problemi di un altro frammento, o ai problemi dei nostri vicini.

Non c’è davvero nessuna parte dell’America dove la promessa di uguaglianza sia stata completamente mantenuta. A Buffalo così come a Birmingham, a Philadelphia così come a Selma, gli americani stanno lottando per raggiungere i frutti della libertà.

Questa è una nazione. Quello che succede a Selma o a Cincinnati è una questione di legittima preoccupazione per ogni americano. Ma che ognuno di noi guardi nel suo cuore e nelle proprie comunità, e che ognuno di noi contribuisca allo sforzo di sradicare l’ingiustizia ovunque esista.

Mentre ci incontriamo qui questa sera in questa tranquilla e storica aula, degli uomini del sud, alcuni dei quali erano a Iwo Jima, degli uomini del nord che hanno portato la vecchia gloria negli angoli più remoti del mondo e l’hanno riportata indietro immacolata, degli uomini provenienti dall’est e dall’ovest, stanno tutti combattendo insieme senza considerare a che credo appartengono, o al colore della loro pelle, o da che ragione provengono, in Vietnam. Uomini, di ogni regione hanno combattuto per noi in tutto il mondo 20 anni fa.

E in questi pericoli comuni e in questi comuni sacrifici il sud ha dato il proprio contributo di onore e galanteria non meno di ogni altra regione della grande repubblica – e in alcuni casi, di gran lunga di più.

E non ho il minimo dubbio che i retti uomini di ogni parte di questa nazione, dai grandi laghi al golfo del Messico, dal Golden Gate ai porti lungo l’Atlantico, si raduneranno ora in nome di questa causa per rivendicare la libertà di tutti americani. In quanto noi tutti abbiamo questo dovere; e sono certo che saremo tutti pronti a rispondere.

E’ il vostro presidente che lo chiede a ogni americano.

IL PROGRESSO ATTRAVERSO IL PROCESSO DEMOCRATICO

Il vero eroe in questa lotta è il negro americano. Le sue azioni e le sue proteste, il coraggio di mettere a rischio la propria sicurezza e anche quello di rischiare la propria vita, hanno risvegliato la coscienza di questa nazione. Le sue manifestazioni sono state organizzate per richiamare l’attenzione all’ingiustizia, destinate a provocare il cambiamento, concepite per suscitare la riforma.

Egli ci chiede di trasformare in realtà la promessa dell’America. E chi tra noi può dire che avremmo fatto lo stesso progresso se non fosse stato per il suo tenace coraggio, e la sua fede nella democrazia americana.

Poiché alla vera e propria radice della battaglia a favore dell’uguaglianza c’è una convinzione profonda nel processo democratico. L’uguaglianza non dipende dalla forza delle armi o dei gas lacrimogeni, ma sulla forza del diritto morale; non sul ricorso alla violenza, ma sul rispetto della legge e dell’ordine.

Ci sono state molte pressioni sul vostro presidente e ce ne saranno nei giorni a seguire. Ma mi impegno stasera nell’intento di combattere questa battaglia lì dove deve essere combattuta: nei tribunali, e nel congresso, e nel cuore degli uomini.

Dobbiamo preservare il diritto di libertà di parola e il diritto di riunione. Ma il diritto di libertà di parola non porta con sé, come si è detto, il diritto di gridare al fuoco in un teatro affollato. Dobbiamo preservare il diritto alla libertà di riunione, ma la libertà di riunione non porta con sé il diritto di bloccare delle strade pubbliche al traffico.

Noi abbiamo il diritto di protestare, e il diritto di marciare in condizioni che non violino i diritti costituzionali dei nostri vicini. E ho intenzione di proteggere tutti quei diritti finché mi è permesso di servire in questo ufficio.

Staremo a guardia contro la violenza, sapendo che toglie dalle nostre mani le stesse armi che cerchiamo – il progresso, l’obbedienza alla legge, e la fede nei valori americani.

A Selma come altrove cerchiamo e preghiamo per la pace. Noi cerchiamo ordine. Cerchiamo l’unità. Ma non accetteremo la pace dei diritti repressi, o dell’ordine imposto con la paura o l’unità che soffoca la protesta. Poiché la pace non può essere acquistata al prezzo della libertà.

A Selma stasera – e abbiamo avuta una buona giornata lì – e come in ogni città, stiamo lavorando per trovare una soluzione giusta e pacifica. Dobbiamo tutti ricordare che, dopo il discorso che sto facendo questa sera, dopo che la polizia e l’Fbi e gli sceriffi se ne sono andati tutti, e dopo che avrete approvato questo disegno di legge, i cittadini di Selma e delle altre città della nazione dovranno ancora vivere e lavorare insieme. E quando l’attenzione della nazione si sarà spostata altrove dovranno cercare di guarire le loro ferite e di costruire una nuova comunità.

Questo non può essere fatto facilmente su un violento campo di battaglia, come la storia del sud ci mostra. E’ in riconoscimento di questo che gli uomini di entrambe le razze hanno dimostrato una responsabilità così straordinariamente impressionante in questi ultimi giorni, martedì scorso, e di nuovo oggi.

I DIRITTI DEVONO ESSERE OPPORTUNITA’

Il disegno di legge che io vi presento sarà conosciuto come un disegno di legge per i diritti civili. Ma, in un senso più ampio, la maggior parte del programma che sto consigliando è un programma di diritti civili. Il suo scopo è quello di aprire la città della speranza a tutte le persone di tutte le razze.

Poiché tutti gli americani devono avere il diritto di voto. E ci accingiamo a dare loro questo diritto.

Tutti gli americani devono avere i privilegi della cittadinanza a prescindere dalla loro razza di appartenenza.E ora stanno per ottenere quei diritti di cittadinanza a prescindere dalla razza.

Ma vorrei mettervi in guardia e ricordarvi che per esercitare tali privilegi si va oltre i semplici diritti legali. Richiede una mente preparata e un corpo sano. Richiede una casa decente e la possibilità di trovare un posto di lavoro e la possibilità di sfuggire dalle grinfie di povertà.

Naturalmente, le persone non possono dare il loro apporto alla nazione se non hanno mai imparato a leggere e scrivere, se i loro corpi sono rachitici per colpa della fame, se la loro malattia non viene curata, se vivono un’esistenza nella povertà senza speranza con il solo scopo di ritirare un assegno sociale.

Quindi, vogliamo aprire le porte alle opportunità. Ma stiamo anche andando a dare a tutto il nostro popolo, bianchi e negri, l’aiuto di cui ha bisogno per attraversare quei cancelli.

LO SCOPO DI QUESTO GOVERNO

Dopo il college il mio primo impiego è stato come insegnante a Cotulla, nel Texas, in una piccola scuola messicano-americana. Pochi di loro parlavano inglese e io non parlavo molto spagnolo. I miei studenti erano poveri e spesso venivano in classe senza colazione, affamati. Alla loro giovane età conoscevano bene il dolore del pregiudizio. Non riuscivano a capire perché la gente li detestasse. Ma sapevano che era così perché io lo vedevo nei loro occhi. Spesso tornavo a casa nel tardo pomeriggio, una volta terminate le lezioni, con il desiderio di poter fare di più. Ma tutto quello che sapevo fare era insegnare loro il poco che sapevo, sperando che ciò li potesse aiutare ad affrontare i disagi che li attendevano.

In qualche modo non si scorda mai cosa la povertà e l’odio possono fare quando si vedono le cicatrici da essi provocate sul volto fiducioso di un bambino.

Non ho mai pensato, allora, nel 1928, che mi sarei trovato qui nel 1965. Non mi è mai passato per la mente neppure nei miei sogni più appassionati che un giorno avrei avuto la possibilità di aiutare i figli e le figlie di quegli studenti e di aiutare le persone come loro di tutta la nazione.

Ma io ora ho questa possibilità, e vi svelo un segreto, intendo farne uso. E spero che anche voi intendiate farne uso con me.

Questa è la nazione più ricca e più potente di tutto il globo. La potenza degli imperi del passato è poco rispetto alla nostra. Ma io non voglio essere il presidente che ha costruito imperi o cercato grandezza o il potere.

Voglio essere il presidente che ha insegnato ai bambini le meraviglie del loro mondo. Voglio essere il presidente che ha contribuito a nutrire gli affamati e a prepararli a essere contribuenti fiscali e non solo a pagare le tasse.

Voglio essere il presidente che ha aiutato i poveri a trovare la propria strada e che ha protetto i diritti di ogni cittadino e li ha portati a votare in ogni elezione.

Voglio essere il presidente che ha contribuito a porre fine all’odio tra i suoi simili e che ha promosso l’amore tra la gente di tutte le razze e di tutte le regioni e di tutti i partiti.

Voglio essere il presidente che ha contribuito a porre fine alla guerra tra i fratelli di questa terra.

E così, su richiesta del vostro amato relatore e del senatore del Montana; del leader della maggioranza, del senatore dell’Illinois; del leader della minoranza, del signor McCulloch, e degli altri membri di entrambe le parti, sono venuto qui stasera, non come fece una volta il presidente Roosevelt in prima persona a porre il veto su un disegno di legge bonus, non come fece una volta il presidente Truman per sollecitare l’approvazione di un disegno di legge sulle ferrovie, ma sono venuto qui per chiedervi di condividere questo compito con me e di condividerlo con le persone per le quali lavoriamo. Voglio che questo sia il congresso, fatto sia da repubblicani che da democratici, che ha fatto tutte queste cose per tutte queste persone.

Al di là di questa grande aula, laggiù in 50 Stati, ci sono le persone che serviamo. Chi può dire quali profonde e non dette speranze ci sono nel loro cuore questa sera mentre sono seduti lì ad ascoltare. Noi tutti possiamo immaginare, traendo dalle nostre vite, quanto sia spesso difficile la loro ricerca della felicità, quanti problemi ha ogni piccola famiglia. Guardano più che altro a se stessi per il loro futuro. Ma penso che guardino anche verso ciascuno di noi.

Sulla piramide sul Gran sigillo degli Stati Uniti c’è scritto – in latino – “Dio ha protetto il nostro impegno”.

Dio non proteggerà tutto ciò che facciamo. E’ piuttosto nostro dovere indovinare la sua volontà. Ma sono certo che Egli capisca veramente e che protegga realmente l’impresa che stiamo iniziando qui stasera.

Lyndon Johnson

 

da qui

 


giovedì 12 gennaio 2017

Little brother – Cory Doctorow


Ritratto dell’hacker da giovane

già db qui ne aveva parlato con un entusiasmo totalmente giustificato e condiviso.
anch’io ho letto prima Homeland, che è posteriore, ma va benissimo lo stesso.
Little brother dovrebbe essere un libro di testo nelle superiori, o forse no, è meglio dire che è un libro pericoloso, da non leggere, così avremo la sicurezza che qualcuno comincerà a leggerlo.
qualsiasi ragazza o ragazzo non potrà non essere coinvolto nella storia di Marcus e dei suoi amici, sarà anche un libro di storia, d’amore ,di educazione civica, di tecnologia, di politica, d’amicizia, di spionaggio, e molto altro ancora.
e chiunque saprà da che parte stare (come canta Pete Seeger).
se mai il mondo sarà salvato il merito andrà anche a ragazzini come Marcus e tanti altri come lui che esistono nel mondo, alcuni conosciuti, altri che non lo saranno mai.
cercate Little brother, e buona lettura.




…Marcus vive a San Francisco. Va in una scuola dove viene costantemente controllato: il preside sa quello che cerca su internet, grazie ai computer che il liceo gli ha regalato, e dove va, grazie al software per il riconoscimento della camminata. Almeno in teoria, perché Marcus è un hacker molto dotato, che sa bene come eludere questa inutile sorveglianza. E', anche, un appassionato giocatore di ARG ( realtà alternativa) e, proprio, mentre sta cercando un indizio per un gioco, con la sua squadra di amici, la città viene colpita da un attacco terroristico. Sospettato d’essere coinvolto (ma senza delle vere prove), Marcus viene arrestato dal DHS (Department for Homeland Security), portato in una prigione segreta, interrogato e sottoposto a violenze psicologiche.
Questo cambia completamente la vita e il modo di pensare del protagonista, che decide di farsi valere e di trovare un modo per arginare il potere del Dipartimento di Pubblica Sicurezza. Il romanzo tratta temi molto interessanti e importanti, che troppo spesso diamo per scontati come l'importanza della privacy, la sicurezza dei dati, e i diritti che non possono/devono esserci tolti. Si parla, anche di terrorismo, soprattutto della paura che genera e di quanto è in grado di cambiare il pensiero delle persone (tema attualissimo). Doctorow vi farà entusiasmare e incuriosire verso molte tematiche "nerd", spiegando i concetti informatici in modo chiaro e intuitivo…

Little Brother è un lavoro di denuncia, animato dalla convinzione che – in tempi di ingiustizia e soprusi d’ogni genere – non esista niente di più rivoluzionario della giustizia. A questo fine, risulta funzionale la scelta dell’autore di operare una riscoperta dello spirito della democrazia attraverso lo scavo nelle radici dell’America contemporanea, a partire dalla stagione di contestazione e movimentismo per le libertà civili che cominciò a scuotere la società negli anni Sessanta proprio dall’ideale epicentro di San Francisco.
Il cuore di Little Brother è occupato da una discussione sui principi costituzionali e in particolare sul Primo Emendamento, e insiste su un particolare passaggio della Dichiarazione di Indipendenza:
Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.
Il dilemma tra libertà personali e sicurezza collettiva racchiude l’essenza politica del romanzo. Un finto dilemma, continua a credere Marcus: non è negando l’una che si riesca a garantire l’altra. Maggiori sono i vincoli e le restrizioni imposte alle libertà individuali, maggiori sono i pericoli che ne derivano per la nazione. La sfida sta nel dimostrarne l’assenza di fondamento, contro il senso comune invalso in un’opinione pubblica eterodiretta dal governo con il sostegno dei media…

da un’intervista a Cory Doctorow:
Little Brother parla ad esempio di diritti civili, di conflitto con la sicurezza nazionale.
Ci sono molti elementi che echeggiano nel mio romanzo: l’11 settembre, il Patriot Act, Guantanamo, la questione Wikileaks… I lettori “young adult”, espressione che peraltro considero un’etichetta per far trovare i libri nei negozi, per la maggior parte sono troppo giovani per ricordare quegli eventi o per averli compresi nella loro complessità, ma vorrei che Little Brother li facesse riflettere sull’ossigeno politico nel quale sono cresciuti e che stanno ancora respirando. Vorrei insomma che si chiedessero se le cose possono cambiare, e come.
È quello che si è augurato Neil Gaiman recensendo questo romanzo. Però Marcus non mi sembra un diciassettenne comune.
Certo, Marcus è un cittadino consapevole dei suoi diritti, conosce le leggi, sa come aggirare i controlli, ha obiettivi e contrasta le ingiustizie , è bravo col computer, sa come risolvere i propri problemi attraverso l’informatica, ma solo connettendosi con altre persone può risolvere problemi più grandi, comuni. Diciamo che mi auguro che sempre più ragazzi diventino come lui, e che riescano ad aggregare persone. In fondo, i personaggi letterari possono essere anche dei modelli da imitare.