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venerdì 28 gennaio 2022

Grandezza di Stanislaw Lem - Alberto Mittone

 

Esistono autori sfortunati, messi nell’angolo perché affetti da disattenzione oppure perché girovaghi tra gli editori oppure ancora perché tradotti a singhiozzo. Stanislaw Lem, polacco nato nel 1921 e morto nel 2006, è uno di questi ma la sua sfortuna è immeritata. Conosciuto soprattutto, e forse quasi esclusivamente, per Solaris del 1961 (da ultimo in Sellerio) e per il conseguente film del 1972 di Tarkovsjij, al pubblico italiano giunge la sua produzione in termini incompleti e ondeggianti tra svariati editori, Sellerio, Marcos, Voland, Bollati Boringhieri, Mondadori con Urania, o addirittura in attesa di traduzione (su di lui doppiozero, Maculotti, “La fantascienza apocrifa di Stanislaw Lem” e Orlando Meloni, “Il ritorno di Stanislaw Lem”). Ma perché questa sorte nonostante la fama mondiale, la candidatura al Nobel nel 1977, la vendita nel mondo di migliaia di copie, il Premio di Stato della Polonia nel 1973, il Grand Prix al terzo Congresso Europeo di Fantascienza nel 1976? 

 

La risposta più semplice, e come spesso avviene forse la più banale, è che il nostro paga l’atipicità rispetto alla letteratura di fantascienza dominante, in cui peraltro si immerse dal 1951 con Gli argonauti (conosciuto anche come Il pianeta morto, in Baldini e Castoldi), per poi non più coltivarla fino al 1987 con l’ultima opera Il pianeta del silenzio (in Mondadori). I suoi articoli e saggi scientifici andarono presto a scontrarsi contro la dottrina del regime staliniano, e caduto in disgrazia fu costretto a guadagnarsi da vivere come assistente di laboratorio. Tornerà a scrivere soltanto alcuni anni più tardi, soprattutto a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. 

La fantascienza di Lem è fortemente innervata da intenti speculativi, scaturiti dall’ampia conoscenza in materie forse opposte ma dotate di punti di contatto, dalla filosofia alla medicina in cui si laureò, alla cibernetica tanto da essere un fondatore dell’Accademia di Cibernetica ed Astronautica. La scelta della fantascienza come forma espressiva è per lui cruciale, in quanto la considera non già una scrittura di evasione, ma il veicolo per proporre romanzi filosofici, così passando “dal ghetto della fantascienza a quello della critica specializzata”. Qualcuno ha notato che “quello che disturba Lem nella produzione commerciale americana è lo spreco di potenzialità creative. Crede nelle possibilità della fantascienza, ma intesa alla maniera rigorosa di Wells. Nei suoi epigoni scorge debolezza intellettuale e una tendenza a mascherare i vecchi cliché della fiaba” (Lippi, Introduzione a Ritorno dall’universo del 1961, Mondadori). 

 

Questo è il punto: Lem non si pone il problema se uno scritto è buono o cattivo, al di là della collocazione in un genere. Per lui invece la scelta di campo è rilevante in quanto ritiene la fantascienza percorsa da due scie narrative, quella popolare e quella speculativa. Ha in altre parole una doppia anima, come quando nel passato venivano distinti il filone legato alle innovazioni tecnologiche (alla Verne) e quello fondato su scenari filosofici e umanistici (alla Wells). La tormentata distinzione tra letteratura "alta" e "bassa" oggi è in declino in quanto, osservava Eco, il problema non è costruire i generi e incasellare le opere all’interno, ma adottare un criterio per distinguere se l’opera sia valida o meno (“Il mondo della fantascienza”, in Sugli specchi, Bompiani, 1985). E questo perché i mondi sono interconnessi, spesso conflittuali tra loro, cui partecipano i mezzi di comunicazione e la cultura collettiva. E la contaminazione rappresenta un segno distintivo della fantascienza, la quale si afferma come narrativa in cui l'autore inventa una vicenda (fiction) e nel contempo introduce elementi da far risultare verosimili (science). Al suo interno, si è osservato, sembrano coesistere due momenti, l’interpolazione che introduce dati nuovi nella lettura della realtà e l’estrapolazione che li estrae per ricavare conclusioni spesso sorprendenti (Groccia, “La biblioteca inesistente: qualche esempio di fantastico non classificabile”).

 

Queste convinzioni sono la cornice entro cui ha scritto Lem. Fu radiato nel 1976 dall’Associazione americana degli scrittori di fantascienza per aver sostenuto che “la fantascienza è un caso senza speranza, con eccezioni” in quanto al 99% è un genere di consumo, massificato, dozzinale, ondeggiante tra la creazione di facili mondi fiabeschi o inversioni ingenue del mondo reale. Al contrario essa deve concentrarsi sull’“inesistente possibile”, su visioni omogenee con la scienza pur oltrepassando il presente, con un ruolo che non ammette sbavature. Deve rappresentare il funzionamento del pensiero scientifico, avendo però presente che esso riduce le antinomie e si considera un soggetto indifferente agli effetti dei suoi lavori. La letteratura invece non è un trattato scientifico, si nutre di contraddizioni e si articola su “un’irresolubilità semantica”. Lem è impegnato in una produzione didattica, un collegamento tra scienze naturali e lettere umanistiche, mondi che si guardano da lontano per timore di contaminarsi. Folgorato dallo straordinario progresso scientifico di quegli anni, sembra interpretare l’auspicio di Italo Calvino di una letteratura che costruisca ponti tra la logica scientifica e il linguaggio quotidiano, dal momento che “la scienza moderna offre immagini non visive, che possono essere comprese solo astrattamente e concettualmente” (Le cosmicomiche, Einaudi 1965). 

 

Un immaginario professore scrive che “La stampa ha insinuato che l’astronauta Tichy si sarebbe valso dell’aiuto di qualcuno e addirittura che non sarebbe mai esistito. Le sue opere sarebbero state create da un fantomatico dispositivo chiamato «Lem» che secondo versioni estreme sarebbe addirittura un essere umano. In realtà chiunque abbia una conoscenza, anche superficiale, della storia della cosmonautica sa che LEM è la sigla di LUNAR EXCURSION MODULE, cioè del modulo di esplorazione lunare che fu costruito negli USA nell’ambito del «Progetto Apollo» (Memorie di un viaggiatore spaziale, del 1957, nell’antologia, in Marcos e Marcos e poi Mondadori)”.

Suo bersaglio, neppur troppo velato, è Philip Dick, definito visionario per ciarlatani perché crea visioni basate su debolezze scientifiche, progetti grandiosi ma irrealizzabili. Dick in realtà, che è stato un maestro della realtà non reale, in quel periodo si stava dibattendo con il problema del tempo (Ubik, Tempo fuori luogo, Noi marziani, in Fanucci) ed era disorientato da uno scrittore che frequentava il suo mondo inserendo le idee. Per questo lo riteneva una spia comunista.

 

Forse il visionario era invece proprio Lem, con la sua pretesa di divulgare la filosofia della scienza attraverso il racconto, convinto che lo scrittore di fantascienza debba possedere sì stile da letterato, ma anche cultura da scienziato. E lui lo era e si riteneva tale. “Non sono un esperto… impiego la tattica dei pompieri: sono attratto dal fuoco e vado dove ci sono gli incendi” (“Intervista a Stanislaw Lem” di Piergiorgio Odifreddi, La rivista dei libri, 2002). Lem inoltre ha pagato lo scotto, in quei decenni ‘60 e ‘70, di scrivere di fantascienza senza essere anglo-americano, quasi da infiltrato come capitò a scrittori sovietici, celebrati da noi quasi di soppiatto nella collana loro dedicata a fine anni ‘60 dall’editore romano FER (ben 7 volumi oggi trattati come una reliquia).

Il volume Universi ora in esame racchiude romanzi e racconti scritti tra il 1957 e il 1996 ed è impostato su due sezioni, una con cinque pezzi di fantascienza pura, un’altra con cinque testi riuniti da un denominatore comune su cui ci si intratterrà. 

 

La prima parte consente di avvicinarsi ai temi classici di Lem attraverso scritti dispersi ed uno non ancora tradotto appartenenti al cd ‘ciclo cibernetico’. In Fiabe per robot del 1964 (in Marcos y Marcos) si immagina come potrebbero essere le fiabe scritte per robot da robot che diventano così protagonisti creatori. Cyberiade del 1965 (in Mondadori e Marcos y Marcos) racconta le bizzarre avventure degli inventori amici e rivali Trurl e Klapaucius, pronti ad escogitare macchine avveniristiche per risolvere problemi interstellari, che quasi sempre si ritorcono contro. Lo stesso stile, tra umoristico e parodistico, si trova in Memorie di un viaggiatore spaziale del 1957 (dianzi citato) che, accostate al Gulliver di Swift, narrano le vicende di un astronauta in viaggio nel cosmo, tra mondi abitati da robot impauriti dagli umani, e in I viaggi del pilota Pirx del 1968 (in Mondadori), ambientati in un futuro popolato da collegamenti regolari con i pianeti e viaggi di chiassosi turisti tra la Terra e la Luna. Epidemie a bordo, equipaggi di fortuna e robot impazziti movimentano le vicende. L’astronauta Pirx affronta le difficoltà da disincantato protagonista dell'era spaziale, conoscitore degli itinerari tra stelle e pianeti, ma estimatore della vita sulla Terra dove si può mangiar bene e bere buona birra.

 

L’antologia contiene anche l’inedita traduzione di tredici racconti da Enigma, riuniti in lingua originale nel 1996, alcuni dei quali particolarmente meritevoli di attenzione. Ad esempio “Il martello”, in cui un astronauta che dialoga con un’intelligenza artificiale durante un viaggio, ma scopre che lo sta portando fuori rotta perché non vuole separarsi da lui e quindi fa di tutto per disattivarla. Sembra un’opaca replica del film di Kubrick 2001: Odissea nello spazio, ma è del 1959 mentre il film è successivo, del 1968. In “Invasione” strani oggetti alieni, sferici e trasparenti, cadono sulla Terra e riproducono le fattezze inquietanti di esseri, umani e animali, rimasti uccisi dalla collisione con gli oggetti. “Muffa e oscurità” immagina microbi sintetici, i Whisteria Cosmoloytica, che traggono energia vitale dalla distruzione della materia e che, diffusi nell’ambiente, si replicano all’infinito. Su tutti, a nostro avviso, svetta Centotrentasette secondi” ove un computer è in grado di anticipare il futuro di 137 secondi esatti. Il numero non è banale perché rimanda alla “costante di struttura fine” proprio di 1/137, la più misteriosa delle costanti fondamentali. Quella costante adimensionale , indipendente da un’unità di misura, quasi arbitraria, è interpretata da alcuni scienziati come indizio di incompletezza dell’attuale modo di interpretare le leggi della natura. I protagonisti possono fornire al computer l’inizio di una frase che descrive un avvenimento attuale e ottenerne la conclusione, cioè prevedere quanto accadrà circa due minuti dopo. E poi “Il materassino” che ha come protagonista un uomo d’affari che sospetta di essere stato rapito per ottenere informazioni. In realtà non si tratterebbe di un rapimento qualsiasi, ma impostato su una particolare tecnica con cui una persona, resa incosciente, è collegata a un macchinario che simula la realtà. In questo modo viene fatto credere al rapito di trovarsi nel mondo reale quando invece è vittima di una simulazione, diretta a carpirgli informazioni.

 

L’unico modo per scoprire se si trova nella realtà o nella simulazione, gli suggerisce lo psicologo cui si è rivolto, è verificare l’esistenza di un particolare a lui esclusivamente noto e che eventuali sequestratori nella realtà simulata non sono in grado di riprodurre. Il protagonista, recandosi dal barbiere, nota un materassino a strisce rosse e azzurre in vetrina, ma quando esce le strisce sono divenute bianche e verdi. Gli uomini che lo scortano sostengono che la vetrina sia stata modificata mentre si trovava all’interno. L’altra possibilità però è che i sequestratori gli abbiano innestato gli elettrodi per produrre la simulazione mentre si trovava dal barbiere. Decide così allora di andare a casa per verificare se un documento, noto solo a lui, si trovi ancora nella cassaforte. Ma un allarme bomba gli impedisce di entrare e quando con una gru riesce a recuperare la cassaforte, un crollo la fa finire sotto le macerie. Ritorna allora dal barbiere, chiede di vedere il materassino rosso e azzurro, ma non è più disponibile. Ormai convinto di essere nella realtà simulata, cerca di uscirne con azioni sconsiderate che possano mettere in crisi la simulazione e tenta persino di togliersi la vita. 

 

Il lettore appassionato della produzione di Lem si augura che l’iniziativa editoriale prosegua riportando alla luce testi vagabondi tra scaffali impolverati ed offrendo anche la saggistica non ancora tradotta, come “Dialoghi” del 1957 e “Summa Technologiae” del 1964. Come peraltro si ricava dal catalogo delle opere, originali ed italiane, presente nella parte iniziale del volume (p. XV-XVI), purtroppo omettendone alcune già tradotte (“Esiste davvero, Mr. Johns? del 1955 in Interplanet n. 5 del 1964, “La nebulosa di Magellano” presentata con il titolo “Trovarsi dentro l’incubo” in “La Repubblica” 7.12.2002 e “L’hotel straordinario o il milleunesimo viaggio di Ion il Tranquillo” in Racconti matematici, Einaudi, 2006).

L’antologia, comunque e per fortuna, permette di esplorare alcuni temi cruciali. Innanzitutto gli spazi. Le galassie e l’universo sono per Lem come il mare, realtà insicure e dense di pericoli che mettono alla prova chi è disposto a misurarsi con loro. Nella postfazione a L’invincibile dell’edizione Sellerio (non menzionata nel Catalogo delle opere citato) F. M. Cataluccio scorge acutamente un’analogia con Conrad. Entrambi polacchi, entrambi scrivono anche in altra lingua, entrambi attratti da pianeti e distese marine che sembrano vivere di vita propria. Il mare è un luogo metafisico, isolato, astorico, di pienezza e solitudine, in cui i conflitti spirituali raggiungono le posizioni estreme e radicali, in cui gli uomini vengono a trovarsi drammaticamente alle prese con l’Assoluto” (Lord Jim). E poi, in quegli spazi, avviene il contatto con altre intelligenze, in generale con gli alieni, con la convinzione della loro incomunicabilità.

 

La struttura dei romanzi che si occupano di questo argomento (soprattutto “Solaris” del 1961 dianzi citato, “Il pianeta morto” del 1951 dianzi citato, “Eden” del 1959 in Baldini Castoldi, Editori Riuniti e Mondadori, “L’invincibile” del 1964 dianzi citato, “La voce del padrone del 1968 in Bollati Boringhieri, Il pianeta del silenzio del 1986 dianzi citato, e la “La nuvola di Magellano” del 1955 dianzi citato) si ripete: un incontro con l’ignoto, con una società altra, diversa con la quale l’uomo è costretto a confrontarsi. Non è popolata da umanoidi leggermente differenti, ma di entità indeterminabili, indefinibili, incomprensibili che mettono in difficoltà le nostre sicurezze. La sfida è comunque perduta per l’impossibilità di capire veramente quella realtà, per l’amara consapevolezza che l’umanità è una particella minuscola nell’immensità dell’universo e che esistono leggi di natura non dominabili. Gli alieni, prima di essere una minaccia, sono una sfida alla nostra comprensione: se anche vi fossero, come sarebbe possibile riconoscerli, come sarebbe possibile comunicare stabilire un contatto? Del resto, come osservava Wittgenstein nelle Ricerche logiche, “se un leone potesse parlare non lo capiremmo”. Questo perché l’uomo è limitato pur sentendosi vanamente e orgogliosamente padrone di sé stesso, ma nel contempo schiavo della tecnica che ha introdotto e sta affinando. E così i personaggi dei romanzi-racconti si trovano traumaticamente incapaci di comprendere, addirittura di prefigurarsi gli alieni.

È in atto in realtà un cambiamento antropologico, e Lem s’inserisce a pieno titolo nelle inquietudini novecentesche In Solaris immagina una creatura talmente diversa dal ‘sapiens’ da essere incomprensibile. Nell’Invincibile descrive un pianeta extrasolare con una vita non organica evolutasi con le macchine con cui non si può scendere a patti, come constata un equipaggio che vi discende per cercare i superstiti di una precedente spedizione. E per passare ad un settore apparentemente estraneo, ma non troppo, il giallo (L’indagine del tenente Gregory del 1959, in Rusconi, Mondadori, Bollati Boringhieri), un ispettore di polizia si trova alle prese con cadaveri che tornano in vita qualche ora dopo la morte, fenomeno che resterà inspiegabile fino alla fine.

 Il tentativo di superare l’antropocentrismo pur in modo lucido e radicale però non riesce, e l’uomo è destinato alla decadenza, alla follia incombente, alla perdita della memoria, alla regressione, alla perdita del raziocinio, elementi tutti che lo ridurranno a un ‘balbettio infantile

Il confronto con H. P. Lovecraft pare avventato, ma solo in apparenza. Questi è visionario, intriso di pregiudizi, prefigura un universo troppo grande per noi come luogo di terrore e paura, con creature semidivine dall’aspetto mostruoso. Lem invece è dotato d’intelligenza tagliente, talora persino ironica, impostata su basi scientifiche, consapevole dell’incapacità di afferrare del tutto il cosmo.

 

Entrambi però accomunati dall’immaginario fantascientifico popolato da esseri alieni provenienti da un’altra dimensione spazio-temporale. Le leggi, gli interessi e le emozioni comuni agli esseri umani non hanno validità, né significato nella vastità del cosmo. È puerile un racconto in cui la forma umana – e le ben definite e limitate passioni umane e le condizioni e le valutazioni – sono descritte come proprie anche di altri mondi o di altri universi […]. Occorre dimenticare che concetti quali la vita organica, il bene e il male, l’amore e l’odio, e tutti gli analoghi attributi locali di una razza trascurabile ed effimera chiamata umanità, abbiano un’importanza di qualsiasi genere» (Lovecraft, L’orrore nella realtà, Edizioni Mediterranee, 2007). Entrambi segnalano la fine dell’antropocentrismo, la perdita della centralità dell’uomo nell’universo, la percezione di non essere l’uomo la specie unica e più evoluta, la crisi della ragione di fronte a una realtà diversa e mostruosa. Le loro radici sono profondamente diverse, l’uno protestante che vede dissolversi la sua America, l’altro ebreo scampato miracolosamente allo sterminio nazista, eppure si tratta di una strana coppia che ha trovato un luogo d’incontro e confronto nella fantascienza. Non a caso, come sostiene il nostro, perché si tratta di un veicolo di idee.

 

Esiste poi il rapporto con la tecnologia. Lem non esalta il progresso perché riconosce i limiti della scienza. Nel contempo è convinto che la situazione si complichi con l’ingegneria genetica e l’Intelligenza artificiale, le quali potrebbero condurre a ritenere non esclusivo il dato della specie biologica e dell’“homo sapiens”. Per questo il nostro si occupa non solo della letteratura sul futuro, ma anche della letteratura “del” futuro quando un computer intelligente non si occuperà troppo di noi ma ci scaccerà come mosche fastidiose. Come nel significativo “Golem XIV” del 1981, in antologia e di cui si parlerà più avanti (in Edizioni Il Sirente), dove le lezioni di filosofia subliminale sono tenute da un io narrante cibernetico e non più umano che, finita la lezione ultima, cesserà di comunicare con gli esseri umani. 

Non basta: la società futura sarà dominata da internet ed algoritmi che nel 1970, gli anni di Lem, erano impensabili, eppure è stato probabilmente uno dei primi scrittori di fantascienza a prevedere la fine dei libri di carta e l’arrivo dei formati elettronici e degli e-book. Essi sono immaginati come piccoli cristalli di memoria che possono essere caricati su un dispositivo, gli ‘opton’, con un rinvio immediato ai tablet contemporanei. “Libri non ce n’erano, da quasi più di cinquant’anni si era smesso di stamparli. … Pazienza. Non sarebbe stato più possibile frugare negli scaffali, soppesare i volumi, sentirne quel peso che faceva prevedere la durata della lettura. La libreria ricordava piuttosto un laboratorio elettronico, i libri consistevano in piccoli cristalli a contenuto fisso. Si potevano leggere con l’aiuto di un opton, qualcosa di simile a un libro, a parte il fatto che aveva un’unica pagina tra i due cartoni della legatura.

 

Bastava toccarla e subito apparivano, una dietro l’altra, le restanti facciate del testo (Ritorno dall’universo, in Garzanti, Mondadori, ora Sellerio). Nello stesso libro Lem predisse anche l’ingresso degli audiolibri che chiamò “lekton” “…che leggevano ad alta voce e potevano essere regolati su qualsiasi tipo di voce, di ritmo e modulazione. All’inizio degli anni cinquanta Lem stava riflettendo sulla possibilità di connettere tra loro i computer per aumentarne le capacità di calcolo. Nei Dialoghi del 1957 considerava una direzione realistica di sviluppo che la graduale accumulazione di “macchine informatiche” e “banchi di memoria” portasse a stabilire “reti informatiche statali, continentali e, più tardi, planetarie”.(così Mikołaj Gliński “13 previsioni di Stanislaw Lem sul futuro in cui viviamo” tradotto on line qui). Più o meno nello stesso periodo Lem previde che le persone avrebbero avuto un accesso istantaneo e universale a un gigantesco database virtuale che chiamò “Biblioteca Trionica”. I trioni sono minuscoli cristalli di quarzo, la cui struttura delle particelle può essere modificata in modo permanente”funzionano come le moderne chiavette USB, ma connesse attraverso onde radio e formano un gigantesco deposito di conoscenze (ancora Glinski citando La nube di Magellano del 1955). In quello stesso libro Lem descrive una sorta di smartphone, piccoli televisori portatili che consentono l’accesso immediato ai dati della Biblioteca Trionica. La usiamo senza nemmeno pensare all’efficienza ed alla potenza di questa grande rete invisibile che avvolge il mondo.

 

Quante volte dalle parti più disparate del mondo ciascuno di noi ha preso il ricevitore tascabile..ed ha chiamato la centrale della Biblioteca Trionica, nominando l’opera desiderata che è apparsa davanti allo schermo del televisore?” Non è superfluo ricordare che queste idee sono state concepite in anni in cui i computer avevano le dimensioni di un’enorme stanza, e il World Wide Web avrebbe iniziato a essere immaginato solo alla fine degli anni sessanta, materializzandosi a partire dagli ottanta. Ancora La nube di Magellano prevede la produzione di beni che richiama la stampa 3D. Un trione è in grado di memorizzare una ‘ricetta di produzione. Connettendosi alle onde radio, l’automa produce l’oggetto necessario ed in tal modo anche i sofisticati capricci della fantasia possono essere soddisfatti. Dopo tutto è difficile spedire in ogni parte del mondo la inimmaginabile varietà di beni desiderati solo occasionalmente”.

Cyberiade offre anche un’altra idea innovativa con la “polvere intelligente”, sciame di minuscoli droni non più grandi di granelli di sabbia, che operano come un enorme sistema di computer a elaborazione parallela. L’idea della polvere intelligente sembra essere abbastanza in linea con le ultime conquiste della nanotecnologia. Lem scrisse sulla realtà virtuale (il termine usato era “fantomatica”) nel 1964 nella Summa Technologiae, ove descrive una macchina chiamata “fantomaton” capace di creare realtà alternative indistinguibili dalla realtà “originale”. Egli immaginava che questa tecnologia funzionasse su più livelli, il che significa che una persona che lascia una realtà virtuale non tornerebbe necessariamente a quella “reale”. Piuttosto si potrebbe passare tra diverse simulazioni alternative, senza mai essere sicuri che si tratti della realtà “originale” o del mondo reale.

 

Ciò ovviamente porterebbe a sfumare il confine tra verità e finzione. (ancora Glinskij citato). L’interesse per il rapido sviluppo tecnologico portò il nostro a intuizioni sull’attuale natura della circolazione delle informazioni, quasi anticipando fenomeni mediatici contemporanei associati al concetto di post-verità o politica post-fattuale. Nel 1968 La voce del padrone (in Bollati Boringhieri) scrisse: “Accade talora che la libertà di parola si riveli un mezzo ancor più micidiale del pensiero. Le idee proibite possono circolare clandestinamente, ma che fare quando un fatto importante affonda in un oceano di informazioni fasulle?” E ancora il racconto del 1955 “Esiste davvero, Mr. Johns?” (in Interplanet, dianzi citato) riflette sull’allora ipotetico problema dello stato giuridico di un uomo che, una volta operato, si ritrova con le parti originali del corpo sostituite da impianti artificiali (cervello incluso). Viene citato in giudizio dalle società che hanno finanziato le operazioni perché lo ritengono di loro proprietà. La storia affronta questioni oggi rivelanti per quanto riguarda gli esseri umani e i robot, rivelandosi un’esplorazione pionieristica in ambiti della scienza oggi cruciali. Come si già detto, Lem non è stato un fautore del progresso tecnologico perché preoccupato dei lati minacciosi, soprattutto riguardo il corpo umano.

 

 

 

Nel Ventunesimo viaggio delle Memorie di un viaggiatore spaziale (in antologia) il protagonista Ijon Tichy atterra su un pianeta chiamato Dictonia, i cui abitanti sono così avanzati che possono fare e rifare i loro corpi a piacimento. Come viene spiegato: “All’inizio questa tecnologia è usata per fini prevedibili, come gli ideali della salute, dell’armonia, della bellezza, ma viene presto manipolata per obiettivi diversi, come ad esempio i ‘gioielli cutanei’ delle donne, o ‘ basette e codini, pettini da testa, mandibole a doppia articolazione… Dopo un po’ di tempo i Dictoniani abbandonano la forma umanoide… La scelta illimitata può diventare, sostiene la storia, un grande fardello” In seguito, verso la fine del secolo scorso, commentando le possibilità e le minacce della clonazione degli organismi umani (che vedeva come l’inizio della nuova era della schiavitù), Lem ricordava: “Le mie storie divertenti scritte quarant’anni fa sulla corteccia cerebrale usata come carta da parati stanno cominciando ad assumere la forma di una realtà terrificante”.

 

La seconda parte dell’antologia è dedicata agli apocrifi, con spunti d’innegabile interesse. Si tratta di cinque pezzi che costituiscono una biblioteca inesistente di libri immaginari, perduti o mai scritti, recensioni di saggi inesistenti (“Vuoto assoluto” del 1971 in Editori Riuniti e Voland, e l’inedito “Provocazione” del 1984) o introduzioni e commenti a opere immaginarie (Grandezza immaginaria” del 1973 e “Biblioteca del XXI secolo” del 1983 entrambi finora inediti), a cui si affianca Golem XIV (dianzi citato). Siamo nel campo della “pseudobiblia”, neologismo coniato nel 1947 da L. Sprague De Camp che ha escogitato un altro noto termine, E.T. Extra Terrestrial, in riferimento alla vita aliena mentre per H.G. Wells l’espressione indicava l’uomo al di là della terra. (De Turris e Fusco, “Pseudobiblia, I libri che non esistono”, Bietti, 2020). Vi sono casi di pseudobiblia celebri come il Manuale delle Giovani Marmotte o il Necronomicon citato nelle opere di Lovecraft, La cavalletta non si alzerà mai più ne La Svastica sul Sole di Dick, il Libro Rosso di La letteratura nazista in America di Bolano, senza dimenticare le Finzioni di Borges. Il cinema italiano ha presentato un cameo nel primo Fantozzi del 1975 con la regia di Salce, quando il protagonista corre alla stazione per riportare il romanzo giallo “L'albicocco al curaro” alla figlia di un azionista dell'Azienda

 

Lem ha costruito, con ispirazione ludica quasi postmoderna, un congegnato scherzo letterario che ironizza sul concetto di libertà espressiva degli scrittori e dei critici. «Scrivere romanzi significa privarsi della libertà creativa. Il critico si trova in una situazione ben peggiore, inchiodato al libro da recensire come il galeotto ai ceppi… Lo scrittore smarrisce la libertà nella propria opera, il critico in quella altrui?» 

Qualche esempio. In “Gigamesh” un immaginario autore irlandese, sulla scorta dell’esperienza di Joyce che riscrisse l’Odissea ambientandola a Dublino, scrive l’epopea sumerica di Gilgamesh. V’introduce riferimenti letterari, numerologici, storici e scientifici con l’intento di farne una summa del sapere umano tanto che l’apparato critico ha un numero di pagine doppio rispetto al racconto. “Gruppenführer Louis XVI” è la storia di un criminale nazista che, fuggito in America latina con il tesoro delle SS, fonda nella foresta amazzonica con altri fuggiaschi tedeschi, avventurieri, balordi, prostitute, una città di nome Parisia dove installa una corte che vuole essere quella di Luigi XIV, almeno sulla base di conoscenze letterarie che rinviano a Dumas e a romanzi d’appendice. “Rien du tout, ou la conséquence” cerca di raggiungere il grado zero della scrittura scrivendo di niente ed esprimendosi soltanto attraverso negazioni. L’incipit è eloquente: “Il treno non arrivò” e nel periodo successivo “Egli non venne”.

 

Il vuoto circonda la narrazione, un flusso di non-pensieri che annulla anche la stessa autrice come soggetto narrante. “Pericalypsis” sarebbe scritta da un profeta che è muto come chi, essendo un tedesco, sceglie di rivolgersi ai francesi in olandese dopo un’introduzione in inglese. L’assunto è che il mondo è invaso dai vuoti a perdere, dagli imballaggi e dall’inutile chiacchiericcio letterario e spirituale. Di questa situazione nessuno si è accorto anche se già avvenuta, per cui la profezia è una retrofezia. Per questa ragione non si chiama Apocalisse e contiene una proposta radicale: chi scrive libri deve pagare di tasca propria e deve essere disincentivato da una tassazione proporzionale al numero di opere, così pubblicherà solo chi ha qualcosa di davvero importante da dire ed è disposto a pagare di persona per dirlo. Per l’esistente propone roghi della cultura del XX secolo, non reazionari ma di salvataggio, progressivi, redentori. Coerentemente suggerisce al lettore di fare a pezzi e consegnare al fuoco la sua stessa Pericalypsis. “La nuova cosmogonia” è il discorso per la premiazione del Nobel di un inesistente cosmologo, Alfred Testa che analizza l’opera che lo ha ispirato, la Nuova cosmogonia dell’immaginario Aristides Acheopoulos. Essa delinea una visione dell’universo totalmente nuova, in quanto le leggi del cosmo sarebbero la manifestazione tecnologica di civiltà evolutesi per miliardi di anni e così avanzate da non usare più macchine o tecnologie riconoscibili ai nostri occhi.

 

Per misteriosi scopi modificherebbero le leggi fondamentali dell’universo cambiando la realtà fisica così da rendere il cosmo più congeniale alla propria esistenza e nel tempo si passerebbe a fasi in cui le modifiche avverrebbero a piacimento in ambiti sempre più estesi. L’universo odierno sarebbe lo scenario del Gioco delle antiche civiltà extraterrestri, i fantomatici e quasi onnipotenti Giocatori. Dopo le antiche e violente fasi competitive si sarebbe affermata la fase collaborativa odierna in cui «si massimizzano i benefici comuni e minimizzano i danni». La conseguenza per Testa e Acheropoulos è che ormai nell’universo non è più possibile distinguere il naturale dall’artificiale. 

Alcune domande sono destinate a ripetersi: “Che cosa significhiamo per il mondo? E che cosa significa il mondo per noi?”. “Siamo… sempre ossessionati dall’ansia di indagare e in questo modo soddisfiamo la condizione preliminare: la limitazione senza la quale non potremmo fare nulla, perché altrimenti saremmo tutto.”
(Il pianeta morto, dianzi citato). La tomba di Lem è una lapide di marmo e granito nel cimitero di Salwator poco fuori Cracovia, con un’iscrizione in latino tratta da Le tre sorelle di Cechov: Feci quod potui, faciant meliora potentes (“Ho fatto quel che potevo, chi può faccia di meglio”)

https://www.doppiozero.com/materiali/grandezza-di-stanislaw-lem

mercoledì 29 agosto 2018

Manoscritto trovato a Saragozza - Jan Potocki


una storia dentro l'altra, una storia laterale, una storia che viene prima e una dopo, e viceversa, tante storie da restare a bocca aperta, a metà strada fra il Decamerone e il Don Quijote.
le avventure di Alfonso van Worden e di tutti gli altri sono folli, e folle dev'essere uno che le legge in questi giorni d'estate.
io sono stato folle, e così spero di voi.
una sorpresa bellissima.






Il “Manoscritto” è un’opera labirintica, non ancora completata dall’autore alla data della morte. Se la si volesse catalogare in un genere, si potrebbe dire che si tratta di un decamerone nero, in quanto la narrazione è suddivisa in giornate, quattordici nelle prime edizioni e sessanta nel testo completo. Intorno alla vicenda principale, quella del soldato Alfonso van Worden, che intraprende un lungo viaggio attraverso la Spagna per raggiungere la destinazione cui è stato assegnato, si intrecciano una pluralità di storie, vere e proprie novelle raccontate dai personaggi che il protagonista incontra durante il cammino. Ognuno racconta la sua storia, spesso intervallata da altri racconti, fino a costruire una trama narrativa estremamente complessa, che coinvolge più livelli di lettura…

Paragonato dalla critica al Decamerone per il suo carattere d’intrattenimento, ecco un’importante opera della letteratura europea parzialmente avvolta nel mistero. Il suo autore, aristocratico polacco tra ‘700-‘800, fu uomo di “multiforme ingegno”. Viaggiatore instancabile tra oriente e occidente, etnologo, occultista, storico e attivista politico. Tutte esperienze confluite in questo romanzo nero-fantastico a cui lavorò fino al suicidio nel 1815. Sotto forma di diario, il giovane ufficiale vallone Alphonse van Worden racconta il suo viaggio attraverso la Sierra Morena nel 1739 per raggiungere il suo reggimento di stanza a Madrid. Un testo denso, fatto di intrecci e infiniti “romanzi nel romanzo” che confondono e affascinano il lettore in egual misura. Il confronto-scontro tra le tre grandi religioni monoteiste, zingari carismatici, il Nuovo Mondo, assassini, magie e seduzioni, complotti, lezioni di geometria. Una trama avvincente, dallo spiccato sapore picaresco.

venerdì 29 aprile 2016

C'è chi - Wislawa Szymborska

C'è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
E' tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.

E' lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo di più,
perché dietro quell'attimo sta in agguato il dubbio.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

A volte un po' lo invidio
- per fortuna mi passa.

giovedì 11 febbraio 2016

La gioia di scrivere – Wisława Szymborska


Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola «bosco».
Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.
In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.
Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.
C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?
La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

(Traduzione di Pietro Marchesani)
da “Uno spasso” (1967), Libri Scheiwiller, 2009


venerdì 24 luglio 2015

Memorie di un ratto - Andrzej Zaniewski

un libro come pochi, inizi a leggere e sei un ratto. scritto sopratutto in prima persona, e anche in seconda e un poco anche in terza, con un ritmo che ti cattura. l'eroe è un ratto, dalla nascita alla morte, uno di noi. vive e sopravvive a Danzica, probabilmente, nel periodo della guerra mondiale, vede gli uomini, li teme, deve sempre correre, va anche in treno, mors tua vita mea, non è Topolino, Ratatouille. se non ti immedesimi, dopo tre pagine hai mollato il libro, ma tu resisti, sarai ricompensato. cos'è la letteratura se non ascolto e immedesimazione? bancarelle e biblioteche forse ti aiuteranno a trovare questo libro unico - franz




Libro tosto.  Permeato di particolari anche raccapriccianti, di dettagli materiali, di sangue, di odori, di paura, di tensione.
E’ la storia di un ratto, ma anche, nelle intenzioni dell’autore, una scioccante allegoria della vita umana che ci viene spiattellata crudelmente da Zaniewski stesso nelle pagine della postfazione: “Memorie di un ratto non è solamente un libro sugli animali, anche se un simile modo di interpretarlo potrebbe essere plausibile. Al contrario, si tratta di un racconto sulle leggi che governano la società, […] Pertanto ti prego, egregio lettore, di non dimenticare che, descrivendo in modo particolareggiato e naturalistico la vita del ratto, pensavo a te.”

Del suo ratto-protagonista in particolare: un bell' esemplare (se così si può dire) di cui seguiamo le gesta dalla nascita fino alla morte. Un' Odissea, chiosa ancora l' autore, che prevede avventure, uccisioni, amori, apprendistati, viaggi per mare e infine il nostos, il ritorno a casa. L' eroe è dunque un ratto. Un essere dotato di vibrisse, così si chiamano i lunghi baffi che gli servono da sensibili antenne, di denti aguzzi e in continua crescita, di un appetito formidabile e di una diffidenza (ricambiata) per i suoi simili che lo porta ad uccidere il padre senza tanti complimenti e chiunque gli si pari innanzi, contrastandolo. Il ratto-protagonista è (nel romanzo) l' unico parlante (o pensante) della sua specie: non sapremo mai che cosa rimugina la ratta-madre che poi diventerà la sua temporanea compagna, né i numerosi altri ratti che si incrociano ad ogni piè sospinto. Solo del vecchio ratto, alla cui scuola il nostro si forma, intuiamo qualcosa. E' un cavaliere solitario e non tollera quasi nulla del mondo. Sicché ad un certo punto se ne va alla ventura e addio…

Trovato casualmente spulciando in una bancarella di libri usati... mi ha colpito subito il titolo, ed il tema... senz'altro originale.
Beh... bella sorpresa, devo dire.
Scorrevole, molto ben scritto... con un'alternanza continua e riuscitissima tra prima e terza persona.
Il protagonista della storia ci narra la sua vita... dal momento in cui per la prima volta ha aperto gli occhi, a quello in cui li ha chiusi definitivamente.
Nel mezzo... tanta roba... esplorazioni, migrazioni, lotte, accoppiamenti... persino la guerra (degli uomini).
E questo è uno degli elementi di interesse del libro: il fatto di vedere gli uomini, il nostro mondo, la nostra storia, con gli occhi, diversi, di un osservatore esterno e molto particolare.
Molti degli episodi narrati sono citazioni di altri autori, compresi racconti e leggende della tradizione popolare... ma si integrano benissimo con il resto della storia.
Angosciante la seconda parte, tristissimo il finale.
Che dire... non guarderò più un ratto con gli stessi occhi.
Se vi capita a tiro, io gli darei un'occhiata...

Zaniewski prende le mosse dalla tradizione mitteleuropea che ha generato il gatto Murr di E.T.A. Hoffmann, il cane Sharik di Bulgakov, e i vari animali della fattoria di Orwell. Se ne distacca, però, in due modi. In primo luogo, non rifugge dai minuti dettagli materiali del mondo del ratto: al di sotto della letterarietà della scrittura, che avvicina e allontana il punto di vista alternando prima e seconda (e occasionalmente terza) persona, è evidente il compiacimento dell’autore nel descrivere con dovizia di particolari il pericolo, la paura, il terrore quotidiano nella vita del protagonista. In secondo luogo, non è la satira sociale che interessa a Zaniewski. Non c’è parodia, né riso amaro. Non è la storia di un uomo in guisa di ratto: è la storia di un ratto. 
O no?...

mercoledì 1 ottobre 2014

C’era l’amore nel ghetto - Marek Edelman

Marek Edelman è stato uno dei comandanti della rivolta del Ghetto di Varsavia nel 1943, e nel libro racconta storie, fa rivivere compagni, amici, combattenti, donne e uomini che nell'inverno e primavera del 1943 si ribellarono contro i nazisti.
era una lotta impari, da soli, poi, senza aiuti esterni, ma era necessario, e intanto, racconta Marek Edelman, tutti quegli ebrei polacchi ebrei vivevano, quella era la loro vita.
e questo è un ricordo per noi - franz





«C’è uno spreco e un cattivo uso delle parole e delle analogie, quando si parla della Shoah: un impiego della retorica che privilegia la metafora a scapito della vita e delle vite. Si dimentica, o si ignora, che anche nel ghetto ci si innamorava, si litigava, si faceva politica, si sognava. Si sperava in un avvenire, addirittura. Si dimentica quello che Marek Edelman, un uomo che ha visto andare verso la morte quasi 500.000 persone, ama ripetere: la vita viene prima di ogni altra cosa. Ecco: il ghetto che cos’era? L’anticamera della morte? Certo, anche. Ma era, in condizioni davvero disumane, anche una vita supplementare, una prosecuzione della vita che gli ebrei conducevano prima della guerra, in Polonia.
«Tra le due guerre mondiali, in Polonia esistevano e fiorivano teatri yiddish; si producevano – assieme agli studios di Hollywood – film sonori in yiddish; c’erano reti di biblioteche, case editrici, associazioni sportive, sindacati, partiti politici. C’era una nazione di tre milioni di persone che parlava, pensava, scriveva, sognava, faceva politica e progettava il futuro in yiddish. Qui Marek Edelman racconta che cosa successe a questo mondo, a un pezzo di questa nazione, una volta finito nel ghetto. Non aspettarono passivamente di morire; non si avviarono alle camere a gas “come le pecore al macello”. Cercarono invece in ogni modo, ciascuno a suo modo, di continuare il filo della vita di prima. I medici cercarono di lavorare negli ospedali del ghetto; gli scrittori di scrivere i loro libri; gli storici di registrare le cronache perché le future generazioni potessero fare la storia; gli insegnanti di fare scuola in clandestinità con i ragazzi. E i militanti dei partiti organizzarono la resistenza: che diede vita, in una smisurata sproporzione di forze, alla prima rivolta armata contro i tedeschi sul suolo dell’Europa occupata dai nazisti. E tutto questo può e deve essere descritto e raccontato. Ecco perché dove c’era la vita c’era anche l’amore».
(Dalla Prefazione di Wlodek Goldkorn e Adriano Sofri)

Edelman ricostruisce tante piccole storie d'amore nate tra persone che conosceva o che, comunque, aveva notato attorno a lui. Quasi tutte hanno epiloghi dolorosi, eppure è quasi rasserenante l'idea che, almeno per qualche tempo, all'interno del ghetto, chi ha provato amore è stato felice. In un luogo e in un momento in cui la vita di tanti ebrei era letteralmente appesa ad un filo, poter provare un sentimento profondo, coinvolgente ed appassionato ha dato sicuramente a molti una ragione di vita. Anche solo per pochissimi istanti.
D'altro canto la vita nel ghetto è spesso fatta di gesti legati alla vita e alla sua perpetuazione: dai medici e le infermiere che hanno continuato a curare persone prossime alla fine, dai maestri che hanno mantenuto attive le loro classi, dalle persone che giorno dopo giorno hanno lavorato, scritto, parlato, cantato, recitato, sognato e sperato.
Edelman non è uno scrittore perché non ha mai pensato né voluto esserlo. "C'era l'amore nel ghetto", infatti, raccoglie una serie di memorie tramandate oralmente e dell'oralità mantiene tutto il fascino e il delicato disordine. I testi, come spiega la Sawicka nella nota posta al termine del libro, sono nati tra il gennaio e il novembre del 2008. Marek parlava e lei ascoltava e scriveva. Leggendo questo libro, infatti, si ha la sensazione di ascoltare un uomo che rammenta e parla. E il suo racconto è una mescolanza costante di vita e di morte, quasi come un gigantesco paradosso.
da qui

lunedì 3 marzo 2014

La voce del padrone - Stanislaw Lem

un romanzo strano, dove non avviene niente di speciale, non mostri, non extraterrestri, solo terrestri in una lotta sotterranea.
viene captato un messaggio proveniente dall'universo profondo, che può voler dire qualcosa, forse importante.
gli scienziati si attivano, intervengono i militari, si costituiscono commissioni, la libertà dello scienziato è minacciata, è come un racconto filosofico, è una storia di umani, molto umani, dell'uomo si parla in questo romanzo del 1968, della libertà di ricerca, dei fini militari, dei rapporti di forza, anche di cosa è la verità, se esiste.
insomma, non è un libro a tempo perso, bisogna farsi prendere per mano da Stanislaw Lem e avere fiducia - franz




Nel 1976 l'Associazione degli Scrittori di Fantascienza Americani radiò dai suoi membri onorari Stanislav Lem, reo di aver scritto "Fantascienza: un caso senza speranza (con eccezioni)". Secondo le condivisibili accuse avanzate nel saggio di Lem, il novantanove per cento della fantascienza è un genere di consumo mercizzato e massificato e dunque dozzinale e stereotipato. Oltre che, troppo spesso, appiattito tra due estremi: le ingenue inversioni del mondo reale e le facili invenzioni di mondi fiabeschi.
Secondo Lem, una fantascienza degna di questo nome dovrebbe, anzitutto, evitare l'esistente e l'impossibile, per concentrarsi sull'inesistente possibile: in altre parole, su mondi che vadano sí oltre la contingenza, ma non contro la scienza. Inoltre, la fantascienza dovrebbe differenziarsi dalla Letteratura alta non per la qualità letteraria, ma per il contenuto: interessandosi, cioè, delle specie invece che degli individui.
L'eccezione più sostanziosa a cui Lem si riferiva nella clausola parentetica del suo titolo era Philip Dick, da lui definito in un altro saggio "un visionario fra i ciarlatani", tanto per girare il coltello nella piaga…
continua qui

…Nelle ultime pagine della sua “memoria” Howarth, riflettendo sulla condizione umana, vede nell’empatia, nello sforzo di immedesimazione negli altri e nella compassione per l’altro solo una proiezione nella quale, come su uno schermo, “proiettiamo” una immagine vaga di noi stessi, “Siamo come lumache attaccate alla propria foglia, mi affido alla protezione della mia matematica e, quando non mi basta, ripeto tra me e me quest’ultimo brano di un poema di Swinburne
Dal troppo amore per la vita
Dalla speranza e dal timore liberati,
Rendiamo grazie brevemente agli dei
Chiunque essi siano
Perchè non c’è vita che duri per sempre;
perchè i morti non si alzano più;
Perché anche il più stanco fiume
Sfocia alla fine del mare.
Allora non ci sveglieranno né le stelle né il Sole.

al lettore 'medio' non è dato sapere se il messaggio venuto dallo spazio sia una musica delle sfere celesti, la voce 'neutrinica' di un cosmo morente, di un segno non destinato agli umani perché sottosviluppati o un derivato di un metabolismo planetario. Sottintende, forse, che nemmeno la capacità di relazionarsi con pari strumenti porta ad una chiara sistemazione dei concetti. Meglio ancora: del perché spesso la natura umana si contrappone, nell'assoluta incapacità del confronto.
Mi viene un sospetto: che La Voce del Padrone, come un'ostrica, alla fine nasconda una perla di raro valore. Ma ad essere sincero mi sento come gli studiosi del romanzo di fronte al messaggio 'alieno', alla 'lettera delle stelle': straniato, interdetto, bloccato e soprattutto incapace di arrivare ad un quid.
Chissà, forse anche colpa mia. Che non sono scienziato.

“La Voce del Padrone” non entusiasma né appassiona, perché non è scritto per quello, perché Lem è gelido nel lasciar cadere i pensieri, scientifico nel disporli e grandioso nel disegnare l’insieme, come un affresco verista.
Già, verista, nonostante scriva storie di fantascienza.
Bizzarra contraddizione, ma questo è Stanislaw Lem, può piacere o annoiare, dipende, ma se piace, è un sottile piacere intellettuale che sgorga dallo sforzo di riuscire a seguire il flusso analitico del suo narrare, rotto da lampi di estrosità creativa che appaiono improvvisi.
Lem è una sfida, non un passatempo né un maestro di vita o di favole.
da qui

lunedì 21 ottobre 2013

Lucifero disoccupato – Aleksander Wat

a volte ti capitano in mano libri di cui non sapevi nemmeno l'esistenza, li leggi e ti chiedi come mai non li conosce nessuno, il sottoscritto per primo.
così va il mondo e meglio tardi che mai.
i cinque racconti sono davvero belli, certi bellissimi, provare per credere - franz


Lucifero disoccupato è una raccolta di cinque racconti (pubblicata nel 1995 da Salerno Editrice) nei quali l’autore, Aleksander Wat riflette sul fallimento degli ideali della sua generazione e si confronta con la morale, la religione e l’amore.

Ho comprato questo libro perché incuriosita dal primo racconto (il più lungo di tutti) intitolato Lucifero disoccupato e che dà il nome a tutta la raccoltaLa figura di Satana ha sempre il suo fascino, ma di certo non mi sarei mai aspettata che si ritrovasse senza lavoro come un comune mortale e volevo vedere come se la sarebbe cavata.
Vediamo i contenuti dei vari racconti…

Questa raccolta di racconti è stata pubblicata nel 1926, da un giovanissimo Aleksander Wat: leggerlo ai giorni nostri è affascinante; vedere Lucifero che cerca un posto nella società, e si scopre una figura inutile, in mezzo a tutte quelle trasformazioni che stava avvenendo nell'Europa del dopoguerra. Nello sguardo di Satana, Wat cerca di descrivere i cambiamenti sociali del suo tempo, e lo fa con grande umorismo. La sua delusione riguardo a come si sviluppava il vecchio continente fa sì che questi racconti non presentino una soluzione ben definita al protagonista - o all'Europa stessa - ma lascia spazio all'immaginazione del lettore.
da qui

lunedì 30 settembre 2013

Slawomir Mrozek – L’elefante

Slawomir Mrozek è morto da poco (l’avevo ricordato qui), e ho ri-scoperto che a casa c’è “L’elefante”, un suo libro che ho da tanti anni(25, 30?) e non rileggevo da allora
L’ho ripreso in mano e ho letto ogni racconto, piano piano, i più “deboli” sono bellissimi, gli altri perfetti (dice JL Borges che il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza, umorismo e satira sono altri nomi, dico io)
A volte quando un libro ti piace molto lo leggi quasi con avidità, per vedere come finisce (questo metodo funziona con i romanzi), altre volte lentamente, come quando da bambino il gelato quasi si scioglieva sul cono, prima di finirlo (quest’altro metodo funziona con i libri di poesie, di racconti e di aforismi).
Di questo libro godetene lentamente, non vi deluderà - franz

Ps: QUI trovate il racconto che da il titolo al libro, se non vi piace non so cosa fare, fatevi vedere da qualcuno, ne avete bisogno.


…I bersagli principali dell’umorismo sfrenato di Mrożek sono la burocratizzazione e la retorica dei regimi, nella fattispecie di quello stalinista che ebbe modo di sperimentare in Polonia, sebbene i suoi scritti, proprio per la capacità di cogliere il ridicolo nell’esistenza, possano essere benissimo adattati a tutti i totalitarismi e più in generale alle ideologie quando riducono l’uomo a marionetta utile solo se inglobata in un Comitato, in un’Assemblea, in un Circolo. Mrożek, però, non sceglie la strada dell’attacco diretto, ma attraverso i suoi racconti surreali riesce a farci ridere e riflettere, estremizzando certi comportamenti umani ma anche con una più sottile ironia percepibile nelle singole frasi dei racconti…

Tutte le volte che ho preso in mano un libro di Slawomir Mrozek davanti a terzi mi sono trovato ad ascoltare queste frasi: “intellettuale”, “mitteleuropa”, “questa moda della mitteleuropa”, “nome impronunciabile”, “comunista sovietico”, “ma te lo inventi tu? sei sicuro che esiste?”, “ma non leggi mai roba normale? sempre e solo cose da intellettuali, ma tu cosa ti credi di essere?”.
E’ da allora, dalla terza volta che mi è capitato, che leggo i libri di Slawomir Mrozek solo di nascosto, ben occultato, in angoli bui, con molta fatica, ogni volta guardando bene in giro che non ci sia nessuno a spiarmi, e stando bene attento a non ridere troppo forte per non farmi beccare. 
Poveretti! Non sanno cosa si perdono...


lunedì 16 settembre 2013

ricordo di Slawomir Mrozek

…Disegnatore, scrittore, drammaturgo, Sławomir Mrożek è stato una delle figure intellettuali più interessanti del recente panorama culturale polacco.
Il mio incontro con Mrożek risale a una quindicina d'anni fa, quando comprai su una bancarella di libri usati una delle sue più celebri raccolte di racconti, "L'elefante": non sapevo nulla di lui, ma interessandomi  - al solito in maniera dilettantesca e disordinata - di tutto ciò che fosse polacco, pensai che un nome e un cognome così fossero una garanzia sufficiente.
Mi bastarono poche pagine per capire che quello che avevo per le mani era il libro di un fuoriclasse. Una fantasia scatenata e un'intelligenza acuminata come un fascio laser  facevano di ognuno di quei brevi raccontini una specie di benefica pilloletta per la mente.
Sono racconti nei quali spesso si parte da presupposti verosimili, da situazioni apparentemente pacifiche e si arriva - a fil di logica - verso conclusioni grottesche ed assurde…

Le cose cambiarono con l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia, quando prese definitivamente le distanze dal regime comunista polacco con una lettera indirizzata al periodico dell’emigrazione Kultura di Parigi e successivamente chiese l’asilo politico alla Francia: “Ricordo la stupenda giornata estiva e la mia cieca furia quando appresi la notizia dell’invasione dalla radio. Potevo tollerare, anche se con crescente impazienza, l’umiliante situazione di chi sa ma ha paura di parlare. Ma questo era troppo. Uno schiavo che prendeva a calci un altro schiavo per compiacere il padrone, era una cosa intollerabile”, ricorda Mrozek. Da un giorno all’altro le sue opere vennero messe all’indice e furono ritirate dalle librerie in Polonia…
Con Mrozek, personaggio estremamente schivo (posso testimoniarlo personalmente dal momento che ho avuto la sorte di incontrarlo insieme a Jerzy Stuhr a Cracovia per la strada: vedemmo passare un’ombra e Jerzy lo salutò quasi commosso, mentre lui, dopo un cenno di saluto, scomparve subito nei vicoli dietro il Teatr Stary) scompare uno degli ultimi rappresentanti di una grande tradizione di intellettuali che hanno saputo fare tesoro delle varie vicissitudini, perlopiù tragiche, vissute dal proprio Paese, passando da un’infanzia segnata dalla guerra all’adolescenza negli anni dello stalinismo polacco alla maturazione politica e intellettuale con il disgelo e con il successivo trauma dell’invasione della Cecoslovacchia nel ’68. Lo stesso percorso intellettuale ed esistenziale della poetessa polacca Wislawa Szymborska, nata nel 1923 e scomparsa lo scorso anno, anche lei legata a Cracovia, dove verranno tumulate le spoglie di Slawomir Mrozek per sua espressa volontà.