In questi giorni è in discussione in Senato il CETA
(Comprehensive Economic and Trade Agreement), l’accordo commerciale ed
economico fra il Canada e la UE. Se sarà approvato sarà un’altra vittoria del
trionfante mercato globale. Infatti il CETA è uno dei sette trattati
internazionali di libero scambio che sono: TTIP, TPP, TISA, NAFTA, ALCA e
CAFTA. Sono le sette teste dell’Idra. Il profeta dell’Apocalisse aveva
descritto il grande mercato che era l’Impero Romano come una Bestia dalle sette
teste. E il profeta aggiungeva che “una delle sue teste sembrò colpita a morte,
ma la sua piaga mortale fu guarita” (Ap. 13,3). Così oggi alcune teste della Bestia sembrano colpite a morte, perché Trump si
è scagliato contro il TTIP (Accordo commerciale tra USA e UE), contro il TPP
(Accordo commerciale tra USA e nove paesi del Pacifico) e il NAFTA (Accordo
commerciale fra USA, Canada e Messico).
Sembravano colpite a
morte, ma ora vengono riproposte sotto nuove forme, soprattutto il TTIP. La
‘Bestia’ infatti, nelle sue varie teste, sembra che stia lì lì per morire, ma
riprende subito vita. Non dobbiamo quindi mai allentare l’attenzione su questi
Accordi che sono il cuore pulsante del grande mercato globale. Soprattutto in
questo momento dobbiamo stare molto attenti al CETA. Da anni è in atto una forte campagna in Europa contro il CETA, con forti
pressioni sul Parlamento europeo. Ma nonostante tutto questo, il 30 ottobre
2016 la UE ha firmato il Trattato e il 15 febbraio 2017 anche il Parlamento
Europeo lo ha ratificato con 408 voti favorevoli e
254 contrari. Ma ci resta ancora una
speranza: il Trattato deve essere approvato da tutti i Parlamenti dei 27 Stati.La
resistenza nei parlamenti francesi e spagnoli è forte. Ora il testo del
Trattato è in discussione nel nostro Senato, dove è stata incardinato l’8
giugno scorso. Dobbiamo tutti mobilitarci perché questo Accordo non venga
approvato. Il 5 luglio, al mattino, ci sarà un sit-in davanti al Senato e al
pomeriggio una manifestazione indetta dalla Coldiretti davanti al Parlamento.
Per noi questo
trattato è “un gigantesco regalo alle multinazionali e un’ulteriore limitazione
al ruolo e alle competenze di governi ed enti locali ai danni dei diritti e
delle tutele di milioni di cittadini e consumatori”.Così lo definisce la deputata europea Eleonora
Forenza. Infatti il CETA non prevede solo un’abolizione della quasi totalità
dei dazi doganali (già molto bassi) , ma soprattutto l’eliminazione di gran
parte delle “barriere non tariffarie”, ovvero norme tecniche standard e criteri
di conformità dei diversi prodotti di cui gli Stati si dotano per proteggere la
salute, l’ambiente, i consumatori e i lavoratori. “Chi
ha a cuore il futuro dell’agricoltura di piccola scala e della produzione
alimentare di qualità – scrive Carlo Petrini – non può che sperare che
l’Accordo venga rigettato.Ancora
una volta siamo di fronte a una misura volta a promuovere, sostenere, difendere
e affermare esclusivamente gli interessi della grande industria a scapito dei
cittadini e dei piccoli produttori”. Il
CETA è un attacco al diritto al lavoro, agli standard ambientali, alla difesa
dei beni comuni e dei servizi pubblici. In questo trattato vi sono clausole che
impediscono la ripubblicizzazione dei servizi idrici e dei trasporti.
Per queste ragioni
chiediamo ai senatori di bocciare l’Accordo. Invece
Pierferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, sta
premendo perché si arrivi al più presto al voto. Le Commissioni Difesa e Affari
Costituzionali hanno dato il loro ok. Ora tocca
a noi premere sui senatori e senatrici dei nostri territori, scrivendo lettere,
inviando e-mail. Ma in questo momento abbiamo bisogno della voce forte dei nostri vescovi
italiani. Per questo mi appello ai
nostri vescovi, alla CEI perché si esprimano sul CETA. Non
possono continuare a rimanere in silenzio su un Trattato che rafforzerà la
tirannia dei mercati e delle multinazionali a scapito dei cittadini soprattutto
i più deboli. Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium attacca con forza
“l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria” perché “negano
il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del
bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che
impone in modo unilaterale e implacabile le sue leggi e le sue regole”(56). E’
questo lo scopo dei Trattati di libero scambio, fra cui il CETA. Se verrà
approvato, il CETA aprirà le porte al TTIP che è di nuovo riproposto dagli USA
e poi al TISA (Accordo sul commercio dei servizi) che stanno segretamente
preparando. Quest’ultimo Accordo è il più pericoloso, perché porterà alla
privatizzazione dei servizi pubblici, dall’acqua alla sanità, dalla scuola al
welfare.
E poi tocca
a noi, laici e credenti, unirci insieme, fare rete per dire NO all’Idra dalle
sette testee un SÌ a
un mondo più equo, più solidale, più sicuro per tutti.
“Abbiamo
scoperto il segreto, ora sappiamo il vero scopo del Ttip: servirà agli Usa per
scardinare il nostro mercato. Abbiamo la conferma della volontà dei manovratori
di agire indisturbati”. È il commento di Silvia Benedetti, deputata del M5s e
membro della commissione Agricoltura, incaricata dal suo gruppo di visionare il
Ttip, il trattato Usa-Ue sul commercio ora disponibile anche in Italia alla
consultazione presso il Mise. Il negoziato di libero scambio più segreto del
mondo, infatti, è diventato pubblico. Come è già successo al Parlamento e alla
Commissione europea, anche da noi dal 30 maggio parlamentari e funzionari
governativi italiani possono prendere visione dei documenti riservati presso la
sala di lettura istituita al ministero dello Sviluppo economico. Ma, secondo la
deputata grillina, si tratta soprattutto di “un’operazione di facciata”.
“La lettura, seppure sommaria dei documenti, peraltro già ampiamente anticipati
dai leaks di Greenpeace, conferma che il liberismo antisociale è la filosofia
alla base di questo trattato. Il vero e unico obiettivo dell’accordo – continua
Benedetti - è togliere tutti gli ostacoli normativi, burocratici e
amministrativi al commercio. Sul piano alimentare, in particolare, il dato più
stridente è la forte pressione degli Usa, che scalpitano per conquistare i
mercati europei. Mentre da parte dell’Europa la tutela delle Dop, Igp e Doc è
ancora troppo debole. L’effetto sarà di aprire i nostri supermercati a prodotti
che non garantiscono gli stessi standard di sicurezza conquistati dai
consumatori europei”.
I deputati hanno un’ora di tempo per leggere il corposo faldone, che si compone
di numerosi fascicoli disposti in maniera disordinata: “Se non conosci già a
fondo l’argomento è impossibile cavarci qualcosa – aggiunge Benedetti – il
tempo a disposizione è troppo poco. Visto che si tratta di scelte che
riguarderanno la vita di tutti, concedere un’ora sola per leggere integralmente
gli atti negoziali è una presa in giro".
Ma come si svolge il "rituale" della lettura? "I carabinieri ti
accolgono all’ingresso della sede del Mise, in via Veneto, e ti accompagnano in
una stanza dedicata con quattro scrivanie numerate -racconta la deputata
cinquestelle- Su ogni scrivania ci sono solo dei fogli e una penna. Prima di
entrare bisogna consegnare tutto, compreso il cellulare. Al massimo ti concedono
di tenere fazzoletti per il naso. Non si possono fare fotografie o fotocopie,
soltanto
prendere
appunti in modo rapido e sommario. Non è concesso infatti trascrivere interi
paragrafi. Non si viene lasciati soli ma si sta per tutto il tempo sotto la
sorveglianza di un funzionario. Conto di ritornarci per approfondire alcuni
aspetti, una sola volta non basta”.
quando
il 5 febbraio 2003 Colin Powell faceva la sceneggiata all'Onu con quelle poche
gocce di sostanza bianca in una provetta è scoppiata una guerra.
da
noi l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale)
ha pubblicato l’edizione 2016 delRapporto
Nazionale Pesticidi nelle Acque(qui il
documento completo),su
dati del 2013 e 2014, nel quale si legge che "le sostanze più vendute,
oltre ai pesticidi inorganici, come lo zolfo e i composti del rame, sono
1,3-dicloropropene, glifosate, mancozeb, metam-sodium, fosetil-aluminium,
clorpirifos, con volumi annui superiori alle 1.000 tonnellate"
1000
tonnellate, non una provetta, vere armi di distruzione di massa, praticamente
un lento omicidio di tutti noi.
e
solo per i profitti dei soliti, per produrre sempre di più, incassare
soldi con le eccedenze di produzione, produrre ogm e crescere animali bionici.
per
capire gli effetti del glisofato si legga fino in fondo.
già
oggi succede tutto questo, il TTIP prossimo venturo sarà una marcia verso
qualche tipo d'inferno (come ricorda qui Susan
George).
abbiamo
fatto le guerre peggiori, attaccando paesi e popoli che non ci hanno invaso,
fregandocene della Costituzione italiana.
sappiamo
chi e come ci sta uccidendo, per mezzo del cibo e dell'acqua, chi e come sta
invadendo, giorno dopo giorno, i nostri corpi, questa sì che sarebbe una guerra
giusta contro gli invasori, ma nessuno la dichiara.
dice
il Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque*:
I pesticidi non sono un’invenzione recente, l’uso più
antico documentato risale all’incirca al 2500 a.c. quando i Sumeri si
cospargevano con composti di zolfo nella convinzione che l’odore avrebbe
allontanato gli insetti. Il papiro di Ebers, il più antico documento medico
noto (1550 a.c.), descrive oltre 800 ricette degli Egizi, molte contenenti
sostanze riconoscibili come veleni e pesticidi. Omero descrive come Ulisse
abbia "fumigato l’ingresso, la casa e il cortile bruciando zolfo",
attestando che l’uso dei pesticidi era noto anche nell’antica Grecia. Per
secoli l’uomo ha utilizzato sostanze chimiche per difendersi da agenti
patogeni, e successivamente, soprattutto dal 1800, nelle pratiche agricole. Il
ricorso massiccio alla chimica di sintesi, dopo la seconda guerra mondiale, ha
sostituito quasi del tutto altre pratiche di controllo delle avversità
agronomiche. La presa di coscienza delle conseguenze negative dell’uso delle
sostanze chimiche: persistenza ambientale, trasporto nel lungo raggio, tossicità
anche per gli organismi non bersaglio e per l’uomo, ha portato in tempi recenti
allo sviluppo della difesa fitosanitaria integrata, con il ricorso a pratiche
più ecosostenibili e l’obiettivo di minimizzare l’uso di sostanze chimiche.
Essendo concepiti per combattere organismi ritenuti
dannosi, i pesticidi possono comportare effetti negativi per tutte le forme di
vita. In seguito all’uso, in funzione delle caratteristiche molecolari, delle
condizioni di utilizzo e di quelle del territorio, possono migrare e lasciare
residui nell’ambiente e nei prodotti agricoli, con un rischio immediato e nel
lungo termine per l’uomo e per gli ecosistemi.
In Italia in agricoltura si utilizzano ogni anno circa
130.000 tonnellate di prodotti fitosanitari. Ci sono, inoltre, i biocidi
impiegati in tanti settori di attività, di cui non si hanno informazioni sulle
quantità, manca un’adeguata conoscenza degli scenari d’uso e della
distribuzione geografica delle sorgenti di rilascio. Il monitoraggio dei
pesticidi nelle acque richiede la predisposizione di una rete che copra gran
parte del territorio nazionale, il controllo di un grande numero di sostanze e
un continuo aggiornamento reso necessario dall’uso di sostanze nuove.
Il monitoraggio dimostra una diffusione ampia della contaminazione.
Pesticidi sono presenti nel 63,9% dei punti di monitoraggio delle acque
superficiali e nel 31,7% di quelle sotterranee, più che nel passato. Le
frequenze sono più basse nelle acque sotterranee, ma i pesticidi sono presenti
anche nelle falde profonde naturalmente protette da strati geologici poco
permeabili. Sono state trovate 224 sostanze diverse, un numero sensibilmente
più elevato degli anni precedenti. Indice, questo
soprattutto, di una maggiore efficacia complessiva delle
indagini. La contaminazione è più diffusa nella pianura padanoveneta. Questo
dipende largamente dal fatto che lì le indagini sono generalmente più
rappresentative. Nelle cinque regioni dell’area, infatti, si concentra poco
meno del 60% dei punti di monitoraggio dell’intera rete nazionale.
La presenza di pesticidi nelle acque pone la questione
delle possibili ripercussioni negative sull’uomo e sull’ambiente. Il confronto
delle concentrazioni misurate con i limiti stabiliti dalle norme ci dà
indicazioni sulla possibilità di effetti avversi. Il 21,3% dei punti delle
acque superficiali ha concentrazioni superiori al limite. Nelle acque
sotterranee la percentuale di superamenti è 6,9%. La rete di monitoraggio da
cui provengono i dati è finalizzata alla salvaguardia dell’ambiente e non al
controllo delle acque potabili, ma, queste ultime, spesso sono prelevate dagli
stessi corpi idrici. In caso di contaminazione, pertanto, si rende necessario
operare interventi di depurazione.
Per alcune sostanze, più di altre, la contaminazione per
frequenza, diffusione territoriale e superamento dei limiti di legge,
costituisce un vero e proprio problema, in alcuni casi di dimensione nazionale.
Tali evidenze indicano la necessità di un’analisi critica delle attuali
procedure di autorizzazione delle sostanze, e richiedono che una corretta
valutazione del rischio dovrebbe considerare in modo retrospettivo anche i dati
di monitoraggio ambientale.
I dati evidenziano, ancora più che in passato, la
presenza di miscele di sostanze nelle acque. È aumentato, infatti, il numero
medio di sostanze nei campioni, e sono state trovate fino a un massimo di 48
sostanze diverse contemporaneamente. Dagli studi prodotti finora emerge che la
tossicità di una miscela è sempre più alta di quella del componente più
tossico. La valutazione del rischio deve, pertanto, tenere conto che l’uomo e
gli altri organismi possono essere soggetti all’esposizione
simultanea a diverse sostanze chimiche, e che lo schema
di valutazione usato nell’autorizzazione dei pesticidi non è sufficientemente
cautelativo riguardo ai rischi della poliesposizione.
Il monitoraggio continua a segnalare una presenza diffusa
di pesticidi nelle acque, con un notevole aumento delle sostanze rinvenute e
delle aree interessate. Le ragioni sono diverse. In primo luogo c’è il fatto
che in vaste zone del paese, solo con ritardo, emerge una contaminazione prima
non rilevata da un monitoraggio non adeguato. La causa più preoccupante, però,
è la persistenza di certe sostanze, che insieme alle dinamiche idrologiche
molto lente (specialmente nelle acque sotterranee) rende i fenomeni di
contaminazione ambientale difficilmente reversibili.
Un fotografo argentino emergente ha deciso di realizzare
un reportage di quelli davvero tosti. Come Davide contro Golia, i suoi nemici
sono il glifosato e la Monsanto.
Il glifosato, uno degli erbicidi più usati al mondo
in campo agricolo, ha effetti devastanti e drammatici sulla salute delle
persone che sono costrette a vivere in suo contatto. Questa volta a sostenerlo
non è un’organizzazione
ambientalista o, meglio ancora, qualche agenzia che fa
capo all’Organizzazione mondiale della sanità. Lo dimostra, con
immagini e testimonianze, un reportage realizzato da Pablo Ernesto
Piovano, un fotografo argentino che nel 2014 ha deciso di
documentare la condizione della popolazione del suo paese che lavora o vive nei
pressi dei campi coltivati a soia ogm dove si usano dosi massicce di
diserbanti.
Il costo umano dei pesticidi
Il reportage si chiama El costo humano
de los agrotóxicos, il costo umano dei pesticidi, ed è stato esposto
all’edizione 2015 del Festival della
fotografia etica di Lodi. Le foto di Piovano sono una denuncia senza
appello alla Monsanto, la multinazionale che si è inventata l’accoppiata
ogm-Roundup, ovvero la coltivazione di soia geneticamente modificata abbinata
all’utilizzo del diserbante Roundup (al quale la
soia è resistente) che contiene glifosato.
“Questo lavoro è stato dettato dal mio amore per
la natura. Ho lavorato per trovare prove su questa situazione,
trascorrendo giorni interminabili da solo con la mia macchina fotografica,
viaggiando per oltre seimila chilometri sulla mia auto di vent’anni, per dare
il mio contributo affinché tutto questo finisca”, ha dichiarato Piovano a Burn,
il magazine dedicato ai fotografi emergenti.
Una breve storia del glifosato
La storia del glifosato inizia negli anni Cinquanta, ma
la sua commercializzazione con il nome di Roundup da parte
della Monsanto è partita nel 1974 negli Stati Uniti come
strumento per liberare i campi agricoli dalle erbacce. Poi la cosa è “sfuggita
di mano” quando il glifosato ha iniziato a fare coppia fissa con i cereali
modificati geneticamente per resistere al pesticida. Oggi è
commercializzato in tutto il mondo e il brevetto è scaduto quasi ovunque,
Italia compresa dove è uno dei prodotti fitosanitari più venduti. In Europa
sono quattordici le aziende che lo producono.
La scelta sciagurata dell’Argentina
Il dramma argentino ha avuto inizio nel 1996 quando il
governo ha deciso di approvare la coltivazione e la commercializzazione di soia
transgenica e l’uso del glifosato senza condurre alcuna indagine interna, ma
basando la sua decisione solo sulle ricerche pubblicate dalla Monsanto. Da
allora, la terra coltivata a ogm è arrivata a coprire il 60 per cento del
totale e solo nel 2012 sono stati spruzzati 370 milioni di litri di pesticidi
tossici su 21 milioni di ettari di terreno. In quelle stesse terre, i casi di
cancro nei bambini sono triplicati in dieci anni, mentre i casi di
malformazioni riscontrate nei neonati sono aumentate del 400 per cento. A dir
poco incalcolabili i casi di malattie della pelle e i problemi respiratori
riscontrati senza motivo apparente nei giovani come negli adulti.
Un terzo degli argentini soffre per colpa del glifosato
Un’indagine recente, secondo quanto riportato da Burn, ha
calcolato che 13,4 milioni di argentini (un terzo della popolazione totale) ha
subìto gli effetti negativi del glifosato. A fronte di tutto ciò, l’Argentina
non ha preso alcuna decisione per bloccare questo dramma, né ha commissionato
nuovi studi per capire cosa stia accadendo alla popolazione. Anzi, oggi in
Argentina si trovano 22 dei 90 milioni di ettari coltivati a soia ogm nel
mondo, secondo quanto riportato dal settimanale tedesco Die Zeit.
Il reportage, però, non è passato inosservato vincendo
diversi premi come il Festival internacional de la imagen, in Messico, e
si è piazzato al terzo posto del concorso POY Latam, nella categoria
“Carolina Hidalgo Vivar el medio ambiente”. Ma l’omertà e la forza di una
multinazionale del calibro della Monsanto sono nemici duri da sconfiggere,
molto più potenti dell’evidenza e del dolore.
La conseguenza diretta per le persone è
che molto probabilmente il cibo che importiamo sarebbe trattato chimicamente,
sarebbe geneticamente modificato e non sarebbe etichettato. Non sapresti
veramente cosa c’è nel tuo cibo. Potresti comprare pollo che è stato lavato con
cloro, manzo cresciuto con ormoni, potresti avere cibo biosintetico prodotto
con un gene di una pianta e un altro di un animale, e tutto questo non sarebbe
etichettato.
Gli
americani senza dubbio vogliono sbarazzarsi delle indicazioni geografiche
protette (IGP). Ciò significa che non si potrebbe vendere il prosciutto come
prosciutto di montagna, ma solo come prosciutto. Forse un vino potrebbe
mantenere l’indicazione geografica, ma potrebbero indicare il nome champagne
come generico e si potrebbe produrre champagne in California, non dovrebbe
necessariamente provenire dalla regione francese di Champagne.
Nell’ambito
della salute le aziende farmaceutiche stanno cercando di sbarazzarsi dei
medicinali generici. Hanno già avuto successo obbligando le aziende di
medicinali generici a ripetere tutti gli studi clinici che avevano dovuto fare
per medicinali identici, ma che avevano un marchio. Per poter fare un
medicinale generico si deve fare tutto di nuovo: studi clinici, test in cieco,
ecc. In questo modo i medicinali saranno più costosi.
Tornando
al settore dell’agricoltura, è molto probabile che perderemmo un gran numero di
agricoltori perchè se si abbassassero le tariffe doganali agricole ci sarebbe
un’invasione di mais americano e cereali di base che inonderebbe la Spagna e
che rovinerebbe molti agricoltori. Esattamente nello stesso modo in cui i
“campesinos” messicani sono stati rovinati dall’Accordo di Libero Commercio del
Nord America, il NAFTA.
Ci
sarebbero altri impatti che sono impossibili da prevedere ora, ma la
Commissione europea ha iniziato dicendo “oh, questo significherà un aumento del
PIL, e ogni famiglia europea di 4 persone avrà 560 euro in più”, ma questo
studio che hanno fatto è stato totalmente confutato. E’ stato dimostrato che
era basato su modelli totalmente irrealistici. Usano un modello, non ci potrete
credere…, in cui non esiste la disoccupazione. Considerano una piena
occupazione costante, perchè se non ci sono posti di lavoro in un settore, ci
sono in un altro, e così via.
Cosicchè
questo è il modello che utilizzano. Di fatto, altri economisti hanno dimostrato
che questo trattato comporterebbe una perdita di posti di lavoro, perderemo
anche più posti di lavoro di adesso e non ci sarebbero benefici, o ci sarebbero
in forma molto marginale da qui a vent’anni, per cui non farebbe differenza.
Allo
stesso tempo, però, è un regalo per le corporazioni transnazionali, ed è di
questo che tratta il TTIP. Si tratta di dare alle multinazionali la libertà di
poter denuncare i governi se approvano una legge che non gli piace.
Abbiamo
molti esempi, perchè in centinaia di trattati bilaterali esiste questo sistema
giudiziario privato. Per esempio, il governo egiziano ha aumentato il salario
minimo e un’azienda, un’importante azienda francese, Veolia, gli ha fatto causa
perchè avrebbe dovuto pagare di più i suoi lavoratori. Questo caso ancora non
si è ancora concluso, ma c’è un altro caso che invece lo è, per esempio
l’Ecuador, che non ha autorizzato una compagnia petrolifera americana a
trivellare in una certa zona. Gli hanno detto che si trattava di una zona
protetta e che lì non si poteva trivellare. L’azienda ha detto: vi facciamo
causa, e hanno vinto. Ora l’Ecuador ha una multa di 1,8 miliardi di dollari,
che è molto per un paese piccolo e abbastanza debole.
Quindi
avremmo un potere giudiziario privatizzato dove gli investitori potrebbero fare
causa ai governi per qualunque legge che, a loro giudizio, pregiudicasse i loro
profitti.
L’altra
cosa è che le multinazionali vogliono essere presenti dove e quando si fanno le
regole. Se la Volkswagen emette molto più CO2 di quanto aveva detto, ora tutti
sanno dello scandalo della Volkwagen. Questo probabilmente diventerebbe legale,
perchè se le multinazionali facessero leggi, le farebbero su misura per loro.
Loro
dicono che vogliono armonizzare le regole, ma questo significa toccare il
fondo. In generale, non sempre ma in generale, le regole europee sono più forti
e protezioniste di quelle americane.
Vorrei
fare l’esempio delle sostanze chimiche. L’Europa, negli ultimi decenni, ha
eliminato 12.000 sostanze chimiche, che sono vietate nei nostri mercati. Nello
stesso arco di tempo gli americani ne hanno eliminate 5.
Dipende
dal sistema americano, dall’agenzia che regola le sostanze chimiche,
dichiarare, entro un lasso di tempo di tre mesi, l’illegalità di una sostanza
con l’obbligo di ritirarla dal mercato. E’ molto difficile ottenere ciò
dall’agenzia di regolamentazione, in un periodo di tempo così breve.
Vedete,
in Europa diciamo che dubitiamo, che abbiamo dubbi sulla sicurezza di un
prodotto o di un processo e portanto diciamo no finchè non si dimostri la sua
sicurezza, il sistema è opposto. Negli Stati Uniti la sostanza è sicura finchè
non si dimostra che è nociva, mentre in Europa è nociva finchè non si dimostra
che è sicura.
Quindi
queste cose cambierebbero la nostra vita quotidiana, e per il resto non posso
dire molto perchè il documento è segreto, ancora non è stato firmato. Nemmeno i
nostri rappresentanti possono saperne molto, devono giurare che non riveleranno
ciò che leggono nella stanza segreta. Non possono essere di grande aiuto, non è
colpa loro.
Ma si
tratta realmente di una minaccia alla democrazia e di un regalo alle imprese
transnazionali che già sono, come sapete, estremamente potenti.
Il potere dei nuovi attori politici come Ada
Colau
Non
hanno potere reale, ma ne hanno molto simbolico. Ada Colau ha appena avuto un
incontro a Barcellona con molte città e regioni che si sono dichiarate Zone
Libere dal TTIP.
Questo
ha molto potere simbolico, non significa che possano veramente sfuggire, se il
governo spagnolo firma, ma che c’è una significativa opposizione politica e che
questa deve essere ascoltata in Europa e negli Stati Uniti.
In Francia ci
sono molte di queste zone. Lì abbiamo cominciato nel 2004 e nel 2005 perchè
avevamo una campagna riguardante un accordo a tutto campo sul commercio e i
servizi, il GATS, come parte dei negoziati con l’Organizzazione Mondiale del
Commercio (WTO). Volevano includere nel trattato molti più servizi, compresi i
servizi pubblici, e noi li abbiamo sconfitti con una campagna in cui più di
1.000 organizzazioni francesi, a livello comunale e regionale, si sono
dichiarate “zone libere dal GATS”.
Questo
ora è stato nuovamente ripreso con il TTIP, pertanto credo che sia un movimento
da incoraggiare ovunque. Nel momento in cui ci sarà un sufficiente numero di
comuni nei paesi europei, si genererà una grande pressione sulla Commissione
europea, come già sta accadendo con le marce e le raccolte di firme.
Contro
questo trattato sono state raccolte 3,4 milioni di firme in tutta Europa, il
che dimostra che i cittadini sono consapevoli, ed è la prima volta che l’Europa
dell’ovest, del centro e dell’est si sono unite su uno stesso tema.
21
paesi hanno raggiunto le loro quote, come previsto dall’Unione europea, per
dire no al CETA, che è l’accordo con il Canada e anche con il TTIP, il che è un
buon segnale. Stiamo avanzando.
Sui nuovi movimenti europei: DIEM 25, PLAN B,
NUIT DEBOUT
Non
potrei rispondere meglio di chiunque di voi sulle questioni che riguardano il
futuro, lo sapete.
Credo
però che quanti più movimenti come questi ci sono, meglio è, e ce ne sono
diversi, ce n’è uno chiamato Plan B, c’è Varoufakis con il DIEM, Movimento per
la democrazia in Europa. Ci sono altri tentativi, attualmente. In Francia ci
sono giovani che si stanno unendo, il Nuit Debout, che viene imitato da altri
paesi. Quanti più sono, meglio è.
Perchè
l’Europa sta davvero in crisi, non sentiamo di poterci fidare della
Commissione, sentiamo che è antidemocratica, non solo che c’è un deficit
democratico, ma che c’è una politica antidemocratica che ha l’obiettivo di non
ascoltare ciò che dice la gente.
Cosicchè
quanti più movimenti come questi ci sono, meglio è. Il movimento DIEM di
Varoufakis dice: cercheremo di farlo in più tappe, nel corso dei prossimi 10 anni.
Prima dobbiamo disfarci della segretezza, perchè siamo all’oscuro dei piani
europei e i cittadini hanno bisogno di essere informati. Quindi la prima cosa
da eliminare è l’opacità sul modo in cui siamo governati.
Inoltre
è molto importante avere un’Europa organizzata democraticamente, perchè ora il
presidente dell’Eurogruppo, il Sig. Jeroen Dijsselbloem, non è stato eletto. Il
Sig. Mario Draghi, capo della Banca centrale, non è stato eletto. Il Sig.
Junker è stato eletto in modo molto indiretto. Quindi abbiamo solo il
Parlamento, ma le persone realmente influenti sono perlopiù burocrati che non
sono stati eletti. Questi vivono nel loro mondo, lassù nella stratosfera, da
qualche parte, stabilendo le regole, e quando noi lo sappiamo è troppo tardi e
non abbiamo un dibattito nel merito.
E’
appena accaduto qualcosa di molto pericoloso, ma non abbiamo avuto tempo per
organizzarci contro questo. Si tratta della Direttiva sul segreto commerciale,
per cui se riveli qualcosa riguardante un affare commerciale, l’impresa può
denunciarti come delatore. Ironia vuole che in questo momento, proprio questa
settimana, due giovani vengono giudicati in Lussemburgo per avere svelato le
informazioni che ci hanno permesso di sapere di Luxleaks.
Luxleaks
è il nome del sistema lussemburghese in base al quale si prendevano accordi con
dozzine, se non con centinaia, di aziende affinchè queste potessero far entrare
i loro profitti in Lussemburgo come tasse, e così pagare pochissime imposte.
Così
c’è stata una relazione parlamentare in Francia che dice che se paradisi
fiscali come questo non esistessero, il governo avrebbe almeno tra i 60 e gli
80 miliardi di euro in più ogni anno da includere nel bilancio. Si tratta di
quello che abbiamo bisogno per la sicurezza sociale, di quello che abbiamo
bisogno per le scuole… e non stiamo introitando queste tasse. Dunque dobbiamo
avere un sistema fiscale che funzioni per le grandi corporazioni. Dobbiamo
avere un sistema fiscale che dica ai ricchi che devono smettere di usare i
paradisi fiscali, ecc. Perchè ai cittadini dicono “voi dovete pagare”, e noi lo
facciamo, perchè abbiamo la strada segnata, non usiamo le Isole Cayman per
metterci i nostri soldi.
Perciò
credo che quanti più sono i movimenti che si battono contro la segretezza e
contro l’arbitrarietà dei governi, che permettono ai ricchi e alle imprese
ricche di sfuggire al pagamento della loro parte di tasse per mantenere
l’Europa, meglio è. Queste sono buone cose da ottenere.
Come può cambiare il sistema: “Criticità
auto-organizzata”
La
gente vuole sempre sapere quando le cose cambieranno e questa è una domanda a
cui io non posso rispondere. Però quello che cerco di spiegare è: esiste in
ambito scientifico un concetto chiamato “Criticità auto-organizzata”. Suona
complicato ma non lo è.
Significa
che, dal punto di vista scientifico, anche un sistema semplice come un mucchio
di sabbia riceve costantemente stimoli dal mondo esterno. Diciamo che ho qui un
mucchio di sabbia, alto così, e che un granello di sabbia cade un momento dopo
l’altro… tutto il tempo.
A un
certo punto, che nè io nè voi possiamo prevedere, questo granello in più di
sabbia provocherà una valanga e tutto il sistema dovrà essere riconfigurato e
non sarà più quello di prima.
Non
vedo alcuna ragione per cui non possa accadere lo stesso con la politica e con
le società. Quindi quando qualcuno dice “Sono solo una persona, che posso
fare?” io dico: unisciti a un gruppo e aiuta questo gruppo ad essere un
elemento, il granello di sabbia che fa’ sì che tutto il sistema crolli.
Non possiamo
dire quando accadrà. Ma sappiamo che un qualcosa in più può fare la differenza.
Solo un centesimo di grado in più di temperatura, in Artico o in Antartico, fa
sì che si stacchi parte di un iceberg e che quell’iceberg non esista più e che
tutto inizi a sciogliersi.
Tutti
i sistemi fisici sono così e credo che anche i sistemi umani siano così. Per
questo dico che abbiamo bisogno di te, qualunque sia la tua professione.
Abbiamo bisogno di quel documentario televisivo in più, abbiamo bisogno di
quell’articolo in più su un giornale, abbiamo bisogno di quell’organizzazione
che riunisca il proprio gruppo, e di qualcuno che dice qualcosa e
improvvisamente i politici capiscono, e all’improvviso il sistema si
riconfigura.
Quindi
questa è la Criticità Autoorganizzata nella sfera politica.
Dal 10 al 17
ottobre centinaia di migliaia di persone si mobiliteranno nei Paesi dell’Unione
Europea per chiedere un deciso cambiamento di rotta delle politiche economiche
e sociali, e per una maggiore giustizia sociale e ambientale.
A cominciare
da sabato 10 ottobre le campagne internazionali Stop TTIP organizzeranno
eventi, mobilitazioni, presidi per chiedere che si blocchi il negoziato
transatlantico tra Unione Europea e Stati Uniti, il negoziato TiSA sulla
liberalizzazione dei servizi e la ratifica del CETA, l’accordo di libero
scambio tra Unione Europea e Canada. Si svolgeranno eventi delocalizzati nella
maggior parte dei Paesi dell’Unione. La più grande manifestazione è attesa a
Berlino (e il Comitato Stop TTIP Bolzano parteciperà a quella mobilitazione),
ma c’è bisogno che anche in moltissime città italiane si svolgano iniziative di
informazione e mobilitazione.
Organizza anche tu un evento, o
mettiti in contatto con uno dei comitati locali Stop TTIP
Che cos’è il
TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ossia con
l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti
rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.
L’idea
sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene
negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un
blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India
e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole,
caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e
sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle
esigenze dei grandi gruppi transnazionali.
I soliti
“tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici
potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e
quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti
(Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane
o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero
normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro
interessi passati, presenti e futuri.
Le aziende
citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che
ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma
da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che
giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari
introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando
un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o
regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad
indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o
della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.
Una giustizia
“privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista
l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti
nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero
l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di
lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o
europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società
civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni
misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere,
e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità
antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.
Per chi è
allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una
prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di
stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo
che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di
tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP
porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno
scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi
di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema
moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso
+2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e
agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese
italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa
il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013:
“L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le
esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%,
leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha
sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno
depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di
mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda
interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo
trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni
all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di
questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca
condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o
tenuto in considerazione.
È vero che,
nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia
accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e
sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare
esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà
soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma
nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali
bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale
“prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha
diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione,
se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al
momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non
si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non
potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la
tecnicità e complessità dei testi negoziali.
Quali effetti
potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica,
ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto
valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni,
sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione
da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e
dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti
di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero
essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben
accreditato.
Il TTIP
produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la
Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno
ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di
diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro
costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto
e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A
sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la
Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE,
ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in
piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e
società civile d’ambo le regioni.
È il primo caso
del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con
la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale
molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che
come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU.
Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per
monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno
protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro
la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo
pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero
piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non
si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o
dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla
loro ferma opposizione?
Il TTIP può
produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato
l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita
cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale
delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250
milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze
scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando
l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità
fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una
coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US
Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde
dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una
“cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di
contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).
Esistono
alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti
dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche
istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su
Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che
rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali
più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e
quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più
abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi
economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo,
prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a
percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP,
che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso
commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando
la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti
sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la
crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna
grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi
stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere
il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era:
falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare
oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri
e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno,
consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande
opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un
po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti.
Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora
aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra
associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare
questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle
vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.
Intervista a
Monica Di Sisto, giornalista,
è vicepresidente dell’Associazione Fairwatch, che si occupa di commercio
internazionale e di clima da oltre 10 anni. Insegna Modelli di sviluppo
economico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Con Fairwatch è tra i
promotori della campagna nazionale Stop TTIP. Realizzata da http://www.paginatre.it nel
settembre2014
…il TTIP realizzerebbe l’utopia delle
multinazionali : un pianeta al loro completo servizio, fino al punto di poter
chiamare in giudizio presso una corte speciale, composta da tre avvocati
d’affari rispondenti alle normative della Banca Mondiale, un qualsiasi paese
firmatario, la cui scelte politiche potrebbero avere un effetto restrittivo
sulla loro “vitalità commerciale”; potendole sanzionare con pesantissime multe
per avere, con le proprie legislazioni, ridotto i loro potenziali profitti
futuri. E per le elites dell’Ue rappresenterebbe anche la possibilità di
superare in avanti, attraverso un “meta-trattato” strutturale, l’attuale
difficoltà nell’ imporre, Stato per Stato e governo per governo, le politiche
di austerità e di smantellamento dello stato sociale, artificialmente indotte
dalla crisi del debito pubblico. L’opposizione radicale al TTIP, oltre che una
inderogabile necessità per le vertenze e le conflittualità promosse da
qualsiasi movimento sociale attivo, rappresenta anche una grande opportunità :
ottenere il ritiro “senza se e senza ma” di quello che rappresenta un disegno
esaustivo e totalizzante di un’Europa al servizio dei mercati, metterebbe
automaticamente in campo l’opzione di un’altra Europa possibile, quella dei
popoli, dei beni comuni, dei diritti e della democrazia.
…Il Trattato di Partenariato USA-UE per il Commercio e gli
Investimenti ci promette un reddito aggiuntivo per famiglia di 4 persone di 545
dollari all’anno, a condizione che siano smantellate tutte le leggi e
regolamenti di tutela sanitaria, ambientale, del lavoro, che attualmente
impediscono o limitano la possibilità di realizzare il massimo profitto negli
scambi e negli investimenti. Il che significa: libera produzione, circolazione
e vendita sul mercato europeo degli organismi geneticamente modificati, della
carne agli ormoni, dei polli al cloro. Il “principio di precauzione”sostituito
dalla prova scientifica di nocività dei singoli prodotti, processi produttivi,
componenti. Era stato adottato in Europa all’inizio degli anni 90 in seguito
all’epidemia della “mucca pazza” per ridurre o eliminare - tramite decisioni di
prevenzione – quei rischi che non sono ancora scientificamente provati. Di
conseguenza bando alla etichettatura e tracciabilità dei prodotti alimentari e
chimici. Emblematica la situazione riguardante l’estrazione e lo sfruttamento
del gas di scisto (fracking) : circa11.000 nuovi pozzi scavati in un anno negli
Stati Uniti contro una dozzina in Europa per effetto di divieti e moratorie in
attesa di verificare i rischi che la tecnologia estrattiva può arrecare alla
salute e alla sicurezza delle persone e dell’ambiente.
La segretezza dei negoziati si confà egregiamente alla
passività dei grandi mezzi d’informazione del nostro paese che si guardano bene
dal rompere il silenzio, appena scalfito dall’impegno dei “soliti” mezzi
d’informazione alternativi. E poiché la Commissione Europea tratta e firmerà
l’Accordo a nome e per conto degli Stati membri, rischiamo di trovarci a fine
2014, data prevista per la conclusione dei negoziati, con la brutta sorpresa
del pacco di Natale già confezionato e pronto per l’uso sotto l’albero.
Siamo ancora in tempo per impedirlo. Alla fine degli anni
’90 un analogo pacco-dono del libero mercato, l’AMI – Accordo Multilterale
sugli Investimenti, era stato preparato segretamente dalle stesse oligarchie
che oggi lo traducono nel TTIP e che venne fatto saltare proprio grazie al
fatto che i suoi demenziali contenuti erano divenuti di pubblico dominio. E
c’erano comunque ancora i Tribunali a cui ricorrere per il ripristino dei diritti
negati Ma la totale cancellazione dello Stato Sociale Europeo che ora il TTIP
si propone, la dichiarata subordinazione al profitto di ogni tutela sul lavoro,
la salute, l’ambiente che non sia compatibile con il profitto, può incontrare
ancora forti resistenze nel sistema giudiziario dei paesi più evoluti.
Ecco allora il Tribunale Speciale, organismo
sovranazionale, extra-territoriale – si dice con sede presso la Banca Mondiale
– sul modello del collegio arbitrale le cui sentenze non saranno appellabili
essendo sovraordinate alle stesse Costituzioni nazionali. È molto probabile che
si tratti di tribunali simili a quelli già previsti da Accordi come il NAFTA1,
modellati sui Collegi Arbitrali privati composti da tre arbitri scelti
generalmente tra “principi del foro” un po’ distratti rispetto ai loro
conflitti di interessi e che, una volta nominati, non devono più rendere conto
a nessuno. Possono avvalersi di ogni tipo di strumenti e risorse, in genere
lucrosissime consulenze, test e perizie, le loro decisioni sono definitive e
non possono più essere impugnate. Una gestione della giustizia di ricchi per i
ricchi e che infatti non emette sentenze ma multe, sanzioni, risarcimenti. Così
facendo, la giustizia si misura in dollari. La Lone Pine ad esempio, impresa
californiana dell’energia, ha chiesto al Tribunale Speciale istituito dal
NAFTA*, di condannare lo Stato del Canada a un risarcimento di 191 milioni di
dollari per aver imposto una moratoria sul fracking, il sistema di
frammentazione idraulica per estrarre il gas o il petrolio di scisto. Moratoria
dettata dalla preoccupazione per i rischi per la salute e l’ambiente provocati
da quelle lavorazioni. La Phillip Morris ha invece denunciato l’Australia al
Tribunale Speciale del WTO per le leggi antifumo e chiesto un enorme
risarcimento per i mancati profitti. Addirittura 3,7 miliardi di euro per
mancati profitti delle sue due centrali nucleari tedesche, sono stati chiesti
dalla svedese Vattenfall alla Germania che ha abbandonato la produzione di
energia nucleare dopo il disastro di Fukushima. Si contano ben 514 cause legali
di questo genere negli ultimi vent’anni: 123 sono state promosse da investitori
USA: il 24% del totale; 50 da investitori olandesi, 30 britannici e 20
tedeschi.
La sola minaccia di cause legali per milioni di euro,
intentate da studi legali con centinaia di avvocati per conto delle
multinazionali, può mettere sul chi va là i governi e indurli ad attenuare o
addirittura rinunciare a emanare leggi a tutela del lavoro, salute,ambiente. Se
le decisioni politiche a livello locale, regionale o nazionale corrono questi
rischi di strangolamento economico, ben più disarticolanti di una sentenza
civile o penale , è a rischio la stessa democrazia…
…Se da una parte già si moltiplicano studi e ricerche
che magnificano i presunti vantaggi di una completa liberalizzazione di
commercio e investimenti, dall’altra fino a oggi i contenuti dell’accordo
filtrano dalla Commissione europea e dai governi con il contagocce. Quello che
sembra però confermato è che uno dei pilastri del Ttip dovrebbe essere proprio
l’istituzione di un meccanismo di risoluzione delle dispute fra investitori e
Stati. Tralasciando i pur
enormi potenziali impatti di tale accordo in ogni attività immaginabile, per
quale motivo gli investitori esteri che si sentissero penalizzati non
dovrebbero rivolgersi ai tribunali esistenti tanto in Usa quanto in Ue, come un
qualsiasi cittadino o impresa locale? Secondo la Commissione «alcuni investitori
potrebbero pensare che i tribunali nazionali sono prevenuti». Fa piacere sapere
che la Commissione si preoccupa per quello che alcuni investitori esteri
potrebbero pensare più che dei cittadini che dovrebbe rappresentare. Tenendo
poi conto che un singolo non può rivolgersi a tali tribunali nel caso in cui
fosse danneggiato dal comportamento di un investitore estero, che giustizia è
quella in cui unicamente una delle due parti può intentare causa all’altra?
Ancora prima, nel momento in cui si sancisce un diverso trattamento fra imprese
locali e investitori esteri, ha ancora senso affermare che «la legge è uguale
per tutti»? Con tali meccanismi
si rischia di minare le stesse fondamenta della sovranità democratica. Non vi è
appello possibile, così come non c’è nessuna trasparenza sulle decisioni di tre
«esperti» che si riuniscono e decidono a porte chiuse, nel nome della
«confidenzialità commerciale», ma che di fatto possono influenzare,
pesantemente, le legislazioni di Stati sovrani. Spesso non è nemmeno
necessario arrivare a giudizio: la semplice minaccia di una disputa basta a
bloccare o indebolire una nuova legislazione. In parte per il costo di tali
procedimenti, in parte per il rischio di dovere poi pagare multe che possono
arrivare a miliardi di euro, ma anche per un altro aspetto: un governo che
dovesse incorrere in diverse dispute dimostrerebbe di essere poco incline agli
investimenti internazionali. In un mondo che ha fatto della competitività il
proprio faro e che si è lanciato in una corsa verso il fondo in materia
ambientale, sociale, fiscale, sui diritti del lavoro pur di attrarre i capitali
esteri, l’introduzione di leggi «eccessive» e l’essere citato in giudizio in un
Investor-State Dispute Settlement diventano macchie inaccettabili. O forse, al
contrario, è semplicemente inaccettabile un mondo in cui la tutela dei profitti
delle imprese ha definitivamente il sopravvento sui diritti delle persone…