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sabato 1 settembre 2018

GAZA. La fantasia tra la bibliotuktuk e i giocattoli delle donne - Michele Giorgio




«Così la mucca saltò in groppa a un topo, sì, un topo piccolo ma tanto forte, che a ‎nuoto la portò sull’altra riva, sana e salva». I bambini della comunità beduina di ‎Um al Nasser ascoltano a bocca aperta il racconto fantastico di Munther ‎l’animatore, in costume tradizionale e con un fez rosso bordeaux.
Oggi alla scuola ‎‎”Terra dei bambini” è arrivata la Bibliotuktuk, la biblioteca itinerante montata su ‎di un veicolo a tre ruote, che gira per la Striscia di Gaza mettendo libri per ‎l’infanzia a disposizione di bambini e ragazzi di famiglie prive di risorse per ‎l’istruzione e l’intrattenimento dei figli. E comunque l’arrivo della bibliotuktuk è ‎sempre l’occasione per fare festa, per cantare e giocare. I ragazzi di Gaza ne hanno ‎certamente bisogno.
Um al Nasser è vicina al valico di Erez con Israele, una delle ‎aree di maggior tensione. I bombardamenti da queste parti non sono infrequenti. ‎Israele li giustifica con la necessità di impedire le operazioni armate di Hamas. E ‎quando mancano quelli arrivano i disastri naturali. Qui qualche anno fa un ‎allagamento improvviso, frutto di errori umani e della disastrosa situazione delle ‎infrastrutture civili di Gaza da oltre dieci anni sotto embargo israeliano, fece morti ‎e feriti. ‎«Ora tocca a te, sì dico a te, avvicinati, raccontaci una bella storia», dice ‎l’animatore rivolgendosi a una bambina che, vinta l’iniziale timidezza, si avvicina ‎al tuk tuk, si impossessa del fez e comincia il suo racconto.
‎Quattro anni fa la scuola la “Terra dei bambini” era completamente diversa. Era ‎un’edificio in gran parte in legno costruito dalla ong milanese Vento di Terra, con ‎criteri innovativi. A visitarla furono in tanti, anche l’ex presidente della Camera ‎dei deputati Laura Boldrini. Tanta attenzione non bastò a salvarla nel 2014, ‎quando i bulldozer militari israeliani, durante l’offensiva “Margine protettivo”, per ‎presunte “ragioni di sicurezza” la trasformarono in un cumulo di detriti e legni ‎spezzati.
Superato lo sdegno l’ong italiana e i suoi partner si rimboccarono le ‎maniche e ricostruirono la “Terra dei bambini” che ha riaperto circa due anni fa. I ‎bambini di Um al Nasser, l’unico comune beduino di Gaza, sono tornati in aula e ‎partecipano a molteplici attività educative. ‎«Quella di Um al Nasser è una realtà ‎molto difficile sotto tanti punti di vista, a cominciare da quello economico» ci ‎dice Barbara Archetti, presidente di Vento di terra, ‎«lavoriamo a stretto contatto ‎con la popolazione da tanti anni in ambito educativo e psicosociale ma anche per ‎uno sviluppo più composito del territorio».
La bibliotuktuk è una iniziativa ‎sostenuta da più di 200 classi di scuole italiane, aggiunge Archetti. ‎«La biblioteca ‎mobile – spiega – è un contributo alla rottura delle barriere e dell’assedio anche ‎culturale che si vuole imporre a questa terra, a questi bambini».
‎Dei ragazzi palestinesi di Gaza si parla poco. Fanno notizia, e solo per qualche ‎ora, quando vengono uccisi dai bombardamenti o, in questi mesi, dai colpi sparati ‎dai soldati israeliani lungo le linee di demarcazione durante le manifestazioni della ‎Grande Marcia del Ritorno. Dei loro traumi, del loro far parte dei più colpiti dalle ‎conseguenze del blocco israeliano si dice poco o nulla. Gli allarmi lanciati in ‎questi anni dal “Centro di salute mentale” di Gaza cadono nel vuoto. La loro ‎condizione lascia indifferenti gli “assedianti” israeliani che attuano il blocco e di ‎rado trova spazio nei discorsi dei leader politici palestinesi.
Il leader di Hamas, che ‎controlla la Striscia, Ismail Haniyeh, qualche giorno fa, in occasione della festa ‎islamica dell’Eid al Adha, ha proclamato che Gaza ‎«è sulla strada di veder finire il ‎blocco‎» e che questo ‎«è il risultato della fermezza e della lotta‎». Si è riferito ai ‎negoziati indiretti con Israele che dovrebbero portare ad un cessate il fuoco di un ‎anno tra Hamas e lo Stato ebraico. Haniyeh ha detto solo una frazione della verità. ‎Non ci sarà la fine dell’embargo israeliano di Gaza, aggravato anche da alcune ‎misure punitive adottate dal presidente dell’Anp Abu Mazen. Al massimo la ‎popolazione vedrà un lieve allentamento della chiusura. Il blocco navale resterà in ‎vigore anche se, scrive qualche giornale, a Gaza dovrebbero poter arrivare ‎mercantili ispezionati in precedenza da Israele in un porto cipriota e seguiti fino ‎alla costa palestinese. ‎
‎Per i civili palestinesi resterà un sogno la libertà piena, a partire dalla possibilità ‎di uscire da Gaza. E non è detto che i bambini gravemente ammalati riceveranno, ‎assieme ai genitori, in tempi più rapidi i permessi per raggiungere gli ospedali ‎della Cisgiordania e quelli israeliani meglio attrezzati per curarli. Hannan al ‎Khoudari con un figlio piccolo malato di cancro, riferiva qualche giorno fa il ‎giornale Haaretz, per sette mesi non ha ottenuto l’autorizzazione ad assistere il ‎bambino, poiché è una cugina di primo grado di un leader del movimento ‎islamico. Alla fine è stata costretta a chiedere l’aiuto ad altre donne in possesso del ‎permesso israeliano per consentire al suo bambino di curarsi fuori Gaza.
Per gli ‎altri bambini ammalati di Gaza ci sono solo gli ospedali della Striscia che vivono ‎il loro momento più difficile da molti anni a questa parte, tra carenze strutturali e ‎scarsità di farmaci salvavita. Il sottosegretario generale dell’Onu per gli affari ‎politici, Rosemary Di Carlo, a inizio settimana ha esortato Israele a permettere agli ‎ospedali palestinesi di rifornirsi di carburante per i funzionamento dei generatori ‎autonomi di elettricità poiché le scorte si stanno esaurendo. Ha poi fatto appello ‎per 4,5 milioni di dollari necessari per garantire il funzionamento dei generatori di ‎tutti i centri sanitari di Gaza fino alla fine del 2018. ‎
Restituire l’infanzia ai bambini di Um al Nasser e di tutta Gaza e, allo stesso ‎tempo, dare lavoro alle donne beduine è l’obiettivo del centro “Zeina”, un altro ‎capitolo del progetto la “Terra dei bambini”. Nel suo laboratorio di falegnameria ‎otto donne ogni giorno indossano i guanti da lavoro e le protezioni per gli occhi, ‎azionano i macchinari e intagliano il legno per produrre i pezzi di giocattoli ‎pedagogici per gli asili. Trenini, attrezzi da lavoro, alberi, automobiline, pupazzi ‎in legno e altri materiali ecologici. Il centro “Zeina” li vende e distribuisce a Gaza. ‎E, quando si allentano le restrizioni di Israele, le operaie provano ad esportarli ‎verso l’Europa.
Altre 13 donne lavorano nel laboratorio tessile per la produzione ‎di stoffe e abiti e altre ancora si preoccupano di portare avanti i progetti del centro. ‎‎«La comunità beduina di Um al Nasser garantisce continuità al progetto della ‎‎’Terra dei bambini’» spiega con orgoglio Hanin Al Sammak, direttrice del centro. ‎‎«Il lavoro – aggiunge – sta offrendo un’importante opportunità di crescita a tutti i ‎livelli alle nostre donne che prima era soltanto delle casalinghe, moglie e madri».
‎Tuttavia l’obiettivo prioritario del centro e di Vento di terra, conclude Al Sammak, ‎‎«resta quello di provare a dare un’infanzia più serena e una istruzione migliore, ‎con metodologie più moderne, ai bambini di Um al Nasser, nonostante il blocco ‎‎(israeliano) e le guerre che devastano Gaza‎». ‎

martedì 25 aprile 2017

Lettera di Elif Gunay al padre

il giornalista Turhan Gunay, che, per un crimine chiamato libertà di stampa, di trova in galera in Turchia.
Gabriele Del Grande ci ha passato solo una settimana, anche lui colpevole di libertà di stampa, per sua e nostra fortuna non è turco, in questi tempi durissimi per quel paese.
Secondo Reporters sans frontieres la Turchia nel 2016 era al 151° posto nella classifica di 180 paesi per la libertà di stampa, peggio di Messico e Russia.

“La detenzione di mio padre e di altri dirigenti e giornalisti del Cumhuriyet compie quasi sei mesi.  Il sentimento di ingiustizia che cresce dentro di me per il fatto che le udienze sono state fissate a fine luglio è ormai in uno stato indescrivibile. Sapete che in questi momenti le persone cercano di aggrapparsi a quelle poche cose che ci sono dentro i fatti e cercano di vedere solo queste per tirarsi su. Ecco, questo è un racconto che ha quel gusto…
All’inizio della sua detenzione nel carcere di Silivri, mio padre aveva manifestato, tra le altre limitazioni, l’impossibilità di disporre di libri. Questa è stata la prima cosa di cui si lamentava quando incontrava gli amici durante le visite pubbliche. Per le persone come loro che hanno una vita praticamente costruita sull’abitudine alla lettura, ciò che subiscono crea un sentimento di reclusione per la detenzione ingiusta che vivono e naturalmente contestano. Soprattutto quando si tratta di mio padre, che per ben 26 anni è stato il direttore generale della catalogazione dei libri di Cumhuriyet, non credo che sia il caso di dire quanto sia vitale per lui l’atto di leggere.
All’interno del messaggio di Capodanno, anche durante la sua detenzione su Cumhuriyet, mio padre aveva ripetuto il suo storico augurio dicendo: “Buone giornate piene di libri”…
La biblioteca del carcere non è ben fornita e il diritto a comprare i libri dall’esterno è negato: abbiamo scoperto così che migliaia di detenuti sono privi di un diritto vitale come quello di leggere. Si vede che l’augurio storico di mio padre non ha mai raggiunto il carcere di Silivri.
In merito a questo problema, Canan Coskun, una delle giornaliste di Cumhuriyet, aveva scritto un articolo: “Una delle difficoltà dei nostri colleghi arrestati nell’ambito delle operazioni che mirano a silenziare il nostro giornale e attualmente detenuti nel carcere di Silivri è la mancanza dei libri”. Coskun dava spazio nei suoi articoli alle difficoltà espresse da mio padre in ogni visita pubblica, parlando attraverso la barriera di vetro.
L’articolo continua così: “A Silivri, i carcere più grande dell’Europa, ci sono 1.750 libri. Ogni cella ha diritto a un solo libro. Nel momento in cui i giornalisti detenuti richiedono un libro specifico presente in biblioteca la risposta è: ‘Lo sta leggendo un altro detenuto’, oppure ‘Non abbiamo quel libro’”.
Tuttavia è successo qualcosa di straordinario. Numerose case editrici hanno sentito la voce dei detenuti e di mio padre e hanno iniziato a donare dei libri alla biblioteca del carcere. Le scatole piene di libri sono partite per illuminare l’oscurità del carcere di Silivri. Successivamente sono stati gli autori a mandare i loro libri autografati e gli scaffali della biblioteca si sono riempiti di libri nuovi.
Purtroppo tuttora il numero di libri è ancora basso per un carcere così grande. E’ ancora assurdo limitare il diritto a leggere i libri, ma la biblioteca di Silivri sta crescendo. Inoltre i libri che arrivano in biblioteca ormai secondo la richiesta dei detenuti, finalmente vengono consegnati. Probabilmente migliaia di persone a Silivri stanno leggendo i libri che finora non avevano mai letto. Posso intitolare questa lettera come “La biblioteca che cresce di più in Turchia”. Si tratta della biblioteca del Carcere di Silivri. Magari non è davvero così, ma questo fatto è la speranza più grande che cresce dentro di noi, per cui per me è la biblioteca che cresce più velocemente in tutto il paese.
Mio padre e i suoi appassionati amici continuano a portare la loro luce ovunque vadano. Ormai esiste una biblioteca che cresce grazie a loro e Cumhuriyet illumina ancora un’altra volta le strade buie. E questo mi fa respirare un po’ di fronte a questa ingiustizia e a questa infinita attesa.
Oggi è il compleanno di mio padre. Che questo sia un regalo da parte mia per lui.
Con l’augurio di vedervi tutti con noi prima possibile…”