Visualizzazione post con etichetta Paolo Persichetti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paolo Persichetti. Mostra tutti i post

sabato 10 maggio 2025

Processo Spiotta, riappare il bossolo dei carabinieri che prova l’esecuzione di Mara Cagol - Paolo Persichetti

 

C’è un bossolo fantasma, trovato e poi inspiegabilmente scomparso, tra le carte del nuovo processo che si è aperto davanti la corte di assise di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta, in località Arzello di Acqui Terme. Si tratta di «un bossolo calibro 9, fabbricazione 70, appartenente ad un proiettile in dotazione dei Carabinieri: Beretta cal. 9», che può riscrivere per intero le circostanze della uccisione di Margherita Cagol, una delle fondatrici delle Brigate rosse, avvenuta quella mattina sulla collinetta antistante la cascina.

da Insorgenze

L’improvvida sortita dei carabinieri della stazione di Aqui Terme
Nella tarda mattinata del 5 giugno un conflitto a fuoco oppose i due brigatisti che trattenevano Vallarino Gancia, sequestrato il giorno precedente dalla colonna torinese delle Brigate rosse, e una pattuglia dei carabinieri giunta sul posto per ispezionare il casolare. Una decisione incauta, dettata forse da spirito di concorrenza con i carabinieri del nucleo speciale che stavano indagando sul sequestro. Piero Bosso, appartenente al nucleo speciale e originario della zona ha riferito durante le nuove indagini, in una deposizione del 24 febbraio 2022, che a seguito di un controllo catastale erano emerse discordanze anagrafiche sulla nuova acquirente della cascina Spiotta, tale Marta Caruso, identità utilizzata da Margherita Cagol per l’acquisto del rustico. Da tempo i carabinieri di Dalla Chiesa conducevano indagini sui rogiti catastali più recenti perché avevano capito che i brigatisti acquistavano o affittavano immobili con documenti falsi. La cascina era dunque sotto osservazione da un paio di settimane, il sequestro di Vallarino Gancia e l’arresto di Massimo Maraschi, uno dei componenti del gruppo di rapitori che si dichiarò subito prigioniero politico, avevano convinto gli investigatori di Dalla Chiesa già dal pomeriggio del 4 giugno che bisognasse intervenire sulla cascina. La festa dell’arma del successivo 5 mattina ritardò l’intervento, a questo punto il tenente Umberto Rocca, della tenenza di Aqui Terme, volle anticipare tutti con una improvvida iniziativa che terminò in tragedia.

La nuova perlustrazione del 20 giugno
Il reperto è «rinvenuto nei pressi del luogo ove giaceva il cadavere della Cagol Margherita», così recita il verbale di ritrovamento stilato il 20 giugno 1975, ovvero 15 giorni la tragica sparatoria e la liberazione di Gancia. Colpiscono le due settimane di distanza che separano la nuova ispezione giudiziale dal momento della sparatoria e delle successive indagini e rilievi condotti davanti e dentro il casolare. Quindici giorni dopo il conflitto a fuoco e la liberazione dell’ostaggio si erano tenute delle importanti elezioni regionali. Il risultato fu un clamoroso smacco per la Dc mentre forte era stata l’avanzata del Pci che si distanziò di soli 500 mila voti dal partito di governo, conquistando ben sette regioni compreso il Piemonte. Forse fu la sorpresa politica per quanto avvenuto a rallentare le indagini, o forse altro, fatto sta che solo quel successivo 20 giugno il procuratore della repubblica Lino Datovo si recò nuovamente sul posto per procedere all’esame del terreno circostante la cascina alla ricerca di eventuali reperti non ritrovati in precedenza. La decisione fa comunque riflettere perché le autopsie dei corpi di Margherita Cagol e del carabiniere Giovanni D’Alfonso, erano avvenute il 6 e l’11 giugno precedente. Già il 12 giugno i reperti balistici rinvenuti, le armi sequestrate ai due brigatisti, alcuni bossoli, proiettili e frammenti di proiettile e delle bombe Srcm lanciate, erano stati inviati al perito designato dalla procura per gli esami e le comparazioni di rito. Forse erano sorti dei dubbi e quali?

I bossoli esplosi dall’appuntato D’Alfonso
Almeno due carabinieri avevano testimoniato di aver sparato, ma nessun bossolo esploso dalle loro pistole era stato repertato. Il maresciallo Rosario Cattafi ha raccontato di aver tirato almeno due colpi contro la finestra dove si era affacciata Cagol, immediatamente dopo il lancio della prima Srcm, una bomba a mano di origine italiana dalle caratteristiche poco letali (concepita soprattutto per disorientare il nemico, l’effetto è quello di un grosso petardo), in direzione del tenente Umberto Rocca da parte del giovane sportosi dall’entrata della cascina, ma nessun bossolo risulta rinvenuto nella zona antistante. Dopo aver sparato Cattafi corse in aiuto di Rocca col gomito tranciato dalla esplosione dell’ordigno per trascinarlo via.
L’appuntato Pietro Barberis, l’altro carabiniere rimasto di copertura sulla stradina di accesso alla cascina, affermò di aver scaricato l’intero caricatore contro la donna in due momenti diversi e successivamente contro l’uomo in fuga tra i cespugli del bosco sottostante, ma nessun bossolo è mai stato segnalato.
Del terzo carabiniere, l’appuntato D’Alfonso, si erano ritrovati accanto al luogo dove era rimasto gravemente ferito cinque bossoli esplosi da un’arma in dotazione ai carabinieri. Stranamente il procuratore non aveva chiesto di effettuare comparazioni con le pistole dei militi operanti, ma soltanto con le armi attribuite ai due brigatisti. Sarà la logica a ricondurre i cinque bossoli calibro nove corto (in dotazione ai carabinieri), insieme al fatto che dalla sua arma erano stati esplosi gran parte dei colpi, ad attribuirgli quei bossoli. Parlare di una indagine lacunosa è dire poco.

Il ritrovamento del bossolo che uccise Mara Cagol

Alle 12,30 di quel 20 giugno le operazioni, ancora senza esito, vennero sospese per riprendere alle 17 con l’assistenza del capitano dei carabinieri Giampaolo Sechi, in forza al nucleo speciale di polizia giudiziaria sotto il comando del generale Dalla Chiesa e del carabiniere Renzo Colonna che disponeva di un apparecchio rivelatore di metalli. L’ispezione veniva nuovamente interrotta a causa di un violento temporale per riprendere verso le 19. E’ in quel momento che accanto al luogo dove era stato ritrovato il cadavere di Margherita Cagol viene rinvenuto il bossolo calibro 9 in dotazione ai carabinieri. Tuttavia a causa della fangosità del terreno e dello scarso rendimento dell’apparecchio rivelatore, «in siffatte condizioni», le operazioni vengono sospese alle 19,30 e rinviate alle 16,00 del 23 giugno successivo. Il proiettile rinvenuto non arriverà mai sul tavolo del perito, da quel momento scompare dalle indagini. Perché?

Il tiro a segno contro Cagol e la sua esecuzione
Eppure la posizione del bossolo associato ai risultati della perizia autoptica sul corpo della Cagol ci rivelano le modalità della sua morte: uccisa da un colpo tirato a breve distanza quando aveva le braccia alzate in segno di resa. Una ricostruzione che coincide con il racconto fatto nel memoriale scritto tempo dopo da Lauro Azzolini che in aula ha confermato di aver visto per l’ultima volta «Mara» ancora viva, ferita a un braccio, seduta a terra con le mani levate in aria in segno di resa.
Quel bossolo scomparso e l’autopsia condotta dal professor La Cavera dicono chiaramente che Cagol subì un’esecuzione con un colpo singolo esploso a distanza molto ravvicinata sotto l’ascella sinistra con uscita su quella destra, «con andamento pressoché orizzontale lievemente dall’avanti all’indietro» e morte pressoché istantanea. Dinamica che smentisce la ricostruzione ufficiale fornita dall’appuntato Barberis che disse di aver ucciso la donna sparandole a distanza di almeno dieci-quindici metri, mentre si gettava in avanti per ripararsi dal terzo lancio di una Srcm da parte dell’altro brigatista che era accanto a Cagol. Il colpo mortale è tirato da sinistra mentre Barberis, che sostiene di essersi spostato verso la cascina per riarmare la sua pistola, a quel punto era posizionato sul lato destro della donna, più in alto. Il colpo mortale è tirato a distanza di qualche minuto dai precedenti: il primo esploso con tutta probabilità dall’appuntato D’Alfonso, il secondo dall’appuntato Barberis che centra due volte la 128 dove era salita Cagol: prima sul pneumatico e poi sullo sportello anteriore destro, all’altezza della maniglia. Il proiettile trapassa la carrozzeria e colpisce l’avambraccio destro della donna che urta il cambio ritrovato macchiato insieme al coprisedile da tracce di sangue. Cagol esce dalla macchina con le mani alzate, la sua arma, una Browing 7,65 verrà ritrovata accanto allo sportello completamente scarica.

Il duello con l’appuntato D’Alfonso
Cagol e D’Alfonso si affrontarono all’altezza del porticato situato sul lato destro dell’edificio dove erano diretti i brigatisti in fuga per raggiungere le macchine. L’appuntato che stava sbirciando nelle auto in sosta era rimasto leggermente ferito a una coscia da una piccola scheggia metallica proveniente dalla seconda Srcm tirata a casaccio da Azzolini. Prova a impedire la fuga dei due sorprendendo la donna alle spalle. Il suo colpo ferisce superficialmente Cagol sul dorso, senza penetrare «nella regione destra all’altezza della decima costola» (zona del rene). La donna voltandosi reagisce colpendolo una prima volta alla spalla destra. Il proiettile trapassante si fermerà nel cavo toracico. La perizia darà conferma che era stato esploso dalla Browing della Cagol. Un colpo che secondo il perito non impedisce a D’Alfonso di rispondere al fuoco. Lo scambio ravvicinato tra i due è drammatico e si conclude con un altro colpo che centra D’Alfonso alla testa, ferendolo gravemente. Morirà sei giorni dopo. La perizia stabilirà che «entrambi i colpi sonno stati esplosi da distanza ravvicinata: nell’ordine di pochi metri».

Chi ha ucciso Mara Cagol?
Un contadino del posto, Bruno Pagliano, che stava lavorando la terra in un terreno confinante dopo gli spari si avvicinò alla cascina. Riuscì a vedere il corpo agonizzante di Margherita Cagol prima di essere bruscamente allontanato da un carabiniere armato di mitra. Si trattava di uno dei membri della pattuglia chiamata in rinforzo da Barberis. La sua è una testimonianza importante poiché fotografa la situazione negli ultimi momenti di vita della Cagol. Sul posto c’erano cinque carabinieri della stazione di Aqui Terme: Cattafi e Barberis, D’Alfonso ferito a terra mentre Rocca era stato portato in ospedale, e i sopraggiunti Lucio Prati e Stefano Regina. Oggi nessuno di loro è più in vita. Fantasmi come il proiettile scomparso.

https://www.osservatoriorepressione.info/processo-spiotta-riappare-il-bossolo-dei-carabinieri-che-prova-lesecuzione-di-mara-cagol/

martedì 2 aprile 2024

Balzerani, Di Cesare e la polizia del pensiero - Paolo Persichetti

 

La società della «bava e del fiele», ha cercato affannosamente un’altra preda da azzannare e ha trovato sulla sua strada Donatella Di Cesare, oggetto transizionale della furia vendicativa. A lei la destra oggi al governo, l’entourage più stretto della Meloni, rimprovera di essere stata colta in fallo, smascherata, per aver squarciato il velo con cui tenta di coprire le sue idee radicate nel razzismo della «sostituzione etnica». Per questo deve pagare.

L’associazione nazionale funzionari di polizia ha ritenuto doveroso inviare una lettera aperta alla professoressa Donatella di Cesare, docente di filosofia teoretica presso l’università di Roma La Sapienza, dopo le polemiche scatenate da un suo tweet di cordoglio per la morte della ex dirigente delle Brigate Rosse Barbara Balzerani, scomparsa domenica 3 marzo 2024. Nel suo breve messaggio la professoressa Di Cesare aveva scritto: «La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna».

Attacco al diritto di parola e di pensiero

L’Anfp è un’associazione di natura sindacale nata per tutelare gli interessi dei quadri direttivi della polizia di Stato. Nella lettera aperta, che potete leggere qui per intero (www.anfp.it/lettera-alla-prof-ssa-di-filosofia-teoretica) si rimprovera alla docente di aver dimostrato mancanza di rispetto verso le vittime e i familiari delle vittime, tra cui si enumerano anche quelle della strage di Bologna che nulla c’entra con la storia politica della Balzerani, anzi si pone in frontale antitesi con il suo percorso, dimenticando troppo in fretta quei funzionari di polizia e dei servizi segreti coinvolti nei depistaggi della strage e per questo condannati, ed a cui – a quanto pare – i funzionari di polizia fanno sconti. 
La lettera mette in discussione il diritto di parola e la libertà di pensiero della Di Cesare, punta il dito persino contro la pietas davanti alla morte, contestandole di essere mancata al suo ruolo istituzionale, al rispetto del gioco delle regole: una prova di infedeltà che nelle parole dei dirigenti di polizia sembra mostrare nostalgia verso un modello di università che espelleva chi rifiutava di giurare fedeltà al regime.

Il nuovo ministero dell’etica


Sorge immediatamente una domanda: quale è il ruolo e soprattutto il posto della polizia nel sistema politico-istituzionale italiano? Spetta a loro regolare il dibattito pubblico? Stabilire cosa e come si insegna all’interno delle Università, chi merita la cattedra o meno? Non sembrano questi i compiti che gli vengono attribuiti dalla costituzione, che pure dovrebbero rispettare alla lettera per mandato istituzionale. E’ davvero singolare pretendere di ricordare alla cittadina De Cesare che non può oltrepassare il suo ruolo istituzionale di docente, mentre una tale oltrepassamento viene largamente realizzato da parte dei funzionari di polizia con una simile lettera.
Per altro la professoressa Di Cesare ha espresso il suo pensiero su un social non all’interno della sua facoltà. Ha parlato da cittadina, non da docente davanti ai suoi studenti. Attenta a non confondere i due luoghi. Se dei funzionari di polizia si sentono liberi di andare oltre le loro funzioni, di additare in pubblico una persona, esercitando il magistero del pensiero e della parola, l’accaduto assume la fisionomia di una chiara intimidazione. Un invito a tacere manette alla mano.

Il volantino degli studenti e la stella volutamente fraintesa

Sempre nella lettera si contesta un volantino di solidarietà alla professoressa affisso da alcuni studenti sulle mura della facoltà di filosofia di Villa Mirafiori, subito etichettati come «pericolosi anarchici» (sic!) e filobrigatisti perché avrebbero firmato il testo con la stella brigatista. Come tutti possono vedere dall’immagine qui accanto, non si tratta della stella asimmetrica con le due punte allungate ma di una normale stella, simbolo storico della sinistra italiana, emblema nel 1957 del Fronte democratico popolare con l’effigia del volto di Garibaldi incastonato all’interno di una stella, appunto. Stella presente nel simbolo di molti partiti storici della sinistra che solo l’ottusa ignoranza questurina può ricondurre immediatamente allo stemma brigatista. Ma il clima è questo, l’ignoranza più gretta sale in cattedra.

Cosa ha detto di tanto scandaloso la professoressa Di Cesare?

Che le Brigate rosse sono nate in quel crogiolo di pensiero, ribellione e militanza che nel 1968-69 diede vita ad un nuovo spazio politico animato dalla sinistra rivoluzionaria. Nuova sinistra che contestava le forze storiche del movimento operaio concorrendo sul suo stesso terreno sociale: le fabbriche e le periferie della grandi città.
Già Rossana Rossanda, nel 1978, ebbe a dire qualcosa del genere, suscitando scandalo per aver iscritto le Brigate rosse nell’«album di famiglia» del comunismo storico. Parole suscitate da volontà polemica non solo contro la posizione del Pci, che pur sapendo della loro vera origine le definiva «sedicenti», accusandole di essere manipolate, eterodirette, agenti Nato eccetera; ma con le stesse Br, ritenute un residuato culturale del veterocomunismo degli anni 50, più che una delle tante anime della nuova sinistra. Biografie politiche e inchieste sociologiche hanno poi dimostrato che sbagliava e di molto anche se più avanti cercò di capirle e raccontarle meglio di ogni altro.

La violenza politica? Una risorsa condivisa

In questo nuovo spazio politico il ricorso alla violenza politica era considerato una risorsa legittima. La violenza rivoluzionaria era innanzitutto «parlata», in un libro uscito alcuni anni fa per Deriveapprodi, La lotta è armata, Gabriele Donato spiega quanto fosse condivisa e discussa questa opzione in tutte le formazioni della nuova sinistra, quanto questo orizzonte fosse discusso, percepito come inevitabile: alcuni lo ritardavano ma non lo escludevano e nell’immediato tutti si dotavano di servizi d’ordine, livelli illegali, molti si armavano, facevano «espropri», rapine per finanziarsi, difendevano i cortei dalle forze di polizia e dalle aggressioni fasciste mentre tutt’intorno si susseguivano le stragi e gli attentati della destra e dei Servizi, nelle piazze, sui treni. Si agitavano ombre di golpe e altrove si ribaltavano con le dittature militari governi democraticamente eletti, tanto da spingere il maggiore partito di opposizione italiano a convincersi che non si potesse più salire al governo, divenendo maggioranza alle elezioni, senza prima allearsi con quello stesoo partito di governo dagli albori della repubblica, da sempre avversario, dando vita una società senza più opposizione, priva di dialettica, senza conflitti, moderando salari e rivendicazioni e che gli specialisti chiamarono «consociativa». Una democrazia a sovranità limitata, sottoposta al dominio dei vincoli esterni della geopolitica. Si è così arrivati a sparare, ed i primi, ci ricorda la cronaca, non furono le Brigate rosse.
Un qualunque studio serio su quegli anni si immerge in un clima del genere, anche se molti, sopravvissuti e scampati, ormai avanti nello loro carriere professionali, preferiscono dimenticare, non farsi riconoscere, mentire e nascondersi pavidamente.
Che cosa avrebbe detto allora di non vero la professoressa Di Cesare? Che non ha mancato di sottolineare come quel comune sentire iniziale si sia poi diviso in percorsi diversi, in scelte politiche ed esistenziali separate?

La stigmatizzazione etica

Nelle parole della Di Cesare non c’è traccia di stigmatizzazione etica, questo è il punto. Le si rimprovera la mancata riprovazione, la damnatio negata. Il regime della indignazione è l’unico possibile a cinquant’anni dai fatti: indignazione selettiva, per giunta, se è vero che uno come Franco Freda, ritenuto giudiziariamente e storicamente responsabile della strage di piazza Fontana, vive tranquillamente quello che gli resta della sua esistenza ignorato, dimenticato, senza che nessuno gli ricordi quello che è stato: uno stragista, una massacratore di umanità al servizio e per conto di alcuni apparati dello Stato italiano.
Come ha scritto Adriano Sofri, si può uscire ad un certo punto dalla lotta armata, ma non si entra mai da un’altra parte. Quella storia è stata dichiarata conclusa dai militanti delle Brigate rosse, Balzerani compresa, con un atto politico quasi quarant’anni fa. Ma non è mai esistito un dopo. Le classi dirigenti e le loro sponde mediatiche non lo hanno voluto perché hanno ancora bisogno di quelle icone per rappresentarvi il male. Una comoda esportazione di ogni colpa e responsabilità per tutti. Per la destra che in questo modo può sbiancare le proprie origini e collusioni golpiste e stragiste; per la sinistra che può così eludere i propri errori politici e fallimenti culturali consolandosi con l’alibi del complotto attuato da forze oscure che le hanno impedito di salire al potere.
Le Brigate rosse hanno incarnato in questo modo tutto il male del Novecento. Risultato paradossale davanti agli orrori del secolo breve, ma ancor di più del presente: ad una guerra russo-ucraina che ha fatto in due anni, stando alle stime del New York Times, 200 mila morti e circa 300 mila feriti, e agli oltre 30 mila morti di Gaza.

Una preda di sostituzione

Barbara Balzerani se n’è andata in silenzio, con una mossa di judo si è sottratta alla morsa di chi aveva bisogno del suo corpo per eleggerla a moderna strega, come periodicamente accadeva. La società della «bava e del fiele», orfana della sua persona e del suo funerale che si è tenuto nel più assoluto riserbo, lontano dagli sguardi morbosi dei media, frustrata e livorosa ha cercato affannosamente un’altra preda da azzannare. Ha trovato sulla sua strada Donatella Di Cesare, oggetto transizionale della furia vendicativa. A lei la destra oggi al governo, l’entourage più stretto della Meloni, rimprovera di essere stata colta in fallo, smascherata, per aver squarciato il velo con cui tenta di coprire le sue idee radicate nel razzismo della «sostituzione etnica». Per questo deve pagare.

da qui

giovedì 19 gennaio 2023

Alfredo Cospito ancora in sciopero della fame

 

Ottanta giorni di sciopero della fame. Il caso Alfredo Cospito e «i buoni» - Wu Ming

 

Dopo decenni di «scioperi della fame» per modo di dire – all’acqua di rose, meramente simbolici, spesso solo mediatici, annunciati anche per questioni di dubbia rilevanza – non ci impressiona più sentire che una persona è in sciopero della fame. Almeno dalle nostre parti, il concetto è inflazionato, e una pessima informazione fa il resto.

La maggior parte di noi non si immagina com’è, un vero sciopero della fame.

E allora bisogna farlo capire.

 

Ecco un paio di esempi, due vicende accadute qui in Europa.

 

1. La storia e il corpo di Holger Meins

Holger Klaus Meins, militante della Rote Armee Fraktion, viene arrestato a Francoforte l’1 giugno 1972 e messo in isolamento totale nel carcere di Coblenza. Tutte le celle intorno alla sua sono vuote.

Nel gennaio 1973 Holger comincia il primo sciopero della fame. Uno sciopero collettivo, dichiarato da tutti i membri della RAF incarcerati e sospeso dopo cinque settimane.

Holger è trasferito nel carcere di Wittlich, dove nel maggio 1973 riprende lo sciopero. Già magro di suo, non mangiando deperisce a vista d’occhio. Dopo cinque settimane lo mettono in regime di alimentazione forzata: due volte al giorno i secondini gli infilano un tubo in gola, come si fa con le oche da foie gras, e gli pompano cibi liquidi nello stomaco.

L’alimentazione forzata è una pratica violenta, che induce nausea e senso di soffocamento, produce lacerazioni e infezioni nel cavo orale e nell’esofago, e per il frequente contatto tra sangue, muco e pus può causare malattie di vario genere. Non serve a salvarti, ma a prendere tempo. Assicura il protrarsi di una nuda vita, e intanto ti devasta più della fame.

Dopo altre due settimane, ancora una volta la RAF sospende lo sciopero.

Il 13 settembre 1974 parte il terzo sciopero, a cui aderisce una quarantina di detenute e detenuti e che durerà cinque mesi. Per Holger l’alimentazione forzata scatta dopo tre settimane. Gli danno appena quattrocento calorie al giorno, si scoprirà in seguito. Sufficienti solo a farlo vegetare. Il suo fisico è in grave dissesto, non più in grado di reggere né il digiuno né il tubo.

L’8 novembre Holger non ha più forze. Chiede di vedere il suo avvocato, Siegfried Haag. Quest’ultimo deve penare per essere ammesso nel carcere e visitare il suo assistito. Nel vederlo, rimane sconvolto: Holger è in condizioni terminali, uno scheletro con la pelle. Alto più di un metro e ottanta, pesa poco più di trentanove chili.

È un venerdì sera e non c’è nemmeno il medico del carcere, che si è preso il weekend libero. Haag telefona al magistrato competente per chiedere una visita medica urgente. Non la ottiene.

Holger si spegne poche ore dopo, all’alba di sabato 9 novembre, dopo 57 giorni di sciopero. Aveva appena compiuto 33 anni.

La foto del corpo sul tavolo autoptico – avvertenza: immagine orribile, insopportabile, che tocca persino l’olfatto – trapela e fa grande scalpore. Con la sua pubblicazione, lo sciopero della fame cessa di essere qualcosa di vago. Per un istante risulta evidente il cinismo delle autorità della Repubblica Federale Tedesca, che hanno permesso un simile esito.

Proprio quella foto spinge decine di persone ad arruolarsi nella RAF. Hans Joachim Klein, militante del gruppo Revolutionäre Zellen, la tiene nel portafogli e ogni tanto la guarda. «Per mantenere affilato il mio odio», dirà.

Anche sull’onda dell’emozione suscitata dal caso, nel 1975 l’Associazione Medica Mondiale dichiara che l’alimentazione forzata dei detenuti è affine alla tortura e la include tra le pratiche di cui un medico non deve farsi complice.

«Quando un detenuto rifiuta di nutrirsi ed è ritenuto dal medico in grado di formarsi un giudizio integro e razionale sulle conseguenze di tale rifiuto volontario, non deve essere nutrito artificialmente […] La decisione sulla capacità del detenuto di formarsi tale giudizio deve essere confermata da almeno un altro medico indipendente. Le conseguenze del rifiuto di nutrirsi devono essere spiegate dal medico al detenuto.»

Certo, si può aggirare l’ostacolo facendo dichiarare il detenuto incapace di intendere e di volere.

E in ogni caso, in mezzo mondo si continuerà a usare il tubo. Anche nel nostro occidente. Spesso «in difesa» dell’occidente medesimo e, come suol dirsi, dei «suoi valori». Come a Guantanamo.

 

2. La vicenda più celebre: Bobby Sands

Il più noto sciopero della fame della storia europea ha luogo nel 1981 nel carcere di Long Kesh – detto «The Maze», il dedalo – in Irlanda del Nord.

Tra marzo e giugno muoiono dieci militanti dell’IRA e dell’INLA.

Il primo a spegnersi è il ventisettenne Bobby Sands, che diverrà il più famoso martire legato a questa forma di lotta.

La storia della battaglia di Sands in carcere e della sua morte è raccontata con impressionante realismo nel film Hunger di Steve McQueen (2008).

Chi vuole capire cos’è uno sciopero della fame, guardi la foto del corpo di Holger Meins e l’interpretazione di Michael Fassbender in Hunger.

 

3. L’Italia, Alfredo Cospito e «la sinistra»

Anche nell’Italia di questi anni sono morti detenuti in sciopero della fame. I tre casi più recenti sono quelli di Salvatore “Doddore” Meloni (2017), Gabriele Milito (2018) e Carmelo Caminiti (2020). Tutti e tre deceduti nell’indifferenza quasi generale.

Grazie a una mobilitazione continua e capillare, del caso del compagno anarchico Alfredo Cospito si è invece riusciti a far parlare. Non abbastanza, ma più di quanto ci si poteva attendere.

Cospito è all’ottantesimo giorno di sciopero della fame. Del suo caso abbiamo già scritto a dicembre, e ne abbiamo più volte parlato in pubblico. L’ultima presentazione di Ufo 78 prima della pausa festiva, alla Biblioteca Classense di Ravenna, l’abbiamo cominciata leggendo quest’articolo di Adriano Sofri uscito sul Foglio. Testata che normalmente deprechiamo, ma l’articolo è perfetto, soprattutto il finale. È tuttora una delle cose più chiare e forti scritte su questa vicenda.

Nei giorni scorsi un vasto gruppo di giuristi e intellettuali ha rivolto un appello al ministro della giustizia Carlo Nordio, chiedendo che Cospito sia tolto dal regime di detenzione 41bis. Da più parti abbiamo visto commentare: «Con ‘sto governo di fascisti, figurarsi…»

Solo che ad appioppare a Cospito il 41bis, e a difendere pubblicamente la scelta, è stato il ministro della giustizia del governo Draghi, Marta Cartabia. E i primi allarmi su una possibile estensione del 41bis dai boss mafiosi ai detenuti politici e in generale ai dissenzienti risalgono ai tempi del governo Gentiloni, il cui guardasigilli era Andrea Orlando del PD.

Chi non conosce la storia della repressione poliziesca e giudiziaria in Italia tende a peccare di «recentismo» – o «presentismo» che dir si voglia – e a pensare che la controparte sia solo questo governo, cioè la destra dichiarata.

In realtà la vicenda Cospito è il culmine di un lungo processo che ha visto più spesso protagonista l’altra destra, quella che è stata al governo più volte e più a lungo, quella che si fa chiamare «la sinistra»: dirigenti e opinionisti del Partito Democratico e di sue formazioni-satellite; firme e firmette del partito-giornale Repubblica e di altre testate liberal-de-noantri; procuratori e giudici aderenti a Magistratura Democratica, e in generale – qui prendiamo in prestito il titolo di un romanzo di Luca Rastello – «i buoni».

È stata «la sinistra» a innescare le peggiori recrudescenze autoritarie e repressive. È nel mondo dei «buoni» che si è gonfiato a mo’ di blob un purulento mischione di rimasugli stalinisti, mentalità “manettara”, apologia delle «regole», feticismo della «legalità» come valore in sé, adesione al There Is No Alternative neoliberale ecc.

Ricostruire i processi che hanno reso egemone “a sinistra” una simile subcultura è ben più di quanto possiamo fare in quest’articolo.

Bisognerebbe risalire agli anni Settanta, alla stagione dell’Emergenza e delle leggi speciali, alla linea del «rigore» durante il sequestro Moro.

Poi si dovrebbe smontare un certo legalitarismo statolatrico che ha sfruttato i simboli dell’antimafia per diventare incontestabile e poter invadere sempre più ambiti.

Dopodiché andrebbe spiegato il ruolo che ebbero Mani Pulite e subito a seguire l’«antiberlusconismo», strumentale postura usata per imporre il «menopeggismo» che ci ha devastati.

Lungo questa linea andrebbero collocati concetti-slogan quali «degrado», «decoro» e «sicurezza», magistralmente sviscerati da Wolf Bukowski nel suo La buona educazione degli oppressi (Alegre, 2019).

Si arriverebbe infine alla gestione dell’emergenza pandemica, che “a sinistra” – anche in quella che suol dirsi «radicale» – è il grande tabù.

Oltre quarant’anni di devolution ideologica. Ricostruirli è al di sopra delle nostre forze. Noi possiamo solo mettere la pulce nell’orecchio a chi fa ricerca storica. E fare esempi.

 

4. «I buoni» e la repressione: il caso Torino

Non è stato forse un «buono» tra i più celebri e incontestabili a creare un «pool anti-No Tav» dentro la Procura di Torino?

Tale «pool», come già raccontavamo in Un viaggio che non promettiamo breve (Einaudi, 2016), ha condotto esperimenti giuridico-mediatici a tutto campo, a partire da un’estensione ad libitum del concetto di «terrorismo» e da un uso piuttosto disinibito delle imputazioni per reati associativi.

Esperimenti grazie a cui, come spiegato da Xenia Chiaramonte, ha preso forma non solo un repertorio di strategie di criminalizzazione ed escamotages vari, ma anche un nuovo modello «neopositivistico», un vero e proprio «diritto penale di lotta», basato sulla profilazione del nemico politico e addirittura culturale.

In pochi anni la “democratica” Torino è diventata la capitale morale della repressione, con grande soddisfazione ed entusiasmo del PD e dal suo mondo. Si pensi ai toni con cui l’oggi ex-deputato Stefano Esposito acclamava ogni carica di celere, ogni arresto, ogni condanna in tribunale. Ci è subito venuto in mente lui, ma non era certo il solo.

La guerra al movimento No Tav e, in subordine, ai centri sociali cittadini ha fatto scuola e suggerito modi di affrontare o prevenire altre insorgenze.

È stata la Procura di Torino a rinverdire l’istituto della sorveglianza speciale – ultima discendente del confino fascista, con cui ha molti elementi in comune – per soggetti «socialmente pericolosi». Oggi quello strumento è usato per colpire le nuove lotte su ambiente e clima. Pochi giorni fa è stata chiesta la sorveglianza speciale per Simone Ficicchia, 20 anni, di Voghera, attivista di Ultima Generazione.

È stata sempre la Procura di Torino a chiedere la riqualificazione del reato risalente al 2006 per cui Cospito stava già scontando la pena: aver piazzato un ordigno a basso potenziale di fronte alla Scuola Allievi Carabineri di Fossano (CN). Il reato è così trasmigrato dall’articolo 422 all’articolo 285 del codice penale: non più tentata strage contro «la pubblica incolumità», ma contro «la sicurezza dello stato», benché non ci siano stati morti né feriti né contusi.

La differenza è quella che passa tra vent’anni di galera e la galera per sempre, cioè l’ergastolo «ostativo», ufficialmente incostituzionale eppure ancora tra noi e difeso – proprio come il 41 bis – da molti «buoni».

Gli stessi che dello sciopero di Cospito, e della sua possibile sorte, hanno già ampiamente dimostrato di fregarsene.

 

5. Il «macchinario» vs. il corpo di Alfredo

Alfredo Cospito regge ancora perché, a differenza di Holger Meins e Bobby Sands, aveva in partenza un fisico robusto, ma ha già perso trentasei chili ed è in una situazione forse non disperata ma certo molto grave.

Come ha scritto Adriano Sofri nell’articolo già segnalato,

«Cospito poteva tornare a essere una persona solo decidendo di destinare il proprio corpo a una morte non dilazionata secondo la regola del fine-pena-mai. Il suo è uno sciopero della fame duro, che l’ha già portato in una condizione allarmante. In apparenza, due oltranzismi si fronteggiano: il rincaro della “giustizia”, che è anonimo o è come se lo fosse, è un macchinario, assicurato dell’irresponsabilità personale, e la volontà di andare “fino in fondo” del detenuto. Tutti vedono, non possono non vedere, che non c’è niente di simmetrico nelle due oltranze.»

Di fronte al macchinario, Cospito ha solo il proprio corpo.

Noi però non vorremmo vedere quel corpo in una foto come quella scattata a Wittlich.

Noi vogliamo che Alfredo viva.

Non vogliamo un martire, ma la fine del 41 bis e una nuova consapevolezza su giustizia e carcere in Italia.

da qui

 

 

Punire il pensiero è la vera ragione del 41 bis per Alfredo Cospito – Paolo Persichetti

 

Un appello siglato da intellettuali, giuristi e personalità ha chiesto la revoca del regime penitenziario 41 bis a cui è stato sottoposto l’anarchico Alfredo Cospito in sciopero della fame dal 20 ottobre scorso. Tra i firmatari Alex Zanotelli, Donatella Di Cesare, Moni Ovadia, Massimo Cacciari, Luigi Ferrajoli, ma anche ex magistrati in pensione: tra questi Gherardo Colombo, Beniamino Deidda, Domenico Gallo, Nello Rossi, Livio Pepino, Franco Ippolito e l’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick. E’ un fatto di indubbia novità che alcune di queste figure abbiano preso pubblicamente posizione su un tema del genere.


Un salto nella escalation repressiva
L’applicazione del 41 bis a Cospito rappresenta un nuovo stadio nella escalation repressiva, un ulteriore passaggio nella politica di differenziazione penitenziaria. In questo caso infatti mancano tutti i requisiti generalmente indicati per l’applicazione di queste misura: l’interruzione del legame organizzativo con gli associati e la possibilità di ottenere informazioni.
All’inizio del decennio 90 il 41 bis (l’abolizione di ogni spazio vitale in carcere e l’ostatività a permessi, lavoro esterno, semilibertà e liberazione condizionale, evoluzione del precedente articolo 90) venne introdotto per interrompere i legami organizzativi mantenuti tra reclusi appartenenti a gruppi mafiosi e le associazioni criminali esterne di appartenenza. Successivamente nei primi anni 2000 la stessa misura venne estesa anche a tre militanti delle cosiddette “nuove Br”, condannati per degli attentati realizzati nel 1999 e nel 2002.

 

Nessun legame organizzativo da interrompere
Ciò che colpisce nella vicenda di Cospito è l’assenza del legame organizzativo. Cospito è in carcere da dieci anni per fatti che al momento della condanna non comportarono il ricorso al 41 bis, misura che gli è stata applicata solo nel 2022, a 16 anni di distanza. Dai fatti reato che gli sono attribuiti è trascorso un lungo periodo, nel frattempo non ci sono stati nuovi reati né una nuova organizzazione sovversiva è emersa che lo veda coinvolto, né ci sono state azioni illegali della stessa portata o dimensione per cui era finito in carcere, tali da giustificare un nuovo allarme sociale. A ciò si deve aggiungere che il settore anarchico di riferimento (Federazione anarchica informale) non era una organizzazione con una gerarchia, un organigramma, dei legami definiti e strutturati ma una pulviscolo di singole persone o nuclei separati e indipendenti l’uno dall’altro. Secondo la loro ideologia ognuno poteva agire come meglio credeva a prescindere dall’azione dell’altro. La misura del 41 bis pertanto non potrebbe interrompere nessun flusso informativo/organizzativo presunto o possibile in entrata e in uscita per il semplice fatto che semmai questa area – silente ormai da molti anni – dovesse agire, lo farebbe a prescindere dalla esistenza di Cospito e dalle sue personali posizioni. Alla resa dei fatti la misura del 41 bis risulta del tutto ineffettuale: non interromperebbe legami organizzativi che non sussistono; non bloccherebbe flussi informativi non previsti.
La permanenza del 41 bis anche in assenza del legame organizzativo non è una singolarità che riguarda solo Cospito. Anche per i tre ex appartenenti alle “nuove Br”, Marco Mezzasalma, Nadia Lioce e Roberto Morandi, il regime detentivo in 41 bis si protrate da circa 20 anni nonostante la scomparsa dell’originario gruppo politico di appartenenza.

 

Spezzare il legame con la società
Secondo la retorica riabilitativa la pena deve essere volta alla risocializzazione e questo perché gran parte dei comportamenti devianti sono ritenuti una conseguenza della marginalizzazione sociale. Nel caso dei detenuti politici la punizione ha l’obiettivo opposto: la militanza politica presuppone la presenza di reti sociali, connessioni e forte socializzazione. In questo caso è l’internità sociale che va rotta: desocializzare, isolare, spezzare i legami sociali è il vero obiettivo della sanzione che porta alla differenziazione carceraria, ai diversi regimi di isolamento in alta sicurezza ed ora in 41 bis.

 

Estorcere dichiarazioni
L’altra ragione richiamata per l’applicazione del 41 bis è la collaborazione con la giustizia, indurre il recluso a rivelare fatti e circostanze: altrimenti detto estorcere dichiarazioni. Una tortura bianca più lenta e silenziosa, diluita nel tempo e meno impattante per la sensibilità pubblica. Nella vicenda di Cospito anche questa possibilità viene a mancare poiché i fatti-reato per i quali è stato condannato sono stati accertati e sanzionati e lo stesso Cospito li ha riconosciuti. Oltretutto gli episodi-reato per i quali è stato condannato risultano di modesta gravità nonostante l’entità delle pene ricevute: una gambizzazione (lesioni), degli attentati dinamitardi che hanno prodotto danni lievi a cose. L’ipersanzione non è dovuta quindi alla portata effettuale dei fatti commessi ma alla loro valenza simbolico-politica: antistatale e antisistema. Non sfugge in questo caso la disparità di trattamento penale e penitenziario rispetto chi ha realizzato in questi anni reati di natura stragista, aggravati dal movente razziale, sanzionati con pene molto lievi che non prevedono il medesimo trattamento carcerario.

 

Il 41 bis serve a punire il pensiero
Appare chiaro che l’applicazione del 41 bis nei confronti di Alfredo Cospito mira a colpire la sua personalità, il suo pensiero, opinioni espresse pubblicamente, per altro senza aver mai violato le regole carcerarie poiché fino a ieri non era sottoposto censura o altra limitazione ma esercitava del tutto legittimamente la sua libertà di pensiero. Nel caso l’autorità penitenziaria avesse ravvisato la presenza di pericolosità nelle sue esternazioni, avrebbe avuto la facoltà di intervenire attraverso i normali strumenti del codice penale, denunciando eventuali reati di istigazione o apologia per i quali, se effettivamente riscontrati dalla magistratura, comunque non è prevista nessuna reclusione in regime di 41 bis ma un eventuale aggravio di pena. L’applicazione del regime di 41 bis costituisce in questo caso un attacco diretto ed esclusivo all’identità politica del detenuto.

da qui

sabato 31 dicembre 2022

Ognuno ride a modo suo. Storia di un bambino irriverente e sbilenco - Valentina Perniciaro

Nilo è figlio unico, per poco tempo, e poi arriva Sirio.

c'è un problema, dopo il parto, Sirio e la mamma vengono rimandati a casa troppo presto.

e quando Sirio smette di respirare una pazza corsa verso l'ospedale non è sufficiente per evitare lesioni al cervello.

sarà un vegetale, dice qualcuno alla mamma in ospedale.

ma qualche altro medico e infermiera e i genitori, Valentina e Paolo, non si rassegnano.

ed è una salita verso la vita e, a differenza di Sisifo, Sirio non è tornato indietro, con una testardaggine e una forza di volontà immensa, sua e di chi gli vuole bene.

il libro è bellissimo!



è nata anche la fondazione Tetrabondi, per Sirio e le bambine e i bambini che ne hanno bisogno (
https://fondazionetetrabondi.org e https://www.facebook.com/tetrabondi)


il blog di Valentina, la mamma di Sirio e Nilo  https://baruda.net/

il blog di Paolo, il babbo di Sirio e Nilo  https://insorgenze.net/



Valentina è la mamma di Sirio Persichetti, un bambino nato prematuro ma sano. Dopo 8 giorni dalle dimissioni il suo cuore si ferma: una “morte in culla” che porta i rianimatori alla sentenza di stato vegetativo.

Sirio oggi invece cammina e comunica a modo suo nonostante la diagnosi di tetraparesi spastica e paralisi celebrale.

La storia di Sirio e Valentina è diventata virale dopo un servizio che mostrava Sirio entrare a scuola in completa autonomia. Il video ha fatto il giro del mondo: «Quelle del servizio sono proprio le nostre parole, il nostro sguardo sulla disabilità, l’adrenalina gioiosa che vengono raccontati dalle immagini di Sirio, libero e spavaldo, con gli occhi fissi in camera come a dire ‘eccomi qua, non abbiate paura, sono uno come gli altri’».

Nel testo, Perniciaro racconta le vicende di Sirio e di tutte le persone che convivono con lui, come il padre Paolo, il fratello Nilo e la fantastica marmottina di peluche, sua compagna di avventure. Troviamo anche le figure professionali che condividono la quotidianità di Sirio, come la logopedista, la maestra di sostegno e l’assistente domiciliare.

«L’idea di realizzare un libro era da sempre nella mia testa, ma pensavo di non riuscire mai a farlo dato che la nascita di Sirio e tutto quello che ne è conseguito mi tenevano occupatissima. Ho sempre avuto una scrittura di getto tipica dei blogger, mentre scrivere un libro comporta un tipo di lavoro diverso, concentrazione, attenzione maggiore. Ho deciso di mettere nero su bianco gli appunti presi negli anni in un testo da pubblicare solo a seguito delle sollecitazioni esterne che mi sono arrivate dalla casa editrice».

Perniciaro ha impiegato due mesi e mezzo per scrivere il libro. «E’ un libro rivolto soprattutto ad un pubblico che non conosce la disabilità, una breve opera anche per coloro che lottano per i diritti umani ma che non hanno mai incontrato la disabilità nel cammino della loro vita. È molto importante far capire che c’è tutto un vasto mondo di fragilità che deve essere portato alla luce».

La disabilità è una «montagna immensa», che deve essere «scalata con determinazione e a volte anche spensieratezza». Davanti alla grave disabilità del figlio, inizialmente Perniciaro vedeva «molto nero» intorno a sè, «una vita da trascorrere in solitudine, uno scollamento con la società, la probabile dissoluzione delle relazioni con gli altri».

Nel suo libro parla anche di aver pensato al suicidio, immaginando di crescere Sirio da sola. «Il percorso fatto in questi anni mi dà molte energie, c’è la consapevolezza che è davvero possibile costruire un futuro per Sirio pieno di attenzioni e inclusione». Se si costruiscono reti di aiuto reciproco tra le famiglie, non è difficile immaginare un futuro in cui ci si diverte e si sorride, nonostante tutto.

L’anno scorso, grazie all’aumento di notorietà nei social, Valentina ha creato la Fondazione Tetrabondi, che sviluppa e promuove l’autodeterminazione della persona e il diritto a costruire una propria vita inseguendo la felicità.

«Raccontiamo la disabilità smontandola dalle sovrastrutture dello stigma, ridendoci insieme, mostrandola come una peculiarità imprescindibile dell’essere umano, semplicemente una delle tante sue caratteristiche ineludibili».

Prosegue Perniciaro: «Combattiamo parole che lacerano e alzano mura con l’ironia e la fatica delle nostre giornate, senza eroismi, mostrando alle altre famiglie come ottenere l’ottenibile, come strappare ogni lembo di libertà possibile, senza fare mai un passo indietro, senza farsi vincere dalla rabbia e dal rancore, dall’invidia, dalla disperazione: cercando come obiettivo primario proprio la felicità, la qualità della vita».

da qui

 

 

giovedì 20 ottobre 2022

Archivio Persichetti, dopo 16 mesi per il Gip «l’imputazione ancora non c’è ma l’inchiesta continua»

 

«L’accusa ancora non c’è e addirittura potrebbe non esserci mai» è questo il passaggio decisivo che riassume la sostanza di un’inchiesta che ha messo sotto accusa la libertà di ricerca storica. Lo scrive il Gip del Tribunale di Roma Valerio Savio in chiusura del provvedimento in cui si nega per il momento la riconsegna delle copie forensi, ovvero il clone digitale del mio archivio sequestrato ormai 16 mesi fa: «rilevato ancora come non si pongano questioni in ordine alla riservatezza dei dati, tuttora coperti da segreto investigativo; laddove per altro profilo ogni questione di “utilizzabilità“ dei dati medesimi è semplicemente prematura e allo stato non importabile, in assenza di una imputazione che tuttora potrebbe ancora non essere mai formulata».

 

La procura inizialmente aveva contestato il reato associativo
Il 9 giugno del 2021 una nutrita truppa di poliziotti di tre diversi servizi della polizia di Stato aveva occupato il mio appartamento con un mandato di perquisizione e sequestro dei miei strumenti di lavoro: l’archivio di materiali storici raccolto in anni di ricerche, computer, tablet, telefoni, pendrive, hard disk e schede di memoria di ogni tipo. Sotto la guida di funzionari della Polizia di prevenzione, gli agenti della Digos e della Polizia postale in realtà portarono via anche l’intero archivio di famiglia: cartelle scolastiche e cliniche dei miei figli di cui uno disabile, l’archivio amministrativo, l’intero archivio fotografico della mia compagna. Le imputazioni iniziali, mosse dalla Procura della repubblica e dalla Procura generale, erano l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo (270 bis cp), rapidamente evaporata dall’inchiesta, e il favoreggiamento (378 cp).

Il reato non si trova
Nel corso dell’inchiesta si sono succedute ben 5 imputazioni: prima della perquisizione l’indagine si era aperta ipotizzando una violazione di segreto d’ufficio (prima imputazione), successivamente lievitata in associazione sovversiva a scopo di terrorismo (seconda imputazione) e favoreggiamento (terza imputazione). Nel luglio del 2021 il Tribunale della libertà, sollevando dubbi sulle precedenti incolpazioni, evocate – a suo dire – «senza indicare precise condotte di reato», suggerì una nuova accusa: «violazione di notizia riservata» (quarta imputazione), che si sarebbe consumata l’8 dicembre 2015, quando attraverso la posta elettronica avevo inviato alcuni stralci della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro 2. Testo che sarebbe stato pubblicato dall’organo parlamentare meno di 48 ore dopo e sul quale non era mai stato posto alcun segreto, nemmeno funzionale. Pagine destinate a un gruppo di persone coinvolte insieme a me nel lavoro di preparazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse (leggi qui), poi uscito nel 2017 con Deriveapprodi (Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera). Nell’ottobre successivo, cioè un anno fa, il Gip scrisse in uno dei suoi provvedimenti che, in realtà, mancava «una formulata incolpazione anche provvisoria» (leggi qui). Insomma le uniche certezze dell’indagine erano il sequestro del mio archivio, le intercettazioni della posta elettronica, ma non l’esistenza di un reato per cui tutto ciò avveniva. A quel punto la procura sposando la richiesta di incidente probatorio sul materiale sequestrato, avanzato in precedenza dal mio avvocato, si attestò nuovamente sull’accusa di favoreggiamento (quinta imputazione).

La perizia accerta l’assenza di materiale riservato ma la procura non si arrende
A fine aprile 2022 il perito del tribunale dopo aver clonato i 27 supporti sequestrati estrae 725 elementi attinenti all’indagine: 589 pdf, 117 immagini, 1 video, 13 files testo e 5 folder, per buona parte scaricati dal sito di un ex membro della Commissione Moro (i (https://gerograssi.it/b131-b175/#B131). In nessuno di essi è presente materiale riservato. Per la procura è un clamoroso buco nell’acqua (leggi qui) ma nonostante ciò il pm si oppone alla riconsegna dell’archivio e il Gip lo appoggia. La procura chiede alla Polizia di prevenzione di analizzare il materiale estratto dal perito e a fine maggio dispone la riconsegna dei 23 supporti nei quali il perito non aveva trovato elementi attinenti all’indagine ma trattiene le copie forensi.

La Procura riconsegna il materiale sequestrato ma trattiene le copie forensi dell’archivio
Nel frattempo la Polizia di prevenzione analizza il materiale individuato dal perito e il 9 luglio 2022 invia una informativa alla pubblico ministero Albamonte, titolare dell’indagine, nel quale «si da riscontro dei contenuti dei file estrapolati dal perito nel corpo dell’incidente probatorio». In seguito a questa informativa il 26 luglio il pm dispone la riconsegna dei due telefonini, del tablet e del computer e dello spazio cloud ancora sequestrati ma anche in questo caso trattiene le copie forensi, ovvero il clone digitale dell’intero materiale presente nei quattro supporti, «in quanto – scrive il pm – costituiscono necessario compendio del fascicolo fino alla sua definizione e risultano tutt’ora utili ad approfondire le indagini circa la provenienza del materiale riservato trovato nella disponibilità del Persichetti».

Un’inchiesta senza più reato
L’avvocato Francesco Romeo chiede la visione dell’informativa della Polizia di prevenzione che aveva provocato l’improvviso cambio di atteggiamento della Procura ma la Procura oppone un rifiuto. A quel punto solleva un nuovo ricorso contro la decisone del pm per riavere le copie forensi dell’intero materiale portato via il 9 giugno 2021. L’impugnazione viene discussa lo scorso 30 settembre, per il Gip nonostante «l’assenza di una imputazione», che addirittura «potrebbe non essere mai formulata», le copie forensi dell’archivio devono restare in mano alla procura fino alla conclusione dell’indagine. Con buona pace della libertà di ricerca storica.

da qui

mercoledì 18 maggio 2022

Il buco nell’acqua della Procura di Roma – Paolo Persichetti

  

Assoluta irrilevanza giudiziaria del materiale individuato e sequestrato a Paolo Persichetti. Nonostante il nulla investigativo prodotto da questa indagine da 336 giorni si protrae il sequestro capzioso archivio storico e familiare, dei telefoni cellulari, del computer e del cloud. Appare sempre più chiaro che l’obiettivo di questa inchiesta era quello di portare un attacco diretto alla libertà di ricerca storica, lanciare un monito all’agibilità storica indipendente. Apparati e magistratura hanno invaso un nuovo territorio, estendendo la loro competenza alla conoscenza del passato.

 

E’ arrivata finalmente la relazione tecnica realizzata sul mio archivio di lavoro sequestrato l’8 giugno 2021 (vedi qui e qui). Nel gennaio scorso il Gip aveva disposto la duplicazione dei dati presenti nei dispositivi sottoposti a sequestro e aveva chiesto di individuare al loro interno i «documenti provenienti dalla Commissione di inchiesta relativa al sequestro dell’On. Moro presieduta dall’On. Fioroni, delimitando tale ricerca al periodo 2/10/2014 – 31/3/2018», periodo di attività della Commissione parlamentare. Indagine finalizzata a cercare la prova della presenza di materiale riservato proveniente dalla Commissione Moro 2, che – secondo l’ipotesi avanzata dalla Procura dopo una rocambolesca serie di cambi di accusa – avrei utilizzato per favorire alcuni latitanti coinvolti nel sequestro Moro.
In 23 dei 27 device e altri supporti di archiviazione sequestrati dalla Polizia di prevenzione, supportata da Digos e Polizia postale – è scritto nella perizia – «non sono stati rinvenuti elementi riferibili alla richiesta del Pm». Circostanza ovvia, alcuni di questi contenevano solo materiale di pertinenza familiare.
Nei 4 supporti restanti sono stati estratti nel complesso 725 elementi: 589 pdf117 immagini1 video13 files testo e 5 folder.

Tra i 589 pdf ci sono:
– 1 libro in doppia copia e 2 copie di un mio articolo apparso su il Dubbio del 24 ottobre 2017 dal titolo, «La bufala del Br Alessio Casimirri salvato dai servizi»;
– 585 documenti scaricati da fonte aperta, in buona parte dal sito dell’ex membro della Commissione Moro 2, Gero Grassi (
https://gerograssi.it/b131-b175/#B131). Pdf scaricati dal 18 maggio 2018 in poi, ovvero tre mesi dopo la chiusura dei lavori della Cm2 e la declassificazione degli atti stessi. Un numero ristretto di pdf proviene invece dal portale della Commissione attivato successivamente, messo a disposizione di studiosi e cittadini che volevano fare richiesta di documenti prodotti dalla Commissione. I restanti pdf riguardano le schede di registrazione delle audizioni svolte dalla Commissisone che si trovano sul sito di Radio Radicale.

Le 117 immagini sono così suddivise:
– 46 foto della bozza preparatoria della relazione finale del primo anno di lavori della Commissione, resa pubblica il 15 dicembre 2015. Tra le 46 immagini quasi la metà, 20sono doppioni presenti in un cellulare attivato pochi mesi prima del sequestro. Queste immagini, da cui sarebbe scaturita l’indagine dopo una intercettazione di alcune mail, erano già in mano agli inquirenti al momento della perquisizione, non costituiscono per tanto alcuna novità.
– 2 immagini doppione dello schizzo dell’azione di via Fani realizzato da Mario Moretti, depositato in commissione Moro 2 dallo storico Marco Clementi al momento della sua audizione, il 17 giugno 2015 e citato nel libro a cui ho preso parte, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017.
– 15 immagini di una relazione del Sismi inviata alla prima Commissione Moro. Documentazione presente nella Direttiva Prodi raccolta in Archivio centrale dello Stato.
– 1 immagine della lettera di Mario Moretti inviata alla Cm2, già citata nel libro sopra indicato.
– 1 immagine di una camicia con frontespizio «Telefonate anonime», proveniente dalle buste del Fondo Moro – Direttiva Prodi presente in Archivio centrale dello Stato.
– 1 video del responsabile Ris carabinieri che presenta la relazione tecnica sulle perizie svolte per conto della Cm2, facilmente reperibile in rete.
– 5 folder contenenti la documentazione raccolta in Archivio centrale dello Stato.
– 6 documenti testo formato pages con gli indici del contenuto delle buste da me visionate all’interno della Direttiva Prodi, fondo Moro, presso l’Archivio centrale dello Stato.
– 7 documenti formato word con doppioni di articoli vari.

Nessun documento riservato
Appare superfluo sottolineare l’assoluta irrilevanza giudiziaria del materiale individuato. Al momento della perquisizione avevo inutilmente spiegato quale fosse il contenuto del mio archivio, indicando le cartelle contenenti i documenti della Commissione Moro 2, invitando i funzionari di polizia a verificare come i pdf fossero agevolmente scaricabili dal sito di Gero Grassi e dal portale della Commisssione.

Nonostante il nulla investigativo prodotto da questa indagine da 336 giorni si protrae il sequestro capzioso del mio archivio storico e familiare, dei telefoni cellulari, del computer e del cloud. Appare sempre più chiaro che l’obiettivo di questa inchiesta era quello di portare un attacco diretto alla libertà di ricerca storica, lanciare un monito all’agibilità storica indipendente. Apparati e magistratura hanno invaso un nuovo territorio rivendicando il monopolio della conoscenza del passato, osteggiando e imbavagliando ricostruzioni che sfuggono alle logiche processuali.

da qui

lunedì 10 gennaio 2022

L’insostenibile fascino della repressione

 


Le parole sono importanti.


Ecco la definizione di repressione secondo il vocabolario: “attività e azione violenta o intimidatoria attuata dal governo e dai centri di potere contro forze e movimenti rivoluzionari e progressisti, o comunque di opposizione, di protesta e di contestazione” (qui)


 

Nel 1977 Marco Bechis, al rientro in Italia, scampato alle torture (e alla morte) degli assassini argentini, fu accolto da due carabinieri, e al racconto delle scosse elettriche un carabiniere disse: “Laggiù sì che fanno sul serio, mica come da noi…” (p.187, Marco Bechis, La solitudine del sovversivo, (qui la recensione del libro)

 

Nel 2001 a Genova è successo quello che tutti sanno, ma nessun torturatore e picchiatore, e sopratutto nessuno dei loro capi, ha pagato (lo ricorda Enrico Zucca), anzi sono stati promossi, con merito, e quindi tutti i componenti delle forze dell’ordine sanno che comportarsi in quel modo è buono e giusto.

Non è fuori luogo pensare che in tutte le scuole delle forze dell’ordine degli ultimi 20 anni avranno insegnato che tutto ciò che non è vietato è lecito.

 

Intanto i capi d’accusa per cui si deve sprecare la vita in tribunale sono simili in tutto il mondo, in Egitto è molto usato il reato di diffusione di notizie false (leggi qui), a migliaia lo provano sulla propria pelle, per esempio Patrick Zaki e Alaa Abdel Fattah.

 

Da noi si usa molto l’associazione a delinquere e l’eversione (leggi qui), ma anche eversione e associazione a delinquere (qui, per esempio).

 

Per Paolo Persichetti la repressione è per rivelazione di notizie di cui sia vietata la divulgazione (leggi qui), ed è inquietante il modus operandi scandaloso delle forze dell’ordine:

Le chiedo anche come sia possibile entrare in una abitazione per una intera giornata stravolgendo la vita di una persona anziana, di due minori, di cui uno con una grave disabilità, del personale infermieristico e di sostegno che se ne occupa, con il pretesto di prelevare della documentazione molto specifica e limitata, riferita alle attività della Commissione Moro 2, per altro da me fornita subito senza problemi (e direi con estremo stupore visto che me la sono procurata scaricando il materiale dal sito di un ex membro della commissione stessa, https://gerograssi.it/b131-b175/#B131), ed invece portare via tutto ciò che era possibile. Arraffare ogni supporto informatico, persino telefoni cellulari obsoleti e rotti, vecchie pendrive che usavo per il mio lavoro di giornalista, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli, l’intero archivio fotografico della mia famiglia e di mia moglie, che è fotografa e da mesi si ritrova privata di parte del suo archivio, sottrarmi i miei strumenti di lavoro, computer, tablet, telefonino, portare via tutto l’archivio dei miei studi universitari, il mio intero archivio storico personale raccolto presso l’archivio centrale dello Stato, l’archivio storico del senato, le biblioteche parlamentari e pubbliche, l’archivio della corte d’appello di Roma, i materiali della direttiva Prodi e Renzi, quelli della prima commissione Moro e della commissione Stragi, una infinità di files scaricati da fonti aperte. Quale può essere la finalità investigativa di un’azione del genere? Una pesca a strascico indiscriminata che mi ha sottratto del mio passato, della mia intimità (cosa può esserci di sospetto nelle foto dei miei figli in sala parto?) e che – a quanto pare – ha il solo fine di menomare la mia attività, di imbavagliare la mia ricerca, di prendere in ostaggio la storia, di sequestrare il passato.

 

Della repressione dei militanti no Tav sappiamo molto (qui l’ultimo caso, quello di Emilio Scalzo, qui e qui Angelo Tartaglia spiega l’assurdità di quel mostro della Tav in Val di Susa, ma solo chi è intellettualmente onesto può capire); sappiamo anche che se il potere militare, politico, giudiziario avesse dedicato solo la metà di quello sforzo repressivo verso le mafie e l’evasione fiscale dei milionari (in euro) e avesse scatenato l’unica guerra giusta, quella contro i paradisi fiscali, l’Italia sarebbe un paese migliore.


qui un interessante intervento di Livio Pepino, su democrazia e repressione

 

Interessante ascoltare qui Federico Petroni e Alfonso Desiderio, di Limes, il ruolo passivo del nostro paese nella straordinaria repressione a stelle e strisce, per ricordarci il compito dell’Italia, quello del servo (ecco perché si chiamano servitù militari).

 

Nella nostra Costituzione nata dalla Resistenza, ma anche in tante altre, si parla di libertà, di parola, di stampa, di opinione, di ricerca, di associazione, quando è stata scritta, dopo la seconda guerra mondiale, erano libertà da tutelare, negli anni, in maniera sempre più veloce, sono diventate libertà da reprimere.

Le libertà che si espandono sono quelle di produrre e vendere armi, sistemi di repressione e sorveglianza.


Gli stati uniti del mondo delle libertà, gli stati uniti del mondo della repressione, gli stati uniti del mondo dell’oppressione e gli stati uniti del mondo del colonialismo e del neo-colonialismo sono facce della stessa medaglia, sporca di sangue (qui si ricordano gli Stati Uniti d'America come il paese più terrorista del mondo).

Ogni paese ha mille strumenti per la repressione, le bombe, l’esercito, il carcere, la polizia, i tribunali, dipende dalla resistenza incontrata o dalle convenienze, dal sistema giudiziario o dalle leggi dei paesi interessati, o anche solo infischiandosene della volontà popolare.

 

Tanti, troppi, sono oggetto di repressione, dai curdi a Julian Assange, dalle donne afghane ai neri degli Usa (e non solo), dagli indigeni dal Canada fino alla Terra del Fuoco ai palestinesi, dai migranti agli stranieri, da Mimmo Lucano (qui un lucido commento di Marco Revelli) e tutti quei milioni che hanno votato, inascoltati, nel 2011 perché dell’acqua non si facesse profitto.

Molte centinaia di milioni (o qualche miliardo?) di persone in tutto il mondo sono umiliate e offese, unitevi, direbbe Karl Marx.