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lunedì 1 marzo 2021

Perché si parla di genocidio del popolo guaraní - Riccardo Bottazzo

Yvy è malata. Yvy, che nella lingua guaraní significa la “Nostra Terra”, soffre per la crudeltà e la mancanza di rispetto degli uomini che la abitano, così come un corpo soffre se è attaccato da un virus. Ñande Ru Guasu, il Nostro Grande Padre, creatore del cielo, della foresta e dei corsi d’acqua, prima di ritirarsi in un luogo sperduto, inaccessibile anche alla stessa fantasia dei suoi figli, aveva affidato Yvy al popolo guaraní e ai suoi Paí, gli sciamani, affinché si prendessero cura di lei. La terra donava la vita ai suoi figli. I suoi figli, rispettando il Teko Porã, il corretto modo di vivere, amavano e restituivano vita alla terraCosì è stato per tanto tempo. Poi è arrivato l’uomo bianco.

Il genocidio che si sta compiendo verso il popolo guaraní è cominciato con il furto della loro terra in nome di quel processo chiamato “sviluppo economico capitalista” i cui nefasti effetti, non ultimi i cambiamenti climatici, li stiamo soffrendo anche noi che viviamo dall’altra parte del globo. Comprare, recintare, devastare, mercificare la terra, l’acqua, l’aria, il vivente per un indigeno guaraní, più che una ingiustizia o una bestemmia, è un’assurdità. “Sappiamo che vogliono la nostra terra. Sappiamo che sono pronti ad ucciderci per questo – ha spiegato in una intervista il cacique Ladio Veron –. Non capiamo però lo scopo. Se la terra muore, moriranno tutti gli uomini e quindi anche loro. È il demone del male che guida le loro azioni. Perché non se ne rendono conto?”

Siamo nel sud del Brasile, nello Stato del Mato Grosso, ai confini col Paraguay. All’arrivo dei primi colonizzatori, il popolo guaraní fu uno dei pochi dell’Amazzonia a non sottomettersi a spagnoli e portoghesi e a rifiutare gli insegnamenti dei gesuiti al loro seguito. I guaraní kaiowa, uno dei tre sottogruppi linguistici in cui si dividono, decisero di ritirarsi nella foresta. Fu la decisione giusta. Degli altri gruppi indigeni che scelsero di venire a patti con i cosiddetti conquistadores – ma sarebbe più corretto chiamali “invasori” – oggi non è rimasto neppure un vocabolario.

per qualche secolo, la grande foresta amazzonica offrì rifugio al popolo guaraní. Quelle terre difficili non solo da coltivare o da vivere ma anche da attraversare, all’inizio, non erano appetibili per l’uomo bianco. Ma lo “sviluppo economico” è una bestia che non è mai sazia. La terra ancestrale, da disboscare per monetizzare il legname e poi da adibire a culture intensive, faceva sempre più gola agli uomini bianchi che si stringevano ai confini delle riserve. I guaraní furono relegati in spazi sempre più stretti. Le grandi foreste venivano abbattute per favorire le monoculture della canna da zucchero e dell’etanolo che regalavano immense ricchezze a pochi latifondisti, sfruttamento e umiliazioni ai lavoratori, fame, miseria e disperazione a tutti gli indigeni.

Nel 2010, una legge dello Stato brasiliano deportò definitivamente i guaraní in sorte di “riserve indigene” che altro non erano che delle vere e proprie baraccopoli. Lo scopo dichiarato era quello di “preservare la popolazione indigena e la sua cultura” ma il vero obiettivo era quello di rubare loro anche le ultime terre mercificabili dai latifondisti o dalle multinazionali dell’estrattivismo, il nuovo business, che avevano individuato nell’Amazzonia gli ultimi giacimenti fossili di un pianeta oramai quasi prosciugato di ogni sua risorsa.

guaraní furono allontanati a forza dai loro villaggi e rinchiusi in favelas senza accesso all’acqua potabile, senza assistenza medica, senza l’istruzione dei bianchi e privati anche dei luoghi sacri in cui veniva tramandata la tradizione indigena. Il popolo guaraní non aveva più una Yvy con la quale vivere e rapportarsi.

L’esodo del 2010 era stato accuratamente preparato da un decennio di inaudite violenze commesse nei loro confronti da milizie private, e talvolta anche militari, pagate dai latifondisti con l’appoggio incondizionato dei partiti di destra e senza troppo opposizione da quelli di sinistra. Stupri, torture, sparizioni forzate, rapimenti di bambini, omicidi di oppositori, incendi di interi villaggi, distruzione dei luoghi e dei beni sacri con i quali gli sciamani guaraní tramandavano la cultura indigenza.

 

Marcos Veron, padre del sopracitato Ladio Veron, e tantissimi altri rappresentanti del popolo guaraní che avevano avuto il coraggio di denunciare al mondo l’assalto dei latifondisti al suo popolo furono uccisi barbaramente. E dove non arrivava la violenza, arrivava l’alcol. I lavoratori guaraní venivano pagati, sino a che riuscivano a lavorare, con bottiglie di rum di scarsa qualità creando una dipendenza che non aveva cura. Secondo la denuncia di associazioni internazionali per i diritti umani, i latifondisti arrivarono anche a distribuire, con la connivenza del governo federale, giocattoli contaminati da virus influenzali, morbillo e vaiolo, infettando così volutamente interi villaggi. E aids attraverso prostitute infette non indigene (Cataleta, La violenza genocidaria oltre la dimensione culturale. Il caso dei guaraní kaiowà in Maniscalco e Pellizzari, Deliri culturali, L’Harmattan italia, 2016).

Secondo un rapporto del Cimi, il Conselho Indigenista Missionário, tra il 2003 ed il 2013 più di 300 leader indigeni furono assassinati. Altri rapporti di organizzazioni non governative puntano il dito sulla polizia federale e la polizia di Stato che in più occasioni si sono messe al servizio dei proprietari terrieri, i quali avrebbero anche corrotto membri del governo e della Corte suprema federale. Quasi tutti i procedimenti penali infatti, sono stati archiviati e le inchieste volte alla individuazione dei responsabili delle violenze non hanno mai portato a nulla.

Era la prova generale di uno sterminio annunciato. Uno sterminio che il mondo intero sta rimanendo, muto, a guardare.

A ben vedere, quando nel 2019 arrivò al potere Jair Messias Bolsonaro, la porta per il genocidio era già spalancata. Il nuovo presidente del Brasile ci mise del suo e, con buona volontà, si fece carico di mantener tutto quello che aveva promesso in campagna elettorale: smantellò ogni forma di assistenza alle popolazioni indigene, coprì ed incoraggiò le violenze delle milizie, supportandole con l’impiego di forze militari federali, legalizzò le attività illecite che le multinazionali dell’estrattivismo avevano già avviato in aree protette, abrogò le leggi che tutelavano i popoli nativi, incrementò la deforestazione, ignorò semplicemente la Dichiarazione di Brasilia che protegge le minoranze indigene.

Senza timore di essere tacciato di razzismo, Bolsonaro ha più volte alluso alla presunta inferiorità dei popoli indigeni perché osano opporsi al dio dello “sviluppo economico”. Se i brasiliani sono poveri, spiega l’ineffabile Bolsonaro, la colpa è tutta degli indigeni che impediscono di monetizzare le ricchezze dell’Amazzonia. Il nuovo ordine mondiale, la bufala dei cambiamenti climatici, le potentissime lobby internazionali per i diritti dell’uomo… tutto complotta a favore dei guaraní. Nel 2005, il futuro presidente del Brasile affermò: “Gli indigeni non parlano la nostra lingua, non hanno denaro né cultura. Sono soltanto popoli nativi. Come hanno fatto a ottenere il 13 per cento del nostro territorio nazionale?” Una prospettiva che fa eco a quanto sottolineò nell’aprile del 1998, da parlamentare: “È davvero un peccato che la cavalleria brasiliana non sia stata efficiente quanto quella americana nello sterminare gli indigeni”.

Greenpeace e le altre organizzazioni che difendono l’ambiente e il diritto alla terra dei popoli originari, sono testualmente bollate come “porcheria e spazzatura” e accusate di appiccare incendi solo per il piacere di affibbiare la colpa a lui ed ai suoi amici che, al contrario, si impegnano per il bene dei brasiliani. Quelli veri.

Possiamo parlare di un vero e proprio genocidio nei confronti del popolo guaraní? Lo abbiamo chiesto all’avvocata Maria Stefania Cataleta, impegnata nella difesa dei diritti umani e ammessa al patrocinio innanzi alle giurisdizioni penali internazionali come la Corte Penale Internazionale. La domanda non è retorica. Secondo la Convenzione di New York del 1948, il riconoscimento di un genocidio in atto implica l’obbligo di intervenire a livello internazionale perché si tratta di un crimine sottoposto alla Legge delle Nazioni che esula dalla competenza delle giurisdizioni interne.

“Il genocidio è essenzialmente un crimine di Stato perché viene perpetrato dagli stessi vertici politici e militari della nazione che, in primis, dovrebbe giudicarli e condannarli – spiega l’avvocata Cataleta –. Simili circostanze assottigliano notevolmente la sfera di punibilità dei responsabili di genocidio e rende difficile un intervento esterno. Alla base del genocidio c’è sempre uno Stato totalitario che innesca lo sterminio di massa sulla base di parametri oramai consolidati e studiati. Il regime attualmente in vigore in Brasile sembra sfuggire a parametri democratici e per questo favorisce politiche di emarginazione ed estinzione dei popoli indigeni dell’Amazzonia. La mia opinione è quindi che si possa parlare senza mezzi termini di genocidio nei confronti del popolo guaraní”.

 

Quali sono questi parametri che ritroviamo in tutti i genocidi accaduti su questa Terra?

“La disumanizzazione, in primis. Vale a dire la negazione all’altro nella classificazione di umano; tale è il meccanismo psicologico che facilita la rimozione di ogni barriera simbolica e agevola l’azione distruttrice. Il processo di disumanizzazione separa l’essere umano dall’altro, visto come estraneo e temibile, e giustifica l’omicidio di massa. Ma il processo genocidario non si arresta qui poiché necessita di un supporto probatorio atto a corroborare l’intento distruttivo. Mi spiego: alla base di un genocidio c’è sempre un meccanismo di proiezione che vede nell’altro il responsabile delle debolezze del carnefice e la sua messa in pericolo. Il genocidio diventa allora una sorta di legittima difesa. Si innesta una teoria del complotto, che è una costante di tutti i regimi totalitari, che considerare una minoranza come l’origine di tutti i suoi mali in una sorta di messianismo delirante”.

Una descrizione che combacia in pieno con le farneticazioni di Bolsonaro.

“Già. Confinati nella foresta amazzonica, lontani dal mondo così detto ‘civilizzato’, i popoli indigeni sono considerati incapaci non solo di integrarsi e di partecipare allo sviluppo sociale, ma addirittura accusati di ostacolarlo. Ecco il meccanismo attraverso il quale se ne giustifica l’eliminazione. L’uso offensivo di pesticidi, battericidi, medicamenti e veleni, che sta uccidendo l’Amazzonia e i suoi popoli originari, si colloca esattamente in quest’ottica purificatrice. La vittima è vista come un essere malato da ‘guarire’ a tutti i costi o come animale infimo e disgustoso, come il ratto nella retorica nazista o la blatta in quella del genocidio ruandese. Quello che sta accadendo ai guaraní, lo abbiamo già visto molte volte nella storia”.

E non abbiamo imparato niente.

da qui

lunedì 1 febbraio 2021

viaggio di lavoro per gli zapatisti in Europa

 

Gli zapatisti sbarcano in Europa: cosa dobbiamo aspettarci - Riccardo Bottazzo

Che poi, il subcomandante insurgente Marcos ce lo aveva sempre detto, no? Ce l’aveva ben chiaro in testa, il sub, sotto quel suo passamontagna nero e quel suo cappello alla cubana. Ce l’aveva chiaro in testa sin da quella volta che si era affacciato dal municipio occupato di San Cristobal De Las Casas, per gradare “Ya basta”. Per urlare a tutto il Messico che i popoli indigeni ne avevano abbastanza di sfruttamento e umiliazioni. Per annunciare a tutti i potenti della terra che, se la scelta era tra morire di fame in una baraccopoli o morire combattendo, loro, i tzotzil, i tzeltal e tutti gli altri popoli nativi del Chiapas, avrebbero scelto di morire combattendo.

Era l’alba del 1 gennaio del 1994 e il mondo assistenza stupefatto all’inaspettata e determinata rivolta degli indigeni del Chiapas. Ma Marcos sapeva bene che la rivolta partorita tra le fitte boscaglie tropicali della selva Lacandona, nella selva Lacandona sarebbe anche morta se i popoli indigeni non avessero saputo creare nuove categorie di pensiero e dipingere con i colori dell’immaginazione e del coraggio quell’otro mundo posible capace di rovesciare la narrazione storica di violenza e conquista cominciata con l’arrivo di Hernán Cortés.

Per quanto determinata, la rivoluzione zapatista sarebbe nata e morta come tante altre rivoluzioni, se gli insorti del Chiapas non avessero saputo spiegare a tutto il pianeta terra che la “quarta guerra mondiale” intrapresa dal capitalismo, con le sue logiche di mercificazione di beni comuni, non ha come vittime solo gli ultimi della terra, i popoli indigeni, ma l’intera umanità. Perché siamo tutti indigeni della terra. Il Chiapas, lo sapeva bene Marcos, si salva solo se cambia il Messico. E il Messico cambia solo se cambiano gli Stati Uniti, se cambia l’Europa. Se cambia il pianeta Terra.

Vista da questa prospettiva, c’era da aspettarselo che, prima o poi, gli indigeni ribelli sarebbero sbarcati in Europa, ripercorrendo al contrario – tanto nello spazio geografico che in quello dell’utopia – quelle rotte che nel ‘500 furono percorse dalle caravelle in armi dei conquistadores. Degli invasori.

E se è vero che c’era da aspettarselo, è anche vero che nessuno se lo aspettava, qui, nel Vecchio Continente. Soprattutto in momenti come questi in cui la nostra massima preoccupazione è il colore della nostra Regione. Anche i cambiamento climatici, vera emergenza del pianeta, sono passati nell’agenda di domani o di chissà quando. Ma loro, gli zapatisti, sono fatti così. Maestri nel rovesciare le logiche comuni, artisti nel costruire narrazioni rivoluzionarie, imprevedibili nel gettare anima e corazón oltre gli ostacoli. Rivoluzionari sempre e comunque.

Puoi credere, o anche vantarti, di conoscerli bene, perché hai fatto sette viaggi nei loro caracoles, ma stai sicuro che loro riusciranno comunque a stupirti, rilanciando la posta quando tu pensi di stare per perdere, ed alzando sempre un po’ più su di qualche tacca l’asticella del conflitto sociale, prima di saltarci sopra a la testa in avanti.

 

Gli zapatisti sbarcano in Europa

E così è stato con quei sei comunicati firmati da Moisés, il subcomandante insurgente succeduto a Marcos, in cui veniva annunciato che, questa estate, l’Ezln (Ejército Zapatista de Liberación Nacional) sarebbe sbarcato in Europa. Il primo comunicato è stato lanciato nel 27esimo anniversario della ribellione, il primo gennaio 2021, il sesto nell’ottobre del 2020. Come dite? No, le date le ho scritte giuste. I compas hanno cominciato dall’ultimo e han finito col primo. Marcos, o quell’altro tizio di Nazareth, adesso non ricordo, ha sempre detto che “i primi saranno gli ultimi” e che “saranno los de abajo ad ereditare la terra”. Come dite adesso? Ho fatto confusioni con le citazioni? Va bene, scusate tanto ma non statemi sempre a criticare!

 

Fatto sta che una delegazione dell’Ezln sta già facendo i bagagli per saltare al di qua dell’oceano. Ho scritto “delegazione” ma si tratta di un mezzo battaglione: 160 insurgentes, tra uomini e donne. Il variegato arcipelago dei movimenti sociali e ambientali di tutta Europa, Fridays For Future in testa, è saltato in ebollizione sin dal primo, scusate, dall’ultimo comunicato in cui Moisés annunciavano l’avventura. Avventura loro ma anche nostra! Vi lascio immaginare il casino organizzativo tra le centinaia di organizzazioni di sostegno alla rivoluzione zapatista attive in tutta Europa per preparare l’accoglienza! Anche perché i compas del Chiapas sono fatti a modo loro e non è facile gestirli per una mentalità europea. Volete un esempio? Alla domanda “Cosa volete fare in Europa?” hanno risposto: “Cosa volete che facciamo in Europa?” Ve l’avevo detto o no, che sono maestri nello spiazzare l’interlocutore ribaltandogli il ragionamento? Se poi considerate che metà di loro non è mai uscita dal Chiapas e l’altra metà non ha mai messo il naso fuori della selva Lacandona, potete immaginare quando ci sarà di divertirsi nell’accompagnarli per le nostre città!

 

Il “tour”

Adesso come adesso, le certezze sul loro viaggio sono poche: arriveranno in Europa ai primi di luglio e si divideranno in varie delegazioni. Per prima cosa saliranno a nord per incontrare i movimenti ambientalisti dei paesi scandinavi (e vi dico già che gli zapatisti ad Helsinki io non me li voglio perdere per nulla al mondo). Poi scenderanno nel Mediterraneo dove percorreranno, via nave, le rotte migranti. Il 20 luglio, saranno a Genova, che è anche la città di Cristoforo Colombo, per commemorare la morte di Carlo Giuliani. Il 13 agosto, giorno in cui gli invasori spagnoli rasero al suolo Tenochtitlán, sfileranno a Madrid per ribadire che i popoli indigeni saranno anche stati conquistati ma non sono mai stati sconfitti. La delegazione rimarrà nel Vecchio Continente perlomeno sino al 12 ottobre per la manifestazione conclusiva. E non voglio offendere le vostre competenze storiche ricordandovi cosa successe in quel giorno, in una spiaggia dell’isola di San Salvador, nell’anno del signore 1492. Il resto dell’avventura zapatista in Europa è tutto da costruire e da miracolare.

Ed un miracolo, col loro arrivo, ce lo hanno già regalato, gli zapatisti. Sono riusciti a riunire in un unico tavolo – e scrivo “tavolo” per dire decine di google groups, centinaia di riunioni video e un numero spropositato di chat WhatsApp e Telegram – tutto quel variegato arcipelago ambientalista e movimentista che, nel nostro Paese come nel resto d’Europa, è sempre stato più portato per le divisioni ed i litigi che per far fronte comune. E siccome lo sanno anche loro, gli zapatisti, come gira la “rivoluzione” alle nostre latitudini, hanno preferito chiarire la questione sin dal primo, che poi è l’ultimo, proclama.

“Ci differenziano e ci allontanano terre, cieli, montagne, valli, steppe, giungle, deserti, oceani, laghi, fiumi, torrenti, lagune, razze, culture, lingue, storie, età, geografie, identità sessuali e non, radici, confini, forme di organizzazione, classi sociali, potere d’acquisto, prestigio sociale, fama, popolarità, seguaci, likes, valute, grado di scolarizzazione, modi di essere, mestieri, virtù, difetti, pro, contro, ma, eppure, rivalità, inimicizie, concezioni, argomentazioni, contro argomentazioni, dibattiti, controversie, denunce, accuse, disprezzo, fobie, filiazioni, elogi, ripudi, fischi, applausi, divinità, demoni, dogmi, eresie, simpatie, antipatie, modi, e un lungo eccetera che ci rende diversi e, non di rado, contrari.

 

Solo una cosa ci unisce: che facciamo nostri i dolori della terra”. Traduzione for dummies o per chi, al contrario degli zapatisti, apprezza il dono della sintesi: “Vedete di non rompere troppo le scatole che c’è un bel po’ di lavoro da sbrigare”.

di lavoro da sbrigare ce n’è parecchio per salvare questa nostra casa che sta bruciando. I cambiamenti climatici, ultimo atto della guerra che il capitalismo ha mosso al vivente, hanno scombinato le carte in tavola. Oggi, un radicale rovesciamento di valori nella società e nell’economia è ancora più urgente rispetto ai giorni eroici di quel “Ya basta” lanciato da un balcone sullo zocalo di San Cristobal.

Se, soltanto 27 anni fa, erano principalmente i popoli indigeni a dover lottare per il diritto di sopravvivere nella loro terra, oggi tocca all’intera umanità mobilitarsi per un definitivo cambiamento di rotta capace di chiudere per sempre i rubinetti delle multinazionali del fossile da cui si nutre il capitalismo. L’unica cosa da fare è darsi da fare, prima che sia troppo tardi. E, naturalmente, Que Viva Zapata!

 

Post scriptum: Greta y Marcos?

Ho scritto questo articolo tutto d’un fiato e solo ora che sono arrivato alla fine mi rendo conto di non aver risposto ad una domanda che, ne sono sicuro, avrebbero voluto farmi coloro che hanno avuto la pazienza di leggermi. “Nella delegazione zapatista che sbarcherà in Europa ci sarà anche lui? Marcos o, come si chiama adesso, il comandante Galeano?”

Vi confesso che non ho avuto il coraggio di chiederlo agli zapatisti. Anche perché so bene cosa mi avrebbero risposto. “Ma come? Son 27 anni che giriamo col passamontagna proprio per rimarcare che siamo tutti uguali e tu ci fai questa domanda? Sarai anche venuto sette volte nei nostri caracoles ma non hai imparato proprio niente!” E ci avrebbero pure ragione! Ma io che sono un’anima semplice non posso fare a meno di sognare che, da qualche parte in Svezia, Marcos e Greta si incontreranno per parlare di come spegnere l’incendio che sta devastando la terra-madre-casa dell’umanità. E sono anche convinto che Marcos-Galeano scenderà in Italia. C’è una leggenda a proposito. Leggenda nel senso che la racconta lo stesso Marcos che, per l’appunto, è leggenda. Quando partì per il Chiapas a fare la rivoluzione, Marcos salutò sua madre avvisandola di non aspettarlo a cena per un po’ di tempo perché sarebbe andato all’estero. Alla domanda “Ma si può sapere dove vai?”, il sub, che non voleva darle preoccupazioni, rispose: “In Italia, a fare la televisione”. Che vi devo dire? Io lo aspetto già nella mia Venezia! In fondo, prima o poi, passano tutti per piazza San… Marco.

da qui


La scommessa zapatista - Christian Peverieri

L’alba del nuovo anno di ventisette anni fa ci sorprese con una notizia incredibile. Ancora frastornati dai festeggiamenti, ci svegliammo con le immagini provenienti da San Cristóbal de las Casas, nello stato più povero del Messico, il Chiapas, dove piccoli uomini di mais che non conoscevamo, che non esistevano, si erano sollevati in armi contro i potenti della terra, con pochi fucili, qualche bastone e machete e con molte parole. Dissero di essere indigeni zapatisti, orgogliosi discendenti delle popolazioni maya e fieri prosecutori dell’opera rivoluzionaria di Emiliano Zapata. Al grido di “democracia, justicia, libertad”, dopo dieci lunghi anni di preparazione nella clandestinità, uscivano allo scoperto, coi volti coperti da passamontagna per farsi vedere, dichiarando guerra all’oblio e allo sfruttamento a cui erano stati costretti e incatenati dalla conquista spagnola in avanti.

La storia di quei giorni epici e degli anni successivi, ormai la conosciamo bene grazie ai libri, ai saggi, agli articoli che ne hanno raccontato le gesta, ma soprattutto grazie ai comunicati che lo stesso movimento zapatista ha reso pubblici, prima a firma del fu Subcomandante Marcos e, in tempi più recenti, a firma dei Subcomandanti Moisés e Galeano, ma sempre comunque espressione della volontà comunitaria. Di questa incredibile storia di rabbia degna da un po’ di tempo non se ne parla più con lo stupore e l’ammirazione che invece meriterebbe. Negli ultimi anni c’è stato chi ha detto che gli zapatisti non esistono più, qualcun altro che si sono venduti, altri ancora che nei loro territori stanno peggio di 27 anni fa, altri infine che questo movimento è stato solo un’illusione. 

Noi che da più di cinque lustri camminiamo domandando assieme a loro, sappiamo bene che non è così. Conosciamo bene l’incredibile capacità di questi piccoli uomini di mais di resistere a repressione e guerra a bassa intensità – che mai hanno abbandonato quelle terre – e di rispondere colpo su colpo ai potenti del malgoverno, siano essi “capataz” violenti e criminali o siano essi “capataz” più moderati ma non per questo meno pericolosi. Conosciamo bene la capacità di tradurre in fatti concreti quanto proclamato nei loro comunicati. Conosciamo bene tutto questo perché quelle terre assediate ma libere dove gli zapatisti hanno costruito autonomia, giustizia e dignità, le abbiamo calpestate infangandoci gli stivali, condividendo pozol e café de olla, huevos e sopitas, sogni e utopie. Con umiltà ci siamo messi in ascolto, abbiamo imparato a camminare domandando, osservato e accompagnato la crescita di un movimento guerrigliero capace di sorprendere tutti, capace di disinteressarsi al Palazzo d’Inverno e di costruire realmente altro potere: quello delle comunità per le comunità che insieme si auto sostengono e costruiscono il proprio futuro senza servi né padroni.

Qualche anno fa, durante un festival internazionale l’allora tenente colonnello Moisés e il fu Subcomandante Marcos spiegarono che «la concezione iniziale dell’EZLN era quella tradizionale dei movimenti di liberazione dell’America Latina: un piccolo gruppo di illuminati che si alza in armi contro il governo. Successe però che questo progetto fu sconfitto quando ci confrontammo con le comunità e ci rendemmo conto non solo che non ci capivano ma che la loro proposta era migliore. Non stavamo insegnando a nessuno a resistere. Ci stavamo convertendo in alunni di questa scuola di resistenza di chi lo faceva da cinque secoli. Da un movimento che pianificava di servirsi delle masse, dei proletari, dei contadini, degli studenti, per arrivare al potere e dirigerlo, ci stavamo convertendo, gradualmente, in un esercito che doveva servire le comunità».

Oggi, grazie a questa visione, il movimento zapatista è più forte e organizzato che mai. L’esercito, già molti anni fa, ha saputo mettersi da parte e servire le comunità garantendone esclusivamente la sicurezza, mentre le generazioni successive ai primi “insurgentes” hanno preso in mano la gestione dei territori ribelli e autonomi e sono coloro che concretamente amministrano le comunità stesse, dalla salute all’educazione, dalla giustizia al lavoro comunitario, dimostrando che questo movimento ha un futuro lungo e prospero davanti a sé e che non sarà il nuovo accerchiamento militare promosso dal presidente progressista López Obrador, a porre fine a questa esperienza radicata e radicale.

Giovani, giovanissimi, molti dei quali nati dopo il 1° gennaio 1994, tutti cresciuti en rebeldìa, oggi sono dunque “promotori di salute”, “promotori di educazione” o membri delle Juntas del Buen Gobierno. Sono loro, in maggioranza mujeres rebeldes, che la prossima primavera attraverseranno il “grande charco” per arrivare fin qui, nel vecchio continente,  per “incontrare ciò che ci rende uguali” ai tanti e alle tante che in questa geografia lottano contro il sistema capitalista. Perché, come annunciato nel comunicato di lancio di questa avventura, “Una montagna in alto mare”, «bisogna riprendere le strade, sì, ma per lottare. Perché, come abbiamo detto prima, la vita, la lotta per la vita, non è una questione individuale, ma collettiva. Ora si vede che non è neppure una questione di nazionalità, è mondiale».

Senza dubbio per realizzare questa nuova impresa sarà necessario superare molti ostacoli, burocratici, economici e logistici, ma la scommessa zapatista, è qualcosa di più del “vediamo se riusciamo ad arrivare in Europa”. È una scommessa che parla di rete di relazioni, di intrecciare resistenze e ribellioni anticapitaliste, antirazziste e antipatriarcali. È una scommessa che parla al cuore di chi non si rassegna a veder precipitare il nostro mondo verso l’abisso, a chi crede, come dicono gli zapatisti, che vivere significhi lottare. È una scommessa che ha già trovato pronti moltissimi collettivi, organizzazioni e singoli italiani ed europei che in queste ultime settimane si sono attivati e incontrati virtualmente per accogliere la delegazione zapatista. Una scommessa che spetta anche a noi tutte e tutti far diventare realtà facendo diventare l’arrivo degli zapatisti il motore di nuove resistenze, di nuove ribellioni e di nuovi mondi.

L’alba di un nuovo anno sta arrivando. Un anno che sarà migliore di quello precedente solo se lo affronteremo vivendo, vale a dire lottando. Ora è tempo di celebrare un nuovo anniversario del “levantamiento” con l’emozione con cui si guarda sempre ai ricordi del passato, ma con lo sguardo e i cuori rivolti al futuro, a quel futuro che vogliamo fortissimamente costruire insieme la prossima estate. La scommessa è lanciata. Chi accetta la sfida?

da qui

mercoledì 14 agosto 2019

Abbandonati nel deserto - Riccardo Bottazzo



Un gruppo di migranti ivoriani che vive da tempo a Sousse, cittadina tunisina a nord di Sfax, la mattina di domenica 4 agosto è stato deportato dalle autorità tunisine e abbandonato nei pressi del confine con la Libia. I migranti erano privi di permessi. Il Forum tunisino per i diritti economici e sociali ha diffuso un video drammatico (il link è qui grazie a MeltingPot Europa e al Forum tunisino) in cui si può vedere e ascoltare in francese quanto avvenuto dalle voci degli stessi migranti. Si tratta di uomini, donne e bambini molto piccoli, per un totale di 36 persone, secondo fonti OIM. Quattro attivisti antirazzisti italiani della carovana che ha partecipato agli incontri per realizzare un progetto a Zarzis, tra i quali c’è Riccardo Bottazzo che ci ha comunicato la notizia, hanno cercato di raggiungere la zona di frontiera per verificare le condizioni dei migranti ma sono stati fermati e nessuno ha voluto fornire loro informazioni. Un’ennesima dimostrazione, questa volta in Tunisia, di come sulle coste del Nordafrica abbondino i “porti sicuri”

Mi trovo a Zarzis, Tunisia del sud, per seguire un gruppo di circa 30 attivisti italiani chiamati dalle associazioni di pescatori locali (quelle che salvano i migranti naufraghi e, in molti casi, recuperano i loro cadaveri spiaggiati). Vedi link dell’iniziativa: https://europezarzisafrique.org
Su informazioni delle associazioni per i diritti umani tunisine, quattro di loro
Yasmine Accardo di LasciateCIEntrare
Tommaso Gandini di Melting Pot
Elisabetta Aloisi di Progetto 20k
Michele Gobbo di Bergamo Migrante Antirazzista (attualmente l’unico col telefono ancora acceso)
sono partiti in auto verso la frontiera con la Libia per verificare una grave violazione dei diritti umani. Secondo fonti OIM, un gruppo di 36 migranti ivoriani (21 uomini, 11 donne di cui una una incinta e quattro bambini molto piccoli) sono stati portati con la forza dalla città di Sousse, Tunisia, al confine con la Libia e là abbandonati senza cibo ed acqua. L’area in cui sono stati abbandonati è una zona ad alto rischio militare.
Le associazioni per i diritti umani tunisine hanno diramato un video che riprende l’abbandono dei migranti nel deserto di frontiera, e un comunicato di condanna.

I quattro attivisti in loco, assieme agli altri italiani della carovana fermatisi a Zarzis, stanno monitorando la situazione e denunciano questa deportazione che conferma ulteriormente che la Tunisia non può essere considerata un Paese sicuro per i migranti.
I quattro italiani sono riusciti superare i primi due posti di blocco, ma al terzo sono stati fermati dai militari di frontiera che li hanno scortati sino al check Point, rifiutandosi però di dare loro qualsiasi informazione sui migranti abbandonati.

da qui