Visualizzazione post con etichetta Bolivia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bolivia. Mostra tutti i post

lunedì 9 maggio 2022

Tra zone di sacrificio, migrazioni e resistenze: mantenere la relazione con i fondamenti della vita - Biodiversidad

 

Editoriale

Nella foto [di copertina NdR] vediamo persone che camminano lungo la linea di frontiera in cerca di un passaggio, di un mezzo di trasporto, di un rifugio, di un nascondiglio. Un breve spazio di tempo, come cantano alla radio, che scivola qua e là e segna il battito degli eventi al di fuori della loro relazione immediata. In qualche modo fuggono, fuggono in avanti. Il loro esilio, il loro viaggio, la loro emigrazione sono un confronto con il futuro, ma ora, adesso, perché il loro passato (per quanto recente possa essere) è insopportabile.

Il mondo come lo conoscevamo sta svanendo. La promozione di un'era digitale che, si dice, ci renderà più vasti e immediati, sta guadagnando volume e attenzione. Il che risolverà, come dice giustamente Larry Lohman, tutti i problemi di “fiducia” che la “mancanza di sicurezza” porta alla gente. Ma a quale gente, ci chiediamo, se l'accaparramento delle terre avviene già in modo digitale per mezzo di registri personalizzati, se si cercano ormai cataloghi di sementi, registri della popolazione, nascondigli per capitali, tutto in modo digitale, con la fiducia assoluta di chi possiede questi libri mastri digitali?

La distruzione del linguaggio non conta per loro, la distruzione delle relazioni che per millenni hanno significato la vita conta ancora meno per loro. Promuovono gli organismi geneticamente modificati, l'editing genetico, pesticidi e fertilizzanti agrotossici, cannoni antigrandine, allevamenti in batteria di polli e maiali, promuovono città-serra, il sequestro dell'acqua per molteplici usi (automotive, imbottigliamento, fracking, estrazione, serre, allevamenti industriali, processi petrolchimici e siderurgici che avvelenano l'acqua nell'aria o nel terreno). Promuovono anche la privatizzazione dei semi, della proprietà intellettuale, rompendo così le relazioni che hanno reso possibile la vita per millenni, come abbiamo già detto.

È di questo che stiamo parlando. Permettere la vita sulla terra. Mantenere la relazione con la terra, con ciò che chiamiamo natura e di renderla possibile, rivendicando quelle relazioni che mantengono il focus e l'attenzione sui fondamentali.

Ma i processi sovrapposti di accaparramento e devastazione stanno peggiorando le possibilità di sussistenza delle persone nelle loro comunità, nei loro ambienti vitali, nelle loro sfere di riproduzione. È l'avvelenamento dell'acqua, dell'aria, del suolo, dei corpi delle persone, dai bambini agli anziani, e degli animali con cui conviviamo.

E' anche però la distruzione dei cicli fondamentali che scatenano catastrofi. Distruggere la foresta significa favorire l'erosione del suolo, bandire gli impollinatori, schiacciare i processi di biodiversità e provocare l'interferenza di persone che impongono con violenza ciò che pensano sia redditizio. Quando questo diventa estremo e tanti processi distruttivi si uniscono, entriamo in quelle che chiamiamo zone di sacrificio.

Alla fine del 2020, in Messico, c'è stata una carovana per constatare l'esistenza di queste intense zone di devastazione, zone create, prodotte passo dopo passo da imprese di ogni tipo che, sfruttando gli accordi di libero scambio, stanno tessendo ogni tipo di progetto di morte che viene imposto quando c'è una forte resistenza, viene imposto con gruppi armati, con l'esercito e la polizia che impongono, senza tanti complimenti, la devastazione e il silenzio di coloro che subiscono tali aggressioni.

In questo numero documentiamo, grazie a diverse organizzazioni latinoamericane, undici zone di sacrificio in Ecuador, Venezuela, Bolivia, Cile, Argentina e Messico, sapendo che il metabolismo della distruzione ha passaggi, effetti che saltano oltre gli ambienti di morte e raggiungono altri spazi.

I media hanno diffuso la triste e terribile notizia di come i membri di una carovana di migranti provenienti dall'America Centrale, da Haiti e da varie regioni dell'Africa siano stati selvaggiamente repressi con calci, picchiati con bastoni e scudi, tirati e trascinati via per aver dovuto fuggire da condizioni estreme di invivibilità e violenza, per essere stati espulsi dal loro rapporto con la loro terra e natura.

Le scene di un uomo con in braccio il suo bambino tra gli scudi della Guardia Nazionale messicana che li butta a terra e poi di nuovo, ogni volta che l'uomo si rialzava con il bambino in braccio, ci devono trasmettere qualcosa di più di una scena di terrore. Qualcosa deve cambiare. Qualcosa viene usato spietatamente per distruggere tutto ciò che ci viene tolto da chi è al potere, per poi distruggere le persone che fuggono da tali devastazioni.

All'enorme esodo latinoamericano verso gli Stati Uniti e il Nord in generale (soprattutto centroamericano e messicano) si è aggiunta ora una nuova ondata proveniente dall'Africa attraverso varie rotte oceaniche, forse emulando alcune delle antiche vie di navigazione delle navi negriere, o scommettendo su viaggi aerei meno pubblicizzati. Si dice che una delle porte di entrata più forti sia la Colombia, da dove i migranti africani viaggiano verso nord.

Proprio l'anno scorso, di fronte alla nuova politica migratoria del Messico che cerca di imitare la sua controparte statunitense nell'umiliazione, nella reclusione e nella chiusura mentale di cui è capace l'autorità migratoria, è stata addirittura organizzata un'assemblea di migranti provenienti dall'Africa che hanno fatto richieste specifiche al governo messicano.

Intanto il Messico, intrappolato nei legami concordati con il T-MEC (Accordo Stati Uniti-Messico-Canada, ndt), sebbene continui a frenare il flutto migratorio dal Sud con una repressione selvaggia e vili confinamenti, serve anche da filtro affinché alla frontiera con gli Stati Uniti arrivi una certa parte di questa popolazione viaggiante che, prima o poi (se non riesce ad eludere le enormi recinzioni e gli agguati che hanno preparato per loro), sarà imprigionata nella ragnatela industriale del complesso di sorveglianza e confinamento delle frontiere che, con la tecnologia digitale “per fornire fiducia e sicurezza”, la rintraccerà, accerchierà, imprigionerà, poi la terrà in un confinamento lucrativo per un intero consorzio di prigioni private sul suolo americano.

Tra le zone di sacrificio, riflesso diretto dell'abuso costante e complesso del capitalismo industriale che sta divorando il mondo, e il confinamento lucrativo dei migranti considerati “un pericolo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, esiste tuttavia una pletora di resistenze che insiste sul nostro rapporto con la terra, sulla ricerca della sovranità alimentare, sulla difesa delle nostre foreste, dei nostri semi, delle nostre acque e delle nostre sfere comunitarie che hanno sempre e per sempre simboleggiato il meglio dell'umanità.

Biodiversidad vuole porre luce su questi tentativi, questa emozione di mantenerci in relazione con i fondamenti della vita.


11 zone di sacrificio in America Latina


I. II Parco Nazionale Yasuní, in Ecuador, è la casa di comunità in isolamento volontario o di contatto recente (popoli Tagaeri Taromenane) e popoli di nazionalità Waorani, contattati da poco e ai quali i governi al potere di turno chiedono di sacrificarsi in favore dell'estrazione di greggio dal sottosuolo. Sono molti gli danni, ordinari e accidentali, provocati dall'attività petrolifera in questa enclave, una attività descritta come molto devastante sia in termini ambientali che di diritti umani. C'è un riconoscimento internazionale che ha dichiarato Yasuní un luogo tra i più biodiversi del pianeta, in termini di biodiversità ed endemismo, eppure è assediato dall'estrattivismo di caucciù, petrolio e legname.

Estrattivismo che continua nonostante l'esistenza di misure cautelari della Corte Interamericana a favore della regione, e nonostante che la stessa Costituzione ecuadoriana proibisce l'attività estrattiva di risorse non rinnovabili nelle aree protette e nelle zone dichiarate intangibili, compreso lo sfruttamento forestale, con poche eccezioni che devono essere giustificate dalla presidenza della Repubblica e che possono richiedere un referendum. “In tutte le sue fasi l'attività petrolifera causa l'inquinamento dell'acqua e dell'aria-acqua. L'espansione della frontiera estrattiva nello Yasuní provoca la deforestazione e quindi la perdita di biodiversità a causa della costruzione di strade, piattaforme, pozzi e infrastrutture petrolifere. I dati del Ministero dell'Ambiente affermano che ogni settimana in Ecuador c'è una fuoriuscita di petrolio di non meno di 5 barili. Le fuoriuscite, così come le infrastrutture petrolifere e altre fonti di inquinamento come torce petrolifere, acque connate e il rumore, causano gravi danni agli ecosistemi”. Questo non basta, il Parco Nazionale Yasuní continua ad essere sfruttato. Pedro Bermeo Guarderas e Esperanza Martínez (Colectivo Yasunidos, Acción Ecológica)

II. Nella provincia di Entre Ríos in Argentina, 135.000 ettari di boschi sono andati persi a causa della deforestazione tra il 2007 e il 2017. La maggior parte di questa deforestazione avviene in aree che per il loro valore conservativo, per la biodiversità e servizi ambientali non dovrebbero essere deforestate o disboscate, secondo le leggi e la pianificazione territoriale delle foreste native.

La perdita delle foreste e dei boschi nativi, insieme alla loro biodiversità, altera lo stile di vita delle comunità e delle famiglie legate da secoli a quei luoghi, che in molti casi sono costrette a migrare verso le periferie delle grandi città in condizioni di esclusione e povertà.

Tra il 2019 e il 2020, a Entre Ríos, 2 milioni 135.400 ettari sono stati piantati con otto monocolture. Le coltivazioni di grano, soia e mais hanno occupato il 94% della superficie coltivata e il 91% della produzione totale. L'espansione agricola e il sovrasfruttamento dei suoli hanno innescato l'uso di fertilizzanti sintetici. Da 300.000 tonnellate/anno nel 1990, il loro utilizzo è aumentato a 4,3 milioni di tonnellate/anno nel 2019, il che non ha a che vedere con l'aumento della superficie coltivata (da 26,7 milioni di ettari nel 1990 a 38,2 milioni di ettari nel 2019).

Tale aumento è legato anche all'espansione dell'uso delle sementi transgeniche, e implica un sovraccarico di sostanze: glifosato con cipermetrina, clorpirifos e endosulfan (per la soia), lambda-cyhalothrin (per il mais), dicamba e acido 2,4D. Gli sconosciuti “effetti sinergici” di queste combinazioni aggravano la loro tossicità e incidono sulla salute umana con ipersensibilità acuta, problemi cronici o danni a livello genetico. Nonostante il fatto che i pesticidi causino “gravi danni” all'acqua superficiale, sotterranea e atmosferica, al suolo, all'atmosfera, alla flora, alla fauna e al cibo, le fumigazioni sono incessanti e, di fronte alle denunce di non considerare l'impatto sulle scuole rurali, l'industria sostiene che “è molto più facile cambiare la scuola che vendere il campo o cambiare produzione”.

Nel 2018 il governatore della provincia “ha firmato un decreto che ha permesso l'irrorazione di pesticidi fino a 100 metri dalle scuole rurali. L'azione ha innescato una battaglia legale che, dopo tre sentenze a favore del divieto di irrorazione nelle vicinanze delle scuole rurali, si è conclusa nel settembre 2019 con una decisione della Corte Superiore di Giustizia della Provincia, che ha avallato il decreto del governatore di dare libero sfogo all'irrorazione a 100 metri dalle scuole. Damián Verzeñassi (Istituto di Salute Socio-ambientale della Facoltà di Scienze Mediche dell'Università di Rosario, Argentina).
 

III. La regressione del rio Coca in Ecuador è solo apparentemente un processo naturale. Due oleodotti che tirano via il greggio per l'esportazione convergono nella zona, attraversando un'area sismica con la presenza di un vulcano attivo. Nonostante i rischi accumulati, è stata costruita la più grande infrastruttura di produzione di elettricità del paese, il progetto Coca Codo Sinclaire. Il fiume è stato deviato in una zona molto fragile, causando uno squilibrio idrogeologico. Il 7 aprile 2020 le due condutture si sono rotte a causa dell'erosione del letto del fiume Coca. Anche se si parla di un incidente, le tante decisioni sbagliate prese dai governi di turno hanno forgiato questa zona di sacrificio.

È stato l'accumulo di progetti e opere infrastrutturali concentrate lungo il percorso del fiume Coca che ha alterato le caratteristiche di questo “continuum temporale”, e ha superato tutte i limiti del fiume fino all'irreversibilità.

Lo stato ha intrapreso queste opere infrastrutturali nonostante l'alto rischio e l'instabilità della zona a causa della sismicità, la presenza di attività vulcanica, le caratteristiche stesse del bacino del fiume Coca, e nonostante gli avvertimenti e le preoccupazioni espresse all'epoca. Un'aggravante è stata quella di scatenare l'alterazione del fiume modificandone la struttura, i suoli, i sedimenti, la flora e la fauna e, quindi, alterare la relazione tra la comunità e il fiume, senza studi preventivi, senza monitorare gli impatti provocati. Il tutto avviene nonostante che l'Ecuador riconosca alla natura lo status di soggetto di diritti e, quindi, la speciale protezione dei fiumi. Esperanza Martínez (Acción Ecológica)


IV. La concentrazione di opere potenzialmente distruttive o inquinanti si traduce sempre in zone di sacrificio. A Huasco-Cile convergono l'attività mineraria, un impianto di pellettizzazione del minerale di ferro della Compañía de Aceros del Pacífico (CAP) 8, un porto e una centrale termoelettrica. Questo si traduce in un indice di inquinamento dell'80% nella zona, motivo per cui è stata dichiarata “zona satura”. “L'impianto di pellettizzazione non ha depositi di sterili che vengono evacuati in mare”. Guacolda è la centrale termoelettrica che ha dichiarato di “utilizzare carbone bituminoso e sub-bituminoso, e chiede di bruciare petcoke, un residuo che può essere utilizzato solo sotto severe misure di mitigazione, perché emette quantità di anidride solforosa (SO2), gas generici di diossido di azoto (NOx), vanadio e nichel, considerati cancerogeni “alla sua minima esposizione”.

Tutta l'area olivicola è colpita dall'inquinamento; lo scarico in mare di sterili e rifiuti industriali “colpisce il substrato roccioso dei fondali necessario nei primi stadi di vita di molluschi, crostacei, echinodermi e alghe in generale, che costituiscono i primi livelli della catena ecologica marina, generando così in mare una macchia di solidi che impedisce il processo di fotosintesi, indispensabile per la flora e fauna marina”.

Anche se gli abitanti della città e della zona circostante hanno intrapreso diverse azioni amministrative e legali per far sospendere almeno in parte le attività inquinanti che li riguardano, le imprese continuano a svolgere le loro attività alla faccia a dispetto della legge. È lo Stato responsabile della creazione di questa zona di sacrificio, è lo Stato a permettere una tale concentrazione di attività e a non far rispettare le norme ambientali. Osservatorio dei conflitti minerari in America Latina (OCMAL)

V. Nella penisola dello Yucatan, in Messico, la pubblicità ufficiale propone un treno turistico, il Tren Maya, “che farebbe il giro della penisola, sfruttando strade esistenti e nuove, promuovendo soste in 18 città (ognuna con 50.000 abitanti), in una regione abitata principalmente da popolazioni indigene”. Di fatto, si tratta di una rete di progetti di ogni tipo che compongono una sorta di mega “zona economica speciale”, invadendo di investimenti gli stati di Tabasco, Chiapas, Campeche, Yucatán, Quintana Roo: siti di programmi sinergici, progetti, stanziamenti, appalti, politiche pubbliche e investimenti privati. Ossia accaparramento delle terre, deforestazione e devastazione, avvelenamento e degrado ambientale, e una possibile espulsione delle popolazioni. I 181.000 chilometri quadrati della penisola si riconfigurano come spazio per l'articolazione di progetti estrattivi, l'accaparramento multimodale di terra e acqua, e maquila. E' tutto legato a un corridoio di infrastrutture e trasporti che attraversa la fascia messicana dall'Oceano Pacifico al Golfo del Messico nell'Istmo di Tehuantepec (19.997 chilometri quadrati, e altre due entità: Oaxaca e Veracruz). Si apre così uno spazio di confluenza con gli Stati Uniti, con un evidente valore geopolitico. In questo spazio comune nel 2018 sono stati scoperti nuovi giacimenti di petrolio, rendendo il Messico la quarta potenza petrolifera del mondo. Zona di sacrificio di integrazione economica e riorganizzazione territoriale, parchi eolici e fotovoltaici, “intensificazione sostenibile” delle colture in serre industriali, monocoltura in grandi estensioni di piantagioni di palma e soia dipendenti da prodotti agrochimici, mais ibrido industriale, servizi ambientali, “economia verde”, crediti di carbonio, corridoi di maquila, sviluppi immobiliari, una cintura di “gironi neri”, intrattenimento, mega-turismo, “traffico di esseri umani, sesso e droga, tutto ciò danneggia e alla fine espelle pescatori, membri della comunità, contadini, abitanti e difensori della selva”. La lotta contro gli allevamenti di maiali è in corso, perché minacciano di contaminare una delle più importanti falde acquifere carsiche poco profonde del continente. Oggi, 14 allevamenti di maiali su 100 si trovano nella penisola e la loro installazione cresce del 4,5% all'anno. GRAIN in collaborazione con Samuel Rosado.


VI. Nel nord di Esmeraldas, in Ecuador, la popolazione vive in mezzo al razzismo e alla sofferenza ambientale, soprattutto le popolazioni nere e indigene, anche se la Costituzione della Repubblica dell'Ecuador riconosce i diritti collettivi agli afro-ecuadoriani e agli indigeni.

Qui la crisi è causata dall'estrattivismo: espropriazione territoriale, deforestazione, occupazione delle terre per produrre olio di palma, distruzione dei fiumi e delle terre comunali per l'estrazione dell'oro. Le popolazioni perdono i loro territori, che si inquinano, e la giustizia viene applicata solo contro le comunità e il/le loro leader.

Il 95% della popolazione rurale afroecuadoriana e indigena dell'Esmeraldas settentrionale vive in estrema povertà rispetto al resto del paese. Questo era un territorio coperto dalla megadiversa foresta del Chocó, da cui le popolazioni dipendono per la loro sopravvivenza culturale ed economica. Nonostante l'importanza ecologica di quest'area, l'estrattivismo di legname e minerali e le piantagioni di palma continuano a generare deforestazione, inquinamento e a privatizzare le risorse economiche, culturali e spirituali che la foresta fornisce. La cosa più preoccupante è l'inazione e la tolleranza dello Stato.

Le compagnie di palma, legname e minerali lavorano sotto la protezione di guardie private e sicari assoldati per intimidire la popolazione e obbligarla ad abbandonare la terra, ad accettare condizioni di lavoro illegali, a non denunciare l'inquinamento e gli abusi subiti - come la prostituzione forzata di ragazze e donne. Qui c'è un cumulo di vulnerabilità. Nathalia Bonilla (Rete latino-americana contro le monocolture di alberi -RECOMA).
 

VII. Nel bacino superiore del rio Suchez in Bolivia, al confine con il Perù, “l'economia era basata sulla produzione agricola”, coltivando tuberi e allevando camelidi, anche se la ricerca dell'oro “è un'attività tradizionale praticata fin dai tempi pre-ispanici”. “Dal 2005 sono iniziate le attività semi-meccanizzate di estrazione dell'oro nei depositi alluvionali delle pianure di Puna, coperte da bofedales [zone umide d'alta quota] lungo le rive del primo tratto del rio Suchez, estendendosi a est fino alle colline pedemontane. Questo ha portato alla distruzione totale della terra delle bofedales, delle pianure e delle colline alluvionali adiacenti al fiume Suchez. La povertà della regione facilita l'espansione delle miniere d'oro semi-meccanizzate a cielo aperto, come avviene nella vicina città di Cojata in Perù. Una politica permissiva sull'estrazione dell'oro sta alla base della distruzione sostenuta degli ecosistemi esistenti nella zona. Secondo uno studio, nel 2012 c'erano 39 concessioni minerarie registrate e nel 2014 ne sono state assegnate altre 81, che coprono un'area di 28.000 ettari. Le cooperative beneficiarie non hanno la capacità di rispettare gli attuali regolamenti ambientali, lavorativi, fiscali e di royalty”. “L'uso del mercurio (Hg) come agglutinante e per il recupero dell'oro nel processo di amalgamazione, potrebbe avere un grave impatto sulla salute umana e sull'ecosistema in generale (paesaggio e biodiversità). Il mercurio è uno dei metalli pesanti con proprietà estremamente tossiche per la salute umana a causa degli effetti teratogeni (mutazione cromosomica), neurotossici e cancerogeni che si verificano nella popolazione esposta al contatto continuo con questo metallo”.

A partire dal 2008 sono stati segnalati danni significativi e alterazioni del corso del rio Suchez e, di conseguenza, cambiamenti nella demarcazione del confine tra Perù e Bolivia. Nel 2009, il comune peruviano di Pelechuco ha presentato una denuncia al Ministero degli Affari Esteri e della Cultura boliviano. Nel 2010 è stata denunciata la modifica della demarcazione del confine.

Date le prove verificate dalle equipe di entrambi i Ministeri degli Affari Esteri, Perù e Bolivia hanno dichiarato il bacino del fiume Suchez “Zona critica soggetta a danno ambientale a priorità binazionale” e hanno istituito una Commissione tecnica con rappresentanza dei due paesi. È stato fatto un tentativo di stabilire un sistema di monitoraggio senza raggiungerne l'obiettivo. Centro di Documentazione e Ricerca Bolivia (CEDIB)
 

VIII. Il lago Poopó a Oruro, in Bolivia, è il secondo per superficie (2530 km2 ) e profondo 2,5 metri. Il lago è uno dei principali regolatori climatici ed è ricco di fauna e flora. È uno storico luogo di insediamento di culture andine che conservano costumi e pratiche ancestrali. Le condizioni ambientali e gli effetti della contaminazione generano contesti avversi che minacciano la vita delle persone colpite dalle attività minerarie.

“Nessuno dei casi presentati e citati in giudizio dalle comunità ha avuto un processo equo, perché gli operatori minerari sono sempre stati sostenuti da tutti i livelli dello Stato”.

Anche se sono stati fatti sforzi per ripulire o riabilitare questa zona di sacrificio, come dichiarala area di “emergenza ambientale”da parte dello Stato, o con programmi di protezione del bacino con il sostegno della cooperazione europea, e persino con la realizzazione di una “diga di scarico” per gli sterili da parte della Minera Huanuni che sta iniziando a funzionare, i risultati non sono stati significativi.

Nella zona di sacrificio si trova la città di Oruro e le città intermedie di Huanuni, Caracollo, Poopó e Challapata, e “una varietà di comunità contadine di origine Aymara e Quechua, soprattutto comunità Uru e Murato, le cui attività agricole, di allevamento, di pesca e commerciali si svolgono vicino al lago.

Il Coordinamento di Difesa dei Laghi Poopó, Uru Uru, e del fiume Desaguadero-Coridup ha realizzato, insieme a diverse comunità, numerose mobilitazioni per mostrare i danni che subiscono e chiedere allo Stato e agli altri di assumersi le proprie responsabilità. “Prima dell'esistenza di questo coordinamento ci sono stati diversi procedimenti di denunce e richieste da parte delle comunità, soprattutto quelle situate nelle zone di influenza delle distinte operazioni, contro le attività minerarie, per chiedere ispezioni e presentare petizioni alle autorità ambientali, ma le loro azioni non hanno mai portato a soluzioni efficaci”.

“A seguito di varie mobilitazioni, il 21 ottobre 2009 è stato promulgato il Decreto Supremo 0335, che dichiara le zone di emergenza ambientale per i comuni coinvolti nel sub-bacino di Huanuni. Questa misura non ha precedenti in Bolivia e mostra la gravità di una situazione dovuta agli altissimi livelli di contaminazione in molti dei fiumi affluenti del sistema del lago Poopó; a causa dei problemi sociali, di salute umana e di sicurezza alimentare provocati dalla presenza prolungata di contaminazione del fiume, con conseguente perdita di capacità produttiva e di salinizzazione del suolo”. Secondo quanto denunciano le comunità, dopo la promulgazione del decreto sono stati fatti pochi progressi nella sua applicazione.

Nel carente sistema di gestione dei rifiuti soliti della città di Oruro (una parte considerevole non viene assorbita ma trasportata tramite scarichi artificiali al lago Uru Uru, cosa che genera un problema di accumulo, soprattutto di plastica), finiscono anche le acque reflue domestiche dopo aver subito un trattamento fisico-chimico. A questo sistema si sommano le acque acide delle miniere, provenienti da piccole operazioni che risalgono all'epoca coloniale e gestite da piccole cooperative minerarie. Centro di Documentazione e Informazione Bolivia (CEDIB)


IX. Il complesso della raffineria di Paraguaná, in Venezuela, si trova in una zona costiera situata nei comuni di Carirubana e Los Tiques, nello Stato di Falcón. La sua area di influenza si estende dalla baia di Amuay fino all'estremo sud di Punta Cardón, nella penisola di Paraguaná. È tradizionalmente abitata da comunità di pescatori presenti già prima dell'arrivo delle raffinerie, ma oggi queste comunità sono state spostate dai luoghi dove vivevano. Decine di migliaia di persone vivono in prossimità degli impianti, e i villaggi poveri sono stati assorbiti dalle attività dell'industria.

Cardón e Amuay sono in funzione rispettivamente dal 1949 e 1950 e formano il complesso della raffineria di Paraguaná (CRP), uno dei più grandi del mondo. Dal 1997 si è fuso con Bajo Grande (in Zulia) ed è gestito da Petróleos de Venezuela. Insieme hanno una capacità di raffinazione di 940.000 barili al giorno, anche se oggi la loro attività è diminuita ed è praticamente ferma.

Stiamo parlando di circa 40.000-50.000 persone colpite (i bambini e gli adolescenti sono i più vulnerabili). Il mare, la terra, l'acqua e l'aria sono pesantemente inquinate da rifiuti tossici e petrolio. La pesca e le coltivazioni locali sono danneggiate; in aumento le malattie neurologiche, respiratorie e il cancro. Senza considerare il pericolo di incidenti mortali, come l'esplosione del 2012 alla raffineria Amuay, che ha lasciato decine di morti.

Le comunità hanno individuato due fonti di inquinamento e degrado ambientale: i gas emessi dai cosiddetti “mechurrios”, o torce petrolifere, che esistono dagli anni '60 e forse, più seriamente, i problemi legati alla manipolazione e allo stoccaggio del coke petrolifero, ricaduti sulle comunità almeno dagli anni '80. Gli abitanti temono una nuova esplosione a causa delle perdite di gas negli impianti petroliferi. L'aumento e la persistenza delle fuoriuscite (che si verificano in tutto il paese) è il risultato di un notevole aumento degli “incidenti” e dei crimini ambientali commessi da Petróleos de Venezuela".

“Le rivendicazioni socio-ambientali della comunità sono state praticamente disattese per anni, lasciando queste popolazioni nell'abbandono ambientale, senza affrontare i problemi di salute segnalati, né le bonifiche ambientali, n'è l'approccio tecnico affinché l'industria smetta di generare tali danni”. E' chiaro che le zone petrolifere di Paraguaná si configurano come zone di sacrificio, forse tra le più problematiche del Venezuela. Questi danni potrebbero aggravarsi, sia per il deterioramento delle installazioni sia per le politiche di flessibilità ambientale dovute “alla crisi economica che attualmente vive il paese”. Observatorio de Ecología Política de Venezuela-Oilwatch
 

X. Il bacino inferiore del fiume Guayas è la regione più fertile dell'Ecuador. Ha la più lunga storia di occupazione agro-esportatrice nel paese. Le piantagioni coloniali nell'area hanno reso l'Ecuador, fino al 1920, il principale esportatore mondiale di cacao. Durante la Seconda Guerra Mondiale è iniziato il boom delle banane, che ha reso l'Ecuador il principale esportatore di questo frutto, fino ad oggi.

Nella provincia di Los Ríos sono state sviluppate grandi estensioni di banano, cacao, olio di palma; piantagioni forestali come teak e balsa, monocolture a ciclo breve di mais industriale e riso, dove è stata rilevata soia transgenica nonostante il fatto che l'Ecuador sia costituzionalmente un paese libero da OGM.

Tutta la produzione di banane si basa su un clone (Cavendish) altamente suscettibile a parassiti e malattie, come il fungo sigatoka nero che richiede l'uso di prodotti chimici per l'agricoltura attraverso la fumigazione aerea.

Circa 379 affluenti attraversano il territorio, contando fiumi, torrenti ed estuari, i più importanti dei quali sono il Vinces, il Puebloviejo, il Catarama e il San Pablo. Sono tutti affluenti del Babahoyo e, a loro volta, fanno parte del bacino del grande fiume Guayas. In questa regione sono state realizzate una serie di infrastrutture e pianificate altre che controllano i fiumi, progettate per il servizio dell'agrobusiness. I travasi e le dighe (quasi tutte mega-costruzioni idriche) possono alterare l'acqua di 250 alvei, coprire 170.000 ettari e interessare 11 cantoni.

Fin dall'epoca coloniale, i governi hanno fomentato nella zona lo sviluppo dell'agrobusiness, attraverso politiche come sussidi, esenzioni fiscali, liberalizzazione dei dazi su semi, agrotossici, fertilizzanti e altri input agricoli. Oppure, per omissione, non hanno controllato l'applicazione delle norme nazionali e internazionali sui diritti umani e della natura.

La deforestazione serve per espandere le piantagioni e costruire infrastrutture per il controllo dell'acqua , il tutto porta ad un uso smisurato di agrotossici e al cambiamento nei corsi dei fiumi. Questo genera deforestazione. Dal punto di vista ecologico, le foreste umide tropicali dell'occidente ecuadoriano sono considerate come uno degli ecosistemi più minacciati al mondo, minacciati di estinzione biologica dovuta alla deforestazione per permettere l'espansione delle monocolture industriali.

La prima cosa che annuncia l'entrata nei centri popolati sono i magazzini di prodotti agrotossici. In America Latina l'Ecuador è il terzo paese per quantità di applicazione di pesticidi per ogni ettaro di terra coltivata. Tale quantità di pesticidi sui campi ecuadoriani si ripercuote sulla salute dei lavoratori agricoli, la natura e la vita delle popolazioni che vivono in zone di influenza.

Le banane contengono 29 ingredienti attivi altamente pericolosi, di cui 8 vietati nell'Unione Europea. Il mancozeb è l'agrotossico più utilizzato. Nel dicembre 2020 la Commissione europea ha deciso di non rinnovarne l'uso, per cui è vietato dal 2021. Per gli esportatori di banane questo è un problema, perché l'UE è il principale importatore di frutta, quindi spingono l'UE a ripensare questa e altre decisioni che limitano l'uso dei pesticidi.

Circa 500 mila persone sono state colpite dalle fumigazioni aeree: lavoratori e popolazione circostante. Data la morte di diversi piloti addetti alle fumigazioni aeree e il deterioramento della salute di altri, nel 2007 la Defensoria del Pueblo dell'Ecuador ha chiesto una perizia che ha riscontrato un altro grado di danni alla salute tra la popolazione esaminata.

Uno studio, realizzato in una comunità vicina a piantagioni di banane esposte a irrorazioni aerea, riporta tassi più elevati di aborti spontanei che possono essere correlati all'esposizione a determinati pesticidi.

C'è anche un impatto sulle colture di sussistenza, sugli animali domestici e sul diritto alla sovranità alimentare delle comunità. L'organizzazione Unità Agroecologica e Politica “Machete e Garabato” ricorda che, con la monocoltura del mais duro, sono andate perse le tecniche contadine locali come l'orto misto diversificato, le policolture a ciclo breve e, tra gli altri, il sistema di riposo dei terreni.

Gli agrotossici contaminano le fonti d'acqua e le aree circostanti, violano i diritti della natura distruggendo popolazioni di insetti benefici che agiscono sul controllo biologico dei parassiti; quando entrano nell'acqua o per deriva a causa di fumigazioni aeree, gli agrotossici distruggono microrganismi e mesofauna importanti nel ciclo dei nutrienti del suolo e degli ecosistemi circostanti.
Ciò accade dal 1950, in un'area che nel 2020 era di circa 280 ettari di colture perenni (banane, piantagioni forestali, cacao, palma da olio) e di circa 194 mila ettari di colture temporanee (mais, riso, soia). Elizabeth Bravo, Red por una América Libre de Transgénicos-RALLT, Oficina de los Derechos de la Naturaleza, Acción Ecológica.
 

XI. Il bacino del fiume La Paz fa parte di uno più grande, quello del fiume Beni. Nasce nelle montagne di Chacaltaya dove è conosciuto come rio Jhunu Tincu Jahuira, poi diventa Kaluyo e poi ancora Choqueyapu, attraversando la capitale boliviana. Riceve contributi dai fiumi Orkojahuira, Irpavi, Achumani, Huaña jauira, Cotahuma e Achocalla. Attraversando La Paz, il Choqueyapu riceve il nome di Rio La Paz. Con questo nome arriva nella zona di “Río Abajo”, fino alle valli del comune di Mecapaca dove l'attività agricola è preponderante.

L'acqua del bacino del fiume La Paz rifornisce una parte considerevole della città. Secondo una analisi fatta dal Piano Metropolitano con i dati della Empresa Pública Social de Agua y Saneamiento- EPSAS (Azienda Pubblica Sociale per l'Acqua e i Servizi igienico-sanitari), la quantità di zolfo, alluminio e arsenico nell'acqua trattata nel 2011 dall'impianto di Achachicala ha superato i limiti massimi stabiliti dallo standard boliviano per l'acqua potabile NB512.

Secondo i dati 2013 della Corte dei Conti boliviana, “l'attività estrattiva individuata nella zona genera un significativo impatto ambientale negativo per il corpo d'acqua, in quanto la deposizione di scarichi ad alta concentrazione di elementi potenzialmente tossici insolubili fa sì che essi siano trascinati e depositati lungo il letto del fiume e lungo il suo corso, arrivando alle zone di attività agricola dove si depositano nei terreni e nei prodotti in cui è stata identificata la presenza di questi elementi”. Il grado di contaminazione da arsenico e zinco nei terreni e nei prodotti agricoli supera i limiti stabiliti dalla norma.

La miniera Milluni iniziò ad operare nel 1920 con la società Fabulosa Mines Consolidated, una delle più importanti miniere di stagno della Bolivia, con circa 500 minatori e un centro abitato di oltre 2.000 abitanti. Nel 1965, la resistenza dei minatori ai governi dittatoriali fu accolta con il massacro di Milluni. Dal 1976 alla fine delle sue operazioni, nel 1986, la miniera è stata gestita da COMSUR, che ha chiuso le attività. La sua macchina arrivò a processare fino a 9.000 tonnellate al mese, generando danni ambientali che superano un milione di m3 di sterili e residui.

L'inquinamento e il deterioramento ambientale derivano dagli oltre 462.000 m3 di rifiuti (poco più di 1 milione di tonnellate che occupano più di 100.000 m2 ) e 2 milioni di m3 di sterili (3 milioni di tonnellate che occupano 757.000 m2 ) generati dalla miniera Milluni e in misura minore da operazioni minerarie minori, è ancora in corso. Gli sterili generano un drenaggio acido che si accumula nel bacino di Milluni Chico (la sua diga di scarico) e trabocca nel bacino di Milluni Grande da cui si ottiene quasi la metà dell'acqua per il centro e il nord di La Paz. Sedimenti di cassiterite, siderite, pirite, blenda, quarzo, arsenopirite, marcasite, pirrotite, galena, tungsteno, apatite, calcopirite, sfalerite, cadmio, zinco, arsenico, rame, nichel, piombo e stagno sono stati identificati in questo drenaggio acido.

Gli audit ambientali nel bacino del fiume La Paz rivelano un ecosistema di corpi idrici notevolmente inquinati - per responsabilità minerarie, del carente trattamento delle acque, della mancanza di sistemi fognari - con conseguenze reali e significativi rischi potenziali per la salute pubblica dovuti alla pratica dell'irrigazione con queste acque. Come nota un audit del 2002 del Procuratore Generale della Repubblica: “La valutazione microbiologica dell'acqua d'irrigazione del fiume La Paz ha determinato che esiste una contaminazione significativa da batteri e parassiti (nematodi intestinali) nei prodotti agricoli destinati al consumo umano, associata a rischi potenziali che compromettono la salute della popolazione esposta, cioè gli agricoltori che sono in contatto diretto con quest'acqua e i consumatori dei prodotti irrigati con essa. Una valutazione tossicologica effettuata sui sedimenti dei principali alvei del bacino di studio, insieme al suolo e ai prodotti agricoli della zona, ha identificato importanti rischi per la salute della popolazione a causa della presenza di elementi potenzialmente tossici in concentrazioni che superano gli standard consentiti (con elementi riconosciuto come cancerogeni nell'uomo)”. Centro di Documentazione e Informazione Bolivia (CEDI)
 

* Traduzione di Marina Zenobio per Ecor.Network

da qui

venerdì 5 novembre 2021

Mi sono svegliata piangendo - Maria Galindo

 

Dedicato al “Transcomando” che mi rallegra la vita a distanza, mentre volo come un pipistrello perseguitato nella notte del COVID-19

 

Sono già diversi giorni che mi sveglio piangendo. A farmi aprire gli occhi sono le lacrime che corrono sul viso, oppure è l’impulso di piangere ancora. Non è un dolore cosciente che viene dalla perdita di una persona amata, morta per coronavirus, che provoca quel pianto. Non è neanche una depressione frutto del confinamento. È una sensazione provocata da fuori, come se i morti comunicassero con me, mentre abbandonano questo mondo. Non hanno bandiera, né età, né pelle. Non hanno nemmeno volto. È solo l’impulso della stessa vita che va via e che, nel cammino, mi cerca per depositare nei miei sogni un ultimo vento d’addio, un odore, una sensazione, un soffio di morte che se ne va.

Mi alzo stremata dalla fatica notturna che questo legame comporta e cerco di collocarlo da qualche parte, guardo il soffitto, cerco altri segnali. Niente da fare.

Il mondo è diventato un cimitero carico di energie funebri?

Sono i morti di Guayaquil che, nel loro cammino, vengono ad avvertirmi dell’inevitabile? Sono quelli che vengono da più lontano, magari dalle fosse comuni di New York, e arrivano fino al mio corpo vivo, a chiedermi un commiato?

Mi trovano così, per caso, mentre sperimentano le loro morti desolate?

Mi alzo e senza pensarci mi vesto come per andare a un funerale. Sotto la doccia, mi ricordo di come i morti apprezzassero quando, nel mio lavoro in Germania, mi toccava di pettinarli, lavarli e vestirli dei loro sudari. A me piacerebbe, e questo è un incarico, che le mie compagne mi bruciassero con un bidone di benzina e mucchi di palo santo sulla porta della nostra amata casona rossa.

Mentre penso alla mia stessa morte e vedo gli abiti che sto per indossare trasformati nel mio sudario, capisco perché i morti vengono a trovarmi nella notte: vengono a depositare le loro testimonianze nel mio petto come si trattasse di una cassetta della posta, è per questo che sono così esausta, anche se ho dormito tanto profondamente e a lungo.


Ricostruzione della visita all’obitorio

Mi apre le porte una donna che avrebbe dovuto avere davanti certamente molti altri anni di vita. È morta come tutti, ma non si è sdraiataha preferito fare lo sforzo di aprirmi la porta per compiere il rito che ha caratterizzato tutta la sua vita: prendere lei la responsabilità dell’ultimo sforzo. Mi dice che è morta lentamente, che non riusciva a distinguere la stanchezza della vita dai sintomi mortali del coronavirus. È cosciente di esser morta di coronavirus, però pensa che la malattia letale che lentamente l’ha uccisa sia stata l’essere “donna”.

Dall’altro lato della vita chiede, per favore, che questa storia del “Resta in casa” sia cambiata in “Abbi cura della tua vita e di quella degli altri”. L’imperativo “Resta in casa!” sembra inventato da una madre tiranna che ti impedisce di appropriarti della notte, da un padre controllore che non ti lascia andare all’università, da un marito insopportabilmente geloso. È convinta che questo “Resta in casa” sia parte di una cospirazione patriarcale degli uomini che dirigono l’Organizzazione Mondiale della Sanità contro le donne del mondo. La guardo perplessa e mi dice: “Ero infermiera, so come ragionano i medici e i direttori di ospedali, ragionano come mariti repressori”.

Mentre parliamo, si avvicina una casalinga e dice: “Il problema non è la casa ma la famiglia; la quarantena in famiglia è un inferno, avrei preferito che ci fossimo organizzate per passarla tra amiche o vicine di casa”; “Tra amanti!”, grida qualcuno dal fondo. Noi infermiere avremmo dovuto passarla insieme la quarantena, ci saremmo capite meglio e accolte con amore al ritorno dal lavoro; ci saremmo massaggiate i piedi a vicenda, avremmo fatto i turni secondo la stanchezza e nessuna si sarebbe azzardata ad accusare l’altra di portare la malattia in casa. Una venditrice ambulante aggiunge: “Sai che bello mettere la squadra di calcio del quartiere in quarantena nella stessa casa!“. Nell’immaginarlo scoppia a ridere, mentre man mano le si staccano i denti che subito diventano stelle.

E i poliziotti? “Che facciano la quarantena insieme, così si sopportano tra di loro”. Si comincia a creare un gran baccano e allora torna a prendere parola la casalinga: “Sentite, questo non è uno scherzo, la quarantena non può essere fatta in famiglia, perché siamo sempre noi donne a finire sfruttate, a cucinare, lavare, pulire e a consolarli, a tavola come a letto”. “È vero”, dice un’altra, “però, se le cose stanno così, il punto non è la quarantena in famiglia, ma va dissolta la famiglia stessa, quello che stavamo già facendo prima che ci beccasse la pandemia”.

Quest’obitorio gigante in cui mi trovo è un luogo di fortuna, i cadaveri non sono ordinati né classificati, sarebbe impossibile. La maggior parte si è già distesa con le mani sul petto, altri ancora in piedi mi fissano senza occhi, mi parlano senza bocca, alcuni si sono arrampicati sui muri e altri si sono sdraiati sul tetto. A poco a poco, vado perdendo lo spavento con cui ero arrivata, nulla è paragonabile all’immagine di ciò che mi trovo davanti. Penso all’obitorio di La Paz, che dev’essere uno dei più sinistri al mondo, dove tante volte sono andata a cercare donne fatte scomparire o assassinate; lì tengono i cadaveri per terra, mentre si vanno decomponendo.

Qui è diverso, i morti, come gli animali, hanno preso uno spazio gigantesco nella città vuota e stanno in quello che sembra essere un parlamento. A momenti mi pare il Pentagono, il Vaticano, la più grande cattedrale del mondo, oppure uno studio cinematografico… Non riesco a distinguere bene, perché tutto è occupato dai cadaveri senza spazio per niente altro.

 

Più che morti, siamo rifiuti

Sono arrivata qui attratta da un magnetismo a cui non potevo opporre resistenza, ma non so perché e non mi azzardo a domandarlo. Sono viva tra queste centinaia di migliaia di morti, non so cosa vogliano da me, né so cosa fare. Non so cosa dire, non ho parole, né penso di provare a consolarli, sarebbe ridicolo. Vorrei riuscire a nascondere la mia paura, ma davanti a loro è impossibile. Hanno il potere dei morti di percepire tutto, i loro sguardi mi si conficcano nel petto che pulsa come stesse per esplodere. Resto muta, impaurita, immobile, non ho nulla da offrire a questa gente, nemmeno la conosco, so solo che, anche se già morta, sta per cessare di esistere ed è a questa transizione finale che vuole che assista.

Perdo la nozione del tempo, ho la febbre, l’immagine è nebulosaRiconosco mani, cavità oculari, frammenti di gambe, teste con il collo ma senza corpo. Non c’è sangue, i corpi sono inglobati gli uni negli altri senza che si distingua bene dove termina uno e inizia l’altro; c’è un liquido turchese denso e splendente che sembra accoglierli, circola capriccioso tra i corpi facendo le curve, salendo per le gambe e scendendo dalle spalle in mezzo a tutti. Sottovoce chiedo del liquido turchese alla donna che mi ha aperto, lei mi risponde: “Sono le nostre lacrime, è il nostro pianto che ci bagna, ci illumina e ci unisce”.

Cominciano a parlare in un coro multilingue e all’unisono gridano una frase che mi si conficca nel cuore come un coltello: “Siamo la prima generazione di morti spazzatura, come immondizia siamo trattati e gettati via, si disfanno di noi senza alcun congedo. Nessuno inventa un funerale, nessuno inventa un commiato, nessuno ci accompagna nell’ultimo viaggio, tu che appartieni ai vivi, appartieni anche alla prima generazione umana che tratta i suoi morti come rifiuti”.

Le fosse comuni dei morti nel Mediterraneo, uccisi mentre cercavano di arrivare in Europa, le fosse comuni dei senzatetto a San Paolo – che la polizia (brasiliana, ndt) raccoglie la mattina per poter pulire le strade -, le fosse comuni senza nome non sono più una lontana eccezione che voi potevate scegliere di ignorare, oggi sono diventate una norma sanitariaCi gettano via nella notte, mentre dormono, con gli stessi procedimenti con cui si svuotano i cassonetti all’angolo.

La nostra ultima volontà non è di contagiarli, ma di rompere quest’equilibrio sanitario che ci nasconde per non andarcene senza dire addio.

Vogliamo attraversare le buste dell’immondizia con cui hanno avvolto i nostri corpi. Vogliamo oltrepassare i numeri dei rapporti militari del mondo che, in bocca ai ministri della sanità, annunciano il numero dei morti del giorno, quei rapporti di cifre con cui cancellano i nostri nomi per trasformarci in quantità. Quantità di morti che, insieme a Trump, i capitalisti del mondo celebrano perché ogni morte è un risparmio in sicurezza sociale, in spazio, in contaminazione, in ricerca, maternità o alloggio. Ogni morto una celebrazione, meglio se vecchio, meglio se povero, meglio se del terzo mondo, perché, anche se dirlo non è più di moda, ci sono un terzo e un quarto mondo e in ogni società c’è un sud. Quando i morti vengono da questo sud dove non hanno nomi, né volti, la celebrazione capitalista è maggiore e si considera il COVID-19 un lavoro di igiene sociale.

Ogni morto è una celebrazione capitalista, perché è una dose gratuita di paura con cui iniettare il quartiere, il sindacato, il paese, il mondo. Per questo la rigorosa comunicazione quotidiana dei governi con la società serve ad annunciare il numero di morti; non ci possono vegliare, nominare, né dire addio; ma, comunque, non possono smettere di contarci.

Abbiamo deciso di abbandonare l’umanità per integrarci come resti umani nel mondo animale, un mondo che ci ha ricevuto divorando i nostri corpi, riempiendoli di vermi, disintegrando con la terra la nostra solitudine e, nel nostro dolore, ci sono cresciute zampe di capra, maiale, mucca, gallina, pipistrello; ma prima di diventare un tutt’uno con gli animali vogliamo lasciare questo testamento.

 

Un testamento dalla frontiera tra i vivi e i morti, tra i sani e i malati

Il COVID-19 è l’ebola dell’Africa o la dengue dell’America Latina, ma ha la forza di paralizzare il mondo, perché i corpi che ha colpito in massa sono corpi europeiQuello che succederà al resto della gente del pianeta e quando il virus colpirà in massa i corpi del sud del mondo cesserà di essere una notizia. Perciò è importante parlare di questa tragedia quanto prima, per dire ciò che oggi il mondo intero è ancora disposto ad ascoltare: alla frontiera tra vivi e morti è stato eretto un muro fatto di regole, obbedienza, rassegnazione, paura e silenzio. Non serve a proteggere le vite dei vivi ma il potere dei potenti. Quel muro di paura funziona come un plotone di esecuzione, così come l’igienica e clandestina eliminazione dei corpi, invece di seppellirli, è parte di quello stesso terrore di Stato.

L’affanno nel determinare, tracciare, accertare e precisare da dove venga la malattia, distinguendo l’origine del contagio, il paziente zero e facendo sapere al mondo che si stava cercando il corpo dell’untore, è il vessillo che è servito per chiudere le frontiere, controllare i movimenti e alimentare razzismi, nazionalismi e regionalismi.

Non c’è paziente zero, perché se ci fosse allora dovrebbero esserci anche superficie zero, luogo zero e merce zero. Grazie al concetto di paziente zero, noi abbiamo smesso di poterci muovere, mentre le merci hanno continuato a circolare. Frenare la mobilità della gente non è servito a frenare il contagio, ma a generare sospetto e a sparare il proiettile del contagio su tutti i corpi della terra, a spararci il virus addosso a noi tutti.

Non potrà evitare il contagio chi deve uscire di casa per sopravvivere, né chi si prende cura degli altri per lavoro; non potrà evitarlo chi non ha una casa dove rifugiarsi, né chi ha un corpo debole. Non potrà evitare il contagio chi abita i sud del mondo, né chi si prende cura di sua madre, dell’amante, di una figlia o un’amica malata perché nessun altro può farlo; non potrà evitare il contagio chi non ha a disposizione mascherine protettive o disinfettante; né potranno farlo coloro che non hanno acqua e sapone. A centinaia di migliaia si consegneranno a un’infezione imminente, in molti casi inevitabile e in altri volontaria.

Molti vivranno la loro malattia in segreto, come chi commette un delitto, per non essere isolati dalla polizia, espulsi dai vicini, ripudiati dallo Stato, e perché non gli venga impedito di oltrepassare una frontiera. Con il passare del tempo, la malattia diventerà un delitto che deve essere segnalato e denunciato.

La militarizzazione, non solo delle città ma perfino del linguaggio con cui si viene gestita l’epidemia, vuole collocarci su due versanti: vigilanti sani e malati sacrificabili, separati entrambi dal panico.

La militarizzazione delle strade non agisce sull’epidemia, ma sull’ordine sociale per legittimare il controllo governativo sul comportamento delle persone, come meccanismo di protezione dal contagio.

L’isolamento individuale e in famiglia, il solo permesso, non è un provvedimento per contenere l’epidemia, ma per rafforzare un ordine sociale più facile da controllare, intimidire, idiotizzare, sfruttare e neutralizzare.

In questa patologia, tutte le frontiere geografiche si sono moltiplicate e rafforzate, ma se ne sta costruendo anche una nuova, una frontiera del significato della vita stessa: la frontiera tra i vivi e i morti. Disfarsi di un corpo umano morto con lo stesso procedimento con cui ci si disfa della spazzatura, vuol dire spogliare i corpi vivi di valore.

Cosa accadrà nel cuore dei vivi, nelle loro abitudini e memorie, senza il lutto, senza la perdita, la sepoltura, con il ricordo infranto e igienicamente spezzato, come se noi morti non fossimo morti ma desaparecidos di un regime fascista?

È questa la domanda a cui voi dovrete rispondere.



Fonte: Blog El Rumor de la Moltitudes su El Salto

Traduzione per Comune-info: Leonora Marzullo


da qui




martedì 20 ottobre 2020

Bolivia: sconfitti i golpisti - David Lifodi

Luis Arce è il nuovo presidente della Bolivia. Con il 53% dei consensi ha superato con uno scarto addirittura maggiore rispetto alle aspettative i candidati delle destre Carlos Mesa (31,2%) e Fernando Camacho (14,1%).

Jeanine Añez, la presidenta golpista, è stata costretta a riconoscere la vittoria di Luis Arce, per nulla scontata poiché fino al giorno precedente alle presidenziali circolavano voci di un probabile colpo di stato nel caso in cui l’economista fedele a Evo Morales avesse conquistato Palacio Quemado. Secondo quanto riportato dalla Red de Comunicación Popular, sul sito web kaosenlared.net, era già pronto un colpo di stato orchestrato dal Ministero della Difesa con il coinvolgimento di 11 militari vicini all’ultradestra nel caso in cui il Movimiento al Socialismo avesse trionfato. Si trattava, tra gli altri, dei colonnelli Ramiro Eduardo Calderón De La Riva Lazcano, Edwin Iván Suaznabar Ledesma, Saúl Torrico Peredo, Luis Sagredo Torrico e Grober Quiroga Gutiérrez.

Tuttavia, il sostegno ad Arce è stato tale che lo stesso ministro Arturo Murillo, uno dei più fanatici esponenti del golpismo ed ideatore della strategia dei falsos positivos volta ad accusare il Mas di aver promosso una improbabile guerra di guerriglia e di addossare al partito di Evo la responsabilità degli incendi nella Chiquitanía amazzonica, si è dovuto arrendere, almeno per il momento.

Il 24 e 25 settembre scorsi, il comandante delle Forze Armate Sergio Orellana, quello dell’Esercito Rubén Salvatierra e il colonnello Javier Spinoza Daza avevano organizzato una serie di riunioni per decidere il da farsi nel caso in cui Luis Arce avesse vinto. Ebbene, l’economista scelto dal Mas per la sua moderazione al posto candidati più radicali che avrebbero rischiato di spaventare la parte di elettorato non militante ha guadagnato la presidenza con una certa facilità, ma dovrà comunque guardarsi dalle destre, che faranno di tutto per costringere Evo Morales, tuttora rifugiato in Argentina, al processo.

Non a caso, nell’ambito del piano golpista svelato a ridosso delle elezioni, il colonello Oscar Pacello Aguirre era stato incaricato di collocare esplosivi per poi far ricadere la colpa sul Mas, il generale Marco Antonio Bracamonte ed altri avrebbero dovuto mobilitare, come se non ce ne fosse stato bisogno, gli evangelici ed altri loro colleghi si sarebbero dovuti occupare di scatenare le milizie paramilitari dell’Unión Juvenil Cruceñista, ma la destra boliviana, la cui credibilità è pari a zero come del resto quella venezuelana, ha pensato di dividersi tra i moderati o pseudotali che hanno sostenuto Mesa e i duri e puri fedelissimi di Camacho, permettendo così a Luis Arce di evitare un ballottaggio che avrebbe potuto verificarsi se tra il primo e il secondo candidato fosse stato rilevato uno scarto inferiore ai dieci punti percentuali.

Adesso la maggiore difficoltà di Arce sarà quella di governare un paese dove, c’è da scommetterci, le destre tenteranno ancora una volta la strategia della destabilizzazione, già messa in pratica durante tutta la campagna elettorale anche grazie al sostegno del segretario dell’Organizzazione degli stati americani Luis Almagro, il quale ha cercato di nuovo di far passare il successo elettorale del Mas come una frode.

Al tempo stesso, il nuovo presidente boliviano dovrà evitare che il Movimiento al Socialismo ricada negli errori e nelle contraddizioni del passato che hanno permesso alla destra golpista di rovesciare Evo, a partire dall’eccessiva identificazione in una sola persona al comando e dai tentativi, in parte riusciti, di cooptare una parte dei movimenti sociali. Questa è la sfida maggiore, insieme ad una gestione dell’emergenza sanitaria da Covid-19 che non ricalchi quella sciagurata di Añez, per un governo che da oggi tornerà nell’orbita dell’Alba, ma che dovrà contare sull’unità dei movimenti sociali indigeni e contadini per far fronte alle bande paramilitari che continueranno ad imperversare nel tentativo di mettere i bastoni tra le ruote a Luis Arce.

Nel frattempo, in attesa dei ministri che nominerà il nuovo presidente e dei suoi primi atti, per la Bolivia india, campesina e popolare si tratta di un primo passo avanti dalle giornate buie del colpo di stato del novembre 2019.

https://www.peacelink.it/latina/a/48078.html

venerdì 9 ottobre 2020

Bolivia: perché adesso a sinistra tacciono? - Itzamná Ollantay (*)

 

Il duro atto d’accusa di Itzamná Ollantay – nei confronti di indianisti, indigenisti, ambientalisti e femministe, di coloro insomma che, da sinistra, criticavano Evo Morales quando era a Palacio Quemado, senza peraltro preferire i golpisti (come è ovvio) – farà sicuramente discutere. A pochi giorni dalle presidenziali che, ci auguriamo, possano sancire la vittoria di Luis Arce e del Mas, il dibattito è aperto.

 

A quasi un anno dalla conclusione del colpo di stato e dall’istituzione del letale regime dittatoriale in Bolivia, continuiamo a chiederci dove sono i prolissi Indianisti, indigenisti, femministe, ambientalisti… che si sono scagliati duramente contro il dittatore indiano di Evo Morales?

I loro discorsi incendiari hanno sostenuto / promosso il colpo di stato del 10 novembre. Ma, una volta che il “presidente indiano” è stato “defenestrato”, e Jeanine Áñez ha assunto di fatto il potere, per volontà del governo degli Stati Uniti, gli Indianisti, gli indigenisti, gli ambientalisti e molte femministe, hanno mantenuto e mantengono un silenzio sepolcrale complice.

Hanno molestato nelle strade e nelle reti socio-digitali Evo Morales per la morte di uccelli negli incendi di Chiquitania (che Morales ha spento in modo esemplare), ma hanno negato l’esistenza del colpo di stato. Non hanno detto nulla sui due massacri di popolazioni indigene che resistevano al governo “di fatto”. Tanto meno, di fronte alla persecuzione / criminalizzazione / incarcerazione di difensori indigeni. L’Amazzonia boliviana continua a bruciare e gli aerei della droga decollano persino dagli aeroporti statali, ma Solón, Cusicanqui, Portogallo, Zibechi, Gutiérrez … e l’esercito di dirigenti di ong tacciono mortalmente. Perché?

La dittatura boliviana ha reso il paese una presa in giro. La Bolivia, ora, nella comunità internazionale è sinonimo di corruzione, narco-stato, improvvisazione, indebitamento, nepotismo, razzismo … Ma, da nessuna parte appaiono Indianisti, indigenisti, ambientalisti, moralisti … chiamare a “guardia sicura” il mostro politico che direttamente o indirettamente hanno inventato.

Le femministe per i movimenti indigeni erano a disagio con i micromachismi di Evo Morales. Ecco perché l’hanno reso la materializzazione del patriarcato in Bolivia, e l’hanno sopraffatto senza pietà. Ma il machismo di Camacho – Añez – Murillo e delle sciabole militari erano e sono troppo letali anche per loro. Perché tacciono adesso?

Gli Indianisti erano molto offesi dal fatto che i quadri dirigenti del governo Morales “monopolizzassero” la narrativa Indianista, lasciandoli orfani della parola, o almeno del pubblico. Ecco perché si sono scagliati duramente contro Morales definendolo un “pachamamista”, un “falso indigeno” dittatore … Ma il colpo di stato e il governo di fatto hanno mostrato loro cosa siano una dittatura e un governo etnofagico. Ora, gli Indianisti sono chiamati “bestie umane” “selvaggi”, dalle istituzioni statali. Perché sopportano così tanto oltraggio in silenzio?

Gli indigenisti, specialmente quelli con sede nelle ONG, hanno trovato difficile vedere che il presidente indiano, attraverso le politiche pubbliche, ha portato milioni di boliviani fuori dalla situazione di impoverimento nella nuova classe media. Ciò li ha colpiti perché in questo modo il paese ha cessato di essere una priorità della cooperazione finanziaria internazionale. L’indigenismo sussiste nella misura in cui ci sono sacche di folkloristi indigeni in povertà…. Ma, con la pandemia, il flusso di cooperazione finanziaria si è interrotto. Perché tacciono, adesso, in tempi di carestia?

Gli ambientalisti erano estremamente arrabbiati per il fatto che Morales si fosse rifiutato di dichiarare una “emergenza nazionale” di fronte agli incendi di Chiquitanía. Questa dichiarazione ha consentito loro di accedere alla cooperazione internazionale di emergenza. Ma Morales ha scelto di spegnere il fuoco da solo. Questo settore era già infastidito da García Linera, che con le sue dichiarazioni aveva “maltrattato” le ONG ambientali … Durante il governo di fatto gli incendi boschivi continuarono, i semi transgenici acquisirono una carta di cittadinanza … Ma, Fundación Solón, Fundación Jubileo, Lidema … tutte tranquillo Perché? Potrebbe essere perché le briciole che l’USAID ora distribuisce loro rassicura la loro fame?

Forse è la loro colpa che li costringe all’attuale silenzio mortale. Forse è la paura del bullismo che li limita nel commentare quello che hanno generato. Chissà.

L’unica cosa certa è che noi, gli indigeni, i contadini, le donne, i giovani, soprattutto i sopravvissuti ai massacri e alle prigioni, non dimenticheremo i danni che hanno inflitto ai popoli. E il rifiuto contro di loro e contro i loro capi non finirà il 18 ottobre.

 

(*) Articolo originale in spagnolo: 

https://ollantayitzamna.com/2020/09/23/bolivia-ahora-por-que-callan-tus-indianistas-indigenistas-ambientalistas-feministas/

Traduzione a cura di Gianni Hochkofler

 

da qui

domenica 19 luglio 2020

Un genocidio silenzioso - Raúl Zibechi




Cochabamba, Bolivia. Il virus dilaga, la gente muore respinta sulle porte degli ospedali al collasso, le bare restano abbandonate nelle strade anche per una settimana. È storia di questi giorni, anche se qui ricorda un passato che sembra remoto. Il sistema dei media divora i fatti, li digerisce e li rimuove. Perfino qui, figuriamoci in Bolivia, un paese che non esiste, come ebbe a dire brillantemente la regina Vittoria. Noi non la pensiamo così. Quando a un uomo che ha lottato per tutta la vita si rompe la voce, vuol dire che sta succedendo qualcosa di grave. Conviene ascoltare con il cuore e restare in silenzio, scrive Raúl Zibechi in un “pezzo” difficile, e lascia parlare quasi sempre Oscar. Sentire la malattia sulla tua stessa carne, ti fa vedere il mondo da un’altra prospettiva. Qualcosa di non molto diverso, dev’essere accaduto allo stesso Zibechi, e lo stesso capita a noi, a differenza della regina infuriata, da questa stessa parte dell’oceano. Oscar Olivera è un fratello “di sangue”, per Raúl e per noi, da quasi vent’anni. Da quando, cioè, la sua gente, a Cochabamba, s’è rifiutata di pagare anche l’acqua che pioveva dal cielo, come pretendevano la Bechtel, il governo e la Banca Mondiale. La multinazionale è stata costretta a lasciare la città e l’acqua è tornata senza padroni. È stata la prima grande rivolta (vincente) contro il liberismo di questo millennio. Da allora, ogni volta che abbiamo incontrato Oscar, in Bolivia e spesso in Italia, lo abbiamo sentito parte della nostra storia. La parte migliore, perché le sue idee, ma soprattutto il rifiuto assolutamente naturale di sentirsi un grande leader, un vincitore di prestigiosi premi internazionali, restano una testimonianza impareggiabile di allergia al potere e alle gerarchie del comando, una dimensione etica del far politica ormai quasi estinta. Il rigore assoluto con cui Oscar ha scelto di non fare il ministro o il capo di una forza politica per confondersi, per rendersi quasi invisibile tra la gente – si trattasse di scavare una cisterna comunitaria o di coltivare verdure con i bambini delle scuole – è un grande insegnamento per chiunque nel mondo sia ancora così pazzo da impegnarsi nel cimento di provare a cambiare il mondo. Qui abbiamo vissuto quel che Oscar racconta, una sorta di Bergamo boliviana. Ci sono però, va detto, almeno un paio di differenze sostanziali: la prima è che, malgrado le decine di miliardi tagliati, il sistema sanitario pubblico italiano non è paragonabile a quello della Bolivia. La seconda, più tremenda, è che nella città che ha vinto la “guerra dell’acqua” oggi, mentre l’epidemia dilaga, l’acqua non c’è. Un paradosso feroce, che indica come perfino le vittorie più celebrate (così come le rivoluzioni) non siano eterne, possono solo essere difese lottando, con alterne fortune, nella vita quotidiana. Abbiamo scritto a Oscar, naturalmente. Lo dice lui: la sola cosa che ci resta è la solidarietà tra i compagni. Ci ha risposto così: Venceremos (…), y nos daremos un abrazo prolongado de cariño y esperanza! Su queste nostre paginette web, l’abbiamo scritto spesso: la speranza è la vita che si difende. Grazie, Oscar, per avercelo ricordato anche stavolta

Oscar Olivera, il più noto protagonista della storica guerra dell’acqua di Cochabamba, ex operaio in una fabbrica di scarpe e dirigente sindacale, ha il coronavirus. Quando ha avuto un malore ha provato ad andare in ospedale ma è stato invitato a rivolgersi altrove perché l’ospedale pubblico non era più in grado di prendersi cura di nessuno. Dopo sei ore, nell’altro centro ospedaliero, ha avuto il risultato delle analisi: positivo al Covid. Non hanno potuto ricoverarlo perché neanche lì c’erano letti disponibili. Adesso Oscar è a casa sua, in un quartiere di Cochabamba, con la famigliaAl telefono (Zibechi scrive da Montevideo, ndr) ci dice che sta bene, non ha sintomi, ma si sente molto afflitto dalla situazione che c’è nella città.
Ci sono famiglie che devono tenere in casa fino a sette giorni i propri morti perché nessuno passa a raccoglierli e nessuno li seppellisce, racconta. Non funzionano i servizi elementari della salute, né quelli di emergenza né quelli dell’igiene urbana. In alcuni casi, i familiari lasciano le bare per la strada, perché anche i cimiteri sono al collasso. Impotenza, rabbia e solitudine sono le sensazioni che dominano in buona parte dei 600 mila abitanti della città.
 La sola cosa che ci rimane è la solidarietà dei compagni“, dice Oscar, la voce rotta dal dolore. “Ho chiamato alcuni di loro per dire che ho il virus ma sto bene e alcuni mi hanno detto lo avevano già avuto ma non l’avevano detto per non deprimere le loro famiglie e gli amici. Raccontarci quel che succede è un bene, invece, ci fa risollevare l’animo…”.
Quando a un uomo che ha lottato per tutta la vita si rompe la voce, vuol dire che sta succedendo qualcosa di grave. Conviene ascoltare con il cuore e restare in silenzio.
“… come la disgrazia può unirci, come ci fa recuperare i sentimenti… Ieri un parente mi ha detto che già da due settimane era inferma tutta la famiglia ma non avevano detto nulla per non preoccuparci”.
“A Cochabamba è orribile. I malati vanno di ospedale in ospedale, ne girano quattro o cinque e poi muoiono sulla porta. Morti che non possono essere seppelliti perché i cimiteri non hanno più posto. Non si sa perché muoiono, non ci sono certificati. Ci sono solo i morti nelle strade…”
I cittadini che abitano nei pressi del deposito municipale della spazzatura hanno bloccato l’entrata per protestare contro la mancanza d’acqua, così anche la spazzatura si accumula in città“.
Oscar prova a contestualizzare il dramma. “Los de arriba (quelli che stanno in alto, ndt) mostrano molta incapacità, sanno fare solo il saccheggio e i ricatti. La classe politica è interessata al suo potere, l’ultima cosa di cui si preoccupa è la gente. Tanto nel governo quanto nell’opposizione c’è una strumentalizzazione della disgrazia e dell’impotenza della popolazione abbandonata alla sua sorte. La politica de los de arriba è un circo putrefatto“.
Al contrario, racconta ancora, i medici e gli addetti alla sanità stanno lavorando in maniera autonoma, in squadre, per assistere la popolazione e perfino per costruire ventilatori. “Sono sforzi sovrumani perché non hanno capacità economiche né istituzionali perchè quei tentativi possano andare avanti. L’istituzionalità di merda dello Stato non fa niente“.
La pandemia, dice Oscar, ha messo in mostra anche l’enorme solidarietà di persone che hanno rinunciato alla comodità dei loro lavori per arrivare nei luoghi dove c’è più bisogno di aiuto. “Qui, per assistere le persone, sono morti molti medici e infermieri, perché i governi hanno lasciato la sanità in una condizione terribile“.
In questi quattro mesi, il governo ha destinato appena 70 dollari, solo per una volta, per aiutare le famiglie. La situazione è drammatica e non c’è modo di andare nei mercati né a vendere né a comprare. “Ogni settore si è fatto carico di quel che poteva, con mense comunitarie, con medicine naturali, con gli spazi di solidarietà che sono sorti”.
Sentire la malattia sulla tua stessa carne, ti fa vedere il mondo da un’altra prospettiva. “Sabato, quando sono andato all’ospedale, mi hanno dirottato a uno dei migliori centri della città, un ospedale privato. Però perfino lì la situazione era tremenda, la gente gridava fuori dalle porte perché stava morendo. C’erano persone che arrivavano con altre patologie, o in seguito a incidenti, ma non riuscivano ad essere accolte. Dentro, invece, c’erano sale chiuse, piene zeppe di gente contagiata”.
Alcuni medici e diverse infermiere, per poter continuare a lavorare, hanno scelto di affittare stanze per non tornare a casa e rischiare di spargere il contagio tra i familiari. Altri sono stati espulsi dai quartieri per la brutale insensibilità dei vicini. “La sola cosa che ci resta è la solidarietà dei compagni”, ripete Oscar Olivera, guerriero dell’acqua, contagiato dal coronavirus, deciso a lottare per la vita, come ha fatto sempre e come sempre farà….perché torni il tempo degli abbracci.

Traduzione per Comune-info: marco calabria