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domenica 5 dicembre 2021

Le armi del femminicidio - Alessio Lerda


Gli ultimi dati ufficiali mostrano che il possesso di armi da fuoco incide notevolmente sul rischio di omicidi familiari

 

Ad una settimana di distanza dalla Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, torniamo sul tema per soffermarci su un particolare aspetto della questione, affrontato sulle frequenze di Radio Beckwith Evangelica nella trasmissione Cominciamo Bene

A partire dalle rilevazioni della Commissione del Senato riguardo alle sentenze e alle indagini sui femminicidi nel 2017 e 2018, è stato intervistato Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (OPAL) di Brescia. In particolare, è il rapporto tra alcuni numeri a saltare all’occhio. Si comincia dagli oggetti utilizzati per commettere questo tipo di omicidio: dietro al 32% rappresentato da armi da taglio, segue l’utilizzo di armi da fuoco, che sono usate nel 25% dei casi; il 16% se si contano soltanto le armi legalmente detenute.

Il dato, da solo, dice poco. Ma a fianco possiamo mettere la percentuale di persone che in Italia detiene legalmente armi, ovvero circa l’8% della popolazione adulta. Questo significa che una percentuale significativa di femminicidi è eseguita da chi possiede una licenza per armi, smentendo la posizione che spesso assume chi difende il loro possesso sostenendo  che “Non sono le armi ad uccidere, bensì le persone”. Se questo fosse vero, le due percentuali dovrebbero coincidere, o quantomeno essere molto più vicine. Invece è evidente che un’arma da fuoco, sebbene regolarmente detenuta, sia un fattore rilevante e decisivo nell’aumentare il rischio di femminicidio.

Il problema parallelo è la quasi totale mancanza di attenzione su questo tema, una grave disattenzione della classe politica che sembra sottovalutare la capacità dei cittadini di ottenere armi da fuoco. In realtà i requisiti per ottenere una licenza sono relativamente semplici da dimostrare. A qualsiasi cittadino esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicodipendente, è consentito di ottenere una licenza per armi dopo aver superato un breve esame di maneggio delle armi e un controllo da parte della Questura sui suoi precedenti penali. In seguito, non c’è modo da parte della polizia di compiere verifiche sulla consapevolezza da parte del nucleo familiare del fatto che ci sia un’arma in casa, perché da dieci anni manca il regolamento attuativo della legge.

Ci sono quindi alcune leggi che non vengono applicate, ma occorrerebbe anche introdurne di nuove. Se non è infatti possibile prevedere sempre la deriva violenta di una persona, sarebbe necessario restringere la possibilità di ottenere un’arma, passando ad esempio da una verifica  psichiatrica e da un esame tossicologico annuale sui detentori di licenza per armi. Andrebbe anche rivista la tipologia di armi che si possono detenere secondo il tipo di licenza: chi ha quella per uso sportivo non dovrebbe essere in grado di possedere legalmente armi che esulano da quell’ambito, commenta Beretta; lo stesso dovrebbe valere per la caccia o per la difesa abitativa. Nodo cruciale, infine, le munizioni, che sia dal punto di vista della loro accessibilità in casa, sia da quello della loro letalità, possono fare un’enorme differenza sul rischio di essere uccisi in casa.

da qui

lunedì 19 agosto 2019

Il diritto alle armi - Giorgio Beretta





Odio razziale e religioso di stampo etno-suprematista misto a fascinazioni nazifasciste e facile accesso alle armi. È la miscela esplosiva che continua ad alimentare i mass shooting negli Stati uniti e non solo. Patrick Crusius afferma di essere «un sostenitore della strage di Christchurch» in Nuova Zelanda.
Lo fa nel suo delirante manifesto postato poco prima di compiere la strage nel supermercato Walmart a El Paso in Texas. L’autore della strage di Christchurch, l’etnonazionalista australiano Brenton Tarrant, scriveva di essersi ispirato a Luca Traini, l’attentatore xenofobo che dalla sua auto sparò all’impazzata sugli immigrati di colore di Macerata. «Difendo il mio Paese dalla sostituzione etnica e culturale portata da un’invasione», aggiunge Crusius nel suo allucinante manifesto.
Crusius e Tarrant non sono soli. Prima di loro vi è stato il simpatizzante dell’ultradestra antisemita Robert Bowers, autore della strage nella sinagoga di Pittsburgh; il giovane razzista e islamofobo Nikolas Cruz, della sparatoria di Parkland in Florida; il giovane suprematista neonazista Dylann Roof della carneficina della chiesa degli afroamericani di Charleston nel Sud Carolina. Solo per ricordarne i più recenti.Un lungo elenco nel quale – non dovremmo mai dimenticarlo – va annoverato anche il filonazista norvegese Anders Breivik che nel luglio del 2011 ha compiuto la strage con un fucile semiautomatico regolarmente detenuto contro i giovani del Partito laburista radunati nell’isola di Utoya. Dagli Stati uniti alla Nuova Zelanda, dall’Italia alla Norvegia con un unico filo conduttore: l’odio xenofobo, religioso e razzista. Ma con un’altra costante, troppo spesso sottovalutata: gli autori di queste stragi erano tutti in possesso di una regolare licenza per armi.

Così, mentre la propaganda politica razzista arma il cervello, il facile accesso alle armi ne agevola l’esecuzione. Il mix è letale e ci riguarda da vicino. La Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza  inviata al Parlamento italiano nel febbraio scorso indica un crescente «dinamismo della destra radicale», il cui «attivismo, di impronta marcatamente razzista e xenofoba, si è accompagnato a una narrazione dagli accenti di forte intolleranza nei confronti degli stranieri» (p. 100). Il terreno è pronto e, non serve dirlo, è costantemente fertilizzato da espliciti messaggi di stampo identitario lanciati dai leader della destra europea e italiana, non ultimo il ministro degli Interni, Matteo Salvini.
Ma – si dice – da noi non è come negli Stati Uniti dove le armi si possono comprare al supermercato. «Sulle armi, l’Italia ha le norme più restrittive d’Europa», aggiunge la propaganda delle riviste patinate. Chiunque abbia preso una licenza per armi sa che non è vero. A qualunque cittadino incensurato, esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicomane, è infatti generalmente consentito di ottenere una licenza dopo aver superato un breve esame di maneggio delle armi.
E non sono poche. Il governo Conte, su pressione della Lega e con il tacito consenso del Movimento Cinque Stelle, l’estate scorsa è infatti riuscito, unico in Europa, a recepire in senso estensivo la direttiva comunitaria che avrebbe dovuto restringere le maglie sulle armi: il numero di «armi sportive» (tra cui i fucili semiautomatici tipo Ak-47 o Ar-15, quelli cioè più usati nei mass shooting) detenibili è stato raddoppiato, portandolo da sei a dodici ed è stata raddoppiata anche la capacità dei caricatori acquistabili senza denuncia (da cinque a dieci colpi).
Un autentico regalo ai produttori di armi. Così oggi, con una semplice licenza per tiro sportivo, per la caccia o per mera detenzione (nulla osta), è possibile tenersi in casa tre pistole con caricatori fino a 20 colpi, dodici «armi sportive» con caricatori da 10 colpi e un numero illimitato di fucili da caccia. Un autentico arsenale. Secondo alcune stime, sarebbero più di 700mila i fucili semiautomatici presenti nelle case degli italiani. Tutti con regolare licenza, certo. Ma viene da chiedersi a cosa possano servire, visto che le federazioni nazionali di tiro sportivo affermano che i loro soci sono poco più di 100mila. Anche includendo le associazioni locali e i poligoni privati non si arriva a 200mila aderenti. Mancano all’appello almeno 400mila possessori di armi con licenza per «tiro sportivo». Per non parlare di molti altri, probabilmente due milioni che, pur continuando a possedere armi, da anni non rinnovano la licenza. Tutti armati. Fino ai denti.

E la lobby delle armi si è organizzata. Le tre principali associazioni di settore armiero (Anpam per i produttori, AssoArmieri per i commercianti e Conarmi per gli artigiani) l’anno scorso hanno diramato un comunicato nel quale invitano gli appassionati a tesserarsi a uno dei gruppi più attivi nel difendere gli interessi dei legali detentori di armi: il Comitato D-477, oggi Unarmi. L’obiettivo del gruppo, che fa parte della rete Firearms United con contatti diretti con la National Rifle Association (NRA) statunitense, è introdurre anche in Italia una sorta di «diritto alle armi». Proprio come quello in vigore negli Stati uniti. I cui effetti devastanti sono sotto gli occhi di tutti.

(Analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa – OPAL) - Articolo pubblicato anche sul il manifesto


martedì 18 ottobre 2016

La guerra sporca dell’Italia in Yemen - Giorgio Beretta

Potrebbero essere di fabbricazione italiana le bombe che sabato scorso hanno colpito l’edificio a Sana’a in Yemen dove era in corso una cerimonia funebre causando 155 morti e più di 530 feriti. Il corrispondente della tv britannica ITV, Neil Connery, che è entrato nell’edifico poco dopo il bombardamento, ha infatti pubblicato via twitter la foto di una componente di una bomba che, secondo un ufficiale yemenita, sarebbe del tipo Mark 82 (MK 82).
Altre immagini pubblicate via twitter sono più precise: riportano la targhetta staccatasi da una bomba con la scritta: «For use on MK82, FIN guided bomb». Segue un numero seriale: 96214ASSY837760-4. L’ordigno sarebbe stato prodotto su licenza dell’azienda statunitense Raytheon per essere usato su una bomba MK82. Ma non è chiara l’azienda produttrice e il paese esportatore. Che potrebbe essere anche l’Italia.
Bombe del tipo MK82, infatti, sono prodotte nella fabbrica di Domusnovas in Sardegna dalla Rwm Italia, azienda tedesca del colosso Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi, in provincia di Brescia. E sono state esportate dall’Italia, con l’autorizzazione da parte dell’Unità per le autorizzazioni di materiali d’armamento (Uama).
La conferma, seppur in modo indiretto, l’ha data mercoledì scorso (il 12 ottobre) la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, rispondendo a una interrogazione del deputato Luca Frusone (M5S): «La ditta Rwm Italia – ha detto la ministra Pinotti – ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente».
All’azienda Rwm Italia nel biennio 2012-13 sono state infatti rilasciate da parte dell’Uama autorizzazioni all’esportazione per bombe aeree di tipo MK82 e MK83 destinate all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 86 milioni di euro. Impossibile invece sapere quante e quali bombe siano state esportate dall’Italia all’Arabia Saudita nell’ultimo biennio: le voluminose relazioni inviate al parlamento dal governo Renzi riportano infatti solo il valore complessivo delle autorizzazioni all’esportazione verso i singoli paesi e le generiche tipologie di armamento (munizioni, veicoli terrestri, navi, aeromobili, ecc.).
Nel biennio 2014-15 il ministero degli Esteri ha autorizzato l’esportazione verso l’Arabia Saudita di un vero arsenale militare per un valore complessivo di quasi 420 milioni di euro. Tra questi figurano «armi automatiche» che possono essere utilizzate per la repressione interna, «munizioni», «bombe, siluri, razzi e missili», «apparecchiature per la direzione del tiro», «esplosivi», «aeromobili» tra cui componenti per gli Eurifighter «Al Salam», i Tornado «Al Yamamah» e gli elicotteri EH-101, «apparecchiature elettroniche» e «apparecchiature specializzate per l’addestramento militare». Nel medesimo biennio sono stati consegnati alle reali forze armate saudite sistemi e materiali militari per oltre 478 milioni di euro.
Anche le dettagliate tabelle compilate dal ministero degli Esteri allegate alla relazione governativa che riportano tutte le singole autorizzazioni rilasciate alle aziende produttrici mancano di un dato fondamentale: il paese destinatario. Si può cioè sapere, ad esempio, che nel 2015 alla Rwm Italia sono state rilasciate 24 autorizzazioni per un valore complessivo di oltre 28 milioni di euro, ma non si possono sapere i paesi destinatari.
E si può sapere che, sempre nel 2015, alla RWM Italia è stata concessa la licenza ad esportare 250 bombe inerti MK82 da 500 libbre insieme ad altre 150 bombe inerti MK 84 per un valore complessivo di oltre 3 milioni di euro, ma la tabella ministeriale non riporta il paese acquirente, rendendo così impossibile il controllo parlamentare e dei centri di ricerca. Informazioni che erano invece riportate fin dai tempi delle prime relazioni inviate al parlamento dai governi Andreotti. E che, incrociando le tabelle dei vari ministeri, si potevano evincere fino ai governi Berlusconi.
Ha un bel dire la ministra Pinotti che la relazione governativa al parlamento consentirebbe «l’attività di verifica e di controllo così come spetta al parlamento»: se non sa cosa di preciso si esporta verso un paese, come fa il Parlamento a controllare?
Un dato però è certo: nel biennio 2014-5 il governo Renzi ha autorizzato esportazioni verso l’Arabia Saudita per un valore complessivo di quasi 419 milioni di euro: un chiaro “salto di qualità” se si pensa che una decina di anni fa le autorizzazioni per armamenti destinati alle forze militari saudite non superavano i dieci milioni di euro.
Ma c’è un altro fatto certo. Nei mesi tra ottobre e dicembre dello scorso anno dall’aeroporto civile di Elmas a Cagliari sono partiti almeno quattro aerei Boeing 747 cargo della compagnia azera Silk Way carichi di bombe prodotte nella fabbrica Rwm Italia di Domusnovas in Sardegna: i cargo sono atterrati alla base della Royal Saudi Air Force di Taif in Arabia Saudita. È proprio su queste spedizioni e su tutti i sistemi militari che l’Italia sta inviando in Arabia Saudita che lo scorso gennaio la Rete italiana per il disarmo ha presentato un esposto in varie Procure. Esposto sul quale in Viceprocuratore di Brescia, Fabio Salamone, ha aperto un’inchiesta “verso ignoti” per presunte violazioni della legge sulle esportazioni di materiali miliari. La Legge n. 185 del 9 luglio 1990 sancisce che l’esportazione «di materiale di armamento nonché la cessione delle relative licenze di produzione devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia» e che «tali operazioni vengono regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». La Legge vieta specificamente l’esportazione di materiali di armamento «verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere», nonché «verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione».
Dal marzo del 2015, infatti, l’Arabia Saudita si è posta a capo di una coalizione che, senza alcun mandato internazionale, è intervenuta militarmente nel conflitto in corso in Yemen. La risoluzione n. 2216 approvata il 14 aprile del 2015 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu non legittima, né condanna, l’intervento della coalizione a guida saudita: solo «prende atto» della richiesta del presidente dello Yemen agli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo di «intervenire con tutti i mezzi necessari, compreso quello militare, per proteggere lo Yemen e la sua popolazione dall’aggressione degli Houti».
Cosa sia successo da quel momento è sotto gli occhi di tutti: ad oggi sono almeno 4.125 i civili uccisi e oltre 7.200 i feriti. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha ripetutamente condannato i raid aerei sauditi che hanno colpito centri abitati, scuole, mercati e strutture ospedaliere, come quelle di Medici senza Frontiere: un terzo dei loro raid ha fatto centro proprio su obiettivi civili. «Effetti collaterali», hanno commentato i sauditi.
Lo scorso agosto, l’Alto commissario per i diritti umani, il principe Zeid bin Ra’ad Al Hussein ha chiesto di avviare un’inchiesta indipendente e imparziale sulle violazioni del diritto umanitario perpetrare da tutte le parti attive nel conflitto in Yemen. La richiesta era sostenuta dai paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, ma poi è stata ritirata dall’Ue senza alcuna motivazione. A seguito delle pressioni saudite la proposta è stata accantonata e pertanto si continuerà con l’inchiesta da parte delle autorità yemenite.
A fronte della catastrofe umanitaria che sta subendo la popolazione yemenita, già lo scorso febbraio il Parlamento europeo ha votato ad ampia maggioranza una risoluzione con cui ha chiesto all’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, di «avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’Unione europea e di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita», alla luce delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Risoluzione che la ministra Pinotti non ha menzionato nel suo intervento in Parlamento. Forse anche perché finora è rimasta inattuata.
Sono continuate invece le esportazioni di armamenti dei paesi europei e gli affari militari con le monarchie del Golfo. Per combattere l’Isis, viene detto; che però approfittando del conflitto ha guadagnato terreno anche in Yemen.

(*) Giorgio Beretta è analista dell’OPAL, Osservatorio Permanente sulle armi leggere e le politiche di difesa e sicurezza, di Brescia. Questo articolo è apparso – con qualche piccolo taglio – sul quotidiano «il manifesto» del 15 ottobre.

giovedì 30 giugno 2016

Esportare armi, importare profughi...

 il circolo vizioso fra Italia e Yemen
della redazione di terrelibere.org (*) con un link a Opal Brescia (**)


A Lampedusa sono arrivati alcuni profughi dallo Yemen. L’Italia esporta armi verso l’Arabia Saudita, che bombarda lo Yemen. Si completa così il circolo vizioso tra export di armamenti e “import” di profughi. Eppure, nei discorsi da bar e in quelli politici, si dice che “non possiamo farci carico dei problemi degli altri”. Come se fossimo innocenti
All’inizio di maggio a Lampedusa è avvenuta l’ennesima protesta contro le impronte digitali. Rifugiati di tante nazionalità rifiutavano l’atto che li avrebbe inchiodati in Italia. Accade da anni, perché non siamo un Paese ambito.
Ma questa volta c’era una novità. Tra i migranti che non volevano restarec’erano alcuni yemeniti. La notizia non è stata registrata, meno che mai la presenza di profughi di una guerra dimenticata.
Purtroppo, in questo conflitto siamo coinvolti in modo diretto. Lo scorso gennaio la Rete Disarmo ha presentato in diverse procure italiane un esposto per chiedere di indagare sulle spedizioni di bombe dall’Italia all’Arabia Saudita.
Da aeroporti sardi, infatti, sono partiti carichi di bombe per rifornire l’aviazione saudita: era la sesta spedizione italiana in pochi mesi.
Tecnicamente, si tratta della violazione dell’articolo 1 della legge 185/90 che vieta l’esportazione di armamenti verso paesi in stato di conflitto armato. L’Arabia Saudita, infatti, è alla guida di una coalizione che sta bombardando lo Yemen, colpendo in particolare scuole e obiettivi “illegali”.
Renzi ha confermato una partnership articolata con Ryad: dalla costruzione della metropolitana alla vendita di armamenti.
La politica italiana ha completato un circolo vizioso: si esportano guerre, si importano profughi. Che peraltro preferiscono protestare platealmente pur di non restare. Le idee da bar secondo cui “non possiamo ospitarli”, “dobbiamo aiutarli a casa loro” e così via trovano una dura smentita dalla realtà.
(*) Ripreso da www.terrelibere.org con la foto che mostra una delle barche dei migranti arrivati a Lampedusa.
(**) Se nulla sapete delle armi italiane usate in Yemen – “grazie” all’Arabia Saudita – che fra l’altro è un ottimo sponsor dell’Isis – cominciate a dare un’occhiata al link qui sotto di OPAL, l’«Osservatorio permanente delle armi leggere» di Brescia, che io recupero da «Comune info». (db)

LE DIVISE ALITALIA E IL MASSACRO YEMENITA
Da 450 giorni la gente dello Yemen viene sterminata da una guerra che non interessa (quasi) nessuno. Ha già ucciso almeno tremila civili, molti dei quali bambini, ma anche questa non è una novità. Secondo l’Onu, sono le milizie sunnite, sostenute dai bombardieri di una coalizione guidata Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a causare gran parte delle vittime civili. I colossi mediatici italiani si stracciano le vesti un paio di volte l’anno, quando va bene, quasi sempre quando ricevono le anteprime di un Rapporto annuale della Amnesty di turno. Scattano con puntualità e tanto di titoloni razzisti, invece, se si tratta di far del sarcasmo sullo stile “saudita” delle nuove divise delle hostess della compagnia nazionale venduta agli emiri miliardari. Le bombe italiane ed europee che alimentano la macelleria yemenita, un traffico ben più indecente di quello dei migranti, per loro non fanno notizia. Peggio: sono notizie “vecchie”, scadute. D’altra parte “è tutto regolare”, dicono i ministri Gentiloni e Pinotti. La denuncia di Opal, Osservatorio permanente delle armi leggere
OPAL BRESCIA