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mercoledì 28 giugno 2017

Fermate l’Idra delle multinazionali - Alex Zanotelli

In questi giorni è in discussione in Senato il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), l’accordo commerciale ed economico fra il Canada e la UE. Se sarà approvato sarà un’altra vittoria del trionfante mercato globale. Infatti il CETA è uno dei sette trattati internazionali di libero scambio che sono: TTIP, TPP, TISA, NAFTA, ALCA e CAFTA. Sono le sette teste dell’Idra. Il profeta dell’Apocalisse aveva descritto il grande mercato che era l’Impero Romano come una Bestia dalle sette teste. E il profeta aggiungeva che “una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita” (Ap. 13,3). Così oggi alcune teste della Bestia sembrano colpite a morte, perché Trump si è scagliato contro il TTIP (Accordo commerciale tra USA e UE), contro il TPP (Accordo commerciale tra USA e nove paesi del Pacifico) e il NAFTA (Accordo commerciale fra USA, Canada e Messico).
Sembravano colpite a morte, ma ora vengono riproposte sotto nuove forme, soprattutto il TTIP. La ‘Bestia’ infatti, nelle sue varie teste, sembra che stia lì lì per morire, ma riprende subito vita. Non dobbiamo quindi mai allentare l’attenzione su questi Accordi che sono il cuore pulsante del grande mercato globale. Soprattutto in questo momento dobbiamo stare molto attenti al CETA. Da anni è in atto una forte campagna in Europa contro il CETA, con forti pressioni sul Parlamento europeo. Ma nonostante tutto questo, il 30 ottobre 2016 la UE ha firmato il Trattato e il 15 febbraio 2017 anche il Parlamento Europeo lo ha ratificato con 408 voti favorevoli e 254 contrari. Ma ci resta ancora una speranza: il Trattato deve essere approvato da tutti i Parlamenti dei 27 Stati. La resistenza nei parlamenti francesi e spagnoli è forte. Ora il testo del Trattato è in discussione nel nostro Senato, dove è stata incardinato l’8 giugno scorso. Dobbiamo tutti mobilitarci perché questo Accordo non venga approvato. Il 5 luglio, al mattino, ci sarà un sit-in davanti al Senato e al pomeriggio una manifestazione indetta dalla Coldiretti davanti al Parlamento.
Per noi questo trattato è “un gigantesco regalo alle multinazionali e un’ulteriore limitazione al ruolo e alle competenze di governi ed enti locali ai danni dei diritti e delle tutele di milioni di cittadini e consumatori”. Così lo definisce la deputata europea Eleonora Forenza. Infatti il CETA non prevede solo un’abolizione della quasi totalità dei dazi doganali (già molto bassi) , ma soprattutto l’eliminazione di gran parte delle “barriere non tariffarie”, ovvero norme tecniche standard e criteri di conformità dei diversi prodotti di cui gli Stati si dotano per proteggere la salute, l’ambiente, i consumatori e i lavoratori. “Chi ha a cuore il futuro dell’agricoltura di piccola scala e della produzione alimentare di qualità – scrive Carlo Petrini – non può che sperare che l’Accordo venga rigettato. Ancora una volta siamo di fronte a una misura volta a promuovere, sostenere, difendere e affermare esclusivamente gli interessi della grande industria a scapito dei cittadini e dei piccoli produttori”. Il CETA è un attacco al diritto al lavoro, agli standard ambientali, alla difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici. In questo trattato vi sono clausole che impediscono la ripubblicizzazione dei servizi idrici e dei trasporti.

Per queste ragioni chiediamo ai senatori di bocciare l’Accordo. Invece Pierferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, sta premendo perché si arrivi al più presto al voto. Le Commissioni Difesa e Affari Costituzionali hanno dato il loro ok. Ora tocca a noi premere sui senatori e senatrici dei nostri territori, scrivendo lettere, inviando e-mail. Ma in questo momento abbiamo bisogno della voce forte dei nostri vescovi italiani. Per questo mi appello ai nostri vescovi, alla CEI perché si esprimano sul CETA. Non possono continuare a rimanere in silenzio su un Trattato che rafforzerà la tirannia dei mercati e delle multinazionali a scapito dei cittadini soprattutto i più deboli. Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium attacca con forza “l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria” perché “negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone in modo unilaterale e implacabile le sue leggi e le sue regole”(56). E’ questo lo scopo dei Trattati di libero scambio, fra cui il CETA. Se verrà approvato, il CETA aprirà le porte al TTIP che è di nuovo riproposto dagli USA e poi al TISA (Accordo sul commercio dei servizi) che stanno segretamente preparando. Quest’ultimo Accordo è il più pericoloso, perché porterà alla privatizzazione dei servizi pubblici, dall’acqua alla sanità, dalla scuola al welfare.
E poi tocca a noi, laici e credenti, unirci insieme, fare rete per dire NO all’Idra dalle sette teste e un SÌ a un mondo più equo, più solidale, più sicuro per tutti.

giovedì 2 giugno 2016

"Così ho potuto leggere il Ttip. Poco tempo, ma si capisce che la Ue perderà" – intervista di Monica Rubino a Silvia Benedetti

“Abbiamo scoperto il segreto, ora sappiamo il vero scopo del Ttip: servirà agli Usa per scardinare il nostro mercato. Abbiamo la conferma della volontà dei manovratori di agire indisturbati”. È il commento di Silvia Benedetti, deputata del M5s e membro della commissione Agricoltura, incaricata dal suo gruppo di visionare il Ttip, il trattato Usa-Ue sul commercio ora disponibile anche in Italia alla consultazione presso il Mise. Il negoziato di libero scambio più segreto del mondo, infatti, è diventato pubblico. Come è già successo al Parlamento e alla Commissione europea, anche da noi dal 30 maggio parlamentari e funzionari governativi italiani possono prendere visione dei documenti riservati presso la sala di lettura istituita al ministero dello Sviluppo economico. Ma, secondo la deputata grillina, si tratta soprattutto di “un’operazione di facciata”.

“La lettura, seppure sommaria dei documenti, peraltro già ampiamente anticipati dai leaks di Greenpeace, conferma che il liberismo antisociale è la filosofia alla base di questo trattato. Il vero e unico obiettivo dell’accordo – continua Benedetti - è togliere tutti gli ostacoli normativi, burocratici e amministrativi al commercio. Sul piano alimentare, in particolare, il dato più stridente è la forte pressione degli Usa, che scalpitano per conquistare i mercati europei. Mentre da parte dell’Europa la tutela delle Dop, Igp e Doc è ancora troppo debole. L’effetto sarà di aprire i nostri supermercati a prodotti che non garantiscono gli stessi standard di sicurezza conquistati dai consumatori europei”.

I deputati hanno un’ora di tempo per leggere il corposo faldone, che si compone di numerosi fascicoli disposti in maniera disordinata: “Se non conosci già a fondo l’argomento è impossibile cavarci qualcosa – aggiunge Benedetti – il tempo a disposizione è troppo poco. Visto che si tratta di scelte che riguarderanno la vita di tutti, concedere un’ora sola per leggere integralmente gli atti negoziali è una presa in giro".

Ma come si svolge il "rituale" della lettura? "I carabinieri ti accolgono all’ingresso della sede del Mise, in via Veneto, e ti accompagnano in una stanza dedicata con quattro scrivanie numerate -racconta la deputata cinquestelle- Su ogni scrivania ci sono solo dei fogli e una penna. Prima di entrare bisogna consegnare tutto, compreso il cellulare. Al massimo ti concedono di tenere fazzoletti per il naso. Non si possono fare fotografie o fotocopie, soltanto
prendere appunti in modo rapido e sommario. Non è concesso infatti trascrivere interi paragrafi. Non si viene lasciati soli ma si sta per tutto il tempo sotto la sorveglianza di un funzionario. Conto di ritornarci per approfondire alcuni aspetti, una sola volta non basta”.

domenica 15 maggio 2016

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si deposita

quando il 5 febbraio 2003 Colin Powell faceva la sceneggiata all'Onu con quelle poche gocce di sostanza bianca in una provetta è scoppiata una guerra.
da noi l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha pubblicato l’edizione 2016 del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque (qui il documento completo), su dati del 2013 e 2014, nel quale si legge che "le sostanze più vendute, oltre ai pesticidi inorganici, come lo zolfo e i composti del rame, sono 1,3-dicloropropene, glifosate, mancozeb, metam-sodium, fosetil-aluminium, clorpirifos, con volumi annui superiori alle 1.000 tonnellate"
1000 tonnellate, non una provetta, vere armi di distruzione di massa, praticamente un lento omicidio di tutti noi.
e solo per i profitti dei soliti, per produrre sempre di più, incassare soldi con le eccedenze di produzione, produrre ogm e crescere animali bionici.
per capire gli effetti del glisofato si legga fino in fondo.
già oggi succede tutto questo, il TTIP prossimo venturo sarà una marcia verso qualche tipo d'inferno (come ricorda qui Susan George).
abbiamo fatto le guerre peggiori, attaccando paesi e popoli che non ci hanno invaso, fregandocene della Costituzione italiana.

sappiamo chi e come ci sta uccidendo, per mezzo del cibo e dell'acqua, chi e come sta invadendo, giorno dopo giorno, i nostri corpi, questa sì che sarebbe una guerra giusta contro gli invasori, ma nessuno la dichiara.


dice il Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque*:
I pesticidi non sono un’invenzione recente, l’uso più antico documentato risale all’incirca al 2500 a.c. quando i Sumeri si cospargevano con composti di zolfo nella convinzione che l’odore avrebbe allontanato gli insetti. Il papiro di Ebers, il più antico documento medico noto (1550 a.c.), descrive oltre 800 ricette degli Egizi, molte contenenti sostanze riconoscibili come veleni e pesticidi. Omero descrive come Ulisse abbia "fumigato l’ingresso, la casa e il cortile bruciando zolfo", attestando che l’uso dei pesticidi era noto anche nell’antica Grecia. Per secoli l’uomo ha utilizzato sostanze chimiche per difendersi da agenti patogeni, e successivamente, soprattutto dal 1800, nelle pratiche agricole. Il ricorso massiccio alla chimica di sintesi, dopo la seconda guerra mondiale, ha sostituito quasi del tutto altre pratiche di controllo delle avversità agronomiche. La presa di coscienza delle conseguenze negative dell’uso delle sostanze chimiche: persistenza ambientale, trasporto nel lungo raggio, tossicità anche per gli organismi non bersaglio e per l’uomo, ha portato in tempi recenti allo sviluppo della difesa fitosanitaria integrata, con il ricorso a pratiche più ecosostenibili e l’obiettivo di minimizzare l’uso di sostanze chimiche.

Essendo concepiti per combattere organismi ritenuti dannosi, i pesticidi possono comportare effetti negativi per tutte le forme di vita. In seguito all’uso, in funzione delle caratteristiche molecolari, delle condizioni di utilizzo e di quelle del territorio, possono migrare e lasciare residui nell’ambiente e nei prodotti agricoli, con un rischio immediato e nel lungo termine per l’uomo e per gli ecosistemi.

In Italia in agricoltura si utilizzano ogni anno circa 130.000 tonnellate di prodotti fitosanitari. Ci sono, inoltre, i biocidi impiegati in tanti settori di attività, di cui non si hanno informazioni sulle quantità, manca un’adeguata conoscenza degli scenari d’uso e della distribuzione geografica delle sorgenti di rilascio. Il monitoraggio dei pesticidi nelle acque richiede la predisposizione di una rete che copra gran parte del territorio nazionale, il controllo di un grande numero di sostanze e un continuo aggiornamento reso necessario dall’uso di sostanze nuove.

Il monitoraggio dimostra una diffusione ampia della contaminazione. Pesticidi sono presenti nel 63,9% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 31,7% di quelle sotterranee, più che nel passato. Le frequenze sono più basse nelle acque sotterranee, ma i pesticidi sono presenti anche nelle falde profonde naturalmente protette da strati geologici poco permeabili. Sono state trovate 224 sostanze diverse, un numero sensibilmente più elevato degli anni precedenti. Indice, questo
soprattutto, di una maggiore efficacia complessiva delle indagini. La contaminazione è più diffusa nella pianura padanoveneta. Questo dipende largamente dal fatto che lì le indagini sono generalmente più rappresentative. Nelle cinque regioni dell’area, infatti, si concentra poco meno del 60% dei punti di monitoraggio dell’intera rete nazionale.

La presenza di pesticidi nelle acque pone la questione delle possibili ripercussioni negative sull’uomo e sull’ambiente. Il confronto delle concentrazioni misurate con i limiti stabiliti dalle norme ci dà indicazioni sulla possibilità di effetti avversi. Il 21,3% dei punti delle acque superficiali ha concentrazioni superiori al limite. Nelle acque sotterranee la percentuale di superamenti è 6,9%. La rete di monitoraggio da cui provengono i dati è finalizzata alla salvaguardia dell’ambiente e non al controllo delle acque potabili, ma, queste ultime, spesso sono prelevate dagli stessi corpi idrici. In caso di contaminazione, pertanto, si rende necessario operare interventi di depurazione.

Per alcune sostanze, più di altre, la contaminazione per frequenza, diffusione territoriale e superamento dei limiti di legge, costituisce un vero e proprio problema, in alcuni casi di dimensione nazionale. Tali evidenze indicano la necessità di un’analisi critica delle attuali procedure di autorizzazione delle sostanze, e richiedono che una corretta valutazione del rischio dovrebbe considerare in modo retrospettivo anche i dati di monitoraggio ambientale.

I dati evidenziano, ancora più che in passato, la presenza di miscele di sostanze nelle acque. È aumentato, infatti, il numero medio di sostanze nei campioni, e sono state trovate fino a un massimo di 48 sostanze diverse contemporaneamente. Dagli studi prodotti finora emerge che la tossicità di una miscela è sempre più alta di quella del componente più tossico. La valutazione del rischio deve, pertanto, tenere conto che l’uomo e gli altri organismi possono essere soggetti all’esposizione
simultanea a diverse sostanze chimiche, e che lo schema di valutazione usato nell’autorizzazione dei pesticidi non è sufficientemente cautelativo riguardo ai rischi della poliesposizione.

Il monitoraggio continua a segnalare una presenza diffusa di pesticidi nelle acque, con un notevole aumento delle sostanze rinvenute e delle aree interessate. Le ragioni sono diverse. In primo luogo c’è il fatto che in vaste zone del paese, solo con ritardo, emerge una contaminazione prima non rilevata da un monitoraggio non adeguato. La causa più preoccupante, però, è la persistenza di certe sostanze, che insieme alle dinamiche idrologiche molto lente (specialmente nelle acque sotterranee) rende i fenomeni di contaminazione ambientale difficilmente reversibili.
da qui  *per i numeri leggere il documento completo

Un fotografo argentino emergente ha deciso di realizzare un reportage di quelli davvero tosti. Come Davide contro Golia, i suoi nemici sono il glifosato e la Monsanto.
Il glifosato, uno degli erbicidi più usati al mondo in campo agricolo, ha effetti devastanti e drammatici sulla salute delle persone che sono costrette a vivere in suo contatto. Questa volta a sostenerlo non è un’organizzazione ambientalista o, meglio ancora, qualche agenzia che fa capo all’Organizzazione mondiale della sanità. Lo dimostra, con immagini e testimonianze, un reportage realizzato da Pablo Ernesto Piovano, un fotografo argentino che nel 2014 ha deciso di documentare la condizione della popolazione del suo paese che lavora o vive nei pressi dei campi coltivati a soia ogm dove si usano dosi massicce di diserbanti.
Il costo umano dei pesticidi
Il reportage si chiama El costo humano de los agrotóxicos, il costo umano dei pesticidi, ed è stato esposto all’edizione 2015 del Festival della fotografia etica di Lodi. Le foto di Piovano sono una denuncia senza appello alla Monsanto, la multinazionale che si è inventata l’accoppiata ogm-Roundup, ovvero la coltivazione di soia geneticamente modificata abbinata all’utilizzo del diserbante Roundup (al quale la soia è resistente) che contiene glifosato.
“Questo lavoro è stato dettato dal mio amore per la natura. Ho lavorato per trovare prove su questa situazione, trascorrendo giorni interminabili da solo con la mia macchina fotografica, viaggiando per oltre seimila chilometri sulla mia auto di vent’anni, per dare il mio contributo affinché tutto questo finisca”, ha dichiarato Piovano a Burn, il magazine dedicato ai fotografi emergenti.
Una breve storia del glifosato
La storia del glifosato inizia negli anni Cinquanta, ma la sua commercializzazione con il nome di Roundup da parte della Monsanto è partita nel 1974 negli Stati Uniti come strumento per liberare i campi agricoli dalle erbacce. Poi la cosa è “sfuggita di mano” quando il glifosato ha iniziato a fare coppia fissa con i cereali modificati geneticamente per resistere al pesticida. Oggi è commercializzato in tutto il mondo e il brevetto è scaduto quasi ovunque, Italia compresa dove è uno dei prodotti fitosanitari più venduti. In Europa sono quattordici le aziende che lo producono.
La scelta sciagurata dell’Argentina
Il dramma argentino ha avuto inizio nel 1996 quando il governo ha deciso di approvare la coltivazione e la commercializzazione di soia transgenica e l’uso del glifosato senza condurre alcuna indagine interna, ma basando la sua decisione solo sulle ricerche pubblicate dalla Monsanto. Da allora, la terra coltivata a ogm è arrivata a coprire il 60 per cento del totale e solo nel 2012 sono stati spruzzati 370 milioni di litri di pesticidi tossici su 21 milioni di ettari di terreno. In quelle stesse terre, i casi di cancro nei bambini sono triplicati in dieci anni, mentre i casi di malformazioni riscontrate nei neonati sono aumentate del 400 per cento. A dir poco incalcolabili i casi di malattie della pelle e i problemi respiratori riscontrati senza motivo apparente nei giovani come negli adulti.
Un terzo degli argentini soffre per colpa del glifosato
Un’indagine recente, secondo quanto riportato da Burn, ha calcolato che 13,4 milioni di argentini (un terzo della popolazione totale) ha subìto gli effetti negativi del glifosato. A fronte di tutto ciò, l’Argentina non ha preso alcuna decisione per bloccare questo dramma, né ha commissionato nuovi studi per capire cosa stia accadendo alla popolazione. Anzi, oggi in Argentina si trovano 22 dei 90 milioni di ettari coltivati a soia ogm nel mondo, secondo quanto riportato dal settimanale tedesco Die Zeit.
Il reportage, però, non è passato inosservato vincendo diversi premi come il Festival internacional de la imagen, in Messico, e si è piazzato al terzo posto del concorso POY Latam, nella categoria “Carolina Hidalgo Vivar el medio ambiente”. Ma l’omertà e la forza di una multinazionale del calibro della Monsanto sono nemici duri da sconfiggere, molto più potenti dell’evidenza e del dolore.

sabato 7 maggio 2016

Conseguenze dirette della firma del TTIP - Susan George

La conseguenza diretta per le persone è che molto probabilmente il cibo che importiamo sarebbe trattato chimicamente, sarebbe geneticamente modificato e non sarebbe etichettato. Non sapresti veramente cosa c’è nel tuo cibo. Potresti comprare pollo che è stato lavato con cloro, manzo cresciuto con ormoni, potresti avere cibo biosintetico prodotto con un gene di una pianta e un altro di un animale, e tutto questo non sarebbe etichettato.
Gli americani senza dubbio vogliono sbarazzarsi delle indicazioni geografiche protette (IGP). Ciò significa che non si potrebbe vendere il prosciutto come prosciutto di montagna, ma solo come prosciutto. Forse un vino potrebbe mantenere l’indicazione geografica, ma potrebbero indicare il nome champagne come generico e si potrebbe produrre champagne in California, non dovrebbe necessariamente provenire dalla regione francese di Champagne.
Nell’ambito della salute le aziende farmaceutiche stanno cercando di sbarazzarsi dei medicinali generici. Hanno già avuto successo obbligando le aziende di medicinali generici a ripetere tutti gli studi clinici che avevano dovuto fare per medicinali identici, ma che avevano un marchio. Per poter fare un medicinale generico si deve fare tutto di nuovo: studi clinici, test in cieco, ecc. In questo modo i medicinali saranno più costosi.
Tornando al settore dell’agricoltura, è molto probabile che perderemmo un gran numero di agricoltori perchè se si abbassassero le tariffe doganali agricole ci sarebbe un’invasione di mais americano e cereali di base che inonderebbe la Spagna e che rovinerebbe molti agricoltori. Esattamente nello stesso modo in cui i “campesinos” messicani sono stati rovinati dall’Accordo di Libero Commercio del Nord America, il NAFTA.
Ci sarebbero altri impatti che sono impossibili da prevedere ora, ma la Commissione europea ha iniziato dicendo “oh, questo significherà un aumento del PIL, e ogni famiglia europea di 4 persone avrà 560 euro in più”, ma questo studio che hanno fatto è stato totalmente confutato. E’ stato dimostrato che era basato su modelli totalmente irrealistici. Usano un modello, non ci potrete credere…, in cui non esiste la disoccupazione. Considerano una piena occupazione costante, perchè se non ci sono posti di lavoro in un settore, ci sono in un altro, e così via.
Cosicchè questo è il modello che utilizzano. Di fatto, altri economisti hanno dimostrato che questo trattato comporterebbe una perdita di posti di lavoro, perderemo anche più posti di lavoro di adesso e non ci sarebbero benefici, o ci sarebbero in forma molto marginale da qui a vent’anni, per cui non farebbe differenza.
Allo stesso tempo, però, è un regalo per le corporazioni transnazionali, ed è di questo che tratta il TTIP. Si tratta di dare alle multinazionali la libertà di poter denuncare i governi se approvano una legge che non gli piace.
Abbiamo molti esempi, perchè in centinaia di trattati bilaterali esiste questo sistema giudiziario privato. Per esempio, il governo egiziano ha aumentato il salario minimo e un’azienda, un’importante azienda francese, Veolia, gli ha fatto causa perchè avrebbe dovuto pagare di più i suoi lavoratori. Questo caso ancora non si è ancora concluso, ma c’è un altro caso che invece lo è, per esempio l’Ecuador, che non ha autorizzato una compagnia petrolifera americana a trivellare in una certa zona. Gli hanno detto che si trattava di una zona protetta e che lì non si poteva trivellare. L’azienda ha detto: vi facciamo causa, e hanno vinto. Ora l’Ecuador ha una multa di 1,8 miliardi di dollari, che è molto per un paese piccolo e abbastanza debole.
Quindi avremmo un potere giudiziario privatizzato dove gli investitori potrebbero fare causa ai governi per qualunque legge che, a loro giudizio, pregiudicasse i loro profitti.
L’altra cosa è che le multinazionali vogliono essere presenti dove e quando si fanno le regole. Se la Volkswagen emette molto più CO2 di quanto aveva detto, ora tutti sanno dello scandalo della Volkwagen. Questo probabilmente diventerebbe legale, perchè se le multinazionali facessero leggi, le farebbero su misura per loro.
Loro dicono che vogliono armonizzare le regole, ma questo significa toccare il fondo. In generale, non sempre ma in generale, le regole europee sono più forti e protezioniste di quelle americane.
Vorrei fare l’esempio delle sostanze chimiche. L’Europa, negli ultimi decenni, ha eliminato 12.000 sostanze chimiche, che sono vietate nei nostri mercati. Nello stesso arco di tempo gli americani ne hanno eliminate 5.
Dipende dal sistema americano, dall’agenzia che regola le sostanze chimiche, dichiarare, entro un lasso di tempo di tre mesi, l’illegalità di una sostanza con l’obbligo di ritirarla dal mercato. E’ molto difficile ottenere ciò dall’agenzia di regolamentazione, in un periodo di tempo così breve.
Vedete, in Europa diciamo che dubitiamo, che abbiamo dubbi sulla sicurezza di un prodotto o di un processo e portanto diciamo no finchè non si dimostri la sua sicurezza, il sistema è opposto. Negli Stati Uniti la sostanza è sicura finchè non si dimostra che è nociva, mentre in Europa è nociva finchè non si dimostra che è sicura.
Quindi queste cose cambierebbero la nostra vita quotidiana, e per il resto non posso dire molto perchè il documento è segreto, ancora non è stato firmato. Nemmeno i nostri rappresentanti possono saperne molto, devono giurare che non riveleranno ciò che leggono nella stanza segreta. Non possono essere di grande aiuto, non è colpa loro.
Ma si tratta realmente di una minaccia alla democrazia e di un regalo alle imprese transnazionali che già sono, come sapete, estremamente potenti.

Il potere dei nuovi attori politici come Ada Colau
Non hanno potere reale, ma ne hanno molto simbolico. Ada Colau ha appena avuto un incontro a Barcellona con molte città e regioni che si sono dichiarate Zone Libere dal TTIP.
Questo ha molto potere simbolico, non significa che possano veramente sfuggire, se il governo spagnolo firma, ma che c’è una significativa opposizione politica e che questa deve essere ascoltata in Europa e negli Stati Uniti.
In Francia ci sono molte di queste zone. Lì abbiamo cominciato nel 2004 e nel 2005 perchè avevamo una campagna riguardante un accordo a tutto campo sul commercio e i servizi, il GATS, come parte dei negoziati con l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Volevano includere nel trattato molti più servizi, compresi i servizi pubblici, e noi li abbiamo sconfitti con una campagna in cui più di 1.000 organizzazioni francesi, a livello comunale e regionale, si sono dichiarate “zone libere dal GATS”.
Questo ora è stato nuovamente ripreso con il TTIP, pertanto credo che sia un movimento da incoraggiare ovunque. Nel momento in cui ci sarà un sufficiente numero di comuni nei paesi europei, si genererà una grande pressione sulla Commissione europea, come già sta accadendo con le marce e le raccolte di firme.
Contro questo trattato sono state raccolte 3,4 milioni di firme in tutta Europa, il che dimostra che i cittadini sono consapevoli, ed è la prima volta che l’Europa dell’ovest, del centro e dell’est si sono unite su uno stesso tema.
21 paesi hanno raggiunto le loro quote, come previsto dall’Unione europea, per dire no al CETA, che è l’accordo con il Canada e anche con il TTIP, il che è un buon segnale. Stiamo avanzando.

Sui nuovi movimenti europei: DIEM 25, PLAN B, NUIT DEBOUT
Non potrei rispondere meglio di chiunque di voi sulle questioni che riguardano il futuro, lo sapete.
Credo però che quanti più movimenti come questi ci sono, meglio è, e ce ne sono diversi, ce n’è uno chiamato Plan B, c’è Varoufakis con il DIEM, Movimento per la democrazia in Europa. Ci sono altri tentativi, attualmente. In Francia ci sono giovani che si stanno unendo, il Nuit Debout, che viene imitato da altri paesi. Quanti più sono, meglio è.
Perchè l’Europa sta davvero in crisi, non sentiamo di poterci fidare della Commissione, sentiamo che è antidemocratica, non solo che c’è un deficit democratico, ma che c’è una politica antidemocratica che ha l’obiettivo di non ascoltare ciò che dice la gente.
Cosicchè quanti più movimenti come questi ci sono, meglio è. Il movimento DIEM di Varoufakis dice: cercheremo di farlo in più tappe, nel corso dei prossimi 10 anni. Prima dobbiamo disfarci della segretezza, perchè siamo all’oscuro dei piani europei e i cittadini hanno bisogno di essere informati. Quindi la prima cosa da eliminare è l’opacità sul modo in cui siamo governati.
Inoltre è molto importante avere un’Europa organizzata democraticamente, perchè ora il presidente dell’Eurogruppo, il Sig. Jeroen Dijsselbloem, non è stato eletto. Il Sig. Mario Draghi, capo della Banca centrale, non è stato eletto. Il Sig. Junker è stato eletto in modo molto indiretto. Quindi abbiamo solo il Parlamento, ma le persone realmente influenti sono perlopiù burocrati che non sono stati eletti. Questi vivono nel loro mondo, lassù nella stratosfera, da qualche parte, stabilendo le regole, e quando noi lo sappiamo è troppo tardi e non abbiamo un dibattito nel merito.
E’ appena accaduto qualcosa di molto pericoloso, ma non abbiamo avuto tempo per organizzarci contro questo. Si tratta della Direttiva sul segreto commerciale, per cui se riveli qualcosa riguardante un affare commerciale, l’impresa può denunciarti come delatore. Ironia vuole che in questo momento, proprio questa settimana, due giovani vengono giudicati in Lussemburgo per avere svelato le informazioni che ci hanno permesso di sapere di Luxleaks.
Luxleaks è il nome del sistema lussemburghese in base al quale si prendevano accordi con dozzine, se non con centinaia, di aziende affinchè queste potessero far entrare i loro profitti in Lussemburgo come tasse, e così pagare pochissime imposte.
Così c’è stata una relazione parlamentare in Francia che dice che se paradisi fiscali come questo non esistessero, il governo avrebbe almeno tra i 60 e gli 80 miliardi di euro in più ogni anno da includere nel bilancio. Si tratta di quello che abbiamo bisogno per la sicurezza sociale, di quello che abbiamo bisogno per le scuole… e non stiamo introitando queste tasse. Dunque dobbiamo avere un sistema fiscale che funzioni per le grandi corporazioni. Dobbiamo avere un sistema fiscale che dica ai ricchi che devono smettere di usare i paradisi fiscali, ecc. Perchè ai cittadini dicono “voi dovete pagare”, e noi lo facciamo, perchè abbiamo la strada segnata, non usiamo le Isole Cayman per metterci i nostri soldi.
Perciò credo che quanti più sono i movimenti che si battono contro la segretezza e contro l’arbitrarietà dei governi, che permettono ai ricchi e alle imprese ricche di sfuggire al pagamento della loro parte di tasse per mantenere l’Europa, meglio è. Queste sono buone cose da ottenere.

Come può cambiare il sistema: “Criticità auto-organizzata”
La gente vuole sempre sapere quando le cose cambieranno e questa è una domanda a cui io non posso rispondere. Però quello che cerco di spiegare è: esiste in ambito scientifico un concetto chiamato “Criticità auto-organizzata”. Suona complicato ma non lo è.
Significa che, dal punto di vista scientifico, anche un sistema semplice come un mucchio di sabbia riceve costantemente stimoli dal mondo esterno. Diciamo che ho qui un mucchio di sabbia, alto così, e che un granello di sabbia cade un momento dopo l’altro… tutto il tempo.
A un certo punto, che nè io nè voi possiamo prevedere, questo granello in più di sabbia provocherà una valanga e tutto il sistema dovrà essere riconfigurato e non sarà più quello di prima.
Non vedo alcuna ragione per cui non possa accadere lo stesso con la politica e con le società. Quindi quando qualcuno dice “Sono solo una persona, che posso fare?” io dico: unisciti a un gruppo e aiuta questo gruppo ad essere un elemento, il granello di sabbia che fa’ sì che tutto il sistema crolli.
Non possiamo dire quando accadrà. Ma sappiamo che un qualcosa in più può fare la differenza. Solo un centesimo di grado in più di temperatura, in Artico o in Antartico, fa sì che si stacchi parte di un iceberg e che quell’iceberg non esista più e che tutto inizi a sciogliersi.
Tutti i sistemi fisici sono così e credo che anche i sistemi umani siano così. Per questo dico che abbiamo bisogno di te, qualunque sia la tua professione. Abbiamo bisogno di quel documentario televisivo in più, abbiamo bisogno di quell’articolo in più su un giornale, abbiamo bisogno di quell’organizzazione che riunisca il proprio gruppo, e di qualcuno che dice qualcosa e improvvisamente i politici capiscono, e all’improvviso il sistema si riconfigura.
Quindi questa è la Criticità Autoorganizzata nella sfera politica.
Traduzione dall’inglese di Matilde Mirabella



lunedì 5 ottobre 2015

No al TTIP

Dal 10 al 17 ottobre centinaia di migliaia di persone si mobiliteranno nei Paesi dell’Unione Europea per chiedere un deciso cambiamento di rotta delle politiche economiche e sociali, e per una maggiore giustizia sociale e ambientale.
A cominciare da sabato 10 ottobre le campagne internazionali Stop TTIP organizzeranno eventi, mobilitazioni, presidi per chiedere che si blocchi il negoziato transatlantico tra Unione Europea e Stati Uniti, il negoziato TiSA sulla liberalizzazione dei servizi e la ratifica del CETA, l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada. Si svolgeranno eventi delocalizzati nella maggior parte dei Paesi dell’Unione. La più grande manifestazione è attesa a Berlino (e il Comitato Stop TTIP Bolzano parteciperà a quella mobilitazione), ma c’è bisogno che anche in moltissime città italiane si svolgano iniziative di informazione e mobilitazione.
Organizza anche tu un evento, o mettiti in contatto con uno dei comitati locali Stop TTIP
Alcuni degli eventi in programma: http://stop-ttip-italia.net/iniziative-stop-ttip/
Il sito internazionale con tutte le iniziativa previste: https://www.trade4people.org/
Il video della Campagna da diffondere: https://www.youtube.com/watch?v=NyxoBRZC4a8





Cos’è il TTIP
Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ossia con l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.
L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.
I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.
Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.
Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.
Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.
È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.
Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.
Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.
È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?
Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).
Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.
Intervista a Monica Di Sisto, giornalista, è vicepresidente dell’Associazione Fairwatch, che si occupa di commercio internazionale e di clima da oltre 10 anni. Insegna Modelli di sviluppo economico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Con Fairwatch è tra i promotori della campagna nazionale Stop TTIP.
Realizzata da http://www.paginatre.it nel settembre2014
Alcuni materiali di approfondimento si possono scaricare qui: http://stop-ttip-italia.net/i-materiali/


domenica 18 maggio 2014

TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)

il TTIP realizzerebbe l’utopia delle multinazionali : un pianeta al loro completo servizio, fino al punto di poter chiamare in giudizio presso una corte speciale, composta da tre avvocati d’affari rispondenti alle normative della Banca Mondiale, un qualsiasi paese firmatario, la cui scelte politiche potrebbero avere un effetto restrittivo sulla loro “vitalità commerciale”; potendole sanzionare con pesantissime multe per avere, con le proprie legislazioni, ridotto i loro potenziali profitti futuri. E per le elites dell’Ue rappresenterebbe anche la possibilità di superare in avanti, attraverso un “meta-trattato” strutturale, l’attuale difficoltà nell’ imporre, Stato per Stato e governo per governo, le politiche di austerità e di smantellamento dello stato sociale, artificialmente indotte dalla crisi del debito pubblico. L’opposizione radicale al TTIP, oltre che una inderogabile necessità per le vertenze e le conflittualità promosse da qualsiasi movimento sociale attivo, rappresenta anche una grande opportunità : ottenere il ritiro “senza se e senza ma” di quello che rappresenta un disegno esaustivo e totalizzante di un’Europa al servizio dei mercati, metterebbe automaticamente in campo l’opzione di un’altra Europa possibile, quella dei popoli, dei beni comuni, dei diritti e della democrazia.

…Il Trattato di Partenariato USA-UE per il Commercio e gli Investimenti ci promette un reddito aggiuntivo per famiglia di 4 persone di 545 dollari all’anno, a condizione che siano smantellate tutte le leggi e regolamenti di tutela sanitaria, ambientale, del lavoro, che attualmente impediscono o limitano la possibilità di realizzare il massimo profitto negli scambi e negli investimenti. Il che significa: libera produzione, circolazione e vendita sul mercato europeo degli organismi geneticamente modificati, della carne agli ormoni, dei polli al cloro. Il “principio di precauzione”sostituito dalla prova scientifica di nocività dei singoli prodotti, processi produttivi, componenti. Era stato adottato in Europa all’inizio degli anni 90 in seguito all’epidemia della “mucca pazza” per ridurre o eliminare - tramite decisioni di prevenzione – quei rischi che non sono ancora scientificamente provati. Di conseguenza bando alla etichettatura e tracciabilità dei prodotti alimentari e chimici. Emblematica la situazione riguardante l’estrazione e lo sfruttamento del gas di scisto (fracking) : circa11.000 nuovi pozzi scavati in un anno negli Stati Uniti contro una dozzina in Europa per effetto di divieti e moratorie in attesa di verificare i rischi che la tecnologia estrattiva può arrecare alla salute e alla sicurezza delle persone e dell’ambiente.
La segretezza dei negoziati si confà egregiamente alla passività dei grandi mezzi d’informazione del nostro paese che si guardano bene dal rompere il silenzio, appena scalfito dall’impegno dei “soliti” mezzi d’informazione alternativi. E poiché la Commissione Europea tratta e firmerà l’Accordo a nome e per conto degli Stati membri, rischiamo di trovarci a fine 2014, data prevista per la conclusione dei negoziati, con la brutta sorpresa del pacco di Natale già confezionato e pronto per l’uso sotto l’albero.
Siamo ancora in tempo per impedirlo. Alla fine degli anni ’90 un analogo pacco-dono del libero mercato, l’AMI – Accordo Multilterale sugli Investimenti, era stato preparato segretamente dalle stesse oligarchie che oggi lo traducono nel TTIP e che venne fatto saltare proprio grazie al fatto che i suoi demenziali contenuti erano divenuti di pubblico dominio. E c’erano comunque ancora i Tribunali a cui ricorrere per il ripristino dei diritti negati Ma la totale cancellazione dello Stato Sociale Europeo che ora il TTIP si propone, la dichiarata subordinazione al profitto di ogni tutela sul lavoro, la salute, l’ambiente che non sia compatibile con il profitto, può incontrare ancora forti resistenze nel sistema giudiziario dei paesi più evoluti.
Ecco allora il Tribunale Speciale, organismo sovranazionale, extra-territoriale – si dice con sede presso la Banca Mondiale – sul modello del collegio arbitrale le cui sentenze non saranno appellabili essendo sovraordinate alle stesse Costituzioni nazionali. È molto probabile che si tratti di tribunali simili a quelli già previsti da Accordi come il NAFTA1, modellati sui Collegi Arbitrali privati composti da tre arbitri scelti generalmente tra “principi del foro” un po’ distratti rispetto ai loro conflitti di interessi e che, una volta nominati, non devono più rendere conto a nessuno. Possono avvalersi di ogni tipo di strumenti e risorse, in genere lucrosissime consulenze, test e perizie, le loro decisioni sono definitive e non possono più essere impugnate. Una gestione della giustizia di ricchi per i ricchi e che infatti non emette sentenze ma multe, sanzioni, risarcimenti. Così facendo, la giustizia si misura in dollari. La Lone Pine ad esempio, impresa californiana dell’energia, ha chiesto al Tribunale Speciale istituito dal NAFTA*, di condannare lo Stato del Canada a un risarcimento di 191 milioni di dollari per aver imposto una moratoria sul fracking, il sistema di frammentazione idraulica per estrarre il gas o il petrolio di scisto. Moratoria dettata dalla preoccupazione per i rischi per la salute e l’ambiente provocati da quelle lavorazioni. La Phillip Morris ha invece denunciato l’Australia al Tribunale Speciale del WTO per le leggi antifumo e chiesto un enorme risarcimento per i mancati profitti. Addirittura 3,7 miliardi di euro per mancati profitti delle sue due centrali nucleari tedesche, sono stati chiesti dalla svedese Vattenfall alla Germania che ha abbandonato la produzione di energia nucleare dopo il disastro di Fukushima. Si contano ben 514 cause legali di questo genere negli ultimi vent’anni: 123 sono state promosse da investitori USA: il 24% del totale; 50 da investitori olandesi, 30 britannici e 20 tedeschi.
La sola minaccia di cause legali per milioni di euro, intentate da studi legali con centinaia di avvocati per conto delle multinazionali, può mettere sul chi va là i governi e indurli ad attenuare o addirittura rinunciare a emanare leggi a tutela del lavoro, salute,ambiente. Se le decisioni politiche a livello locale, regionale o nazionale corrono questi rischi di strangolamento economico, ben più disarticolanti di una sentenza civile o penale , è a rischio la stessa democrazia…

Se da una parte già si moltiplicano studi e ricerche che magnificano i presunti vantaggi di una completa liberalizzazione di commercio e investimenti, dall’altra fino a oggi i contenuti dell’accordo filtrano dalla Commissione europea e dai governi con il contagocce. Quello che sembra però confermato è che uno dei pilastri del Ttip dovrebbe essere proprio l’istituzione di un meccanismo di risoluzione delle dispute fra investitori e Stati.
Tralasciando i pur enormi potenziali impatti di tale accordo in ogni attività immaginabile, per quale motivo gli investitori esteri che si sentissero penalizzati non dovrebbero rivolgersi ai tribunali esistenti tanto in Usa quanto in Ue, come un qualsiasi cittadino o impresa locale? Secondo la Commissione «alcuni investitori potrebbero pensare che i tribunali nazionali sono prevenuti». Fa piacere sapere che la Commissione si preoccupa per quello che alcuni investitori esteri potrebbero pensare più che dei cittadini che dovrebbe rappresentare. Tenendo poi conto che un singolo non può rivolgersi a tali tribunali nel caso in cui fosse danneggiato dal comportamento di un investitore estero, che giustizia è quella in cui unicamente una delle due parti può intentare causa all’altra? Ancora prima, nel momento in cui si sancisce un diverso trattamento fra imprese locali e investitori esteri, ha ancora senso affermare che «la legge è uguale per tutti»?
Con tali meccanismi si rischia di minare le stesse fondamenta della sovranità democratica. Non vi è appello possibile, così come non c’è nessuna trasparenza sulle decisioni di tre «esperti» che si riuniscono e decidono a porte chiuse, nel nome della «confidenzialità commerciale», ma che di fatto possono influenzare, pesantemente, le legislazioni di Stati sovrani.
Spesso non è nemmeno necessario arrivare a giudizio: la semplice minaccia di una disputa basta a bloccare o indebolire una nuova legislazione. In parte per il costo di tali procedimenti, in parte per il rischio di dovere poi pagare multe che possono arrivare a miliardi di euro, ma anche per un altro aspetto: un governo che dovesse incorrere in diverse dispute dimostrerebbe di essere poco incline agli investimenti internazionali. In un mondo che ha fatto della competitività il proprio faro e che si è lanciato in una corsa verso il fondo in materia ambientale, sociale, fiscale, sui diritti del lavoro pur di attrarre i capitali esteri, l’introduzione di leggi «eccessive» e l’essere citato in giudizio in un Investor-State Dispute Settlement diventano macchie inaccettabili.
O forse, al contrario, è semplicemente inaccettabile un mondo in cui la tutela dei profitti delle imprese ha definitivamente il sopravvento sui diritti delle persone…
da qui