venerdì 30 aprile 2021

L'ossessione Lucano - Giovanna Procacci

 

Processo a Lucano: va in scena l’accoglienza - Giovanna Procacci

 

Da quando la parola è passata ai testi della difesa, il processo di Locri contro Lucano e Riace è finalmente arrivato a una svolta. Per un anno e mezzo abbiamo ascoltato l’illustrazione delle ipotesi di accusa, che sembravano impermeabili alle tante pronunce dei Tribunali che, pure, dall’arresto di Lucano ad oggi, ne hanno smontato interi pezzi (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/08/domenico-lucano-come-procede-un-processo-politico/). Ora, però, è nel dibattimento stesso che quelle accuse vengono invalidate, sotto gli occhi di tutti, e le tesi della Procura vacillano. Comincia finalmente a prendere corpo un racconto delle vicende più aderente alla sua storia, più proporzionato, più convincente rispetto alla distanza siderale fra la Riace modello di accoglienza per tanti e la Riace criminale presentata dalla Procura (https://volerelaluna.it/societa/2020/10/29/come-ti-trasformo-riace-in-un-reato/).

Provo a sintetizzare i passaggi principali di questa svolta. Intanto, l’udienza dell’11 gennaio 2021 ha visto un passaggio cruciale, perché ha deposto il cosiddetto “super-testimone” dell’accusa, quel Francesco Ruga, commerciante di Riace, che a fine 2016 aveva denunciato Lucano e Capone per concussione e, con la sua denuncia, aveva fatto scattare tutta l’indagine della Guardia di Finanza. Era stato però, a sua volta, querelato per minacce, e quindi secondo la difesa non avrebbe potuto essere considerato un teste. Già nel 2018, del resto, il GIP lo aveva definito «una persona tutt’altro che attendibile», e aveva accusato la Procura di essersi fidata delle sue parole senza approfondire le ipotesi accusatorie che ne aveva tratto. Tre anni dopo, però, Ruga è arrivato ugualmente al dibattimento. La sua denuncia riguardava una fattura che Lucano e Capone lo avrebbero costretto ad alterare, non nell’importo, ma nella descrizione di quanto aveva venduto: non alimentari, ma detersivi. Altrimenti – lo avrebbero minacciato – quella fattura non gli sarebbe stata pagata; anzi peggio, lo avrebbero escluso dal sistema dei bonus, «così, per farmi un dispetto». Il suo racconto però incespica; è un vortice di panini, prosciutto cotto, lamette da barba e candeggina, assegni, fatture. Nulla torna, né le fatture, né le somme, nemmeno gli assegni depositati corrispondono alle fatture, e quei prodotti nemmeno li aveva in negozio, o forse sì, ma in quantità ridotte… Ma il colpo di scena avviene con il contro-esame della difesa. Qui la sua testimonianza cade fragorosamente. Basta che l’avvocato Daqua gli legga una serie di messaggi che aveva inviato a Lucano, dal tono ora minaccioso, ora affettuoso, di grande stima, in cui si confida dei soprusi che, a suo dire, subirebbe da Capone e qualifica Lucano come una persona perbene, generosa, che lui ammira e ha sempre votato. Nello stupore generale Ruga prima farfuglia che si sarebbe reso conto solo in seguito che Lucano era al corrente dei soprusi che subiva; ma alla fine, deve ammettere di non aver subìto minacce da parte di Lucano. Come chiosa lo stesso presidente Accurso: «lo ha aggiunto dopo per un suo convincimento». Dunque l’accusa di concussione per Lucano non c’è. Ci si chiede come si sia potuta dare tanta importanza alle denunce di una persona già definita inattendibile, senza evidentemente aver seriamente indagato sulla querela di cui era stato oggetto da parte di Lucano.

All’udienza del 1 febbraio la sorpresa è venuta dal collegio di difesa di Lucano. Dopo l’improvvisa scomparsa dell’avvocato Antonio Mazzone, che insieme ad Andrea Daqua aveva assicurato gratuitamente la difesa di Lucano sin dall’inizio della sua vicenda giudiziaria, si era venuto a creare un vuoto importante che è stato colmato da Giuliano Pisapia che si è costituito nel collegio di difesa. L’arrivo di Pisapia, all’inizio della fase difensiva, è un’ottima notizia, soprattutto perché il suo ingresso allarga il campo in cui si muove il processo che – come sostengo dall’inizio – non può essere trattato come una storia calabrese, né lasciato alla stampa locale, ma deve essere messo sotto i riflettori della pubblica opinione nazionale. Processare un’idea di solidarietà e di umanità non può essere questione locale, apre piuttosto sul precipizio di un processo politico, come se ne sono tentati vari in questi ultimi anni: basti pensare alle vicende di Carola Rackete e a tutti i tentativi di bloccare per via giudiziaria gli interventi umanitari, in Italia e non solo. Riace è stata messa sotto processo, complice il momento particolare, in quella fine 2018 che vedeva l’attivismo di Salvini da poco ministro dell’interno; complice, certo, anche la complicazione della materia dell’accoglienza, affidata a linee guida in continuo mutamento; e complice forse anche la collocazione “defilata”, in una terra dove la presenza della ‘ndrangheta la fa da padrone. Ora l’ingresso di Pisapia nel collegio di difesa dimostra plasticamente che in quel processo si affronta una questione d’interesse nazionale, e può aiutare a richiamare l’attenzione di quei giornali che finora non hanno sentito il bisogno di investirvi molte energie. Da europarlamentare, potrà riportare anche in contesti europei quello che accade in un tribunale del profondo sud d’Italia. E in un processo rimasto purtroppo un po’ isolato, sottratto alla dovuta pubblicità, questo allargamento dell’attenzione pubblica è una garanzia in sé.

Nell’udienza successiva del 22 febbraio è stato ascoltato Francesco Campolo, all’epoca dirigente dell’area immigrazione della Prefettura di Reggio Calabria. Campolo aveva coordinato un’ispezione a fine gennaio 2017 e scritto quella relazione elogiativa del sistema d’accoglienza di Riace che era poi stata negata a lungo a Lucano, il quale era riuscito a ottenerla solo ricorrendo alla Procura di Reggio Calabria. Campolo, oltre a confermare quanto scritto nella relazione, che cioè a Riace «era tutto regolare», dice di aver saputo che la relazione non era stata data al sindaco, e conferma che quel compito spettava al Prefetto. Dunque è stato proprio il Prefetto a tenerla nascosta, al punto da rischiare di incorrere, come osserva il presidente Accurso, in un reato di omissione d’atti d’ufficio. Finora non lo aveva detto nessuno, solo Lucano nelle sue dichiarazioni spontanee.

L’udienza del 15 marzo ha visto un altro passaggio importante. È stata ascoltata come consulente della difesa Elisabetta Madafferi, direttore generale della Provincia di Reggio Calabria. La sua consulenza entra nel merito dei presunti reati imputati a Lucano. Come la raccolta differenziata dei rifiuti, affidata alle due cooperative sociali di Riace, che lei conferma avvenne secondo le regole del codice degli appalti allora in vigore. O come i diritti di segreteria per le carte d’identità, che Lucano aveva deciso di non far pagare, decisione che, secondo la legge Bassanini del 1997, è legittima se il Comune non è in dissesto finanziario. Allo stesso modo Modafferi smonta la ricostruzione delle false fatture, le accuse sui lungo-permanenti e soprattutto su quelle due carte d’identità a una donna eritrea e al suo bimbo di quattro mesi, costate a Lucano un secondo processo per falso ideologico, avviato a luglio 2020 e poi incorporato nel processo principale (https://volerelaluna.it/territori/2020/04/15/riace-miracolo-al-contrario-per-domenico-lucano/). Inoltre, conferma che la Prefettura chiedeva a Riace di ospitare molte più persone di quante non avrebbe potuto ospitarne date le dimensioni del paese, e racconta di aver visto lei stessa documenti del Ministero che assegnavano al Comune di Riace altri 100 posti tutti in un botto. Anche Tonino Perna, oggi vicesindaco di Reggio Calabria, chiamato come testimone della difesa, racconta di queste pressioni. Ricorda come l’esperienza di Riace sia partita da quella di Badolato, dove lui lavorava con una Ong, come l’accoglienza si sia avviata grazie a un prestito iniziale di Banca Etica e grazie alla solidarietà, per poi rivolgersi ai fondi pubblici con i progetti del Pna e dello Sprar. I numeri erano proporzionati e le cose andavano bene; accoglienza e sviluppo locale avevano rimesso in moto l’economia e fatto rinascere il paese. Negli anni, però, Prefettura e Ministero hanno spinto in alto i numeri. «Il Prefetto chiamava per 200 palestinesi», riferisce. E Lucano accettava sempre. Avrebbe potuto rifiutarsi, certo, ma «un sindaco che sceglie la solidarietà come obiettivo, è ovvio che provi ad accogliere tutti» conclude Perna.

Le pressioni da parte di Prefettura e Viminale sul Comune di Riace perché ospitasse richiedenti asilo in gran numero, soprattutto negli anni dell’emergenza, sono un dato su cui vale la pena di soffermarsi. Lo aveva detto Lucano, che per anni lo Stato aveva sfruttato Riace per liberarsi di tanti migranti, salvo poi denunciare che a Riace c’erano più persone del dovuto… Prefettura e Ministero facevano forti pressioni su Riace perché sapevano che il sindaco avrebbe collaborato, tanto che lo chiamavano “San Lucano”. E in effetti lui non si era mai sottratto, come scriveva Campolo nella relazione; accettava perché si era dato la missione dell’accoglienza e dello sviluppo locale che grazie all’accoglienza poteva mettere in moto. «Se invece di accettare i rifugiati che mi mandavano, avessi detto di no, oggi non sarei qui», osservava Lucano davanti al Tribunale. Inevitabilmente però queste pressioni comportavano anche scorciatoie: con quei numeri, e quei tempi stretti, quando i pullman carichi erano praticamente già nella piazza del paese, come avrebbe potuto il Comune bandire gare pubbliche per l’assegnazione dei servizi? Per questo a Riace erano nate varie associazioni e cooperative, per riuscire a fare immediatamente fronte alla necessità di ampliare i servizi; nel processo però queste assegnazioni dirette sono diventate imputazioni. Insomma, Riace veniva usata per risolvere l’emergenza, dopodiché è stata messa sotto processo con l’accusa di averla risolta “in modo emergenziale”; viene da dire che l’emergenza vale per lo Stato, ma non per chi concretamente si impegna ad accogliere le persone che lo Stato gli affida perché non sa dove metterle. Questo meccanismo, di uno Stato che chiede di accogliere e poi abbandona chi accoglie, è alla base di tutto l’attacco a Lucano e Riace, certo, ma indica anche qualcosa che ci riguarda tutti. Rivela una amministrazione che si contraddice, che tradisce i suoi stessi impegni e non si assume le sue responsabilità, che è succube dell’esecutivo di turno, e quindi incapace di progettazione e lungimiranza. È lo stesso meccanismo per cui lo Stato per anni ha chiesto alle Ong di aiutarlo a soccorrere i naufraghi e poi ha cominciato ad incriminarle per aver continuato a farlo. Oppure che alle frontiere abbandona i profughi nelle sole mani delle persone solidali, e poi persegue queste ultime per il reato di solidarietà.

Se da una parte si conferma così questo ruolo negativo dello Stato, le testimonianze di monsignor Bregantini e di padre Alex Zanotelli nell’udienza del 29 marzo, toccano un altro punto rilevante nel processo: il movente di Lucano. Quel movente che l’accusa ha cercato invano di produrre, senza riuscirci. Non potendo ipotizzare il vantaggio economico, perché sin dall’inizio ha dovuto riconoscere che non c’era, aveva provato a suggerire un movente politico-elettorale, ma aveva dovuto abbandonare presto anche questa ipotesi. Così del movente non si è più parlato, ma certo è rimasto un punto irrisolto per l’accusa. Le testimonianze dei due religiosi ci aiutano a ricostruirlo. Bregantini parla dell’intuizione quasi profetica di Lucano: ha capito che «i migranti diventano energia vitale per il paese». Lui lo ha accompagnato, ha visto «la positività della sua esperienza; la cosa più importante è il consenso che c’era attorno a lui in paese». Al centro del suo racconto, c’è questa visione condivisa con Lucano, che i migranti non sono solo persone da assistere, sono energia che va mobilitata e rispettata. Racconta del laboratorio di tessitura: «quando ho toccato con mano che l’antica arte calabrese veniva recuperata da uomini e donne dell’Etiopia e della Siria, allora ho capito che stava nascendo un qualcosa, un modello mondiale». Zanotelli aggiunge: «Lucano ha anticipato quello che dovrebbe essere fatto dal Governo». Un filo comune guida le loro testimonianze: raccontano Riace come un sistema di accoglienza e integrazione che non solo ha funzionato bene in quel paese, ma che ha delineato i tratti di quello che potrebbe e dovrebbe essere il sistema pubblico dell’accoglienza. Riace ha qualcosa da insegnare a tutti. Si esplicita così anche il vero movente di Lucano: la sua visione, ispirata ai suoi ideali di umanità e solidarietà. Bregantini conclude: «ho letto Fratelli tutti, molte delle iniziative che Lucano ha realizzato rispecchiano quanto scritto da Papa Francesco». È questa visione che si sta processando.

A questo punto l’istruttoria dibattimentale è pressoché chiusa. Ancora un’udienza, il 26 aprile, e poi si passerà alle eventuali dichiarazioni degli imputati e alla discussione finale con sentenza prevista il 27 settembre.

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Domenico Lucano, le elezioni e le fantasie del pubblico ministero - Giovanna Procacci

 

Dal processo di Locri contro Lucano e Riace arriva una notizia eclatante: nell’udienza di lunedì 26 aprile il pubblico ministero Michele Permunian ha chiesto l’acquisizione agli atti di un documento. Si tratta di un’intervista che Lucano ha rilasciato il 18 aprile scorso all’agenzia AGI, in cui spiega la sua decisione di candidarsi alle elezioni regionali del prossimo ottobre insieme a De Magistris. La difesa di Lucano ha contestato questa richiesta, definendola “tendenziosa”. Alla fine, il Presidente del collegio giudicante, Accurso, l’ha respinta, in quanto i fatti sono estranei al processo.

Allora, tutto bene? Tutto rientrato? Non direi. Perché per noi che osserviamo il processo da semplici cittadini e non da tecnici del diritto e nemmeno da esperti di cronaca giudiziaria e che quindi guardiamo il processo dal punto di vista del senso che vi si produce, la domanda sul perché la Procura di Locri abbia presentato una tale richiesta rimane intatta.

Certo, potremmo rispondere che si tratta di accanimento, come lo stesso pubblico ministero aveva dimostrato tentando di avviare un secondo processo contro Lucano. Ma non basta. Perché il tema Lucano-elezioni era già stato al centro dell’attenzione della Procura. Nell’ottobre 2019 il colonnello Sportelli, in mancanza di qualsiasi prova che Lucano avesse perseguito scopi di lucro personale sui fondi pubblici destinati ai migranti, aveva avanzato l’ipotesi che ci fosse comunque un dolo, un movente illegittimo di vantaggio personale: era l’ipotesi del movente politico-elettorale. Certo, è normale che un sindaco cerchi di corrispondere alle attese dei suoi concittadini. Ma Lucano faceva di più: progettava di candidarsi alle politiche del marzo 2018 e per questo aveva bisogno di continuare ad assicurarsi i voti. Cosicché, pur essendo perfettamente consapevole che i laboratori non funzionavano, che le associazioni facevano soldi indebitamente, che c’erano molte irregolarità, non denunciava nulla, perché non voleva perdere i voti che gli portavano le varie associazioni. Lucano cercava un vantaggio elettorale; Sportelli citava i voti dei Tornese, di Riace Accoglie, di Girasole.

Ma dove erano le prove del movente politico-elettorale? In un’intercettazione di fine 2017 in cui in sostanza Lucano diceva a suo fratello: «Quasi quasi mi candido». L’intenzione di Lucano di correre per l’elezione al Parlamento italiano rivelava, secondo l’accusa, il suo intento di sottrarsi alla giustizia, che sentiva ormai incombere su Riace, grazie all’immunità parlamentare; ecco la patata bollente dell’interesse personale, pur nell’assenza di lucro. Tuttavia, quando il Presidente gli chiedeva se si fosse poi candidato effettivamente, Sportelli doveva ammettere di no. Cosicché anche il famoso movente politico finiva per sfocarsi e perdere di incisività, tanto che nel seguito dell’illustrazione dell’accusa non si parlava praticamente più del movente di Lucano.

Ora, a un anno e mezzo da quelle udienze, il movente politico torna fuori. In zona Cesarini possiamo dire, all’ultima udienza dell’istruttoria dibattimentale. Succede che il pubblico ministero ha letto l’intervista rilasciata da Lucano una settimana fa, in cui parla della sua candidatura nella lista di De Magistris come capolista. E qualcosa ha fatto subito tilt nella sua mente: visto? L’avevo detto io che voleva candidarsi. Finalmente il piano è arrivato a compimento. Peccato che si tratti di quattro anni dopo, di quattro tornate elettorali dopo, di elezioni regionali e non politiche. Ma il suo piano è sempre quello. Anzi, il piano di oggi getta luce su quello di ieri: se non si era presentato allora, né alle politiche (2018), né alle europee (2019), né alle regionali (2020), è perché nessuno gli aveva voluto dare il posto di capolista. Ora finalmente, con De Magistris, il colpaccio gli è riuscito. E qui il pubblico ministero fa un volo pindarico: la candidatura di oggi confermerebbe la bontà delle intercettazioni di quattro anni prima…

Ovviamente Lucano ha il diritto di candidarsi quando vuole e con chi vuole, come ogni cittadino in pieno possesso dei suoi diritti politici. Ma l’imputato Lucano, secondo il pubblico ministero, è costretto dal suo “curriculum criminale”, come avrebbe detto Foucault; ogni sua azione prende un senso pregresso determinato dall’indagine che lo ha portato al processo e nello stesso tempo dà senso a quell’indagine quando incespica e si fa debole. Quell’intercettazione del 2017 che perdeva significato di fronte al dato di realtà che non si era poi candidato, per cui diventava difficile sostenere in modo convincente il suo interesse politico-elettorale, ritrova finalmente il suo senso predittivo in un’intervista di oggi.

Nel commentare questa singolare richiesta, Lucano mette il dito sui contenuti politici della sua candidatura, rivendicando giustamente la sua libertà di perseguire i suoi ideali di solidarietà, uguaglianza e umanità. E conclude: mi chiedo se il pubblico ministero avrebbe agito nello stesso modo se mi fossi candidato con la Lega. Certo, c’è sicuramente il contenuto politico nell’attacco del pubblico ministero, come hanno sottolineato altri commentatori. D’altronde, sin dall’inizio del mio monitoraggio sostengo che a Locri si sta celebrando un processo politico, dove si sono messi sotto processo non degli atti, ma delle idee. Nessuna sorpresa dunque nel constatare che le idee politiche di Lucano, che allora aveva messo in atto nel costruire il modello Riace e oggi mette al servizio di un progetto elettorale, sono al centro dell’accusa.

Ma a me preme portare l’attenzione anche su un altro aspetto: l’uso spregiudicato di un’intervista di oggi per dare senso a un’intercettazione di quattro anni fa, che non aveva retto alla prova dell’argomentazione dibattimentale. Quell’intercettazione non aveva retto perché l’azione che vi si annunciava non aveva avuto luogo; restava dunque una mera intenzione e le intenzioni non si processano, lo sanno anche i bambini. La candidatura di oggi invece viene letta come un passaggio all’atto che realizza finalmente quell’intenzione. Si avanza insomma l’ipotesi di un effetto retroattivo per cui l’azione dell’oggi illuminerebbe di senso un’intenzione espressa nel passato, la renderebbe “vera”. A tal punto che si può riattivare l’intento, allora fallito, di fondarci il movente.

Nella presentazione delle ipotesi di accusa non c’è solo lo scontro con le idee politiche di Lucano, che abbiamo già visto mille volte; c’è qualcosa di più e di diverso. C’è l’idea che gli atti non sono circoscritti nel tempo in cui si formano, non contengono il proprio significato, ma lo derivano dalla personalità dell’imputato, segnata senza soluzione di continuità dai reati che gli vengono attribuiti. L’indagine, conclusa a fine 2017, racchiuderebbe così tutto l’agire di Lucano, anche quello di oggi, anche quello futuro, che non potrebbe che esplicitarne meglio il senso, renderne più chiaro il carattere criminoso. C’è da credere che la Procura senta le sue ipotesi parecchio traballanti, per arrivare a proporre una tale forzatura!

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La DAD nel futuro - Salvatore Bravo

 

La DAD malgrado il suo effettivo fallimento didattico è oggi lo scorcio attraverso cui intravedere il futuro della della pubblica istruzione e della democrazia. Dalla DAD non si torna indietro ripetono da destra come da sinistra, non ci sono voci dissenzienti o critiche, ma solo precisazioni e diverse sfumature nella concordia generale. Dove manca l’opposizione non vi è democrazia, il dibattito assente indica che siamo da decenni nella postdemocrazia: la crisi delle grandi narrazioni filosofiche e politiche ha coinvolto anche i valori democratici. L’istruzione struttura portante degli Stati democratici affonda con essa, e nessuno, pare, voglia salvarla. Si distrugge la sua essenza formativa inneggiando all’innovazione continua, alla fuga dal vecchio per nuovi orizzonti.

Si assiste al plauso generale, non si rilevano limiti nell’azione didattica, ma l’unico problema evidenziato, in genere, è relativo all’l’erogazione del servizio non fruibile a tutti gli studenti. La discussione non verte sulla qualità dell’insegnamento, ma sul mezzo, sulla sua efficienza e sulla rete. Le rimostranze dei sindacati sono anch’esse limitate alla “democratizzazione” del mezzo senza discutere sulla qualità dell’istruzione.

Chiunque abbia esperienza della DAD constata quanto la distanza e le videolezioni contribuiscano ad un livello di attenzione molto basso, le ore contratte facilitano contenuti diluiti, le interrogazioni promuovono, è il caso di affermare, “gli intraprendenti” che grazie a una serie di piccoli accorgimenti riescono a superare le prove.

La socializzazione è nulla, per cui la vivacità intellettuale possibile nelle classi è sostituita da una pacifica indifferenza. Il rispetto dell’istituzione declina nella commistione degli ambienti privati con il pubblico. Il Ministro dell’istruzione tuona, afferma che l’errore è stato utilizzare le stesse modalità che si usano in classe nella didattica a distanza. Si dovrebbe procedere per approfondimenti ed uso delle fonti informatiche. Il cartaceo scompare, al suo posto restano le fonti virtuali che gli alunni, già usano, per un veloce copia ed incolla. Il Ministro non lo sa, ma il sogno di una didattica nuova e veloce è tra di noi, da non poco, nella sua tragica ignoranza che favorisce il declino della democrazia. Vi è democrazia dove vi sono contenuti, senza di essi vi è il semplicismo dell’inclusione adattiva, la quale è quanto di più estraneo alla democrazia ed al dettato costituzionale. La scuola è stata il motore della democrazia, ora spetta ad essa essere lo strumento d’involuzione della stessa. Il testo del neoministro “Nello specchio della scuola” sciorina dati di natura economica e aziendale, la scuola è rappresentata come un corpo che dev’essere assimilato dall’economia liberista, la quale esige e ordina di avere factotum e precari da usare, i quali devono essere istruiti alle sole tecnologie. La scuola da luogo che legge il mondo per ripensarlo diviene luogo dell’adattamento inclusivo in nome dell’azienda. La formazione integrale della persona che prescinde il mercato e qualsiasi sistema economico è sostituita dalle tecnologie, pertanto primario diviene il fare senza il pensare. Si va a scuola, dunque, per imparare il linguaggio del mercato:

Tuttavia è proprio nella crisi più profonda che si predispongono le condizioni per le trasformazioni più radicali, e infatti proprio negli anni fra il 2009 e il 2012 si creano le condizioni per il nuovo salto, che si concretizzerà nel passaggio alle tecnologie di connessione di 4a generazione (4G), quello – per intenderci – dal telefonino per scambiare messaggi vocali allo smartphone che permette di inviare video, foto e soprattutto dati –moltissimi dati. Sono gli anni in cui Microsoft (1975), Apple (1976), Amazon (1997), Google (1998) e Alibaba (1999) si riposizionano sul mercato del web, generando piattaforme che divengono gli snodi centrali del mercato mondiale degli scambi. Ugualmente, imprese come Facebook (2004), YouTube (2005), Airbnb (2007), Uber (2009), WhatsApp (2009) e Instagram (2010), nate per fornire servizi specifici online, si affermano come aziende globali; e proprio basandosi su queste piattaforme entrano poi sul mercato decine di imprese, essenzialmente americane o cinesi, che offrono minuto per minuto servizi con un’estensione e una specializzazione impensabili anche solo per la generazione precedente. Secondo le stime di Ericcson, dal 2010 al 2019 il volume di exabyte scambiati mensilmente da apparati mobili (unità di misura dell’informazione o della quantità di dati trasmessi pari a un miliardo di miliardi di byte) sale da poco più di zero nel 2010, quando prevaleva ancora la voce, a circa 2 nel 2013, a 8 nel 2016 e a 20 nel 2019, con una crescente rilevanza dei video e dei dati. Tuttavia proprio in quegli anni l’Italia registra la sua crisi più grave, perché mentre a livello internazionale si stava delineando un profondo cambiamento strutturale, che ha aperto la via a una nuova economia basata sulla digitalizzazione della produzione e degli scambi, il nostro paese sprofondava nella crisi fiscale dello Stato, con un deficit e un debito il cui peso sottraeva risorse a educazione e ricerca e quindi a quell’innovazione necessaria per capire e affrontare la trasformazione dell’economia e della società1”.

 

A scuola di capitale

Dalla scuola l’azienda deve attingere “il capitale umano”, essa diviene servizio al mercato nei fatti e non certo alla Repubblica, alla crescita umana della comunità e della persona, a scuola si deve imparare a parlare il linguaggio liberista. Il processo era già in corso (debiti, crediti, offerta formativa, PCTO), ora si completa la mutazione. La politica al servizio dell’economia “dona” un altro pezzo vitale dello Stato al mercato:

L’ultima considerazione fa riferimento alla pubblicazione il 19 giugno 2020 da parte della Commissione europea del Digital Economy and Society Index (DESI), cioè dell’indice composto che misura le capacità e le competenze di cui dispone un paese in ambito digitale (figg. 2 e 3). Tenendo conto di condizioni di connettività, disponibilità di capitale umano e competenze adeguate, uso dei servizi di internet, integrazione delle tecnologie digitali e servizi pubblici digitali, la Commissione europea classifica l’Italia fra gli ultimi in Europa, seguita solo da Romania, Grecia e Bulgaria. Tuttavia, se nella connettività il nostro paese è appena sotto la media europea, è proprio nella disponibilità di competenze e capitale umano adeguato che l’Italia risulta definitivamente ultima fra i paesi europei, rendendo esplicito il grado di impreparazione con cui il nostro paese si è presentato all’appuntamento con la rivoluzione digitale e da ultimo con lo spettro del COVID-192”.

Il capitale umano va addestrato alle competenze, al coding, all’inglese ad uso delle transazioni, si deve delicealizzare per avere una popolazione scolastica debolmente istruita nei contenuti, ma veloce nell’obbedienza. Si guarda con simpatia anche alla riduzione del ciclo delle scuole superiori in modo da far entrare velocemente “nuovi disoccupati” pronti all’uso nel mercato. Il modernismo rivela le sue falle: con le nuove tecnologie i disoccupati aumenteranno, con la competizione globale la precarietà sarà la legge sovrana della nuova inclusione allo Stato-mercato:

Lo studio economico dei sistemi educativi emerge come disciplina nei primi anni sessanta del Novecento, ma il suo concetto fondamentale, come rileva Psacharopoulos [1987, XV], risale a un’attenta lettura di Adam Smith, che individua già nella Ricchezza delle nazioni come il capitale umano sia il fattore dinamico dell’organizzazione della produzione: Smith ritiene infatti che le persone, oltre a una conoscenza di base, possano apprendere dallo stesso lavoro che stanno realizzando, cosicché all’aumentare delle attività aumenta la capacità di specializzarsi e nel contempo di ricercare complementarità con gli altri lavoratori coinvolti nello stesso ciclo produttivo; questo determina un’efficienza dinamica che dipende sia dal livello di istruzione di base, sia dalla capacità di gestire in maniera sistematica un processo di apprendimento. Gli investimenti in educazione di base e continua sono fondamentali per la formazione del capitale umano necessario per generare quegli aumenti di produttività che determinano l’accelerazione nella crescita economica di un paese3”.

L’economista filosofo di riferimento è Adam Smith, il quale ha insegnato nei suoi scritti che l’egoismo è la ragion sufficiente di ogni comportamento e anche l’empatia non è partecipazione comunitaria, ma strategia emotiva per comprendere il cliente, Adam Smith è il punto di riferimento della scuola che verrà. Viviamo in un’epoca smithiana, la persona è sostituita dal cliente, la società dall’azienda. Imperano le passioni tristi e le violenze quotidiane, di cui il sistema mercato non vuole assumersi responsabilità alcuna. L’unica povertà a cui si deve far fronte è la povertà digitale alla quale con un atto di fede i ministranti dell’economia chiedono la soluzione di ogni problema:

Il taglio delle risorse all’istruzione avviene nella difficile fase di uscita dalla crisi del 2008-9, che coincide in tutti i paesi con la riorganizzazione produttiva e con il passaggio tra le tecnologie 3G e 4G, che ha ridisegnato il mercato a livello globale e determinato i riposizionamenti competitivi nella nuova industria, centrata sull’emergere di nuove competenze e nuovi saperi. Mentre in Germania si affrontavano la crisi e il rilancio dell’economia investendo in educazione, in Italia si tagliava sull’istruzione, mantenendosi poi per anni su un livello di sussistenza. Qui si colloca la radice del ritardo italiano. Il taglio della spesa per l’educazione proprio nel momento del rilancio e del passaggio di tecnologia ha inciso sullo sviluppo delle tecnologie digitali e soprattutto sulle competenze, pregiudicando la ripresa dell’economia e lasciando spazio per una nuova povertà educativa che scava fossati fra Nord e Sud del paese. Confrontando questi dati con gli esiti del sistema educativo riportati in precedenza, e in particolare con i dati sulla nuova povertà educativa e sul ritardo nelle competenze digitali, appare chiaro perché siamo arrivati impreparati all’emergenza COVID-194”.

 

Autonomia per il “Territorio”

L’autonomia scolastica contribuirà alla soluzione dei problemi economici trasformando la scuola in istituzione al servizio del Territorio (azienda). In questi decenni di autonomia la scuola ha perso prestigio e capacità formativa, è dispersa e umiliata dalla competizione per raccattare iscritti, per impedirne la fuga alla ricerca della scuola facile dai voti “gratificanti”: professori e maestri sono al servizio di genitori e figli che li trattano come domestici di infimo livello. Si umilia il pubblico in nome di interessi privati. La cultura dell’azienda ha già delicealizzato la scuola, l’ha resa povera nei contenuti e debole con i clienti. Si vuole puntare ad un ulteriore “salto qualitativo” dal quale non si tornerà indietro. In gioco è la democrazia, la quale rischia di soccombere cannibalizzata dall’impresa. Il senso critico esige un lungo percorso formativo, contenuti e disciplina. Si utilizza la parola “critica”, nei testi dei pedagogisti funzionali alla struttura economica, per strutturare una formazione veloce ed epidermica, senza idee, sostanzialmente adattiva, ma tale finalità è ammantata col velo di Maya della critica svuotata di significato rigore e senso:

L’apparato normativo approvato nel 1997 si configurava come strumento per la progettazione e realizzazione di un’offerta didattica che potesse rispondere ai bisogni degli studenti, tenendo insieme sia una dimensione nazionale, che doveva nello spirito della legge avere una dimensione unitaria, di garanzia e di valutazione, sia una territoriale, in cui la scuola si inseriva nella propria comunità locale, divenendone motore e riferimento per i ragazzi, le famiglie, le istituzioni, la società tutta. Questo vigoroso impianto tuttavia si è progressivamente insabbiato in una struttura che ha continuato a basarsi su una modalità organizzativa centralizzata, che di fatto ha ostacolato il trasferimento ai territori e alle istituzioni scolastiche di tutte le competenze per potersi muovere in autonomia. È di quell’autonomia responsabile e solidale che oggi abbiamo bisogno per andare oltre l’emergenza COVID-19. Un’emergenza che, per essere affrontata, richiede responsabilità, flessibilità e semplificazione amministrativa, che dell’autonomia costituiscono i principi base5”.

I Patti educativi sono lo strumento con cui privare la scuola della sua finalità educativa per consegnarla alle aziende del Territorio che condizioneranno programmi e finalità. I Patti educativi sono un contratto che destabilizza gli ultimi residui di comunità in nome della scuola azienda che pare sia il luogo irenico dove le personalità devono formarsi:

L’idea dei Patti educativi di comunità è quindi di aprire alla scuola reali spazi di arricchimento formativo e, a un tempo, rendere la comunità corresponsabile dell’educazione dei giovani, dando piena attuazione alla legge sull’autonomia. Qui diviene cruciale il rapporto con l’università e i centri di ricerca, che devono avere la possibilità di costruire relazioni più strette con la scuola, in modo da garantire un «travaso» continuo dei loro studi e la loro messa a disposizione di un sistema educativo che deve poterli tradurre – soprattutto per quanto riguarda le materie scientifico-tecnologiche (Science, Technology, Engineering and Mathematics, STEM), cioè quelle più legate all’evoluzione delle scienze sperimentali – nella capacità di lavorare in gruppo per risolvere problemi complessi. Del resto, le imprese che stanno affrontando oggi la transizione verso la Quarta rivoluzione industriale richiedono proprio queste competenze – le cosiddette soft skills –, basate sull’antico principio già chiarito da Adam Smith secondo cui l’efficienza non nasce dalla specializzazione individuale, ma dalla capacità di rendere fra loro complementari le singole specializzazioni, in un contesto che sappia affrontare e risolvere problemi complessi e inediti6”.

 

Fine dell’Umanesimo

L’istruzione professionale andrebbe elevata immettendo nei curricula degli studenti formazione umanistica e filosofica, tali studenti sono deficitari dello strumento lingua senza il quale non vi è democrazia, invece si punta ad estendere la formazione professionale e tecnologica a tappeto per ridurre il pensiero astratto e la sua capacità di problematizzare. La scuola deve diventare un immenso campo di preparazione al lavoro che non c’è e ci sarà sempre meno:

Il rilancio della formazione professionale diviene essenziale non solo per offrire ai giovani prospettive concrete di realizzazione lavorativa e umana, contribuendo in maniera significativa a ridurre la dispersione di risorse e di talenti, ma anche per garantire la crescita alle imprese che hanno necessità di specifiche competenze tecniche accompagnate da capacità di giudizio e visione, che permettano al singolo di affrontare anche fasi di rapido cambiamento7”.

Il senso critico esige informazioni e strutture concettuali e linguistiche da usare in modo divergente, sembra, invece che siano un limite, si sa “con la cultura non si mangia”, e l’essere umano è solo un consumatore che divora e produce. La cultura umanistica dev’essere un orpello, un retaggio residuale del passato al servizio della nuova religione scientifica, ma senza di essa non vi è comunità, né creatività: i più grandi scienziati sono stati grandi umanisti, poiché i linguaggi plurali alimentano il senso critico:

Liberata dall’obbligo di fornire soprattutto nozioni, proprio in questa situazione la scuola torna a essere necessaria in quanto «maestra di vita», dovendo insegnare ai ragazzi a comprendere fenomeni complessi su cui esercitare una capacità di giudizio, che permetta loro di affrontare situazioni incerte e difficili con la capacità di costruire comunità, che possano usare tutti gli strumenti offerti dalla tecnologia senza esserne usati. Questo richiede una scuola che investa di più in cultura scientifica, non in opposizione alla cultura umanistica, ma che integri le conoscenze relative alle STEM in una visione della persona che deve potersi fondare su una cultura dell’uomo e della società che costituisce la base del sapere. Disporre di una solida formazione matematica significa aumentare il nostro grado di libertà nei confronti delle tecnologie che oggi dominano la nostra vita. Significa aumentare il nostro grado di comprensione di fenomeni complessi, senza cadere nella trappola di sempre nuove dipendenze tecnologiche, come chiaramente indica Carimali [2018], che esorta a cogliere il valore delle STEM nella loro integrazione con la cultura umanistica come fattore fondamentale di libertà. Se dunque l’approccio scientifico-matematico deve fornire ai giovani gli strumenti metodologici per strutturare una capacità di ragionamento più sistematico – che impieghi allo stesso tempo capacità di astrazione e strumenti di sperimentazione – le discipline umanistiche offrono a quel ragionamento la profondità che permette di posizionare i propri giudizi nel tempo e nello spazio. La tanto bistrattata storia e l’ormai dimenticata geografia divengono oggi più che mai strumenti essenziali per affrontare la complessità di eventi altrimenti incomprensibili. L’insegnamento dell’italiano serve del resto a dare a tutti «le parole per dirlo», cioè il primo strumento per esprimere con autonomia e appropriatezza un pensiero, senza che siano altri ad appropriarsi dei nostri sentimenti, parlando per noi o formulando luoghi comuni passati per buon senso8”.

 

L’italiano deve insegnare a dire cosa?

Se l’intero asse educativo è orientato verso l’azienda e le tecnologie, la parola dev’essere finalizzata, si deduce, alla compravendita. In tale cornice solo un ingenuo potrebbe pensare che si possa credere alla lingua quale mezzo per la socialità solidale. La socialità diviene con il canto e la musica (CAMPUS) di sostegno al Patto educativo con il Territorio. Si vorrebbe limitare la frammentazione individualista con momenti ricreativi, con fugaci esperienze comunitarie in una cornice di individualismo economicistico senza limiti. L’arte e la musica esigono una lunga preparazione, pertanto in tale contesto, in cui la formazione è breve e superficiale sono solo intrattenimento senza concetto:

È comunque in una scuola a tempo pieno che può essere sviluppato quell’insieme di attività volte a costruire una nuova socialità, a partire proprio dal momento in cui si mangia insieme, momento fondamentale per un’educazione civica nel senso più pieno del termine. Per queste ragioni il Rapporto finale ha attribuito molta enfasi alle materie CAMPUS (Computer/Coding, Arte, Musica, Polis, Sport: cfr. cap. 6, par. 4) e all’educazione alla creatività e all’affettività, da condividere e costruire con il territorio tramite i citati Patti educativi di comunità: sono questi i cardini per costruire comunità che vogliano ritrovare la via dello sviluppo dopo la crisi9”.

 

Scuola e mobilità sociale

L’immobilità sociale è causata dall’oligarchia del mercato e dalla conseguente pessima distribuzione dei poteri e delle ricchezze. La professionalizzazione della scuola comporterà precarietà culturale al servizio del mercato globale, se non si agisce sulla struttura economica dominata dal monopolio e dal privilegio derivante dai redditi, non vi può essere “merito” e “mobilità sociale”, ma pare che colpevole sia la scuola dell’immobilità sociale, pertanto urge una sua “riforma”:

D’altra parte la scuola sembra essere diventata un ascensore immobile, non più in grado di portare chiunque ne abbia le capacità e la volontà ai piani alti della nostra struttura economica e sociale. Come abbiamo evidenziato in precedenza, già prima della pandemia in Italia quasi un ragazzo su due aveva un diploma che non era sufficiente a garantirgli un lavoro; nel Sud solo un diplomato su tre trovava un impiego al termine degli studi; la stessa laurea non era più garanzia di crescita sociale, se poco meno di quattro laureati su dieci in Italia – ma quasi sei su dieci nel Mezzogiorno – non trovavano soddisfazione alle loro ambizioni di lavoro. Ricostruire curricula scolastici che permettano di formare i ragazzi e conquistare competenze, abilità e capacità di giudizio diviene quindi necessario, ma diviene altrettanto fondamentale che queste siano «virtù» riconosciute e condivise come condizioni necessarie per lo sviluppo dalle imprese, dalle istituzioni e dalla società tutta10”.

Diminuendo il tempo scuola si toglie tempo per capire e capirsi, non si democratizza il sistema, perché solo nella partecipazione vi è la vera mobilità della comunità democratica che si traduce in mobilità per merito e non per provenienza sociale:

Bisogna domandarsi se non sia giunto il momento di portare il ciclo secondario da cinque a quattro anni innalzando l’obbligo scolastico – da raggiungere anche con percorsi professionalizzanti che portino a una qualifica – dagli attuali 16 anni (senza riconoscimento di fine ciclo) ai 17. Le molte sperimentazioni già in corso da anni sui licei quadriennali sono in questo senso confortanti. D’altra parte per coloro che seguono il percorso triennale di FP si potrebbe delineare un quarto anno – già diffuso in molte Regioni del Nord – basato sui già citati Programmi di inserimento lavorativo (PIL), cioè con un tirocinio in parte curricolare e in parte lavorativo monitorato da un docente e da un tutor aziendale o con un apprendistato formativo, che potrebbe portare a un diploma con possibilità di accesso a un ITS, completando così la filiera11”.

La pubblica istruzione come “filiera di produzione” è la verità della storia dei nostri giorni, in cui il linguaggio unidirezionale del mercato divora ogni potenzialità critica in “senso non adattivo”. Il silenzio di molti, tra cui i docenti, consente l’affermarsi della nuova logica di mercato sul cui altare è sacrificata una lunga tradizione culturale, la democrazia ed il suo futuro. Si rammenti il discorso di Calamandrei sulla pubblica istruzione per capire il declino dell’odierna prospettiva e dei legislatori:

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private12”.

Per una scuola all’altezza della democrazia e della globalizzazione necessitiamo di formazione, e non certo della scuola smart dei nuovi padroni del capitale, del futuro e delle parole. Contro il nuovo fascismo dell’aziendalizzazione integrale che sostituisce partiti e politica con il totalitarismo dell’economicismo abbiamo bisogno di una scuola che metta al centro la comunità solidale e non certo l’azienda, perché questo possa essere la comunità tutta deve difendere la scuola, affinché non venga tradito il dettato costituzionale. L’articolo II della Costituzione fonda la Repubblica sullo sviluppo integrale della personalità contro ogni tendenza alla mutilazione programmata della stessa:

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

La comunità democratica è il luogo dove le personalità di ciascuno possano mettere in atto le potenzialità nella relazione non mercificata dai processi di reificazione. La scuola e l’istruzione costole del mercato sono la realizzazione del nichilismo che nega la persona per consegnarla come ente alle forze globali del plusvalore, con tale realtà dobbiamo confrontarci per capire il presente e deviare dalla “corrente fredda” che rischia di congelare il futuro e di inchiodare le menti alle ombre della caverna-mercato.


Note

1 Patrizio Bianchi Nello specchio della scuola Il Mulino pp. 32 33

2 Ibidem pag. 44

3 Ibidem pag. 59

4 Ibidem pag. 63

5 Ibidem pag. 68

6 Ibidem pp. 70 71

7 Ibidem pag. 79

8 Ibidem pp. 81 82

9 Ibidem pag. 82

10 Ibidem pag. 84

11 Ibidem pag. 94

12 Discorso di Piero Calamandrei, pronunciato al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma 11 febbraio 1950

da qui

Francesco De Gregori in concerto

 

giovedì 29 aprile 2021

Ecatombe in mare mentre noi parliamo d’altro, la Ue non sia una fortezza - Oreste Pivetta

Centotrenta morti annegati di fronte alla Libia, mentre in Italia ci si accapiglia sulle riaperture sì sulle riaperture no, su come distribuire duecento miliardi, una parte dei settecento e cinquanta miliardi del cosiddetto Next Generation Eu che sono poi solo un anticipo rispetto ai mille e oltre miliardi del Quadro finanziario poliennale 2027, europeo naturalmente, mentre si litiga sull’ora in cui andare a cena o sulla licenza di aperitivo, si invoca l’intervento di schiere di psicologi per sanare lo spirito dei giovani incrinato dall’impossibilità della frequenza scolastica, si grida alla “liberazione” perché una zona arancione verrà promossa a gialla… Qualcuno osserverà: quanta demagogia, che cosa c’entrano quei morti con le nostre giuste pretese, con i nostri ricchi progetti, con le future attese, con il pil che s’alzerà di botto. Forse non c’entrano proprio nulla: stiamo scrivendo di mondi separati, noi qua loro là. Questa è la vita, questa è la realtà, come ci richiamano i titoli di alcuni quotidiani, che magari non dimenticano l’ennesima sciagura, ma con fermezza e con ampiezza ci spiegano che per loro conta altro.

I titoli dei giornali

Prendete Repubblica. Sotto la testata “Cento migranti morti. Le Ong: colpa dell’Europa”, il titolo grande e grosso ci riporta alle questioni che ci preoccupano davvero: “Il big bang dei 5Stelle”. Non aspettavamo altro. Il “popolo” italiano non attendeva altro.
Prendete Il fatto: “Vitalizi, due sberle/ al corrotto Formigoni”. Si direbbe: giustizia è fatta, ci siamo levati un peso.
Prendete il Corriere: “Virus: così riapre l’Italia”. Un sospiro di sollievo: libertà, libertà… Foto notizia: “La nostra nave in un mare di corpi”. Testimonianza dei soccorritori.
Prendete Libero: niente (foto notizia a pagina dieci).
Ovviamente devo citare il Manifesto: “Strage di Stati”. E la Stampa: “Il mare della nostra vergogna”. Mi pare che in senso politico e in senso morale colgano il significato di quanto è accaduto.

Quanto è accaduto non è il caso di un giorno. E’ una lunga storia che somma migliaia e migliaia di vittime, non solo gli annegati, anche i malati, i bambini senza scarpe, gli attendati sotto la neve nei campi profughi immersi nel fango ai confini con i paesi del benessere, i vecchi che trascinano a stento qualche bagaglio, gli abbandonati che dormono sotto qualche portico, gli schiavi dei campi che sopravvivono nelle baracche, i bastonati, i picchiati, gli affamati… Quanti sono? Non sappiamo contarli. Li vediamo? Possibilmente no, perché “non è mai colpa nostra”, anche se “noi” siamo i governi che questo mondo esprime.

Europa senza una strategia

La responsabilità è degli “Stati”, come ricorda il Manifesto. Più precisamente la responsabilità è dell’Europa, che sta a guardare, che non sa proporre una strategia unitaria, che mette una pezza qui e una là, che in trenta o quarant’anni non è riuscita individuare una strada. Non è accoglienza, non è rifiuto. E’ perenne conflitto di interessi, è ipocrisia. Il Giornale di Sallusti rispolvera un’espressione che gli è cara: “L’ecatombe buonista…”, ispirato evidentemente da Salvini (“… altro sangue sulla coscienza dei buonisti”, i buonisti che “di fatto agevolano gli scafisti” ) e monta la polemica contro chi organizza i soccorsi, contro chi crede nell’ospitalità e nella solidarietà.

Ma il Giornale, nella sua nauseante attenzione al cortile, trascura il termine vero, “ecatombe”, che, buonisti o no, mette angoscia e vergogna e che rimanda alla miserabile cultura del privilegio da salvaguardare, dell’autodifesa, della paura, che conosciamo da molto tempo, quando sulle nostre spiagge o giù di lì comparvero i “vu cumprà”, quando dalle carrette arrugginite sbarcarono sulle coste pugliesi migliaia di albanesi o dall’orizzonte di Lampedusa si avvicinarono alla costa i primi barconi (con i primi cadaveri). “Ecatombe” rimanda anche al deserto della politica, senza voce, senza autorevolezza, senza piani, senza condivisione. Si potrebbe rifare il percorso della “nostra politica”, dagli eroici moti leghisti capeggiati da Bossi e dall’indimenticabile Borghezio alla difesa delle nostre coste esercitata dal capitano Salvini. Ricostruire servirebbe. Vado alla fine di una eventuale ricostruzione, ricordando da quanto tempo si trascina la discussione sullo jus soli. I giovani, che ne avrebbero il diritto, saranno intanto diventati madri e padri.

Sarebbe pure utile non dimenticare la storia della migrazione, senza per forza ricorrere a tempi lontani, ad epoche antiche, alla fuga dall’Italia verso le Americhe o al dopoguerra nel vecchio continente. Basterebbe appunto risalire ai nostri ultimi trent’anni: uno sguardo all’Italia, uno sguardo agli altri paesi che stanno ai nostri confini, per un bilancio d’umanità ma anche di scelte che non hanno quasi mai superato l’occasione.

La catastrofe umanitaria

Il nostro presidente del Consiglio a Tripoli ha proposto un accordo globale, che aiuterà la Libia a ritrovare forse stabilità, che riguarderà economia, infrastrutture, energia, ha proposto il rafforzamento della guardia costiera libica, lo smantellamento dei campi di detenzione, la possibilità di rimpatri (anche attraverso incentivi economici), corridoi umanitari per chi avrebbe diritto d’asilo. Ma nessuno può pensare che l’Italia da sola possa far fronte a quella che non è difficile definire “catastrofe umanitaria”. Le definizioni spiegano la storia: siamo passati dalle metafore aggressive, tipo invasione, ondata, tsunami, alla resa dei conti della “catastrofe”. Di fronte alla catastrofe l’Europa tutta dovrebbe battere un colpo, dopo quelli battuti in ritirata negli anni passati, l’ultima volta nel 2019, quando le navi militari europee impegnate davanti alle coste libiche ripiegarono nei loro porti d’origine e la missione Sophia si chiuse tristemente, grazie al premuroso impegno dell’allora ministro Salvini e del primo governo Conte.

I morti annegati dell’altro giorno, ultimo per ora quadro di una sofferenza che è difficile immaginare da casa nostra e che forse proprio per questo ci pare lontana e ci lascia indifferenti, chiedono qualche cosa di più della pietà dell’ora dopo o del giorno dopo. Ricordiamo Alan Kurdi, il bambino, il corpicino immobile sulla spiaggia, 2 settembre 2015. Mai più, si era detto. Quante altre volte?
Una domanda ancora: può prosperare l’Europa del Recovery plan alla maniera di una fortezza che si affaccia sul Mediterraneo diventato una tomba? la fine di questa tragedia non è una 
condizione del progresso europeo, che quei miliardi dovrebbero consentire?

da qui

La nuda vita e il vaccino - Giorgio Agamben

 

Più volte nei miei interventi precedenti ho evocato la figura della nuda vita. Mi sembra infatti che l’epidemia mostri al di là di ogni possibile dubbio che l’umanità non crede più in nulla se non nella nuda esistenza da preservare come tale a qualsiasi prezzo. La religione cristiana con le sue opere di amore e di misericordia e con la sua fede fino al martirio, l’ideologia politica con la sua incondizionata solidarietà, perfino la fiducia nel lavoro e nel denaro sembrano passare in second’ordine non appena la nuda vita viene minacciata, seppure nella forma di un rischio la cui entità statistica è labile e volutamente indeterminata.

È venuto il momento di precisare senso e origine di questo concetto. È necessario per questo ricordare che l’umano non è qualcosa che sia possibile definire una volta per tutte. Esso è piuttosto il luogo di una decisione storica incessantemente aggiornata, che fissa ogni volta il confine che separa l’uomo dall’animale, ciò che nell’uomo è umano da ciò che in lui e fuori di lui non è umano.

Quando Linneo cerca per le sue classificazioni una nota caratteristica che separi l’uomo dai primati, deve confessare di non conoscerla e finisce col porre accanto al nome generico homo soltanto il vecchio adagio filosofico: nosce te ipsum, conosci te stesso. Questo è il significato del termine sapiens che Linneo aggiungerà nella decima edizione del suo Sistema della natura: l’uomo è l’animale che deve riconoscersi umano per esserlo e deve per questo dividere – decidere – l’umano da ciò che non lo è.

Si può chiamare macchina antropologica il dispositivo attraverso cui questa decisione si attua storicamente. La macchina funziona escludendo dall’uomo la vita animale e producendo l’umano attraverso questa esclusione. Ma perché la macchina possa funzionare, occorre che l’esclusione sia anche una inclusione, che fra i due poli – l’animale e l’umano – vi sia un’articolazione e una soglia che insieme li divide e congiunge. Questa articolazione è la nuda vita, cioè una vita che non è né propriamente animale né veramente umana, ma in cui si attua ogni volta la decisione fra l’umano e il non umano. Questa soglia, che passa necessariamente all’interno dell’uomo, separando in lui la vita biologica da quella sociale, è un’astrazione e una virtualità, ma un’astrazione che diventa reale incarnandosi ogni volta in figure storiche concrete e politicamente determinate: lo schiavo, il barbaro, l’homo sacer, che chiunque può uccidere senza commettere un delitto, nel mondo antico; l’enfant-sauvage, l’uomo-lupo e l’homo alalus come anello mancante fra la scimmia e l’uomo fra l’Illuminismo e il sec. XIX; il cittadino nello stato d’eccezione, l’ebreo nel Lager, l’oltrecomatoso nella camera di rianimazione e il corpo conservato per il prelievo degli organi nel sec. XX.

Qual è la figura della nuda vita che è oggi in questione nella gestione della pandemia? Non è tanto il malato, che pure viene isolato e trattato come mai un paziente è stato trattato nella storia della medicina; è, piuttosto, il contagiato o – come viene definito con una formula contraddittoria – il malato asintomatico, cioè qualcosa che ciascun uomo è virtualmente, anche senza saperlo. In questione non è tanto la salute, quanto piuttosto una vita né sana né malata, che, come tale, in quanto potenzialmente patogena, può essere privata delle sue libertà e assoggettata a divieti e controlli di ogni specie. Tutti gli uomini sono, in questo senso, virtualmente dei malati asintomatici. La sola identità di questa vita fluttuante fra la malattia e la salute è di essere il destinatario del tampone e del vaccino, che, come il battesimo di una nuova religione, definiscono la figura rovesciata di quella che un tempo si chiamava cittadinanza. Battesimo non più indelebile, ma necessariamente provvisorio e rinnovabile, perché il neo-cittadino, che dovrà sempre esibirne il certificato, non ha più diritti inalienabili e indecidibili, ma solo obblighi che devono esser incessantemente decisi e aggiornati.

da qui

Dal rumore bianco al virus: il silenzio di Don DeLillo - coltrane59

 

Nell’ottobre del 2020 è stato pubblicato il breve romanzo “Il silenzio” di Don DeLillo.

Una coppia in volo verso New York e altre tre persone che stanno aspettando, in un appartamento di Manhattan, per vedere insieme il Super Bowl. Un blackout improvviso costringe l’aereo a un atterraggio di fortuna e gli schermi dei televisori e dei cellulari diventano improvvisamente neri. Cosa sta succedendo? Una guerra, un attentato terroristico o una ribellione improvvisa della tecnica e della natura? Le parole e i pensieri di queste cinque persone, rinchiuse in un appartamento di Manhattan nel 2022 da questa emergenza tecnologica, permettono al grande scrittore americano di raccontare le paure e i limiti di questo mondo devastato da consumismo sfrenato, tecnologie digitali, paura della morte e vita atomizzata.

Nel romanzo “Rumore bianco” (1985) DeLillo ci racconta di una nuvola tossica che esce da un vagone ferroviario e infonde nelle persone la paura della morte, la consapevolezza di non adeguarsi a ciò che non conosciamo e l’impossibilità di sottrarsi a quei rimedi o farmaci che allontanano le nostre angosce: “Non è che non ami la vita; è restare sola che la spaventa, Il vuoto, il senso di buio cosmico.”

Tutto intorno alla storia ruota un mondo di consumismo, TV, suoni, luci, onde, radiazioni, farmaci, carte di credito, famiglia e sogno americano che da una parte nasconde, nella vita di tutti i giorni, questo malessere oscuro e dall’altra è parte integrante e costitutiva di questa nostra incapacità di vivere e sognare un’ altra vita.

Nel romanzo “Il silenzio” questi temi vengono ripresi e moltiplicati anche a causa della pandemia in corso che viene citata direttamente: “Ma abbiamo ancora freschi nella nostra mente i ricordi del virus, della peste, delle code infinite nei terminal degli aeroporti, delle mascherine, delle vie cittadine completamente vuote”. A partire da questa riflessione Tessa, di fronte a questa nuova emergenza, pone una delle domande decisive che scaturiscono dai protagonisti di questo racconto.

Cosa sta succedendo? Chi ci sta facendo tutto questo?

 

Il soggetto

Di fronte allo schermo della TV che rimane nero Max comincia la sua telecronaca della partita, intervallata da qualche messaggio pubblicitario: proprio come un corpo che ormai ha interiorizzato il linguaggio della TV, della telecronaca dello sport e del consumo e trasmette direttamente le parole e i segni del mezzo di comunicazione, dando vita a un altra versione di se stesso.

Ma allora che cosa rimane del soggetto? E gli altri?

“Cosa vedono gli altri quando camminano per strada e si guardano a vicenda? La stessa cosa che vedo io? Tutte le nostre vite, tutto questo guardare. La gente che guarda.

Ma cos’è che vede? Che cinema vogliono gli altri?”

E adesso, dopo questa interruzione forzata della vita normale, dove sono gli altri? I viaggiatori, i giramondo, i pellegrini, la gente nelle case, nelle villette? Dove sono le macchine e i camion, i rumori del traffico? Anche quando i cinque protagonisti si ritrovano insieme nell’appartamento, di fronte a questa disastro tecnologico e umano, non riescono a diventare un insieme o una comunità pronta a resistere e a reagire. “Forse ognuno di quegli individui rappresentava un mistero per l’altro, per quanto il loro legame potesse essere stretto, ognuno di loro era racchiuso nella propria individualità in modo così naturale da sfuggire a qualsiasi definizione conclusiva… Il mondo è tutto, l’individuo niente. L’abbiamo capito tutti questo?”

 

La memoria

Quando sono in aereo Jim e Tessa non riescono a ricordare alcuni nomi. La velocità degli algoritmi e la tecnica digitale ci permette, attraverso il nostro cellulare, di ricordare tutti quei nomi che non ci dicono più nulla. Lo schermo aiuta a nascondersi dal rumore di fondo di quei nomi e di quelle storie dimenticate ma quando “un elemento mancante viene a galla senza l’ausilio di alcun supporto digitale, ognuno lo annuncia all’altro con lo sguardo perso in lontananza, l’aldilà di ciò che si sapeva un tempo e che è andato smarrito.”

Come i gradini che si contavano da bambini e come oggi sia difficile ricordarsi di qualche evento o emozione vissuti da bambino. Lo scrittore in queste righe mette in discussione il ruolo della memoria nel mondo digitale e la capacità perduta di recuperare fatti, connessioni, relazioni e sogni del nostro vissuto individuale e collettivo.

“Non c’è altro da dire che quello che ci viene in mente, perché tanto alla fine nessuno di noi ne conserverà la memoria”.

 

Il pensiero e la tecnologia

Quando i protagonisti del racconto vedono dappertutto solo schermi neri, dalle lavagne dell’ospedale ai cellulari, dalle TV ai tablet, l’evento eccezionale sembra mostrare loro la dipendenza totale del nostro mondo dalla tecnologia, quasi come “tossicodipendenti digitali che non possono usare i loro cellulari fuori uso”.

Ormai il nostro corpo è soltanto il mezzo o l’anello di congiunzione tra il pensiero e la tecnologia.

Ma cos’è realmente la tecnologia? Cosa sono veramente i BOT, i device, gli algoritmi, le criptovalute, ora che tutto sembra antiquato e il futuro sta prendendo forma troppo presto? DeLillo sembra dirci che l’intelligenza artificiale sta tradendo ciò che siamo e il mondo in cui viviamo e pensiamo. Una vera e propria tecnosfera, con un controllo granulare diffuso e interminabili dati di geolocalizzazione satellitare, che avvolge e che pervade ogni pensiero e ogni azione.

 

Siamo in Guerra!

Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la quarta guerra mondiale si combatterà con pietre e bastoni”. Con questa citazione di Albert Einstein (che probabilmente lo scienziato non ha mai scritto né pronunciato) inizia il libro. Nella seconda parte lo studente Martin, come un robot che ha incorporato la voce e il pensiero di Einstein, di fronte alla catastrofe incombente ribadisce il concetto: “Nessuno vuole chiamarla terza guerra mondiale ma è di questo che si tratta!”

In questi ultimi decenni la guerra procede nelle sua varie forme: morte e miseria reale nelle periferie del mondo, accumulazione del capitale senza limiti, inquinamento atmosferico, attacchi informatici, intrusioni digitali, aggressioni biologiche, antrace, vaiolo, virus e agenti patogeni vari lasciando sul campo morti, menomati, depressi, dipendenti da farmaci e droghe varie; soprattutto fame e povertà. Una guerra diffusa che ormai possiamo vedere e sentire fisicamente e psicologicamente, una guerra di droni che ormai stanno diventando autonomi con un loro linguaggio e una loro analisi.

 

Vita e natura

In questo “eccesso di cose generato da un codice sorgente troppo limitato” e in questa interruzione della normalità la gente deve continuare a ripetersi di essere ancora viva.

“Noi siamo pur sempre i frammenti umani di una civiltà”. In questo romanzo nero, pessimista e chiuso in se stesso, i personaggi, a volte, sembrano svegliarsi da questo torpore di fondo e ricercano, nei loro velati ricordi e nei loro discorsi casuali, un’altra vita.

Tessa e Jim si chiedono che cosa vuol dire veramente tornare a casa e soprattutto, in questo momento indefinito, dove è la casa?

Diane invece pensa di voler tornare a insegnare, insegnare la fisica del tempo il tempo assoluto, la freccia del tempo, il tempo e lo spazio; “riprendere alcuni appunti, parole, parole depositate in un tempo immemore”.

In questa assenza di senso e di futuro che viviamo, ingabbiati da tempo ormai in questa pandemia infinita, è necessario ricercare una luce e chiedersi “Ci sarà il sole? Chi sa cosa significa tutto questo? La nostra normale esperienza ha semplicemente subito una caduta d’arresto? Stiamo assistendo a una deviazione della natura?”.

Oppure vivere alla giornata, avere un atteggiamento più pragmatico: “Qualcosa da mangiare, un luogo dove stare riparati… Tendere alle cose fisiche più semplici. Toccare, percepire, mordere, masticare. Il corpo alla fine fa di testa sua.”

Ma l’ultimo dei protagonisti sembra non ascoltare più e non capire niente di queste ultime riflessioni. Si limita a fissare lo schermo nero della TV e rimane aggrappato a quel mondo digitale oscuro.

Ancora una volta Don DeLillo non indica vie d’uscita alle crisi globali del mondo attuale, ma riesce a mostrare, naturalmente e chiaramente, i limiti, le paure, il rumore di fondo e il silenzio assoluto della nostra vita quotidiana.

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