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martedì 9 settembre 2025

Scandalose sanzioni contro Cpi e Francesca Albanese

 di Domenico Gallo (*)

Dopo l’ultimo Rapporto della Relatrice Onu, datato giugno 2025, il Segretario di Stato Marco Rubio aveva annunciato immediate sanzioni con l’accusa di aderire a una campagna politica ed economica in sfavore di Stati Uniti e Israele.
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori occupati, il 4 settembre ha spiegato in una conferenza stampa al Senato gli effetti delle sanzioni decretate contro di lei dall’amministrazione Trump.

Le sanzioni comportano il blocco di tutti i suoi beni negli Stati Uniti, immobili e conti correnti, ed il divieto di ricevere donazioni, retribuzioni ed ogni trasferimento di denaro per qualsiasi causa.
In questo caso le sanzioni USA hanno effetti extraterritoriali paradossali per cui l’Albanese non può aprire un conto corrente presso una banca italiana, né europea, né possedere o usare carte di credito. Essere inseriti nella lista nera dell’OFAC, (l’ufficio del Tesoro che controlla gli assetti finanziari stranieri) comporta una sorta di morte civile perché viene impedito l’esercizio di diritti fondamentali per gestire la propria vita.
Il problema però non riguarda solo la persona di Francesca Albanese o il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, l’obiettivo delle sanzioni USA è impedire il funzionamento della Corte penale internazionale, agendo per conto di Israele.
La fonte giuridica su cui si basano le sanzioni è l’Ordine Esecutivo n.14203 emesso da Donald Trump il 6 febbraio 2025. Con questo provvedimento (che negli USA ha valore di legge) Trump si duole dei procedimenti intrapresi dalla CPI nei confronti di Stati Uniti ed Israele, affermando – senza punta di vergogna – che : “entrambi sono democrazie fiorenti con forze armate che rispettano rigorosamente le leggi di guerra”.
Proseguendo Trump stabilisce che: “qualsiasi tentativo da parte della CPI di indagare, arrestare, detenere o perseguire persone protette (in sostanza i governanti ed i militari israeliani) costituisca una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti, e con la presente dichiaro uno stato di emergenza nazionale per affrontare tale minaccia”.

Di conseguenza: “Gli Stati Uniti imporranno sanzioni concrete e significative a coloro che sono responsabili delle violazioni della CPI, che potranno includere il blocco di beni e proprietà, nonché la sospensione dell’ingresso negli Stati Uniti per funzionari, dipendenti e agenti della CPI, insieme ai loro familiari stretti

L’ordine esecutivo sanziona direttamente Karim Khan, il Procuratore capo della CPI, però Trump delega il Segretario di Stato, Marco Rubio, a designare gli ulteriori soggetti da sanzionare fra tutti coloro che partecipano o contribuiscono all’attività della CPI.
Dopo il Capo della Procura della CPI, a cascata sono stati sanzionati altri 8 magistrati. Quattro giudici della CPI, sono stati sanzionati il 5 giugno 2025: Solomy Balungi Bossa (Uganda), Luz del Carmen Ibáñez Carranza (Perù), Reine Adelaide Sophie Alapini-Gansou (Benin), Beti Hohler (Slovenia).
Due ulteriori giudici e due vice-procuratori, sono stati sanzionati il 20 agosto 2025: Giudice Nicolas Guillou (Francia), Giudice Kimberly Prost (Canada), Vice-Procuratori: Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal).

A Francesca Albanese sono state applicate le sanzioni previste per la CPI perché, nella sua qualità di Relatrice speciale dell’ONU, ”Albanese si è impegnato direttamente con la Corte penale internazionale (CPI) negli sforzi per indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini degli Stati Uniti o di Israele”.
Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la denuncia della complicità con Israele delle maggiori aziende americane. Scrive Marco Rubio nel suo provvedimento: “Di recente (l’Albanese) ha intensificato questo sforzo scrivendo lettere minatorie a decine di entità in tutto il mondo, tra cui importanti aziende americane nei settori della finanza, della tecnologia, della difesa, dell’energia e dell’ospitalità, avanzando accuse estreme e infondate e raccomandando alla CPI di proseguire le indagini e le azioni penali nei confronti di queste aziende e dei loro dirigenti”.

Le sanzioni alla Relatrice speciale dell’ONU rientra a pieno titolo nell’aggressione alla Corte penale internazionale che gli USA vogliono paralizzare.
Le sanzioni alla CPI hanno suscitato un’ondata di dissenso a livello globale.
In particolare, 79 Stati parti dello Statuto di Roma hanno rilasciato una dichiarazione congiunta riaffermando il loro “sostegno continuo e incrollabile all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità della CPI”, evidenziando come le sanzioni siano in grado di paralizzare l’attività della Corte, aumentando il rischio di impunità per crimini gravi, minando lo stato di diritto e compromettendo la sicurezza globale.
A livello europeo – guarda caso – la Dichiarazione non è stata sottoscritta dall’Italia (assieme alla Repubblica Ceca e all’Ungheria), sebbene proprio a Roma sia stato fondato l’Atto costitutivo della CPI (la Statuto di Roma) nel 1998.

Per i loro effetti extraterritoriali le sanzioni statunitensi hanno la capacità di compromettere gravemente il funzionamento della Corte. Infatti le istituzioni finanziarie (come succede per l’Albanese) potrebbero rifiutarsi di collaborare con la CPI per timore di ritorsioni da parte degli Stati Uniti, impedendone così l’accesso ai servizi bancari essenziali. Analogamente, le aziende che forniscono servizi informatici e tecnologici fondamentali per la raccolta e la gestione delle prove potrebbero decidere di interrompere ogni rapporto con la Corte, privandola di strumenti essenziali per il suo operato.

L’Unione europea da tempo si è posta il problema di reagire agli effetti extraterritoriali delle sanzioni americane che incidono negativamente sull’attività commerciale e finanziaria di aziende e cittadini dell’Unione. La reazione si è concretizzata nel c.d. Regolamento di blocco.  Il Regolamento n. 2271/96 fu adottato in risposta alle disposizioni statunitensi che nel 1996 avevano imposto sanzioni nei confronti di Cuba, Iran e Libia, impedendo di effettuare transazioni commerciali da e verso quei Paesi.

Il regolamento “blocca” gli effetti extraterritoriali delle sanzioni USA imponendo alle persone fisiche e giuridiche stabilite nell’Unione di non dare seguito agli atti normativi extraterritoriali statunitensi elencati nell’Allegato, così come a decisioni, sentenze o lodi arbitrali su questi fondati (artt. 5, comma 1 e 11). L’Allegato elenca gli atti legislativi e i regolamenti statunitensi nei confronti dei quali trova applicazione il regolamento di blocco. Alla Commissione spetta il potere di modificare l’Allegato (art. 11 bis) per aggiornarlo alla luce dei fatti successivi. Infatti con il successivo regolamento delegato (UE) 2018/1100 la Commissione, ha aggiornato l’Allegato, al fine di tenere conto delle sanzioni adottate dagli USA contro l’Iran nel 2012.
A questo punto sorge il problema di fondo, la Commissione, al di là delle chiacchiere di Von der Layen e di Kaja Kallas, ha intenzione di reagire agli effetti extraterritoriali delle sanzioni di Trump che travolgono la Corte penale internazionale?

La pretesa di bloccare la Corte penale internazionale, proprio nel momento in cui sarebbe massimo il bisogno di reagire con misure di giustizia ad un genocidio in corso sotto i nostri occhi, è uno scandalo, un golpe contro il diritto internazionale e le regole che faticosamente la Comunità internazionale si è data per cercare di rafforzare ila debole trama del diritto internazionale dei diritti umani. Si può discutere dell’efficacia reale del Regolamento di blocco, ma è l’unico strumento di cui l’Unione Europea dispone per reagire all’arroganza USA. È scandaloso che la Commissione UE non abbia inserito l’illegale ordine esecutivo di Trump nell’elenco dei provvedimenti oggetto del Regolamento di blocco, consentendo in questo modo agli USA di bloccare il funzionamento della Corte penale Internazionale.

Leggi qui il Rapporto di giugno 2025 della Relatrice ONU.

(*) Tratto da Libertà e Giustizia.
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Saluti iniziali:
• Sen. PEPPE DE CRISTOFARO
Intervengono:
• FRANCESCA ALBANESE, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967
• NAZZARENO GABRIELLI, direttore generale di Banca Etica
• DUCCIO FACCHINI, direttore di Altreconomia
• DOMENICO GALLO, ex magistrato della Corte di Cassazione

Tratto dal canale youtube di Altreconomia.
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Francesca Albanese e le sanzioni degli Stati Uniti: «Non posso neppure aprire un conto corrente»

Le sanzioni statunitensi colpiscono Francesca Albanese: avrebbe voluto aprire un conto corrente presso Banca Etica, ma è impossibile.

di Andrea Barolini (*)

Perfino la finanza etica ha le mani legate quando si tratta di aiutare una persona finita – senza prove, senza processi, senza possibilità di difendersi – nel mirino degli Stati Uniti di Donald Trump. La vicenda riguarda Francesca Albanese, giurista, ricercatrice e ormai da anni nell’occhio del ciclone per il ruolo di Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.
La sua colpa è nota: aver denunciato la situazione atroce della popolazione della Striscia di Gaza, da quasi due anni bombardata incessantemente, giorno e notte, dall’esercito di Israele. Una guerra che ha provocato più di 62mila morti, almeno 150mila feriti, oltre ad aver raso al suolo l’intera enclave palestinese.

Nel corso di una conferenza stampa tenuta a Roma, Albanese ha spiegato che le sanzioni che le sono state imposte per il suo impegno professionale, civile e umanitario le impediscono ormai perfino di godere dei diritti più elementari: «Io non ricevo donazioni, ma ho uno stipendio per il mio lavoro. Ho delle entrate e in questo momento non ho neppure la possibilità di aprire un conto bancario. Non posso avere neppure una carta di credito. E di conseguenza non posso fare neppure cose banali come affittare un’auto».

Francesca Albanese: «Per via delle sanzioni non posso aprire un conto corrente, avere una carta di credito o affittare un’auto»

L’impatto delle sanzioni imposte da Washington alla dirigente delle Nazioni Unite è stato toccato con mano anche da Banca Etica. Nelle scorse settimane, infatti, Francesca Albanese ha provato ad aprire un conto presso l’istituto di credito italiano.

Nazzareno Gabrielli, direttore generale di Banca Etica, ha raccontato la situazione vissuta, non nascondendo il «rammarico» e la «tristezza» per l’esito sfavorevole alla Relatrice speciale dell’Onu: «Nei mesi scorsi abbiamo ricevuto la richiesta di aprire un conto corrente e abbiamo accolto la domanda con il desiderio di offrire i nostri servizi a una persona che stimiamo e che svolge un incarico delicato e prezioso a difesa dei diritti umani».

«Meccanismi nati contro i criminali sono sfruttati per colpire una rappresentante delle Nazioni Unite»

Tuttavia, le regole imposte agli istituti finanziari hanno di fatto impedito l’apertura del rapporto bancario: «Nel corso delle verifiche necessarie previste dalla normativa italiana ed europea in materia di antiriciclaggio e contrasto al finanziamento del terrorismo, è emerso che la dottoressa Albanese risulta inserita nelle liste sanzionatorie statunitensi (la Sdn List dell’Ofac). La legge nazionale impone alle banche di effettuare questi controlli e, in caso di persone sanzionate, scatta un alert che espone la banca al rischio di gravi sanzioni in caso di apertura di un conto corrente».

Concretamente, «le liste Ofac, pur essendo emanate da un organismo  statunitense, condizionano l’intero sistema finanziario globale. Alle banche che non si adeguano possono essere comminate infatti “sanzioni secondarie” che comportano l’impossibilità di operare in dollari, l’esclusione dai circuiti internazionali di pagamento e persino sanzioni di importi insostenibili. Per cui, semplicemente, non abbiamo avuto margini di scelta».

Una giustizia parallela, con la finanza che diventa strumento esecutorio e passivo di decisioni politiche

«Queste normative antiriciclaggio e antiterrorismo – aggiunge Gabrielli a Valori.it – sono fondamentali, e sono nate dietro l’impulso decisivo proprio della finanza etica. Il meccanismo è sano. Servono però per colpire attività criminali, non una rappresentante delle Nazioni Unite alla quale si vogliono negare i diritti elementari. È una distorsione che lede la giustizia e di cui non possiamo che essere amareggiati».

La vicenda, in sintesi, spiega chiaramente come esista di fatto una giustizia parallela nel mondo. Una persona può essere sanzionata (ovvero condannata a una pena) in modo arbitrario e senza che il mondo intero possa, di fatto, opporsi. Il sistema finanziario mondiale diventa così uno strumento esecutorio e passivo di decisioni politiche assunte da un singolo governo. E, quando quel singolo governo è guidato da un estremista, i risultati sono questi.

(*) Tratto da Valori.

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da qui

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giovedì 31 luglio 2025

L’Europa abbandona Big Tech? - Antonio Piemontese

 

 

Per conformarsi a un ordine esecutivo del presidente americano Donald Trump, nei mesi scorsi Microsoft ha sospeso l’account email di Karim Khan, procuratore della Corte penale internazionale che stava investigando su Israele per crimini di guerra. Per anni, scrive il New York Times, Microsoft ha fornito servizi email al tribunale con sede a L’Aja, riconosciuto da 125 paesi tra cui l’Italia (ma non da Stati Uniti, Israele, Cina, Russia e altri). 

All’improvviso, il colosso di Redmond ha staccato la spina al magistrato per via dell’ordine esecutivo firmato da Trump che impedisce alle aziende americane di fornirgli servizi: secondo il successore di Biden, le azioni della Corte contro Netanyahu “costituiscono una inusuale e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”.  Così, di punto in bianco, il procuratore non ha più potuto comunicare con i colleghi. 

C’è stata una mediazione, ricostruisce il New York Times: dopo una riunione tra Redmond e i vertici della Corte si è deciso che la Cpi avrebbe potuto continuare a utilizzare i servizi di Microsoft. Anche perché l’azienda, secondo la ricostruzione del quotidiano, sarebbe stata fondamentale per la cybersecurity dell’organizzazione, finita nel mirino degli hacker russi dopo l’inchiesta per i crimini di guerra in Ucraina. 

Il discorso, però, non vale per Khan, il cui account resta bloccato: cittadini e aziende statunitensi rischiano conseguenze serie – multe e persino l’arresto – se forniscono “supporto finanziario, materiale e tecnologico” a chi viene identificato come pericoloso per la sicurezza nazionale (spesso sulla base di ragionamenti dal sapore politico). Insomma, in una paradossale inversione di ruoli, il procuratore è diventato un criminale, trattato alla stregua di un nemico pubblico. 

Le conseguenze non si sono fatte attendere. Tre dipendenti con contezza della situazione hanno rivelato al quotidiano newyorchese che alcuni membri dello staff della Corte si sarebbero rivolti all’azienda svizzera Protonmail per poter continuare a lavorare in sicurezza. Il giornale non chiarisce il perché della decisione, né se tra essi vi sia lo stesso Khan. Una conferma al riguardo arriva dall’agenzia Associated Press. Protonmail, contattata da Guerre di Rete, non ha commentato, spiegando di non rivelare informazioni personali sui clienti per questioni di privacy e di sicurezza.


Uno choc per le cancellerie

Quello che conta è che la situazione ha scioccato le cancellerie europee: quasi tutte – e  il quasi è un mero ossequio al dubbio giornalistico – impiegano software, servizi e infrastrutture statunitensi per le proprie normali attività. Ma nel clima pesante di questi mesi sono saltate le classiche e paludate convenzioni della diplomazia: Trump negozia nelle cancellerie come farebbe con i colleghi palazzinari, senza andare troppo per il sottile. Non è possibile, non lo è per nessuno, prevedere la prossima mossa. Il punto è che correre ai ripari non è semplice: sia perché  uscire dalla “gabbia” creata dalle aziende, il cosiddetto “vendor lock in”, richiede tempo, formazione, strategia; sia perché esistono contratti in essere e la questione può diventare spinosa dal punto di vista giuridico. Ma anche perché – ed è una questione centrale – al momento le alternative, quando esistono, sono poco visibili.

La situazione è seria. Per dare un’idea, l’Irish Council for Civil Liberties ha rivelato che il parlamento europeo ha un contratto di fornitura di servizi cloud con Amazon. L’accordo imporrebbe di utilizzare solo modelli linguistici di grandi dimensioni “ospitati” su Amazon Web Services. Somo, ong olandese che si occupa da cinquant’anni di monitorare l’attività delle multinazionali, ha rivelato in un recente rapporto gli accordi capestro che le società di intelligenza artificiale hanno dovuto sottoscrivere con Big Tech per sostenere i costi di sviluppo dell’AI (comprese società europee come Mistral e Aleph Alpha).  E tutte le aziende di riferimento, da Microsoft ad Amazon a Oracle a Google a Intel, sono statunitensi e possono quindi potenzialmente ricadere tra i destinatari degli ordini esecutivi di Trump. 


La difesa di Microsoft

Per riguadagnare fiducia e mercato – i clienti governativi spostano cifre importanti anche per una Big Tech – nei mesi scorsi Microsoft ha cercato di rassicurare i propri utenti europei. 

Il presidente Brad Smith a fine aprile ha schierato l’azienda a fianco di Bruxelles: “Oggi ci impegniamo solennemente”, ha detto in una conferenza del think tank Atlantic Council. “Se in futuro un qualsiasi governo, in qualsiasi parte del mondo, dovesse emettere un ordine che intenda obbligare Microsoft a sospendere o cessare le operazioni e l’assistenza per l’Europa, faremo ricorso al tribunale. Percorreremo ogni via legale per opporci a un simile ordine”. Non solo: se le cause fossero, alla fine, perse, “i nostri partner europei avrebbero accesso al nostro codice sorgente di cui conserviamo una copia in un repository sicuro in Svizzera, paese neutrale per antonomasia. 


Chi sta già lasciando le Big Tech

Ma c’è qualcuno che, nonostante tutto, sta già lasciando le Big Tech?

Due città danesi (Copenhagen e Aarhus) starebbero abbandonando Microsoft per il timore di finire tra le braccia di un monopolista. Il parlamento olandese, dal canto proprio, nelle scorse settimane ha approvato alcune mozioni per spingere il governo a non fare più affidamento sulla tecnologia cloud statunitense. Il timore è il cosiddetto vendor lock in, cioè la politica commerciale alla base della creazione degli ecosistemi in stile Apple: tutto griffato, tutto dello stesso brand, o dentro o fuori. Chi usa un certo elaboratore di testi avrà, così, la strada spianata se sceglierà di impiegare anche il foglio di calcolo e l’applicazione di videoconferenze della stessa società; andrà, invece, incontro a parecchie (e strategicamente posizionate) difficoltà nel caso dovesse decidere di avvalersi dei servizi di un’azienda concorrente. Ricordate i tempi in cui cambiare operatore di cellulare richiedeva di accollarsi il rischio di restare settimane senza telefono? Funziona esattamente allo stesso modo: uscire non è facile, perché l’obiettivo è proprio complicare la vita a chi decide di farlo. 

Ma in questo caso la posta in gioco è molto più alta, perché non parliamo di singoli, per quanto importanti come i giudici di una corte internazionale, ma di intere amministrazioni. Lo US CLOUD Act firmato da Trump nel corso del primo mandato consente alle forze dell’ordine di imporre alle società tech di fornire accesso ai dati custoditi nella “nuvola” per investigare crimini particolarmente gravi: difficile mettersi al riparo. 

Dall’altra parte, a un esame anche basilare di cybersecurity molti politici sarebbero bocciati: un’indagine della Corte dei conti olandese ha scoperto che molti ministri del governo hanno usato cloud di Google, Microsoft, Amazon senza essere consapevoli dei rischi potenziali. E non c’è ragione per pensare che altrove vada meglio. Italia compresa. 

 

Qualcosa sta cambiando?

Guerre di rete ha chiesto ad alcuni soggetti direttamente coinvolti se la copertura mediatica degli ultimi anni abbia alzato il livello di consapevolezza del pubblico e delle aziende sul tema. 

“Negli ultimi dieci anni aziende e consumatori hanno cominciato a cambiare”, afferma al telefono Alexander Sander, policy consultant della Free software foundation. “Il problema è sbarazzarsi del vendor lock in, che significa essere ostaggio dell’ecosistema del fornitore: oggi è difficile passare da un prodotto all’altro, tutto funziona bene e facilmente solo se si utilizzano servizi di una sola azienda. Lo si è visto chiaramente nel periodo pandemico, quando la gente cercava disperatamente servizi di videoconferenza e tendeva a scegliere quelli dell’azienda con cui già lavorava: oggi vale anche per l’intelligenza artificiale, che devi pagare anche se non ti interessa, non ne hai bisogno o semplicemente preferisci usare quella di un’altra società”. Questo, prosegue l’esperto, “significa che alla fine costruisci una relazione con un solo marchio: migrare è complicato e costoso. Non solo: molti dei servizi commercializzati in Europa, lo vediamo, non rispettano le norme continentali dal punto di vista della privacy e della cybersecurity: il Patriot Act non rispecchia le nostre normative, e quindi – nel caso di un’azienda Usa che vende servizi in Europa – i servizi segreti possono avere accesso ai file”. 

Sander suggerisce di usare software open source, “il cui codice sorgente è pubblico e in cui si possono anche cercare eventuali backdoor: se le individui puoi sistemarle tu stesso, o incaricare qualcun altro di fare le modifiche del caso. Con il software delle grandi multinazionali del tech, invece, devi scrivere all’azienda, che a propria volta ti risponderà se può o meno mettere mano al codice”. E, come visto, oltre alle decisioni di business conta anche il clima politico. 

C’è un altro tema, rimarca Sander: “Un conto è negoziare con un paese come l’Italia o la Spagna, un conto è quando al tavolo si siede una piccola azienda”. In questo caso le tutele sono rasenti lo zero.  C’è un’azienda che fa peggio delle altre, chiediamo, in termini di rispetto dei diritti digitali? “In realtà, credo sia più un problema di modello di business. Dobbiamo crearci delle alternative. E penso che Stati e governi dovrebbero avere un ruolo nello stimolare i mercati in questo senso. L’Europa si è mossa bene con il Digital markets act: qui non ci mancano tanto le idee, quanto l’implementazione. E poi bisogna educare cittadini e consumatori a comprendere come funzionano certi modelli di business”. 

Qualche passo in avanti si comincia a vedere: in Francia c’è il progetto La Suite numerique, che offre una serie completa di servizi digitali sotto la bandiera del governo di Parigi. In Germania c’è Open Desk di ZenDis, il Centro per la sovranità digitale di Berlino fondato nel 2022 come società a responsabilità limitata di proprietà del governo federale. Anche qui, c’è tutto il necessario per una pubblica amministrazione. La strada, però, è ancora lunga.


La versione di Protonmail

E poi ci sono i privati. Protonmail (lo abbiamo già incontrato poco sopra) è un servizio email sicuro nato nel 2014 da scienziati che si sono incontrati al Cern di Ginevra. “Lo abbiamo creato per fornire una risposta alla crescente domanda di sicurezza e privacy nella posta elettronica, e anche perché ci siamo resi conto che internet non stava più lavorando nell’interesse degli utenti”, dice a Guerre di Rete Anant Vijay Singh, head of product della società elvetica. “L’email non rappresenta solo uno strumento di comunicazione importante, ma anche la nostra identità online. Noi assicuriamo all’utente di avere il pieno controllo sui  propri dati: li criptiamo, per cui nemmeno noi possiamo analizzare, monetizzare o accedere a informazioni personali. È così che siamo diventati attraenti per chi è stanco di società che sfruttano i dati personali per farci soldi, spesso senza il consenso degli utenti”.  Singh afferma che l’azienda si basa solo sugli abbonamenti: il servizio di base è gratuito, gli upgrade a pagamento. “Il maggiore azionista è la Proton Foundation, che è una non profit, il che significa che quando pensiamo a un prodotto mettiamo davanti le persone, e non i soldi. E questo in definitiva porta a un’esperienza utente migliore”. 

Il manager conferma che qualcosa si muove. “Negli anni scorsi abbiamo visto che la gente ha cominciato a rifiutare il capitalismo della sorveglianza e a cercare alternative più sicure e rispettose della privacy: nel 2023 abbiamo superato i 100 milioni di account, e questa tendenza ha accelerato negli ultimi mesi su entrambe le sponde dell’Atlantico”. 

Proton, assicura Singh, opera sotto la legge svizzera, “che sulla privacy è tra le più stringenti al mondo. Ma le normative cambiano, e se non bastassero c’è sempre la matematica [cioè la crittografia, ndr] a difendere gli utenti”. “Inoltre tutti i nostri prodotti sono open source e sottoposti a regolari verifiche sulla sicurezza da terze parti indipendenti”. I dati sono conservati in Svizzera, ma alcune porzioni, prosegue, anche in Germania e Norvegia. Singh non nasconde che la Rete ha tradito le aspettative dei creatori. “Per anni i giganti del web l’hanno plasmata sulla base dei propri interessi e la natura centralizzata di molti servizi ha esacerbato i problemi: grandi società controllano enormi quantità di dati. Anche la sorveglianza governativa ha giocato un ruolo nell’erodere la fiducia: le rivelazioni sui programmi di sorveglianza di massa hanno mostrato quanto sia grande il potere degli esecutivi nel monitorare le attività online”. Ma la gente “è sempre più consapevole che alternative esistono, e vuole acquistare ‘europeo’, perché conscia della eccessiva dipendenza da servizi americani”. 

 

L’alternativa elvetica a WeTransfer

C’è un altro servizio, sempre basato in Svizzera, che sta spopolando da qualche tempo e tra i clienti vanta molti grossi nomi corporate. Si chiama Swiss Transfer ed è l’alternativa al notissimo WeTransfer, nato olandese e recentemente comprato dall’italiana Bending Spoons. Infomaniak è la società madre. “Abbiamo creato Swiss Transfer innanzitutto per testare su larga scala la nostra infrastruttura basata su OpenStack Swift”, dice a Guerre di Rete Thomas Jacobsen, a capo della comunicazione e del marketing. “Offrire un servizio free e utile al pubblico è  un modo per dimostrare l’affidabilità e la robustezza delle nostre soluzioni. Ma, al di là dell’aspetto tecnico, è anche un modo per aumentare la consapevolezza di cosa sia Infomaniak senza fare affidamento sui tradizionali canali promozionali, come Facebook, Instagram, Google e Linkedin, che richiedono grossi budget per acquisire visibilità. Abbiamo preferito creare un tool che parla da sé, rispetta la privacy, non traccia e offre un valore quotidiano all’utente. E funziona. Milioni di persone usano Swiss Transfer, spesso senza sapere che dietro ci siamo noi. Direi, anzi, che è ironico: in alcuni paesi il brand è più conosciuto della società che ci sta dietro. Ma lo consideriamo un successo”. 

Le informazioni, spiega Jacobsen, sono custodite in data center proprietari in Svizzera, protetti dalla legge elvetica. “E dal momento che lavoriamo con l’Europa, ci conformiamo al Gdpr”. 

Il modello di business è particolare. “Infomaniak è una società svizzera indipendente, posseduta dai propri stessi dipendenti: oggi gli azionisti sono circa trenta. Questa autonomia assicura indipendenza, e il rispetto dei nostri valori: protezione della privacy, sostenibilità ambientale e supporto per l’economia locale. Tutto è prodotto e sviluppato in Svizzera: i nostri team sono qui, sia quello di sviluppo che il customer care, il che ci dà il controllo totale su tutta la catena del valore, senza intermediari. Significa trasparenza, massima reattività e alta confidenzialità dei dati del cliente, che non verranno mai usati per altri fini se non quello di fornire i servizi richiesti”.  

Chiediamo: ma siete davvero sicuri di essere in grado di sostituire i prodotti delle grandi multinazionali? “Sì. È sbagliato pensare che solo le Big Tech possano soddisfare le esigenze di grandi organizzazioni: lavoriamo già con oltre tremila media company tra cui radio e televisioni, ma anche banche centrali, università, governi locali e anche infrastrutture critiche”.

Jacobsen sa che uno dei colli di bottiglia è la paura delle difficoltà nella migrazione, e parla di supporto personalizzato 24/7 . “La nostra filosofia è semplice: ci guadagnamo da vivere solo con i nostri clienti, non con i loro dati. Non li vendiamo e i servizi gratuiti sono interamente finanziati da quelli a pagamento: può sembrare strano, ma paghiamo tutti i nostri stipendi in Svizzera, e nonostante ciò  spesso riusciamo a offrire prezzi più competitivi. E funziona da trent’anni”. I dipendenti sono trecento, in crescita: “Ma siamo per la biodiversità digitale: il mondo ha bisogno di alternative locali dovunque”. Jacobsen va oltre: “I dati sono le materie prime dell’intelligenza artificiale e un asset strategico, ma l’Europa continua a spendere milioni di euro di soldi pubblici in soluzioni proprietarie come quelle di Microsoft, Amazon o Google senza reali benefici locali [sul tema lavora anche la campagna Public money, public code, ndr]. Queste piattaforme portano i profitti in America, creano posti di lavoro lì e aumentano la nostra dipendenza. Ma c’è di più: Big Tech investe un sacco di soldi per portare via i nostri migliori ingegneri e ricercatori, spesso formati con denaro pubblico. Per esempio, Meta ha recentemente assunto tre ricercatori dell’ufficio di Zurigo di OpenAI con offerte che a quanto pare hanno raggiunto i cento milioni di dollari. Nel frattempo, quando si presenta una necessità tecnologica negli Stati Uniti, il governo federale non esita ad aprire linee di credito eccezionali per supportare i player locali con contratti da miliardi di dollari, come nel caso di Palantir, OpenAI o cloud provider come Oracle. E l’Europa? Che sta facendo? Firma contratti con società straniere, anche se esistono alternative forti vicino a casa: noi in Svizzera, ma anche Scaleway  e OvhCloud in Francia, Aruba in Italia o Hetzner in Germania”. 

Se davvero conquisteremo la biodiversità digitale, lo scopriremo nei prossimi anni. Certo, per cambiare rotta, ci vuole coraggio. E, come dice ancora Sanders, tempo. “C’è un movimento verso il software libero più o meno in tutti i paesi. Dieci anni fa era molto più difficile. Oggi governi e amministrazioni stanno cercando di cambiare passo dopo passo per uscire da questo vendor lock in, e non solo per i pc desktop: si stanno rendendo conto che si tratta anche delle infrastrutture, come i server.Il processo  non è immediato, un’amministrazione non dice all’improvviso: voglio passare al software libero. Ma piuttosto, quando si pone la necessità di acquistare un servizio, comincia a considerare le alternative”. Del resto, se ci sono voluti trent’anni per arrivare fin qui, è difficile immaginare che si possa invertire la rotta dall’oggi al domani.

da qui

domenica 29 giugno 2025

E la quarta volta siamo annegati. Sul sentiero della morte che porta al Mediterraneo - Sally Hayden

quando pensi che le cose vadano male, ti capita un libro che ti dimostra che le cose (in Libia, ma non solo) vanno molto peggio di come t'immagini.

Sally Hayden è una giornalista che racconta cosa succede davvero in Libia (e non solo) e in Europa.

non ha paura di fare nomi e cognomi, gli unici ad avere un falso nome sono i migranti prigionieri dei lager libici, perché possano essere protetti. 

ONU, Unhcr, Frontex, tutti i governi europei e l'Unione europea sono corrotti, marci fino al midollo, assassini che usano i terribili schiavisti e libici perchè facciano il lavoro sporco (per usare le parole del tedesco Merz) per gli europei.

gli stati europei pagano, con i soldi dei cittadini europei, chi tiene lontano dalle coste europee i migranti, se crepano meglio.

ONU, Unhcr, Frontex, tutti i governi europei e l'Unione europea fingono di controllare i carcerieri, ma sono loro a essere controllati dai carcerieri libici, che, per essendo spesso ricercati dalla Corte penale internazionale come criminali contro l'umanità, possono viaggiare tranquillamente in Europa e fare quello che vogliono dappertutto.

il libro è un'avventura per chi legge, i migranti torturati Sally Hayden ce li fa conoscere per nome, e quando uno ha un nome diventa ancora di più una persona.

ps1: intanto i migranti, se arrivano vivi in Europa, vengono rimandati indietro, in qualsiasi paese dove verranno torturati, dopo essere stati rinchiusi, in Italia, in prigioni speciali (cpr et similia, cambiano il nome delle prigioni ogni qualche anno), o in altri stati disponibili a rinchiudere esseri umani, in cambio di soldi.

ps2: che bello sarebbe se mettessero in un barcone alla deriva tutti i componenti (e i loro figli e nipoti) dei governi e dei parlamentari dei paesi europei e dell'Unione europea, con un litro d'acqua (calda) a testa, e fossero riportati nei campi di concentramento libici, e fossero trattati come un/una qualsiasi migrante, per mesi e anni. 

chissà come cambierebbero le leggi e regolamenti europei. 



 

«Ho scritto questo libro perché volevo documentare le conseguenze delle politiche europee sulla migrazione, a partire dal momento in cui l’Unione europea diventa innegabilmente colpevole dal punto di vista etico: quando cioè i rifugiati vengono respinti con la forza». Una scelta strategica che l’Ue ha fatto esplicitamente nel 2017 e che consiste nel bloccare in Nordafrica i flussi verso l’Europa.

L’autrice comincia a dedicarsi al tema il 26 agosto del 2018 riceve messaggi su Facebook da migranti che vivono in un centro di detenzione in Libia. Persone che chiedono aiuto a una giornalista che vive a Londra e che non può fare molto, ma può ascoltare e interloquire. Da quei messaggi, nasce la determinazione di andare a raccogliere storie di migranti direttamente in Libia, Sudan, Tunisia, Sierra Leone, Rwanda...

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…È un libro che non si concentra sul viaggio in mare, o almeno non principalmente, ma sul periodo subito prima, sui campi profughi in Libia, sulle torture che ogni giorno i migranti subiscono, sui processi in Etiopia a torturatori che improvvisamente spariscono senza scontare nessuna pena, sulle famiglie che tentano di richiamare l’attenzione su quello che sta succedendo ricorrendo a post correlati di foto su Facebook e altri social media, e soprattutto sulle responsabilità dell’Unione Europea e dell’ONU.

Il libro non descrive il ruolo di queste istituzioni in modo generico, ma fa nomi e cognomi e riporta stralci di interviste. È un insieme di reportage giornalistici, statistiche, ricerche fatte sul campo dalla stessa Hayden, vite private di migranti che lei ha incontrato o che l’hanno contattata per chiederle di raccontare le loro storie, riflessioni sulle sue scelte da giornalista, conversazioni e interviste con volontari di ONG, con membri dello staff di diverse organizzazioni internazionali e con politici di varie fazioni…

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mercoledì 7 maggio 2025

Che la Corte Penale Internazionale e l'ONU fermino i terroristi e genocidari israeliani!

 




Elena Basile: nuova lettera a Liliana Segre

Sento il dovere di oppormi ad alcuni argomenti utilizzati da Liliana Segre nell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 5 maggio 2025. La Senatrice rappresenta una delle voci più autorevoli e lucide della comunità ebraica, una sorta di icona, nel bene come nel male, di un certo potere italiano. Appare essenziale confutare alcune tesi da lei sostenute, proprio in quanto in grado di influenzare l’opinione pubblica, seminando una confusione che potrebbe essere nociva al dibattito democratico.

Spero che la Senatrice non me ne voglia e non mi denunci nuovamente per antisemitismo. Io la leggo con attenzione e rispetto. Mi domando se Liliana Segre faccia lo stesso con i miei scritti e quelli di tanti altri, a cominciare da Moni Ovadia e Raniero La Valle, che esprimono una critica senza indulgenze alle politiche di Israele e non solo al Governo di Netanyahu.

Ecco, in sintesi, le mie obiezioni a una certa retorica che traspare dalle risposte assertive della Senatrice.

  1. Si afferma, in un inciso, di non voler confondere un governo democraticamente eletto, quello di Netanyahu, con un movimento terroristico, Hamas.

In effetti, Hamas è stato anch’esso eletto democraticamente a Gaza nel 2007 e aveva fatto non poche aperture sul riconoscimento di Israele, che vennero rimandate al mittente. Con Hamas non è mai stato intavolato un dialogo che avrebbe potuto stabilire un circolo virtuoso, come avvenuto con l’OLP, organizzazione terroristica che ha poi scelto la via politica. Dispiace, inoltre, che la Senatrice non abbia ricordato come Hamas sia stato finanziato dal Qatar con la complicità della CIA e di Israele, al fine di ostacolare la crescita politica dell’Autorità Palestinese, e che le Nazioni Unite stabiliscano che un movimento di liberazione di un popolo dall’occupazione illegale di uno Stato straniero non sia considerato terrorista. In altre parole, quando Hamas uccide i soldati israeliani non è un movimento terrorista, ma lo diventa quando uccide i civili.

Infine, un governo democraticamente eletto ha responsabilità maggiori rispetto a un movimento terroristico, ed è quindi ancora più colpevole se si macchia di crimini di guerra e contro l’umanità, come il Governo di Israele. Frantz Fanon, nel libro I dannati della Terra, ha ricostruito la disperazione dei paria della storia, i rifugiati palestinesi, che hanno scelto necessariamente la lotta armata come palingenesi identitaria di un popolo perseguitato e dimenticato. Se possiamo, quindi, comprendere la disperazione che porta alla violenza, ci riesce impossibile intendere le ragioni del terrorismo di Stato di Netanyahu. Nel mio libro L’Occidente e il nemico permanente, la seconda parte è interamente dedicata al conflitto israelo-palestinese, che attraversa, come è noto, un secolo e più di storia.

  1. La Senatrice si oppone alla menzione di genocidio per qualificare l’azione del Governo di Israele, sebbene la CIG, organo dell’ONU, abbia chiesto al Governo di Israele di fornire alla Corte le prove delle misure intraprese per evitare il genocidio, considerandolo quindi implicitamente plausibile. Possiamo noi sostituirci al giudizio della Corte? La Convenzione sul genocidio del 1948 ha l’intento di fermare anche solo il tentativo di genocidio, rintracciabile nell’azione concreta di Israele e nelle molteplici dichiarazioni dei componenti del Governo di Netanyahu e dello stesso Trump.
  1. La Senatrice parla dell’odio tra i due popoli senza nominare l’occupazione illegale, secondo le Nazioni Unite, dal 1967 da parte di Israele dei territori palestinesi, né il regime di apartheid instaurato da Israele in Cisgiordania, dove non esiste Hamas ma è presente l’Autorità Palestinese. Afferma inoltre, come Trump e Netanyahu, che il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza nel 2005 sia stata un’opportunità per i palestinesi che non andava sprecata. Dimentica di menzionare che la smobilitazione dell’esercito israeliano da Gaza era dovuta, secondo le leggi del diritto internazionale, al fatto che Gaza non è mai stata israeliana e, cosa ben più grave, non ricorda l’assedio — contrario al diritto internazionale — con cui Israele, già all’epoca, ha centellinato aiuti e risorse ai palestinesi, mantenendoli in una situazione di povertà. Parlare di odio tra due popoli non fotografa con equità una situazione caratterizzata da un popolo espropriato e sotto occupazione, e un altro che colonizza e utilizza la forza in modo arbitrario, creando in risposta la violenza terroristica dei palestinesi, ai quali sono stati levati reali canali politici per poter realizzare lo Stato di Palestina, come da risoluzione 181 dell’ONU del 1947.
  1. Lo Stato di Israele si autodefinisce ebraico dal 2018. Credo che la comunità ebraica nel mondo venga in questo modo ingiustamente implicata nelle azioni di Israele. Se concordo con la Senatrice nella netta distinzione tra Israele e diaspora, vorrei tuttavia chiedere se non si ritenga un dovere politico e morale, da parte degli esponenti della comunità ebraica, la condanna dell’occupazione israeliana illegale della Palestina. Molti si sono appellati agli esponenti più illustri della diaspora affinché levassero la voce, senza ambiguità, per impedire lo sterminio in corso. La condanna di Israele, l’applicazione delle sanzioni, il riconoscimento simbolico dello Stato di Palestina, l’esecuzione del mandato di arresto di Netanyahu decretato dalla CPI, la fine della cooperazione militare tra USA, Europa e Israele sono, ad avviso della Senatrice, misure opportune per far cessare il conflitto (a mio avviso e ad avviso di tanti altri, anche personalità ebraiche), il genocidio?
  1. La Senatrice denuncia l’antisemitismo ma non la repressione nelle università statunitensi e in Europa, soprattutto in Germania, delle manifestazioni pacifiche a favore del popolo oppresso di Palestina. L’antisemitismo è stato per secoli rivolto a un popolo per le sue caratteristiche somatiche, per la sua religione e la sua lingua, a una minoranza debole e discriminata, rinchiusa nei ghetti. Come si può parlare di antisemitismo se gli studenti o i pochi intellettuali coraggiosi insorgono con veemenza contro le politiche di Israele e contro tutti coloro che le difendono, ebrei e non ebrei? Se essi denunciano un potere subdolo che maschera, dietro una apparente equanimità, il sostegno alla pedina atlantica in Medio Oriente e alla sua strategia colonialista e ormai di pulizia etnica? Se i tedeschi non avessero ripudiato l’Olocausto e le politiche antisemite, non sarebbero ancora condannati e odiati? La Senatrice non pensa che la disumanizzazione dei palestinesi, realizzata dal Governo di Netanyahu, non sia poi così diversa rispetto a quella che ha colpito gli ebrei?
  1. Infine, la Senatrice sente il bisogno di paragonare la Russia alla Germania nazista e di sostenere la continuazione della guerra ucraina, possibile grazie al sostegno della NATO a Kiev contro una potenza nucleare, la Russia. Il paragone è, a mio avviso, offensivo verso il popolo russo, che ha registrato 25 milioni di vittime (contro il mezzo milione anglosassone) per liberare l’Europa dal nazismo. La guerra russo-ucraina è, come molti analisti occidentali hanno dimostrato con libri e idonea documentazione, una guerra per procura statunitense contro la Russia, un tentativo di regime change che, dopo tre anni di conflitto, ha massacrato il popolo ucraino e fatto fallire un Paese. Il paragone tra Putin e Hitler non ha nessun fondamento storico, in quanto Mosca, con il PIL del Texas, ingenti materie prime, un territorio immenso e un tasso demografico decrescente, non ha alcun interesse nella conquista dei Paesi europei. La guerra cesserebbe subito se si promettesse un’Ucraina federale, neutrale, vicina economicamente all’Europa ma non militarizzata dagli anglosassoni in funzione antirussa. Sui territori conquistati sarebbe possibile trattare.

Spero che la Senatrice legga con animo privo di pregiudizi le mie argomentazioni, non le consideri un oltraggio oppure, peggio, una manifestazione di odio nei suoi confronti, ma l’espressione della normale dialettica democratica.

Da Senatrice che ha giurato sulla Costituzione, dovrebbe accettare la critica ai suoi punti di vista da parte di tutti i cittadini italiani, inclusa un’ex ambasciatrice, scrittrice ed editorialista de Il Fatto Quotidiano.

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