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venerdì 9 gennaio 2026

Attacco in Venezuela, New York Times e Washington Post sapevano, ma non hanno scritto: agli ordini del governo - Stefania Maurizi


Il New York Times e il Washington Post sapevano dell’attacco militare degli Stati Uniti contro il Venezuela diverse ore prima che l’aggressione scattasse, ma hanno scelto di non pubblicare quello che sapevano, dopo che l’amministrazione Trump li aveva avvertiti che la pubblicazione avrebbe potuto mettere a rischio i soldati americani. A rivelare questo retroscena è il media online Semafor, citando due fonti non identificate, ma definite al corrente delle comunicazioni tra il governo americano e le redazioni dei due più potenti quotidiani degli Stati Uniti.

La “deferenza”, come la chiama Semafor, del New York Times e del Washington Post nei confronti dell’amministrazione Trump potrebbe sorprendere, considerando che da anni Donald Trump conduce una vera e propria guerra contro i media tradizionali.

Gli Stati Uniti non hanno un sistema per cercare di impedire ai giornalisti di pubblicare una notizia segreta di un’operazione militare. Il Regno Unito, ad esempio, ce l’ha: si chiama Da Notice ed è uno strumento con cui il governo inglese chiede alle redazioni di non pubblicare una certa informazione, perché la sua divulgazione potrebbe danneggiare la “sicurezza” della nazione. Ma il Da Notice è un strumento puramente consultivo e i giornalisti inglesi con la spina dorsale rivendicano il loro diritto di decidere autonomamente cosa pubblicare, anche se in alcuni rari casi lo scontro governo-redazioni ha raggiunto livelli altissimi, come durante la pubblicazione dei file top secret di Edward Snowden. In quell’occasione, il governo di sua maestà costrinse il Guardian a distruggere la copia dei file in possesso del giornale e a distruggere, sotto la supervisione dei servizi segreti del Gchq, i computer su cui i documenti erano conservati.

Negli Stati Uniti un meccanismo del genere non esiste e la stampa gode di protezione costituzionale, grazie a quel formidabile scudo che è il first amendment. Ma nonostante questa protezione, i grandi media americani si sono spesso mostrati supini alle richieste e alle manipolazioni del loro governo. Come quando, nel 2003, nei mesi precedenti l’invasione dell’Iraq, il New York Times pubblicò notizie infondate sui tentativi di Saddam di procurarsi armi di distruzione di massa, un’assoluta fandonia, frutto delle manipolazioni della Cia, che permise all’amministrazione di George W. Bush di vendere all’opinione pubblica una guerra terribile.

O come quando, nel 2005, il Washington Post venne a sapere che la Cia aveva prigioni segrete anche nell’Europa dell’est, in cui torturava brutalmente, eppure il Washington Post non pubblicò i nomi dei paesi europei su richiesta del governo americano. O quando nel 2004 il New York Times tenne per un anno nel cassetto lo scoop sulla Nsa che spiava le comunicazioni dei cittadini americani senza un mandato. Fu proprio la “tradizione” di collaborazione tra le grandi redazioni e il governo americano che venti anni fa spinse Julian Assange a creare WikiLeaks.

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venerdì 19 dicembre 2025

Assange accusa il Nobel: premio per la Pace usato per la guerra - Giuseppe Gagliano

Julian Assange è tornato. Non nel modo rassicurante che piace al potere, ma in quello che più lo disturba: tornando a denunciare, nomi e fatti alla mano. Dopo anni di detenzione in una prigione britannica di massima sicurezza, ignorato mentre veniva logorato fisicamente e psicologicamente, oggi Assange è libero ma resta scomodo. Perché continua a fare il giornalista, non il testimonial della democrazia occidentale.

La sua ultima mossa è una denuncia penale depositata in Svezia contro la Fondazione Nobel. Non un gesto simbolico, ma un atto formale presentato contemporaneamente all’Autorità svedese per i crimini economici e all’Unità per i crimini di guerra. Trenta le persone indicate, tutte legate alla Fondazione, compresi i vertici: la presidente Astrid Söderbergh Widding e la direttrice esecutiva Hanna Stjärne. Le accuse sono tutt’altro che generiche: appropriazione indebita aggravata di fondi, facilitazione di crimini di guerra e contro l’umanità, finanziamento del crimine di aggressione.

Il cuore della denuncia è l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana. Secondo Assange, non si tratta di una scelta discutibile sul piano politico, ma di una violazione diretta del testamento di Alfred Nobel, che destinava il premio a chi avesse lavorato per la fratellanza tra le nazioni, la riduzione degli eserciti permanenti e la pace. Qui, sostiene Assange, siamo esattamente all’opposto.

Le accuse rivolte a Machado sono precise e documentate. Primo: istigazione pubblica e reiterata all’uso della forza militare. Nel febbraio 2014, davanti al Congresso degli Stati Uniti, Machado dichiarò che “l’unica strada rimasta è l’uso della forza”. Non una frase isolata, ma l’avvio di una linea politica coerente. Negli anni successivi, fino al 2025, ha continuato a invocare un intervento armato contro il Venezuela, arrivando a sostenere che gli Stati Uniti potrebbero dover intervenire direttamente.

Secondo: legittimazione politica di crimini di guerra altrui. Dopo aver ricevuto il Nobel per la Pace, Machado ha telefonato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per congratularsi della conduzione della guerra a Gaza. Assange non entra nel merito ideologico, ma giuridico: lodare pubblicamente operazioni militari già oggetto di accuse internazionali significa fornire copertura morale e politica a quei crimini.

Terzo: uso strumentale del Nobel come scudo reputazionale. Secondo la denuncia, Machado avrebbe immediatamente sfruttato l’autorevolezza del premio per rafforzare la narrativa dell’intervento militare, trasformando il Nobel da riconoscimento simbolico in strumento operativo. Non la pace come fine, ma la pace come marchio da spendere per rendere accettabile una guerra.

Quarto: integrazione consapevole nella strategia statunitense di cambio di regime. Assange collega le posizioni di Machado alla linea dell’amministrazione Trump, che descrive il governo venezuelano come una struttura criminale da abbattere. In questo contesto, Machado non appare come un’oppositrice interna, ma come un ingranaggio politico di una strategia esterna. Emblematiche, in questo senso, le dichiarazioni rilasciate a Donald Trump Jr., in cui prometteva di aprire le aziende e le risorse venezuelane agli Stati Uniti. Altro che autodeterminazione dei popoli.

Quinto, e più grave sul piano giuridico: concorso morale nel crimine di aggressione. Assange non accusa Machado di aver combattuto una guerra, ma di aver contribuito a crearne le condizioni politiche, mediatiche e morali. Nel diritto internazionale, questo non è un dettaglio. La denuncia sostiene che l’assegnazione del Nobel abbia rafforzato questa funzione, trasformando il premio in uno strumento di facilitazione indiretta di un’aggressione armata.

Per questo Assange chiede il congelamento immediato degli 11 milioni di corone svedesi legati al premio e il ritiro della medaglia. Non una provocazione, ma una conseguenza logica: se il premio viene usato in violazione del mandato testamentario, quei fondi diventano, a suo avviso, il frutto di un’appropriazione indebita.

Il silenzio che circonda questa denuncia è coerente con la storia di Assange. Ieri ignorato mentre marciva in cella, oggi ignorato mentre mette in discussione uno dei totem morali dell’Occidente. Perché la sua accusa non colpisce solo Machado, ma un sistema che distribuisce patenti di pace a chi giustifica la guerra, che chiama “democrazia” ciò che conviene e “crimine” ciò che disturba.

Assange non è un eroe né un martire. È un giornalista che continua a fare il suo mestiere: mostrare documenti, collegare i fatti, smontare le narrazioni ufficiali. E per questo resta l’uomo da rimuovere dal dibattito pubblico. Ma anche quello che, ciclicamente, torna a ricordare una verità semplice e insopportabile: la pace non si proclama, si pratica. E chi invoca i bombardamenti, per quanto premiato, pacifista non è.

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sabato 13 luglio 2024

Keir Starmer è stato uno degli aguzzini di Julian Assange, da non dimenticare mai.

 

Una vittoria disillusa per un Labour inoffensivo - Daniel Finn

Starmer prende soltanto il 33,7% dei voti. Bene gli indipendenti di sinistra e i Verdi, che hanno contestato le scelte su Gaza. Corbyn batte il suo ex partito. Ma nel paese cresce il razzismo di Nigel Farage

Quando sono arrivati i risultati delle elezioni generali britanniche, il politico laburista scozzese Jim Murphy ha fatto un’osservazione eloquente. Murphy, che nel 2015 aveva portato il Partito laburista a una pesante sconfitta in Scozia, questa volta si è rallegrato nel vedere il Partito nazionale scozzese (Snp) andare male: «Non hanno perso voti solo rispetto ai laburisti, anche rispetto ai non votanti. E in politica è molto più difficile rianimare le persone che se ne sono andate e hanno deciso di non votare».

Murphy non riusciva a nascondere la propria eccitazione al pensiero di un tale disimpegno dalla politica elettorale. Il suo partito è stato portato all’apice del potere da un’ondata di apatia. Con il 60%, l’affluenza alle urne è diminuita di oltre il 7% rispetto alle ultime elezioni del 2019. Si tratta di uno dei dati più bassi da quando la Gran Bretagna ha adottato il suffragio universale.

Il numero assoluto di voti espressi per il Labour è stato inferiore a quello del 2019. Se si tiene conto del calo dell’affluenza, Keir Starmer ha aggiunto meno del 2% ai voti ottenuti cinque anni fa. Il risultato finale del Labour, 33,7%, è stato ben al di sotto della quota media di voti del Labour sotto la leadership di Jeremy Corbyn, per non parlare del 40% ottenuto nel 2017. Eppure Starmer ha conquistato una maggioranza schiacciante di seggi alla Camera dei Comuni, grazie al crollo dei conservatori e al sistema elettorale britannico «winner-takes-all».

Come ha dichiarato l’esperto di sondaggi John Curtice: «Sembra più un’elezione persa dai conservatori che vinta dai laburisti». La quota di voti dei Tories è scesa del 20%. Nel 2019, il partito della Brexit di Nigel Farage aveva eliminato centinaia di candidati spianando la strada per la vittoria a Boris Johnson. Questa volta, il veicolo di Farage – ribattezzato Reform UK – si è prefisso di danneggiare i Tory e ha ottenuto il 14% dei voti, creando un cuneo nella loro base elettorale.

Fin dal primo giorno, questo era il risultato che Starmer e il suo team speravano di ottenere. Non avrebbero mai voluto andare al governo in mezzo a un’ondata di entusiasmo con un ambizioso programma di riforme per affrontare la sfaccettata crisi sociale della Gran Bretagna. Il loro obiettivo era quello di rendere il Labour completamente inoffensivo per tutti coloro che beneficiano di un modello economico disfunzionale.

Una grande maggioranza di seggi dopo una campagna elettorale sottotono e con un tasso di astensione del 40% è, dal loro punto di vista, una situazione abbastanza ideale. Ma non sarà certamente il trampolino di lancio per un governo riformatore. Sebbene i conservatori si meritino ampiamente il loro momento di umiliazione dopo aver preso a colpi di motosega i servizi pubblici britannici negli ultimi quattordici anni, la nuova amministrazione ha tutta l’intenzione di mantenere al potere la loro eredità distruttiva.

Risultati promettenti

Per coloro che vogliono qualcosa di più di un cambio di personale ai vertici, ci sono stati diversi risultati promettenti. Dopo essere stato cacciato da Starmer dal Partito laburista, Jeremy Corbyn ha mantenuto il suo seggio nel nord di Londra come indipendente. Un sondaggio condotto poco prima delle elezioni suggeriva che Corbyn fosse destinato alla sconfitta per mano del candidato laburista, un imprenditore del settore sanitario privato di nome Praful Nargund. Alla fine, però, ha battuto Nargund con una mobilitazione di sostenitori che ha ricordato l’uso della propaganda di massa da parte dei laburisti nel 2017.

Corbyn sarà affiancato alla Camera dei Comuni da altri quattro indipendenti che hanno preso i seggi dai laburisti dopo aver condotto campagne contro il sostegno di Starmer ai crimini di guerra israeliani a Gaza. Molti altri indipendenti filo-palestinesi hanno sfiorato la vittoria, tra cui Leane Mohamad, a cui sono mancati appena cinquecento voti per scalzare il segretario ombra alla Sanità del Labour, Wes Streeting. Sarebbe stato un grande risultato per Mohamad mettere fuori gioco Streeting, una figura autoreferenziale e ambigua che ha manifestato il desiderio di accelerare la privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, ma in ogni caso dovrebbe essere orgogliosa della propria performance.

Lo stesso Starmer ha dovuto affrontare una sfida nel suo collegio elettorale di Londra da parte dell’attivista contro la guerra Andrew Feinstein. Feinstein, sbucato dal nulla, ha ottenuto un buon 19% dei voti, mentre Starmer è calato drasticamente, pur senza rischiare il seggio. Il Partito Verde, che si è opposto con forza all’attacco a Gaza, ha ottenuto quasi il 7% dei voti complessivi e ha conquistato quattro seggi, la migliore performance della sua storia.

Il voto per i candidati anti-guerra e verdi suggerisce il potenziale di un movimento di sinistra che combina un programma di riforme interne, sia sociali che ecologiche, con una politica estera basata sulla pace, sui diritti umani e sulla giustizia climatica. Sapevamo già dal periodo in cui Corbyn è stato leader laburista che c’era un ampio sostegno a queste idee nella società britannica. Ora sappiamo che è possibile ottenere un sostegno politico al di fuori del Partito laburista, nonostante il sistema elettorale britannico con le sue barriere all’ingresso per i gruppi più piccoli.

Un’ascesa resistibile

D’altra parte, il Labour ha ripreso la maggior parte dei suoi seggi scozzesi dall’Snp, che era stato lo sfidante più efficace nell’ultimo decennio. L’Snp ha conquistato quei seggi per la prima volta nel 2015 con una piattaforma che evidenziava la sua opposizione all’austerità e alle armi nucleari. Tuttavia, dopo essersi posizionata con tanto successo a sinistra dei laburisti, la leader dell’Snp Nicola Sturgeon ha iniziato a spostarsi verso il centro sia in termini di politica che di stile politico, soprattutto dopo il referendum sulla Brexit del 2016.

Possiamo far risalire le origini dell’attuale crisi dell’Snp al periodo in cui la Sturgeon era leader, anche se alla fine i nodi sono venuti al pettine dopo che Humza Yousaf prima e John Swinney poi hanno assunto la guida del partito. I laburisti la prenderanno senza dubbio come una prova che la causa più ampia dell’indipendenza scozzese si è esaurita e che le cose possono tornare come erano prima del referendum del 2014. In linea di principio, questo atteggiamento compiacente dovrebbe offrire all’Snp l’opportunità di riconquistare il sostegno dei laburisti in vista delle prossime elezioni del Parlamento scozzese nel 2026, anche se la capacità del partito di rinnovarsi dopo un lungo periodo di istituzionalizzazione è molto in dubbio.

La quota di voti per il Reform UK di Nigel Farage non è stata molto più alta del risultato ottenuto dal Partito per l’Indipendenza del Regno Unito nel 2015, ma questa volta il partito ha conquistato quattro seggi, tra cui uno per Farage, e ha ottenuto una serie di secondi posti. La performance di Reform dovrebbe smentire l’idea che si possa insidiare il sostegno ai partiti anti-immigrati abbracciando le loro idee.

I due partiti principali hanno adottato la posizione di Farage del 2015 sull’immigrazione e hanno gestito la campagna elettorale promettendo di aumentare le deportazioni. Il loro unico risultato è stato quello di legittimare la retorica di Farage e dei suoi alleati. Ora che hanno una piattaforma a Westminster, i parlamentari di Reform faranno tutto il possibile per indicare immigrati e rifugiati come capro espiatorio per i problemi sociali che il governo Starmer lascerà incancrenire.

Ciò non significa che ci riusciranno. Starmer diventa primo ministro con una grande maggioranza di seggi, ma si trova di fronte a una sfida a sinistra che non esisteva quando Tony Blair salì al potere nel 1997. Ci vollero diversi anni e tre elezioni perché il malcontento nei confronti del New Labour raggiungesse un livello simile. Non c’è motivo per cui la destra estrema debba avere il monopolio dell’opposizione allo starmerismo, se le forze della sinistra britannica sapranno trarre le giuste lezioni dall’esperienza dell’ultimo decennio.

*Daniel Finn è redattore di Jacobin. È autore di One Man’s Terrorist: A Political History of the Ira (Verso, 2019). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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UK: IL “LABURISTA” È STATO SCELTO DA BLACROCK - G.Zibordi 

E’ stato un colpo di stato strisciante dal 2017 culminato alla fine oggi con il Labour pro finanza e sionista che stravince, ma con pochi voti. Prima hanno purgato il partito laburista di Jeremy Corbin, che hanno cacciato e hanno rifatto il partito laburista per Blackrock, la finanza della City e la lobby sionista. Poi hanno inserito Sunak nei Conservatori per demolire il partito, dividere l’elettorato in 6 gruppi e così far vincere il nuovo “Labour” della finanza e sionista. In questo modo hanno installato ora il partito immigrazionista più spinto, più trans-gay ecc.. e però anche fedele al 100% alla finanza e Blackrock.

Qui sembra che nessuno sappia niente di cosa è successo in UK negli ultimi anni

In #Uk, il #Labour di Keir #Starmer, appoggiato pubblicamente da #Blackrock dall’inizio https://independent.co.uk/news/uk/politics/labour-starmer-blackrock-support-fink-b2432113.html , con il 34% dei voti ha avuto 410 seggi su 650. Ma ha preso molti meno voti del Labour “autentico” di Jeremy Corbin nel 2017. Jeremy #Corbin fu cacciato dal partito, dicendo che con lui “non si vinceva” e orchestrando accuse di “antizemitizmo” https://firstpost.com/world/2024-uk-general-elections-jeremy-corbyn-antisemitism-hamas-labour-party-independent-candidate-13789549.html(perché criticava Israele sui palestinesi) con le quali accuse centinaia di militanti importanti sono stati purgati dal partito.

Corbin era temuto da Blackrock e dalla City della finanza di Londra, era un socialista, antisionista e prendeva più voti di Starmer. Dopo aver installato Starmer (accusandolo Corbin di anti-semitismo e cacciandolo dal partito), allora quello che allora hanno fatto è stato bruciare nel partito conservatore Liz #Truss, la nuova leader Conservatore dopo Boris Johnson, che cercava di spendere ed era relativamente popolare.

La Bank of England nel settembre 2022 allora quello che aveva fatto la BCE con Berlusconi nel 2011: appena la Truss ha presentato la manovra di bilancio ha creato un crac dei titoli di stato inglesi facendo dimettere Liz Truss Al suo psto hanno messo un indiano, sposato ad una miliardaria indiana, trader di hedge fund assolutamente impopolare nella base dei conservatori come Sunak. ù

In questo modo #Sunak, che oltre odioso è anche incapace, in due anni ha distrutto i conservatori anche perchè è un incapace, un giovane maraja indiano nato nella ricchezza Questo ha consentito a Keir #Starmer e il suo Labour versione sionista e pro-finanza di prendere ora 410 seggi su 650 con solo il 34% dei voti, una percentuale con cui si perdeva l’elezione una volta

Perchè il sistema inglese è assurdo, se ci sono 5 partiti e uno prendendo solo il 34% risulta però primo in 3/4 delle circoscrizioni prende i 3/4 dei seggi. L’importate è frazionare gli altri voti tra: partito autonomistra scozzese, liberal-democratici, Reform di Farrage, Conservatori e candidati laburisti indipendenti.

In mezzo a questi 6 partiti, il Labour “finto” di Starmer risulta primo in 3/4 dei distretti e prende 410 seggi su 650 E’ stato un colpo di stato strisciante dal 2017, prima per purgare il partito laburista e rifarlo per Blackrock e la loggy sionista, poi demolire i Conservatori, dividere l’elettorato in 6 gruppi e installare ora il partito immigrazionista più spinto e però anche della finanza Il Labour di Starmer, purgato degli elementi autentici come Corbin, è un partito terribile perchè è “woke” al massimo, pro-trans/gay-lesbian ecc. e immigrazionista al massimo, più dei conservatori, che pure sono stati un disastro per l’immigrazione. In più è sionista e pro-finanza come loro E’ stato un colpo di stato, graduale, orchestrato dal 2017 dopo che i laburisti rischiavano di essere guidati da uno che se non altro era sincero e popolare come Corbin.

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martedì 2 luglio 2024

Avete salvato Julian Assange - Chris Hedges

 

La macchina oscura dell'impero, la cui mendacità e ferocia Julian Assange ha esposto al mondo, ha passato 14 anni a cercare di distruggerlo. Gli hanno bloccato i fondi, cancellando i suoi conti bancari e le sue carte di credito. Hanno inventato false accuse di violenza sessuale per farlo estradare in Svezia, dove sarebbe stato poi spedito negli Stati Uniti. 

Lo hanno intrappolato nell'ambasciata ecuadoriana a Londra per sette anni dopo che gli era stato concesso l'asilo politico e la cittadinanza ecuadoriana, rifiutandogli un passaggio sicuro per l'aeroporto di Heathrow. Hanno orchestrato un cambio di governo in Ecuador che lo ha visto privato dell'asilo politico, perseguitato e umiliato da un personale dell'ambasciata compiacente. Hanno incaricato la società di sicurezza spagnola UC global dell'ambasciata di registrare tutte le sue conversazioni, comprese quelle con i suoi avvocati. 

La CIA ha pensato di rapirlo o di assassinarlo. Hanno fatto in modo che la polizia metropolitana di Londra facesse irruzione nell'ambasciata - territorio sovrano dell'Ecuador - e lo sequestrasse. Lo hanno tenuto per cinque anni nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, spesso in isolamento. 

E per tutto il tempo hanno messo in atto una farsa giudiziaria nei tribunali britannici, in cui è stato ignorato il giusto processo per far sì che un cittadino australiano, la cui pubblicazione non aveva sede negli Stati Uniti e che, come tutti i giornalisti, aveva ricevuto documenti da informatori, potesse essere incriminato ai sensi della legge sullo spionaggio.

Hanno cercato più e più volte di distruggerlo. Hanno fallito. Ma Julian non è stato rilasciato perché i tribunali hanno difeso lo stato di diritto e scagionato un uomo che non aveva commesso alcun reato. Non è stato rilasciato perché la Casa Bianca di Biden e la comunità dei servizi segreti hanno una coscienza. Non è stato rilasciato perché le organizzazioni giornalistiche che hanno pubblicato le sue rivelazioni e poi lo hanno gettato sotto l'autobus, portando avanti una feroce campagna diffamatoria, hanno fatto pressione sul governo degli Stati Uniti. 

È stato rilasciato - grazie a un patteggiamento con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, secondo i documenti del tribunale - nonostante queste istituzioni. È stato rilasciato perché giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno, centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo si sono mobilitate per denunciare l'incarcerazione del più importante giornalista della nostra generazione. Senza questa mobilitazione, Julian non sarebbe libero.

Le proteste di massa non sempre funzionano. Il genocidio a Gaza continua a mietere vittime tra i palestinesi. Mumia Abu-Jamal è ancora rinchiuso in una prigione della Pennsylvania. L'industria dei combustibili fossili devasta il pianeta. Ma è l'arma più potente che abbiamo per difenderci dalla tirannia. 

Questa pressione sostenuta - durante un'udienza londinese del 2020, con mia grande gioia, il giudice distrettuale Vanessa Baraitser, del tribunale Old Bailey che supervisiona il caso di Julian, si è lamentata del rumore che i manifestanti facevano nella strada all'esterno - getta una luce continua sull'ingiustizia e mette a nudo l'amoralità della classe dirigente. Per questo motivo gli spazi nei tribunali britannici erano così limitati e gli attivisti con gli occhi annebbiati si sono messi in fila fuori già alle 4 del mattino per assicurare un posto ai giornalisti che rispettavano, il mio posto è stato assicurato da Franco Manzi, un poliziotto in pensione.

Queste persone sono sconosciute e spesso non conosciute.  Ma sono eroi. Hanno smosso le montagne. Hanno circondato il Parlamento. Sono rimasti sotto la pioggia battente davanti ai tribunali. Sono stati tenaci e fermi. Hanno fatto sentire la loro voce collettiva. Hanno salvato Julian. E mentre questa terribile saga si conclude e Julian e la sua famiglia, spero, trovano pace e guarigione in Australia, dobbiamo onorarli. Hanno spinto i politici australiani a difendere Julian, un cittadino australiano, e alla fine la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno dovuto arrendersi. Non dico di fare la cosa giusta. È stata una resa. Dovremmo esserne orgogliosi. 

Ho conosciuto Julian quando ho accompagnato il suo avvocato, Michael Ratner, agli incontri nell'ambasciata ecuadoriana a Londra. Michael, uno dei più grandi avvocati per i diritti civili della nostra epoca, ha sottolineato che la protesta popolare era una componente vitale in ogni causa che portava avanti contro lo Stato. Senza di essa, lo Stato potrebbe portare avanti la sua persecuzione dei dissidenti, il disprezzo per la legge e i crimini nell'oscurità. 

Persone come Michael, insieme a Jennifer Robinson, Stella Assange, il caporedattore di WikiLeaks Kristinn Hrafnsson, Nils Melzer, Craig Murray, Roger Waters, Ai WeiWei, John Pilger e il padre di Julian, John Shipton, e il fratello Gabriel, sono stati fondamentali nella lotta. Ma non avrebbero potuto farlo da soli.

Abbiamo disperatamente bisogno di movimenti di massa. La crisi climatica sta accelerando. Il mondo, ad eccezione dello Yemen, assiste passivamente a un genocidio in diretta streaming. L'avidità insensata dell'espansione capitalistica senza limiti ha trasformato ogni cosa, dagli esseri umani al mondo naturale, in merci da sfruttare fino all'esaurimento o al collasso. La decimazione delle libertà civili ci ha incatenato, come aveva avvertito Julian, a un apparato di sicurezza e sorveglianza interconnesso che si estende in tutto il mondo.

La classe dominante globale ha mostrato la sua mano. Intende, nel Nord globale, costruire fortezze climatiche e nel Sud globale usare le sue armi industriali per chiudere fuori e massacrare i disperati come sta facendo con i palestinesi.

La sorveglianza dello Stato è molto più intrusiva di quella impiegata dai regimi totalitari del passato. I critici e i dissidenti sono facilmente emarginati o messi a tacere sulle piattaforme digitali. Questa struttura totalitaria - il filosofo politico Sheldon Wolin l'ha definita "totalitarismo invertito" - viene imposta per gradi. Julian ci ha avvertito. Man mano che la struttura del potere si sentirà minacciata da una popolazione in rivolta che ripudia la sua corruzione, l'accumulo di livelli osceni di ricchezza, le guerre senza fine, l'inettitudine e la crescente repressione, le zanne che ha esposto a Julian saranno esposte a noi. 

L'obiettivo della sorveglianza su larga scala, come scrive Hannah Arendt in "Le origini del totalitarismo", non è, alla fine, scoprire i crimini, "ma essere a portata di mano quando il governo decide di arrestare una certa categoria della popolazione". E poiché le nostre e-mail, le conversazioni telefoniche, le ricerche sul web e gli spostamenti geografici sono registrati e conservati in perpetuo nei database governativi, poiché siamo la popolazione più fotografata e seguita nella storia dell'umanità, ci saranno "prove" più che sufficienti per sequestrarci qualora lo Stato lo ritenga necessario. Questa sorveglianza costante e i dati personali attendono come un virus mortale nei caveau del governo per essere rivolti contro di noi. Non importa quanto siano banali o innocenti queste informazioni. Negli Stati totalitari la giustizia, come la verità, è irrilevante.

L'obiettivo di tutti i sistemi totalitari è inculcare un clima di paura per paralizzare una popolazione prigioniera. I cittadini cercano sicurezza nelle strutture che li opprimono. L'imprigionamento, la tortura e l'omicidio sono riservati ai rinnegati ingestibili come Julian. Lo Stato totalitario ottiene questo controllo, scrive Arendt, schiacciando la spontaneità umana e, per estensione, la libertà umana. La popolazione è immobilizzata dal trauma. I tribunali, insieme agli organi legislativi, legalizzano i crimini di Stato. Abbiamo visto tutto questo nella persecuzione di Julian. È un'inquietante presagio del futuro.

Lo Stato corporativo deve essere distrutto se vogliamo ripristinare la nostra società aperta e salvare il nostro pianeta. Il suo apparato di sicurezza deve essere smantellato. I mandarini che gestiscono il totalitarismo aziendale, compresi i leader dei due principali partiti politici, gli accademici fatui, gli opinionisti e i media in bancarotta, devono essere cacciati dai templi del potere. 

Le proteste di massa e la disobbedienza civile prolungata sono la nostra unica speranza. Se non ci ribelliamo - e questo è ciò su cui conta lo Stato corporativo - saremo ridotti in schiavitù e l'ecosistema terrestre diventerà inospitale per l'uomo. Prendiamo esempio dai coraggiosi uomini e donne che sono scesi in piazza per 14 anni per salvare Julian. Ci hanno mostrato come si fa.

 

Traduzione de l’AntiDiplomatico

 

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martedì 25 giugno 2024

Julian Assange libero!

da WikiLeaks

Julian Assange è libero. Ha lasciato la prigione di massima sicurezza di Belmarsh la mattina del 24 giugno, dopo aver trascorso 1901 giorni lì. Gli è stata concessa la cauzione dall’Alta Corte di Londra ed è stato rilasciato all’aeroporto di Stansted nel pomeriggio, dove è salito su un aereo e ha lasciato il Regno Unito.

Questo è il risultato di una campagna globale che ha attraversato organizzatori di base, attivisti per la libertà di stampa, legislatori e leader di tutto lo spettro politico, fino alle Nazioni Unite. Tutto ciò ha creato lo spazio per un lungo periodo di negoziati con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, portando a un accordo che non è ancora stato formalmente finalizzato. Forniremo maggiori informazioni il prima possibile.

Dopo più di cinque anni in una cella di 2×3 metri, isolata 23 ore al giorno, si riunirà presto con sua moglie Stella Assange e i loro figli, che hanno conosciuto il loro padre solo da dietro le sbarre.

WikiLeaks ha pubblicato storie rivoluzionarie di corruzione del governo e violazioni dei diritti umani, ritenendo i potenti responsabili delle loro azioni. Come redattore capo, Julian ha pagato duramente per questi principi e per il diritto della gente a sapere.

Mentre ritorna in Australia, ringraziamo tutti coloro che sono stati al nostro fianco, hanno combattuto per noi e sono rimasti totalmente impegnati nella lotta per la sua libertà.

La libertà di Julian è la nostra libertà. 



domenica 26 maggio 2024

Continua l’esecuzione al rallentatore di Julian Assange - Chris Hedges


La sentenza dell'Alta Corte di Londra che permette a Julian Assange di appellarsi all'ordine di estradizione lo lascia languire in condizioni di salute precarie in un carcere di massima sicurezza. Questo è il punto.

La decisione dell’Alta Corte di Londra di concedere a Julian Assange il diritto di appellarsi all’ordine di estradizione verso gli Stati Uniti potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro. Non significa che Julian sfuggirà all’estradizione. Non significa che la corte abbia stabilito, come dovrebbe, che si tratta di un giornalista il cui unico “crimine” era stato quello di fornire al pubblico le prove dei crimini di guerra e delle menzogne del governo statunitense. Non significa che sarà rilasciato dalla prigione di massima sicurezza HMS Belmarsh dove, come ha detto Nils Melzer, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, dopo aver visitato Julian, viene sottoposto ad una “esecuzione al rallentatore”.

Ciò non significa che il giornalismo sia meno a rischio. I direttori e gli editori di cinque media internazionali – New York Times, Guardian, Le Monde, El Pais e DER SPIEGEL – che avevano pubblicato articoli basati sui documenti diffusi da WikiLeaks, hanno chiesto che le accuse degli Stati Uniti vengano ritirate e che Julian venga rilasciato. Nessuno di questi dirigenti dei media è stato accusato di spionaggio. Questo non elimina la ridicola manovra del governo statunitense per estradare un cittadino australiano, la cui società editrice non aveva la sede negli Stati Uniti, e accusarlo in base alla legge [statunitense] sullo spionaggio. Continua la lunga farsa dickensiana che si fa beffe dei più elementari concetti di giusto processo.

La sentenza si basa sul fatto che il governo degli Stati Uniti non ha offerto sufficienti garanzie che a Julian, nel caso finisse sotto processo negli USA, verrebbero garantite le stesse tutele del Primo Emendamento concesse ad un cittadino statunitense. Il processo di appello è un ulteriore ostacolo legale nella persecuzione di un giornalista che non solo dovrebbe essere libero, ma anche celebrato e onorato come il più coraggioso della nostra generazione.

Sì, può presentare appello. Ma questo significa un altro anno, forse più, in condizioni carcerarie difficili, mentre la sua salute fisica e psicologica si deteriora. Ha trascorso più di cinque anni nella prigione di Belmarsh senza accuse dirette a suo carico. Aveva trascorso sette anni nell’ambasciata ecuadoriana perché i governi del Regno Unito e della Svezia si erano rifiutati di garantire che non sarebbe stato estradato negli Stati Uniti, anche se aveva accettato di tornare in Svezia per contribuire ad un’indagine preliminare che, alla fine, era stata abbandonata.

Il linciaggio giudiziario di Julian non ha mai riguardato la giustizia. Ricordiamo la pletora di irregolarità legali, tra cui la registrazione dei suoi incontri con gli avvocati fatte dalla società di sicurezza spagnola UC Global nei locali dell’ambasciata ecuadoriana per conto della CIA, registrazione che, da sola, avrebbe dovuto vedere il caso buttato fuori dal tribunale perché effettuata in palese violazione del privilegio avvocato-cliente.

Gli Stati Uniti hanno accusato Julian di 17 reati ai sensi della legge sullo spionaggio e di uso improprio di computer, per una presunta cospirazione volta a impossessarsi e poi pubblicare informazioni sulla difesa nazionale. Se verrà giudicato colpevole di tutte queste accuse negli Stati Uniti, rischia 175 anni di carcere.

La richiesta di estradizione si basa sulla pubblicazione nel 2010 da parte di WikiLeaks dei registri di guerra relativi all’Iraq e all’Afghanistan – centinaia di migliaia di documenti classificati, fatti trapelare da Chelsea Manning, all’epoca analista dell’intelligence dell’esercito, che avevano rivelato numerosi crimini di guerra degli Stati Uniti, tra cui le immagini video dell’uccisione di due giornalisti della Reuters e di altri 10 civili disarmati nel video Collateral Murder, la tortura di routine dei prigionieri iracheni, l’insabbiamento di migliaia di morti civili e l’uccisione di quasi 700 civili che si erano avvicinati troppo ai posti di blocco statunitensi.

A febbraio, gli avvocati di Julian avevano presentato nove richieste distinte per un eventuale appello.

L’udienza di due giorni a marzo, alla quale avevo partecipato, era stata l’ultima possibilità per Julian di appellarsi contro la decisione di estradizione presa nel 2022 da Priti Patel, allora Segretario di Stato per gli Affari Interni britannico, e contro molte delle sentenze della giudice distrettuale Baraitser del 2021.

A marzo, i due giudici dell’Alta Corte, Dame Victoria Sharp e Justice Jeremy Johnsonavevano respinto la maggior parte delle argomentazioni del ricorso di Julian. Tra queste, come sostenuto dai suoi avvocati, il trattato di estradizione tra Regno Unito e Stati Uniti, che impedisce l’estradizione per reati politici; il fatto che la richiesta di estradizione era stata presentata allo scopo di perseguirlo per le sue opinioni politiche; che l’estradizione equivaleva a un’applicazione retroattiva della legge (perché non era prevedibile che una legge sullo spionaggio vecchia di un secolo sarebbe stata usata contro un editore straniero) e, infine, che non avrebbe ricevuto un processo equo nel Distretto orientale della Virginia. I giudici si erano anche rifiutati di ascoltare le nuove prove, secondo cui la CIA avrebbe complottato per rapire e assassinare Julian, concludendo – in modo perverso ed errato – che la CIA aveva preso in considerazione queste opzioni solo perché riteneva che Julian stesse progettando di fuggire in Russia.

Ma, lunedi scorso, i due giudici hanno stabilito che è “discutibile” che un tribunale statunitense non conceda a Julian la protezione del Primo Emendamento, violando i suoi diritti alla libertà di parola sanciti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

A marzo i giudici avevano chiesto agli Stati Uniti di fornire garanzie scritte che Julian sarebbe stato protetto dal Primo Emendamento e che sarebbe stato esentato da un verdetto che comportasse la pena capitale. Gli Stati Uniti avevano assicurato la corte che Julian non sarebbe stato sottoposto alla pena di morte, cosa che gli avvocati di Julian avevano, alla fine, accettato. Ma il Dipartimento di Giustizia non era stato in grado di fornire la garanzia che Julian avrebbe potuto presentare una difesa in base al Primo Emendamento in un tribunale statunitense. Una decisione del genere viene presa da un tribunale federale statunitense, avevano spiegato gli avvocati.

Il sostituto procuratore statunitense Gordon Kromberg, che sta perseguendo Julian, aveva sostenuto che, nei tribunali degli Stati Uniti, i diritti del Primo Emendamento sono garantiti solo ai cittadini statunitensi. Kromberg aveva dichiarato che quanto pubblicato da Julian “non era di interesse pubblico” e che gli Stati Uniti non stavano chiedendo la sua estradizione per motivi politici.

La libertà di parola è una questione fondamentale. Se a Julian verranno riconosciuti i diritti del Primo Emendamento in un tribunale statunitense, sarà molto difficile per gli Stati Uniti costruire un caso penale contro di lui, dal momento che altre organizzazioni giornalistiche, tra cui il New York Times e il Guardian, avevano pubblicato il materiale da lui diffuso.

La richiesta di estradizione si basa sull’affermazione che Julian non è un giornalista e non è protetto dal Primo Emendamento.

Gli avvocati di Julian e quelli che rappresentano il governo degli Stati Uniti hanno tempo fino al 24 maggio per presentare una bozza di ordinanza, che determinerà la data dell’appello.

Julian ha commesso il più grande peccato agli occhi dell’impero: l’ha smascherato come un’impresa criminale. Ha documentato le sue menzogne, le violazioni dei diritti umani, le uccisioni di civili innocenti, la corruzione dilagante e i crimini di guerra. Repubblicano o Democratico, Conservatore o Laburista, Trump o Biden, non importa. Chi gestisce l’impero usa lo stesso sporco manuale.

Negli Stati Uniti la pubblicazione di documenti riservati non è un reato, ma, se Julian verrà estradato e condannato, lo diventerà.

Julian gode di una salute fisica e psicologica precaria. Il suo deterioramento fisico e psicologico gli ha provocato un piccolo ictus, allucinazioni e depressione. Assume farmaci antidepressivi e l’antipsicotico Quetiapina. È stato osservato camminare nella sua cella fino a crollare, darsi pugni in faccia e sbattere la testa contro il muro. Ha trascorso settimane nell’ala medica di Belmarsh, soprannominata “ala infernale”. Le autorità carcerarie hanno trovato “metà di una lama di rasoio” nascosta nei suoi calzini. Ha chiamato più volte la linea diretta per i suicidi gestita dai Samaritani perché pensava di uccidersi “centinaia di volte al giorno”.

Questi carnefici al rallentatore non hanno ancora completato il loro lavoro. Toussaint L’Ouverture, che aveva guidato il movimento per l’indipendenza di Haiti, l’unica rivolta di schiavi riuscita nella storia dell’umanità, era stato distrutto fisicamente nello stesso modo. Era stato rinchiuso dai francesi in una cella non riscaldata e angusta e lasciato morire di stanchezza, malnutrizione, apoplessia, polmonite e, probabilmente, tubercolosi.

Il prolungamento della detenzione, che l’accoglimento di questo ricorso perpetua, è il punto. I 12 anni di detenzione di Julian – sette nell’ambasciata ecuadoriana a Londra e oltre cinque nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh – sono stati accompagnati dalla mancanza di luce solare e di esercizio fisico, oltre che da minacce incessanti, pressioni, isolamento prolungato, ansia e stress costante. L’obiettivo è distruggerlo.

Dobbiamo liberare Julian. Dobbiamo tenerlo lontano dalle mani del governo americano. Visto tutto quello che ha fatto per noi, gli dobbiamo una lotta senza quartiere.

Se non c’è libertà di parola per Julian, non ci sarà libertà di parola per noi.

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sabato 25 maggio 2024

David Mc Bride, condannato per aver rivelato crimini di guerra a Kabul

La condanna dell’ex soldato d’élite David McBride ha scatenato un dibattito sulla democrazia e la libertà di stampa in Australia. McBride, che è anche un ex avvocato militare dell’esercito australiano, è stato condannato a 5 anni e 8 mesi di prigione per aver rivelato segreti legati a crimini di guerra commessi dalle truppe australiane in Afghanistan. Non è stato ammesso nessun ricorso in appello contro la sentenza.

McBride era indignato dal comportamento dei comandanti australiani, che riteneva mettessero a rischio la sicurezza dei propri subordinati per evitare critiche pubbliche. Dopo aver tentato di segnalare le irregolarità senza successo, si è rivolto alla stampa consegnando documenti segreti all’emittente pubblica ABC.

McBride si era arruolato nell’esercito britannico, per prestare poi servizio in Germania prima di addestrarsi presso la Royal Military Academy Sandhurst e poi comandare un plotone Blues and Royals in Irlanda del Nord. McBride è stato schierato due volte in Afghanistan, nel 2011 e nel 2013. È stato dimesso dal punto di vista medico per disturbo da stress post-traumatico nel 2017.

Le rivelazioni di McBride hanno portato alla luce crimini di guerra da parte dei soldati australiani in Afghanistan, inclusi sospetti omicidi di civili e prigionieri. Nonostante l’importanza pubblica delle sue azioni, McBride è stato condannato, sollevando preoccupazioni sulla libertà di stampa e il diritto alla denuncia.

Il rapporto Bereton del Ministero della Difesa del dicembre 2020, ha trovato prove di 39 sospetti omicidi di civili e prigionieri afghani da parte di soldati d’élite australiani tra il 2006 e il 2016. Una volta hanno sparato a un bambino di sei anni addormentato, e più volte le armi furono successivamente piazzate su persone disarmate che furono uccise per giustificare le uccisioni.


In Australia, gli investigatori hanno rapidamente identificato McBride come la fonte delle rivelazioni. Inizialmente riuscì a fuggire in Spagna per un anno, ma al suo ritorno fu arrestato. Un punto assolutamente basso nella storia dei media australiani è stata la perquisizione della sede della ABC a Sydney nel 2019. Tuttavia, a differenza delle perquisizioni nella casa di McBride, lì non è stato trovato materiale incriminante.

Nel settembre 2018, McBride è stato arrestato all’aeroporto di Sydney e accusato di furto di proprietà del Commonwealth in violazione dell’articolo 131 del Criminal Code Act 1995; nel marzo 2019 è stato accusato di altri quattro reati: tre di violazione dell’articolo 73A del Defense Act 1903 e un altro di “divulgazione illegale di un documento del Commonwealth contrario all’articolo 70 del Crimes Act 1914. McBride si è dichiarato non colpevole di ciascuna delle accuse durante l’udienza preliminare del 30 maggio 2019.

McBride e i suoi avvocati avevano cercato di far cadere l’accusa chiedendo protezione ai sensi delle leggi australiane sugli informatori e citando due testimoni. Tuttavia, il governo australiano si è mosso per annullare queste testimonianze e impedire che venissero ascoltate per motivi di “sicurezza nazionale”.

La condanna di McBride ha sollevato interrogativi sulla democrazia in Australia e sulla protezione degli informatori. Sebbene il paese abbia sostenuto di proteggere gli informatori, la sentenza di McBride indica il contrario. L’Australia, già sotto i riflettori per il caso Julian Assange, fondatore di Wikileaks, ha visto scendere il suo indice di libertà di stampa nel 2024.

Kieran Pender dello Human Rights Law Centre di Melbourne e Peter Greste dell’Alliance for Journalists’ Freedom di Sydney hanno commentato sul British Guardian la condanna dell’informatore australiano David McBride ponendo una domanda: “Cosa dice sulla nostra democrazia il fatto che la prima persona ad andare in prigione in relazione a crimini di guerra commessi dalle truppe australiane non sia un criminale di guerra ma un informatore?”

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domenica 19 maggio 2024

Il Giorno X per Julian Assange, più volte rinviato, arriva il 20 maggio - Vincenzo Vita

 

“SOS! SOS! SOS!  Lanciamo l’allarme per il 20 maggio, data della nuova udienza per Julian Assange.” Così ha postato su Instagram Stella Assange, moglie del giornalista ed editore australiano, chiedendo ai suoi sostenitori nel mondo di raggiungerla davanti all’Alta Corte britannica a Londra la mattina del 20, oppure di manifestare ognuno nella propria città.  Le autorità britanniche devono capire, ha spiegato la quarantenne avvocata sudafricana, che il mondo li sta guardando mentre decidono se accogliere o meno l’appello di Assange contro la sua estradizione negli Stati Uniti dove rischia fino a 175 anni di carcere.  La decisione doveva avvenire il 21 febbraio, il primo fatidico “Giorno X”, ma, a causa della richiesta della Corte di acquisire ulteriori documenti, è stata rinviata al 26 marzo e adesso al 20 maggio.  Questa volta sembra quella buona.

A Napoli ci sarà un presidio la vigilia, domenica 19 maggio dalle 10.30 alle 13.30, in piazza Dante.  Mentre un attivista spiegherà ai passanti la posta in gioco a Londra – non soltanto la libertà di Julian ma la libertà di stampa e di espressione per i giornalisti e per i comuni cittadini in tutto il mondo – un altro attivista, indossando la maschera di Assange, rimarrà seduto in una cella disegnata col gesso sul pavimento, grande (anzi, piccola: 3m x 2m) quanto quella londinese in cui il fondatore di WikiLeaks si trova imprigionato da oltre cinque anni, pur senza condanna.

Anche a Roma ci sarà un presidio la vigilia (19/5), dalle ore 17 alle ore 19, davanti al Pantheon in piazza della Rotonda.  E anche qui verrà allestita una cella 3m x 2m: ma, in questo caso, si tratterà di una gigante tela dell’artista Chiara Bettella raffigurante Julian, dapprima imprigionato e poi liberato; i passanti potranno apporre le loro firme sulla tela.  Poi, il giorno dopo (lunedì, 20/5), dalle 15 alle 16.30, Free Assange Italia e Free Assange Roma terranno una conferenza stampa presso la Federazione Nazionale della Stampa Italia, nella sua sede di via delle Botteghe Oscure 54 (primo piano), per poter commentare a caldo il verdetto.  Vincenzo Vita, garante dell’Articolo 21, modererà. Un Livestream sul canale youtube.com/@StellaAssange consentirà ai giornalisti presenti in Sala di sentire in tempo reale anche le reazioni di Stella Assange, all’uscita dal tribunale.

Diversi altri presidi in Italia sono stati annunciati per il 19 maggio, allo scopo di richiamare l’attenzione del pubblico italiano sull’importante udienza londinese: a Bologna in piazza del Nettuno dalle 16.30 alle 19, organizzato dal Gruppo Assange Bologna; a Genova in Largo Pertini, dalle 17 alle 19; a Padova dalle 17 alle 19, in Piazzetta della Garzeria; a Catania dalle 17.30 alle 19.30 alla Prefettura di via Etnea; a Torino dalle 17 alle 19 in piazza Castello. A Bari, invece, il presidio si terrà il 18 maggio, ore 18.30, in Via Sparano (angolo libreria Laterza).  Questi ultimi cinque presidi sono promossi da Free Assange Italia.  Altri presidi ancora, ad esempio a Ferrara, sono in via di definizione.

A Milano, per il 20 maggio, il Comitato per la Liberazione di Julian Assange – Italia aveva previsto l’installazione, nel Parco Sempione, della statua Anything to Say di Davide Dormino, un monumento che raffigura Julian Assange accanto ad Edward Snowden e Chelsea Manning. Ma all’ultimo momento il Comune ha negato l’uso del suolo pubblico.  Gli attivisti milanesi stanno lavorando a soluzioni alternative che appariranno su https://linktr.ee/assangeitalia .

Tornando all’SOS di soccorso lanciato da Stella Assange in questi giorni, la sua supplica di restare vigili durante l’udienza londinese trova una giustificazione obiettiva nel poderoso documento rilasciato da Amnesty International lo scorso 3 maggio, intitolato: “Gli impedimenti all’accesso all’udienza di Julian Assange gettano un’ombra sulla trasparenza della giustizia britannica.”  L’ONG, impegnata nella difesa dei diritti umani, ha rilevato infatti una serie di abusi avvenuti nelle udienze precedenti, augurando che non si ripeteranno questa volta.  

“Amnesty International è profondamente amareggiata,” recita l’introduzione del documento, “a causa dei notevoli ostacoli che il suo team e altri osservatori hanno incontrato nel tentativo di monitorare le udienze nei tribunali del Regno Unito nel caso di Julian Assange. Tali impedimenti comprendono ostacoli all’accesso ai posti in aula o in tribunale; l’esclusione dalla visione dei procedimenti online tramite livestream; difficoltà tecniche con la qualità dell’audio durante l’intero procedimento; istruzioni confuse e contraddittorie da parte dell’amministrazione giudiziaria; personale di sicurezza ostile e aule di giustizia di dimensioni insufficienti per un caso di tale rilevanza internazionale.” Il documento poi sottolinea “l’incapacità assoluta” delle autorità britanniche “di riconoscere il ruolo vitale che svolgono gli osservatori giudiziari” nei processi. 

Amnesty conclude chiedendo all’amministrazione giudiziaria del Regno Unito di “garantire che gli osservatori abbiano accesso di persona o online ai procedimenti dell’Alta Corte il prossimo 20 maggio” e di “agevolare gli osservatori delle ONG e gli altri esperti, in linea con la norma internazionale emergente che riconosce il ruolo vitale di tali osservatori nell’interesse di una giustizia aperta.”


Ma quali sono i punti che i giudici Victoria Sharp e Jeremy Johnson devono dirimere il 20 maggio?  

Essenzialmente, per entrambi i magistrati, Assange potrà essere estradato negli Stati Uniti senza pregiudizio per i suoi diritti umani a condizione che il governo statunitense fornisca due garanzie: 

(1.)  che Assange non rischierà una condanna alla pena capitale – e il Dipartimento di Giustizia USA potrà facilmente asserire che una pena massima di 175 anni non è la pena di morte e nemmeno, tecnicamente parlando, un ergastolo; 

(2.) che Assange potrà avvalersi di tutti i diritti processuali di cui godono i cittadini oltre atlantico, ivi compreso il ricorso al Primo Emendamento della Costituzione statunitense. E qui casca l’asino.

Infatti, questo emendamento, che tutela la libertà di espressione, è proprio quello invocato dalla Corte Suprema statunitense nel 1971 per assolvere un imputato (l’editore del New York Times) che, come Assange, aveva rivelato sulla stampa – per tutelare il diritto di sapere del pubblico – documenti governativi segretati.  Ora il Dipartimento di Giustizia USA sta cercando di aggirare quella decisione della Corte Suprema incriminando Assange nei termini dell’Espionage Act del 1917 che, equiparandolo ad una spia e non ad un giornalista, non gli consente di invocare il primo emendamento per giustificare una fuga di notizie, anche se tale fuga sarebbe nell’interesse comune.

Tutto si gioca, dunque, sull’applicabilità o meno del Primo Emendamento.  Se gli Stati Uniti forniscono “rassicurazioni” che Assange potrà comunque invocare quella tutela, nonostante i divieti dell’Espionage Act e nonostante il fatto che egli non sia cittadino statunitense, non ci sarà violazione dei suoi diritti umani, la richiesta di fare appello avanzata dagli avvocati di Julian sarà rigettata e il governo britannico avrà la facoltà di estradare Julian seduta stante.  Gli Stati Uniti hanno avuto fino al 16 aprile per fornire alla Corte le loro rassicurazioni e hanno rispettato i termini.

Se invece le rassicurazioni fornite alla Corte vengono considerate insufficienti – e Stella Assange, che ha potuto leggerle, le ha definite del tutto evasive (“weasel words”) – la corte ha la facoltà di respingerle e contestualmente di accogliere la richiesta di Julian di riaprire il suo caso. Ciò comporterebbe la sospensione della richiesta di estradizione.  Da un lato, sarebbe una vittoria, perché Julian sarebbe (momentaneamente) salvato dalle grinfie della giustizia a stelle e strisce; dall’altro, però, egli rimarrebbe incarcerato in un minuscolo buco nero per non si sa quanto tempo ancora.  A quel punto, gli attivisti che il 18, 19 e 20 maggio si riuniranno nelle principali piazze del mondo, dovrebbero cominciare a chiedere per Assange la detenzione domiciliare. Ciò gli permetterebbe almeno di uscire dall’isolamento carcerario totale e di riunirsi con la sua famiglia in attesa che il nuovo processo d’appello si concluda.

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giovedì 2 maggio 2024

Biden svela chi sono gli assassini e i mandanti dell'omicidio di JFK


Il titolo è naturalmente una bugia, Maria Zacharova ne scriveva qui, per Navalny è successo lo stesso, dopo 10 secondi dalla notizia della sua morte gli statisti (?) occidentali e i loro giornali servi scrivevano che Putin aveva fatto ammazzare Navalny.

dopo qualche mese arriva la verità del Wall Street Journal, non pervenuta nei nostri giornali.




il conto alla rovescia per i bugiardi (propagandisti prezzolati travestiti da giornalisti), da noi, non è mai iniziato davvero, purtroppo – Francesco Masala

 

 

Intelligence Usa: Putin non ha ordinato la morte di Navalny

(Piccole Note)

La comunità dell’intelligence degli Stati Uniti ha escluso che Putin abbia ordinato di uccidere Navalny, anche se la formula che usa il Wall Street Journal nel rivelare tale conclusione resta aleatoria, riferendo cioè che è “improbabile” un ordine di Putin in tal senso et similia, per evitare di disturbare eccessivamente la narrativa di guerra…

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Navalny: ma vuoi vedere che non è stato Putin? – Daniela Ranieri

La galleria di panzane diffuse dai media occidentali mainstream sulla guerra della Russia all’Ucraina (e della Nato alla Russia per mezzo dell’Ucraina) si arricchisce di un nuovo pregiato pezzo: secondo il Wall Street Journal, che cita fonti dell’intelligence americana, molto probabilmente Putin non ha ordinato direttamente la morte di Alexei Navalny.
Strano: i nostri investigatori pubblici – analisti, politici, giornalistucoli al servizio di Washington – avevano risolto il caso già 20 secondi dopo la notizia della morte del blogger dissidente nella colonia penale nell’Artico russo dove Putin l’aveva rinchiuso, stabilendo che il mandante (se non l’esecutore) dell’omicidio fosse proprio il presidente russo. Ciò perché 12 secondi dopo, il capo del mondo libero, Biden, aveva dato il “la” ai coristi: “Il responsabile è Putin”, motivo per cui “dobbiamo continuare a finanziare l’Ucraina”. Si accodava Borrell, capo della diplomazia europea: “È responsabilità esclusiva di Putin”, mentre Zelensky orchestrava un crescendo: “Navalny è stato ucciso”, “Putin dovrà rispondere dei suoi crimini”, “Putin uccide sempre”, come Terminator. La versione ufficiale dell’Europa-bene ricalcava pari pari quella della moglie “guerriera” (Repubblica) di Navalny, incidentalmente a Bruxelles a poche ore dal fatto, in un video editato con straordinaria raffinatezza e pubblicato integralmente a siti, tg e rotative unificati: “Dovrebbe esserci un’altra persona al mio posto, ma quest’uomo è stato ucciso da Putin. Putin ha ucciso più dell’uomo Navalny… voleva uccidere le nostre speranze, la nostra libertà, il nostro futuro. Sappiamo esattamente perché Putin ha ucciso Alexei. Ne parleremo presto”.
Intanto i nostri si portavano avanti. Nessun dubbio che “Putin killer” (Giornale) avesse ucciso “l’oppositore guerriero più forte del veleno” (Stampa), con condanna del “partito trasversale che assolve Putin” (Corriere). La Stampa riconosceva i chiari “sintomi dell’avvelenamento da Novichoc”. Molto suggestiva anche la pista della “tecnica segreta del Kgb del pugno sul cuore”. Del resto, il piano sequenza delle bugie della Nato mediatica è eloquente: missile ucraino caduto in Polonia fatto passare per russo per volontà di Zelensky; russi che fanno esplodere un proprio gasdotto per accusare gli ucraini (New York Times e Die Zeit rivelarono invece che Nord Stream 2 saltò per azione di sabotatori ucraini); i russi che da 24 mesi controllano la centrale di Zhaporizhzhia e si bombardano da soli; Putin dietro l’attacco del 7 ottobre in Israele (alcuni terroristi parlavano russo, come assicurato da Bernard-Henri Lévy); esplosione di droni sul Cremlino come risultato di un attacco russo fallito, che però il New York Times ha rivelato essere un attacco “orchestrato da una delle unità speciali militari o di intelligence dell’Ucraina, l’ultima di una serie di azioni segrete contro obiettivi russi” (come l’assassinio della figlia del filosofo putiniano Dugin, da molti attribuito sulle prime a Putin), etc. I nostri filo-atlantisti si sono buttati con voluttà sul povero Navalny. Quando gli ricapitava il cadavere di un “combattente per la libertà” (Michel, presidente del Consiglio europeo), un “lottatore per la democrazia” (Metsola, presidente del Parlamento europeo), un “coraggioso lottatore per la libertà” (Gentiloni, commissario agli Affari economici) da ostentare agli occhi del mondo quale prova della brutalità e insieme della debolezza di Putin?
Vietato paragonare Navalny, rinchiuso in un gulag in Siberia da Putin, ad Assange, rinchiuso a Londra per conto degli Usa per aver rivelato al mondo i crimini di guerra degli americani; c’è una bella differenza se a torturarti è una democrazia o una dittatura: nel primo caso soggiorni a temperatura continentale e devi rallegrarti della superiore civiltà di chi ti reclude. E il fatto che Navalny sia morto mentre Assange è biologicamente vivo non è forse la prova che gli occidentali sono più buoni di Putin? Guai anche a dire che Navalny militò in un movimento, La marcia russa, razzista e filo-nazista, perché nelle testoline di certuni ciò (scrivere la verità) equivaleva a fare un favore a Putin ed essere pagati in rubli. Ormai ci siamo abituati (Travaglio, siccome disse che Putin era certamente il responsabile morale ma non necessariamente il responsabile materiale della morte di Navalny, era chiaramente putiniano, se mai servissero altre prove), poi arriva qualche inchiesta di giornali veri cioè non corrotti, peraltro americani (ciò che manda i propalatori di bufale in cortocircuito) che confuta le balle, e i mistificatori fischiettano, si riposizionano e con nonchalance danno per assodata la nuova (e vera) versione dei fatti. Non contemplano la possibilità che, se Putin è un autocrate criminale, loro sono comunque bugiardi, propagandisti o professionisti farlocchi.
(Tocco d’artista: Putin non sarà responsabile della morte di Navalny, ma lo è dell’astensionismo degli elettori italiani alle Europee).

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La morte di Navalny

Il decesso di Navalny nel carcere siberiano arriva a pochi giorni dall’intervista di Putin a Tucker Carlson, oscurandola. Nuovo ossigeno per la propaganda anti-russa e per la guerra ucraina

La morte di Alexei Navalny ha fatto il giro del mondo. Incarcerato dopo il suo ritorno in Russia a seguito di un asserito avvelenamento per il quale era stato trasferito in Germania (con il consenso di Mosca), è morto oggi in un carcere siberiano.

La morte di Navalny, l’intervista di Putin e la guerra ucraina

La sua morte giunge come una manna per la propaganda anti-russa che negli ultimi tempi stava arrancando. L’intervista di Tucker Carlson a Putin, “probabilmente l’evento di informazione più visto della storia”, come scriveva Ron Paul, aveva rilanciato l’immagine dello zar nel mondo.

 

La morte di Navalny avrà l’effetto di oscurare quell’intervista, se non di sommergerla con effetto tombale. E chiunque si azzarderà a parlarne in termini elogiativi o a rilanciarla sarà bollato come lacché del dittatore che ha fatto morire un dissidente in un gulag (sempre che vada bene).

Il decesso non avrà solo conseguenze sulla propaganda, ma anche pratico. I sostenitori della guerra infinita ucraina non riescono a vincere le resistenze dei repubblicani della Camera degli Stati Uniti, ostinati nel loro rifiuto di votare nuovi finanziamenti per Kiev.

Un nuovo pacchetto di aiuti – collegato ad altri diretti a Israele e Taiwan – è ora all’esame della Camera. La morte di Navalny sarà usata come una clava contro i repubblicani contrari, i quali verranno bollati come quinta colonna del dittatore russo. Se cederanno, la guerra, al momento destinata, in prospettiva, a chiudersi per mancanza di fondi, verrà rilanciata. E la morte di un uomo sarà foriera di morte per tanti altri (da considerare peraltro che, finché non si chiude, il rischio di un ampliamento del conflitto resta).

Inoltre, il decesso del detenuto coprirà la ritirata ucraina da Adviika, prossima a cadere. Più che della disfatta della folle strategia ucraino-Nato, si parlerà della triste sconfitta inflitta alle valorose forze ucraine (inutile dire che sono state mandate al macello…). E sarà brandita per denunciare con maggior veemenza l’allarme per la minaccia russa, che attenterebbe alla fulgida libertà dell’Europa e del mondi intero. Ancora più armi a Kiev..

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Navalny, il martire del maccartismo


Gonzalo Lira, i morti di serie B. Navalny da vivo non costituiva alcuna minaccia per Putin da morto sì.

Nello stesso giorno in cui è giunta la notizia della morte di Alexei Navalny l’Ucraina ha annunciato il ritiro da Adviika. La cattura della città da parte dei russi sarebbe suonata come campana a morto per la guerra ucraina, la morte di Navalny non solo ha coperto la notizia, ma rilancia la campagna maccartista contro la Russia.

Conquista più che simbolica quella di Adviika, perché qui si era recato Zelensky a fine dicembre per rilanciare la sfida a Mosca, dichiarando con fierezza che Kiev non si sarebbe mai arresa. Già allora era chiaro che la città era persa, ma il presidente ucraino ha voluto difenderla a tutti i costi (come per Bakhmut), mandando al macello i suoi soldati, caduti come mosche sotto il fuoco nemico per un altro mese e mezzo, per arrivare, infine, a ripiegare come aveva suggerito da tempo il capo delle forze armate, generale  Valery Zaluznhy, nel frattempo silurato.

Tale la dinamica della guerra alla Russia fino all’ultimo ucraino. La morte di Navalny, dunque, ha coperto tutto, anzi rilanciato. Infatti, Zelensky non ha mancato di far sentire la sua voce contro il “dittatore” russo: “Navalny è morto in una prigione russa. Ovviamente è stato ucciso da Putin”.

Navalny e Gonzalo Lira. Morti di serie A e di serie B

Peccato che solo un mese fa, il 12 gennaio, nelle carceri ucraine moriva di stenti il giornalista americano Gonzalo Lira, arrestato per aver firmato servizi nei quali denunciava le devianze del regime di Kiev. Una morte annunciata, che ha avuto la connivenza degli Stati Uniti (Victoria Nuland “lo odiava a morte“, confidò).

Nel briefing del 6 giugno scorso, il portavoce del Dipartimento di Stato Vedant Pattel. Interpellato sul perché il suo ufficio tacesse sull’arresto di Lira, rispondeva che il Dipartimento di Stato, quando un cittadino americano viene arrestato all’estero, si assicura che sia trattato bene e di “non avere altro da aggiungere”. Alle insistenze del suo interlocutore, rispondeva secco: “Andiamo avanti”. Alcuni mesi dopo, la morte di Lira. Insomma, prima di guardare la pagliuzza nell’occhio altrui…

Quanto a Navalny, la tempistica del decesso non poteva essere più favorevole a Kiev e ai suoi sostenitori. Non solo per Adviika, ma anche per quanto riguarda gli aiuti statunitensi all’Ucraina, bloccati alla Camera dai repubblicani. Così Biden: “‘Spero in Dio che ciò aiuti’ a spingere i legislatori statunitensi a inviare nuovi aiuti all’Ucraina”. Inoltre, ha chiuso la parentesi aperta dall’intervista di Tucker Carlson a Putin, con il cronista che, dopo aver realizzato “il servizio più visto della storia” (così Ron Paul), ieri si è dovuto scagliare contro Putin. Tutte cose che avevamo pronosticato nella nota di ieri: nessuna preveggenza, meccanismi banali.

Di interesse notare che ieri sera la moglie di Navalny è intervenuta alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, indetta per rivitalizzare la campagna di aiuti per Kiev. Tempistica perfetta…

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