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giovedì 27 settembre 2018

Arrivano i “Baby PISA”: OCSE sperimenta test per i bambini da 4 a 5 anni - Rossella Latempa




Non avete mai sentito parlare di test Baby PISA? Beh, siete in buona compagnia, vista la quasi assoluta segretezza con cui l’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica (OCSE) ha costruito la sua ultima impresa educativa. Suscitando sconcerto per l’opacità e la mancanza di trasparenza:“Orrore: arrivano i test PISA ai bambini di 5 anni” scrive  Diane Ravitch, “I test Baby Pisa sono dietro l’angolo, come mai nessuno ne parla?” continuano negli USA.  Il Telegraph di recente ha paragonato i bambini di 5 anni delle scuole inglesi a cavie da laboratorio (Guinea pigs). La sperimentazione sulle “competenze emergenti” dei bambini dai 4.5 ai 5.5 anni è stata ribattezzata immediatamente Baby PISA. Attualmente, i paesi coinvolti sono tre: Stati Uniti, Inghilterra ed Estonia. Anche se altre nazioni si sono rifiutate di partecipare, i Baby PISA potrebbero comunque seguire le orme dei loro fratelli maggiori, i test PISA sui 15enni, che, partendo da poche nazioni, sono ormai arrivati a coprire 80 paesi. E l’Italia? Pur non aderendo alla prima fase dello studio OCSE, qualche discussione sul tema  valutazione a 4-5 anni deve esser stata avviata dalle parti dell’INVALSI. La responsabile area infanzia , che presiede il Gruppo di lavoro sullo sviluppo-dati della “rete infanzia” dell’OCSE, è stata anche responsabile di INVALSI VIPS, “un progetto pilota per la Valutazione Iniziale della Prontezza Scolastica e all’apprendimento” (CNEL,2014). Nonostante i diversi e documentati riscontri dell’esistenza di tale progetto, l’INVALSI ha affermato in una recente nota stampa che “non ha avviato alcuna sperimentazione”. Una smentita che conferma l’utilità di tenere gli occhi bene aperti anche sulle attività a cui viene data poca o nessuna visibilità nel sito ufficiale  dell’Istituto.

Avete mai sentito parlare di test Baby PISA? si domanda il professor Helge Wasmuth del New York’s Mercy College, dalle pagine di un blogamericano dedicato all’educazione nella prima infanzia. Nel caso in cui voi non ne sappiate nulla, continua, non preoccupatevi. Siete in buona compagnia, vista la quasi assoluta segretezza con cui l’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica (OCSE), ha costruito la sua ultima impresa educativa. Non si tratta di ipotesi fantasiose o di scenari futuribili, ma di attualità.
Orrore: arrivano i test PISA ai bambini di 5 anni” scrive in un recente post del suo blog Diane Ravitch, responsabile dell’Office of Educational Research and Improvement nel U.S. Department of Education, all’epoca di George Bush. “I test Baby Pisa sono dietro l’angolo, come mai nessuno ne parla?”, continuano negli USA alcuni analisti delle politiche educative.  Anche in Europa il Telegraph di recente ha paragonato i bambini di 5 anni delle scuole inglesi che prossimamente aderiranno al progetto alle cavie da laboratorio (Guinea pigs) impiegati nelle sperimentazioni animali.
I test standardizzati dell’OCSE, l’Organizzazione dello Sviluppo e della Cooperazione Economica, sono arrivati al capolinea: i bambini di 5 anni.  Si tratta dello “Studio Internazionale sull’apprendimento precoce e il benessere” nella prima infanzia (IELS, International Early Learning and Child Well-being Study)[*], una delle azioni strategiche previste dal recente rapporto Starting Strong 2017[1], ennesimo resoconto che l’OCSE ha dedicato al suo ultimo “bottino”: l’infanzia. Il progetto, avviato nel 2018-2019 nella quasi totale segretezza[2] e ribattezzato Baby PISA[3], prevede la “misurazione delle competenze emergenti” (emerging literacies) di bambini dai 4.5 ai 5.5 anni mediante “test con tablet” (tablet-based test) da svolgersi in “circa 15 minuti” (approximately 15 minutes).  Oltre ai quesiti computer basedper i piccolissimi, sono previste anche “misure indirette” (indirect assessment) delle loro competenze attraverso questionari a genitori e insegnanti o osservazioni aggiuntive fornite dai “funzionari coinvolti nel progetto”[4](study administrators). I campi di indagine (domains), sebbene provvisori, cercano un “equilibrio tra competenze cognitive e socio-emozionali” (cognitive, social and emotional skills), “emergenti e predittive di risultati positivi per la vita”[5] (early skills that are predictive of positive life outcomes).
Questo, in estrema sintesi, il progetto di misurazione delle competenze dei bambini promossa quasi “a porte chiuse”, con un pericoloso “deficit di democrazia”[6] segnalato ampiamente alla comunità scientifica internazionale da diversi studiosi[7], tra i quali Peter Moss e Mathias Urban, due ricercatori del Regno Unito, che ne hanno denunciato mancanza di discussione, pubblicizzazione e partecipazione.
Le finalità del Baby PISA potrebbero essere racchiuse in questo passaggio:
aiutare I paesi a migliorare le performance dei loro sistemi educative e garantire migliori risultati e rapporto costi/benefici (value for money) per i cittadini. Comparare i dati mostrerà quali paesi tra i partecipanti sono in grado di ottenere migliori risultati (performing best), in quali aree e per quali gruppi di studenti.”[8]
L’assunzione, geniale quanto sconcertante nella sua semplicità, è la seguente:
nel tempo [i test Baby PISA] potranno fornire informazioni sui collegamenti tra i risultati ottenuti a 5 anni e quelli a 15 anni [età dei test OCSE PISA “classici”]. In questo modo, i paesi partecipanti potranno avere un’indicazione più specifica dell’evoluzione delle competenze e abilità dei loro giovani[9].
Un’illusione razionalista che pretende di stabilire correlazioni al solo scopo di legittimare scelte politiche in linea con lo spirito dei tempi e i suoi due giganteschi simulacri: l’ossessione quantitativa della misura della performance e la continua delegittimazione del giudizio delle comunità professionali e delle specificità dei contesti, sostituiti dall’ apparente neutralità della comparazione numerica.
Una precisa idea di società, tutta contenuta nell’immagine di un’infanzia “taglia unica”, da costruire con “attrezzi” universali, disegnati per risolvere in un colpo solo problemi complessi oltre che estremamente dipendenti dal contesto storico-culturale.  L’impiego di termini come life-outcomes o value for money, sebbene si continui incessantemente a battere su apprendimento e benessere, sottolinea che proprio questi ultimi non possono essere considerati un fine in sé. L’obiettivo, da perseguire quasi in una logica di causalità, è il miglioramento dei risultati da adulti, membri effettivi in quanto forza-lavoro della società del futuro.
Attualmente i paesi coinvolti nel progetto di misura delle competenze di bambini di 5 anni sono tre: Stati Uniti, Inghilterra ed Estonia[10]. Alcuni stati hanno mostrato posizioni fortemente critiche, rifiutando di partecipare alla prima fase della sperimentazione (Germania, Canada, Francia, Norvegia, Danimarca, Nuova Zelanda, Giappone)[11] a causa dell’elevata resistenza incontrata nelle comunità locali. Non è tuttavia da escludersi che i test Baby PISA possano subire la stessa sorte dei loro fratelli maggiori, i test PISA sui 15enni, cominciati con un ristretto numero di partecipanti nell’anno 2000, per poi arrivare a coprire 80 paesi nel 2018. Per questo è necessario tenere vivo il dibattito e vigilare attentamente sulle traiettorie che le politiche educative nazionali prenderanno, considerata l’opacità e la mancanza di trasparenza dell’Organizzazione.
L’Italia finora, per quanto a nostra conoscenza[12], non ha aderito alla prima fase dello studio.
Sappiamo che è l’Istituto INVALSI a gestire la partecipazione dei nostri studenti quindicenni ai test OCSE – PISA internazionali.
Sappiamo inoltre che la responsabile area infanzia INVALSI attualmente presiede il Gruppo di lavoro sullo sviluppo-dati (Working group on data developement) della rete ECEC (Early Childhood Education and Care) dell’OCSE, oltre ad essere stata responsabile di un progetto INVALSI per la Valutazione Iniziale della Prontezza Scolastica e all’apprendimento [13] dei bambini di alcune scuole d’infanzia italiane (progetto INVALSI VIPS). Nonostante diversi riscontri[14] dell’esistenza di tale progetto (non trascurabile un rapporto del CNEL del 2014[15]curato dagli stessi responsabili INVALSI[16], che lo definisce “progetto pilota”) l’Istituto di Valutazione ha pubblicamente affermato in una nota stampa che “non ha avviato alcuna sperimentazione” né ha in programma test standardizzati su bambini di 4-5 anni.
Una smentita che sicuramente conferma l’utilità di tenere gli occhi bene aperti anche sulle attività a cui viene data poca o nessuna visibilità nel sito ufficiale dell’Istituto.
[*] nota aggiunta per completezza e grazie alla segnalazione di un lettore il 12/09/18 > questo il link ufficiale in cui è descritto il progetto http://www.oecd.org/education/school/international-early-learning-and-child-well-being-study.htm
[1] Rapporto “Starting Strong 2017: Key OECD Indicators on Early Childhood Education and Care “ http://www.charlotte-buehler-institut.at/wp-content/uploads/2017/10/Starting-Strong-2017.pdf pag. 40.
[2] M. Urban in “We need meaningful, systematic evaluation, not a Preschool PISA” in Global Education Review, Mercy College, New York, 2017 https://www.academia.edu/35674680/We_Need_Meaningful_Systemic_Evaluation_Not_a_Preschool_PISA .
[3]  P. Moss in “Early Years PISA testing”, Early Years Educator 2016 https://www.researchgate.net/publication/308781178_Early_years_PISA_testing .
[4] Tutti i virgolettati fin qui sono tratti dal documento del prof. Urban citato in nota 2, traduzione di chi scrive.
[5] OCSE Call for tenders: International Early Learning Study, 2016, pag. 18, traduzione di chi scrive http://www.oecd.org/callsfortenders/CfT%20100001420%20International%20Early%20Learning%20Study.pdf
[7]  P. Moss et al. in “The OECD’s International Early Learning Study: Opening for debate and contestation”, 2016
[8] OCSE Call for tenders, cit. pag. 103, traduzione di chi scrive
[9] OCSE, Call for Tenders, cit. pag 103, traduzione di chi scrive.
[10] Comunicazione personale tramite email di chi scrive con il referente internazionale OCSE del progetto.
[11] Comunicazione personale tramite email  di chi scrive con il Prof. M. Urban, citato precedentemente.
[12] Comunicazione personale tramite email di chi scrive con il referente internazionale OCSE del progetto. Si rileva inoltre la presenza, tra gli autori del contributo critico citato in nota 7, della prof.ssa Susanna Mantovani, dell’Università di Milano Bicocca.
[13] Così è riportato nel suo curriculum pubblico http://www.invalsi.it/operazionetrasparenza/cv/po/CV_Cristina_Stringher_2016.pdf. Si rimanda inoltre all’ articolo seguente:  C. Stringher, “Assessment of Learning to Learn in Early Childhood: An Italian Framework”, Italian Journal of Sociology of Education, 8(1)2016.
[15] Rapporto CNEL sulla qualità della Pubblica Amministrazione, 2014, pag 275 e 276, in note a piè di pagina nr. 60,65 http://www.condicio.it/allegati/159/Relazione_CNEL_2014.pdf
[16] Rapporto CNEL 2014 cit., pag. 5.


mercoledì 27 dicembre 2017

Test OCSE-PISA: una storia di errori ed arroganza? - Leonardo Colletti



Le nazioni dove PISA raggiunge i valori migliori in campo scientifico (la ormai mitica Finlandia) sono anche quelle dove gli studenti si sentono meno interessati alla conoscenza scientifica. A scriverlo su Europhysicsnews è Svein Sjoberg, professore emerito di didattica della fisica formatosi come fisico nucleare e membro di commissioni didattiche di istituzioni come l’UNESCO e l’OCSE. Il quale definisce i test PISA “non un progetto educativo ma un progetto politico che deve essere interpretato come uno strumento di potere”, in potenziale conflitto con “il nostro lavoro per fare in modo che la scienza sia rilevante, contestualizzata, interessante e in grado di incentivare la curiosità dei giovani”. Infine, Sjoberg mette in rilievo il fatto che dietro a PISA ci sono comunque degli interessi commerciali, ad esempio quelli della compagnia educativa commerciale maggiore a livello mondiale, la Pearson Inc., e come le incertezze statistiche non siano sufficientemente messe in rilievo nei report PISA. Al punto che c’è chi vede in questi test  “una storia di errori ed arroganza“.  Articolo da leggere e da riflettere, per tutti ma soprattutto per chi si occupa di queste cose a livello ministeriale.

La rivista Europhysicsnews, organo d’informazione dell’European Physics Society, ospita nel numero 48/4 del 2017 un lungo articolo di Svein Sjoberg sul test PISA:
L’autore, professore emerito di didattica della fisica formatosi come fisico nucleare e membro di commissioni didattiche di istituzioni come l’UNESCO e l’OCSE esprime una critica seria e circostanziata al test PISA – strumento predisposto dall’OCSE stesso – definendolo, senza ricorrere a mezzi termini, “non un progetto educativo ma un progetto politico che deve essere interpretato come uno strumento di potere”, in potenziale conflitto con “il nostro lavoro per fare in modo che la scienza sia rilevante, contestualizzata, interessante e in grado di incentivare la curiosità dei giovani”.
Sjoberg nota come il PISA sia assurto ormai per una settantina di Paesi a dogma per l’istruzione, una “regola aurea” indiscussa dalla quale i governi ricavano immediato onore nel caso di buoni risultati o un incentivo frettoloso per riformare l’istruzione in modo superficiale e maldestro nel caso di risultati scoraggianti (“Pisa-shocks” in Norvegia, Germania, Giappone). Oltretutto, spesso a decidere tra l’appartenere a uno piuttosto che all’altro dei due gruppi sono piccole variazioni del punteggio complessivo sulla cui reale sostanza qualunque statistico nutrirebbe dei grossi dubbi.
L’obiettivo con cui PISA si presenta, dice Sjoberg, ovvero “quanto sono preparati i giovani adulti per le sfide del futuro? Sono in grado di analizzare, ragionare e comunicare le loro idee in maniera efficace? Hanno la capacità di apprendere continuamente durante la loro vita?”, se facesse parte di una proposta per un finanziamento di un gruppo di ricercatori accademici, sarebbe senz’altro giudicato una sparata irrealistica e immeritevole di appello.
Test come PISA dimenticano che obiettivo della scuola è quello di avvicinare i giovani alla scienza, mostrando i legami con il contesto culturale che hanno ereditato, possibilmente di entusiasmarli verso lo studio, fattore che può avere una importanza e una durata maggiore rispetto alle competenze misurate dal test. A questo proposito colpisce una dato che Sjoberg mette in evidenza e in cui personalmente non mi ero mai imbattuto: le nazioni dove PISA raggiunge i valori migliori in campo scientifico (la ormai mitica Finlandia) sono anche quelle dove gli studenti si sentono meno interessati alla conoscenza scientifica!
Da docente questo dato non mi stupisce: più volte ho constatato sul campo che sovente vale la pena di pagare il prezzo di essere più approssimati nell’esposizione pur di aprire orizzonti appassionanti. Così, contrariamente a diversi colleghi, di buon grado racconto ai miei studenti alcuni aspetti della relatività, delle geometrie non euclidee, della fisica nucleare e della cosmologia, certamente pure avvisandoli che si tratta di discipline altamente tecniche, che presuppongono il possesso di un linguaggio specialistico. Però in queste occasioni vedo accendersi una luce del tutto particolare nei loro occhi. Per me, questo è il primo e vero risultato utile del mio lavoro: poi, per chi di loro lo vorrà, ci penserà l’università a specificare, limare, mettere i puntini sulle i.
Infine, Sjoberg mette in rilievo il fatto che dietro a PISA ci sono comunque degli interessi commerciali, ad esempio quelli della compagnia educativa commerciale maggiore a livello mondiale, la Pearson Inc., e come le incertezze statistiche non siano sufficientemente messe in rilievo nei report PISA.
Articolo da leggere e da riflettere, per tutti ma soprattutto per chi si occupa di queste cose a livello ministeriale. Dopotutto, il primo comandamento della scienza è pur sempre quello che ci ammonisce di imparare dagli errori e di rivedere le nostre teorie alla luce degli insuccessi (o anche dei successi solo parziali).
da qui